“La libertà” di John Stuart Mill: la natura umana è una macchina?
Nella prefazione a La libertà di John Stuart Mill, scritta da Ernesto Galli Della Loggia, multiplo cognome che quasi inquieta, leggo che l’autore: “… non ha paura di affermare che sono sempre e solo gli individui eccezionali, fuori della norma, coloro che in un certo modo si sottraggono alle regole…” – alle norme che normalizzano – “… che aprono nuove vie e schiudono nuovi orizzonti alle collettività umane…” – da cui si può dedurre “il suo carattere fondamentalmente aristocratico”.

John Stuart fa parte dell’élite, che elegge, e che ti lega. Religio s’apparenta ai due termini: eleggere, legare. Ergo, John Stuart è un uomo religioso e legato alla società, questo mi pare di capire. Nel modo scelto da lui, ovviamente. Egli è un fedele di se stesso, ma con l’animo quasi spalancato verso l’Altro, colui che può pensarla in modo differente. Il mio pensiero corre immediatamente a Norberto Bobbio, di cui ho appena letto con avido interesse l’Autobiografia. Egli era un uomo dai mille dubbi, e che alla fine del suo travaglio ha sempre scelto come professare il suo credo di libertà. Non mi pongo il problema che Norberto abbia letto o no il saggio di John Stuart. Lo do per scontato. Anche se di certo c’è poco, nella vita, forse solo l’ignoranza. Ma non è detto.
In uno dei primi passi del saggio La libertà, John Stuart scrive: “Il ‘popolo’ che esercita il potere non è sempre quello stesso popolo sul quale il potere viene esercitato.” – il saggio in esame è gonfio di banalità così sante e vere che non possono essere che elogiate: vero, mio aedo Salvatore Patriarca?
“Scopo di questo saggio è di affermare un principio molto semplice…” – che, rischiando, vorrei così sintetizzare: per essere liberi occorre proteggere se stessi e gli altri che proteggono te. Poiché voglio essere libero di citare chi mi pare, dico che della stessa opinione erano Raf e Umberto Tozzi quando scrissero Gli altri siamo noi. Non importa sapere chi ha avuto l’idea e chi l’ha poi cantata, chi scrisse il testo: erano solidali, insieme al musicista Giancarlo Bigazzi. I tre artisti erano liberamente collegati fra loro: entangled, aggrovigliati. Anche l’abate Faria e il fido Edmond Dantes erano a modo loro liberi, quando, insieme, meditavano sul modo più artistico di evadere. Il bello è questo: si può essere liberi e prigionieri al contempo. Quel che conta è la libertà di immaginarsi liberi.
La libertà, pur ‘o pappavallo l’adda pruvà! – è un anelito, un grido che ricordo, tratto dal film Così parlo Bellavista di Luciano De Crescenzo.
“Nessuna società sarà mai libera quale che sia la forma del suo governo, se non rispetta complessivamente questa libertà.” – l’autore teme che si possa interpretare la teoria come “un truismo”. Io non lo temo, ne sono certo e la cosa mi rallegra. Ne sarò convinto fino a che essa non sarà falsificata da una teoria più razionale. Di tale accorgimento ringrazio l’amico Karl Popper.
A pagina 23 de La libertà, John Stuart cita Comte, filosofo che poco conosco e che ora leggerò… grazie, amico, del suggerimento. In casa, su uno scaffale, c’è un sunto del suo Corso di filosofia positiva. L’ho messo ora qui, vicino a me. Finalmente ho cessato di evitarlo come la peste. M’hai vaccinato!
Poco dopo accenni “alla Libertà di Pensiero, dalla quale è impossibile distinguere la sua consanguinea, e cioè la libertà di parlare e di scrivere.” – bella famigliola è la nostra, dai!
“Non possiamo mai essere sicuri che l’opinione che cerchiamo di soffocare sia un’opinione falsa; ma quand’anche ne fossimo sicuri, soffocarla sarebbe sempre un male” – punto e a capo.
Arbitrariamente sintetizzo pagina 31, laddove pari quasi ipotizzare la falsificabilità delle teorie di Isaac Newton, che occorrerà agli inizi del XX secoli, grazie ad Albert Einstein e dici che giudicare senza sentire la controparte è un atto assurdo, ingiusto e meschinetto. Spero di avere tradotto (e tradito) con la necessaria (in)coscienza il tuo pensiero. Me ne hai data ampia facoltà. Di ciò ti sono grato.
Il non ipotizzare la falsificazione, fa sì che quell’opinione sarà accettata come un morto dogma e non come una verità viva – il che significa che la maggior parte delle religioni sono decedute? E che riposano in pace? Anche la tua? Anche la mia? Sento premere dentro di me la religione dell’arte, secondo cui ogni pensiero umano può emozionarmi, se lo scruto con occhi bassi (ma attenti). Anche le nostre religioni, fra loro assimilabili, sono false? L’unica folle risposta la può dare Tex Willer col suo indefinito quesito: Quien Sabe?
“… si potrebbe quasi misurare il benessere dell’umanità in base al numero e all’importanza delle verità di aver raggiunto il traguardo di non essere più contestate.” – un bel RIP per ognuna di loro?
Per fortuna che è stata inventata, agli albori del XX secolo, la meccanica quantistica che non prevede la certezza, semmai l’approssimazione indeterminata, che evita la fregatura di veder crepare l’umano pensiero. Su quello divino per me il tacere è bello. Ma chi vuole potrà sempre far risuonare la sua frastornante campana.
“… sino a quando la verità popolare è unilaterale, sarà sempre preferibile che la verità impopolare abbia anche lei dei sostenitori altrettanto unilaterali: perché questi, di solito, piuttosto saranno i più efficaci, i più capaci a imporre all’attenzione riluttante quel frammento di saggezza che sbandierano come se fosse il tutto.” – e di ciò è testimone l’attaccante della Reggiana Dante Crippa, che era sempre affossato dagli ostili difensori, e sempre miracolosamente in piedi e che spesso risulterà il migliore in campo. Il più eroico!
“… è sempre probabile che i dissenzienti abbiano da dire qualcosa che meriti di essere ascoltata, e che la vertà abbia qualcosa da perdere, mettendoli a tacere.” – it’s okay, perhaps! I hope it!
Quando dici “anche altre etiche” – mi fai pensare al mio maestro spirituale Padre Aldo Bergamaschi, che non m’ha ridotto a essere un cristiano ma, non so quanto involontariamente, a farmi sentire un ignorante di dio. Lui evocava un mondo in cui convivessero tutte le etiche, purché si rispettasse il prossimo, visto come cittadino, consorte o dipendente lavorativo. Come fratello! Per lui dio, o Dio, era la massima misura delle cose, come gli aveva insegnato il maestro Platone. Tale teoria è religiosa, e mi piace. Ciao, Aldino!
“Dobbiamo e dovremmo sempre ribellarci contro ogni pretesa esclusiva di una parte della verità a spacciarsi per la verità intera.” – quasi fosse un tifo calcistico. Il Milan e la Juve sono immense squadre, e anche l’Acquapozzillo e il Vado, nel suo piccolo, lo sono. Si ricordi che nel ‘22 il Vado vinse la prima edizione della Coppa Italia. Da oggi tutte le squadre saranno nel mio cuore. Anche se quelle zebre mi ricordano svariate, pregresse, indigestioni.

“Il male davvero tremendo non è il conflitto violento fra le parti di una verità, ma la tacita soppressione di una sua metà.” – scorgo ora Norberto alzarsi in piedi, annuire col capo, e sedersi.
“La natura umana non è una macchina...” – e cos’è? – “… è piuttosto un albero…” – e forse un batterio, un virus alla ricerca della necessaria cellula? È quel che esiste, non è un Assoluto e Meccanico Essere.
Dalla pagina seguente estrapolo le espressioni: “la società”, “gli eroi”, “non li sa generare” – però li sa uccidere, a prescindere dalle loro idee e dai loro comportamenti.
John, tu sei nato nel 1806 in Inghilterra. Henry David Thoreau vide la luce undici anni dopo, a Concord (Massachusetts). Egli adorava un uomo bellicoso come quell’altro John Brown, che fu giustiziato da chi lui voleva giustiziare. È questa la giustizia che invochi? Forse no, ma ne dovremmo parlare: tu, Henry David, quell’altro John e io. E tutti gli altri. L’importante è che a dare il suo contributo ci sia anche Norberto. E Aldino!
Dici troppe cose belle e per me sacre, e non te le voglio rubare. Ma ti voglio dire di me, dell’odio che provavo per quel Divino Marchese, allorché lessi la sua più immensa e per fortuna incompleta opera. Dopodiché presi in mano il primo libro di Charles Bukowski che mi capitò, che non mi guarì, ma mi fece l’effetto di una tachipirina. Dopo qualche anno riuscii a per-donare quel Nobil Uomo. Non so quando m’attaccherò con le zanne alla sua prossima opera. Ne ho ancora da leggere.
A pagina 92 colgo un mini-refusino. Ti ringrazio, traduttore Enrico Mistretta: per tutto il resto sei stato sensazionale.
Nell’occorrenza di qualsiasi “danno, sia per un individuo sia per la società, il caso esula dal territorio della libertà per entrare in quella della moralità e della legge.” – dura lex sed lex.
L’ultimo e V. Applicazioni è il capitolo più snervante. Sono spossato, credimi.
Quando, non ricordo dove (ma poi lo cerco: è covato a pagina 77), parlavi della libertà di ognuno, e del “dispotismo” di alcuni, pensavo al rapporto fra i genitori e i loro bambini e fra i cosiddetti sani di mente e coloro che hanno smarrito (a volte per sempre) il lume della ragione.
Rispondi a pagina 115: la libertà vale per tutti, “… a meno che non si tratti di un bambino, o di uno che è in uno tale stato di delirio o di eccitazione o di distrazione da non avere il pieno uso delle sue facoltà di riflessione.” – lo vedi com’è difficile scegliere! In certi paesi il dissidente è internato nei manicomi, cancellato dalla società. A volte non è solo ucciso, è ridicolizzato.
Io non seppi mai quando stava scoccando l’ora di giudicare un figlio autonomo dal mio giudizio. Fino a un certo punto lo portavo sulle spallucce, poi iniziò a pesare troppo. Non lo deposi mai sulla strada. Era lui che saltava giù. Era giunta l’ora della sua agognata autonomia.
Questa te la piglio esattamente come t’è venuta: “Quel che lo Stato può utilmente fare è cercar di diventare il depositario centrale di tutte le esperienze ricavate dai vari e molteplici tentativi, e attivarsi per farli circolare e diffonderle. Il suo compito è di far sì che chiunque stia sperimentando qualcosa possa beneficiare degli esperimenti altrui, e non quello di vietare qualsiasi esperimento tranne i propri.” – amen e così sia: cit. Kit Carson, pard del texano Tex.
A pagina 132 de La libertà e seguenti (s)parli del bellicoso “corpo dei burocrati” russi, in grado d’inquietare persino lo Zar, qualora lo desideri. Scrivi: “Hanno un tacito diritto di veto su ogni suo decreto: basta che si astengano dall’applicarlo.” – al massimo, quel regnante “può spedirne in Siberia quanti ne vuole, ma non può governare senza di loro contro la loro volontà.” – un famelico mostro che sa riprodurre le sue cellule e che appare immortale. Ai tempi di Andrej Sakharov erano ancora operanti: la loro classe era detta Nomenklatura. Se ti capita leggi, il suo saggio Il mio paese e il mondo.
C’è da star accorti “se non vogliamo che la nostra burocrazia degeneri in una pedantocrazia…” – bel termine, davvero. Lo infilo nel saccone, grazie.
Rubo pure queste tue “… parole: il massimo frazionamento del potere compatibile con l’efficienza, ma la massima concentrazione possibile delle informazioni e la loro massima diffusione a partire dal centro.”
Improbabile sogno religioso? Nulla lo può essere, come già abbiamo stabilito. Il citato e per me sempre venerabile Aldo parlava di eu-topia, bel posto, e non di u-topia, nessun posto.
Alla fine tu ribadisci il medesimo concetto: libertà per tutti, anche (e non soprattutto) per me.
È un continuo e liberale confronto fra te e gli altri, fra gli altri e te. Questo è il tuo auspicio. Questo è anche il mio. Alla prossima, fraterno amico.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
John Stuart Mill, La libertà, RCS Libri SpA, 2010
