Vincitori e Finalisti del Contest letterario “Fotogrammi”

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“Candidi gerani hanno regalato/ il rosso alla meraviglia./ Bambola di porcellana dalle guance/ sbiadite, l’occhio vitreo/ fissa e sorride./ Nella mano un volante nell’altra/ lo scempio di silenzi prolungati./ Vetro infranto da improvviso fragore./ Il tempo è venuto.” – Luisella Pisottu

Contest letterario Fotogrammi Luisella Pisottu
Contest letterario Fotogrammi Luisella Pisottu

Si è conclusa il 15 marzo 2026, a mezzanotte, la possibilità di partecipare al Contest letterario di poesia e racconto breve “Fotogrammi” promosso da Oubliette Magazine, dall’autrice Luisella Pisottu e dalla casa editrice Tomarchio Editore.

La giuria del contest “Fotogrammi” (Alessia Mocci, Luisella Pisottu, Carolina Colombi, Giovanna Fracassi, Franco Carta, Rosario Tomarchio ed Aldo Turnu) ha decretato i 14 finalisti dai quali sono stati selezionati due vincitori per ognuna delle categorie in gara.

Il premio per ciascuno dei vincitori consiste nell’invio di una copia della silloge “Fotogrammi” di Luisella Pisottu, edita ad ottobre 2025 da Tomarchio Editore.

Oggi, vi presentiamo tutti i finalisti ed i quattro vincitori ex aequo del Contest “Fotogrammi” (due per ogni sezione) ed a seguire il commento della poetessa e scrittrice Antonietta Fragnito.

Tutte le opere partecipanti al Contest letterario “Fotogrammi” possono essere lette cliccando QUI.

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Opere finaliste del Contest “Fotogrammi”

Sezione A (poesia)

Enrico Ravasio con “Polvere”
Daniela Visani con “Mostar”
Raffaele Di Palma con “Merita la vita”
Natascia Secchi con “Volo astrale”
Antonella Alberghina con “Un’alba nuova”
Speranza Serra con “Novembre”
Susanna Andreone con “Tu”

Sezione B (racconto breve)

Daniela Giorgini con “Amare a New York”
Raffaele Di Palma con “Merita la vita”
Lorenzo Ianelli con “Il treno delle 04.29”
Cinzia Panuccio con “Dietro la finestra”
Rita Licenziato con “150”
Linda Motti con “Fotogrammi”
Vito Ditaranto con “Il fotogramma nero”

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Opere vincitrici del Contest “Fotogrammi”

Sezione A (Poesia)

Daniela Visani con “Mostar”

Il barista ha posato il caffè
sulle cicatrici del tavolo,
alla parete i fori di mortaio
e sull’asfalto rose rosse.

A Mostar vivono due anime
case incompiute
e cimiteri nei parchi,
acqua negli occhi
e sulle labbra i silenzi
di chi eredita
i propri nemici.

Natascia Secchi con “Volo astrale”

Occhi di sognatori insonni
descrivono poemi
nel frastuono del vento,
custodiscono metafore
sulle pieghe di un foglio,
conoscono l’altruismo
dei fiocchi di neve
e la verità dei tramonti
intinti d’arancio.
Navigando esistenze d’acqua,
sotto un cielo cangiante,
si concedono un volo astrale
inseguendo Pegaso
sulla via Lattea.
Torrenti di parole
assediano castelli di pensieri,
costruiti su alberi spogli.
Mani scaltre
annodano fazzoletti alla malinconia
e sbriciolano pezzi di cuore
per amanti affamati.

 

Sezione B (racconto breve)

Raffaele Di Palma con “Merita la vita”

Quando Elia tornò al paese, la primavera stava appena tentando il suo primo respiro.
La terra era ancora dura, segnata da crepe sottili come rughe antiche, eppure tra le fenditure comparivano fili d’erba ostinati. Nessuno avrebbe scommesso su quel campo, dopo l’incendio dell’estate precedente. Il fuoco aveva divorato il grano, annerito i muri, piegato le schiene. Ma la cenere, a ben guardare, custodiva semi invisibili.
Elia scese dall’autobus con una valigia leggera e il cuore pesante. Aveva passato tre anni lontano, in una città che prometteva lavoro e futuro, ma che gli aveva insegnato soprattutto il rumore: traffico, voci sovrapposte, sirene, silenzi pieni di schermi accesi. Non era il silenzio della sua terra. Quello era un silenzio che respirava.
Il paese gli apparve più piccolo di quanto ricordasse. Le case basse, il campanile con l’orologio fermo alle quattro e venti dal giorno dell’incendio, la piazza dove il forno di Teresa aveva riaperto da poco. Fu proprio il profumo del pane a fermarlo.
Era un odore caldo, rotondo, capace di sciogliere la notte anche in pieno giorno. Elia si avvicinò quasi senza volerlo. Teresa, con le mani infarinate e i capelli raccolti in uno chignon sempre un po’ storto, lo riconobbe prima ancora che parlasse.
«Sei tornato.»
Non era una domanda.
Elia annuì. Sentì qualcosa sciogliersi dentro di lui, come burro su una fetta appena sfornata.
«Resto,» disse. E in quella parola c’era una promessa che non aveva ancora il coraggio di spiegare.
Il campo di suo padre lo aspettava dietro casa, oltre il filare di mandorli che l’incendio aveva risparmiato solo a metà. Il padre non c’era più: un infarto, pochi mesi dopo il rogo. Troppo dolore, avevano detto i medici. Troppa polvere nei polmoni, troppe notti passate a guardare il nero dove prima c’era oro.
Elia si inginocchiò e prese una manciata di terra. Era secca, ma non morta. La strinse nel pugno come si stringe una mano che trema.
«Le mani che seminano futuro nella polvere,» sussurrò, ricordando una frase che sua madre ripeteva spesso, quasi fosse una preghiera.
Sua madre era rimasta. Dritta nel vento, come un ulivo. Aveva affrontato il fuoco con secchi d’acqua e la paura negli occhi, ma senza mai lasciare la soglia. Ora stava seduta sotto il portico, a cucire sacchi rattoppati e a contare i giorni come si contano i battiti.
«La terra non tradisce,» gli disse quella sera, mentre cenavano con pane, olio e un po’ di formaggio. «Se la ascolti, ti parla.»
Elia non sapeva più ascoltare. Aveva disimparato il linguaggio lento delle stagioni. Ma decise di provarci.
I primi giorni furono di fatica pura. Zappare, ripulire, togliere le pietre bruciate, scavare solchi. Le mani si riempirono di vesciche, le spalle bruciarono come se il fuoco fosse tornato sotto la pelle. Eppure, in quella stanchezza, c’era una strana pace.
Il vicino, Michele, passò a trovarlo con una busta di semi.
«Grano duro. Resiste meglio. Non è molto, ma è un inizio.»
In paese nessuno aveva molto, ma tutti avevano qualcosa. Una pala, un consiglio, una schiena da offrire per un pomeriggio. Le voci si rincorrevano tra le case, ostinate, incapaci di imparare il silenzio della rassegnazione.
La domenica, dopo la messa, si parlava di ricostruzione. C’era chi voleva vendere tutto a una società pronta a trasformare i campi in pannelli e capannoni. «È il progresso,» dicevano. «Non possiamo vivere di ricordi.»
Ma altri scuotevano la testa. «La memoria non è un peso. È brace. Se la soffi, torna fiamma.»
Elia ascoltava. Non era sicuro di avere il diritto di parlare, dopo essere fuggito. Ma sentiva che il suo ritorno non era casuale. Era una risposta, anche se ancora confusa.
Un pomeriggio, mentre seminava, la vide.
Anna stava raccogliendo erbe selvatiche lungo il confine del campo. Era tornata anche lei, dopo aver studiato lontano. I capelli legati in una treccia, le mani sottili che accarezzavano le foglie con cura.
Si salutarono con un sorriso timido. C’era stato un tempo in cui si erano promessi il mondo, sotto il cielo di agosto, tra le spighe alte. Poi erano partiti, ognuno con la propria idea di salvezza.
«Non pensavo saresti tornato,» disse lei.
«Nemmeno io.»
Rimasero in silenzio, ma non era un silenzio vuoto. Era un silenzio che tremava, come il primo amore tra le dita. Non servivano grandi parole. Bastava condividere la fatica, il sole, il sudore che scendeva sugli zigomi.
Nei giorni seguenti lavorarono spesso fianco a fianco. Anna voleva avviare un piccolo laboratorio di erbe e farine antiche. «Non per nostalgia,» spiegava. «Per futuro.»
Elia capì che il futuro non era altrove. Era lì, nascosto nella polvere, in attesa di mani che lo chiamassero per nome.
La semina fu un atto di fede.
Ogni chicco gettato nel solco era una sfida alla paura. E la paura c’era: di perdere ancora, di non farcela, di restare soli. Ma la paura non spegneva il canto. La sera, seduti davanti alle case, qualcuno iniziava una canzone antica. Le voci si univano, stonate e forti.
Anche sua madre cantava, con la voce segnata dal tempo. Era custode del respiro e della pace, come tutte le madri del paese. Avevano occhi che avevano visto troppo, eppure brillavano ancora.
Un giorno, scavando vicino al vecchio ulivo, Elia trovò una pietra piatta, annerita. Sotto, incisa con mano incerta, c’era una data e un nome: quello del bisnonno, morto in guerra. Suo padre gli aveva raccontato che quell’uomo aveva piantato il primo grano dopo essere tornato dal fronte, giurando che finché ci fosse stato un battito nel petto, avrebbe seminato.
Elia passò le dita su quel nome antico, inciso nella carne del tempo. Sentì la memoria ardere sotto le macerie. Non era solo. Non lo era mai stato.
Le settimane passarono. Le piogge arrivarono leggere, poi più insistenti. Un mattino, uscendo di casa, Elia si fermò.
Il campo non era più marrone. Una distesa verde, tenera e luminosa, si stendeva davanti ai suoi occhi. L’erba aveva reso la pietra arida. Il grano, fragile e coraggioso, si muoveva nel vento come un mare giovane.
Chiamò sua madre. Chiamò Anna. Chiamò Michele. Vennero tutti.
Nessuno parlò per un po’. Non serviva. Il vento passava tra le spighe come una carezza.
Elia sentì il cuore battere forte, quasi dolorosamente. Pensò al fuoco, alla città, alla solitudine, alla paura. Pensò al pane caldo, alle mani sporche di terra, alle voci ostinate che avevano rifiutato il silenzio.
«Vale,» disse piano.
«Cosa?» chiese Anna.
«Vale la pena restare. Vale la pena ricominciare. Finché c’è un battito.»
Anna gli prese la mano. Non tremava più.
Il paese non era salvo per sempre. Le difficoltà non erano finite. Ma la primavera era tornata, e con essa la prova che la vita, ostinata e fragile, meritava di essere scelta ogni giorno.
E così, tra la polvere e il verde nuovo, tra la memoria e il desiderio, Elia comprese che il ritorno non era solo un movimento nello spazio.
Era un atto d’amore verso la terra, verso gli altri, verso sé stesso.
Finché c’è un battito nel cuore, merita la vita.

Lorenzo Ianelli con “Il treno delle 04.29”

I campi si estendevano nel buio che precedeva l’alba, una vastità di terra ancora assopita. Il drago di ferro e ruggine avanzava lentamente; il suo rumore era un soffio cadenzato che rompeva la quiete della notte. Il treno delle 04.29 trasportava corpi stanchi e sogni spezzati. L’aria fredda e invisibile graffiava la pelle, intorpidiva i pensieri. L’alba si tingeva di rosa e viola, promessa ancora non mantenuta di una nuova alba. Il viaggio per Villa Literno era un rituale silenzioso, un prologo quotidiano a una fatica senza fine.
Tra i volti assonnati c’era un uomo diverso dagli altri. Malgrado la tuta lorda di terra e le scarpe consumate, il contegno di Jonas appariva fiero come un albero secolare. I lineamenti, scolpiti dal tempo e dal dolore, erano intagliati di dignità regale. Gli occhi, neri e profondi, riflettevano una storia che nessuno poteva sospettare. Nelle mani aveva sempre un libro, diverso ogni giorno. Quella mattina, Solženicyn, in lingua originale, un volume consunto, serbato come reliquia. Ogni tanto sollevava lo sguardo per controllare biglietti e portamento dei viaggiatori; pronto a esigere una compostezza che la maggior parte ignorava.
Alla stazione di Caserta salì il solito ragazzo, studente del conservatorio, con una custodia di violoncello grande quanto lui. Magrolino e spaesato, si muoveva con grazia malgrado il peso dello strumento, ombra fedele e ingombrante. Si sedette di fronte a Jonas. Occhi curiosi, due stelle che brillavano nell’ora antelucana.
“Scusa, ma perché leggi sempre?” chiese con schiettezza. La voce spezzò il silenzio di Jonas. Lui chiuse lentamente il libro, lo abbassò sulle ginocchia e gli regalò un sorriso come un fiore all’innamorata.
Con la puntualità di un orologio, Jonas raccontò la sua storia. Nella sua Namibia era professore di Storia e Filosofia, amato dagli studenti. La vita era una ricerca di conoscenza e bellezza, fino a quando la guerra non divorò tutto. La moglie, dolce e fragile, e il figlio, occhi neri come i suoi, strappati via. L’altro figlio, maggiore, scomparso. Costretto a scappare, pagò uno scafista con ciò che gli rimaneva per salire su una barca che molti trasformarono in bara galleggiante. Portò solo i libri, unici sopravvissuti della sua vita passata.
Il viaggio verso l’Italia fu un’odissea di mare, vento e freddo. Una donna incinta diede alla luce un bambino già morto, gettato in mare. Un uomo donò il respiro per scaldare il figlio. Jonas sentì il peso di ogni vita, come un macigno sulle spalle, senza sapere più chi fosse. I libri lo tenevano a galla, salvagenti di speranza.
Arrivato in Italia, fu rinchiuso in un centro di primo soccorso. Tre mesi di solitudine alienante. Smarrito come in balia delle onde, decise di scappare durante l’ennesima notte solitaria. Riuscì a raggiungere la stazione di Crotone. Il treno, immobile sul binario, lo accolse, senza protestare. Crollò in un sonno profondo.
Al risveglio, Napoli: madre accogliente prima e Giuda traditore poi. Due connazionali lo depredarono, condannandolo a una schiavitù ordinaria. Ogni mattina prendeva il treno delle 04.29 verso i campi aridi, abbandonati da Dio. Da qualunque Dio. Ammesso che ne esistesse uno.
Un giorno, al bar della stazione, una donna lo osservò. “Ti va un caffè?” Le parole furono una chiave per una piccola pausa di sollievo. Era la Sovrintendente Capo Cristina Lojacono sotto copertura, pronta a stanare gli schiavisti. Ogni mattina Jonas la incontrava; quando mancava, l’alba aveva il sapore del bianco e nero. Quel caffè in due emanava un aroma persistente, come se la sua tuta lo conservasse, rendendo meno amara la giornata.
Pian piano, la Sovrintendente gli restituiva frammenti di serenità, mostrandogli la strada. Un giorno gli svelò la verità: collaborare con lo Stato per liberare gli schiavi. Jonas accettò, non per coraggio, ma per etica e senso del dovere. Con microfoni nascosti nella tuta, contribuì a liberare i campi. Poi fu inserito in uno SPRAR, cominciò a insegnare alfabetizzazione per stranieri, e finalmente fece ciò che sapeva e che amava fare.
Il ragazzo ascoltava, silenzioso, assaporando ogni parola. Poi scese con il violoncello, un’ombra sul binario. Quel giorno, al conservatorio, suonò perfettamente. Armonia totale, nessuna stonatura.
“Amore, svegliati, sono le 04.00.” Jonas si alzò contento. Il richiamo del caffè e quei minuti con la moglie erano più forti del sonno. “Perché prendi quel treno e non quello delle 05.29?”
“Cristina, arrivare in anticipo non mi pesa. Mi serve per leggere, pensare e condividere con i miei compagni il sapore dell’alba a colori.”
Lei abbassò la voce: i bimbi dormivano ancora. Ma il suo tono fermo, sereno, incantava chiunque. Come nelle fredde mattine passate, davanti a un caldo caffè, anni prima.
E così il treno delle 04.29 riprese la sua corsa. Con corpi stanchi, libri consumati, sogni spezzati. Con Jonas e il ragazzo del violoncello, e con l’alba che lentamente si accendeva di rosa e viola.

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La poetessa e scrittrice Antonietta Fragnito commenta le opere vincitrici del contest.

Daniela Visani con “Mostar”

La poesia qui è la trasfigurazione del dolore in poesia. Se la vita è cruda in certe realtà, la poetessa la racconta con vivo lirismo. Ed è per questo  che sul selciato il rosso diventa rose e il momento conviviale del caffè diviene  sguardo sulle perdite. Un racconto essenziale, dal significato intenso. Un componimento davvero meritevole del conseguito riconoscimento.

Natascia Secchi con “Volo astrale”

Poesia un po’ onirica dove esplodono  immagini e metafore come per una tempesta di ispirazione. Gli elementi naturali si fondono al sentire lirico tramite gli occhi e il cuore che compenetrano le folgorazioni colte. Sono viaggi fra reti di costellazioni e nodi stretti come lenzuoli per rimarcare evasioni ammalianti. Fa capolino nella chiusa qualche pezzo di cielo e frammenti di amori dallo scrigno fertile della memoria.

Raffaele Di Palma con “Merita la vita”

È questo un racconto in cui si intrecciano memoria e malinconia, fughe e ritorni. Una narrazione che si svolge sul filo della cronologia del cuore. Le parole si assemblano per spargere semi  poetici e per la fioritura di intense descrizioni bucoliche.  Ne scaturisce la commovente odissea di due giovani che, dopo una breve lontananza, sentono il richiamo della terra, delle radici. Un racconto che è un affresco di paesaggi emotivi e fisici, di ritrovata coscienza del valore della terra che  genera.

Lorenzo Ianelli con “Il treno delle 04.29”

È il racconto di un viaggio in treno e del riscatto dopo un tratto doloroso di vita. È bello che un libro sia  il motore di una tale emozionante narrazione. “Perché lei legge sempre?” È la domanda del ragazzo col violoncello. Ed è altrettanto bella la risposta dell’immigrato che ha perso tutto. È stupefacente che dalla risposta si evinca che i libri per il protagonista del narrato siano stati un salvagente. È questo il resoconto limpido, senza ferocia, di un tratto di vita difficile. Ed è specchio delle migrazioni dei nostri giorni e non solo geografiche! Ritratto commovente di un uomo che resiste, che affronta e che legge per farsi coraggio. È questa l’ intuizione di fondo della storia.  Leggere sempre, e non solo libri!

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I vincitori del volume “Fotogrammi” saranno contattati via e-mail per l’invio del premio.

Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti del Contest “Fotogrammi”.

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