Contest letterario di poesia e racconto breve “Fotogrammi”

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Recuperare il padre originario/ deporre ai suoi piedi un gelsomino,/ concentrarne forza e potenza,/ ripercorrerne passi di marmo./ Immagine fissata, cartapesta a chiudere il sipario./ Si alzino illusioni, preparino banchetti/ l’uomo nuovo ha aperto gli occhi.‒ “L’uomo nuovo” tratto da “Fotogrammi”

Contest letterario Fotogrammi Luisella Pisottu
Contest letterario Fotogrammi Luisella Pisottu

Regolamento Contest “Fotogrammi”:

1.Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Fotogrammi” è promosso da Oubliette Magazine, dall’autrice Luisella Pisottu e dalla casa editrice Tomarchio Editore. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.

La partecipazione al Contest è gratuita.

Tema libero.

 

2. Articolato in due sezioni:

A. Poesia (limite 100 versi)

B. Racconto breve (limite 1000 parole)

 

3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.

 

4. Premio:

N° 1 copia del libro “Fotogrammi” di Luisella Pisottu edito ad ottobre 2025 da Tomarchio Editore.

Saranno premiati i primi due classificati per entrambe le sezioni.

 

5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 15 marzo 2026 a mezzanotte.

 

6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:

Alessia Mocci (Editor in chief)

Luisella Pisottu (Poetessa e scrittrice)

Aldo Turnu (Cantautore, compositore e collaboratore Oubliette)

Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)

Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)

Franco Carta (Poeta e scrittore)

Rosario Tomarchio (Poeta ed editore)

 

7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.

 

8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.

 

9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.

 

10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.

 

11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.

 

Buona partecipazione!

 

76 pensieri su “Contest letterario di poesia e racconto breve “Fotogrammi”

  1. Dissolvenza

    Ti disfi senza rumore.
    Un passo, un nome, un pezzetto di cielo.

    Stringo quello che resta,
    sottile, leggero, memoria di una foglia.

    La casa abbandonata
    perde i vetri, i muri, le tegole sfaldate.

    Ti tengo in piedi,
    radice anziché ramo,
    mentre piano mi sgretolo.

    Sez. A – Accetto il regolamento

  2. CINZIA PANUCCIO
    Sez. B – Accetto il regolamento
    DIETRO LA FINESTRA
    Dietro la finestra scorrono le stagioni,
    e volti pietrificati avvinghiati sui barconi.
    Si intrecciano vite tra polverosi marciapiedi,
    mentre disegno con un dito nel vetro
    i contorni del tuo viso,
    traccio il confine di queste mura
    tra il mio mondo interiore e quello esterno,
    barriere fatte di ricordi,
    rifugio delle mie emozioni,
    limiti arbitrari dentro ferite acerbe
    e lacrime di fuoco sputate come sentenze
    su guance scolorite dall’assenza di coscienze.
    Il mio cuore pieno di spine
    avvolge le tue piccole mani assassine
    come pezzi di carta accartocciati,
    e sono grate di ferro le urla dei bambini
    soffocate sotto mattoni di macerie
    e sale sui sassi i loro ultimi respiri.
    Raggi di un sole accecato dalla paura
    cosciente e silente di un orrore fuori misura,
    tetri pigmenti che deturpano sguardi diversi
    tra capelli impastati di fango
    e ciotole vuote su cui sedersi.
    Sventolano le tende come sudari bianchi
    trasportati da un caldo vento di morte
    candidi naviganti su isole senza neve,
    nessun canto di uccelli ma il volo di avvoltoi
    mentre piove cenere e fuoco sopra gli ultimi eroi.
    Marciscono nel deserto i nostri sogni,
    tra suoni di sirene e forti colpi
    e su tappeti colorati d’odio
    si avvolgono velocemente corpi.
    Allora dietro la finestra, nascondo il mio dolore,
    fingo di celare questa aberrazione,
    che spacca lentamente il cuore,
    la chiudo come se niente fosse, mentre la gente muore.
    E invece muoio mille volte dentro,
    affogata in questo orrore,
    perché la guerra del potere uccide
    anche una intera nazione
    e comprendo angosciata
    che la mia voce non farà rumore,
    imponente invece
    sarà il fragore delle bombe e il suo bagliore.
    Non osserverò le stelle brillare più nel cielo,
    ma dietro la finestra vuota vedrò un eterno cimitero.

    1. Sicura che sia un racconto? (sezione b): mi sembra più, per la musicalità e il ritmo, una poesia.

  3. Pioggia di tedio

    È incessante il croscio dei pensieri
    dal plumbeo cielo del mio dì
    e l’apatia annega muto questo ieri.
    L’ira iraconda intossica così
    le arterie che pulsano nel torace.
    E il dolore, simile alla brace,
    arde questo mio spirto irrequieto.
    Ed il ticchettio continua inquieto
    sulla pelle stanca di questa vita
    dall’abulia, il tedio che l’ha ferita.

    Sezione A Alessio Romanini Accetto il regolamento

  4. IL LUPO CATTIVO

    “C’era una volta una bambina che indossava sempre un berrettino rosso, e la madre le dice di portare dolci alla nonna, raccomandandole di non uscire di strada”.
    Ma quella bambina era un’adolescente come molte che voleva vivere la sua vita. Amava ballare e divertirsi. Gli piaceva vestirsi alla moda. Curarsi le unghie e perché no? Un po’ di trucco per sembrare più grande. Era molto bella. Alta, con i capelli scuri e gli occhi color ebano. Anche la carnagione possedeva una brillante abbronzatura. I capelli erano boccoli soffici, le labbra fini ma delicate. Aveva tanti sogni nel suo cassetto come ogni giovane a quella spensierata età. Voleva solamente divertirsi nei fine settimana, conoscere i ragazzi della sua età, con le amiche… Niente di trascendentale. Le cose della vita che ciascuno di noi ha vissuto. I primi amori, le delusioni, il dolore del sentimento perduto, le sciocchezze con gli amici… Vita.
    Era una gelida domenica di gennaio. Il sole splendeva, mentre una brezza spirava da Ovest. Quella bambina non era più un Cappuccetto rosso, ma una signorina. Si doveva trovare da un amico con altri ragazzi e ragazze, a casa della nonna di lui. Il padre l’accompagnò; ma aveva dentro di sé una strana percezione. L’amico che l’aveva invitata, in realtà, era un lupo travestito da bravo ragazzo. Lui, all’insaputa della fanciulla, gli mise una sostanza psicotropa nella bevanda, causando all’ignara fanciulla uno stato di enorme confusione. In seguito il Lupo cattivo abusa di lei, approfittando dello stato confusionale in cui era smarrita. Quando riuscì a
    riprendersi, la giovane, scappò da quella tana. Un amico del Lupo, preso da profondo rimorso, si assunse la responsabilità di accompagnare la fanciulla dagli amici che l’attendevano sul lungomare. Passarono diverse ore prima che la ragazza rientrasse a casa; nello stato in cui era (agitazione e l’effetto della sostanza) aveva timore di preoccupare i genitori; i quali erano già in ansia non vedendola rincasare e che non rispondeva al telefono. Giunta a casa, nelle ore più scure, piangendo, la giovane confessò l’accaduto. I genitori, costernati, caddero in un incredulo dispiacere che destabilizza le loro anime. L’indomani la portarono a fare gli accertamenti e risultò l’abuso sessuale, e la somministrazione di una sostanza psicotropa. La ragazza, per timore di rivalse o bullismo, non volle denunciare il fatto. La profonda ferita rimase a sanguinare nel cuore dei genitori ma ancor di più nella piccola Cappuccetto rosso. Non vissero più felici e contenti con questo pensiero sulla coscienza.
    La ragazza, da adulta, nel suo seno portò sempre il tremore che l’amore lascia le lesioni profonde e quell’impotenza di non aver fatto niente per avere giustizia nei confronti del Lupo cattivo (Lui, potrebbe ancora comportarsi così nei confronti di altre ragazze…)

    Sezione B Alessio Romanini Accetto il regolamento

  5. Il treno delle 04.29

    I campi si estendevano nel buio che precedeva l’alba, una vastità di terra ancora assopita. Il drago di ferro e ruggine avanzava lentamente; il suo rumore era un soffio cadenzato che rompeva la quiete della notte. Il treno delle 04.29 trasportava corpi stanchi e sogni spezzati. L’aria fredda e invisibile graffiava la pelle, intorpidiva i pensieri. L’alba si tingeva di rosa e viola, promessa ancora non mantenuta di una nuova alba. Il viaggio per Villa Literno era un rituale silenzioso, un prologo quotidiano a una fatica senza fine.
    Tra i volti assonnati c’era un uomo diverso dagli altri. Malgrado la tuta lorda di terra e le scarpe consumate, il contegno di Jonas appariva fiero come un albero secolare. I lineamenti, scolpiti dal tempo e dal dolore, erano intagliati di dignità regale. Gli occhi, neri e profondi, riflettevano una storia che nessuno poteva sospettare. Nelle mani aveva sempre un libro, diverso ogni giorno. Quella mattina, Solženicyn, in lingua originale, un volume consunto, serbato come reliquia. Ogni tanto sollevava lo sguardo per controllare biglietti e portamento dei viaggiatori; pronto a esigere una compostezza che la maggior parte ignorava.
    Alla stazione di Caserta salì il solito ragazzo, studente del conservatorio, con una custodia di violoncello grande quanto lui. Magrolino e spaesato, si muoveva con grazia malgrado il peso dello strumento, ombra fedele e ingombrante. Si sedette di fronte a Jonas. Occhi curiosi, due stelle che brillavano nell’ora antelucana.
    “Scusa, ma perché leggi sempre?” chiese con schiettezza. La voce spezzò il silenzio di Jonas. Lui chiuse lentamente il libro, lo abbassò sulle ginocchia e gli regalò un sorriso come un fiore all’innamorata.
    Con la puntualità di un orologio, Jonas raccontò la sua storia. Nella sua Namibia era professore di Storia e Filosofia, amato dagli studenti. La vita era una ricerca di conoscenza e bellezza, fino a quando la guerra non divorò tutto. La moglie, dolce e fragile, e il figlio, occhi neri come i suoi, strappati via. L’altro figlio, maggiore, scomparso. Costretto a scappare, pagò uno scafista con ciò che gli rimaneva per salire su una barca che molti trasformarono in bara galleggiante. Portò solo i libri, unici sopravvissuti della sua vita passata.
    Il viaggio verso l’Italia fu un’odissea di mare, vento e freddo. Una donna incinta diede alla luce un bambino già morto, gettato in mare. Un uomo donò il respiro per scaldare il figlio. Jonas sentì il peso di ogni vita, come un macigno sulle spalle, senza sapere più chi fosse. I libri lo tenevano a galla, salvagenti di speranza.
    Arrivato in Italia, fu rinchiuso in un centro di primo soccorso. Tre mesi di solitudine alienante. Smarrito come in balia delle onde, decise di scappare durante l’ennesima notte solitaria. Riuscì a raggiungere la stazione di Crotone. Il treno, immobile sul binario, lo accolse, senza protestare. Crollò in un sonno profondo.
    Al risveglio, Napoli: madre accogliente prima e Giuda traditore poi. Due connazionali lo depredarono, condannandolo a una schiavitù ordinaria. Ogni mattina prendeva il treno delle 04.29 verso i campi aridi, abbandonati da Dio. Da qualunque Dio. Ammesso che ne esistesse uno.
    Un giorno, al bar della stazione, una donna lo osservò. “Ti va un caffè?” Le parole furono una chiave per una piccola pausa di sollievo. Era la Sovrintendente Capo Cristina Lojacono sotto copertura, pronta a stanare gli schiavisti. Ogni mattina Jonas la incontrava; quando mancava, l’alba aveva il sapore del bianco e nero. Quel caffè in due emanava un aroma persistente, come se la sua tuta lo conservasse, rendendo meno amara la giornata.
    Pian piano, la Sovrintendente gli restituiva frammenti di serenità, mostrandogli la strada. Un giorno gli svelò la verità: collaborare con lo Stato per liberare gli schiavi. Jonas accettò, non per coraggio, ma per etica e senso del dovere. Con microfoni nascosti nella tuta, contribuì a liberare i campi. Poi fu inserito in uno SPRAR, cominciò a insegnare alfabetizzazione per stranieri, e finalmente fece ciò che sapeva e che amava fare.
    Il ragazzo ascoltava, silenzioso, assaporando ogni parola. Poi scese con il violoncello, un’ombra sul binario. Quel giorno, al conservatorio, suonò perfettamente. Armonia totale, nessuna stonatura.
    “Amore, svegliati, sono le 04.00.” Jonas si alzò contento. Il richiamo del caffè e quei minuti con la moglie erano più forti del sonno. “Perché prendi quel treno e non quello delle 05.29?”
    “Cristina, arrivare in anticipo non mi pesa. Mi serve per leggere, pensare e condividere con i miei compagni il sapore dell’alba a colori.”
    Lei abbassò la voce: i bimbi dormivano ancora. Ma il suo tono fermo, sereno, incantava chiunque. Come nelle fredde mattine passate, davanti a un caldo caffè, anni prima.
    E così il treno delle 04.29 riprese la sua corsa. Con corpi stanchi, libri consumati, sogni spezzati. Con Jonas e il ragazzo del violoncello, e con l’alba che lentamente si accendeva di rosa e viola.

    sez. b – accetto il regolamento

  6. Amare a New York

    Central Park era deserto quella mattina.
    Unico colpevole, il temporale che si era abbattuto sull’isola durante la notte, fino alle prime luci dell’alba.
    Ad Anna non importava: si trovava a New York da sei mesi, ormai, e non aveva saltato un solo giorno di jogging mattutino, come era solita fare a casa.
    Estate o inverno, sole o pioggia, quella corsa quotidiana era il suo appuntamento con i pensieri, le riflessioni e, spesso, le soluzioni dei suoi problemi.
    Oltre che un ottimo anti stress.
    Ripensò ai suoi genitori, che il cancro si era portato via a poca distanza l’uno dall’altra.
    A quella casa che credeva sarebbe stata “casa” per la vita e che invece aveva venduto per non dover convivere con il dolore che era impresso anche sui muri.
    E alla decisione di lasciare l’Italia per “trovare l’America”, proprio lei, che non si era mai allontanata più di quindici giorni dalla sua città.
    Invece, ne era stupita lei stessa, in quella caotica metropoli si era subito sentita accolta.
    Aveva trovato lavoro come impiegata part time in uno studio legale e un appartamento modesto proprio vicino a Central Park.
    Sveglia alle sei, corsa di un’ora – a volte anche più – nel parco, rientro a casa, doccia, colazione, tailleur, trucco leggero, borsetta e via. Grazie alla metro, alle nove era seduta alla sua postazione.
    Il resto della giornata trascorreva velocemente tra telefonate e richieste dei giovani avvocati che l’avevano assunta.
    Tutti erano in cerca della grande occasione, quella che li avrebbe fatti sfondare in quel mondo così lussuosamente e splendidamente falso.
    Ad Anna piaceva il suo lavoro e lo svolgeva nel miglior modo possibile, ma alle cinque del pomeriggio – quando staccava – si allontanava dall’ufficio.
    Non solo fisicamente.
    Voleva continuare ad essere la semplice ragazza della piccola cittadina da cui era arrivata.
    Per questo non aveva mai accettato inviti dopo il lavoro, aperitivi o cene dove i suoi titolari si incontravano con clienti danarosi per offrire i loro servizi.
    Preferiva tornare al suo appartamento, indossare una tuta leggera, scegliere un libro e accoccolarsi sulla poltrona fino all’ora di cena, quando – in compagnia di una ragazza che abitava sul suo stesso piano o, più spesso, sola – scendeva nel ristorantino italiano “Pomodoro Rosso” sulla Columbus Avenue, a due passi da casa.
    Rosso era tutto il locale, dalle sedie alle tovaglie, e perfino le pareti.
    Le metteva allegria.
    E così, anche quella mattina, incurante dell’umidità e delle pozzanghere, correva a Central Park, con i suoi pensieri a tutto volume.
    Un’occhiata all’orologio per non rischiare di fare tardi in ufficio e…sbam!, si era ritrovata stesa a terra, con una spalla e il fondo schiena doloranti.
    Il ragazzo che l’aveva urtata non smetteva di chiederle scusa.
    Mentre l’aiutava ad alzarsi, Anna continuava a chiedersi da dove fosse sbucato: fino a quel momento aveva incontrato soltanto vecchietti a spasso con i cani.
    Poi lo aveva riconosciuto ed era arrossita.
    Moro, occhi chiari, fisico asciutto, quando Anna aveva iniziato a frequentare il parco, lo incrociava ogni giorno e si era presa una bella cotta.
    Però, a parte qualche sguardo, non c’era stato nulla, non ne aveva avuto il coraggio.
    Era appena arrivata da un doloroso passato per affrontare una nuova vita e l’amore non ne faceva parte, non in quel momento.
    Aveva paura di non riuscire ad affrontarlo, di non riuscire a gestirlo in mezzo a tutta quella gente, a quegli immensi grattacieli e a milioni di luci abbaglianti.
    Ad ogni modo, non ce n’era stato il tempo, perché un bel giorno era sparito.
    Invece adesso era lì, proprio accanto a lei, e la stava riaccompagnando a casa quasi in braccio, perché nella caduta si era storta una caviglia.
    Forse un giorno Anna avrebbe saputo che Matthew non si era fatto avanti prima perché doveva partire per l’Afghanistan, ignorando se e quando sarebbe tornato.
    Aveva maledetto il temporale quella mattina, ma era andato a correre lo stesso, sperando di incontrarla, ora che era di nuovo a casa.
    E non aveva saputo fare di meglio che andarle addosso, proprio mentre non guardava.
    Forse un giorno Matthew avrebbe saputo che Anna non si era fatta nulla alla caviglia.

    © Daniela Giorgini – Sezione B – Accetto il regolamento

  7. Un’alba nuova

    Nascerà
    Un’alba
    Di vetro
    In cui specchiarsi.
    Nascerà un giorno
    Nuovo
    In cui svegliarsi
    Dal dolce torpore.
    In cui liberarsi
    Dalle brutture e
    Dagli errori.
    Nascerà un amore
    Diverso
    In cui lasciar
    Tacere il cuore.
    Nascerà un oceano
    In cui passeggiare
    Le menti indolenti
    E un cielo
    In cui annegare
    Le pene.
    Nascerà un luogo
    Senza tempo
    In cui sospendere
    Noi stessi.
    Un mondo in cui
    Mentre tutto vola
    Noi siamo a terra
    In silenzio
    A guardare
    Ciò che abbiamo
    Fatto.
    SEZIONE AL POESIA
    Accetto il regolamento

  8. Il nonno del trenino delle nuvole

    C’era una volta un nonno speciale, con una barba morbida come le nuvole e un sorriso che faceva brillare gli occhi di chiunque gli stesse accanto. Da un po’ di tempo, il nonno si muoveva su una sedia con le ruote che cigolava piano piano, come un piccolo trenino.
    E infatti, la sua nipotina amava sedersi sulle sue ginocchia e dirgli:
    — “Nonno, andiamo sul trenino!”

    E il nonno rideva, con quella risata che sembrava una carezza.

    Un giorno, il nonno ha preso davvero un trenino — ma non uno qualsiasi: il trenino delle nuvole. È arrivato silenzioso, tutto bianco e soffice, e lo ha portato su, in un posto dove il sole non brucia mai e dove il vento profuma di biscotti e carte da gioco.

    Ora il nonno gioca a carte con i suoi vecchi amici: ogni tanto bara un po’, come faceva sempre, e ride di gusto.
    E quando qualcuno gli chiede di cosa è più orgoglioso, lui posa le carte sul tavolo, si liscia la barba e dice:
    — “Avete visto che nipotina ho? È la più dolce e coraggiosa del mondo. Mi aiutava a pettinarmi la barba e mi faceva viaggiare anche quando le ruote non volevano andare.”

    Poi guarda giù, verso la terra, e sorride.
    Perché anche se adesso il nonno vive tra le nuvole, non se n’è andato davvero: ogni volta che la nipotina guarda il cielo, lui è lì, seduto sul suo trenino bianco, che le manda un bacio con la mano.

    E quando soffia il vento leggero che le scompiglia i capelli, è solo il nonno che sussurra:
    — “Ciao piccola mia, sto bene. E non smetterò mai di viaggiare con te.”
    Sezione b
    Accetto il regolamento

  9. MILENA MUSU, accetto il regolamento, sez. a

    In-vitus.

    Declino l’invito
    con altri commensali, siedo.
    Vieni camminando
    in questi luoghi scalzi,
    consumate scarpe
    suole di piedi.
    Apri le palme e
    portale qui,
    rivolte al cielo.
    Cielo grigio scaglia
    abbondante acqua.
    Declino l’invito e
    su un sasso concavo, siedo.
    Attendo con l’occhio
    la persona che deve arrivare.

  10. Sogno afgano

    Sogno afgano

    Ho viaggiato a piedi scalzi
    negli orizzonti penduli della vita,
    percorrendo strade alternative
    fra carcasse di macchine bruciate,
    lungo i sentieri della mia emotività.

    Ho visto mari e poi deserti,
    timide lune e soli evanescenti,
    donne bellissime e uomini bislacchi,
    bambini che giocavano alla guerra
    con piccoli fucili sulle spalle.

    Mi sono poi seduto sulla terra
    bagnata da rugiada e foglie fresche
    per ascoltare le storie che narravano,
    ad uno ad uno
    al limitar del giorno,
    bevendo da bicchieri occasionali
    liquidi ambrati con paste di cannella.

    Più tardi son tornato nel mio letto,
    nutrito con le spezie dell’Oriente,
    cercando le fragranze sul tuo seno.
    Ma, nel frattempo, mi ero già svegliato!

    Sezione A Accetto il regolamento

  11. IL MIO MANTRA
    Il mio mantra mi porta lontano
    fuori dai quotidiani confini
    dello spazio fisico circostante:
    e mi pare diversa e ingannevole
    la concezione avita del mondo,
    quando la mente si adagia
    su chiazze informe di sprazzi indistinti di colore
    e ora annega in essi, incosciente, felice,
    ora insegue le rondini
    lungo i corridoi di suoni che esse tracciano nell’aria,
    ora si adagia, paga, al cinguettante dialogo
    che nulla spiega all’umano intelletto
    ma pur ne placa l’animo irrequieto!
    E mentre il mondo riacquista
    le sue usuali forme,
    un dubbio affiora lentamente:
    se non sia meglio scoprire ciò che a natura ci collega
    prima di ricercare nuovi, remoti mondi!

    Sezione A – Accetto il Regolamento

  12. La fine del giorno
    Si adombra il sole all’orizzonte
    scompare davanti al mio viso e alla mia fronte
    le nubi si tingono di bellezza
    il cielo si trucca di dolcezza
    Il silenzio timido e severo
    avvolge uno sperduto sentiero
    in ogni dove c’è odore di mistero
    arriva la notte col suo fascino tremendo
    il suo incedere è stupendo
    allegria
    malinconia
    abbracciano l’anima mia
    il cuore batte batte
    con tremore
    in questa sera intensa
    così dalle altre diversa

    accetto il regolamento, sez. a

  13. Sez. B

    AD UN PASSO DA TE

    Il percorso che dovevo fare a piedi ogni mattina per andare a scuola, era lungo circa un chilometro.
    Uscivo da casa, con il mio zaino in spalla e quella speranza nel futuro per cui mi faceva amare la scuola in maniera spropositata diversamente dai miei compagni di classe.
    Avevo circa 10 anni e frequentavo la quinta elementare.
    Il tragitto per andare a scuola, mi portava sempre a fiancheggiare una casa che pensavo fosse disabitata. Ricordo che ne ero affascinata.
    La facciata senza intonaco, ma, anzi, fatta in pietra ed il portone nero a doppio battente con due manopole tonde che sembravano essere di ottone. In bassorilievo, poi, si intravedeva un qualche genere di figura che ritraeva dei rami con delle foglie dorate che richiamavano la stessa cromatura delle manopole.
    Vi era un cancello, anch’esso nero, semplice, che era sempre chiuso.
    Solo una finestra dava sulla parte della strada che percorrevo, ed era categoricamente sbarrata.
    Io ero solita rallentare davanti a quella vista così pazzesca.
    Quella casa era letteralmente una macchia oscura e gotica in mezzo al mio paesino fatto di luce, sole e mare, soprattutto durante l’estate quando, tra le altre cose, si popolava di turisti che, tra una corsa frenetica per andare al mare e un’altra per fare spese di vario genere lo riempivano di vita.
    La maggior parte dei miei coetanei sembrava non volesse addirittura neanche parlarne di quella casa e così io mi ritrovavo da sola a fantasticare su strane creature che potevano abitarla e, ogni volta che ci passavo, mi fermavo ad ammirarla estasiata e sempre più incuriosita.
    Un giorno, come al solito mi ritrovai a percorrere il tragitto che mi avrebbe portata a scuola, ma ero un po’ in anticipo.
    Decisi di avvicinarmi al cancello della “casa fatata” (l’avevo battezzata così).
    Con cautela attraversai la strada, indossai entrambe le bretelle del mio zainetto che pesava un po’ più del solito, e afferrai entrambi i battenti del cancello come per sporgermi con il viso attraverso le grate per cercare di guardare meglio verso la finestra in alto, sempre chiusa, con le tende scure tirate.
    Strabuzzai un po’ gli occhi ed intravidi una mano che stringevano un lembo della tenda…
    Mi illuminai!
    In quella casa ci viveva davvero qualcuno!!
    Diedi un’occhiata all’orologio che portavo al polso e…dannazione, dovevo affrettarmi, si faceva tardi, dovevo andare a scuola!
    Ma sorrisi, guardai ancora una volta verso la finestra e feci un saluto con la mano.
    Naturalmente non mi rispose nessuno, e per quanto ne sapevo, potevo anche essermi immaginata tutto quanto. Ma io volevo credere che chiunque ci fosse là dentro, aveva visto il mio entusiasmo.
    Me ne andai trotterellando e fischiettando verso la scuola, con una gioia strana nel cuore.
    La giornata era trascorsa velocemente tra un compito in classe e un nuovo argomento spiegato dalla professoressa di storia.
    Ero in classe, ma solo fisicamente.
    Con la testa ero in quella casa.
    Mi facevo dei film mentali pazzeschi e non vedevo l’ora che arrivasse il giorno dopo.
    Se solo fossi potuta tornare a piedi a casa, sarei ripassata di là, avrei dato un’altra occhiata, ma all’uscita veniva a prendermi sempre il mio papà.

    Quel giorno decisi di non dire nulla ai miei.
    Avrei tenuto quel segreto per me, ancora per un po’.

    La mattina dopo mi alzai di buon ora e uscii da casa con la scusa che dovevo vedermi con Micaela, la mia migliore amica, per ripassare la lezione del giorno in classe.
    Diedi un bacio al volo alla mamma e presi la via per la scuola come ogni giorno.
    Era una splendida giornata di ottobre. La temperatura gradevole, il sole già alto nel cielo. Il paese si era svegliato col profumo del pane caldo del fornaio ed i cornetti appena sfornati del bar al centro.
    Arrivai di corsa davanti a quella casa di cui ero perdutamente innamorata e ciò che mi si parò davanti fu talmente una sorpresa che, ad un certo punto, non seppi se il respiro affannoso che mi ritrovavo fosse più per la corsa che avevo fatto per fare in fretta o per la grande sorpresa.
    Il cancello era aperto, così come anche il portone, e appena sull’entrata, vicino ad una pianta ornamentale, sotto ad un fascio dorato di sole che brillava nel cielo, c’era un signore anziano sdraiato su una poltroncina.
    Il suo viso era dolce, aveva folte sopracciglia bianche, e pochi capelli dello stesso colore, tirati indietro. Gli occhi chiarissimi e il viso un po’ pallido ma con un sorriso che si apriva in modo così emozionato che mi fece sentire stranamente felice.
    Sai, come quando si vuole tanto tanto bene a qualcuno?
    Ecco, così mi sentivo, ma ero consapevole che non lo conoscevo, non poteva essere possibile una cosa del genere.
    Il signore che mi sorrideva, era seduto su una poltroncina in vimini, le gambe erano coperte da una pesante copertina a quadri, probabilmente in pile, e indossava una vestaglia blu notte.
    Con mia grande meraviglia mi fece un saluto con la mano ed io mi ritrovai a ricambiargli quella gentilezza aprendomi in un sorriso a mia volta.
    Poi mi fece un cenno con la mano per raggiungerlo.
    Mi ritrovai a salire quegli scalini, piano piano, uno dopo l’altro.
    All’improvviso mi sentivo quasi timorosa, ma continuai imperterrita ad avanzare fin quando mi trovai faccia a faccia con quell’uomo che, visto da vicino, sembrava molto più vecchio che non da prima dietro al cancello.
    “Ciao”- mi disse- “ come ti chiami?”
    Io non risposi. Mi sentii avvampare e i miei occhi furono catturati da una bombola di ossigeno che l’anziano signore aveva alle sue spalle.
    Lui continuò, senza fare caso a me che sbirciavo nella sua casa: “Il gatto ti ha mangiato la lingua, eh?” e si aprì in una risata appena accennata interrotta da qualche colpetto di tosse.
    Da dentro alla casa si sentì una voce di una donna che si affacciò subito, era un’infermiera, credo, perché aveva un camice bianco con una cuffietta in testa che le teneva raccolti tutti i capelli: “Signore, deve mettere l’ossigeno, prego”- disse, prendendo l’arnese che stava alle spalle dell’uomo e aiutandolo a metterlo nel naso così che quello iniziò a respirare con regolarità e, girandosi verso di me, fece di nuovo un ampio sorriso e disse: “Oh non è niente sai? Questa roba mi aiuta solo a respirare meglio. Quindi, come hai detto che ti chiami?”
    “Alice”- risposi, tenendo le mani in grembo e abbassando appena la testa.
    “Ma che bel nome! Allora Alice, dimmi, come mai da queste parti, eh?”
    Da lì diventai un fiume in piena. Gli raccontai praticamente tutto.
    Di come mi ero innamorata della casa, di come credevo che ci vivessero delle creature magiche e di ciò che avevo sentito in giro.
    E lui sorrise, con un velo di dolcezza mista a malinconia tipici di chi aveva la sua età.
    Gli raccontai che il giorno precedente avevo visto una mano tenere la tenda e lui sorrise confermando che, sì mi aveva vista, così come anche tutte le mattine precedenti mentre fissavo la sua casa, e quelle in cui me ne stavo lì, sotto alla pioggia, con l’ombrellino in mano e l’acqua che cadeva giù a secchiate.
    E lui mi ascoltava con aria divertita ma anche molto dolce e paziente.
    Da quella mattina, tutti i giorni andavo a trovare quell’anziano uomo, come e quando potevo.
    Chiacchieravamo tanto.
    Parlammo, di tutto, ma in realtà adoravo più che altro che a parlare fosse lui. Era un pozzo di storia e di vita che gli era scivolata addosso con irruenza.
    Mi raccontò di come era sopravvissuto alla guerra, di quando fu fatto prigioniero ed il modo in cui era riuscito a scappare, salvando la vita a se stesso e ad un amico, nel cuore della notte. Di come entrambi erano stati diversi giorni senza acqua né cibo, in terra straniera, senza alcun modo di comunicare con casa propria, e di come, poi, il destino li aveva salvati, facendoli tornare sani e salvi alle loro case, nella loro patria.
    Mi raccontò di aver avuto una moglie che era morta da diversi anni e una figlia.
    Quando arrivò a quel punto, diventò triste e malinconico.
    Sua figlia non aveva accettato il fatto che lui si fosse risposato dopo qualche anno dalla morte della madre e non aveva più voluto parlargli.
    “È strano come si diventi soli, all’improvviso, anche se hai amato tanto”- mi disse facendomi un sorriso triste.
    I giorni a venire furono tristi anche per me.
    Ero tornata a trovare quel signore a cui sentivo di essermi legata, ma la sua infermiera mi aveva sempre detto che il vecchio uomo non stava tanto bene, che era stanco e di provare a tornare il giorno dopo, che magari sarebbe stata una giornata migliore.
    Ma finii per ammalarmi. Presi un brutto raffreddore e non potei uscire da casa per circa una settimana.
    In quei giorni mi chiedevo come stesse quel mio vecchio amico.
    Mi mancava e allora chiudevo gli occhi e ripassavo nella mente tutto il tempo trascorso insieme sull’uscio di quella porta semiaperta che dava sul giardino di quella sua fantastica casa.
    Un giorno sentii mamma piangere.
    Era una domenica mattina presto. Mi alzai svegliata da tutto il trambusto e trovai la mamma che, abbracciata a papà, singhiozzava.
    Tra le mani stringeva una lettera.
    Appena mi vide, pianse tutte le sue lacrime venendomi incontro. Mi fece leggere la lettera che riportava solo qualche riga :
    “Mi hai donato la vera gioia due volte nella vita: quando sei nata tu 32 anni fa e quando ho scoperto di avere una nipotina che porta il nome della mamma, che non ho mai smesso di amare. Averla conosciuta è stato il regalo più bello che potessi mai sperare di ricevere prima di ricongiungermi con la mia amata sposa. Spero, un giorno, mi perdonerai.
    Ti voglio bene,
    Papà”

    Guardai mamma senza ben capire cosa stesse accadendo.
    Poi lei mi guardò con infinita dolcezza e mi spiegò: il signore anziano conosciuto in quella casa, con cui avevo fatto amicizia, era il mio nonno materno. La mamma era la figlia di cui lui mi aveva parlato.

    Oggi ho vent’anni. Stringo tra le mani una foto in cui il nonno abbraccia la nonna, e la mamma è tra le loro braccia. Sembrano felici. Non ho avuto molto tempo con lui, ma quello che ho avuto è stato unico e prezioso, e lo porto nel cuore come una reliquia. La vita è imprevedibile, il tempo che abbiamo non è mai abbastanza, e spesso le persone che amiamo restano accanto a noi senza che ci rendiamo conto della loro importanza. Io mi sento fortunata: ogni istante trascorso con il nonno è stato un dono, un frammento di eternità che conservo dentro di me. Un pezzo della mia anima vivrà con lui per sempre, e ogni volta che ricordo i suoi occhi, il suo sorriso e le sue storie, so che in me continuerà a battere una vita che non smetterà mai di raccontare amore, memoria e bellezza.

    Antonella Chiego

    Accetto il regolamento

  14. La commerciante di lana

    Suonava già la campana delle cinque
    tra strade sbrecciate e usci consumati;
    le case crollate d’inerzia
    nel lungo lavoro del sonno.

    Nelle contrade il gallo, cantando,
    faceva orazioni al giorno nascente
    e una donna di zelo vestita
    s’attorciava la cappa alla vita.

    Pater Noster qui es in caelis…
    in cieli lontani d’infamie intoccati
    panem nostrum cotidianum da nobis hodie…
    più amaro del basto così è meritato
    et ne non inducas in tentationem…
    il laccio del diavolo morale ammorba.

    E il giorno s’apriva santo e crocefisso
    tra lana da lavare, da cardare e da filare
    e lavoranti giovani e inesperte
    avvezze già al peccato del sorriso.

    Svista fatale il destino delle rose
    teneva l’occhio aperto l’accorta Parca
    e il vincastro.
    Pulpito e acquasantiera le braccia operose
    stringevano canestri aggiustavano bilance

    mentre il pendolo scandiva il tempo
    delle angosce trattenute nelle labbra
    strette e mute
    che dicevano. rosari per i morti di ogni
    tempo,
    vivi, estinti o spirati col vento.

    Sfinito cedeva il giorno dilaniato,
    per le scale incalcinate il tacco immacolato
    salutava senza indugio il dovere onorato.

    Ave pater gloria
    Ora pro nobis peccatoribus
    tieni lontana l’Avurie e le voglie
    nel sonno pesante e immacolato
    affossa il tormento del giorno passato.

    Sez.A Accetto il regolamento

  15. ad una vittima di violenza
    AYESHA
    E’ bastato un attimo
    un soffio di vento
    e sei comparsa
    nitida nel mio pensiero
    ardente come il fuoco
    con una cascata di ricordi
    che ruotano insieme
    nel mare del nulla
    inchiodata alla tua croce
    dell’essere donna
    martoriata a soli vent’anni

    accetto il regolamento

  16. Sezione A
    Accetto il regolamento

    L’ARTE MALEDETTA DI INNAMORARMI DI TUTTO E PER FORZA

    Circondato da una distesa di rubinetti arrugginiti che perdono, illuminati dagli ultimi raggi del Giorno che, biechi e invadenti, cercano invano di resistere alla notte feroce che avanza.

    Mi innamorai di ognuno di loro mi lasciai invadere, spalancai ogni porta, bruciai ogni affetto, sperperai i talenti che mi diede mio padre di nascosto, uccisi mio padre e mia madre, immolai mio figlio. Ho dileggiato la maggioranza dei miei giorni che, voltandomi ora, non trovo piu’.

    Adesso, il groviglio di tubi marci arrugginiti dal sole sbranati dal tempo ha divorato ogni mia intenzione e soffocato ogni autentico d’erba, ha violentato le mie Albe migliori.

    Mi salvo’ l’innamorarmi di tutto.
    Anche dei rubinetti arruginiti.

    E’ stata un’arte.
    Non c’era scelta.
    Ma e’ stata una catastrofe.

  17. Accetto il regolamento sez. A

    Punti fermi

    Uno straccio di vita, a volte
    resta fra le mani
    dopo tanto peregrinare
    per isole immaginarie
    alla ricerca d’ignota felicità.
    E quando il semaforo dei pensieri
    scatta il rosso
    alle pendici di un vulcano
    in lenta eruzione
    mi accascio, tra memorie sbiadite
    e mille “se avessi…”
    E un’alba si tinge ancora
    dei colori calpestati
    da avari sentimenti
    egoismo rigonfio
    d’inutili spettacoli… miseri e
    privi di dignità obliata.
    Schegge e liquami ci inondano
    a brancolare in melmose
    illusioni.
    Ritorno all’epicentro del mio essere… qui.
    A rischiarar la luce che
    avevo smarrito
    e la rivoglio ancora!
    Un’altra vita non ce l’ho
    rinasco adesso
    oltre ogni dire
    oltre il tempo
    oltre flebile misura imposta
    che sbadiglia e si piega
    come canna al vento.
    Il mio senso è tenerla in piedi
    appoggiata a spalle ancor
    solide alla fiducia.
    Punti fermi che rincasano.

  18. APPUNTAMENTO AL BUIO

    Si erano conosciuti grazie ad un appuntamento al buio,cioè senza vedersi
    prima,lo stesso dicasi però dopo in quanto tutti e due erano ciechi,o…….
    come si dice più correttamente oggi, non vedenti, per essere ancor più
    tecnologici……privi di decoder.
    Fu comunque amore a prima vista,tanto che decisero di non separarsi
    più e d’impeto si liberarono dei loro cani guida,se da un lato la loro
    unione impietosiva la gente, dall’altro i lati positivi certo non mancavano.
    Carlo non sarebbe mai stato criticato da lei per l’orrenda scelta di colori
    del suo abbigliamento, né di non aver notato la nuova pettinatura di Clara.
    A Clara non sarebbe capitato di essere redarguita per il suo modo di
    posteggiare l’auto, e non avrebbe dovuto subire alla tv delle per lei insulse
    partite di calcio.
    Decisero così di sposarsi,e non optando per una lista nozze si trovarono
    con metà degli invitati che decisero di regalare loro un cane guida, e con
    l’altra metà che preferì un più elegante bastone bianco, tra applausi e
    lancio di riso a casaccio iniziò una serena e trasparente vita coniugale.
    Tutto filò liscio fino al giorno in cui capitò che Carlo, fuori città per il
    suo lavoro, approfittò di un passaggio e rientrò inaspettato a casa quando
    già era in piena notte.
    Aprì la porta cercando di fare meno rumore possibile per non svegliare la
    moglie,non accese la luce per lo stesso motivo,poi si diede del pirla
    ricordandosi che erano non vedenti, si infilò sotto le lenzuola e allungò
    la mano cercando il corpo caldo di lei,la mano carezzò i suoi fianchi,
    strano,se li ricordava diversi, poi scese con la mano più giù e sentì quello
    che non doveva,e che era impossibile sentire, e proruppe in un grido.
    Lei si svegliò di soprassalto,e lui l’accusò: – ” vedo che mi tradisci!”
    – ” miracolo” – gridò lei ( dato che lui tornava da località vicino a Lourdes )
    L’amante scappò lesto e lui chiese il divorzio, ma se l’amore è cieco anche
    la giustizia non è che ci veda benissimo, per cui dopo mesi a farsi la
    guerra nel foro di competenza , Clara ottenne gli alimenti e anche la
    casa coniugale, poi con l’amante si fermò subito in un bar a festeggiare.

    Clara ordinò una bottiglia di spumante, e dato che era un giorno fortunato
    comprò tre gratta e vinci, poi chiese all’amante se avessero vinto, ma lui
    dopo un prolungato silenzio le rispose di no, del resto avevano già vinto
    a sufficienza in tribunale, le disse per consolarla e si avviarono a casa.
    Il mattino dopo cercò a tastoni il corpo del suo compagno, trovando
    solo le lenzuola, non le ci volle molto a capire che l’amante non c’era più,
    ne denunciò la scomparsa e per qualche mese si mise il cuore in pace, fino
    al giorno in cui un suo amico lo incontrò per caso alle Maldive scoprendo
    così che era scappato lì con una ballerina da nightclub e con un milione di euro
    presi col gratta e vinci preso insieme, insomma aveva colto il momento
    favorevole al volo e aveva iniziato una nuova vita.
    Sentito il racconto, alla poveretta caddero le braccia e l’amico, agitando il
    ditino la irretì dicendole:”eh, cara mia, chi la fa l’aspetti.”
    Lei rispose abbacchiata:”quel che più mi spiace è che l’appuntamento
    al buio con la fortuna era mio, non suo.”

    sez. b accetto il regolamento

  19. SORVOLAR LA SCORTESIA

    Evito l’ardire della gente
    che mi insulta e vilipende

    senza ne tema e ne paura
    di parer della mala postura

    di sembrar pure maleducato,
    perché a tutti ho già parlato,

    ma scanso tutte le lor offese
    ignorando le rie intese

    tra individui insolenti
    di gente falsamente dolente,

    che più in alto volo e vivo
    meglio sempre sto con il cuor mio.

    Sezione A (poesia). Accetto il regolamento.

  20. L’USIGNOLO

    In primavera un usignolo cantava benissimo e felice su di un albero vicino alla casa di un Maestro di canto che stava provando una famosa canzone da cantare alla Messa di anniversario della morte della sua mamma. Il Maestro, estasiato da quel bellissimo canto, si avvicinò alla finestra e chiese all’ usignolo: Ma come fai a cantare così divinamente senza aver studiato musica? Io ho fatto il conservatorio ma non riesco a cantare così bene come te.
    L’ usignolo gli rispose: Il mio è un dono di natura, non è merito mio, ma del buon Dio. Prova anche tu a cantare qualcosa di tuo che ti viene dal cuore senza troppo studiare gli altri autori. Se anche all’inizio non ti verrà molto bene almeno sarà il canto del tuo cuore.
    Senza studiare troppo ogni nota comporrai musica bella e semplice ed è quello che conta, invece di tante teorie complicate di musica classica che non sempre nascono dalla semplicità della bellezza.

    Seziona B (racconto breve). Accetto il regolamento.

  21. Sezione B – Accetto il regolamento

    Senza voltarsi indietro

    Il vento si mescola al fumo delle torce, portando con sé l’odore acre della terra calpestata e del ferro. Morrígain si stringe il mantello di lana colorata sulle spalle e la stoffa pesa meno della decisione.
    «Non farlo, mia Regina».
    Aedan parla con la voce spezzata, quasi rabbiosa,
    «Il tuo sangue vale più di tutti i nostri guerrieri» prosegue.
    Lei lo guarda con il viso segnato da giorni di veglie e battaglie.
    «Se il mio sangue basta a scongiurare un massacro, allora è giusto che scorra».
    Aedan non riesce ad evitare di lisciarsi nervosamente la lunga barba rossiccia; sa perfettamente che i Romani saranno inflessibili con chi ha guidato la ribellione degli Iceni, ma insiste.
    «Non abbandonarci».
    Morrígain sorride.
    «Ho promesso. Il coraggio non vi abbandonerà e non avrete bisogno di me».
    Gli altri comandanti abbassano lo sguardo e nessuno osa dire altro: il silenzio è il loro ultimo tributo.
    Due hanno le lacrime agli occhi, ma sono guerrieri Celti e non possono piangere.
    «Il coraggio non basta; non scordate la saggezza e la comprensione, altrimenti sarete combattenti valorosi ma aridi e inutili» dice Morrígain, ed è il suo saluto; quando si volta per lasciarli, sente le loro spade tintinnare mentre si inginocchiano.
    Il suolo sotto i piedi è duro, quasi ostile ed ogni passo è pesante come se le gambe fossero diventate di legno, ma prosegue; oltre la collina, la legione romana è schierata in perfetto ordine, come una moltitudine di statue immerse nella nebbia.
    Morrígain si ferma a pochi metri dal centurione e la sua voce è ferma.
    «Io mantengo la mia promessa, voi mantenete la vostra: che nulla accada al mio popolo e gli dei mi siano testimoni».
    Il centurione la guarda in silenzio, dietro di lui il Comandante della Legione annuisce: un solo gesto, ma sicuro e solenne.
    Morrígain consegna lo scudo rotondo intarsiato, la lancia e la spada; il centurione persevera nel silenzio, ma è orgoglioso che una donna tanto coraggiosa abbia consegnato le armi proprio a lui.
    Morrígain socchiude gli occhi e respira la terra, il fuoco e la pioggia, inala il profumo penetrante dei cespugli di vischio: è l’ultima volta per tutto e di tutto, ma è una Regina Celtica e sa che il destino va affrontato.
    Percorre l’ultimo tratto verso la legione con decisione, senza voltarsi indietro.

  22. Sezione A – Accetto il regolamento
    Polvere

    Ti ho incontrata tra i bicchieri luccicanti,
    e un pianoforte scordato che rideva di me.
    Avevi gambe nere di velluto e sussultavo,
    il tuo sorriso sapeva di whisky e polvere.
    Mi hai trascinato nella danza voluttuosa,
    sudore dei corpi e clangore dei tacchi,
    ogni passo sembrava un colpo di pistola,
    ogni risata un graffio gentile sulla pelle.
    Io ero carne, tu sottile fumo voluttuoso.
    Ero sangue, tu un chiodo scivoloso.
    Eppure ti ho seguito nella perdizione,
    come un cane randagio guarda la luna.
    La notte mi ha sputato fuori stravolto,
    con le mani sporche e il cuore in pezzi.
    Ancora ti sento regina del mio disastro,
    tra le ombre mi chiami al piano di sopra.
    Non desiderare le donne, non sognarle
    ti porteranno senza scampo nell’abisso.
    Continuerai a declamare lo stesso verso,
    non c’è salvezza, solo ritmo confuso e ferite.

  23. THE LAST SUPPER

    Si era ritirato in quella tenuta isolata, appena dentro al bosco verde smeraldo d’estate e irto ed appuntito di rami secchi d’inverno.
    Aveva dovuto prendersi una pausa da quel suo assurdo lavoro di alchimista, trasformatore di materie prime nobili e ricercate, in piatti fantasiosi. Faceva lo chef in un ristorante stellato, ma lo stress lo aveva abbandonato in balia della sua pignoleria eccessiva e di quel perfezionismo che l’avevano fatto ammalare.
    Un esaurimento, una crisi di nervi che si era manifestata d’un tratto, mentre preparava un secondo con lumache e crema di parmigiano. Si era avventato sul suo sous chef, brandendo un coltello, lo aveva ferito ad un polso per poi tentare di ucciderlo.
    Non aveva mai pensato di poter arrivare ad uccidere qualcuno, ma se non lo avessero fermato, lo avrebbe fatto certamente. La cosa più sconcertante fu capire che il gesto non era un colpo di matto del momento, ma che ucciderlo lo avrebbe fatto sentire bene, inebriato da quella sensazione paragonabile alla soddisfazione dei sensi che provava chi degustava i suoi piatti elaborati.
    Creare piatti fantasiosi, precisi, perfettamente impiattati e decorati, lo aveva portato a perdere la ragione, a mettere il suo lavoro su un piano più importante della vita degli altri o della propria.
    Ma in fin dei conti, la cucina non era sadica di per sé? Tagliuzzare, affettare, bruciare, scotennare, arrostire nelle fiamme purificatrici, infilzare, impalare…. Tutti gesti che lui conosceva bene. L’unica differenza era che tutte queste azioni le effettuava su qualcosa di morto, inerte, inanimato. Qualcosa a cui lui doveva creare un’anima, un significato. Questa ricerca di ridare vita a ciò che non l’aveva più, gli aveva fatto perdere la ragione, i punti di riferimento sociali, i propri stessi valori, per spingerlo in una dimensione diversa.
    Era la stagione in cui il bosco si vestiva del verde acceso come colorato dalle piogge abbondanti che si alternavano ad un sole che acquisiva altezza e calore sopra all’orizzonte. Il viale principale della villa, fino al cancello pesante e cupo in ferro battuto ma che rimandava ad un epoca austera, con il suo ghiaino grigio ed uniforme, staccava sul verde della selva. Se fosse stato un pittore avrebbe aggiunto del rosso carminio a quel paesaggio che vedeva dalla grande vetrata del soggiorno.
    Cosa si ricerca mentre si assaggia qualcosa di nuovo, di sconosciuto, qualcosa su cui non abbiamo le conoscenze adeguate per avere delle aspettative? Tutti avevano imparato a distinguere i suoi piatti, tutti ossequiosamente dicevano di amarli. Molte volte si era chiesto se ciò fosse a causa del prezzo. Chi spende qualche centinaio di euro per un risotto non può dire che non gli piace, non può dar a vedere una qualche delusione, già solo per avere la possibilità di poterselo permettere.
    Chi assaggia un piatto mai assaggiato prima deve essere sorpreso, deve appagare la voluttuosità, quel desiderio completo di profumi, sapori, morbosità, sesso.
    Così appartato, aveva iniziato a cambiare i paradigmi della sua scienza. Perché non pensare ad un avventore esso stesso piatto di portata o addirittura cibo?
    Aveva iniziato con i suoi vicini di casa, una coppia anziana, li aveva invitati a cena e dopo averli sedati con una dose massiccia di Fentanyl, dose che comunque li teneva svegli ed alternatamente coscienti. Aveva usato le loro stesse carni come piatto principale e le aveva servite una all’altro.
    L’uomo lo aveva cotto con scaglie di cioccolato fondente al settanta percento, dopo averlo insaporito con salsa alla diavola e il fondo di tartufo.
    Con la donna aveva fatto un filetto alla Wellington, avvolgendolo nel prosciutto crudo e poi nella pasta sfoglia. I due erano stati immobilizzati e gli era stato servito il piatto come pietanza contenente la parte dell’altro.
    Poi aveva continuato con una donna vegetariana che lo aiutava a tenere pulita la grande casa. Dar da mangiare se stessa ad una vegetariana, era stata una mossa ironica e cinica allo stesso tempo.
    In quella tenuta viveva rigorosamente da solo, continuava a studiare l’abbinamento dei gusti, a ricercare il profumo adatto, l’abbinamento con il vino più consono.
    Uccidere non era più un tabù, specie in quel modo, dove le persone prima di essere finite definitivamente con una potente dose di tetrodotossina, scoperta studiando il modo orientale per preparare il pesce palla. 25 mg avrebbero steso chiunque, lasciandoli coscienti, intaccando il sistema nervoso e paralizzandone pian piano tutti i muscoli, compresi quelli della respirazione.
    Morivano così, cianotici, con un ghigno sulla faccia, forse coscienti di morire mangiando se stessi.
    Non era matto, non vi era un’altra metafora più potente della vita stessa. Siamo piccole formichine che adempiono ai loro compiti, piccole ruote degli ingranaggi di una macchina molto più grande chiamata società, che decide cosa’è o cosa non è consono a se stessa, che decide guerre, meriti, gioie e dannazioni per le sue stesse rotelline, pene, umiliazioni e per i più fortunati l’Olimpo del riconoscimento. Aveva assaporato già tutto questo. Sparire in una sua dimensione intima, era la sua ricerca, facendola espiare alle rotelline dell’ingranaggio che lo aveva tritato e ridotto così. Per essere perfetti ingranaggi consumiamo noi stessi, incastrati in relazioni umane talmente invadenti da scartavetrare parte di noi per far spazio e girare meglio nel marchingegno.
    Scarlet l’aveva trovata al mercato, stava ordinando dei carciofi al banco della verdura. Era bella, godeva di quell’età in cui ad una donna si può perdonare tutto, anche la mancanza di acume e l’intelligenza.
    L’aveva vista da distante e con occhio clinico stava già scegliendo la verdura dal banco con cui l’avrebbe servita.
    Iniziò così l’avventura di una nuova mortale ricetta, scelse un mango maturo, poi del frutto della passione, un limone dalla scorza gialla e spessa da fare candito, i pomodori per il contorno da preparare con la skordalia di mandorla, il tartufo nero, la noce moscata e l’olio alle erbe.
    L’aveva abbordata parlandole della differenza tra le mamme romane e il carciofo di sant’Erasmo di Venezia, l’aveva sedotta con la sua parlantina e la sua passione nel descrivere la combinazione di elementi per una cena che solo pochi avrebbero potuto assaggiare, ed ancora meno cucinare.
    Scarlet pendeva dalle sue labbra, era bellissima incorniciata in dei capelli biondi lisci che con il loro volume la facevano brillare tra le vie bagnate del mercato. Lui vedeva in lei il piatto perfetto, la cena ideale per essere “unvergesslich” indimenticabile, come dicevano i tedeschi. Negli occhi di Scarlet si notava una forte luce intelligente ed allo stesso tempo la placidità bovina della vittima. In lui il desiderio voluttuoso del sesso era stato sostituito dal piacere per la ricercatezza della cucina perfetta, dove il piatto è costituito da materia viva e dove chi lo assaggia mangia un po’ di se stesso.
    Quella sera era arrivata alla tenuta, fasciata di un vestito rosa, increspato sui fianchi con un’unica bretellina che si legava allo scapolare sinistro e che lasciava le gambe toniche ed abbronzate di Scarlet quasi completamente alla sua vista. Le aveva servito un ottimo Don Perignon con una dose di Fentanyl per rilassarla e renderla inoffensiva. L’aveva adagiata sul divano che teneva in cucina per farle vedere tutta la preparazione studiata e voluta solo per lei.
    La cucina con le sue luci intense che delimitavano esclusivamente i piani di lavoro in acciaio, pulitissimi, era intarsiata di radiche preziose, in ordine c’era la linea di materie prime che avrebbero fatto parte degli ingredienti di quella cena, tutti gli ingredienti che avrebbero accompagnato Scarlet lentamente alla morte.
    La linea dei coltelli, fatti affilare da un artigiano giapponese tutte le settimane e capaci di sezionare carpacci finissimi quasi trasparenti. Tre taglieri di ulivo, intagliati, erano stati messi proprio di fronte a Scarlet, che stesa sul divano sbavava dall’angolo della bocca, quasi costretta ad osservare la preparazione di se stessa.
    Dagli angoli bui della cucina apparve lui, vestito da schef, in una divisa di raso di cotone nera, bordata di bianco, con gli alamari dei bottoni sul petto ricamati a mano. Aveva scelto il nero perché comunque lui rappresentava la parte creativa ma anche l’undertaker, il becchino, che avrebbe accompagnato Scarlet nei suoi ultimi istanti.
    Lo aveva anteceduto solamente la primavera di Vivaldi che scorreva dall’impianto di filodiffusione. Scarlet quasi non batteva ciglio, immobile fissava la
    Luce bianca asettica illuminare i taglieri di ulivo e lo
    Chef. Forse aveva fatto in tempo a capire cosa stesse succedendo, ma nessuno avrebbe potuto dirlo con precisione.
    Lui iniziò affettando con cura, lentamente, come
    Per prolungare l’agonia della ragazza, concentrato com’era la osservava solo ogni tanto, come si osserva un ingrediente.
    La musica sembrava perfetta, per la stagione, per la freschezza del piatto e per il momento, che, per come la vedeva lui, era più gioioso che triste.
    Preparò la salsa di mango, il tartufo, la
    Skordalia di mandorle, pronto a creare l’entrèe, il contorno, il dolce per poi passare ad usare la stessa assaggiatrice come piatto principale.
    Le si avvicinò piano, le sfilò il vestito rosa pesca, le accarezzò i capelli biondi e lisci, la guardò negli occhi sbavare sul bracciolo, le sfilò l’intimo elegante e la osservò cercando di capire come impiattare la sua ospite, come renderla perfetta per la cena.
    Le sue nudità avvolte dal cuoio del divano, con l’abito e la borsetta infilati come spinte e contrappoggi per tenerla dritta e farle osservare la sua arte, ne davano una scena rassegnata, la vittima che va al macello.
    Lui prese il coltello per disossare, le si avvicinò, era divertente pensare che la lama per disossare così fina è corta avrebbe allungato la vita di Scarlet il tanto che bastava per mangiare se stessa. La ragazza iniziava ad avere dei movimenti volontari, leggeri ed ancora intorpiditi dal Fentanyl. Era il momento esatto in cui le avrebbe asportato il polpaccio destro, recidendone prima il tendine di Achille per poi salire e separarlo dal muscolo plantare lungo, dal tibiale posteriore e dai flessori delle dita e dell’alluce, fino al muscolo popliteo. Le avrebbe pulito i setti muscolari con cura, fermando l’emorragia delle vene profonde e separando il tessuto connettivo che riveste le strutture anatomiche e che risulta fibroso al palato.
    Le accarezzo la pelle dolcemente studiando quale fosse l’incisione iniziale più conveniente e, proprio quando aveva alzato il coltello per iniziare il lavoro, Scarlet in un movimento rapido e neanche poco accurato gli infilò un punteruolo nell’orbita oculare, con forza, fino al manico. Lo portava sempre con sé in borsa per difendere la sua bellezza.
    Nei pochi istanti che gli rimanevano mise a fuoco la musica classica che lo circondava e vide Scarlet piegarsi ancora sbavando su di lui ed azzannarlo ad una guancia, ritraendosi sporca di sangue come un animale predatore che affonda le zanne nel pasto tanto agognato. Vide Scarlet masticare con calma e con il preciso istinto di difendersi da lui. Pensò con ironia al fatto che il Fentanyl fosse chiamato anche la droga degli zombi, il sangue caldo scorreva
    Copiosamente sul suo corpo ed in quel momento avrebbe dato qualsiasi cosa per la tetrodotossina, per finirla il prima possibile, per sgonfiarsi come fa il pesce palla e fuggire la vita.

    PS.: se foste curiosi potrei darvi la ricetta per la salsa al mango… ma non tutti gli ingredienti sono sicuramente morti…

    Accetto il regolamento sezione B

    1. Racconto degno di un eventuale sequel del film “The Menù” con Ralph Fiennes. Complimenti, complimenti, mi auguro che possa uscire un libro con questo e altri racconti simili.

  24. Sezione A poesia
    Accetto il regolamento

    STOFFE EMOTIVE
    Ci sono sentimenti in poliestere, anche
    stirati, fanno pieghe.
    Pizzicano il cuore
    e scivolano addosso
    come pioggia sui vetri.
    I sentimenti di cotone, invece, sono autentici
    si macchiano di vita, si restringono
    dopo un addio.
    Profumano,
    di casa,
    di verità.
    E quando li indossi,
    il poliestere fa solo scena e luccica,
    il cotone resiste ai lavaggi dell’amore,
    sa restare, ed è
    capace d’amare.
    Lorena Silvia Sambruna

  25. Tu

    Tu, lontana eco di un sorriso,
    ombra sbiadita sulla parete del cuore.
    Il tuo profumo, memoria di viaggi felici,
    ora solo vento freddo tra le dita.

    Il tuo nome un sussurro proibito,
    una melodia spezzata,
    cicatrice che pulsa,
    ferita che non guarisce.

    Eri il sole a mezzogiorno,
    la luce abbagliante nella notte,
    ora solo una luna pallida,
    riflesso fragile nell’acqua stagnante.

    Ricordo le tue mani che mi guidavano,
    calde e sicure,
    un vuoto incolmabile,
    mi sento smarrita.

    Tu, amore perduto,
    per sempre assenza ingombrante
    nel silenzio assordante
    della mia anima derubata.

    Sezione A – Susanna Andreone – Accetto il regolamento

  26. SEZIONE A Accetto il regolamento
    L’ UOVO

    Sto covando un uovo.
    Sto covando il mostro della mia infinitesima piccolezza.

  27. Mostar
    Il barista ha posato il caffè
    sulle cicatrici del tavolo,
    alla parete i fori di mortaio
    e sull’asfalto rose rosse.

    A Mostar vivono due anime
    case incompiute
    e cimiteri nei parchi,
    acqua negli occhi
    e sulle labbra i silenzi
    di chi eredita
    i propri nemici.
    SEZIONE A Accetto il regolamento

  28. Per insonne notte

    Con tacito e silente passo
    m’avvio verso le paludi
    dell’insonne notte.
    E i pensieri si ossificano,
    si disperdono, il tutto si perpetua
    nell’immoto divenire.
    E con il cuore ammantato
    di truce serenità
    calpesto sofficemente
    le vie dell’eterna pace.
    E verrò fuori dal ventre della terra
    come sconosciuta testimonianza
    d’indistinti ectoplasmi
    privo di cordone ombelicale
    qual astenica creatura
    desiderosa di una madre
    agognante d’essere ancora figlio,
    non figlio di un Dio qualunque
    né frutto di seme disperso
    al vento di vespertina memoria.
    E ricorderò di essere nato
    nel momento in cui sarò messo da parte
    come un reperto fossile.
    E obsoleto perpetuerò
    la mia essenza qual testimone
    di scheletrita presenza.

    Sezione A accetto il regolamento

  29. 150
    Radunava con movimenti sbrigativi tutte le cose per il trasloco, indugiando sui ricordi di famiglia. Doloroso il pensiero di dover lasciare la casa d’infanzia, la casa in cui aveva vissuto momenti felici. Ma ora Armida non poteva più restare lì, mantenere quella casa così grande era troppo oneroso ed aveva bisogno di soldi, molti soldi. Una fitta al petto la colpì mentre riuniva le foto e i quadri di famiglia, testimonianza di giorni che non sarebbero mai più tornati. Con un gesto brusco alzò la testa e vide la sua immagine riflessa nel grande specchio che una volta le era stato amico. Dio, quanto era invecchiata. I lunghi capelli biondi che un tempo erano stati motivo d’orgoglio si intrecciavano con fili d’argento, occhi rossi per le lacrime e tante rughe intorno alla bocca. Dov’era finita la bella e ricca Armida tanto corteggiata e amata? Erano passati solo 150 giorni dalla dipartita di Giulio, 150 giorni di scoperte amare che le lasciavano in bocca un retrogusto di fiele. Giulio, quanto lo aveva amato: ricordava ancora il rossore provato sotto il suo sguardo ammiccante che sembrava volesse spogliarla. E tremava ancora rimembrando la sua prima volta con lui, credeva che il cuore le scoppiasse in petto per il pieno di felicità. Senza indugio lo aveva sposato, incurante di chi la metteva in guardia circa la sua fama di mangiasoldi e sciupa femmine. Indipendente e volitiva, aveva saltato il fosso senza paura e senza guardarsi indietro.
    La citofonata del facchino la riportò alla brusca realtà, doveva chiudere ancora i bagagli e selezionare le cose da vendere per avere un po’ di respiro nei confronti dei molteplici creditori. E sì, perché aveva scoperto che Giulio, imitando abilmente la sua firma, aveva dilapidato il cospicuo patrimonio in poco tempo col vizio del gioco, rimanevano solo poche briciole bastevoli appena a coprire le spese del funerale. Una morte improvvisa, banale, inaspettata, per una caduta nella doccia. E Armida si era trovata sola e senza un soldo. Che banalità il vizio del gioco, pensava indignata, avrebbero potuto godersi i soldi insieme girando il mondo felici e spensierati. E invece da 150 giorni non faceva che rispondere a creditori invasati e a minacce di sequestro, non poteva rimandare oltre la decisione di vendere quella casa immensa, un’antica casa tramandata di generazione in generazione da circa un secolo. Una casa nobile, adornata di quadri e tappeti preziosi un po’ sbiaditi dal tempo ma ancora ben piazzabili sul mercato. E come i tappeti, si andava sbiadendo l’amore per Giulio; l’inganno subito non lasciava spazio a sentimentalismi, la realtà sbattuta in faccia l’aveva annichilita e costretta a letto per 10 giorni con febbre da shock. Ma dopo la febbre aveva pianificato tutto con una lucidità che spaventava persino se stessa: aveva fatto fronte ai creditori con fermezza, contattato avvocati e notai, licenziato la servitù, cercato un impiego dignitoso. La sua testardaggine era stata premiata, aveva trovato lavoro come commessa in una libreria; lo stipendio le bastava appena per vivere ma sperava nel ricavato della vendita dei mobili antichi. Un altro sussulto provò guardando la scrivania di legno scuro sulla quale aveva studiato, letto i primi romanzi, scritto lettere passionali destinate a lui. Le lacrime le pungevano gli occhi, con uno sforzo immenso le ricacciò dentro, deglutì e aprì con un sorriso la porta al traslocatore.

    sez. b accetto il regolamento

  30. Per campare

    Non so bene come, mi sono trovato a raccontargli la mia storia, tutta; non era tanta roba e la sostanza era tutta lì.
    Non ho mai smesso di frequentarlo, questo posto, è una tradizione, e fede, credo; ho sempre visto fare così e così ho continuato.
    Non mi sono mai fatto tante domande, non avrei avuto risposte, e allora, che me ne facevo, dei dubbi, dei pensieri, del riflettere?
    Credo di essere una persona semplice e pratica. Meglio così.
    Credo di essere anche una persona osservante dei riti religiosi.
    Ogni tanto, a Messa, ci sono sempre andato.
    Da bambino mi portava la nonna e facevo la comunione.
    Mi piaceva la luce delle candele, fioca e costante, potente e fragile; bastava un colpo d’aria o il mio soffio.
    Io ero il suo nipote prediletto, si capiva.
    Mi sono mancati tanto il suo rifugio e la sua protezione.
    Quando mamma era infuriata, nonna era barriera; non sempre riuscivo a sfuggirle, ma varie volte sì.
    E così, adesso mi trovo qua; niente Messa, ma, già che c’ero, sono entrato in chiesa.
    Ero al cimitero che si trova sul retro.
    Lì sì, passo più volte, e incrociamo gli sguardi.
    Lo ricordo poco, poi lui è sparito e ha iniziato a sbiadirmi dalla testa.
    La foto, mi hanno detto, è del giorno delle nozze con mamma.
    In chiesa ho trovato il parroco, dietro al leggio, con gli occhialini.
    È sempre lo stesso; allora era giovane, a me sembrava un ragazzo, ma era il parroco; il capo.
    L’ho sempre visto buono con me, parlava poco con la bocca, ma lasciava parlare gli occhi e ascoltava, se volevo.
    Ma io non ho mai usato tante parole, non le avevo, credo, e neanche ne sentivo la mancanza.
    Mi ha visto e si è avvicinato; l’ho abbracciato e ho avvertito da dentro una spinta.
    Erano tutte le mie parole rimaste troppo ferme.

    Avevo iniziato presto.
    A scuola andavo male, tutti i quaderni segnati di rosso; forse sono stati quei segni rossi, così aggressivi, o la voglia di scuoiare la maestra.
    Poi sono cresciuto, ma non amavo studiare.
    In qualche modo ho concluso.
    In tanto altro ero bravo, però: a pescare e a nuotare nel canale, e con l’uva da macinare, le pannocchie; davo una mano con conigli e galline, il maiale…
    Era naturale, per noi, per mangiare, ammazzare regolarmente polli e faraone.
    Lo faceva la nonna, prima, poi la mamma.
    Il papà no, non più, da quando la strada provinciale vicino a casa non l’ha più fatto tornare.
    Il conducente non l’aveva visto; troppo buio, mi hanno detto.
    Ma lui era prudente, con la bicicletta, e di sera accendeva il fanale.
    Non capivo, 8 anni sono pochi e la spensieratezza mi ha protetto, in parte, da quella realtà dura di cemento immediatamente rappreso su casa nostra, che non potevo comprendere.
    Per mamma no, nessuna protezione, solo sé stessa a tentare di reggersi con la forza di reagire da scovare chissà dove, condita di rabbia, sconforto e tristezza, e con l’incombenza di crescerci: io, mio fratello di 13 anni e mia sorella piccola.
    A volte la sentivo, tutta l’ingiustizia, mi faceva inferocire.
    C’era la nonna, madre di mio padre, e il suo affetto infinito; chiudeva sempre gli occhi sulle mie malefatte e barava con mamma; poi c’erano gli zii che ci hanno aiutato.
    Da mamma ho preso tante botte; a modo suo cercava di mantenermi sulla retta via.
    Dopo la licenza media dovevo trovare un lavoro, per campare, come mio fratello; lui lavorava in officina, in paese. Io ero inquieto e non esente dalle tempeste dell’adolescenza.
    Non trovavo posto in cui fermarmi con la testa e con tutto il corpo. Dovevo crescere ancora, forse.
    Non ho incontrato sostanze, nel mio cammino, e nemmeno alcool.
    Però mi sono lasciato adescare dall’ammazzare, dal sangue e dalla potenza che ne avvertivo.
    Assunto.
    Usavo diversi tipi di coltelli, sempre molto affilati, la pistola per lo stordimento, e poi lunghi tavoli freddi d’acciaio per squartare, scuoiare, eviscerare.
    Avevo imparato e mi apprezzavano, ma si doveva lavorare al freddo, in una enorme cella frigorifera.
    È diventato il mio lavoro; ci tenevo, ero esperto. Però quel freddo mi ha fatto male.
    Dopo 18 anni mi sono ammalato e sono stato spostato in un altro reparto.
    Addetto al confezionamento e al controllo.
    Migliaia di vaschette di macinato, scaloppine, fiorentine, ossi buchi, cervella, fegati e frattaglie… da comporre e da osservare mentre scorrevano sul nastro.
    Tutto il giorno, tutti i giorni. Tutto l’anno.
    Niente coltelli. Non era umano, così.
    La mia normalità e vitalità venivano impacchettate sottovuoto.
    Io sono una persona semplice e pratica, ma non ce la potevo fare.
    Una sera, usciti tutti, io sono rimasto e sono tornato in cella.
    Tutto era come ricordavo; fermo, ora, in penombra; tutto acciaio lucido, freddo, pulito, silenzioso.
    Gli utensili al loro posto, coltelli perfetti ed efficienti, affilati al punto giusto.
    Ne ho preso uno, con riguardo e reverenza; mi sono sentito subito vivo, ancora; risvegliato.
    Non avevo più usato attrezzi professionali per macellare, sezionare, disossare, non avevo più separato un cuore, un fegato, il filetto e il biancostato.
    Ma l’odore della carne cruda e fresca, lo spessore del sangue, le coste bianche e lisce a proteggere i polmoni mi erano rimasti dentro.
    Le luci esterne, sulle file dei posti auto riservati ai dipendenti, catturarono la mia attenzione.
    Il posteggio era vuoto, ma un bagliore mi chiamò; proveniva da uno specchietto laterale dell’unica auto presente, più avanti, davanti agli uffici.
    Era di uno dei proprietari dell’azienda.
    In fondo, per campare, avevo sempre ammazzato.

    Francesca Negrizzolo
    Sez B – Dichiaro di accettare il regolamento.
    Grazie.

  31. QUALCUNO SUONO’ LA CAMPANELLA

    Qualcuno suonò la campanella e infilò sotto la porta un rotolo di pergamena, racconterai davanti al fuoco. Proseguirai dicendo che ne sciolgliesti i legacci, trovando così al suo interno un cilindro cavo di bronzo, con qualcosa che tintinnava, dentro.
    E se qualcuno dei bimbi chiederà come è possibile che un rotolo con il sigillo di ceralacca di Titus l’imperatore passasse sotto il battente, allora risponderai che un tempo le mani di un terremoto avevano aperto la terra, dal tempio fino alla soglia della vecchia casa, creando uno spazio esatto per adagiarvi il tutto.
    E allora un altro ti chiederà chi fosse, questo qualcuno, e tu risponderai non lo so, ma sarà una menzogna, perché sapevi, o almeno sospettavi, chi fosse.
    Perché quel qualcuno ero io, tuo padre.
    Doppiamente senza nome, perché scacciato dal tempio. E perché venduto al nemico.

    All’inizio pensarono che fossero morti, i dieci. Poi arrivarono quelle voci. Sono stati risanati, dicevano. Risanati? Come era possibile? Quel Rabbi, il Galileo. Tutti? Tutti e dieci? Tutti e dieci, uno ha anche cominciato a seguirlo. Non ci credo, non si guarisce dalla tzaraath…(*)
    Li lasciavo parlare, mentre una rabbia sorda invadeva il mio cuore.
    Perché loro? Perché non io? O Sarah, la mia amata, che ancora aveva la pelle di un bimbo? Sarah della cui bellezza nubiana ero schiavo, Sarah che ridendo nella penombra aveva fissato, una sera, il prezzo del mio riscatto, un Denario, d’oro (**) come i miei capelli, con l’effige di Cesare? Perché il Rabbi, se è un profeta così potente, non ci guarisce tutti? O magari…di più. Perché non fa di noi un esercito di esseri immuni dalle malattie, dalle ferite, dalla morte e non ci scaglia contro il nemico che occupa la nostra terra? Cominciai a pensare al nemico, e d’improvviso, un livido mattino d’autunno, come una foglia d’olivo che il vento ruota sul ramo, il mio pensiero si torse.

    Se nemmeno quel Rabbi, che i suoi discepoli bestemmiavano Figlio di D.O, era scampato alla morte, se nemmeno quel Rabbi era riuscito a sconfiggerli, come potevo io? E se non potevo batterli…
    Mi vendetti a loro, anima e corpo. Dimenticai Sarah e abbracciai Venere, tradii il D.O dei miei padri per gli dei stranieri. Rintracciai, alla fine, quello che risanato aveva seguito il Rabbi nel suo peregrinare (era risorto, straparlava, l’idiota…). Il più giovane dei dieci.
    Lo rintracciai perché era parente stretto, forse un cugino di primo grado, del sommo sacerdote e sarebbe stata una fonte preziosa, per me, di informazioni da vendere ai miei nuovi padroni.

    Ieri, nono giorno del mese di Kislev, anno duemilacentocinquanta dalla Creazione, ottocentoventicinquesimo dalla fondazione della Città (***), salii sul colle a vedere ciò che rimaneva del Tempio. Nella mano destra, tenevo stretto il rotolo con la ricompensa per aver guidato l’esercito un tempo nemico nel dedalo infido di viuzze, fino a lì.
    Mi sedetti su una delle pietre, ossa disarticolate di un gigante antico, a osservare il porpora del tramonto, poi andai alla casa di lei, l’unica risparmiata dalla soldataglia che aveva appiccato il fuoco al lebbrosario, uccidendo i pochi che ancora si ostinavano a viverci.

    Sarah era morta da tempo, dandoti alla luce, ma la casa dove viveva era là, quasi intatta.
    Un ragazzino (mio nipote?) sbucò dall’uscio, prima che tu lo strattonassi dentro, urlando secca qualcosa che non capii.
    Aspettai il buio, feci in modo che un paio di curiosi si allontanassero, poi infilai tutto sotto la porta. Nel cilindro di bronzo, un denario d’oro coniato per l’occasione e sulla pergamena uno scritto, firmato dal governatore della Giudea, che garantiva a chiunque ne fosse in possesso la proprietà di quella casa e del terreno fino alle colline con le sue acque e i suoi armenti. Solo allora mi allontanai, mentre la luna piena gettava sui sassi l’ombra nitida del bastone e del moncherino fasciato e il vento faceva tintinnare il campanello che mi pendeva dal collo.

    (*): lebbra
    (**): prezzo impagabile, il denario era una moneta d’argento
    (***) fine novembre del 71 DC

    Sezione b, accetto il regolamento

  32. Punto Zero – Sezione B Racconto – Accetto il regolamento

    Fu stranissimo.
    Avevo appena guardato l’orologio
    e mentre lo osservavo erano comparse le 13:32,
    poi spostai lo sguardo per due secondi
    in direzione della scrivania
    e dopo di nuovo verso l’orologio che stavolta segnava le 13:33.
    Come era possibile che nell’arco di due secondi
    fosse trascorso un minuto?
    Mi ero forse addormentato in quel frangente?
    Ripresi a battere al computer
    per terminare la poesia che stavo scrivendo.
    Ma quel dettaglio si era frapposto
    fra me e i versi,
    non riuscivo a smettere di pensarci.
    Cos’era successo?
    Un difetto dell’orologio?
    Avevo una strana paura apparentemente immotivata.
    “D’altronde di cose fuori dal normale
    ne avvengono tutti i giorni” pensai.
    Mi addormentai con la faccia sulla scrivania,
    stanco di rimuginare.
    Quando il sonno fu rotto da un rumore
    per qualche secondo non ricordai quello che era accaduto,
    almeno fino al momento in cui mi chiesi che ore fossero.
    Guardai di nuovo l’orologio, non quello digitale
    che portavo al polso
    bensì quello analogico appeso al muro
    e mi accorsi che le lancette scorrevano più veloci del normale.
    Entrai nel panico.
    L’orologio andava sempre più in fretta.
    Mi catapultai fuori dal mio studio
    e uscii di casa,
    tutto andava a una velocità pazzesca,
    le auto, la gente, i ritmi della natura.
    Ad un certo punto il sole divenne scurissimo,
    ma non per un’eclissi
    semplicemente il suo giallo trascolorò nel nero.
    Compresi che il sole era imploso.
    Era la fine della Storia.
    O meglio, ci stavamo dirigendo verso la fine della Storia.
    Questo non era un comune Buco Nero
    nei pressi del quale, stando a quanto dice la fisica,
    il tempo subisce un rallentamento.
    Questa era semplicemente
    la Fine del Mondo.
    E nessuno ci aveva mai detto come sarebbe accaduto.
    L’Hole Sun aveva una forza determinante.
    Di tutto quello che avvenne all’umanità
    dall’implosione del sole in poi,
    nessuno seppe mai nulla,
    nessuno tranne me.
    Per qualche motivo sconosciuto ero il solo
    a non subire gli effetti di quella Superinflazione.
    Vidi scorrere tutto il futuro nell’arco di pochi minuti.
    L’umanità non c’era più.
    A quel punto il sole divenne nuovamente giallo.
    Con mio sommo stupore
    la freccia del tempo puntò dritto verso il passato.
    Dopo la Superinflazione era il momento del Big Crunch.
    Vidi scorrere tutta la Storia del Mondo
    ma dal futuro verso l’origine di tutto,
    il momento in cui tutta l’energia era concentrata
    in un punto infinitesimale.
    Tutto ciò che era rimasto del vecchio mondo,
    eravamo io e la mia casa,
    sospesi in una sorta di bolla di realtà.
    Mi resi conto che il punto infinitesimale a energia infinita
    avesse dei pensieri che io ero in grado di percepire.

    Chiunque Io sia so solo tre cose di me:
    sono Buono, sono Onnipotente, sono Onnisciente.
    Dalla consapevolezza di queste tre cose Io mi dichiaro Dio,
    non il dio antropomorfo concepito dagli umani
    ma Dio in quanto Dio.
    V’era un dio che si faceva chiamare Supremo.
    Il suo nome era Egregora.
    Ma il vero Dio è appena nato, è sorto da un grido
    che le Tenebre hanno udito.
    Ed Io, in quanto Dio partorito dalle Tenebre
    risvegliato dal grido della sofferenza umana,
    sarò il Creatore di un nuovo universo
    dove regneranno la gioia e la pace,
    il piacere e la vita,
    l’onestà e la bellezza,
    l’intelligenza e la libertà,
    l’avventura e il mistero,
    la luce e l’ombra,
    e tutto quanto Io abbia concepito come Bene
    insieme agli Uomini Giusti
    che sono sorti con me dalle Tenebre.

    Dopo aver ascoltato questi pensieri,
    il punto infinitesimale cominciò ad espandersi e contrarsi
    con un ritmo simile a quello del cuore
    e divenne sempre più grande.
    Dopodiché mi sembrò che un velo immenso
    venisse lasciato cadere da quell’enorme Cuore.
    Tornarono le cose di sempre.
    Mi guardai intorno.
    Era una notte calma e meravigliosa…

  33. Versi appena nati – Sezione A Poesia – Accetto il regolamento

    Abbiamo scavato la terra
    disceso gli abissi fino a scrutarne
    le creature strane dei fondali
    camminammo sulla superficie lunare
    ma nessuno di noi conosce la terra
    né i fondali degli abissi e le sue creature
    e nessuno di noi è mai riuscito
    a capire cosa fosse la luna

  34. “Ladro d’infanzia”

    Sguardi
    lascivi
    su pallide carni
    pensieri invadenti
    rimbombanti
    sbaragliano
    ogni decenza.

    Come purpurea tela
    pronta a strapparsi
    l’etico freno‎ sotto
    i tentacoli sinuosi
    del desiderio
    oltrepassa le porte‎
    dell’ inibizione.

    Fugaci bagliori
    frementi di piacere
    colorano retine
    consunte

    ancorate
    al grigiore del presente
    rese serve
    di fotogrammi erotici.

    Prepotenti contorsionisti
    dell’anima schivano
    ogni reticenza
    calpestando ogni inibizione.

    Cemento armato
    sulla coscienza edificano
    mentre su sacro totem
    chirurgico laser usano.

    La trasgressione intagliano
    scardinando inspiegabili ormeggi
    prudentemente imposti
    a giogo di follia.

    Immagini inconfessabili
    esperti registi
    voluttuosi burattinai
    accarezzano lascivi

    mani bramose
    su esili corpi
    di carnea passione
    viscidamente schiavi.

    Specchi frantumati incrostati
    dallo sperma del peccato
    ballano tribali danze
    su ancestrali incesti.

    Violenza
    sanguinante d’isteria
    oltrepassa il limite
    di ogni umanità.

    A pugni chiusi
    avvinghia
    la schizofrenica
    prigione del desiderio

    che dita tremanti
    penetrano
    fino al midollo
    per estirparne il nettare.

    Nei visceri
    contaminati
    sprofonda l’abisso
    della coscienza

    come mattanza
    di puerili sorrisi
    privati
    d’innocenza.

    Oltraggiati
    crudelmente
    nell’intimo della loro
    giovane essenza.

    Carponi
    sgusciano
    come lumache
    limacciose

    i demoni della colpa
    incontrastati strisciano
    moltiplicandosi
    dentro i polmoni.

    Come lame
    senza fiato
    servi del delirio
    surgono
    il nutrimento
    fino alla radice
    annientandolo.

    Soffio vitale spira
    inerme resta
    vittima e preda
    impiccato
    alla sua resa
    senza perdono muore
    il ‎ladro d’infanzia.

    BluesMarty
    Sezione A
    Accetto il regolamento

  35. “Diventare donna”

    Fenomenale. Era semplicemente fenomenale, in quel suo incedere sinuoso. L’esile massa muscolare ancora poco scolpita, data la sua giovane età, era fasciata in un paio di leggins forse un po’ troppo provocanti. Il suo passo fiero, sembrava fluttuare sull’onda morbida dei suoi agili passi. Camminava nelle sue scarpe da tennis, con il mento un po’ rivolto verso l’alto, forse per tenere in equilibrio i suoi instabili auricolari colorati.

    La musica non mancava mai nelle sue passeggiate, nemmeno in quelle mattiniere, quando andava a scuola. Il suono dettava il ritmo del suo andamento, a tratti lento, altre volte vivace. Alcuni suoi coetanei la fissavano con l’aria di chi vede un buon cibo dopo ore di digiuno, ma lei pareva non accorgersene. Persa nei suoi pensieri, cercava di assorbire gli odori di quella città ancora troppo sconosciuta.

    «Chissà perché alle ragazze sembra essere vietato andare in giro da sole?» Se lo chiedeva mentre alle sue spalle tre giovanotti la fissavano da testa a piedi. Odiava quel modo sessista di distinguere quello che si può o non si può fare. «Se mi piace camminare, cosa c’è di male se vado a fare una passeggiata?»

    Quel pomeriggio era uscita sbattendo la porta. Per l’ennesima volta non la volevano far uscire. Suo fratello, pur avendo quattro anni meno di lei, usciva tutti i pomeriggi e tornava sempre in ritardo per la cena, lei non poteva mai andare da nessuna parte. Si sentiva infuriata, il viso in fiamme e un certo peso nel petto ansimante. Fino a due anni prima nessuno le aveva mai parlato in quel modo. Ricordava ancora con nostalgia le passeggiate al fiume dietro casa, a raccogliere fiorellini e cercare strani insetti per fare scherzi alle sue amiche fifone.

    La notte ai quei tempi dormiva in camera con i suoi fratelli e le piaceva tanto poter chiacchierare con loro fino a notte tarda. Poi arrivò quel giorno infausto e la sua vita cambiò per sempre. Si era spaventata parecchio quella mattina. Si sentiva strana. Si alzò dal letto per andare a fare pipì e vide il lenzuolo del suo letto ricoperto di sangue. Per un attimo pensò «Oddio, sto per morire». Sentì le gambe cedere e il fiato mancare. Iniziò a tremare quando all’improvviso si ricordò che la mamma le aveva raccontato una strana storia su come si fanno i bambini spiegandole che un giorno anche lei «sarebbe diventata una signorina.» Capì che quel giorno era arrivato.

    Mamma trasferì il suo letto nella stanza in fondo, quella vicino alla cucina. Prima lì si stendeva, si stirava e si faceva la conserva per l’inverno. All’inizio le sembrava una cosa bella, avere un stanza tutta per sé, con una grande porta-finestra che dava sul balcone. Mamma le aveva messo una bella tenda tutta a fiorellini azzurri e le aveva comprato un copriletto nuovo, anch’esso azzurro. Aveva una bella scrivania tutta per sé e anche una libreria dove poter sistemare i suoi tanti libri. Presto però si rese conto che quella stanza faceva paura. Era sola. Lontana dal resto della famiglia che stava nella zona notte. Ben oltre la porta della sua stanza, dopo il disimpegno che la separava dal lungo corridoio, oltre il grande salotto e ben oltre l’anticamera che divideva le stanze dalla zona giorno.

    La notte quella casa sembrava animarsi di spiriti e ombre. Fuggiaschi pensieri resi reali dagli squarci di fioca luce che penetrava dalle fessure delle persiane in legno. I lampioni della strada stavano proprio all’altezza delle finestre e complici della sua fervida immaginazione le raccontavano storie di ladri che furtivi provavano ad entrare a casa sua. A volte si nascondeva sotto le coperte, altre volte strisciava fuori dal letto e percorreva carponi tutto il corridoio, fino alla stanza della mamma, per chiedere aiuto. Non aveva mai il coraggio di disturbarla e finiva col dormire per terra accanto al suo letto, come un cagnolino.

    Purtroppo dopo alcune volte la mamma decise di chiudersi a chiave e non ebbe più appigli per difendersi da quelle notti infauste di paure e lacrime. Decise allora di proteggersi con la luce. Quando le capitava di svegliarsi, cioè tutte le notti, accendeva una lampada e iniziava a leggere. Dormiva poco a quei tempi, aveva spesso paura, piangeva tanto e leggeva moltissimo. Si domandava tutte le notti che vantaggio ci fosse a essere una signorina e se tutte le bambine si sentissero come lei. Non trovò mai la risposta. Ancora se lo chiedeva. E ancora non sapeva che se lo sarebbe chiesto per tutto il resto della vita.

    BluesMarty
    Sezione B
    accetto il regolamento

  36. Ora giorno e luogo (da leggere per chi ama)

    Aspetta!
    Se proprio devi andare
    parti di giorno quando c’è la luce.
    .
    Cambia programma, parti di mattina,
    fa’ che non sia di notte la tua fuga.
    .
    Per te sarà comunque una partenza,
    un grande amore che non ha funzionato
    e che finisce come tutto ha fine.
    .
    Per te sarà un’ovvia conclusione,
    un capitolo chiuso, un punto e a capo,
    un po’ di tempo perso insieme a un uomo.
    .
    Ma avrò il tempo di prepararmi al peggio,
    di affrontare la luce che si abbassa,
    di vivere il tramonto un po’ per volta.
    .
    Avrò del tempo per abituarmi
    potrò chiedere al tempo di fermarsi,
    che mi risparmi l’arrivo della sera,
    potrò sperare che non arrivi notte.
    .
    Avrò il tempo per…

    trasformare la fine in una foto,
    che blocchi per sempre ora, giorno, luogo,
    che spenga la mia idea di fallimento,
    renda la nostra storia un po’ speciale,
    non quella di due esseri mediocri
    .
    che volevano amarsi e non ce l’hanno fatta.
    .
    Abner Rossi, accetto il regolamento, sez. a

  37. Merita la vita.

    Quando Elia tornò al paese, la primavera stava appena tentando il suo primo respiro.
    La terra era ancora dura, segnata da crepe sottili come rughe antiche, eppure tra le fenditure comparivano fili d’erba ostinati. Nessuno avrebbe scommesso su quel campo, dopo l’incendio dell’estate precedente. Il fuoco aveva divorato il grano, annerito i muri, piegato le schiene. Ma la cenere, a ben guardare, custodiva semi invisibili.
    Elia scese dall’autobus con una valigia leggera e il cuore pesante. Aveva passato tre anni lontano, in una città che prometteva lavoro e futuro, ma che gli aveva insegnato soprattutto il rumore: traffico, voci sovrapposte, sirene, silenzi pieni di schermi accesi. Non era il silenzio della sua terra. Quello era un silenzio che respirava.
    Il paese gli apparve più piccolo di quanto ricordasse. Le case basse, il campanile con l’orologio fermo alle quattro e venti dal giorno dell’incendio, la piazza dove il forno di Teresa aveva riaperto da poco. Fu proprio il profumo del pane a fermarlo.
    Era un odore caldo, rotondo, capace di sciogliere la notte anche in pieno giorno. Elia si avvicinò quasi senza volerlo. Teresa, con le mani infarinate e i capelli raccolti in uno chignon sempre un po’ storto, lo riconobbe prima ancora che parlasse.
    «Sei tornato.»
    Non era una domanda.
    Elia annuì. Sentì qualcosa sciogliersi dentro di lui, come burro su una fetta appena sfornata.
    «Resto,» disse. E in quella parola c’era una promessa che non aveva ancora il coraggio di spiegare.
    Il campo di suo padre lo aspettava dietro casa, oltre il filare di mandorli che l’incendio aveva risparmiato solo a metà. Il padre non c’era più: un infarto, pochi mesi dopo il rogo. Troppo dolore, avevano detto i medici. Troppa polvere nei polmoni, troppe notti passate a guardare il nero dove prima c’era oro.
    Elia si inginocchiò e prese una manciata di terra. Era secca, ma non morta. La strinse nel pugno come si stringe una mano che trema.
    «Le mani che seminano futuro nella polvere,» sussurrò, ricordando una frase che sua madre ripeteva spesso, quasi fosse una preghiera.
    Sua madre era rimasta. Dritta nel vento, come un ulivo. Aveva affrontato il fuoco con secchi d’acqua e la paura negli occhi, ma senza mai lasciare la soglia. Ora stava seduta sotto il portico, a cucire sacchi rattoppati e a contare i giorni come si contano i battiti.
    «La terra non tradisce,» gli disse quella sera, mentre cenavano con pane, olio e un po’ di formaggio. «Se la ascolti, ti parla.»
    Elia non sapeva più ascoltare. Aveva disimparato il linguaggio lento delle stagioni. Ma decise di provarci.
    I primi giorni furono di fatica pura. Zappare, ripulire, togliere le pietre bruciate, scavare solchi. Le mani si riempirono di vesciche, le spalle bruciarono come se il fuoco fosse tornato sotto la pelle. Eppure, in quella stanchezza, c’era una strana pace.
    Il vicino, Michele, passò a trovarlo con una busta di semi.
    «Grano duro. Resiste meglio. Non è molto, ma è un inizio.»
    In paese nessuno aveva molto, ma tutti avevano qualcosa. Una pala, un consiglio, una schiena da offrire per un pomeriggio. Le voci si rincorrevano tra le case, ostinate, incapaci di imparare il silenzio della rassegnazione.
    La domenica, dopo la messa, si parlava di ricostruzione. C’era chi voleva vendere tutto a una società pronta a trasformare i campi in pannelli e capannoni. «È il progresso,» dicevano. «Non possiamo vivere di ricordi.»
    Ma altri scuotevano la testa. «La memoria non è un peso. È brace. Se la soffi, torna fiamma.»
    Elia ascoltava. Non era sicuro di avere il diritto di parlare, dopo essere fuggito. Ma sentiva che il suo ritorno non era casuale. Era una risposta, anche se ancora confusa.
    Un pomeriggio, mentre seminava, la vide.
    Anna stava raccogliendo erbe selvatiche lungo il confine del campo. Era tornata anche lei, dopo aver studiato lontano. I capelli legati in una treccia, le mani sottili che accarezzavano le foglie con cura.
    Si salutarono con un sorriso timido. C’era stato un tempo in cui si erano promessi il mondo, sotto il cielo di agosto, tra le spighe alte. Poi erano partiti, ognuno con la propria idea di salvezza.
    «Non pensavo saresti tornato,» disse lei.
    «Nemmeno io.»
    Rimasero in silenzio, ma non era un silenzio vuoto. Era un silenzio che tremava, come il primo amore tra le dita. Non servivano grandi parole. Bastava condividere la fatica, il sole, il sudore che scendeva sugli zigomi.
    Nei giorni seguenti lavorarono spesso fianco a fianco. Anna voleva avviare un piccolo laboratorio di erbe e farine antiche. «Non per nostalgia,» spiegava. «Per futuro.»
    Elia capì che il futuro non era altrove. Era lì, nascosto nella polvere, in attesa di mani che lo chiamassero per nome.
    La semina fu un atto di fede.
    Ogni chicco gettato nel solco era una sfida alla paura. E la paura c’era: di perdere ancora, di non farcela, di restare soli. Ma la paura non spegneva il canto. La sera, seduti davanti alle case, qualcuno iniziava una canzone antica. Le voci si univano, stonate e forti.
    Anche sua madre cantava, con la voce segnata dal tempo. Era custode del respiro e della pace, come tutte le madri del paese. Avevano occhi che avevano visto troppo, eppure brillavano ancora.
    Un giorno, scavando vicino al vecchio ulivo, Elia trovò una pietra piatta, annerita. Sotto, incisa con mano incerta, c’era una data e un nome: quello del bisnonno, morto in guerra. Suo padre gli aveva raccontato che quell’uomo aveva piantato il primo grano dopo essere tornato dal fronte, giurando che finché ci fosse stato un battito nel petto, avrebbe seminato.
    Elia passò le dita su quel nome antico, inciso nella carne del tempo. Sentì la memoria ardere sotto le macerie. Non era solo. Non lo era mai stato.
    Le settimane passarono. Le piogge arrivarono leggere, poi più insistenti. Un mattino, uscendo di casa, Elia si fermò.
    Il campo non era più marrone. Una distesa verde, tenera e luminosa, si stendeva davanti ai suoi occhi. L’erba aveva feso la pietra arida. Il grano, fragile e coraggioso, si muoveva nel vento come un mare giovane.
    Chiamò sua madre. Chiamò Anna. Chiamò Michele. Vennero tutti.
    Nessuno parlò per un po’. Non serviva. Il vento passava tra le spighe come una carezza.
    Elia sentì il cuore battere forte, quasi dolorosamente. Pensò al fuoco, alla città, alla solitudine, alla paura. Pensò al pane caldo, alle mani sporche di terra, alle voci ostinate che avevano rifiutato il silenzio.
    «Vale,» disse piano.
    «Cosa?» chiese Anna.
    «Vale la pena restare. Vale la pena ricominciare. Finché c’è un battito.»
    Anna gli prese la mano. Non tremava più.
    Il paese non era salvo per sempre. Le difficoltà non erano finite. Ma la primavera era tornata, e con essa la prova che la vita, ostinata e fragile, meritava di essere scelta ogni giorno.
    E così, tra la polvere e il verde nuovo, tra la memoria e il desiderio, Elia comprese che il ritorno non era solo un movimento nello spazio.
    Era un atto d’amore verso la terra, verso gli altri, verso sé stesso.
    Finché c’è un battito nel cuore, merita la vita.

    Raffaele Di Palma
    Sez.B (Accetto il regolamento )

  38. Sez. A ( Accetto il regolamento)
    Merita la vita
    Su questa terra vale il ritorno
    della primavera
    il profumo del pane che scioglie la notte
    le mani che seminano futuro nella polvere
    le voci ostinate che non imparano il silenzio.
    Vale l’erba che fende la pietra arida
    il primo amore che trema tra le dita
    le madri dritte nel vento
    custode del respiro e della pace.
    Vale la paura che non spegne il canto
    la memoria che arde sotto le macerie
    un nome antico inciso nella carne del tempo
    Fino a quando c’è un battito nel cuore
    merita la vita.
    Raffaele Di Palma

  39. STELLE
    Mappe di seta illuminate di speranza
    guidano capitani gelidi
    per mari estremi.
    Diamanti millenari attraversano l’oscurità
    Asteroidi di velluto arcobaleno
    si muovono solitari su granelli abissali.
    Certezze sospese dal tramonto all’alba
    Scie luminose di Santi
    proteggono cuori vibranti.

    – sez. a accetto il regolamento

  40. Speranza Serra, sez.A, accetto il regolamento

    Novembre

    Passa il vento ospite fra i rami,
    fantasma disincarnato
    di qualcuno incontrato
    e perso;
    chi viene a riscuotere i ricordi?
    cadono come olive mature,
    a novembre.

    Distratto il piede che senza meta cammina,
    li calpesta.

    Macchie viola sul selciato, lividi rimasti
    nella memoria.

  41. Il fiore rosso
    Tramonta il sole
    il fiore rosso diventa nero.
    Quel fiore rosso
    che questa sera
    volevo donarti
    è ora scomparso
    nell’oscurità.
    Ma non importa
    se l’avessi raccolto
    l’avrei solo stretto
    fra le mie dita
    e, con le lacrime
    agli occhi
    ti avrei aspettato
    invano.
    Bonatti Franco
    Sezione A – accetto il regolamento

  42. Sezione B ACCETTO IL REGOLAMENTO
    FOTOGRAMMI

    Il fotogramma della mia vita si era riavviato da tempo. Piangere non sarebbe servito a niente sopratutto quando pensi che la tua vita è stata un fallimento. Eh si che di cose ne ho sempre fatte, per esempio essere una donna che ama troppo e sono rimasta fregata. Fregata, intrappolata nella tela di ragno che tessevano gli altri attorno a me pur di prendere, pur di succhiare, pur di avere quello che volevano loro senza alcun rispetto di me. Ma, mi si può obiettare che gliel’ ho permesso, ho azzardato troppo anche io. E continuano a passarmi davanti attimi, immagini della mia vita vissuta, io ormai donna vicina alla vecchiaia senza alcun diritto alla felicità. In realtà ho fatto di tutto per ottenerla ma ho fatto troppo, sempre con quell’ansia di strafare, di prendermi tutto anche l’aria coi denti. L’angoscia di perdere la verginità della mia innocenza di animale da caccia era tanta, in fondo la forza di catturare i momenti l’ho sempre usata al momento opportuno. Ho dato agli uomini quello che hanno voluto da me donna, compagna, amica e confidente ma non hanno compreso che non mi hanno posseduta veramente mai. Erano diventati fotogrammi di una dannazione, bella o brutta che fosse. Alla fine sono rimasta sola affacciata alla finestra della circospezione, dell’incertezza attiva e fremente. Volevo essere e non potevo. Questo non hanno conosciuto di me. Il mio animo femminile era troppo puro, troppo pallido e trasparente per essere assaggiato a piccoli morsi come i frutti di stagione. Il mio frutto era ormai un grembo sterile disidratato per accogliere la nascita di una vita che fotogramma non sarebbe mai divenuto. Ora mi chiedo con tutti questi tasselli, format, racconti, bugie, discorsi infantili e storie, cosa ci debbo fare? Sedermi e aspettare che la pellicola passi mentre il mio treno corre ancora.

  43. Glossofobia

    Prima di parlarti
    urge inclinare i tempi verbali – assestarli
    sulla pedana di gara,
    mungere bene
    il punto e virgola:
    ombra fertile
    maniere legate.

    Tu atleta
    dí increspature
    e di carichi pesanti
    io che rimbombo
    affusolata
    in cima e a
    valle.

    Sezione A
    accetto il regolamento

  44. Sizigia

    Cadenza interna,
    ordine nei pensieri.
    Sei questo.

    Il tempo si muove in diagonale,
    rimette in circolo polvere di frasi
    che uso,
    anche ora.

    Ti penso dove le traiettorie dei pianeti
    coincidono:
    sizigia
    nel novilunio di primavera.

    Dimenticare è impensabile,
    verbo escluso dal vocabolario

    Siamo due presenze
    in dimensioni distinte
    in relazione continua.

    Ma il vuoto ha un timbro cupo.

    © Angela Maria Malatacca
    (Sezione A – accetto il regolamento)

  45. Imperfezioni Sez. A
    Accetto il regolamento

    Amo le poesie mal riuscite
    Dove ci si incontra
    con sulle spalle un fardello di parole
    Lo sguardo visionario
    Con l’ascia che si trasforma in ala
    La vernice sotto i polpastrelli
    La lingua inciampa
    incide il logos
    Il verso traccia la parola grezza
    la rima di prima tornitura
    Uno spezzone di materia di dio
    sul compensato

  46. Fotogrammi
    Recuperare il giorno incompiuto,
    stenderlo al sole
    come un drappo antico.
    Contarne le pieghe.
    Deporre ai piedi della memoria
    un fiore senza nome.
    Raccogliere la voce del marmo,
    il suo silenzio bianco.
    Ripercorrere corridoi freddi,
    ombre lunghe d’origine.
    Immagine fissa:
    un lampo che non brucia.
    Si alzino luci tremanti.
    L’uomo nuovo spalanca lo sguardo,
    porta negli occhi vetro e primavera,
    mani sporche di futuro,
    ginocchia ancora piegate al passato.
    Ogni passo è un fotogramma.
    Ogni respiro, un taglio netto.
    Nel montaggio incerto del mondo
    si cerca ancora
    un nome
    che regga la luce.

    Michele Bruno
    Sez A (accetto il regolamento)

  47. E ALLORA, LE PICCOLE POESIE, BASTANO?

    Per scrivermi addosso graffi, morsi,
    potrei disporre le mie poesie a pioggia,
    dissiparvi sentimenti, ossessioni,
    riempire scatoloni di notizie, novità,
    annunci di compro–vendo–offro–scambio.

    Vorrei le mie poesie poltrire,
    ferite al via, non partite, dissipate,
    bevute, eruttate. Ovvio, dimenticate.
    Al frullo degli oleandri, abbandonate.

    sezione A – Accetto il regolamento del contest.

  48. L’amore che non c’era

    Mi hai promesso il mondo
    e poi mi hai lasciata,
    fregandotene della mia anima.
    La parola “ti amo” e’ vuota
    se non segue
    un comportamento
    amoroso e rispettoso.
    Quante volte mi hai pugnalata
    con cattiverie e parole
    che feriscono l’anima
    e la sfregiano per sempre.
    Ti ho amato,
    ti ho creduto.
    Protagonisti di una storia
    d’amore unica, irripetibile.
    Forse ci ho creduto solo io.
    Forse ho vestito un’ illusione,
    invece di amore.

    sez A poesie
    accetto il regolamento

  49. Sezione A – VINCENZO CARUSO – accetto il regolamento

    BINARIO 21

    Da quel giorno
    continuo a vederla quell’ombra,
    -la mia ombra-
    dentro quel vagone
    al “binario 21”, a Milano.
    E accanto, rivedo
    quelle pietre,
    quel cumulo di pietre, in un angolo
    del vagone, sul pavimento di tavole di legno …
    a memoria di volti e corpi
    di “non persone”,
    di ebrei ammassati
    come animali da macello,
    per destinazioni ignote
    d’un campo di concentramento
    e di forni …
    La mia ombra,
    in quel vagone …
    sempre lì, negli occhi e nella mente,
    a ricordarmi
    la “shoah” di tutti i giorni
    e l’indifferenza colpevole
    d’una umanità distratta.

    Restano quelle pietre …

  50. VOLO ASTRALE
    Occhi di sognatori insonni
    descrivono poemi
    nel frastuono del vento,
    custodiscono metafore
    sulle pieghe di un foglio,
    conoscono l’altruismo
    dei fiocchi di neve
    e la verità dei tramonti
    intinti d’arancio.
    Navigando esistenze d’acqua,
    sotto un cielo cangiante,
    si concedono un volo astrale
    inseguendo Pegaso
    sulla via Lattea.
    Torrenti di parole
    assediano castelli di pensieri,
    costruiti su alberi spogli.
    Mani scaltre
    annodano fazzoletti alla malinconia
    e sbriciolano pezzi di cuore
    per amanti affamati.

    Natascia Secchi
    sezione A
    accetto il regolamento.

  51. ” Domande” Diego Civita Sez A
    Come si vive al confine delle idee
    tra sbalzi di voce e cuciture maestose?
    Chi girerà di nuovo il pallottoliere delle illusioni davanti a un prato informe sublimando a sogno reale i colori?
    Chi darà forza e coraggio
    all’ ultimo ostaggio
    di fuggire il grigiore della pena più grande
    dopo il dolore e la morte subita a un prezzo più basso d’ ogni nostra partita;
    il non sapere
    come condanna peggiore?
    Diressi il calesse del pianto
    alla risata dei cuori,
    per far vivere ancora
    di stagione l’ aurora
    alle porte del sole
    e un giardino affianco
    coltivato soltanto
    mi ha portato l’ onore.
    Ditemi adesso,quanto
    dovrò aspettare
    per vedere del canto
    il vestito migliore.
    Ditemi dove trovare
    la salute più viva,
    appesa ad un saldo
    del giorno più onesto
    tra il tradito e il favore
    di uno dono alla riva.
    Ditemi quando
    finirà lo sbando
    della corsa al sapore
    d’ una macchina fusa
    aggrappata al rumore,
    soggiogati nel singolo
    perchè persi d’ assieme
    trapassato a valore.
    Arrossirò al ricordo
    d’ un colpo di sole
    sulla strada sperduta
    dello giungere a sera
    tra lo sguardo e il calore
    della nuova chimera
    e saranno di te i racconti
    fino all’ ultimo scritto
    d’ ogni cuore trafitto
    sorpassati dal canto
    del cammino più vero
    ora e mai più stanco
    pur essendo sincero.

    Accetto il regolamento.

  52. SEZIONE A – Accetto il regolamento.

    QUALCOSA CHE NON SO.

    È ancora troppo ciò che non so – che non sappiamo –
    il t’amo non t’amo, le parentesi graffe le quadre le tonde
    risolvere le moltiplicazioni le divisioni le somme
    e poi le sottrazioni le onde a frangere gli scogli
    i milioni di morti fin troppo lontani, le guerre i coltelli
    ormai di moda la cronaca nera i fatti quotidiani.

    Ci siamo persi – non so voi, io di sicuro –
    lungo un bordo sottile in un confine non segnato
    in uno stato che ci consegna al senso d’impotenza
    che ci cancella i pensieri con un alito di vento
    la violenza del potere contro chi chiede pace
    la parola che non manca ma tace per paura.

    È ancora troppo ciò che non sappiamo – che non so –
    qualcosa che mi svuota dentro, l’indifferenza
    di chi non rispetta il valore della vita la sfida costante
    tra il bene e il male la contraddizione del dubbio
    l’amore malato di chi non conosce amore
    i vuoti del possesso il desiderio di chi non è stato amato.

    Qualcosa che non so e non ho mai provato.

    Italo Zingoni- In-finite soluzioni- Poesie
    26/01/2026 – t d r

  53. “Ciò che mi manca”

    La casa rossa,
    una rampa di scale;
    tu sulla soglia,
    entrare, parlare.

    Sul filo teso del tuo sguardo
    in squilibrio camminare.

    (sezione A, accetto il regolamento)

  54. CHE RIMANE DOPO…

    C ielo che si tinge di rosso
    H a ancora del giorno il sapore
    E vela le stelle che spuntano.

    R icordi che affiorano, con dolci
    I mmagini che restano vive,
    M entre il buio avvolge l’orizzonte.
    A more che s’accende di luce,
    N on teme la notte che arriva
    E sa, che poi il tramonto tornerà.

    D esideri che si fanno forti
    O rizzonti che si fanno spaziosi
    P arole che si fanno dolcezze
    O cchi intensi che poi si cercano.

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    SEZIONE A – ACCETTO IL REGOLAMENTO

  55. LA LANTERNA DELLE STELLE (Fiaba)

    Nel piccolo villaggio tra la collina e la foresta vivevano dei bambini che aiutavano tutti. Tra loro c’erano Luca e Marta, che erano un poco più grandi degli altri. Avevano entrambi otto anni e volevano fare qualcosa per la loro gente.
    Una sera, dopo cena, la mamma di Luca raccontò che molte persone del villaggio avevano paura del buio. Le strade sembravano vuote e i bambini restavano dentro casa. Marta guardò Luca negli occhi e disse: «Potremmo portare la luce!». Luca sorrise: «Facciamo una lanterna grande, una lanterna speciale che faccia vedere cose belle».
    La mattina dopo Luca e Marta chiamarono altri amici: Giulia, Tomaso e la piccola Ducia, che una volta si era persa nella foresta ma era stata ritrovata grazie a tutta la comunità. Tutti insieme formarono la Piccola Squadra della Lanterna.
    Cercarono materiali: barattoli lucenti, vecchie stoffe colorate, pezzi di vetro che brillavano come piccoli cristalli. Lavorarono sotto il grande albero della piazza. Marta si interessava dei disegni: stelle, fiori e animaletti.
    Luca costruiva la gabbia di legno. Giulia e Tomaso incollavano i vetri in modo che la luce potesse creare figure sul muro. Ducia, con le mani piccole, metteva le ultime stoffe colorate intorno al manico.
    La lanterna era grande e bellissima. Quando la provarono, la luce non sembrava solo luce: faceva danzare sopra il pavimento piccole volpi luminose, fiorellini e scie di stelle. Tutti restarono a guardare, con gli occhi rotondi come monete.
    La sera decisero di portarla in piazza. Alcuni adulti, spettatori, all’inizio erano dubbiosi. «Cosa possono fare dei bambini?» mormoravano. Ma quando la lanterna fu accesa, la piazza si riempì di forme e colori. I bambini si misero a cantare una canzoncina semplice: «Accendiamo la lanterna, accendiamo il cuore;
    la notte non è paura, la notte è un colore».
    La gente sorrise. I bambini toccavano le figure luminose e ridevano. Anche gli adulti si avvicinarono e raccontarono storie di quando erano piccoli. Una signora prese la mano di Ducia e disse piano: «Grazie, avete trasformato la paura in gioco».
    Da quel giorno, ogni sera la Piccola Squadra accendeva la Lanterna delle Stelle. Alcune sere pioveva e la lanterna restava al riparo,
    ma allora inventavano giochi di luci dentro la sala comune. Altre sere la lanterna illuminava le finestre delle case e aiutava i bambini a trovare la strada di casa. La cosa più bella fu che non solo la luce cambiò la notte: cambiarono anche le persone. La paura diventò curiosità, e la comunità si riunì più spesso. Luca e Marta capirono che non servono cose immense per fare grandi cose: bastano mani amiche, idee semplici e il desiderio di aiutare gli altri.

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    SEZIONE B – ACCETTO IL REGOLAMENTO

  56. EZIONE B – ACCETTO IL REGOLAMENTO Il Mosaico di Blu
    Elias si muoveva lungo il corridoio principale del Settore Omega; i passi strascicati sul linoleum rompevano il silenzio con un ritmo simil cardiaco che si infrangeva contro il grigio delle pareti. Come sempre, gli odori — un misto di ozono, disinfettante chimico e materia organica — lo inebriavano . L’udito si faceva allertato in vicinanza delle gabbie e il giovane, d’istinto, tratteneva il respiro. Era questione di pochi attimi: il fruscio di ali tarpate contro il plexiglass lo avrebbe messo in contatto con la nutrita schiera di corvi che, come gli piaceva immaginare, lo stavano salutando.
    Superò le prime sette gabbie, un tumulto di becchi spalancati e piume nere agitate, finché non arrivò alla 08. Lì, il caos si interrompeva di brutto. Blu non stava cercando di fuggire. Era appollaiato sul bordo della mangiatoia, la testa inclinata, come se sospendesse il tempo. Elias sentì gravare sul petto il ritardo che aveva imposto alla sperimentazione, falsificando i rapporti sulla cartella clinica del soggetto 08, così da giustificare l’impossibilità di avviare la fase di iniezione del virus “Analge privativo”, fase che avrebbe preceduto la vivisezione. Erano giorni che il corvo lo tormentava con gesti che esulavano da ogni protocollo: inclinava la testa seguendo esattamente il ritmo del suo respiro, riproduceva con il becco il ticchettio metallico della sua penna sulla cartella, come a voler dimostrare di aver memorizzato ogni suo tic nervoso. Il volatile si era insinuato nella sua mente, un compagno di viaggio, forse indesiderato, eppure sempre presente.
    Nel database della Settore Omega, quel corvo esisteva solo come Soggetto 08, una stringa di dati e una sequenza genetica da mappare. Ma per Elias, dal primo istante in cui lo aveva visto, il volatile era stato “Blu”. Il nome era nato da un’anomalia del piumaggio. Una macchia di piume cangianti sul petto cheriflettevano, anziché il nero assoluto, una sfumatura cobalto profonda. Era stato un errore dargli un nome, Elias lo sapeva bene. Nella vivisezione, dare il nome significa riconoscere un’anima senziente e un’anima non si può sezionare senza che chi tiene la lama del bisturi sia infetto dal vulnus dell’indecisione. Quell’anomalia cromatica era diventata il loro segreto
    Elias abbassò lo sguardo, cercando di sfuggire a quegli occhi di ossidiana che sembravano leggere il peccato della sua indecisione. Fu allora che vide il mosaico che Blu aveva composto. Sul fondo della mangiatoia, tra i semi di girasole scartati e i resti della razione proteica, i frammenti di guscio bianco, disposti attorno a un centro di polline giallo, andavano a comporre l’infiorescenza tipica della margherita.
    L’etologo ebbe un sussulto, le membra trafitte da un tremore involontario, mentrela vista gli si velava di lacrime. Quell’animale non stava solo ricordando. In quel fiore di rifiuti c’era la prova che la memoria empatica dello 08 non era un errore genetico da estirpare, ma una forma di resistenza spirituale.
    Elias sentì il peso della siringa nella tasca: il virus Analge Privativo prometteva un mondo senza traumi, un’esistenza asettica, in cui la felicità era costruita artificiosamente e l’umanità destinata a un’obbedienza inebetita Quel fiore di scarti gli urlava che senza memoria del dolore non può esistere gratitudine per il creato, la memoria ferita avrebbe seppellito sotto la coltre dell’analgesia, il senso della bellezza e della pienezza dei sentimenti che si fa cocente nei momenti della perdita.
    Se Blu avesse dimenticato la sofferenza della gabbia, avrebbe smesso di essere Blu; sarebbe diventato un involucro di piume senza storia.
    “Non oggi”, sussurrò , e la sua voce parve incrinare il silenzio asettico del laboratorio.
    Invece di estrarre la siringa, Elias colpì il comando manuale di emergenza. Il cristallo di protezione andò in frantumi, recidendogli la pelle del palmo. Il sangue, caldo e impuro, macchiò il bianco della consolle: In un istante, il sistema di bloccaggio pneumatico si arrese. Un sibilo sordo percorse il corridoio e le pareti di plexiglass scivolarono nei loro alloggiamenti.
    Fu un’esplosione di nero. Centinaia di corvi si riversarono fuori dalle celle, un fiume d’inchiostro che accecava le telecamere e confondeva i sensori termici.

    In mezzo al tumulto, Blu non volò via subito. Atterrò sulla spalla di Elias, le ali che sfioravano il suo viso in un ultimo, ruvido abbraccio. L’etologo sentì il battito frenetico del cuore dell’uccello contro il proprio collo: era il ritmo della vita che reclamava il diritto di soffrire per restare libera.
    «Vola, Blu. Ricorda tutto», esalò Elias, mentre le sirene d’allarme cominciavano a urlare.
    Lo stormo oscurava le luci al neon, dirigendosi verso i condotti di aerazione che portavano al mondo esterno.
    Blu esitò un ultimo istante, poi si staccò con un colpo d’ala che parve un soffio di libertà sul viso dell’uomo. Elias restò immobile a guardare quella macchia cobalto sparire nell’imboccatura del condotto, un frammento di cielo che fuggiva dalla sua prigione di plastica.
    Sul pavimento, tra i frammenti di vetro e le macchie di sangue, la margherita di scarti era stata travolta dal vento delle ali, i petali di guscio d’uovo erano sparpagliati come cenere. Elias sorrise. di fronte a quella meraviglia botanica che in lui aveva risvegliato un singulto di disobbedienza civile.
    Le porte blindate in fondo al corridoio si spalancarono. Le torce della sicurezza tagliarono l’aria, puntando dritto al suo petto. Elias non si mosse. Non tentò di nascondere la mano ferita, né di giustificare il sabotaggio. Si limitò a intrecciare le dita dietro la nuca, sentendo ancora il calore residuo degli artigli di Blu sul camice.
    Mentre le guardie gli serravano i polsi, il freddo dell’acciaio gli parve quasi dolce. Sapeva che per l’etica del sistema lui era ormai solo un errore , un ingranaggio guasto da sopprimere. Mentre lo trascinavano via verso il buio delle celle di detenzione, udì un grido lontano, aspro e selvaggio, che filtrava dai condotti. Era Blu. Era il suono del dolore e della bellezza che restavano al mondo. Elias chiuse gli occhi e, per la prima volta in quel presente distopico, cui apparteneva suo malgrado, si sentì finalmente in pace.

  57. #Stelle#
    Puntini luminosi
    che brillate nel cielo come lucciole;
    fiaccole della speranza,
    bagliori dell’universo
    racchiudete I più dolci desideri nascosti nei nostri cuori.
    Sez A
    Isabella Soverino
    Accetto il regolamento

  58. Sez. A- Accetto il regolamento

    DOVE SEI VITA?
    Pezzi di cielo cadono silenti
    su crepe d’anime
    senza più dimensione,
    una goccia soffiata dal vento
    ne sfiora i brandelli
    in un ricordo di scintille
    su volti promessi alla vita
    accolti da raggi di sole
    e senza odio nel cuore,
    nella pace del grembo
    solo sogni di luce e d’amore,
    frammenti di vaghi ricordi
    negli occhi vacillano,
    illusioni di arcobaleni
    gocciolano lacrime nere
    che squarciano la terra
    dove la speme sprofonda,
    la paura è compagna crudele
    dei giorni senza più calendari.
    Dove sei, vita?
    Il vaso di Pandora
    a ogni alba esplode
    nella miseria del mondo,
    nel vuoto dell’ipocrisia
    tutto scompare,
    resta una macchia
    indelebile e viva,
    l’ombra di chi il fato
    ha sottomesso ai suoi deliri
    e noi, anime nel vento, ignare,
    agnelli da sacrificare,
    s’alza leggera una nenia,
    brusio di anime disciolte
    nell’opulenta fame di potere,
    il silenzio è tuono
    che furioso echeggia
    nella croce della rassegnazione.
    Dove sei, vita?
    Dove ci hai dimenticati?

    -Marica Dettori-

  59. Sez. B – Accetto il regolamento.

    L’ ANGOLO DELL’ INTELLIGENZA UNIVERSALE

    *n.1
    Un uomo si ostinava a voler cogliere l’ultima oliva rimasta sull’albero, sul ramo più in alto.
    Dall’alba era lì, sempre allo stesso ulivo, nella sua cesta tutte le olive dell’albero, tranne una, e si arrabbiava dando calci al tronco. Al tramonto il giovane figlio si avvicinò:
    “Padre, tutti gli ulivi sono mondi e le ceste piene”
    “Non tutti finché quell’oliva rimane lassù”
    “Padre, io sono stanco, la coglierai domani”
    L’indomani, alle prime luci dell’alba, l’uomo si avvicinò all’ulivo, guardò in alto, ma non c’era traccia dell’oliva, guardò in terra, ed era lì, sola, verde tra pezzetti di sterpi.
    La raccolse e tornò a casa, guardò le ceste piene e poi la posò sul tavolo in cucina, mentre preparava un’abbondante colazione.
    Il figlio intanto si era svegliato, entrò, salutò, guardò l’oliva e il banchetto:
    “Padre, festeggi perché sei riuscito a coglierla?”.
    “No, figliolo, non l’ho colta, è caduta da sola durante la notte. Forse il vento, forse no.
    La terrò qui sempre bene in vista a ricordarmi quanto sono stato stupido ed egoista. Ti ho lasciato a fare tutto il lavoro da solo per un’oliva, mentre tu ne riempivi le ceste, e mi sono arrabbiato con l’albero perché non cadeva, invece che cambiare albero e aiutarti e avere più tempo per riposarci.
    Mangia, figliolo, oggi il lavoro sarà più duro.”
    *n.2
    Non c’era verso, quel problema Lorenzo non l’avrebbe mai risolto.
    “Cosa c’è oggi, Lorenzo? Perché quell’espressione?”.
    “Perché non sono capace, non ci riesco, non lo capisco, è inutile. Inutile insistere con me.”
    Il maestro lo invitò ad alzare lo sguardo e disse:
    “Tu sai che sbagli, ma continui, perché sai che puoi trovare la soluzione, sai che da qualche parte dentro il problema c’è la chiave…”
    “Ma l’ho fatto e rifatto mille volte… non ci riesco, è a me che manca qualcosa, non al problema.”
    Il maestro sorrise.
    “Mille volte. Se all’uomo fosse bastato il ‘mille’ non avrebbe contato anche tutti i numeri dopo, sino all’infinito… sapeva che potevano servire, sapeva che può comparire un imprevisto che impedisce di vedere la soluzione in quel punto, e allora bisogna andare avanti oltre sino a trovarla.”
    “Qual è il mio imprevisto, maestro?”
    “Io, sono io il tuo imprevisto”
    “Ma che dice, maestro?
    “Tu riconosci che sbagli e vai oltre quel mille a riprovare, io mi sono fermato prima, pensando di aver assolto al mio compito. Non mi sono comportato da buon maestro, ho commesso l’errore di pensare di aver spiegato al meglio la mia lezione, ma se anche uno solo non l’ha afferrata bene nonostante la buona volontà e l’attenzione, allora sono io che fallisco. Vieni.”
    Rispiegò il teorema da applicare e seguì passo per passo lo svolgimento di Lorenzo; ogni volta che il ragazzo si fermava titubante gli diceva: “Coraggio, e ricorda che se non ce la fai, sono io a fallire.”
    Lorenzo finì vittorioso e disse:
    “Lei è un ottimo maestro”
    “Io sono un buon maestro, tu sei un ottimo allievo.”
    *n.3
    A due operai tuttofare, Pietro e Antonio, venne affidato il compito di sistemare a nuovo il Parco di cui era prevista la riapertura a breve. Per farlo avevano 10 giorni, ma non si mettevano d’accordo sul come organizzarsi. Allora Pietro disse: “Dividiamo il parco a metà in modo che ci sia in ogni metà lo stesso numero e tipo di cose da ripulire: terreno, laghetti, panchine, giochi, chioschi. E ognuno pulisce la sua metà.”
    E così fecero. Si incontravano di sfuggita, si salutavano, sostavano insieme a mangiare, e i giorni passavano e … più facevano più pareva che il da fare fosse di più. Sette giorni dopo, all’ora della sosta:
    “Antonio, quanto lavoro hai da fare ancora?”
    “I giochi sono tanti, mal ridotti per il non uso prolungato, e con i bambini non si scherza, devono essere sistemati alla perfezione… è il più faticoso, Pietro, vedrai.”
    “Manca ancora un bel po’ da fare, ce la faremo in questi ultimi tre giorni?”
    “Dobbiamo farcela per forza. Dai, torniamo al lavoro.”
    Erano affaccendati e non si accorsero che due ragazzini erano entrati, curiosi.
    “Ehi, che fate qui, ragazzini? Il Parco riaprirà a giorni, lasciateci lavorare o non aprirà per tempo.”
    I due non dissero nulla e iniziarono a raccogliere carta e quant’altro il vento riportava indietro.
    “Ma che state facendo?” insistette Pietro.
    “Vi diamo una mano, così siamo sicuri che ce la farete. Facciamo le piccole cose e staremo attenti, non preoccupatevi. Del resto, è meglio collaborare che stare a guardare, e se le cose si fanno assieme si guadagna tempo. Voi, perché le fate ognuno per conto suo?”
    Pietro e Antonio si guardarono.
    “E tu che ne sai?”
    “Sono giorni che vi osserviamo…”
    “Pietro… “pronunciò Antonio.
    “Si, ho capito, siamo stati degli idioti presuntuosi. Senza riconoscerlo a noi stessi, facevamo una gara a chi finiva prima la sua zona. Dai, rimescoliamo le carte e finiamo tutto assieme”
    Antonio sorrise e si voltò verso i due ragazzini per dir loro che si, erano d’accordo.
    “Ma dove sono finiti?”
    Pietro azzardò:
    “A volte i pensieri hanno le sembianze di un bambino e le ali di un falco pellegrino”
    Quattro giorni dopo, una bella domenica di maggio, per la gioia di tutti, adulti e piccini, puntuale come un cronometro, il Parco spalancò i cancelli. All’ombra di un carrubo ricolmo di foglie, Antonio e Pietro sorridevano soddisfatti.

    -Marica Dettori-

  60. In silenzio …

    Sono la pioggia che disseta la terra
    Rumore di felicità su sassi ruvidi
    Tonfi di gocce pesanti sul mondo

    Sono il vento che scrolla
    Pioggia dalle nuvole
    Sgualcisce
    Denuda
    Riannoda Anime

    Sono la terra bagnata dalla pioggia
    Zolla dopo zolla i passi stanchi
    Mi congedo in silenzio

    Antonio Pittau
    Accetto il regolamento

  61. SIEDITI QUI
    (a mia madre)

    Se questo vento
    portasse via i silenzi,
    lo strano vuoto che grida
    in queste stanze ferme,
    le parole non dette
    cristallizzate in gola
    e quelle dette,
    ombre senza perdono;

    se trascinasse via
    i rimpianti,
    gli echi di incomprensioni
    e i rimorsi,

    si sveglierebbe
    dentro di me
    uno slancio,
    e il germe di un entusiasmo
    ritornerebbe
    a illuminare i giorni
    pieni di assenze
    e di confusi passi,
    quell’annaspare vano
    che segna il tempo.

    Siediti qui,
    vicino a me,
    a raccontarmi una fiaba:
    so che la tua voce
    mi svuoterebbe di lacrime il cuore.

    Non si è mai troppo grandi
    per poter stare soli.

    SEZIONE A – ACCETTO IL REGOLAMENTO

  62. AL LARGO

    Hai dovuto cercarmi in un sogno

    Ingoiato
    consumato
    annoiato
    dalle strade affaticate
    dalle estati trafficate
    dagli scrupoli sfiancanti
    dal predominio della ragione

    Nel sogno, solo nel sogno
    hai dovuto cercarmi lo sguardo,
    afferrandomi il mento, incredula:
    il mio mento da tempo girato.

    E nemmeno nel sogno
    ti ho creduta,
    nemmeno in un sogno
    mi sono lasciato scivolare
    dentro questo tuo abbandono.

    A forza, quasi
    seduta sulle mie ginocchia
    incredule
    mi hai soffiato sulla guancia imbarazzata
    incredula.
    Mi hai cercato il cuore
    inutilmente
    perché io non ti credo piu’
    non credo più:
    io me ne sono andato da tempo.

    Hai dovuto cercarmi in un sogno
    perche’ da tempo non sono piu’ qui
    Io ormai sono al largo;
    ho ricambiato il tuo bacio tentato
    solo girandomi un po’
    scivolando timido sulla prua
    di fronte a questo mare di carta
    in cui sono a stento annegato.

    Sez A Accetto il regolamento

  63. NESSUN ABBANDONO

    Parole
    di cera disciolta
    fondono l’anima
    e si attaccano
    al volo del vento.

    Allevia
    il nostro dolore
    penoso cammino
    su cicatrici piagati
    chiusi in noi.

    Sapienza cos’è
    candele accese
    lontani simboli
    coperti
    dal tafano bruciore.

    Etica
    invisibile tocco
    tu che appari
    alla coscienza del mondo
    sorreggi la tacita forza.

    Spettri
    lucro cessante
    nessun abbandono
    alla mia specie
    il dono appartiene.

    Sezione A Accetto il Regolamento
    Luigi Carlo Rocco

  64. L’insana guerra

    Che inutile cosa la guerra
    promossa da pazzi furiosi
    che amano solo le bombe
    e il sangue innocente degli uomini!

    Seduti su scranni di pietra,
    il cuore indurito dall’odio,
    le mani avvizzite dal tempo.

    Non sanno abbracciare una donna,
    sfiorare il viso di un bimbo,
    cantare canzoni d’amore.

    La vita ha contorni nefandi
    se gli occhi non guardano il cielo
    con sguardi puliti e sereni
    di quando giocavan nei campi
    sporcandosi di fango e di terra.

    Adesso parole perverse
    s’innalzano su vette dipinte di rosso,
    si parla di odio razziale,
    si offrono veleni assortiti
    nascosti in dolcetti di Pasqua.

    Sezione A Accetto il regolamento

  65. PIANTO
    Ci vuole un congiuntivo per congiungere, il fiato, spoglio di Miracolo
    con lo scompiglio delle certezze?
    Mi fascio il Cuore nell’apnea dell’estasi.
    È la soglia della fiabesca tentazione.
    È gonfia di Ansia.
    È leggera di Negazione.
    Non è minaccia: è processo!
    È Pianto rotto di scomode ragioni,
    in fila tra sbagli e scuse.
    Non posso regalare il mio Cuore.
    È truccato.
    È uno scandalo di Misericordia.
    Cade, la mia Lacrima, sulla mappa della Pace che non ha identità con la mia lingua.
    Pianto: è lo strappo illusorio dell’Anima.
    È il grume svezzato della colpa.

    Layla Giglio
    Accetto il regolamento, sez. a

  66. Il Fotogramma Nero
    Nessuno ricorda esattamente quando la fotografia apparve nel corridoio.
    La casa di Nerovalle era antica, troppo antica per essere amata davvero da chi vi abitava. I muri sudavano umidità, le travi gemevano durante la notte, e le scale sembravano contare i passi di chi osava salirle.
    Io ero arrivato lì per catalogare gli oggetti appartenuti al defunto proprietario: il signor Ettore Malvasia, un uomo che in vita aveva posseduto molte cose, ma soprattutto un’ossessione.
    La fotografia.
    Centinaia di immagini riempivano le stanze. Paesaggi morti, volti severi, finestre aperte su cortili deserti. Ma tra tutte, una attirò immediatamente la mia attenzione.
    Era appesa in fondo al corridoio, dove la luce arrivava stanca e grigia.
    La chiamavano il fotogramma nero.
    A prima vista sembrava completamente vuota. Solo una lastra scura, opaca, come se la luce non fosse mai esistita al suo interno.
    Chiesi alla governante, la signora Teresa.
    «È sempre stata così?» domandai.
    La donna mi guardò con una strana esitazione.
    «Non proprio.»
    Non aggiunse altro.
    Quella notte dormii nella stanza accanto al corridoio.
    Fu il vento, pensai inizialmente, a svegliarmi. Ma quando aprii gli occhi mi accorsi che il silenzio era troppo perfetto.
    Mi alzai.
    Il corridoio era immerso in una penombra lattiginosa.
    E la fotografia… non era più completamente nera.
    Mi avvicinai.
    Per un istante pensai fosse un riflesso. Poi vidi chiaramente una forma emergere dal buio.
    Una porta.
    Una porta appena visibile, come se l’immagine stesse lentamente sviluppandosi.
    Il mattino dopo controllai attentamente la cornice.
    Dietro trovai una piccola annotazione scritta con una grafia tremante:
    “La fotografia non cattura il mondo. Cattura il momento in cui l’anima si distrae.”
    Firmato: E. Malvasia
    Nei giorni successivi accadde qualcosa di ancora più inquietante.
    L’immagine cambiava.
    Ogni notte.
    La porta divenne più nitida. Poi comparve un corridoio. Poi un’ombra.
    Una sagoma umana.
    Non riuscivo a distogliere lo sguardo.
    Era come assistere allo sviluppo di una memoria che non ricordavo di aver vissuto.
    La quarta notte vidi qualcosa che mi paralizzò.
    La figura si era voltata.
    Stava guardando verso l’obiettivo.
    Verso di me.
    Il volto non era chiaro, ma sapevo, con quella certezza terribile che non lascia spazio al dubbio, che quell’uomo stava tentando di uscire dall’immagine.
    Cercai tra gli appunti di Malvasia.
    Trovai il suo diario.
    L’ultima pagina diceva:
    “Ogni fotografia è una trappola. Ma una notte ho scoperto l’inverso: se l’osservatore guarda troppo a lungo… la trappola si apre anche dall’altra parte.”
    Risi.
    Una risata nervosa, febbrile.
    Sciocchezze.
    Suggestione.
    Quella notte decisi di dimostrare a me stesso che tutto era frutto della mia immaginazione.
    Mi sedetti davanti alla fotografia.
    E osservai.
    Le ore passarono.
    Il corridoio dell’immagine divenne nitido come uno specchio.
    La figura iniziò a camminare.
    Un passo.
    Poi un altro.
    Il cuore mi batteva violentemente.
    L’uomo si fermò davanti alla porta.
    La aprì.
    Dietro di lui non c’era il corridoio della fotografia.
    C’era il mio corridoio.
    Quello della casa.
    La stessa luce.
    Le stesse pareti.
    E allora compresi.
    Non stavo guardando una fotografia.
    Stavo guardando un punto di vista.
    L’uomo fece un ultimo passo.
    Il suo volto emerse dalla penombra.
    Era pallido.
    Confuso.
    Spaventato.
    Era il volto di qualcuno che non riconosceva il mondo intorno a sé.
    Era il volto di Ettore Malvasia.
    In quel momento accadde qualcosa di impercettibile.
    Un tremito nell’aria.
    Una sensazione di vuoto.
    Come se la stanza avesse cambiato respiro.
    La figura uscì completamente dall’immagine.
    Io mi voltai.
    Il corridoio alle mie spalle era vuoto.
    Quando tornai a guardare la fotografia… gridai.
    Dentro l’immagine ora c’era qualcuno.
    Seduto davanti alla fotografia.
    Nella stessa stanza.
    Con lo stesso sguardo incredulo.
    Con le mie stesse mani tremanti.
    Io.
    Provai a muovermi.
    Ma il mio corpo non rispondeva più.
    La stanza diventava sempre più distante, come osservata attraverso uno spesso vetro.
    E dall’altra parte del corridoio reale vidi l’uomo — Malvasia — allontanarsi lentamente.
    Libero.
    Con passo incerto, ma libero.
    Compresi allora l’orrore della sua scoperta.
    La fotografia non cattura il tempo.
    Cattura l’osservatore.
    E chi guarda troppo a lungo… prende il posto di chi è riuscito a fuggire.
    Ora qualcuno passerà davanti al corridoio.
    Vedrà il fotogramma nero.
    Penserà che sia solo una vecchia fotografia vuota.
    E si avvicinerà.
    Perché il vero potere delle immagini non è mostrare qualcosa.
    È farci credere di essere noi a guardarle.
    Quando invece…
    sono loro che aspettano noi.

    sez. b, accetto il regolamento

  67. FINALISTI CONTEST
    ***
    Sezione A (poesia)
    Enrico Ravasio con “Polvere”
    Daniela Visani con “Mostar”
    Raffaele Di Palma con “Merita la vita”
    Natascia Secchi con “Volo astrale”
    Antonella Alberghina con “Un’alba nuova”
    Speranza Serra con “Novembre”
    Susanna Andreone con “Tu”

    Sezione B (racconto breve)
    Daniela Giorgini con “Amare a New York”
    Raffaele Di Palma con “Merita la vita”
    Lorenzo Ianelli con “Il treno delle 04.29”
    Cinzia Panuccio con “Dietro la finestra”
    Rita Licenziato con “150”
    Linda Motti con “Fotogrammi”
    Vito Ditaranto con “Il fotogramma nero”
    ***
    Si ringraziano tutti i partecipanti e si rinnova l’invito allo Speciale Tomarchio Editore “2026 che scrittore sei”:
    https://oubliettemagazine.com/2026/01/06/speciale-tomarchio-editore-2026-che-scrittore-sei/

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