Vincitori e finalisti del Contest letterario “Il passo della strega”

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“Brucia la gramigna in mezzo al campo,/ divampa come il sole del meriggio./ Una finestra è rimasta aperta,/ la luce abbacinante attraversa il vetro e Manila/ sente ardere il corpo./ Manila, o Manila quale scintilla t’accese?/ Il lenzuolo nero copriva la finestra,/ ma la voce nemica aveva già fatto il giro delle case,/ è questa, si sa, l’arte contadina per eccellenza./ O graziosa Manila,/ perché esci dalla tua dimora solo la notte?/ Cosa fa di te una creatura del buio?/ […]” ‒ dalla poesia “Manila”

Contest Il passo della strega
Contest Il passo della strega

Si è conclusa il 25 gennaio 2026, a mezzanotte, la possibilità di partecipare al Contest letterario di poesia e racconto breve Il passo della strega” promosso da Oubliette Magazine, dall’autore Fabio Soricone e dalla casa editrice Tomarchio Editore.

La giuria del contest “Il passo della strega” (Alessia Mocci, Fabio Soricone, Antonietta Fragnito, Carolina Colombi, Giovanna Fracassi, Franco Carta, Rosario Tomarchio) ha decretato i 14 finalisti dai quali sono stati selezionati due vincitori per ognuna delle categorie in gara.

Il premio per ciascuno dei vincitori consiste nell’invio di una copia della silloge “Il passo della strega” di Fabio Soricone, edita a luglio 2025 da Tomarchio Editore.

Oggi, vi presentiamo tutti i finalisti ed i quattro vincitori ex aequo del Contest “Il passo della strega” (due per ogni sezione).

Tutte le opere partecipanti al Contest letterario “Il passo della strega” possono essere lette cliccando QUI.

FINALISTI SEZIONE A (POESIA)

“Notte di Natale” di Antonio De Serio
“La Befana Silvana” di Cinzia Panuccio
“Gli anni” di Gordiano Lupi
“Il primo uomo (tributo ad Albert Camus)” di Sebastiano Impalà
“Armocromia” di Dante Quaglietta
“Il mio vestito, donna” di Chiara Marinoni
“La Carne e il Cielo” di Giovanni Andrea Negrotti

FINALISTI SEZIONE B (RACCONTO BREVE)

“Tra le pieghe del silenzio” di Michela Fanni
“Un coriandolo di vita” di Amelia Belloni Sonzogni
“Passeggiata notturna” di Francesca Negrizzolo
“Ombraluce” di Daniela Giorgini
“Le streghe ballano” di Elisa Margherita Rossi
“Shiro e il drago” di Franco Maccioni
“Con i dovuti modi” di Vincenzo Giusepponi

OPERE VINCITRICI

SEZIONE A

“Gli anni” di Gordiano Lupi

“Ad Attilio Bertolucci”

Albe e tramonti degli anni perduti,
riva del mare assolata, persino d’ottobre,
amici partiti da tempo ma torneranno,
compagni che non rivedremo, fantasmi
vaganti, memoria d’antiche sconfitte.
Meriggio di quasi novembre,
sole splendente, nubi, schizzi
di pioggia, vento inclemente,
la fine del giorno. Provincia
che sfuma il passato, mode
confuse di vita in disuso,
sui marciapiedi del corso
lenta malinconia del ricordo.

 

“Il primo uomo (tributo ad Albert Camus)” di Sebastiano Impalà

In questa casa di Algeri
le ombre lunghe si abbassano
su polverose viuzze
da mendicanti abitate.

La nonna sgrana lenticchie
sopra una tavola grezza,
la madre piange in silenzio
sul suo giaciglio di crine.

Lo zio muto rammenta
il suo passato di uomo
sopra una stuoia di pezza,
racconta ancora d’amore.

Ma la mia storia è infinita,
s’invola verso l’Europa,
la Francia a volte è vicina
se la si cerca col cuore.

Ho visto crescere il genio
fra le mie mani callose,
il mio pensiero si allunga
cercando piccole cose
solcando strade brillanti
di una Parigi ritrosa.

Se avessi avuto più tempo
avrei danzato felice
con la mia donna elegante
nelle balere a Pigalle
ma troppo presto si è spento,
l’orologio s’è rotto frantumando le ore
su un taccuino a quadretti.

 

SEZIONE B

“Tra le pieghe del silenzio” di Michela Fanni

La stanza era immersa in una penombra lieve, quella che nasce quando il sole non ha ancora deciso se entrare davvero o restare fuori a guardare. Lei sedeva accanto alla finestra, una mano appoggiata sul ventre, l’altra sospesa tra le pagine di un libro che non stava leggendo davvero. Era un mattino come tanti, eppure qualcosa nell’aria sembrava vibrare in un modo diverso.
Negli ultimi giorni aveva sentito spesso una presenza accanto a sé. Non era qualcosa che si potesse vedere o toccare, e non aveva una forma precisa. Eppure c’era. La percepiva come un soffio leggero, un pensiero che non le apparteneva del tutto, un desiderio che cercava spazio nella sua mente.
A volte, nel silenzio della notte, le sembrava quasi di udire un battito lieve, come un’eco lontana che attraversava i muri, i cuscini, il buio. Un ritmo piccolo ma deciso. Altre volte invece la presenza le parlava attraverso immagini brevi: un campo di girasoli, un trenino di legno, due piccoli piedini che lasciavano impronte sulla sabbia ancora umida dopo l’alba.
Lei non capiva da dove arrivassero quei frammenti, ma non li respingeva. Li lasciava sfilare davanti agli occhi come pezzi di un sogno particolarmente delicato.
Un pomeriggio, mentre il vento faceva vibrare i vetri, sentì quella presenza più vicina del solito. Era come se qualcuno le sfiorasse la mano, come se avesse bisogno di dirle qualcosa.
«Sono qui» sussurrò lei, senza sapere davvero a chi stesse parlando.
Non ottenne risposta, ma avvertì una pace improvvisa, un calore che le scivolò sul petto e si fermò nel punto esatto in cui la nostalgia nasce.
Giorno dopo giorno, quel legame invisibile cresceva, e lei iniziò a rivolgersi a quella presenza come se fosse un compagno di viaggio silenzioso. Le raccontava piccoli pezzi della sua vita: i suoi sogni di bambina, le sue paure, i suoi progetti ancora chiusi nei cassetti.
E quella presenza ascoltava. Lei ne era certa.
A volte le sembrava addirittura che volesse risponderle, ma le parole restavano sospese, come se fossero trattenute da una porta che non si era ancora aperta.
Col passare delle settimane, però, il battito lieve che aveva imparato a cercare nel buio diventò sempre più difficile da percepire. Le immagini che una volta fluivano spontanee iniziarono a sbiadire, come fotografie lasciate troppo al sole. E la presenza… la presenza sembrava allontanarsi.
Lei se ne accorse lentamente, con la stessa lentezza con cui una foglia si stacca da un ramo. Ogni giorno un piccolo pezzo diventava più leggero, più trasparente.
Provò a chiamarla ancora.
«Dove sei?»
Questa volta non rispose nemmeno il silenzio.
Fu allora che capì che qualcosa stava cambiando davvero. Che ciò che aveva accompagnato quei giorni ‒ quelle sensazioni, quei sussurri, quei sogni ‒ non avrebbe camminato accanto a lei così a lungo come aveva immaginato.
Eppure non provò rabbia. Solo un dolore sottile, come una linea d’inchiostro tracciata troppo in fretta.
Una notte, quando il vento portava con sé un odore fresco di pioggia, la presenza tornò. Ma era diversa: meno forte, meno vicina, come se si trovasse sull’altra riva di un fiume invisibile.
Lei chiuse gli occhi e aspettò.
«Devo andare» sembrò dire quella voce senza suono.
Il cuore le tremò nel petto. Per un istante ebbe la sensazione che tutto ciò che aveva immaginato, tutto ciò che aveva amato in quel breve tempo, stesse scivolando via come sabbia attraverso le dita.
«Perché?» chiese con un filo di fiato.
Non ricevette una spiegazione, ma un sentimento. Dolce, intenso, incontenibile.
Amore.
Un amore piccolo e grande allo stesso tempo. Un amore che non aveva avuto il tempo di diventare parola, ma che era esistito comunque, forte come un germoglio che tenta di bucare la terra.
Lei capì allora. Tutto.
Capì che quel battito, quelle immagini, quella presenza che aveva riempito i suoi giorni… non sarebbe mai nata alla luce del mondo.
E che, nonostante ciò, l’amore che aveva provato non sarebbe scomparso.

 

“Passeggiata notturna” di Francesca Negrizzolo

Una luce fioca e tremolante prendeva al buio un piccolo spazio.
Proveniva da una zucca svuotata della polpa e usciva dai fori praticati a dare l’idea di occhi, bocca e denti.
Era la sera del 31 ottobre, ed era il tempo di questo simbolo della tradizione di Halloween.
Sebbene semi-nascosta, la luce filtrava e, silenziosa, chiamava la curiosità di chi la scorgeva.
Avvicinandosi apparivano, per primi, dei cespugli di rovi e altre piante intricate, che la avvolgevano quasi a proteggerla, o a dominarla, ingoiata dal buio.
Ma la luce, seppur debole, riusciva a far intuire un punto dove si sarebbe potuto passare.
Bastavano un po’ di coraggio e una buona attrezzatura da trekking per attraversare quel breve tratto che, a guardarlo meglio, appariva meno contorto e inospitale.
Forse chi aveva posizionato la lanterna voleva sfidare i passanti ad andare oltre l’apparenza, a cercare, a non demordere… Erano semplici pensieri di Carla, mentre percorrevano l’ultimo tratto del percorso.
Ricordava, a volte, le parole della nonna: come fai a sapere se una cosa non ti piace prima di averla assaggiata?
Come fai a rifiutare un gioco prima di averlo provato?
Si trattava di piccole proposte per socializzare, a scuola, all’oratorio… “No…” rispondeva, a volte senza voce, e cercando riparo da sé stessa. Scelte apparentemente semplici le apparivano complicate. Decidere di esporsi, di prendere parte alle proposte la intimidiva; rimaneva ferma. Prigioniera.
Questa era una passeggiata notturna organizzata da un gruppo di esperti.
Si era lasciata convincere da sua sorella.
D’estate proponevano passeggiate accessibili a tutti fino ai pianori per osservare e conoscere le stelle.
Ora, in autunno, un itinerario simile, di media difficoltà, con una compagna di viaggio speciale: la luna piena.
Avrebbero raggiunto una baita, cucinato castagne e vin brulé e avrebbero osservato tracce di vita notturna degli animali, e atmosfere e voci del bosco nel suo buio.
Nello zaino un caldo sacco a pelo avrebbe accompagnato l’uscita lungo la notte, da trascorrere all’interno.
Il piccolo gruppo veniva guidato ad avvertire l’armonia della natura a riposo in attesa dell’inverno, e il suo respiro, freddo e bianco, sul quale provare a sintonizzarsi.
Le guide sussurravano di prestare attenzione ai lievi rumori vicini, ai calpestii, ai versi di alcuni tipi di animali che comunicavano tra loro, ai piccoli corsi d’acqua e ai loro instancabili suoni.
La luna, gentile, gocciolava il suo chiarore per mostrare la versione notturna della natura.
Era magnifico.
La salita stava per concludersi, si potevano già scorgere la baita e un falò.
Per collaborare con la “magia” inquietante di Halloween, erano state sparse delle lanterne all’interno di zucche vuote, che apparvero punteggiando il suolo, una volta giunti all’arrivo.
L’effetto era suggestivo, amplificato da uno specchio nero e lucido, poco lontano dalla baita.
Un lago.
Carla non ricordava che le avessero parlato anche di un lago.
Lo zaino si rivelò, ad un tratto, pesantissimo, tanto da costringerla a piegarsi sulle gambe.
Un ululato li accolse. Lungo, forse più di uno. E un fragore, lontano, come di ghiaia versata in una cavità profonda.
Il mondo della notte, d’improvviso, si mostrava diverso da poco prima, riempito di suoni e di rumori spezzati.
I sussurri rispettosi delle guide non c’erano più.
Anche il lago aveva una voce, lo si sentiva ribollire.
Grossi uccelli volavano bassi, si avvertiva il rumore delle grandi ali spiegate.
Civette e barbagianni; rapaci, lo sapeva.
Volteggiavano intorno a Carla.
Il fuoco, a tratti, illuminava i loro occhi lucidi e grandi che la fissavano.
Avrebbe voluto tornare indietro ma, voltandosi, si trovò un muro, altissimo.
Il falò iniziò a lanciare sempre più in alto le sue lingue più lunghe.
Un albero si accasciò con enorme frastuono sul fuoco lanciandone mille frammenti verso il cielo e al bosco.
Carla non riusciva a reagire e a muoversi.
Natura e notte, quella notte, offrivano aspetti di sé spaventosi e irrazionali.
Come, a volte, accadeva nella sua mente.

***

I vincitori del volume “Il passo della strega” saranno contattati via e-mail per l’invio del premio.

Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti del Contest “Il passo della strega”.

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