“Nostra solitudine” di Daria Bignardi: una inebriante libertà?
Nostra solitudine di Daria Bignardi è un dono di Natale suggerito alla donatrice dal ricevente. Il sottoscritto è un ammiratore della sua autrice, di cui ha letto diverse opere.

Daria è simpatica: etimo da syn – insieme; pathos – sentimento.
La dedica de Nostra solitudine “A quelle ragazze” – non l’ho capita. Delle due citazioni, la prima, di Pier Paolo Pasolini, mi fa male. La seconda, di Eva Illouz, mi propone una cura a tale malessere. Non le riporto. Tanto restano lì, a far la guardia al libro, come due boxer.
A una determinata pagina Daria parla de “L’immagine della chat delle ragazze di famiglia…” – il che mi consola. A volte mi sento un minus, poiché ho 3 chat familiari, con quattro diversi familiari, non sempre gli stessi, e a volte mi domando che ne penserebbe a riguardo colei che reputo una delle più grandi filosofe di tutti i tempi, la mia mammina, diplomata con la licenza elementare; e anche papà, che m’indusse, ahi!, a leggere Fëdor Dostoevskij, e a volte mi sbaglio e metto prima la j e poi la i: ché nessuno di loro due ha mai toccato né un cell né un personal mentr’era in vita. Quell’ahi è dovuto al fatto che papà si mise quasi in ginocchio per farmi leggere “L’idiota”, che solo dopo averlo letto scoprii essere un allucinato mio alter ego. Come vorrei che la loro memoria fosse riproducibile nella macchina di cui parla Frank J. Tipler in La fisica dell’immortalità; oppure in un guazzabuglio cibernetico tipo quelli che sono descritti da William Gibson in “Neuromante”, che sto leggendo giusto mo’. Potrei in tal caso chattare con entrambi…! Che divino sogno, sarebbe…!
Non gradisco però, Daria, la tua citazione di “Ho”: non amo troppo la Storia che pare legittimata dalla tua frase: “E così è stato” – ne vorrei parlare prima con te, per cui non mi sogno affatto di criticarti. Mi limito a prendere le giuste distanze. E a sottolineare che “uccidere”, “uccido”, “perderete”, “vincerò” sono vocaboli così spietatamente umani che mi danno il voltastomaco. Eppure anch’io lo sono, umano, e pure tu lo sei, umana. Io odio troppo la Storia: questa frase non piace a un mio amico di Roma, di cui un giorno ti parlerò. Credo che egli abbia ragione a metà: senza di Essa noi saremmo sprovvisti di punti di riferimento. Quasi ci bisticciai una volta, con lui. Avevo abbastanza torto, mi sa.
“Non credo che possa rinunciare a…” – non dico a che, perché, dicendolo, temo che Esso creda di non poter rinunciare a me. Anch’io però la penso più o meno come te, purtroppo. Per via di quelle chat, capisci? Dei membri delle stesse, intendo.
A una pagina x parli di “EMDR” – poiché il quasi anagramma mi turba, corro subito dove sai tu e m’informo, no, non c’entra Cambronne. Però m’inquieto. Ne potrei aver bisogno anch’io, un giorno? Quando? Già domani mattina?
Leggo poi: “le donne capiscono troppo tardi di avere il diritto di riposare e prendersi cura di sé.” – anche gli uomini, i cagnetti e le tartarughine, vero?
Una tua amica “ti fa sentire in colpa perché sai quanto il rapporto sia impari e come sia impossibile essere buoni come lei.” – ti capisco. Per anni l’ho pensata allo stesso modo in riferimento a uno dei tre amici summenzionati. Recentemente l’ho aiutato in svariate occasioni, iniziando a restituire. Anche un altro dei tre, una volta mi negò un soccorso urgente e ci rimasi male, avendolo aiutato spesso. Oggi come oggi ci siamo però eguagliati. Per il terzo, siamo circa pari fin dall’inizio: un miracolo che talvolta succede!
Tra: toccherà anche a te di esserle essenziale. Secondo me, conoscendoti da un po’, già lo sei.
Alla pagina tal dei tali parli di alcune categorie di persone “che condividono una condizione atavicamente svantaggiata e oppressa” e che “sono quelle che conoscono meglio la solitudine.” – e quella che ora segue è una cosiddetta piolata, in cui credo (religiosamente): conoscere meglio non è conoscere peggio. Anche se, diceva mamma, al peggio non c’è mai fine.
No pain no gain, dice Arnold Schwarzenegger. Secondo te, Daria, se Franz Kafka, se il citato Fëdor, avessero trascorso una vita intera senza incidenti, avrebbero scritto un rigo dei loro capolavori? Pensa a te e pensa a me, che sto scrivendo ‘ste scemenze che pure mi paiono così cogenti che non riesco proprio a rinunciarvi!
Se poi, al lettore medio (ma esiste poi?) può parere che saltelli di palo in frasca, che sappia a questo punto una banalità (per cui saluto Salvatore Patriarca, di cui ti dirò un bel dì): è lei, l’autrice Daria che zompetta, come in quel gioco che a Reggio Emilia chiamiamo Settimana e che Julio Cortázar chiama Rayuela – il gioco del mondo.
Daria, tu sei un’anima che è assai consapevole che La Terra è rotonda, come scrive Cinzia Sciuto, direttrice di Micromega.
Cogitiamo su ‘sto fatterello: “che destino infame quello delle madri: è sempre colpa nostra.” – a quell’arguta filosofa ne dicevo di ogni. Ero come un bestemmiatore del suo materno amore. Oggi mi sono pentito in tempo, o quasi, chissà. Ma posso chiederle scusa solo col pensiero.
La tua amica Lilian secondo me si sbaglia quando “pensa che il potere di generare abbia un valore inestimabile e che i maschi ce lo invidiano.” – no, non credo. Abbiamo già il lavoro fatto, senza travagli vari. Proprio ieri, mentre calpestavo le foglie morte di via Adua, crac crac crac crac, cogitavo su un fatterellone: ma com’è possibile che alla Natura sia venuto in mente di fornire a un rappresentante della specie un attrezzo apparentemente esagerato (utilissimo pure nel mingere) e alla donna una mini paludina di steli lunghi, da dove un bel dì potrebbe scaturire la vita?! Che sia un doppio miracolo maschilista?! In effetti, non risulta facile scovare una dea femmina. Di Kali Emilio Salgari non parlava benissimo. Questo sì che potrebbe essere un sessismo. Emilio, tu che ne pensi?
Un maschilismo! E poi leggo: “… essere la figlia della vittima è quasi peggio che essere la vittima.” – già… può essere. E il fatto rattrista. E mi sa che il male e il dolore figli assai più del bene e della gioia. Che sia anche questo un fatto biologico, come quell’attrezzone e quella selvuccia? O è un fatto umano? Quel che umano cos’è, divino? No! Io non ci sto!, come disse quel tale.
Pagina 63 de Nostra solitudine mi spinge a pagina 99, dove forse coglierò un Doppelgänger editoriale. Non so.
Ora sta sgorgando questo: “E quella che fino a un minuto prima mi era sembrata un’inebriante libertà non era altro che un’evidente solitudine.” – quando sei solo sei tutto tuo, diceva Leonardo. Con pochissime rose e radi fiori secchi, se non sei quel geniale vinciano. Mah!
Poi: “Beata solitudine e solitudine nera sono due facce della stessa medaglia.” – del medesimo grafico numismatico: io, tu, lui, noi, voi, loro.
La battuta successiva mi fa sorridere ma non troppo: la evito.
Questa la gradisco: “Bestia selvaggia mi ci sento spesso, dio mai.” – forse anche Lui, che non potrebbe non sapere che ne amo l’assurda eventualità. Del resto io pure ignoro quasi tutto di lui. Ed è in quel quasi che resto appeso come una bertuccia, che fa rima con gruccia.
E ciò lo affermo a prescindere da Aristotele – che come tutti noi era un umano aggraziato e disgraziato.
Mi fai ridere e già un po’ mi manchi, anche se mai ti conobbi, quando scrivi: “Ho condiviso il mio successo col gruppo, commentando con un ‘Peppèpeppèpeppè’ da trenino.” – io non avrei mai l’ardire di farlo. Ti ammiro, seppure in smart.
Dice un tuo eroico amico: “Ma cos’altro possiamo fare noialtri se non raccontare.” – penso sia la più bella frase che possa essere mai scritta. Poi mi fai rammentare la filosofa di cui sopra, quando leggo: “Una cosa è certa: se non trovo gli occhiali, il telefono, le chiavi, il modo più veloce e sicuro per ritrovarli è smettere di cercarli.” – mamma diceva che bastava metterci le mani sopra.
Poi parli di “tre chili di parmigiano” – consiglio: se passi dalle mie parti parla pure del reggiano o, al limite, del reggiano-parmigiano. Stai accorta che nuêter arşân siamo dei goti collerici. I pastori sardi, al nostro confronto, sono degli atarassici… Ovviamente scherzo! Però…
Lievemente nervoso, io lo sono da quando ero “un pischello”, sono a pagina 99: repetita iuvant.
Pagina 113 (help!): “Qui c’è un paese, un popolo intero in prigione. Non che non lo sapessi, ma respirarlo è diverso.” – e qui mi fai sentire un vile (e probabilmente lo sono). Anni fa, Anna sognava di fare la reporter di guerra. Speriamo le sia passata. Gran parte della saggezza è fatta di viltà. Non so come la pensi tu. Temo però d’intuirlo.
“Perché ogni tanto dimentico che la mia solitudine non è solo mia.” – forse perché un minimo di egocentricità è salvifico? Non bisogna eccedere, sennò rischi, se ti va Male, di diventare un maiale orwelliano e capelluto, come colui che oggi è ai disonori degli altari.
Inoltre: “È vero che le donne sono più sole perché sono più esposte.” – ascolta: anch’io lessi “L’isola di Arturo” di Elsa Morante e l’amai parecchio. Ma non sento mia la frase che citi (e che non riporto). Stento anche con la tua. Secondo me una risposta corretta potrebbe essere: dipende. Da che dipende? Non lo so bene. Forse dalla civiltà così com’è stata concepita fino a ieri. Oggi già un po’ meno. La prima donna dotata di potere che ricordo furono quell’Indira e quella Golda. E pure quella Sirimavo. Sono contento che alcune donne siano al potere, oggi. Anche se… una o due di loro, beh… meglio non parlarne.
Le donne devono scegliere di esporsi. Il che richiede un grande coraggio. E lo so bene.

Finisci il capitoletto dicendo di quella “prigione” e scrivi che “è un posto dove fermarsi in ascolto del battito del mondo.” – la frase è tanto assurda e magica che la cogiterò per sempre.
Per smorzare l’emozione scrivo che per me la Spal era una squadra simpatica. Sono spiaciuto per quello che le è capitato. Anche alla Reggiana successe, due decenni fa.
Sei tre volte menda, quando scrivi: “intercetto i loro sguardi tra il divertito e l’offeso e me la godo.”
Tu sei la femminista più simpatica di sempre: a dosi omeopatiche però. Non dico quantistiche.
Non cito la narrazione dei tuoi vari eroismi perché chiunque spetta la chance di leggerti in prima battuta.
Ti ammiro? Sì. Ma sono contento che tu non sia una mia consanguinea. Soffrirei troppo, credo. Fingendo un’assurda quanto mistificata atarassia.
Non so se mi auguro che Anna legga il tuo libro. Tanto so che lo farà, appena potrà. Per fortuna ha mille impegni! Ancora non mi ha detto nulla del vostro incontro. Oggi è di ritorno da una fattoria sita a Oliena, nel nuorese, dove ha munto le pecore, le ha portate al pascolo, ha dato da mangiare ai gugiō… E… che cosa sono? Dalle mie bande sono quelli che servono da metafora ai maleodoranti animali orwelliani di cui dissi qualche riga su.
A pagina 161 de Nostra solitudine, nell’Epilogo, spieghi perché non hai ancora messo in atto quel tuo proponimento a cui hai accennato nelle pagine precedenti. Manco io l’ho fatto. E so perché.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Daria Bignardi, Nostra solitudine, Mondadori, 2025
