Contest letterario di poesia e racconto breve “Il passo della strega”
“Il fiume scorre lento/ e la luce rutilante dei lampioni/ si riflette sul selciato// rifulge sulla patina di umidore della strada:/ la pioggia è cessata// una monofora antica s’apre/ nell’incavo del cuore:/ presto sarà buio// c’è un respiro in questo mio respirare/ ancora più profondo/ più silenzioso del silenzio// l’incanto penetra nella culla boschiva/ di creature solinghe/ e di effluvi che ammanteranno/ la notte impenetrabile// è qui, dove sussurrano/ castelli e chiese,/ la scaturigine di un eterno/ segreto profondare// […]” ‒ “Bisbiglio”

Regolamento Contest “Il passo della strega”:
1. Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Il passo della strega” è promosso da Oubliette Magazine, dall’autore Fabio Soricone e dalla casa editrice Tomarchio Editore. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.
La partecipazione al Contest è gratuita.
Tema libero.
2. Articolato in due sezioni:
A. Poesia (limite 100 versi)
B. Racconto breve (limite 1000 parole)
3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.
4. Premio:
N° 1 copia del libro “Il passo della strega” di Fabio Soricone edito a luglio 2025 da Tomarchio Editore.
Saranno premiati i primi due classificati per entrambe le sezioni.
5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 25 gennaio 2026 a mezzanotte.
6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:
Alessia Mocci (Editor in chief)
Fabio Soricone (Poeta, scrittore e collaboratore Oubliette)
Antonietta Fragnito (Poetessa e Scrittrice)
Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)
Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)
Franco Carta (Poeta e scrittore)
Rosario Tomarchio (Poeta ed editore)
7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.
8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.
9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.
10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.
11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.
Buona partecipazione!

MAGRA
Mentre aspetto che il dottore finisca di consultare gli esami, ripenso a quella notte con Magra, circa due mesi prima…
Guardavo l’orizzonte nuvoloso che si
confondeva con la linea nera del mare al largo di Punta Ala, al di là delle luci che velocemente si spegnevano come i suoni e i rumori della festa, lasciando finalmente che il vento mi portasse rumore di onde e profumo salmastro.
La luna piena stava nascondendosi tra le nubi quando eravamo arrivati alla suite con vista mare, lei aveva fatto un rutto, e dopo un vago cenno di saluto con la mano destra e vari tentativi di appoggiare la tessera al sensore della serratura era entrata nella camera, barcollando.
Lei, Melissa Basedini, compagna del senatore Lorenzo Lorenzi: indossava un tubino blu notte che avrebbe dovuto essere sensuale, ma il cui colore esaltava solo il pallore della pelle, mentre la scollatura a v metteva in risalto due scapole che più alate non si poteva immaginare; e tra di esse il susseguirsi di vertebre che sembravano voler bucare la pelle candida, per non parlare delle cosce, diritte e toniche, ma troppo, troppo sottili.
Lei, Melissa Basedini, detta da tutto l’entourage del senatore, comprese noi guardie del corpo, Magra
Il ronzio del telefono e subito dopo le sue parole interruppero i miei pensieri…
“Sciono bloccata in bagno, Matti. Vedi sce, sce riesci a fare qual, qualcoscia, eh? ”
Rimasi un attimo a fissare il cellulare, perché è vero, Magra è uno scorfano.
Ma anche sbronza ha una voce da brividi.
Un minuto dopo stavo appoggiando le seconde chiavi sul tavolino in noce all’ingresso, altri pochi secondi ed eccomi ad armeggiare con la serratura del bagno.
“Non mi sembra chiusa a chiave, signora”, avevo commentato guardando la lama di luce tra porta e stipite.
Ricordo bene ciò che ci eravamo detti, divisi dalla porta chiusa…
“Eh, scerto che no, ma non sci apre, non sci aapre”.
“Mm, vedo. Bene, facciamo così: lei tira con tutta la sua forza e nello stesso tempo io spingo, ok?
Pronta? Al mio tre…Uno, due”
Al tre la porta si era spalancata e lo slancio mi aveva portato a urtare il bordo della vasca e poi a finirci dentro e dentro, ovviamente, lei, che nuda e ossuta mi guardava con occhi lucidi e rideva, rideva, felice come una bambina per lo scherzo che aveva combinato…
Da quel momento, i ricordi si fanno confusi.
Ho in mente le sue mani che stringono le mie, a lungo, mentre la aiuto a rialzarsi e a uscire dalla vasca, poi abbandonarle per raggiungere i bottoni della camicia candida che l’acqua incollava al mio corpo.
“Co, coscia fa, signora?”, ricordo che farfugliai come se avessi bevuto troppo mentre cominciavo a barcollare e le cose intorno si sdoppiavano e muovevano.
Non rispose; si limitò a fissare nei miei gli occhi color pervinca e a socchiudere le labbra, porpora come i capezzoli, liberando un sorriso di neve. Abbassai gli occhi sulle sue unghie, nere come i capelli folti, lucidi, sanissimi.
Poi riprese a parlare, con voce ferma.
“Sai, Matti? Melissa sa di non avere un corpo da urlo, che in mezzo ad altre donne appena passabili scompare. Ma da sola fa uno strano effetto, incuriosisce . E’ la sua arma con gli uomini: cominciano a chiedersi se sia anoressica, poi la vedono mangiare e… Ammalata, allora? Forse anemica, forse la tiroide? Ma quando danzano con lei e appoggiano le mani sulla sua schiena si accorgono che la pelle non è secca, affatto, poi si rendono conto di come sia sorprendentemente sciolto e aggraziato quel mucchio di ossa che stanno stringendo nel seguire la musica; allora alzano lo sguardo stupiti verso la sua bocca, i suoi occhi, e si chiedono se davvero sono così belli o non appaiano tali perché, semplicemente, risaltano su un viso dagli zigomi troppo affilati e all’improvviso si accorgono che sono io, io, a guardarli, come nessuna mai…
Insomma, mio bel Matteo Pellai, a poco a poco sono così curiosi che divento l’unica cosa importante per loro, e a quel punto sono miei… iniziano a domandarsi cosa si prova ad accarezzarmi, a baciarmi. A lasciare che le mie mani esplorino i loro corpi, come ora con te…”
“La prego, sci…scignora. Sci fermi”, balbettai, ricordo, con voce strozza, chiedendomi perché mai avesse iniziato a parlare di sé in terza persona e poi all’improvviso…
Lei non fece una piega, abbassò solo il timbro della voce di un semitono.
L’alito le profumava di zibibbo e frutti di mare.
“Ma quando la curiosità è troppa diventa pericolosa, Matti. Si rischia di scoprire cose che devono restare nascoste, cose vecchie di millenni”
Io a quelle parole mi ero appoggiato alle sue spalle con tutti i miei 105 chili e lei niente, immobile come una statua di marmo. Poi, ricordo, avevo cominciato a ridere, a ridere…
“Devo uscidere il vecchio, eh? Uscidere il scenatore Llorennzi,
ehh?”
Lei aveva sorriso.
“…Uccidere il senatore? Oh, certo che no! Morirà di morte naturale, penso tra circa sei mesi…e non soffrirà nemmeno molto, se passa la legge sul fine vita che lui e il partito stanno votando in questi giorni… E tu hai qualcosa che mi serve”
Ricordo che cominciavo a non capirci più niente…
“Il scenatore è malato?”, chiesi perplesso.
“Malato? Sta meglio di te, questo è sicuro. Per ora”
Scossi la testa, sempre più confuso
“Per ora? Ma coscia sc sta…”
Non mi lasciò finire la frase.
Appoggiò le mani sottili sulla mia nuca e non so come mi ritrovai con la faccia incollata alla sua, la mia bocca sulla sua.
Fu mentre ci stavamo rivestendo, circa due ore dopo, che me ne accorsi.
Sul palmo sinistro di Melissa si stagliava una losanga nerastra, con i margini irregolari, identica alla mia che avevo sul dorso, mai notata prima.
E che lei sembrava ancora più magra.
“Adesso vattene, che tra poco arriva Sergio a darti il cambio…”, ordinò.
Uscii, pioveva.
Sergio mi salutò appena, con la faccia schifata.
Alitai contro la mia mano destra a coppa, scoprii che ne aveva tutti i diritti.
Poi mi allontanai barcollando, mentre un mal di testa feroce mi pulsava nelle tempie.
Finalmente il dottore alza gli occhi dal PC, raccoglie le carte e le appoggia sulla scrivania, serio.
“Lei crede in Dio, signor Pellai?”
Faccio di no con la testa.
“Nemmeno io… credo piuttosto che sappiamo ancora molto poco del nostro corpo, delle sue capacità di ripararsi, addirittura di sostituire con tessuto cutaneo sano quello tumorale. Ma qui c’è qualcosa di davvero incomprensibile…”
Avevo chiesto una visita urgente perché il melanoma tra le scapole aveva cominciato a prudere, subito dopo la notte con Melissa. Ricordo che torsi il capo il più possibile, per capire ciò che stava succedendo, mentre con la mano destra lo toccavo.
Sembrava… svanito: al suo posto, una losanga di pelle candida, liscia, da bambino…
“Come si era accorto anche lei, signor Pellai, il melanoma che avremmo dovuto operare è scomparso. Il problema è la cute sana che è comparsa al suo posto, assolutamente diversa alla vista e al tatto da quella sul resto della schiena. Ovviamente abbiamo prelevato un frustolo e lo abbiamo fatto analizzare”.
Si ferma un attimo, gira il foglio che ha in mano verso di me, poi riprende a parlare.
“Non è pelle sua, signor Pellai. E sappiamo anche a chi appartiene”
Comprendo tutto all’improvviso…
“Melissa? Melissa Basedini?”
grido balzando in piedi, noncurante della sedia che con un clangore metallico si rovescia a terra, “cazzo, le sue mani così calde sulla mia schiena, in quei momenti, stava… Oddio, mi ha ubriacato perché non mi accorgessi di quello che stava facendo, e anche il fare l’amore con me, non voleva né godere né farmi godere, voleva solo riempirmi di endorfine, capisce?”
Lui fa cenno di no con la testa.
“No, sinceramente no. Mi chiedo solo come ha capito che la cute è di… “
Batto un pugno sulla scrivania, facendo sobbalzare la foto di moglie e figli del medico e il calendarietto sponsorizzato.
“Ma non capisce? Melissa ha preso il mio tumore e al suo posto ha messo la sua pelle… l’ho visto, per Dio! Una brutta macchia scura sul palmo della mano sinistra”
Il dottore rimane un attimo in silenzio, poi riordina le carte che si erano sparpagliate…
“Ho visitato la signora ieri, signor Pellai. Io non so cosa lei abbia visto o creduto di vedere, ma le assicuro che è perfettamente sana”
Esco come un ebete.
Merda.
Melissa è in fondo al corridoio, appoggiata di schiena alla parete.
Indossa una gonna in jeans che le copre le ginocchia e una camicia a fiori troppo larga e ha gli occhi rossi.
Sorride, vedendomi, ma è un sorriso spento…
“Matteo. Mi spiace, non volevo. Ero troppo ubriaca, quella notte; non so cosa mi sia preso”
Mentre parla, le guardo le mani: la losanga nerastra che avevo visto sul palmo sinistro subito dopo essere stati insieme è scomparsa, come svanita nel nulla.
“Due giorni dopo che… bè, ha capito… è tornato Lorenzo. Non so cosa mi sia preso, sicuramente non avevo bevuto. Insomma, abbiamo fatto l’amore e lui… lui si è insospettito, perché non succedeva da tempo. Mi ha chiesto se avevo da farmi perdonare qualcosa, perché…Insomma, devo essere diventata rossa come un peperone e ho chinato il capo, così l’ho vista: una macchia scura, allungata, tra le scapole, che sicuramente non aveva prima di partire per Roma.
Non so se lo sai, ma stavo laureandomi in medicina, prima di conoscere Lorenzo.”
Alzo gli occhi verso i suoi, mentre la testa mi si svuota…
“Un melanoma, brutto, davvero brutto, già metastatizzato, secondo gli esami richiesti d’urgenza.
Lui non lo sa ancora, ma al massimo ha sei mesi di vita”
sezione B, accetto il regolamento
(sono il primo: vinco qualcosa?)
Notte di Natale
Un biglietto di sola andata,
un treno corre
su rivoli di pioggia,
in questa Notte
che corrode, intriga,
nel malcelato impeto
di portarmi via,
da tavole imbandite
d’ipocrisie, d’orgoglio,
prove d’attore
d’improvvisate nenie,
di fraterni arpeggi
nei silenti abbracci.
Repliche distanti
d’un intermittente oblio,
d’alberi, luci,
resina e cartone,
d’invisibili, tra i vicoli,
nel finger d’esser
frizzanti e fragili.
Solide trasparenze
protese all’apparire,
invitte o futili,
nel sorrider d’un bambino,
allo specchio
i miei cent’anni,
di rughe e stelle
ad inseguir comete.
Rintocchi di campane
allo scoccar dell’ora,
nevica
su pentagrammi
tra queste note,
fuori dagli schemi,
dai cliché.
Ed è già Natale,
su quel treno in transito,
al binario nove.
Sez. A. Accetto il regolamento
” Archivi di speranza” -Diego Civita.-
La scatola si chiude
quando ti tolgon la speranza
ma un varco s’ aprirà
sotto le sponde dei cieli
perchè è nell’ ora,
in quell’ ora,
nell’ adesso
che tutto può accadere
e cambiando il vento
l’ odore s’ alza
a inondare le voglie
finchè d’ umano
si possan aprire le doglie
e sarà ricordo
il già detto
all’ appuntamento del nuovo
perchè la formula
è l’ idea d’ amare ancora
il peccato amaro d’ esser vivi e sinceri
a questa lotta venduta
per sopravivvere ai geli
senza sbattere i denti
ma per ridere insieme
anche senza preghiere,
magari,
nello stesso posto migliore!
Sez.A( accetto il regolamento).
ACCETTO IL REGOLAMENTO
SEZIONE A
LA BEFANA SILVANA
La Befana Silvana
nella notte tempestosa arcana
come una piccola gitana
sulla ramazza di saggina in alto vola
tra qualche capriola tutta sola,
una scia di stelle e di mistero
avvolge presto il cupo cielo.
Scende giù dai caminetti
ed arriva zitta zitta accanto ai letti
tra bon bon e dolcetti,
per tutti i bimbi e gli angioletti,
ogni tanto un po’ di carbone
se c’è un bimbo un po’ birbone,
la sua calza è tanto attesa
pesa tanto la sorpresa.
Non si sa da dove arriva,
e neanche la sua età,
scarpe rotte e vestito strappato a metà
ma è una donna talmente chic
veste sempre in boutique,
porta pure la bandana
sulla testa anche una rana,
certo è
che è un po’ strana,
non si ferma alla dogana
la sua casa è in Toscana
vive nel borgo di Pegnana.
Non ha denti e beve vino
anche succo di mandarino,
un po’ di minestra e qualche biscotto
la fan ridere a più non posso.
Porta con sé un sacco grande
pieno di sorrisi gioia e amore
che distribuisce con passione.
È così ogni Epifania,
in un mondo di apatia
riempie sempre di allegria
e fa tanta compagnia.
Che sia falsa oppur reale
è una donna eccezionale
la sua fama è oramai globale.
Gli anni
“Ad Attilio Bertolucci”
Albe e tramonti degli anni perduti,
riva del mare assolata, persino d’ottobre,
amici partiti da tempo ma torneranno,
compagni che non rivedremo, fantasmi
vaganti, memoria d’antiche sconfitte.
Meriggio di quasi novembre,
sole splendente, nubi, schizzi
di pioggia, vento inclemente,
la fine del giorno. Provincia
che sfuma il passato, mode
confuse di vita in disuso,
sui marciapiedi del corso
lenta malinconia del ricordo.
accetto il regolamento, sez. a
Titolo: “Tra le pieghe del silenzio”
La stanza era immersa in una penombra lieve, quella che nasce quando il sole non ha ancora deciso se entrare davvero o restare fuori a guardare. Lei sedeva accanto alla finestra, una mano appoggiata sul ventre, l’altra sospesa tra le pagine di un libro che non stava leggendo davvero. Era un mattino come tanti, eppure qualcosa nell’aria sembrava vibrare in un modo diverso.
Negli ultimi giorni aveva sentito spesso una presenza accanto a sé. Non era qualcosa che si potesse vedere o toccare, e non aveva una forma precisa. Eppure c’era. La percepiva come un soffio leggero, un pensiero che non le apparteneva del tutto, un desiderio che cercava spazio nella sua mente.
A volte, nel silenzio della notte, le sembrava quasi di udire un battito lieve, come un’eco lontana che attraversava i muri, i cuscini, il buio. Un ritmo piccolo ma deciso. Altre volte invece la presenza le parlava attraverso immagini brevi: un campo di girasoli, un trenino di legno, due piccoli piedini che lasciavano impronte sulla sabbia ancora umida dopo l’alba.
Lei non capiva da dove arrivassero quei frammenti, ma non li respingeva. Li lasciava sfilare davanti agli occhi come pezzi di un sogno particolarmente delicato.
Un pomeriggio, mentre il vento faceva vibrare i vetri, sentì quella presenza più vicina del solito. Era come se qualcuno le sfiorasse la mano, come se avesse bisogno di dirle qualcosa.
«Sono qui» sussurrò lei, senza sapere davvero a chi stesse parlando.
Non ottenne risposta, ma avvertì una pace improvvisa, un calore che le scivolò sul petto e si fermò nel punto esatto in cui la nostalgia nasce.
Giorno dopo giorno, quel legame invisibile cresceva, e lei iniziò a rivolgersi a quella presenza come se fosse un compagno di viaggio silenzioso. Le raccontava piccoli pezzi della sua vita: i suoi sogni di bambina, le sue paure, i suoi progetti ancora chiusi nei cassetti.
E quella presenza ascoltava. Lei ne era certa.
A volte le sembrava addirittura che volesse risponderle, ma le parole restavano sospese, come se fossero trattenute da una porta che non si era ancora aperta.
Col passare delle settimane, però, il battito lieve che aveva imparato a cercare nel buio diventò sempre più difficile da percepire. Le immagini che una volta fluivano spontanee iniziarono a sbiadire, come fotografie lasciate troppo al sole. E la presenza… la presenza sembrava allontanarsi.
Lei se ne accorse lentamente, con la stessa lentezza con cui una foglia si stacca da un ramo. Ogni giorno un piccolo pezzo diventava più leggero, più trasparente.
Provò a chiamarla ancora.
«Dove sei?»
Questa volta non rispose nemmeno il silenzio.
Fu allora che capì che qualcosa stava cambiando davvero. Che ciò che aveva accompagnato quei giorni — quelle sensazioni, quei sussurri, quei sogni — non avrebbe camminato accanto a lei così a lungo come aveva immaginato.
Eppure non provò rabbia. Solo un dolore sottile, come una linea d’inchiostro tracciata troppo in fretta.
Una notte, quando il vento portava con sé un odore fresco di pioggia, la presenza tornò. Ma era diversa: meno forte, meno vicina, come se si trovasse sull’altra riva di un fiume invisibile.
Lei chiuse gli occhi e aspettò.
«Devo andare» sembrò dire quella voce senza suono.
Il cuore le tremò nel petto. Per un istante ebbe la sensazione che tutto ciò che aveva immaginato, tutto ciò che aveva amato in quel breve tempo, stesse scivolando via come sabbia attraverso le dita.
«Perché?» chiese con un filo di fiato.
Non ricevette una spiegazione, ma un sentimento. Dolce, intenso, incontenibile.
Amore.
Un amore piccolo e grande allo stesso tempo. Un amore che non aveva avuto il tempo di diventare parola, ma che era esistito comunque, forte come un germoglio che tenta di bucare la terra.
Lei capì allora. Tutto.
Capì che quel battito, quelle immagini, quella presenza che aveva riempito i suoi giorni… non sarebbe mai nata alla luce del mondo.
E che, nonostante ciò, l’amore che aveva provato non sarebbe scomparso.
accetto il regolamento, sez. b
Racconto delicato e struggente, scritto con maestria. Una esperienza reale?
Grazie! Vita vissuta a cui ho voluto dare un senso col trascorrere del tempo.
Malandato tempo
Si scardinano le emozioni dentro
frantumi di apatia: tra sbiadite
sensazioni e fittizie abnegazioni.
Resta la polvere innocente della
carne genuina; umile ingenuità
di frattaglie fragili: figlie e madri
di un tempo che oramai è sgangherato.
Sez.A Alessio Romanini Accetto il regolamento
PAOLO
Addio Paolo,
il 14 settembre hai deciso di abbandonare per sempre quel corpo che sentivi greve; un macigno da portare sopra quell’alma così sensibile che non è riuscita a trovare comprensione sopra questo lembo di terra che appartiene a tutti e a nessuno; perché un dì, tutti quanti dovremmo abbandonare questa aura che respiriamo. Tu eri troppo giovane per dire basta. Hai cancellato tutti i tuoi sogni… No! Scusami Paolo, non sei tu che hai cancellato le tue speranze; ma quegli zotici ragazzi che si prendevano gioco della grandezza del tuo cuore. In quel giovane tronco ti sentivi diverso. Vedevi gli altri e guardavi te stesso e credevi che qualcosa dentro di te non funzionasse. Ma tu eri straordinario come il dono dell’emotività che possedevi. Tu, riuscivi a vedere il mondo come era realmente; l’estrema percezione delle cose riusciva a farti trasfigurare la mera bellezza della vita. Per questa tua sensibilità ti hanno bullizzato a scuola. Ti hanno fatto cyberbullismo.
Quando eri nella tua stanza ti sentivi sicuro. Lì nessuno poteva trafiggere la delicatezza della tua anima. Qui, finalmente potevi essere te stesso. Ma la vita è fuori da una stanza dalla finestra e la porta chiusa; simile alla mente che per paura di soffrire si chiude come un riccio e con gli aculei tiene lontano chi potrebbe far soffrire, ma anche chi potrebbe amare. Paolo, anche se adesso sei nell’infinito cosmo, ti invio questa accorata lettera per dirti quanto capisco il tuo gesto e non giudico la tua decisione di aver posto fine al dono della vita. La tua partita così è finita! Avresti potuto provare a giocare: “L’importante non è vincere, ma partecipare!”
Così facendo, hai fatto vincere loro quei villani che ti hanno bullizzato. Dietro quel tuo dolce sorriso si nascondeva la più grande sofferenza.
Addio Paolo, ti scrivo perché in te ho vissuto la mia storia: anche io sono stato perseguitato a causa della mia alta sensibilità. I miei genitori non mi hanno capito. I professori non mi hanno compreso. E i compagni di scuola hanno divorato il mio animo. Come te ha quattordici anni ho provato a tagliarmi le vene; ricordo che era un dì d’estate. Le scuole erano chiuse ed io incompreso dalla famiglia e dalle istituzioni; sentivo un lancinante dolore ardere dentro lo sterno. Non ce la facevo più a sopportare ingiustizie ed offese. Anche io avevo diritto ad essere felice; ma questo diritto mi sembrava un inaccessibile miraggio. Dopo aver pranzato mi chiusi all’interno di un bagno esterno alla casa. Chiuso a chiave presi la lametta di mio padre, che “odiavo”, e con energia cominciai a lacerare il tessuto del polso. Ma qualcosa trattenne la mia mano dal proseguire. Forse ho trovato quella sottile speranza dentro di me, che è il senso della vita e mi sono fermato dirompendo in un fanciullo pianto. Mi sentivo così stupido e inetto per non essere stato capace neanche di compiere il vile gesto. Mi sentivo un totale fallito. Oggi ho cinquant’anni; i problemi non sono mai finiti a causa della acuta ricettività, ma con il tempo ho imparato che questo è un dono che causa dolore. Ma ciascuno ha il suo carattere e forse tu, caro Paolo, non sei riuscito a sentire quel sottile refolo della speme.
Addio Paolo, quella maledetta sera, nella solita cameretta dove amavi rifugiarti, piuttosto che tornare in quell’inferno scolastico che ha rubato la tua spensieratezza, hai preferito, con lucida follia, cingere il tuo collo con un cappio che soffocasse per sempre la tua radiosa vita. Nessuno può immaginare quello che hai passato per arrivare al funesto gesto. Nessuno può supporre ciò che hai provato. Nessuno può ipotizzare le lacrime che in silenzio hai versato.
Addio Paolo, anche se al tuo funerale erano assenti i professori e i compagni di classe con la loro infernale ipocrisia; io, con il mio cuore ero vicino alla tua bianca bara e adesso ti sono accanto con le parole che proverò ad immortalare all’interno di questa epistola che ti invio direttamente dalla mia anima sensibile. Mi ha colpito molto la tua storia, poiché potrebbe succedere a qualsiasi adolescente che come te possiede un infinita delicatezza.
Addio Paolo, adesso il firmamento
è più luminoso.
Sez. B Alessio Romanini Accetto il regolamento
POESIA PER CLAUDIO
Io so
quelle mani in tasca
e quel giubbotto.
Intuisco
il tuo sdraiarti in riva ai guai.
Stanotte
ti son sentito fuggitivo;
silenzio
mi hai guardato esterrefatto
io proprio
il tuo fratello catturato
le mie mani
sulle gambe di una bambola illusione
e l’occhio disilluso
sui timidi tuoi baffi.
Più lontano
ho visto perché sei solo
e avrei voluto se potessi
lasciare la mia sciocchezza
e prendere a calci il mondo
vicino alle baracche
della tua periferia.
Sez. A Accetto il regolamento
SE SON ROSE È UN PAKISTANO
Era rincasato tardi il venerdì notte, lei già dormiva e lui reduce da una delle poche serate con gli amici, ritornato, si era schiantato sul letto, sotto gli effetti dell’alcool. Non usciva mai senza di lei, la vita negli ultimi dieci anni era cambiata molto, era passato dal far festa in maniera spensierata, single e felice di esserlo ad una relazione seria. L’aveva conosciuta per caso, si erano innamorati e dopo un po’ erano andati a vivere insieme. Si era buttato sul lavoro, avevano realizzato progetti, poi era venuta la casa, le promozioni al lavoro che gli facevano aumentare lo stress da prestazione. Ultimamente si sentiva come quando finisce settembre e ci si sente ancora in piena estate e poi in un battibaleno ci si trova con le temperature più rigide, la pioggia, il cambio dell’ora e ci si chiede come può essere possibile se poco prima era caldo e ci si abbronzava.
Sentì lei che si alzava, scivolava fuori dal letto in silenzio per non svegliarlo. Sapeva che era tornato tardi, ma era iniziato il week end e non c’era motivo per svegliarlo presto dopo una serata balorda con gli amici.
Teneva gli occhi chiusi, solo, nel letto sotto il piumino, godendosi quel magico momento che sarebbe terminato a breve ma che per il momento lo cullava ancora nel dormiveglia. Il suo cervello pensava agli ultimi dieci anni, era davvero felice? Non rimpiangeva la sua gioventù sbarazzina e senza responsabilità?
In un certo senso si, ma Claudia era meravigliosa, gli aveva riempito la vita, lo aveva fatto crescere e insieme avevano fatto molta strada.
Era davvero bella Claudia e soprattutto aveva una risata alla quale lui non avrebbe mai potuto rinunciare. Lei lo prendeva in giro per la sua gelosia, ma lui non era geloso, era solo cosciente che Claudia avesse molti spasimanti e pur essendo sicuro del suo amore ogni tanto gli si chiudeva la vena quando lei lo prendeva in giro e lo stuzzicava.
Mentre pensava tutte queste cose si rendeva conto che della serata precedente non si ricordava niente, doveva essere stato davvero ubriaco, l’ultima cosa che ricordava era la succosa tagliata al sangue mangiata pasteggiando per scommessa con una mezza pinta di whisky single malt. Erano anni che non prendeva una sbronza del genere, non si ricordava nemmeno come era riuscito a tornare a casa.
Di là in soggiorno Claudia aveva acceso la musica, dark side of the moon dei Pink Floyd faceva vibrare dolcemente la tavola imbandita per la colazione.
“Amoreeeeee, sveglia! “ la voce squillante di Claudia lo riportò alla realtà.
Si mise seduto sul letto e si alzò, la testa gli girava, barcollò e si trascinò verso la zona giorno. Dalla grande vetrata entrava un sole molesto per le sue pupille, strinse gli occhi, imitò i cinesi, conscio che lui comunque dopo qualche momento di adattamento li avrebbe riaperti mentre loro non avrebbero potuto farlo, e poi il suo sguardo si concentrò sulla macchia rossa che occupava lo spazio vicino al lavello.
Messa a fuoco vide un mazzo di rose fitto, saranno state almeno una cinquantina.
“Amore, che hai fatto ieri sera?” Chiese Claudia
“Niente di che, siamo andati al solito posto, mi sa che ho bevuto, non mi ricordo nulla, neanche come sono tornato”
“Ehh in effetti la tua macchina non c’è”
“Come non c’è? E dov’è?”
“Marco, sai che non mi oppongo mai se esci con gli amici, ma cazzo, almeno rimanere cosciente. Non avrai mica guidato ubriaco” lo rimproveró Claudia.
“Macchè amore, sai benissimo che se bevo non guido, ma davvero non mi ricordo, ma poi che sono ste rose?”
“Sarà stato qualche ammiratore che si rende conto che mi trascuri”, lo punzecchiò Claudia.
“Guarda amore, non scherziamo, lo sai che gli ammiratori mi fanno girare le balle”
“Prova a chiamare i tuoi amici, magari sanno ricostruire i tuoi ultimi movimenti e lasciami mettere i fiori dell’ammiratore in un vaso, che oggi inizia proprio male il week end”
Guardò il suo riflesso sulla vetrata che dava sul giardino, era in mutande, maglietta bianca della sera prima, qualche macchiolina ipoteticamente di whisky sul petto, un odore acre di sudore.
Si alzò alla ricerca del telefono. Niente, neanche il telefono riusciva a trovare.
“Claudia, hai il numero di Paolo? Mi è sparito anche il telefono, non so che cazzo sia successo ieri sera”
“Siete dei deficienti scappati di casa, come al solito, quarant’anni e vi piacerebbe ancora averne sedici. Tieni il mio cellulare e vedi di trovare una soluzione”.
Marco prese il telefono e compose il numero di Paolo, in realtà si sentiva in colpa ed era pure preoccupato. L’auto per di più era aziendale e avrebbe dovuto giustificare di essere stato un coglione.
“Ehi Paolo, sono io, ma che cazzo abbiamo fatto ieri sera? Io non mi ricordo neanche come sono tornato a casa, non ho la macchina parcheggiata qui e mi manca anche il cellulare”.
“Parla piano Marco, ho un mal di testa che non ti dico, vaffanculo te e l’idea di Stefano di pasteggiare con il whisky, a me in più il whisky fa cagare. Non so come sia andata a finire, io ho preso un taxi, il tassista mi ha appoggiato alla porta di casa e mi ha messo le chiavi in mano, ci ho messo dieci minuti ad aprire. Lo senti questo rumore? Romina apposta si è svegliata alle sette e ha acceso l’aspirapolvere, ho già i miei problemi.”
“Ehh scusa ma davvero non so dove siano la macchina e il telefono, in più qualcuno ha mandato un mazzo di rose rosse a Claudia, non le faccio una piazzata solo perché ho la coda di paglia”.
“Vabbè, senti Stefano, fatti portare da Claudia al ristorante, magari hai preso un taxi ieri sera”
“Grazie ti faccio sapere”
Guardò la rubrica del telefono di Claudia ma lei non aveva il numero di Stefano. Doveva fare come aveva detto Paolo.
“Amore, puoi portarmi al ristorante? Speriamo che la macchina sia lì” disse ad alta voce dalla camera Marco.
Una volta tornato in zona giorno vide il mazzo di rose nel vaso preferito di Claudia in centro al tavolo da pranzo.
Si stizzì ancora di più e pensò che una volta trovata la macchina avrebbe ritirato fuori l’argomento.
Claudia era già pronta, sicuramente non era felice di come stava iniziando il fine settimana, gli stava tenendo il muso e lui sapeva che lo stava facendo sentire in colpa di proposito.
Il tragitto fino al ristorante fu affogato in un silenzio che non presagiva niente di buono.
Al ristorante la macchina non c’era, il locale era ancora chiuso, il parcheggio deserto.
“E adesso?” Gli chiese Claudia.
“E che ne so io? Forse è meglio se chiamo i carabinieri e denuncio il fatto che non ho la macchina che possono avermela rubata”
“Tieni, digli pure che ti manca anche il telefono e che questo qui è il mio, che io non centro niente.”
Sceso dall’auto Marco chiamò il numero dei carabinieri, spiegò che non sapeva dove fosse la sua auto, diede numero di targa modello e colore e disse che sarebbe andato a fare denuncia il prima possibile.
Provò a ripensare alla serata precedente e niente, non gli veniva in mente nulla.
Allora provò a chiamare il suo cellulare, squillava, dopo una decina di squilli rispose una voce roca, era Stefano.
“Stefano, cazzo non mi ricordo niente di ieri sera, ma come fai ad avere il mio cellulare?”
“Che ne so, lo avrò preso pensando che fosse il mio, ci ho messo un pò a capire che stava suonando.”
“Sì vabbè ma tu come sei tornato a casa? Cos’ho fatto ieri sera? Non trovo più la macchina, sono al ristorante e il parcheggio è vuoto. Ti ricordi come sono tornato a casa?”
“Sei partito di corsa, ti ho visto che correvi lungo la strada, volevo chiedere al tassista che mi ha accompagnato, di fermarsi per darti un passaggio, ma non ce l’ho fatta, non mi uscivano le parole di bocca”.
“Sì vabbè ma la mia macchina? Cristo, qui in parcheggio non c’è!”
“Ovvio, non avevi parcheggiato lì, ma non ti ricordi che era tutto pieno ed hai parcheggiato nella stradina laterale vicino al parco?”
“Cazzo cazzo è vero, grazie Stefano, poi passo a prendermi il telefono”
Si mise a correre verso la macchina di Claudia e una volta spiegatole tutto, si diressero verso la stradina vicino al parco. L’auto era lì, ma c’era qualcuno dentro.
“Chi sei? Cosa fai nella mia macchina?” Urlò Marco.
“Calmo Stai calmo amico, ieri sera tu sei andato via correndo, io no sapere dove tu andare, tu avere chiesto a me tutte mie rose, tu avere pagato me duecento euri, tu brava persona ma molto ubriaco, scappato via nella notte con mie rose. Tua macchina aperta, chiavi su, io dormito qui per aspettare te, no volere che tua macchina fosse rubata di ladri!” Così Abdul, pachistano venditore di rose aveva dipanato due dei grossi dilemmi del week end di Marco, dove fosse l’auto e cosa avesse fatto la sera prima ma soprattutto, da dove cazzo arrivavano quelle rose che si ritrovava a casa sul tavolo da pranzo.
“Scusami Abdul, davvero scusami, è che non ricordavo nulla, ma com’è che sono scappato correndo con le rose in mano?”
“Tu urlare Claudia Claudia scusa che sono coglione”
A questa risposta di Abdul, Claudia stava ridendo talmente forte che aveva le lacrime agli occhi.
“Vabbè scusalo Abdul, grazie per avergli dormito in macchina, ora abbiamo capito molte più cose, buona giornata e grazie per le rose” disse Claudia al Pachistano.
“Ciao signor, grazie per tuo acquisto, ora vado a casa da moglie, lei pensa che io uscito con amici”
Il parallelismo dell’uscita con amici tra Marco e Abdul fece ridere pure Marco.
“Vabbè amore è andata, ora prendo la macchina e vado da Stefano a riprendermi il telefono, ci vediamo a casa”
“Ti aspetto a casa, devo ancora ringraziarti per le rose…” disse Claudia in maniera voluttuosa, facendo traspirare un’ imminente rappacificazione con Marco.
Marco salì in auto, con calma mise in moto e si diresse verso casa di Stefano. Al primo semaforo sentì delle sirene suonare, poi vide le luci, poi ricordò la telefonata ai carabinieri…
“Porca puttana!” Fece solo in tempo a dire mentre pensava al bellissimo modo di fare pace che aveva in mente Claudia e che invece lui avrebbe dovuto rinviare fino alla fine delle spiegazioni alle forze dell’ordine che lo avevano appena fermato.
Giovanni Ferrari
Accetto il regolamento sezione B
Ombraluce
Ombraluce era il suo nome.
Anima del bosco e delle sue creature.
Riparo dal sole bruciante dell’estate e cacciatrice di ogni soffio caldo nel grigio inverno.
Ombraluce.
Chi la incontrava, anche solo per un istante, non poteva dimenticarla.
La quercia madre era la sua casa, il suo rifugio, quando l’autunno le regalava un po’ di riposo con la sua tiepida e costante presenza.
Ombraluce.
Dicono sia appassita tra i rami della quercia, abbattuta dagli uomini della città.
Qualcuno giura di averla vista tra i fiori di campo di un vecchio giardino abbandonato.
Ma quando il sole gioca con la pioggia – se guardi bene – puoi vederla correre a cavallo dell’arcobaleno.
© Daniela Giorgini – Sezione B – Accetto il regolamento
Pennellata stinta arancio
Scende l’acqua dal cielo al mare,
ogni goccia è nota in sinfonia.
La tela blu indaco è un pentagramma
che ordina diesis e bemolle
in sequenze più armoniose.
Si increspa la pelle
alla prima benedizione d’autunno,
respira all’unisono con il ritmo antico
di maree passate:
un via vai ipnotico di onde
che risaccano dentro la memoria.
L’acqua inghiotte i cumulonembi
del cielo
e la mia presenza,
nel colore acciaio dell’aria brinosa,
è una pennellata stinta arancio.
Tutto è già stato detto:
fumo di stoppie di fine estate.
Ora questo strappo di natura
è una preghiera priva di parole.
© Angela Maria Malatacca
(Sezione A – Accetto il regolamento)
Meraviglia che respira
Eppure non lo vedi
fra le pieghe del tuo fiato stanco
c’è un bagliore che insiste
una luce che non vuole spegnersi.
È tutto qui intorno
sparso come polline sul giorno
un’onda che ritorna
solo per raccontarti che esisti
una brezza che ti sfiora
e sa il tuo nome da sempre.
Tu dici: «Non ho nulla
ma intanto il cielo si apre
come una mano amica
e ti offre il blu senza chiedere.
E ti cammina accanto la vita
che inciampa, cade, ride
e ogni volta ti ricuce il cuore
con fili d’alba nuova.
Meraviglia è l’ombra
che si scioglie all’abbraccio
di un volto caro
la voce che ti cerca
quando pensavi di essere scomparso
il passo piccolo di un bambino
che rompe il silenzio
e lo trasforma in promessa.
E quando la notte svanisce
lasciando nell’aria
il sapore lieve del possibile
tu tornaci dentro, senza paura
c’è un mondo che ti chiama
e ti vuole intero
fragile, ferito, vivo
per dirti ancora
che sei parte
della sua meraviglia.
Raffaele Di Palma
accetto il regolamento
La Luce che Insiste
Quando Marta aprì gli occhi, la stanza era ancora semibuia. L’alba non aveva ancora deciso se mostrarsi o no, come se esitasse dietro le colline grigie che si intravedevano dalla finestra. Il suo respiro usciva lento, irregolare, come se fosse stanco di dover continuare a muoversi. Negli ultimi mesi tutto sembrava essersi appannato: i giorni trascorrevano uno uguale all’altro, e la realtà si trascinava con una fatica che non sapeva più nascondere.
Si alzò solo perché il sonno non voleva più saperne di farle compagnia. Si avvicinò alla finestra e appoggiò la fronte al vetro freddo. «Non ho nulla», sussurrò, più per abitudine che per convinzione. Ma fu allora che la vide.
Un minuscolo riflesso, una specie di tremolio nel punto in cui il vetro si scheggiava appena. Non era il sole — troppo presto, troppo debole — e non era nemmeno il lampione della strada, che a quell’ora era già spento. Era una scintilla, quasi impercettibile, come un richiamo sottile. Marta strinse gli occhi, un po’ infastidita, un po’ curiosa. Il bagliore rimase lì, ostinato, come se respirasse.
Scrollò la testa, si preparò un caffè e si avvolse nello scialle consumato. Ma quella luce, per qualche motivo, le tornava in mente. Non era nulla, certo. O forse era proprio il suo “nulla” che voleva farsi sentire.
Uscì di casa più tardi, quando il sole finalmente si era arrampicato sul bordo del tetto e si era ricordato di scaldare il mondo. L’aria era fresca, di quel fresco che sembra una carezza. Marta camminò fino al parco vicino, lo stesso parco in cui andava da bambina. Da adulta ci era tornata poche volte, forse perché aveva paura di scoprire che era cambiato più di lei.
Invece no. Gli alberi erano gli stessi, un po’ più grandi, forse, ma ancora capaci di stormire come antiche storie. Alcuni bambini correvano sull’erba, gridando qualcosa che non riusciva a capire, ma che le arrivava addosso come un’onda leggera. Sedette su una panchina e per un attimo lasciò che tutto semplicemente accadesse: i passi, le risate, il vento.
Fu allora che la vide di nuovo. Non una scintilla questa volta, ma un pulviscolo dorato che danzava nell’aria, attraversando il raggio del sole che filtrava tra i rami. Si muoveva come se avesse una sua volontà, come se volesse posarsi proprio lì, davanti a lei. Marta tese una mano istintivamente, come avrebbe fatto una bambina. E il polline — o quel che era — sembrò accoglierla, sollevandosi e abbassandosi con un ritmo che ricordava il respiro.
Sorrise. Un sorriso piccolo, incerto, ma comunque nuovo.
«Ti ricordi di me?» chiese una voce alle sue spalle.
Marta si voltò di scatto. Alle estremità del vialetto c’era Elena, la sua amica d’infanzia, quella che non vedeva da anni. Forse dieci, forse dodici. La vita le aveva portate lontane, infilate in binari paralleli che non si incontravano mai. Ma eccola lì, con lo stesso modo di inclinare la testa e con gli occhi che sembravano sapere tutto.
«Elena?»
«Pensavi che fossi scomparsa, vero?» sorrise lei.
Marta rise, una risata breve, ma vera. E improvvisamente la stanchezza sembrò allentare la presa, come un’ombra che si scioglie quando qualcuno la abbraccia senza chiedere nulla in cambio. Camminarono insieme per il parco, raccontandosi frammenti di presente e pezzi di passato che credevano dimenticati. Ogni tanto un bambino correva vicino a loro, inciampava, rideva, e quella risata sembrava ricucire qualcosa che in Marta si era strappato da tempo. C’era una leggerezza nuova, come se ogni passo rimandasse il messaggio che esisteva ancora un modo per stare al mondo senza soffocare.
Si fermarono vicino al vecchio laghetto. L’acqua era immobile, specchio di quel cielo che, senza chiedere nulla, offriva il suo blu. Un blu semplice, ma vasto. Marta sospirò e si rendeva conto che, per la prima volta dopo settimane, il suo respiro non era più stanco. Era solo respiro.
«A volte basta guardare» disse Elena, senza aggiungere altro.
Il pomeriggio scivolò via dolcemente. Quando Elena la salutò, promettendo di rivederla presto, Marta rimase seduta ancora un po’, osservando le ombre che si allungavano. Non facevano più paura. Erano solo ombre, destinate a dissolversi alla prossima luce.
Rientrò a casa quando il cielo iniziava a farsi violetto. La notte era in procinto di arrivare, ma non aveva l’aspetto minaccioso delle notti precedenti. Aveva, invece, un sapore lieve, come se lasciasse dietro di sé la promessa di qualcosa. Forse il possibile, pensò Marta. Forse solo il mondo che continuava a chiamarla.
Entrò nella sua stanza e la scintilla era ancora lì, sul vetro. Questa volta non era un riflesso. O forse lo era, ma non aveva più importanza. Marta lo guardò senza paura.
«Va bene» mormorò. «Sono qui.»
Si sedette sul letto. Il silenzio non era più vuoto: era uno spazio che si poteva abitare. Un invito. Una mano amica.
E in quell’istante, Marta capì che la meraviglia non era un evento straordinario, né una fuga dalla realtà. Era il mondo che la voleva ancora — intera, fragile, ferita, ma viva — e che le sussurrava, senza bisogno di parole, che lei era parte della sua luce. Che non si era mai spenta davvero.
E forse, pensò mentre socchiudeva gli occhi, non si sarebbe spenta più.
Raffaele Di Palma
( sez.B Accetto il regolamento)
Sezione A
Nome : Demix
Cognome:Alberti
“Sull’ultima Soglia ”
Basta quel secondo per crederci ancora,
come quando le favole si avvicinano ai sogni.
Sull’ultima Soglia dove c’è un rispettoso senso di umanità,
scende la notte bella e confusa.
Un uomo che nel petto ha sfregiato il suo cuore prediletto mentre il senso scompare…
Tutto rinasce in un mondo
che non ha coraggio per raccontare.
Dove le maree passeggiano ,
Cieli sparsi si specchiano sorseggiando un tramonto a stento…
Demix
accetto il regolamento
Sez. A
Accetto il regolamento
AMALA
Amala
Vestita dei suoi sbagli
Delle Sue insicurezze
Dei suoi dolori.
Amala
Con tutti i suoi ‘chissà’
I suoi numerosi ‘probabilmente’
E le innumerevoli distrazioni.
Amala
Quando, svestita, si guarda allo specchio
E si copre abbassando lo sguardo
Ed Il cuore le batte così forte nel petto
Che lo vedi solcare il viso
In una smorfia di dolore
Amala
Arrabbiata, dolce, introversa,
pazza, testarda, Guerriera,
stravolta, spavalda.
Amala…
Perché
per ogni cicatrice che si porta addosso
Ha pagato a caro prezzo la felicità.
Antonella Chiego
Sez. B
Accetto il regolamento
Ti amerò finché non mi vedrò
“Devi iscriverti su quell’APP per incontri, così finalmente esci un po’ e stacchi dal lavoro” – Giacomo era un fiume in piena. Poi, finalmente, mi consegnò il telefono che mi aveva sottratto.
Il fine settimana, quando Giacomo ed io chiudevamo l’ufficio, ero solito portarmi il ‘lavoro a casa’. Il mio unico interesse era l’azienda su cui avevo investito cuore e anima.
“Ma che sarà mai un drink!” – Giacomo continuava a pressarmi affinché uscissi con lui, Leo e altri amici. Ho sbuffato e gli ho ricacciato la prima scusa che mi era venuta in mente: “Questa sera proprio no, ho una call con un possibile investitore dall’America. É importante, non posso rimandare”.
Il mio amico ha sbuffato e guardato in tralice per un po’. Ha parcheggiato, accostando al marciapiede al di là del quale c’era il portone che dava sulle scale del mio palazzo. Gli ho fatto un sorriso forzato, ho raccolto la mia roba dal sedile posteriore e sono sceso dall’auto con una certa urgenza.
“Ci vediamo lunedì con i ragazzi” – ho detto soltanto e mi sono affrettato ad allontanarmi senza nemmeno aspettare la sua risposta.
Avevo programmato quel week end nei minimi dettagli.
Mentre l’ascensore apriva le sue porte per farmi uscire, mi arrivò uno squillo del telefono. Uno squillo strano, una sorta di notifica che continuava a richiamare la mia attenzione con una certa insistenza. Mi avviai verso la porta di casa e mentre facevo per entrare, ecco di nuovo un altro suono. Chiudendomi la porta alle spalle, presi il telefono e vidi un cuore rosso fiammante pulsare sul display. Mi ricordai immediatamente dell’APP che Giacomo aveva installato. Feci un sospiro.
Giacomo era come un fratello per me. Abbiamo fondato l’azienda in cui lavoriamo ancora oggi, insieme.
Il cuore sullo schermo e quel fastidiosissimo suono mi riportarono alla realtà. Stavo per disinstallare l’app quando si aprì un messaggio in anteprima sulla chat privata da parte di una certa Carmen.
Con il dito ancora fermo sul cursore, mi bloccai e, preso dalla curiosità, aprii la chat: “Hai l’aria di un così bravo ragazzo” – diceva Carmen.
Sorrisi. Come un ebete stavo sorridendo ad uno schermo, leggendo un messaggio di un’estranea che, per quanto potevo saperne, poteva essere chiunque, anche un bot, magari.
Dopo non so davvero spiegare cosa successe. Fu tutto precipitoso.
Inizialmente, quando abbiamo iniziato a frequentarci, Carmen era fantastica.
La sentivo così perfetta per me…
Poi la luce cambiò, come negli affreschi antichi quando il crepuscolo filtra attraverso una vetrata: le stesse attenzioni che avevano la delicatezza di una corrente calda d’estate divennero tempeste improvvise.
Ogni cosa, ogni emozione si trasformò presto in qualcosa d’altro: una mappa invisibile che lei conosceva a memoria e io no.
Le attenzioni si alternavano a silenzi taglienti; i complimenti diventavano monete da spendere per guadagnare il mio consenso; le lodi esplodevano in fretta e, quando avevano esaurito il loro compito, venivano ritirate insieme all’affetto, lasciandomi sbilanciato, in attesa.
Spesso mi trovavo a giustificare i suoi scatti come fossero il prezzo di una passione profonda. Eppure cominciai a notare schemi: il modo in cui minimizzava i miei successi per spostare la conversazione su di sé, l’abilità nell’intonare una vittima quando la situazione le sfuggiva e la sua incredibile facilità a trasformare critiche legittime in prove della mia ingratitudine. Quando la confrontavo, mi guardava con quegli occhi calmi e lucidissimi, respingendo con leggerezza le mie parole: “Sei tu che fraintendi, amore, non è quello che volevo dire”. I miei ricordi vacillavano; la mia percezione del confine tra colpa e responsabilità si spegneva e riaccendeva a comando suo.
Intorno a lei, la realtà si modellava come argilla: amici che una volta erano condivisi diventavano argomenti di paragone, e io, per difendermi, iniziavo a isolarmi, come se sputassi sale su una ferita che non volevo vedere. Quando uscivamo, Carmen indossava una maschera gentile per il mondo — brillante conversatrice, generosa, sorridente — mentre in privato sapeva colpire dove faceva più male: sottolineava i miei tentativi di conciliare lavoro e vita personale come se fossero egoismi, mi rimproverava per la mia dedizione come se fosse una carenza morale. La sua empatia sembrava calibrata: abbondante quando serviva a mettermi in vetrina, assente quando io avevo bisogno di essere visto.
Con il tempo imparai a riconoscere i ritmi: la fase dell’adorazione — quella che mi aveva stordito e fatto credere d’aver trovato la mia metà — era seguita dalla fase del disprezzo, poi dal ritiro strategico e, infine, da una nuova ondata di attenzioni che ricominciava il ciclo. Ogni “scusa” dopo una lite era un atto teatrale perfetto. Mi scusavo con me stesso più che con lei, convincendomi che l’amore richiedesse sacrificio, che il dolore fosse un investimento.
Quando la situazione raggiunse un punto di rottura, non fu un litigio solo; fu la scoperta che la mia identità poteva essere modellata dalle mani di qualcun altro.
Ricordo la sera in cui Carmen con una voce morbida disse: “Non capisco perché ti consumi così per quel progetto, non ti meriti di essere sempre così serio”.
Non disse altro.
Ma le sue parole avevano la forza di una sentenza. E io, ancora una volta, mi sentii inadatto.
I comportamenti che ho visto in Carmen avevano i tratti tipici di chi manipola le emozioni per controllare lo spazio intorno. Amavo quella versione di lei che mi faceva sentire vivo; odiavo la versione che mi svuotava lentamente.
Alla fine, ciò che ferisce di più non è la crudeltà palese, ma la capacità di farti dubitare della tua stessa esperienza, di convincerti che la tua sofferenza sia il prezzo per un amore che — apparentemente — ti rende speciale. Chiudendo gli occhi, oggi, sento ancora il peso di quella doppia vita: la Carmen che brillava sotto le luci e la Carmen che, dietro la porta chiusa, calcolava il prossimo movimento.
Carmen non desiderava essere amata, ma venerata. Ogni mio gesto, ogni mia parola, ogni esitazione — tutto diventava materiale da plasmare, argilla per le sue mani esperte.
Capì presto che la sua forza non era nella dolcezza, ma nella capacità di confondere, di far credere che la mia libertà fosse un suo dono, che il mio dolore fosse una mia colpa. Mi osservava come un chimico osserva una reazione: studiava ogni mia emozione, ne dosava la misura, poi decideva se scaldarla o raffreddarla. E io, accecato dal bisogno di ritrovare la Carmen dell’inizio — quella che credevo esistesse davvero — restavo lì, a consumarmi nel suo gioco.
Perché Carmen non amava.
Carmen sceglieva.
Carmen orchestrava.
Amava vedere l’effetto delle sue parole, la mia esitazione, il mio tentativo di rincorrerla. Amava la confusione che lasciava dietro di sé, come un artista che dipinge il caos e lo chiama destino.
Solo tardi ho capito: Carmen manipolava perché solo allora si sentiva viva, perché solo quando tirava i fili degli altri, sentiva di esistere davvero.
Carmen amava manipolare — perché nel farlo, si credeva Dio.
Antonella Chiego
Lorena Silvia Sambruna
Sezione A poesia
Accetto il regolamento
CONNESSIONE INSTABILE
Ho parlato con il mondo
ma la linea cadeva.
Le faccine al posto di un abbraccio
una chat che non sa di pelle.
Nel “battito digitale” in quel silenzio il cuore non splende…
Eppure ti ho sentita davvero
per un secondo.
Titolo: Il Compagno Nikita
Il compagno Nikita si chiamava in realtà Pinuccio Melis e faceva il calzolaio. Lo chiamavano con quel soprannome, che sapeva di Russia e di guerra fredda, perché era un comunista intransigente e ortodosso, di quelli che avrebbero volentieri sovietizzato l’Italia. Diceva sempre che se nel ’48 avesse vinto il fronte comunista, l’Italia sarebbe cambiata in meglio.
Niente gli fece mutare orientamento. Neanche l’invasione dell’Ungheria, avvenuta nel 1956.
Non cambiò idea neppure quando, in qualità di delegato regionale della Sardegna, visitò l’Unione Sovietica, nel 1963. Anzi, fu proprio dopo quel viaggio che lo soprannominarono Nikita, in quanto ripeteva con grande compiacimento, che il compagno Kruscev, alla cui presenza era stato ammesso con la delegazione di cui faceva parte, lo aveva pregato di dargli del tu e di chiamarlo per nome.
E non cambiò idea neppure nel 1968, quando i carrarmati sovietici invasero la Cecoslovacchia.
Aveva riportato dall’Unione Sovietica, tra le altre cose, un orologio da polso, con i caratteri cirillici sul quadrante.
A quel tempo, nei mesi estivi e in caso di necessità, anche negli altri mesi, davo una mano nel negozio di famiglia, ben avviato da mio padre per la vendita e la riparazione degli orologi.
Un giorno che mi trovavo da solo, venne in negozio. Mi disse che voleva un cinturino nuovo per il suo orologio. Lo aiutai a sceglierlo dal vasto assortimento di cinturini in pelle che avevamo. Scelse un finto lucertola o coccodrillo, adesso non ricordo bene. Si trattava comunque di un cinturino di classe. Mentre glielo sostituivo, al banco, mi chiese se avessi potuto ritoccargli il tempo, dato che il suo orologio andava troppo lento.
«Quanto tempo ritarda al giorno?» gli chiesi mente mi accingevo ad aprirlo, stando attento a non graffiargli il fondello, con l’apricasse affilatissimo che, come mi aveva insegnato mio padre, andava inserito alla perfezione e profondamente, nell’apposita scanalatura laterale che ogni orologio non impermeabile aveva a disposizione dell’operaio riparatore, per l’apertura e l’accesso al macchinario (gli orologi impermeabili avevano invece un sistema di chiusura ad avvitamento e non a pressione; e per aprirli eravamo dotati di un apri cassa meccanico a quattro punzoni; anche se mio padre riusciva ad aprili con le due punte di una pinza a becchi tondi).
«Tre o quattro minuti al giorno» mi rispose.
Il macchinario dell’orologio russo del compagno Nikita assomigliava ai nostri EB calibro 8800, una sigla che indicava una categoria di orologi privi di rubini, alquanto poveri e arcaici, sprovvisti perfino del moderno sistema di incabloc, per cui quando avevano la disgrazia di cadere, rompevano l’asse del bilanciere e occorreva sostituirlo con un complesso procedimento che io conoscevo in teoria, ma non avrei saputo eseguire nella pratica.
Ritoccare il tempo era assai più semplice. Anche l’orologio del compagno Nikita aveva in cima al ponte del bilanciere, un sistema di regolazione che, azionato però dall’ago inferiore, provvedeva ad allungare oppure ad accorciare la corsa della spirale del bilanciere.
In pratica, se l’orologio andava troppo avanti, occorreva allungare la corsa della spirale, così che, impiegando più tempo a compiere un giro in espansione, avrebbe rallentato il movimento che l’àncora condivideva in sincrono con la ruota dello scappamento; nel caso contrario, come accadeva per l’orologio di Nikita, era opportuno accorciare la corsa della spirale per ottenere l’effetto contrario. L’operazione veniva fatta a occhio e con l’esperienza si otteneva il risultato voluto.
Tutto andò bene. Quando gli consegnai l’orologio mi chiese se sapessi leggere i caratteri cirillici del suo orologio. Alla mia risposta di diniego inscenò un vero e proprio processo accusatorio.
«Ma come? Non sai leggere i caratteri cirillici? Stai scherzando per caso? Ma non lo sai che sono più importanti perfino dei caratteri greci e degli stessi caratteri latini?»
Insomma poco mancò che mi denunciasse ai Soviet di Mosca e al comitato Centrale del Partito Comunista Italiano del mio paese.
Per fortuna mi pagò il prezzo del cinturino e poi se ne andò.
Non lo rividi più. Seppi che in punto di morte si era convertito al cattolicesimo.
I maligni del mio paese, però, dicevano che si fosse convertito e avesse preso la tessera della Democrazia Cristiana, affinché in paese si dicesse che non era morto un comunista, ma bensì un democristiano.
E con quest’ultima soddisfazione lasciò questa valle di lacrime.
Sez. B
Accetto il regolamento
Armocromia
Vivo nel colore
dei tuoi passi sospesi
sul sentiero svelato
dalla sfera di cristallo
rigiro le carte che
la strega mi ha regalato
implorandomi di
bruciarle nel fuoco
mai domo del cercarti
mentre apro l’armadio
dove custodisco ancora
irreali tessuti colorati
con armocromia imperfetta
sez. a, accetto il regolamento
Angelo Napolitano
Sez. A – Accetto il Regolamento
BETLEMME
Tenevo i pugni stretti e gli occhi chiusi.
Gridavo…! Gridavo a tutto il mondo
della violenza assurda che subivo.
Vivevo il paradiso, il bello-tutto.
Vivevo. E all’improvviso sono morto!
Tutti dicono, invece, ch’ero nato.
Ora ho imparato a nascere e morire;
la culla, cenotafio del futuro,
dell’oggi… del presente, del mio sempre.
Verginemadre! Verginemaria!
Tu porti molte cose nel tuo sguardo,
la terra tua, il cielo, le parole;
i segni di un pudore riservato,
tenuto ben protetto, clandestino
ma tutto rivelato sul tuo viso,
nel tuo bicchiere colmo del mio vino.
Porti la croce con i chiodi aguzzi,
porti la coppa di resurrezione.
Porti… Ma solo a chi ti sa guardare:
ai falegnami, ai vecchi carpentieri,
le donne col grembiule da cucina,
le mamme austere, bianche di farina,
gli schizzi del ragù domenicale;
come un presepio tutto da inventare,
col muschio colto al sole del mattino.
Nell’aria le campane della festa
di tutti i giorni; per il mio natale.
Il mio vestito,
donna…
…è fatto di colori
accesi, come il sole
al tramonto o d’ alba
appena affacciata
di rosa come la speranza.
Non costa nulla
è delicato e forte
cambia aspetto
se il mio umore
cambia.
Per indossarlo
devo cantare, d’anima
il sorriso.
Se piove non si bagna
e non fa carnevale.
Ho paura delle maschere
sono bugiarde
ingannano, a volte
hanno facce senza
vestito
il mio è nuovo
ed è sincero,
scrive di me
è donna.
Chiara
Chiara Marinoni
sez. A – Accetto il regolamento
Il primo uomo (tributo ad Albert Camus)
In questa casa di Algeri
le ombre lunghe si abbassano
su polverose viuzze
da mendicanti abitate.
La nonna sgrana lenticchie
sopra una tavola grezza,
la madre piange in silenzio
sul suo giaciglio di crine.
Lo zio muto rammenta
il suo passato di uomo
sopra una stuoia di pezza,
racconta ancora d’amore.
Ma la mia storia è infinita,
s’invola verso l’Europa,
la Francia a volte è vicina
se la si cerca col cuore.
Ho visto crescere il genio
fra le mie mani callose,
il mio pensiero si allunga
cercando piccole cose
solcando strade brillanti
di una Parigi ritrosa.
Se avessi avuto più tempo
avrei danzato felice
con la mia donna elegante
nelle balere a Pigalle
ma troppo presto si è spento,
l’orologio s’è rotto frantumando le ore
su un taccuino a quadretti.
Sezione A Accetto il regolamento
Complimenti!
Nasciamo molte volte,
non sempre da un grembo:
a volte da un silenzio,
da una notte che si arrende,
da un dolore che si scioglie.
Ogni inizio è un varco,
un passo oltre la soglia
dove l’aria sa di primo giorno
e il cuore torna leggero.
Ogni cambiamento è un seme
che non teme la terra scura:
un respiro che ritorna,
un cammino che si ridisegna
nel ritmo lento del nostro andare.
E allora ricominciamo,
come la luce del mattino:
prima un’ombra lieve,
poi uno schiudersi di colori.
Rinascere
è accettare il mutamento:
essere acqua che trova forma,
voce che inventa il suo canto,
fiore anche d’inverno.
E credere ancora
che il mondo ricominci
esattamente da qui.
sez. a accetto il regolamento
Le streghe ballano: ti racconto come ci siamo incontrati davvero, in un’altra vita, in un’altra epoca.
Le streghe ballano, sì, ballano di notte sotto la Luna, intorno agli alberi di noce.
E lei, strega, ballava.
Aveva un corpo cangiante, giovane e antico
flessuoso come un serpente
caldo e accogliente come una madre.
Lui, un giorno la incontrò.
La incontrò in un punto e ovunque
lei c’era già stata, aveva già respirato la sua aria, aveva già vissuto in quello spazio.
Lui vide lei e il suo buio.
Nel suo corpo il dolce formicolio del bello, la vivacità, il fermento del suo essere danzatrice della vita.
Gli uscì una lacrima mentre i piedi volevano volteggiare, in un chiaro ricordo di infanzia
il cuore una palla di vetro opalescente che poteva spezzarsi in atomi colorati da un momento all’altro.
Batteva, forte, un ritmo forte e alternato, un ritmo raddoppiato.
E allora lo fece.
Non sapeva il perché di un gesto tanto ostentato e forte. Come se le sue mani volessero farlo da secoli.
Le prese i polsi.
Le prese i polsi forte e li tenne stretti, a sé.
E non si accorgeva che erano già legati insieme
quel filo invisibile e tenace che fa sanguinare quando ci si ritrova lontani.
Ma le prese i polsi e la baciò.
Gli girò forte la testa, riaprì gli occhi chiusi dallo stupore e vide il buio davanti a sé.
E lo attraversò.
La magia avvenne, così era scritto.
Cambiò il mondo
Non ci fu più solitudine
Tutti i ricordi si trasformarono
La triste solitudine divenne momento di festa.
Non c’era più lui solo al suo pianoforte.
C’era lei nella stanza a fianco.
Batteva forte il cuore, un battito raddoppiato, un movimento doppio, erano i due cuori che battevano
insieme, nel tempo e fuori dal tempo, in un ritmo unico e alternato. Come un tamburo ancestrale, era il suono dei loro passi nel passato e delle corse nel futuro.
C’era un bambino con gli occhi azzurri come un fiore di campo.
La visione di occhi strappati alla fecondità della natura, dati al futuro nel corpo di un uomo nuovo.
Tutto il mondo girò in quel bacio, girò insieme alla Luna. Nessuno più si chiedeva il perché di quell’enorme grandezza del cielo. Era tutto dentro di loro, in una cucina a preparare il caffè, su una tastiera a trovare la musica, nel guardare due occhi azzurri e chiari come un fiore di campo.
Non sapeva il perché di un gesto tanto forte e ostentato.
Lo sapevano i secoli, che aspettavano in silenzio.
Si cancellò tutto. Il dolore si mise un vestito di festa, pura seta rosa chiaro, frusciante e fresco di
morbidezza, a coprire quelle estati a guardare il cielo da soli, quegli inverni a seppellirsi nella neve. Tutto era lì in loro, in un unico tempo, atto unico istantaneo della storia delle loro vite.
Lei gli prese la mano in tutti i viaggi fatti in solitaria.
Rividero tutti i luoghi del mondo insieme. Dormirono uniti nell’infanzia trasognata e vaga, nell’adolescenza
crudele e preziosa, nella giovinezza degli amori da costruire perché dovevano esser tali.
Lei era sempre lì e lui con lei. Ricostruirono tutto il loro mondo. Non venne cancellato il dolore, venne
collocato nel cassetto del dolore-che-ha-trovato-l’amore. Venne messo di fianco alla credenza dei piatti dei giorni di festa, vicino allo sportello della felicità allo stato puro, che era quello dell’amore nudo e senza pudore. Ricostruirono il loro mondo facendo l’amore. Una mano nell’altra e nasceva un figlio, un dono, un tesoro prezioso, i colori azzurri e chiari di quel fiore di campo.
Perché le streghe ballano di notte, ballano nel nero, l’oceano immenso azzurro e chiaro da cui nasce
l’amore.
Ballano sotto il nero del cielo e ti inondano di luce riflessa. Le ami e le odi al tempo stesso.
Donne inafferrabili, ti legano con un filo più forte dell’acciaio. Il filo invisibile di un amore che fa sanguinare quando ci si ritrova lontani.
E allora a volte scappi, vuoi scappare dalle streghe: troppo amore può far male.
Perché una strega ti darà un cuore pulsante nella notte. Una strega ti dirà per sempre sì e ti farà entrare nel
suo buio.
Ti nasconderà nel manto nero di ciò che vuole nascondere e rivelare…perché una strega balla di notte, balla
nel nero, l’oceano immenso da cui nasce l’amore.
Elisa Margherita Rossi – sezione B
Accetto il regolamento
Scrivere è restare
Mi siedo dove la notte ha mani fredde,
dove il silenzio ha il sapore del ferro,
e il pianto non ha ancora trovato parole.
Da lì, una voce
la mia, la nostra
smette di dormire.
Non per fare rumore.
Per non morire.
La guerra non è lontana,
non è fumo in una cronaca stanca.
È un respiro che si inceppa
sulla pelle tesa del mondo.
Un colpo che cade
sulla bocca di chi non ha più fiato per chiedere.
Nomino chi cade.
Con la cura, non con l’eroismo.
Nomino il dolore che nessun tempo guarisce.
Perché le parole,
se hanno dignità,
pesano.
Sono pietre sul petto dei bambini
che imparano prima la fame che il gioco,
sono macigni su donne e uomini
resi sterili dall’acqua e dal cibo,
sono finestre chiuse sulle spalle
dei vecchi che hanno perso il nome.
Resistere è questo:
abitare la crepa,
stare nel punto che brucia,
dove nessuno vuole guardare.
La poesia non consola.
Scava.
Apre.
Chiama.
Il colonialismo non è un ricordo sepolto:
è polvere che respiriamo ancora.
Un nome firmato con il sangue,
cucito sugli oggetti che ci passano di mano
come se fossero solo merce.
Vogliono che siamo belli,
perfetti, levigati —
ma io voglio essere vero.
E vero è chi resta
quando gli altri se ne vanno.
Chi ascolta i passi senza rumore,
chi dice ciò che i notiziari rimuovono
con l’abilità di chi ha imparato
a non sentire più.
L’indifferenza è un abito largo.
Sta bene a chi vuole stare comodo.
Ma la poesia, se vuole essere viva,
deve svestire.
Sporcare le mani.
Entrare dove il dolore non si può dire
con parole facili.
Che sia lama, la poesia.
Ma lama dolce,
che taglia il buio per far entrare luce.
Che sia carezza disarmata,
breccia nell’armatura del mondo.
Che viva sul bordo,
non per esclusione
ma per veglia.
Perché chi vive ai margini
non ha più sabati,
non ha nomi con eco,
non ha mani che bussano.
E noi — se davvero scriviamo —
dobbiamo sederci accanto a loro,
mangiare pane duro,
imparare a dire pioggia
come se fosse una lingua madre.
Lasciamo che almeno il silenzio
diventi tetto,
che almeno una domanda
resti accesa.
Diciamo noi.
Senza sconti, senza “ma”.
Tessiamo ponti con il filo dell’imprevisto,
facciamo della parola una casa aperta,
una porta che non chiede spiegazioni
a chi arriva stanco,
ma intero nel suo dolore.
Che la poesia non chiuda.
Mai.
La guerra non è solo un titolo:
è un respiro spezzato,
è la storia che si frantuma
su chi non ha più voce.
Raccontiamola,
non per restare nel passato,
ma per spegnere il fuoco
senza spegnere la memoria.
Scrivere non è gesto.
È atto.
La fine?
Solo un respiro, non un confine.
Lasciamo la porta socchiusa.
Chi entra, sappia:
scrivere è restare
quando tutto passa,
quando il silenzio vorrebbe vincere.
Restare è dire:
la poesia non chiude.
Accoglie.
Resiste.
Luana Farina Martinelli Sezione A Accetto il regolamentp
Sez. A
Accetto il regolamento
Il viaggio… oltre la meta
Nei miei passi ad affondare
nella coltre candida e ingannatrice
sgomitavo nelle traverse dei pensieri
lì sprofondavano matasse di
compromessi e sbavature di resti
di vita.
Il cammino era assai arduo e faticoso
attraverso un bosco di giacigli
abbandonati
da anime infreddolite e rassegnate.
Il percorso, reso instabile da fumi
di plumbea nebbia invernale
era chimera da inseguire
a un respiro dalla rinascita
verso una mangiatoia di salvezza
e di pace dimenticata
d’anima ciancicata su labbra
affamate d’amore
su lastre di corpi dal gelo ingoiati
digiuni al verbo e allo spirito.
La meta… la salvezza, unico credo
che mi teneva in vita
da tanto lerciume straripante.
Dinanzi!al mio sguardo rassegnato
il senso del viaggio
sorreggeva il lembo d’una fiacca
fiducia ché i passi grevi
diventavano ali leggere
a sorvolare l’azzurrità del cielo
oltre i miei occhi stanchi, eppure ingordi
a un domani da ricucire.
Senza età
Strappi foglie ai tuoi fiori e sorridi
colori arcobaleni su fogli di quaderno
e ti arrabbi se ti rubano i pastelli,
dispettosi sono i bambini
che ignari ti guardano curiosi.
Filo spinato nel tuo cerchio,
sei farfalla e ti inventi un girotondo.
Tutti i giorni sono uguali
e i ricordi sono fumo.
La bellezza è in ogni crepa,
in un tempo ormai andato
tu sei quella senza età.
Paola Pittalis
Partecipo sezione a, accetto il regolamento
Cosí è meglio, nella prima versione la parte da: “Poiché hai pubblicato…” la rendeva un po’ pesante.
NATALE
Se la mente non mi si è ancora annebbiata
ricordo che era una festa, esagerata
di giochi di carte e tombolate varie
che belle risate tra le luminarie.
La tavola rossa già apparecchiata
era sempre pronta alla gran mangiata
di cibi buoni, cassate e panettoni,
e niente limiti per le porzioni.
Ora Natale, ti penso come un mito
quel tempo sembra essere svanito
le urla e i sorrisi dei cugini di ieri
hanno lasciato spazio ai miei pensieri.
Che nostalgia, quelle emozioni spensierate
oggi sembrano essere quasi superate…
Non ci si unisce più e nemmeno importa
che brutta cosa, quasi ci” si sopporta”.
Francesca Lo Galbo
accetto il regolamento
La Carne e il Cielo
Guarda come la cenere dei secoli cade, si rovescia nel calice del cielo si fa polvere di stelle, schiuma di genesi!
Tutto l’universo è un incendio che ricomincia.
E qui, nel mio piccolo regno di terra, voglio le tue cicatrici: dammele!
Voglio che le mie mani, come aratri stanchi, le levighino finché non sappiano di me,
finché il tuo dolore non scorra nel mio sangue.
Senti il vento? È un gigante che spinge il cuore,
ma passa leggero, senza piegare un’ala,
senza ferire il volo dell’uccello che torna.
Sprofondiamo, amore, in questa notte profonda,
diventiamo come quel vino scuro che nelle viscere della botte impara a tacere,
che nel buio matura la sua forza di fuoco.
Siamo creature piccole, lo so,
con occhi che non sanno misurare l’infinito.
Camminiamo in cerchio, cerchiamo sentieri falsi,
perché abbiamo paura di quella fine
che è l’unica, nuda, magnifica conclusione.
© Giovanni Andrea Negrotti
27/12/2025.
Partecipo al contest e
Accetto il regolamento
GIGANTI DI CARTAPESTA
Giganti di cartapesta
si muovono nella notte stellata
ricoperti di stracci
e di coperte rosse di raso,
avanzano lentamente
ondeggianti e quatti
sospinti dal vento degli ultimi eroi
dal remoto e diafano
tempo dell’epica
donne dalle larghe gonne
un villaggio nebbioso di contadini
secchi di acqua da trasportare a mano
e sedie impagliate
accompagnano a distanza
l’apparire di un mondo
di credenze e apparizioni
le chiavi della magia
la soglia della comunione
scorrono ancora immagini
con gli occhi chiusi e sbarrati
un vento fortissimo
trascina via ogni forma di vita
ogni albero è piegato su sé
ed ecco mostrarsi al buio
un’onda nera
ed ecco il baluginare e il dileguarsi
di bestie, percezioni incerte
ed ossimori
uno sforzo senza regole
un’impressione acuta
la forza e lo strappo di riaprire gli occhi
in quella stanza bianca di un ospedale
alla ricerca del presente
un angolo del tuo letto
un comodino disadorno
di una flebo che scende
gli antibiotici e il cortisone
la dose massiccia
per salvarti la vita, forse tutte.
sezione A
accetto il Regolamento.
Luigi Carlo Rocco
– Prati innevati di pace –
Silenzio di fiato,
respiro di inferno,
sono chiuso qui
dentro una bolla,
vestita da stanza.
Zittisco i pensieri,
confusi, in rivolo
dolce mi sciolgo.
E fuggo dal bronco,
nuotando
fra lacrime amare,
dal gusto di sangue
e rancore.
E fuggo attraverso
quel respiratore
che pulsa,
togliendomi il fiato,
pressando il mio cuore
che, invano, lui,
accelera il battito,
per corrergli dietro,
ma affanna.
Con tutto il calore
che sento
comprimermi il petto,
mia unica pace
e sollievo
è quel rivolo dolce
che scorre, lì,
sempre più in fretta.
Lo seguo.
Trovarne lo sbocco
è un miraggio.
Oh no, non v’accanite!
Ho visto l’uscita!
Son prati
innevati di pace.
Mi acquieto.
Son giunto al traguardo.
Voi non mi sentite,
eppure infierite.
Ho detto «Ora Basta!
Son morto nel corpo
Voi non mi seguite!»
«Lasciatemi in pace!»
Ormai son felice.
Sezione A
Accetto il regolamento
– Prati innevati di pace –
Silenzio di fiato,
respiro di inferno,
sono chiuso qui
dentro una bolla,
vestita da stanza.
Zittisco i pensieri,
confusi, in rivolo
dolce mi sciolgo.
E fuggo dal bronco,
nuotando
fra lacrime amare,
dal gusto di sangue
e rancore.
E fuggo attraverso
quel respiratore
che pulsa,
togliendomi il fiato,
pressando il mio cuore
che, invano, lui,
accelera il battito,
per corrergli dietro,
ma affanna.
Con tutto il calore
che sento
comprimermi il petto,
mia unica pace
e sollievo
è quel rivolo dolce
che scorre, lì,
sempre più in fretta.
Lo seguo.
Trovarne lo sbocco
è un miraggio.
Oh no, non v’accanite!
Ho visto l’uscita!
Son prati
innevati di pace.
Mi acquieto.
Son giunto al traguardo.
Voi non mi sentite,
eppure infierite.
Ho detto «Ora Basta!
Son morto nel corpo
Voi non mi seguite!»
«Lasciatemi in pace!»
Ormai son felice.
Blues Marty (Martina Lorai Meli)
Sezione. A
Accetto il regolamento
– La donna dal cappotto color prugna –
La vidi per la prima volta in una sera di nebbia, quando le ombre si allungavano come dita sulla strada lastricata. Indossava un cappotto color prugna e un cappello a tesa larga. Stava ferma davanti a quel portone ruvido e ammaccato che nessuno ricordava più da quanto tempo fosse chiuso.Sembrava aspettare qualcuno. O qualcosa.
Mi fermai qualche passo indietro, trattenendo il fiato. La luce giallastra del lampione disegnava un alone intorno a lei. Non si muoveva, non parlava. Una strana nebbia sembrava respirare con noi.
Fu come se avesse avvertito la mia presenza. Voltò lentamente il capo. I suoi occhi, color del mare in tempesta, si fissarono nei miei. Non c’era paura, solo un’antica malinconia.
«È tardi per restare qui», dissi quasi sottovoce, senza capire perché.
Lei sorrise appena, poi appoggiò la mano sul legno rugoso del portone. Le dita sottili seguirono i contorni delle screpolature, come se leggessero un linguaggio segreto.
«Non è mai tardi per tornare a casa», mormorò.
Il vento soffiò sferzante tra i vicoli della città antica. Vidi le finestre chiudersi una dopo l’altra, come occhi stanchi. Il suo cappello oscillò e cadde a terra. Mi chinai per raccoglierlo, ma quando rialzai lo sguardo lei non c’era più. Solo il portone rimaneva, immobile. Una sensazione di gelo mi attraversò le ossa.
Da quella notte non riuscii più a passare per quella via senza guardare quel portone. C’era qualcosa di vivo, un fremito che sembrava pulsare sotto le venature del legno ormai scolorite. A volte mi pareva di sentire un respiro, altre una voce lontana che mi chiamava per nome.
Una sera, spinto da un’ansia che non sapevo spiegare, mi fermai davanti al portone. Il legno era ruvido e grinzoso al tatto, come la pelle di una creatura addormentata da troppo tempo.
«Chi sei?» chiesi.
La risposta arrivò nel soffio di un vento gelido. D’improvviso, il portone si aprì.
Un corridoio buio mi si spalancò davanti, profumava di candele spente e di tempo. Entrai. Le pareti erano ricoperte di carta da parati un po’ scollata e da specchi antichi che riflettevano un volto che non era più il mio. Ogni passo risuonava come un ricordo. Alla fine del corridoio, una luce azzurra filtrava da una porta socchiusa.
La varcai.
La donna dal cappotto color prugna sedeva accanto a un pianoforte impolverato, le dita sospese a un millimetro dai tasti.
«Ti aspettavo», disse, senza voltarsi.
«Perché?»
«Perché sei l’unico che può ascoltare ciò che non è mai stato detto.»
Le sue mani toccarono i tasti e la melodia che ne uscì era un sussurro di voci sovrapposte, un coro di anime che chiedeva di essere ricordato. Mi sentii mancare, come se il tempo stesso si piegasse intorno a noi.
«Chi sei?» chiesi ancora.
Lei si voltò lentamente. Il suo volto era identico al mio.
«Io sono te, quando eri capace di sognare», rispose.
Un lampo attraversò la stanza e tutto scomparve. Mi ritrovai fuori, davanti al portone chiuso, con il cappello color prugna tra le mani.
Da allora, nessuno ha più visto aprirsi quel portone.Ma a volte, nelle notti di nebbia, giuro di sentire un pianoforte suonare da qualche parte, tra le vene della città addormentata.E allora capisco che, da qualche parte, un sogno sta ancora aspettando che io lo realizzi.
BluesMarty ®2025 (Martina Lorai Meli)
Sezione B
Accetto il regolamento
Bianca, dormiente.
Tacerti ogni grazia
è ben piccolo dolore.
Calduccio d’ali,
odore di attesa,
nudità lo stare tuo stregato
in silenzio nell’acqua.
Cembalo che avvolge,
corolla di fiore.
Rauco il tempo d’uomo
che non può che aspettare te.
sezione A – Accetto il regolamento del contest
Il viaggio della vita
La strada della vita è lunga,
è un viaggio tra passi incerti e speranze
dove s’intrecciano gioie e dolori,
amarezze e sogni pieni di colori.
E mentre il ponentino
soffia forte sul viso,
tu cadi e poi ti rialzi
tra mille incertezze, tra mille paure.
Urli al cielo la tua rabbia,
soffochi il dolore che c’è dentro,
e baciata dal sole raggiante,
cammini per la vita silenziosa.
E così
percorri il tuo viaggio,
sola tra la gente!
Gabriella Fortuna
sez.A – Accetto il regolamento
Il vecchio olivo
Al mattino presto
un venticello
accarezza
il vecchio olivo
E’ pensieroso
si tiene dentro
tante storie
belle e brutte:
Ricordi del tempo
passato.
Guarda verso il cielo
si guarda attorno
sorridente:
contento di vedere
tutte le meraviglie
Che lo circondano.
Spunta una speranza
nell’ammirare questa
meraviglia di quadro;
questa bella cartolina
del paesaggio dipinto
da lasciare o da spedire
così com’è
alle prossime generazioni.
–
Sezione A
Accetto il regolamento
VORREI MORIRE
Vorrei morire tra i tuoi abbracci
per poi rivivere i tuoi baci
e rinverdire tra carezze e sospiri
in una vita nuova.
Vorrei rivivere ogni volta
le tue accoglienti braccia
e i tuoi sorrisi,
ansimanti attimi senza fine.
Perdermi tra profumati petali
di rose senza spine
inebriarmi di puro gelsomino
e di zagare immortali.
Momenti d’emozione a dissolvere il mio io
col tuo
in qual cosa che sia eterna
ove l’eterno non esiste.
accetto il regolamento, sez. a
Per la vita che osa
Immagìnati nel silenzio che vigila,
nel silenzio che non sottrae
ma prepara,
dove il desiderio prende forma
e l’assenza impara a mutare.
Immagìnati nella notte,
corpo senza mappe
eppure orientato al domani,
mosso da una fame antica,
inermi le mani,
intatta la direzione del cuore,
anche quando il dolore avanza
e l’amore è solo un’eco.
Immagìnati abitante di stanze
anteriori al tempo,
di soglie che custodiscono il tuo nome.
Avanza lenta e luminosa,
con il profumo delle cose vere,
in punta di anima,
verso ciò che salva.
Lascia che il cielo ti riconosca,
che ti respiri nel suo ritmo quieto
e ti raccolga,
un istante soltanto,
poi ti consegni
un chiarore nascente:
una soglia che si apre,
un passo che decide.
Sii forte nella vita che osa,
resistente quando il freddo misura,
capace di accendere
la tua luna segreta,
di chiamare per nome
le stelle che ti guidano,
di dire il vero
con parole che non chiedono permesso
e attraversano le menzogne.
Sii fedele alle parole che resistono,
a quelle che non cercano scampo,
che non arretrano,
e ti orientano senza clamore
verso l’alba del tuo tempo.
Perché ogni oggi è una curva,
ogni respiro una scelta,
ogni passo una soglia.
E quando verrà la notte più fitta,
non chiederti dove andare.
Resta.
Accedi.
Avanza.
Per abitare il respiro del mondo.
La svolta non è promessa: è gesto.
La rivolta non è rumore:
è la vita che osa
restare luce.
Michele Bruno
Sezione A.
Accetto il regolamento
Ange Kostia
Sezione A
Accetto il regolamento
C’è pure scricchiolio di ghiaia
Un treno brucia
anche l’ultima stazione.
Alla notte regala
sotto lo scudo del petto
impressioni ferroviarie vive.
Si sente accendere nella mente
un inaudito aggettivo acefalo
per un convoglio senza locomotiva.
E come allora rimane il cenno
di un ultimo addio guantato,
un sorriso allungato con la mano
per vezzeggiare la rigida serietà.
L’aria è di una dorata sonorità,
legge le notizie a sillabe sulle bocche.
Sembrano anche i viaggiatori inutili
senza più speranze a ritroso nel tempo.
Duole lasciare qui nel puzzo eclatante
questo amore sgomitato tra i passanti.
C’è pure scricchiolio di ghiaia .
Ange Kostia
Sezione B
Accetto il regolamento
Amore e lavoro.
Sei uscita presto stamattina. Sempre con lo stesso nome, senza il bisogno di una carta d’identità, con gli stessi occhi chiari che avevo finito di baciare tra le 6 e la 6.30,mentre ti avvolgevo con le braccia simili ad ali di pipistrello. Ti eri rannicchiata e non smettevi di gridare che io sollevassi il mio corpo e lo sbattessi poi tra le lenzuola ancor calde e stanche del nostro riderci sopra. Prima di uscire mi hai ricordato di bagnare i figli e di accompagnare i vasi dei gerani a scuola, o forse volevi dirmi qualcos’altro meno confuso, mentre mi baciavi le labbra con un tocco frettoloso che io avevo migliorato trattenendoti sull’uscio per poterti ancora frugare tra la borsa e il cappotto. Hai riso con un tono stridulo come di sirena che squilla e si allarma, sottraendoti alle mie mani insensibili alla tua intimità. I capelli si erano scomposti e il rossetto si era un po’ sbavato tanto che sembravo truccato sulle labbra per un ballo in maschera. Mi hai detto che dovevo uscire i panni dalla lavatrice e di stenderli e ,se potevo, di fare la spesa. Io non sapevo come aprire l’oblò della lavatrice e allora mi sono messo a guardare la girandola di camicie, calze, magliette e boxer, finché ho svegliato la piccola Carla. Lei sa come si comporta una brava donna di casa.
Tu ormai sei sempre più lontana, risucchiata dal traffico della tangenziale, intenta ad apparire presentabile in ufficio davanti alle inappuntabili colleghe. E so che sparlano di te, mentre il direttore ti fa stare accanto a lui a scrivere una lettera e tenta di asciugarsi la mano sudata sulla tua gonna a quadri rossi e verdi. Sei uscita presto stamattina ed io ancora devo innaffiare i gerani e portare i piccoli a scuola. Al supermercato farò la spesa dopo aver cercato i prodotti sugli scaffali. Almeno avrò il tuo ricordo a farmi compagnia.
Ecco che incontro una donna. Abbiamo afferrato la stessa vaschetta davanti all’impiegata dei Brianzoli. Sempre più forte, io non mollavo. Mi ha risposto con odio tra i denti, proteggeva burro e stracchino. Allora le ho sottratto il burro e già che c’ero anche le uova.
La corsia parallela era zeppa di gente, ho afferrato biscotti, crackers, caffè ( era decaffeinato, non lo sopporterei…).
Quando è arrivata alla cassa, l’ ho preceduta. ” Scusate, scusate, ho fretta…” e ho discusso con la cassiera che alzava e abbassava la zip della maglietta. Io pretendevo lo sconto sul prezzo dei kiwi. Lei mi odiava, lo capivo. L’unica confezione di Lines Lady era nel suo carrello, l’ho presa e l’ho strappata dalle sue mani. Ne avrebbe fatto a meno. E poi vecchia com’era…
Avrei riso da matti ,quel pomeriggio, con Sonia.
ACCETTO IL REGOLAMENTO – sez. a
La masca Micilina
La luna bacia il suo virgineo manto,
mentre la puledra saltella cupida
del terrore del viandante in fuga.
Quando l’aurora spezza l’incanto
si rivolta, donna, tra la paglia putrida
incatenata a una greppia, nuda.
In silenzio …
Sono la pioggia che disseta la terra
Rumore di felicità su sassi ruvidi
Tonfi di gocce pesanti sul mondo
Sono il vento che scrolla
Pioggia dalle nuvole
Sgualcisce
Denuda
Riannoda Anime
Sono la terra bagnata dalla pioggia
Zolla dopo zolla i passi stanchi
Mi congedo in silenzio
Accetto il regolamento – sez. a
Magnolia Tree
Questa è la storia di un ingenuo bocher (studente) della yeshiva (scuola ebraica) sedotto da Lilith, il demone femminile, e della sua miracolosa salvezza.
Venerdì nel tardo pomeriggio, camminando a St. James’s Park nella luce fioca della sera che si avvicinava, ho trovato un luogo magico. Un pentagono di pietre nere e piatte con una panchina di legno, che circonda un grande albero di magnolia. Stanco dalla camminata e esausto per lo sforzo di dimenticare la mia perfida amante Lilith, chiusi gli occhi.
Una visione inquietante si è impressa sulle mie pupille, penetrando attraverso le palpebre abbassate. Decine e decine di streghe sedevano in riunione sui rami contorti dell’albero. Appoggiato al tronco che emergeva dalle radici contorte, nascosto nella terra umida, sedeva su un trono d’avorio e ebano, il Maestro Cornuto.
“Perché osi, sciocco adoratore dell’uomo inchiodato, disturbare il nostro raduno di streghe festanti?” Risposi: “Il mio cuore è dolorante per l’amore che ho per Lilith. E stavo camminando per dimenticarla. “Ah” disse il Maestro, scuotendo il suo corpo nudo. “La conosciamo. È una buona strega, un’obbediente serva del Maestro Oscuro.
È stata incaricata di portarmi un uomo pronto ad accettare la dannazione eterna, scambiando la sua anima per ottenere il suo amore. Quindi, tu, povera bestia innamorata, se brami nutrire Lilith per l’eternità, devi versare una goccia di sangue sulla pergamena e con questo inchiostro rosso, firmare l’accordo. La tua anima per l’amore eterno di Lilith.
Ero pronto.
Ma avvolto in una nube dorata apparve il Lamed Vav ‘Il Giusto’ e mi torse il braccio.
«Non firmare» disse. Volgendo il viso verso il demone, urlò: «Tu, Asmodeo, prova se osi prendere la sua anima.» E istantaneamente, tutte le streghe riunite sull’albero di magnolia, l’albero col Maestro Oscuro e il Lamed Vav scomparvero. Con gratitudine sentii il caldo piacere della presenza di Dio riempire la mia anima.
accetto il regolamento, sez.b
STREGA
Strega,
stropiccia a mo’ di straccio
‘sto menestrello strabico
poetastro da postriboli
dimostragli chi è.
Stregalo,
di pipistrelli in streaming
dagli stramonio e astragalo
estratto di ginestre
inchiostro d’estragon.
Stremalo,
strapazza quell’impiastro
stravolgi gli astri e districa
le strade che gli ostruiscono
le strofe che non ha.
Fa’ che straveda
finestre stroboscopiche
non gastralgie di apostrofi
ma versi come orchestre
non più da strappalacrime
ma un estro di maestrale
estrinseco di epistrofi
che struggan mente e cuor.
Sez, A – Accetto il regolamento. Roberto Marzano
Amelia Belloni Sonzogni accetto il regolamento sezione B – Un coriandolo di vita
«Prego biglietti, grazie».
Tutti mostrano al controllore il telefono; io, invece, porgo il mio biglietto, di carta, stampato due giorni fa dalla biglietteria della stazione di partenza.
Noto la sua espressione quasi allibita soffermarsi sulla mia chioma bianca, forse in contrasto con il viso, segnato da poche rughe in verità, e il timbro della mia voce ancora vispo. Gira il biglietto fronte e retro e me lo rende. Potrei chiedergli informazioni sui convogli locali in coincidenza per tornare da dove sono partita, ma ho un foglietto con le mie annotazioni copiate dal computer. Ho dovuto rinunciare all’abitudine di acquistare in edicola l’orario dei treni: fedele compagno di viaggio, lo si consultava per seguire il percorso, verificare il canonico ritardo, programmare i cambi. Non esiste più. Ho una serie di possibili coincidenze da prendere, fino a un orario decente per evitare il buio di questo dicembre.
Il tragitto è stato lungo abbastanza da aver voglia di sgranchire le gambe. Passo di qui sempre di sfuggita, per una commissione, visita, incombenza, spesa al supermercato; non ci vengo più apposta, come una volta; una volta ogni scusa era buona, commento tra me.
I ricordi arrivano improvvisi, pervadono la mente e la costringono a frugare ovunque come un aspirapolvere impazzito per levare la polvere e farmeli vedere più nitidi, tutti. Poi rallentano, in frenata come il treno sul quale mi trovo. Qualcuno di loro mi si mette di fianco, per scendere con me. Mi avvicino alla porta che si apre, automatica, con un sonoro sbuffo. Finito anche il tempo dell’odore di rotaia. Il mio bagaglio a mano è leggero, posso tenerlo a tracolla.
Avviso a casa: tutto bene, ma tarderò. Ho deciso di fermarmi a gironzolare un po’. Chiamerò al mio arrivo.
Mi dirigo verso il centro. Andrei a mangiucchiare qualcosa in quella piccola vecchia pizzeria che pareva una cucina della nonna; oppure a bere una bevanda calda al bar dove era molto probabile incontrare lui, unico motivo per cui andavo lì. Per vederlo ancora. Un coriandolo di vita, lieve, intenso come i suoi occhi blu, i capelli neri, lucidi e morbidi come il pelo del suo meraviglioso cane. Ha continuato a volteggiare intorno, puntino invisibile agli altri, indimenticabile per me; incurante di ogni legge di natura, come fosse destinato a non cadere mai. A lungo mi è bastato pensarlo per impedirgli di toccare terra, sporcarsi, decomporsi, sparire.
Poi sempre meno, poi in modo diverso, ma mai, più.
Girato l’angolo, sono nella via dello struscio. Mi sembra avvolta da un vuoto squallore: come fossi bambina nelle proporzioni, mi appare enorme, persino sporca, priva di quella vitalità giovane, attiva, provinciale e vera che sentivo prossima. È normale, i tempi, le cose, gli inevitabili cambiamenti, noi invecchiamo e non ci adeguiamo. Parole trite.
L’insegna del bar è la stessa, ma dentro lo spazio è irriconoscibile. Vuoto pure lui. Dov’è finita l’aria densa di fumo e chiacchiere, sguardi e risate, incontri, legno, vetri, tintinnii, clangore, cocktail e appuntamenti? Dove sono tutti? Sarà solo l’orario sbagliato?
Ordino una cioccolata calda e mi siedo.
Fuori passano solo estranei, strani, stranieri.
Mi do della matta al pensiero che anche lui potrebbe passare.
Il cameriere appoggia la tazza fumante sul tavolo e mi porge lo scontrino. Pago.
C’è un quotidiano appoggiato sulla sedia di fianco a me. Segno di un mondo antico che forse sopravvive solo in luoghi come questi, anche se arredati di nuovo per sopportare il tempo.
La cioccolata scotta; sfoglio il giornale: salto le notizie di cronaca nazionale, ribadite ogni dove, e mi fermo alla cronaca locale. Per essere certa di impugnare il manico, sposto lo sguardo alla tazza e avvicino il bordo alle labbra. Sorseggio, mentre giro pagina.
La foto campeggia: è lui.
La tazza resta sospesa: è uguale.
I capelli sono tutti bianchi ma sembrano morbidi. D’istinto passo le dita sull’immagine, per ricordarli. In tutto quel bianco, gli occhi sembrano più blu. Giacca, cravatta, formale; l’espressione seria. Non si vede la fossetta sulle guance, quella di quando mi guardava di sottecchi per canticchiare due note, le nostre.
Era finita male, tra noi, non sarebbe continuata comunque se non così, se capitava, senza volersi impegnare. Una sera di pioggia battente, un bacio bagnato, lunghissimo, le mani nei capelli, una forza che mi attirava imperiosa, irragionevole, sorda ad ogni ragione, ogni altra volta. Sciocca e irrazionale testona, illusa ventenne degli anni che furono.
Leggo e rileggo, più volte.
Riesco ad appoggiare la tazza sul piattino prima di rovesciare tutto.
Leggo e rileggo, più volte; non ci credo: l’ordine degli… si unisce al dolore dei familiari…
Il coriandolo non c’è più, non ne posso nulla, non più.
Ora posso dire, devo dire, mai più.
Squilla il telefono: quando arrivi? Guardo l’ora. Mi rendo conto che resta una sola coincidenza utile.
Ripiego il giornale e mi affretto.
Devo andare.
Addio.
SHIRO E IL DRAGO ( Fiaba )
C’era una volta un gatto nero di nome Shiro che viveva in un castello pieno di libri.
Era curioso e amava leggere ogni storia che trovava sugli scaffali ben ordinati. Un giorno, sfogliando un vecchio libro di fiabe, rimase incantato da una pagina: parlava di un principe che doveva salvare una principessa da un terribile drago.
Shiro pensò che sarebbe stato emozionante vivere quell’avventura. Chiuse gli occhi e iniziò a sognare ma il sogno divenne realtà. In un istante, il castello si trasformò in una torre, il libro in una spada, e lui stesso in un principe: camicia bianca, mantello rosso e stivali neri. Si sentì coraggioso e pronto a combattere.
Con la spada in mano, aprì la porta della torre. Una scala a chiocciola saliva verso la cima, avvolta da un fumo nero e da un ruggito spaventoso. Era il drago che custodiva la principessa.
Shiro iniziò a salire. Ogni gradino scricchiolava sotto i suoi passi, e il calore del fuoco bruciava l’aria. All’improvviso, il drago apparve: enorme, con scaglie incandescenti e occhi rossi come braci.
Il mostro spalancò la bocca e un getto di fiamme illuminò la torre. Shiro si gettò da un lato, sentendo il calore lambirgli il mantello.
«Non mi fermerai!» gridò, puntando la spada.
Il drago avanzò, graffiando le pietre con le unghie. Ogni passo faceva tremare la torre. Shiro, agile come un gatto, saltò tra i gradini, schivando i colpi. Con un balzo gli colpì la coda del drago che urlò di dolore, dondolando la torre con un ruggito furioso.
Ma non si arrese. Con un colpo d’ala sollevò un vento che rischiò di scaraventare Shiro giù dalla scala. Il principe serrò i denti, si aggrappò alla pietra e, con un ultimo slancio, affondò la spada nel cuore del drago.
Il silenzio calò improvviso. Il mostro emise un ultimo respiro di fiamme, poi cadde dissolvendosi in una nube di cenere. Shiro rimase ansimante, ma vittorioso.
Alla cima della torre, Shiro trovò una finestra. Lì, legata a una sedia, c’era una principessa dai lunghi capelli biondi. Nella sua mano stringeva una mela avvelenata.
Shiro tagliò le corde con la spada e gettò la mela dalla finestra. La principessa si svegliò e lo guardò con gratitudine.
«Oh, grazie! Sei il mio eroe! Come ti chiami?»
«Mi chiamo Shiro… sono un gatto, ehm, un principe.»
«Sei un principe molto speciale, Shiro» disse la principessa sorridendo.
«Io mi chiamo Bianca, figlia del Re. Il drago mi aveva rapita e voleva che mangiassi quella mela per diventare sua sposa.».
«Non devi più temere. Il drago è sconfitto, e io ti proteggerò.» la rassicurò Shiro.
All’improvviso, la spada magica si disgregò in mille scintille che formarono una nuvola dorata. La nuvola li avvolse sollevandoli verso il cielo. Bianca strinse la mano di Shiro, e insieme si lasciarono trasportare oltre le montagne e i boschi, fino al grande castello del re.
Il popolo era radunato nel cortile. Quando li videro arrivare, esplosero in un applauso fragoroso. Il re e la regina corsero ad abbracciarli, con le lacrime agli occhi.
«Hai riportato Bianca a casa» disse il re, stringendo la mano di Shiro.
«Sei un eroe, e da oggi sarai parte della nostra famiglia.»
La festa durò tre giorni e tre notti: musiche, danze, banchetti e risate riempirono il castello.
Shiro e Bianca, felici e innamorati, si sposarono in fretta e furia davanti a tutti..
Il gatto-principe, che un tempo viveva tra i libri, aveva trovato la sua storia più bella: quella che avrebbe vissuto accanto a Bianca.
E così, tra il calore del popolo e la benedizione del re e della regina, Shiro e Bianca vissero per sempre felici e contenti, con il ricordo del drago trasformato in leggenda.
Shiro il gatto, principe coraggioso, Nel castello gran festa e gioia infinita,
sfidò il drago terribile e furioso. Shiro e Bianca insieme per la vita
Con la spada magica vinse la paura, e il drago cattivo, ormai solo leggenda,
e portò Bianca verso un’avventura. resto nei libri…come fiaba stupenda.
Franco Maccioni – Scano di Montiferro (or)
Accetto il regolamento – Sezione B
NELLO SPIRAGLIO DI LUCE
L’incredula notte
nascondeva avanzi consumati.
Dietro lo spiraglio aperto
la luna filtrava argentei raggi
tra gli alberi sommersi dal sonno.
Avevo i tuoi occhi di pianto
uniche stelle generose
che dall’immenso cielo
potevo tuffarmi con gioia.
Dall’immensità del nostro amore
nell’incredula notte trascorsa,
l’orizzonte scopriva il nuovo giorno.
Le nostre mani si tenevano strette
e i tuoi occhi risplendevano ancora.
La luce del giorno abbagliava
tracciando nei nostri volti
una tremenda forza di vivere.
Franco Maccioni – Scano di Montiferro (or)
Sez. A – Accetto il regolamento.
AFFINITÀ INVISIBILI
Al mattino
esco per strada
tra colate di gerani.
Quasi ci si perde
nella luce del cristallo
che riflette arcobaleni
negli androni dei palazzi.
E sono rondine che cavalca
I’ onda del sereno, fresco di cielo.
E con le mani in tasca
ed archi tersi sulla testa
catturo un colore
senza chiedermi
che tempo farà domani.
Ed inseguo un suono,
quello che per affinità invisibili
mi viene incontro
dalla campagna incolta.
Poi mescolo il colore ed il suono
ai miei passi lenti,
e alla folata pregna
che emana il vento
mentre mi spettina i pensieri,
linee tonde su un foulard.
Ed io lo lascio fare
mentre mi carezza piano
sull’ uscio muto della sera;
ne sento il profumo,
inseguo la sua traccia,
ed imprimo il suo ricordo
nel nitore di una goccia.
– accetto il regolamento, sez. a
Accetto il regolamento, sezione a
Dipingi la tela
Dipingi pittore, con la tua tela
rappresentala la vita che vedi.
Un colore per il mare, la vela
ed un colore per quello che credi.
La tua anima è dipinta su tela
insieme ai colori. Come me vedi
colori sulla tela della vita;
noi, che lei non l’abbiamo mai tradita.
Dipingi pittore, con il pennello
e le sfumature sei a poetare.
Tessi l’emozioni con l’acquerello
o le tecniche che a me sono ignare.
Nel creare arte tu mi sei fratello,
la bellezza dell’animo fai amare.
Oh pittore pittura con ardore,
delle umane emozioni sei cantore.
Accetta il regolamento – sez. a
VERSI IN GALLERIA
Or vivo in un respiro
evaporando nubi
dalle sfumature ambiziose.
Desio d’artista aspiro in cuor
che trasognar mi fa:
liriche mie incorniciate,
eccitate di declamar
chi udir vorrà.
Son poesie concepite
in grembo all’animo meo,
per generar passioni.
Pure t’aspettano quei versi parlanti,
che di lucente inchiostro grondanti
sanno d’amor dissetar, ogni anelito.
Ecco, fremo richiamar in seno
l’aura di Apollo Citaredo
“Oh aulica creatura,
l’ispiro poetico sospingo
onde comporre ancor
mirabili canti…devi!”
Accetto il regolamento
UNA TRACCIA
Ecco, una traccia,
parole che lascio agli occhi,
miei o di altri non ha importanza.
Ma sono parole che rimangono,
non vengono disperse nel vento,
non possono essere irrimediabilmente dimenticate.
Loro sono qui, sotto i miei occhi,
sotto gli occhi di chi vuole.
Ecco, una traccia,
un segno per quanto labile,
magari solo per mia fruizione,
ad urlare a me ed a chi vuole ascoltare,
che esisto, che sono vivo.
Una traccia, per convincermi,
per convincervi, che non siamo solo pensieri,
ma anche parole, sangue, carne.
Ecco, una traccia, un’impronta,
che quando ritroverò,
mi darà il conforto di aver vissuto.
–
sez. a
Accetto il regolamento – sez-a
ALLA VITA
Diamo voce ai nuovi inizi,
con coraggio e resilienza.
Dove vi è turbamento e tristezza,
dove è gioia e luce.
in continuo cambiamento,
viviamo con passione,
vinciamo l’oscurità.
Faccio due passi sull’arcobaleno,
accanto al sole, che mi accompagna.
M’inebrio dei suoi colori,
non indugio e guardo avanti.
Siamo anime e corpi,
fatti d’amore e passione.
lo, me stessa ed io,
sempre unite e sempre in lotta,
con lo sguardo verso l’alto
e il coraggio nel cuore.
Shif la piccola mungolfiera
C’era una volta una mongolfiera di nome Skif. Che aveva paura di volare per colpa del corona virus,
che minacciava la terra piangeva strillava, nel vedere tante persone che soffrivano si ammalavano e morivano diceva’’ ai me non ce speranza ,l’arcobaleno si è oscurato uh… come sono disperata’’ .
Un giorno un passerò le disse ma devi stare sempre a piangere?
Dai andiamo alla ricerca del raggio della speranza! Esso colorerà l’arcobaleno , ma non sarà facile trovarlo affronteremo i lampi i tuoni le tempeste e alla fine lo troveremo. Il passerò chiese aiuto alle farfalle che indicavano la strada da fare dai coraggio shif. Si ok il passerò iniziò a volare al suo fianco e le farfalle indicavano il cammino. Mentre c’era il sole tutto assieme si oscurò con le nuvole nere tempesta vento tuoni e dura continuare a viaggiare shif temeva di non farcela e si fermò un minuto a riflettere dopo un po’ disse al passero e alle farfalle proseguiamo e malgrado tutto riuscirono al termine della tempesta a trovare l’arcobaleno shif era contenta ritrovo la forza e questo arcobaleno sarà quello che ridarà ai bambini gioia e speranza e i bimbi torneranno a giocare su questo splendido arcobaleno. .
1 .Comento in questa favola vediamo presenti angoscia paura che ci rende suoi schiavi grazie all’aiuto degli uccelli punto di forza farfalle che indicavano la strada la tenacia e la forza l’aiuteranno a ritrovare la speranza che porterà gioia e allegria.
Favola a fondo pedagogico
–
accetto il regolamento, sez. b
Il tuo fiato nella mia bocca
è una bolla profumata
che mi imprigiona la lingua
m’inebria il palato
scende giù per la gola
riempie i miei polmoni di vita.
Le tue labbra sulle mie labbra
lasciano colare il succo
di pesche mature. Le mordo
come l’affamato morde
i lunghi attimi di felicità.
Eri Leonora ambigua
strega bambina
e le mie mani da vecchio Ernst
dipingevano il tuo corpo
con le lunghe e lente
pennellate del sentimento.
Potrò mai dimenticare
le mie mani sui tuoi seni?
Cercavano il calore delle stelle
le punte aguzze dei tuoi capezzoli.
Le tue mani carezzavano i miei fianchi
come se la lontananza
li potesse sottrarre alle tue dita.
Erano gesti
che abbiamo amato perché il desiderio
bruciava la lontananza.
Ho chiuso gli occhi, ho cercato quel tepore
per ritrovare la memoria del tuo corpo.
Ha risposto la notte
con la sua pioggia di tenebre.
Ora chiedo il tuo silenzio
per trattenere sulle mie ferite
il balsamo dei tuoi baci.
Spinti dalle tue parole
sono caduti nel nulla
come semi maturi.
Li hanno raccolti le mie mani
sotto cumuli di macerie.
Hanno scavato fino a svelare
il sorriso dolce della bocca
e la tua ferocia
da cui non so difendermi.
Marcello Comitini
accetto il regolamento, sez. A
Ronchi Donatella sezione a. Accetto il regolamento.
Mass-media
Parlano, parlano,
Spendono milioni di parole
Che so disperdono nel vento dell ipocrisia.
Parlano, senza sapere, senza vedere.
Parlano, incoscienti dei buchi dell anima
Delle persone con cui parlano.
Accusano, puntano il dito
Affondando i coltelli
Nelle ferite di chi,
Orfano di madre, figlia, marito od amico,
Si distrugge nel dolore
Di un si grave e importante perdita.
Parlano, riprendono e diffondono immagini,
Senza pudore alcuno,
Immagino che dovrebbero restare custodite
Negli altri più profondi e reconditi
Si chi sta vivendo momenti terribili
E, ahimè, indimenticabili.
Parlano, incuranti dell inferno di chi,
Tormentato da fantasmi reali o invisibili,
Cercava sollievo
Trovandolo solo nell’ oblio della morte.
Parlano, parlano senza sapere
Che le parole salvifiche, a volte,
Sono le parole del silenzio.
Accetto il regolamento- sez. b
A noi, genitori derubati dei nostri figli… ma anche a voi che non potete capire e non avete colpa.
Noi, non dobbiamo vergognarci di condividere e mettere a nudo il nostro dolore. E’ un modo per arginare quella ferita dolorosa dell’anima che sanguinerà per sempre, ma anche per far capire a voi, fortunati, che avete il privilegio di vivere una vita normale e non riuscite ad apprezzare l’inestimabile tesoro che possedete.
Non siamo mostri, né pazzi o malvagi! Ma un dolore così grande amplifica le emozioni e i sentimenti. Ogni piccola cosa diventa faticosa. Vivere, è una gran fatica, per cui lasciamo defluire dalla nostra anima ogni sentimento negativo.
Ci aiuterà ad alleggerirla.
Perdere un figlio è un esperienza terrificante, insopportabile, inaccettabile per chiunque, e quando ti succede, è come se un pezzo ti te ti venisse strappato a crudo e portato via. Quel figlio desiderato, atteso, fatto venire al mondo e cresciuto, si porta via le tue aspettative, i suoi progetti, la voglia di vivere, il suo ed il tuo futuro. E’quello l’inizio della tua fine…
Con lui si spezza la catena dell’immortalità…della continuità delle generazioni. Ti viene tolta la possibilità di prolungare la tua vita attraverso la sua.
Ti cresce dentro un dolore lancinante, mostruoso, impossibile solo da immaginare e meno che mai da sopportare.
Non può essere vero, non può essere mio figlio! Forse sto sognando e improvvisamente mi sveglierò e scoprirò che è stato solo un incubo spaventoso…
L’angoscia come acqua torbida t’invade l’anima e l’affoga. Nella testa pensieri vorticosi. Confusione, incredulità, inconsapevolezza…tuttavia, la realtà si insinua e ti obbliga a fare scelte, prendere decisioni, organizzare.
E resti in piedi… guardi… ascolti… parole e consigli. Parole non richieste che fanno solo male, consigli non voluti e che rifiuti di accettare.
Sai bene che nelle intenzioni c’è il desiderio di offrire aiuto a una famiglia piegata dal dolore, ma è facile sopportare quello degli altri e altrettanto facile è dispensare belle parole e consigli che arrivano a essere crudeli.
Poi quelle domande: “come va?”, “come stai?”. Domande che prima risultavano necessarie per iniziare un discorso, diventano adesso una coltellata in pieno petto. Impossibile rispondere, impossibile spiegare.
Non si può capire se non si è provata la stessa terribile esperienza. Ormai, rispetto agli altri viviamo su pianeti diversi.
Poi… quel percorso lungo, doloroso e in solitudine che ti porta alla ricerca di qualcosa che ti faccia accettare quel dolore disumano.
Non esistono ricette o medicine e ognuno reagisce come può, vivendolo più o meno intensamente e cercando in se stesso la strada per poter sopravvivere.
Ti accorgi che più passa il tempo, più diventa difficile passare di fronte a una cameretta vuota, sedere accanto a un posto vuoto a tavola, non sentire più nemmeno la sua voce.
Non si possono consigliare strade da percorrere e ognuno deve affrontare il problema come ne è capace, come gli consiglia l’istinto di sopravvivenza.
Inizialmente rimuovi completamente l’accaduto, poi, con immenso coraggio lo recuperi dal fondo dell’anima e lo elabori:
Con il pensiero, il modo più doloroso poiché si innescano i perché, i ma, i se che ti spingono in una spirale soffocante;
Con il cuore, ma ti accorgi che non ce l’hai più, perché l’hai chiuso nella bara accanto a tuo figlio;
Con la fede, immaginandolo tra gli angeli in un luogo di pace e serenità, e chiedi disperatamente un po’ di pace anche per te.
L’ultima ipotesi è l’unica consolante, ma ti conforta fino a quando la fede non crolla…
Per il famoso “come va?” e “come stai?” è presto detto! Hai qualcosa dentro che ti rode continuamente, un veleno che goccia dopo goccia ti annienta lentamente. La tua mente continua a lavorare incessantemente e gira a ritmi vorticosi instaurando un clima di sfinimento e d’impotenza totale. Lo stomaco si chiude… ma tuttavia sopravvivi, per ricordare tuo figlio… per portare ogni giorno un fiore sulla sua tomba, sopravvivi per te stesso e per chi resta, anche se, forse sbagliando continui a pensare a chi non c’è più e non a chi è rimasto. Ma è un pensiero più forte di te…un ossessione!
Questo è quanto si prova!
Quanto sono graditi in quei momenti, i silenzi delle persone che incontri, gli sguardi semplici e partecipi e non da scrutatori d’anima o peggio, di pena e di compassione.
Quanto è gradito un banale “non ho parole”, una fugace toccata di mano, un abbraccio silenzioso, un semplice “ciao”…
Sezione A
Accetto il regolamento
Porto di lacrime
La musica di un fado piangente
vibra tra le corde tese
di una chitarra nomade.
Artigli di vetro infranto
pizzicano la mia fragile esistenza.
Sotto il vento di traversia
ondeggiano rammendi
di seta nerissima.
Come tanghera triste
volteggio nei fiori di porpora e sangue.
Il fiato delle navi
affoga il porto lontano
nelle ombre indefinite dell’inganno.
Tra i demoni della mia tristezza
i fumaioli sbuffano nebbia e lacrime.
Il tempo batte il tacco acuminato
sulle onde assopite
nella banchina delle disillusioni.
partenze su navi già affondate
arrivi di navi mai approdate.
Lezzo di alghe putride
spiffera dalla valigia
tracimante di scheletri in fiamme.
Brucia il combustibile delle illusioni
spettri di fuoco mi divorano il cuore.
Accetto il regolamento, sez. b
Nella notte
E’ nella notte che ti penso, ti cerco, e nei sogni ti rapisco.
E’ nella notte che afferro le tue mani, ma che sfuggono al mio risveglio.
Per favore, afferrami, catturiamo questo mondo che circonda,
il nostro essere, la nostra follia, e ci sbalza fuori dalla realtà
invadendo il nostro amore…
lacrime disperse dalla nostra separazione, nel silenzio, si..di queste
lacrime amare, che scendono prepotenti nel fiume della speranza,
dentro i nostri cuori.
zitta, si rimaniamo in questo silenzio che parla per noi.
zitta, ascolta ciò che non ti dico, ascolta il vento che cattura questo mondo.
zitta, ascolta il battito veloce, di chi ti cerca nel silenzio…
il mondo ci appartiene.
il mondo ci divora…lasciamo che ci rapisca, noi due insieme,
separati dalla vita.
è nella notte che ti penso, ti cerco, e nei sogni ti rapisco.
è nella notte che afferro le tue mani, ma che sfuggono al mio risveglio.
per favore, non svanire nell’oscurità, fatte di ombre e tormenti.
per favore, non farmi svegliare, voglio ancora sognare…sognarti,
voglio ancora viverti, non andar via, ti afferro, ma sento che le nostre
mani si stanno separando, sento che le tue mani mi sfuggono…
nel risveglio di un’altro giorno, che vivo senza te.
nella realtà della mia solitudine, dove ti cerco e non ti trovo.
afferrami in questa notte fatta di sogni, di pura follia, la nostra!
zitta, si rimaniamo in questo silenzio che parla per noi.
zitta, ascolta ciò che non ti dico, ascolta il vento che cattura questo mondo.
zitta, ascolta il battito veloce, di chi ti cerca nel silenzio…
è nella notte che ti penso, ti cerco, e nei sogni ti rapisco.
è nella notte che afferro le tue mani, ma che sfuggono al mio risveglio.
ora vado, si vado incontro al nulla, in questa realtà dove tutto è cieco,
dove tutto è nulla.
ma so che stanotte ti ritroverò, per favore, continua a cercarmi nei nostri sogni.
so che stanotte, afferrerò nuovamente le tue mani.
adesso vivo la mia follia diurna, ma questa notte, sò che sarà per sempre nostra.
so che tu sei mia….per sempre nella notte.
L’IMPOSSIBILE
Vedere sotto il mare la pioggia,
e le nuvole nella roccia;
Ammaliare le sirene con il canto,
far ridere fino alle lacrime il pianto;
posso, quando ti guardo negli occhi,
mentre il tuo bimbo infinito
contempli e tocchi
(accetto il regolamento) sezione a
Accetto il regolamento
Si fa sera.
Hai colto ciò che tutti hanno guardato,
hai ascoltato ciò che tutti sentono,
nel mentre, pensi a ciò che nessuno aveva immaginato.
Tacciono i rami,
verdi un tempo, le foglie mutano svelando i nidi,
ancora calde le uova aspettano… chi li battezzerà?
All’improvviso, La Grande Mano apre il cielo come un sipario,
e sei lì, con amore e coraggio,
In marcia verso la fusione degli orizzonti.
Da quanto tempo?
Chi te lo fa fare?
Cosa farai?
Lambire le autostrade per vederli sfrecciare perché in fondo:
Non sei mai stato… sei.
Ma ora si fa sera.
– accetto il regolamento, sez. a
Accetto il reglamento
TRAMONTO
Da dove viene questo colore
che annuncia il miracolo eterno
della notte? Quale fremito
agita la natura
in attesa? La vita serpeggia
dove non appare acqua,
restiamo incapaci di parlare,
l’ultima luce dilava ogni roccia.
–
sezione poesia
Sofia
sogna tesoro sogna
non avere fretta di crescere
usa tutta la tua pazienza
la vita ti aspetterà
se le darai il tempo che ti chiederà
sali su quella nuvola, togli il freno a mano
aggrappati al vento senza paura
chi ti ama ti proteggerà
sogna tesoro sogna
non aver paura delle parole
lasciali dire che perderai
sparlano di te; sei troppo bella
stanno cercando di colpirti
il corpo, la mente, il cuore
sogna tesoro sogna
passa le tue labbra su quel viso
che ti ha regalato la vita
l’amore la purezza dell’anima
l’intelligenza del corpo e della mente
se un giorno ti chiederanno di correre
fallo ma senza strafare
non inciampare nell’ingiustizie della vita
mantieni la serenità e il tuo sorriso
comunque sia ricorda, io sarò li con te
seduto sulla panca, della mia fragile vita
aspetta i tuoi sogni, non lasciarteli sfuggire
sono sicuro che un giorno li realizzerai
quando incontrerai l’amore
una realtà che ti toglierà il respiro
proteggilo con tutta te stessa
non fartelo rubare dal destino
sogna tesoro sogna
(Accetto il regolamento) sezione a
Accetto il regolamento – – sezione a
Attore
Sono l’attore di me stesso
sulla scena voluttuaria di ciò
che mi accade tento di
ripassare un copione non
ancora definito tra battute
imprevedibili e colpi di scena
quando la fame di applausi
mi contorce sul tavolo
imbandito dell’amore
sono l’attore che vive
senza pubblico che brucia
sotto le lampade arroventate
delle mille domande che fanno
di questa mia vita il rebus
che soltanto un tuo bacio risolverà
Ammirazione
Ammiro il contadino che semina nei campi,
grazie al suo lavoro noi possiamo saziarci e vivere in tanti …
Con lui ammiro il panettiere
che grazie al suo mestiere
il pane fresco tutti i giorni noi possiam mangiare …
Ammiro l’allevatore di bestiame con le sue stalle e i suoi animali,
è con il suo lavoro curato che riusciamo a sopravvivere in molti …
Ammiro l’ingegnere che progetta strade e ponti,
grazie al suo ingegno viaggeremo in tanti …
Ammiro l’architetto che progetta le abitazioni,
grazie alla sua matita avremo un rifugio sicuro quasi tutti …
Ammiro il muratore che costruisce le nostre case,
grazie alle sue callose mani
avremo più o meno tutti un tetto sicuro …
Ammiro gli artigiani che lavorano sui cantieri,
grazie alle loro capacità nella comodità vivremo in tanti …
Ammiro il costruttore di veicoli,
grazie a lui ognuno di noi potrà circolare
e il mondo intero potremo visitare …
L’intelligenza umana ha inventato e costruito molto,
anzi di tutto … magari perfino di troppo …
ed ora nessuno si ferma più !
Chissà se ci saranno solo vantaggi per molti
o se ad un certo punto
ci saranno poi troppi svantaggi per tutti ?
accetto il regolamento – sezione a
AMOR CHE DAL FOGLIO SGORGA
La matita scrive
ciò che il cuor dice,
la poesia d’amor
è già tosto col cuor
come dolce canta
che vero intona
chi davvero ama
e sempre ricama
che non si cancella
nel tempo novella.
Sezione A (poesia). Accetto il regolamento.
CON I DOVUTI MODI
In un giorno di sole un brav’uomo entrò in una libreria di periferia, curiosò tra le novità dei romanzi e poi ne comprò due che gli piacevano e in edizione pocket.
Uscito si avviò verso il parco comunale, si sedette su una panchina di strisce di ferro e si mise i due libretti aperti sulle ginocchia leggendoli avidamente e da pochissima distanza dagli occhi.
Un pensionato che passeggiava nel giardino si fermò davanti all’uomo seduto, lo salutò e gli chiese perché stesse leggendo con tanta voglia.
L’uomo, triste, gli rispose: Perché, signore, i libri sono il mio pane.
La signora gli disse: Ma questo è soltanto un modo di dire e non si può leggere troppo in fretta e con tanto fanatismo intellettuale, ci va di mezzo anche la salute e la vista.
Il pover’uomo rispose: Eppure mi sono ripromesso di fare tutto il possibile per la mia cultura personale, così diventerò una persona sempre più colta e istruita. Però devo pur fare alcuni sacrifici.
Il pensionato gli disse: Lei non deve fare questi sacrifici inutili, o nocivi per la sua salute, perché anche se è vero che la cultura si impara sui libri, o ascoltando persone sagge e oneste, non occorre sacrificare la propria salute, o vista, sarebbe solo peggio. Legga pure tutti i libri che vuole, quando ne ha il modo e il tempo, perché questo non le dovrebbe procurare male, ma lo faccia senza rovinarsi la vista, senza fanatismi e cerchi di vivere una vita normale dividendo il suo tempo tra lavoro, famiglia e svago.
Se è stanco di leggere rimetta quei libri nella borsa e vada a contemplare lo stagno vicino con i cigni e le anatre. La natura tranquilla rilassa la mente e il fisico.
Poi torni pure a casa e dalla sua famiglia, perché una vita normale è anche felice e non occorre soffrire e rischiare inutilmente salute e vista per realizzare i propri normali sogni, né per avere la gioia nel cuore, perché spesso si può riuscire a leggere con gli occhi non vicini al libro e se la mente si stanca è meglio riposarla ogni tanto.
Così il pensionato se ne andò e l’uomo sulla panchina seguì il buon consiglio e la sua vita divenne più gradevole e bella.
Purtroppo non tutti seguono i buoni consigli, alcuni invece lo fanno guadagnando in salute e felicità e spesso riescono anche ad avere migliori probabilità di successo nella vita.
Ognuno deve fare quel che riesce a fare e le esagerazioni a volte sono dannose. Bisogna sapersi ben regolare, da soli, o con gli aiuti altrui.
Sezione B (racconto breve). Accetto il regolamento.
Petali
Guardo il tuo volto che sorride,
lo imito,
poi mi rifletto nel passo
del nostro tempo
ed insieme percorriamo
i sentieri delle grandi promesse,
dei dolci abbandoni.
Ora, non ho più lusinghe, nè percorsi
dove tenderti la mano
che per te scrisse poesia;
mi resta il tuo sorriso
che scolpisce il mio,
come petali della tua rosa.
– accetto il regolamento, sez. a
SFACCIATI
Disposti sempre siamo
A far credere
Di essere ricchi e perfetti
Benestanti e privilegiati
Pronti a difendersi
Con le unghie
Come avvoltoi rapaci
Per ridere degli altri
Calati nel ruolo
Di persone di successo
In attesa di ammirazione
Eterne menzogne
Per mascherare la totale
Incapacità di avere
Saldi legami affettivi.
accetto il regolamento, sezione poesia
Jean Bruschini
(Sezione A – accetto regolamento)
Torneremo ad essere farfalle
I
Torneremo ad essere farfalle,
con le mani leggere e la memoria stanca
dopo aver strisciato a lungo
nella polvere delle ore,
fedeli solo alla luce che trema.
II
Torneremo ad essere farfalle
senza chiedere permesso al vento,
senza curriculum da esibire al cielo,
con le cicatrici cucite sotto le ali,
mappe che hanno sfidato il tempo.
III
E se qualcuno dirà che non serviamo a nulla,
che non costruiamo ponti né imperi,
sposteremo l’aria quel tanto che basta
per ricordare al giorno
che anche la bellezza è resistenza.
IV
Torneremo ad essere farfalle
nelle strade vuote della memoria,
dove le nostre ombre non hanno peso
e i ricordi diventano petali leggeri
da cui imparare a respirare ancora.
V
Voleremo sopra città silenziose,
sfiorando tetti, cornicioni, pensieri altrui,
senza fretta di arrivare,
senza necessità di mettere radici,
solo il battito delle ali a segnare i giorni.
VI
E se la tempesta ci sorprenderà
ci insegnerà a piegarci senza spezzarci,
a danzare nel buio,
a trovare il colore anche nella cenere.
VII
Torneremo ad essere farfalle,
quando il mondo pretenderà risposte
e noi avremo solo silenzi da offrire,
come stanze abitate
da ciò che non sappiamo dire.
VIII
Torneremo ad essere farfalle
nel passo che non lascia impronte,
nel sorriso che non chiede ritorno.
Sceglieremo comunque l’aria,
sceglieremo di sfiorare il mondo senza possederlo.
IX
E torneremo ad essere farfalle
sempre, nonostante tutto,
perché anche la vita più fragile
può lasciare una scia di luce
che chi resta potrà seguire.
X
E in quel battito d’ali ci sarà tutto:
la caduta, la rinascita,
la promessa che non smette di brillare.
La donna che resta
Mi hanno chiamata strega
quando ho smesso di abbassare gli occhi.
Il silenzio
non era una virtù,
ma una ferita ereditaria.
Non ho parlato subito.
Ho imparato prima
a sostenere il peso.
Il peso delle madri mute,
dei corpi trattati come colpa.
Mi hanno temuta
quando non ho chiesto perdono
per ciò che ero.
Io non curo.
Non salvo.
Resto.
Resto quando la preghiera finisce,
quando il giudizio
prende la forma della legge.
Ho mani comuni
e una memoria che non brucia.
Non invoco spiriti.
Sono io la soglia.
E se mi chiami strega
non è un’offesa.
È il nome che dai
a ciò che non riesci
a rimettere al suo posto.
sezione a, accetto il regolamento
Il Passo che resta
Quando dissero che la donna del fiume era una strega, nessuno chiese perché.
Non lo fecero per cattiveria, ma per abitudine. A quel nome bastava essere pronunciato perché le cose si sistemassero da sole.
La donna viveva ai margini del paese, dove l’asfalto finiva e la strada si faceva ghiaia, poi terra, poi niente. Una casa bassa, senza recinzione. Nessun cane. Nessuna luce accesa la notte.
Era questo, soprattutto, a infastidire: non chiedeva protezione.
Non parlava quasi mai. Quando lo faceva, usava parole precise, brevi, come se avesse imparato a non sprecarle. Non salutava per prima. Non spiegava. Guardava dritto.
Un comportamento che, in quel paese, equivaleva a una colpa.
Le donne dicevano che portava sfortuna.
Gli uomini dicevano che non era “a posto”.
Il parroco diceva che aveva bisogno di ritrovare Dio.
Lei non rispondeva.
Quando la ragazza del forno cadde dalle scale, qualcuno ricordò di averla vista parlare con la donna del fiume il giorno prima.
Quando il raccolto venne male, qualcuno giurò di aver scorto una figura sulla riva, ferma, immobile, come se aspettasse.
Quando il figlio del sindaco smise di dormire la notte, il nome tornò a circolare, più deciso.
Strega.
La donna seppe che stavano parlando di lei prima ancora che qualcuno glielo dicesse.
Succede sempre così: l’aria cambia, il silenzio si fa diverso. Diventa organizzato.
Una sera bussarono. Non forte. Non piano. Con quella calma che annuncia una decisione già presa.
Lei aprì. Erano in tre. Un uomo che non conosceva, uno che la conosceva troppo bene, e una donna con lo sguardo basso. Nessuno entrò. Nessuno le chiese come stava.
“Lo sai perché siamo qui”, disse l’uomo che parlava per tutti.
Lei annuì. Non perché fosse d’accordo. Perché era vero.
Non difese se stessa. Non era quello il punto.
Chiese solo: “Quando?”
Si guardarono, sorpresi. Non dalla domanda, ma dal fatto che non tremasse.
“Stasera,” rispose qualcuno.
Lei chiuse la porta. Prese il cappotto. Non portò via nulla. Non lasciò niente in ordine. Le case di chi resta non devono essere commemorate.
Camminarono verso il fiume. Nessuno parlava. Il paese, alle spalle, si faceva piccolo. Innocente.
Arrivati al punto dove l’acqua si restringe, l’uomo esitò. Non era previsto. Lei fece un passo avanti.
“Non serve,” disse. “Non imparo più.”
Il silenzio che seguì fu diverso da tutti gli altri. Non c’era paura. C’era solo un fatto che stava per compiersi. La mattina dopo, il fiume scorreva come sempre.
Il raccolto non migliorò.
Il figlio del sindaco continuò a non dormire.
Qualcuno disse che forse non era una strega.
Qualcuno rispose che, se non lo era, allora il problema era più grande.
Nessuno tornò a parlare della donna.
Ma da quel giorno, ogni notte, qualcuno giurò di sentire un passo lungo l’argine.
Un passo fermo.
Non minaccioso.
Un passo che non chiedeva più di essere perdonato.
sezione b, accetto il regolamento
LA SBEFANA
La Befana vien di notte
e davvero se l’è rotte,
non le scarpe ma le palle
di sentire tante balle,
questa storia maschilista
è una fiaba terrorista,
messa in giro per svilire
tutto il mondo femminile,
e se ai tempi delle ‘streghe’
si facevano più seghe
e la donna era una biglia
messa in pista a chi la piglia,
or le cose son precise:
non ci va d’esser derise,
con la scusa di scherzare
va il rispetto a pascolare,
la befana è storpiatura
d’uomo vil senza statura,
la Befana è buona e bella,
brilla su come una stella,
la Befana è Epifania
porta gioia ovunque sia,
nuova vita, alba appagata,
come donna risvegliata.
Niente auguri di sbefana
vecchi, insulsi da banana,
e la scopa, se permetti,
non oso dir dove la metti.
Bentornata Epifania,
‘ste strunzate portati via.
Marica Dettori
Sez A – accetto il regolamento
Per non parlare di Babbo Natale/ uomo davvero mica male/ non certo un grosso/ otre rosso!
GENEROSITA’ E SAGGEZZA
IL PASSEROTTO BAGNATO
Aveva ali bagnate, la pioggia e poi la neve le avevano appesantite, a stento le zampine si trascinavano, il capino sempre in alto, gli occhietti che si stringevano a denunciare la fatica così grande per un piccolo essere in balia del tutto. Ma non si fermò, pianse quelle lacrimucce che solo i passerotti sanno piangere, ma non si arrendeva. Il vento cercò di aiutarlo soffiando delicatamente sulla neve, ma desistette perché era così piccolo da spostarlo tutto, farlo sbandare e cadere. Il cielo, impietosito, smise di far cadere la neve e disse alle nuvole di andare lontano. Non seppe più quanto camminò, il piccolo passero, e ad un tratto vide in lontananza degli strani fiori alti, dalle foglie larghe e un’enorme corolla di petali, lo stelo era eretto, fiero e guardava in alto. Il passerotto lentamente si avvicinò e guardò dove guardavano i fiori, e pian piano le sue ali si alleggerirono, la neve si sciolse e si asciugò e tutto il suo corpo riprese calore e vigore. Aveva trovato il Sole, si librò in volo e posandosi sulla corolla diede un bacio proprio al centro del Girasole.
-Nutriti pure del mio seme. C’è sempre un tempo in cui si rinasce-
Gli sussurrò il fiore.
UNA PICCOLA STORIA SENZA TEMPO
“Quando nacqui mangiai erba e bevvi l’acqua dei fiumi, mi coprii di fronde, imparai a difendermi dalle bestie più violente e di loro feci cibo e vestimento. Poi, pian piano, imparai quale erba non mi uccideva, ne vidi cadere il seme e come la terra lo accoglieva con amore, e allora lo coltivai, feci lunghi solchi con i rami e danzai sulla terra smossa. Imparai che quell’erba aveva un frutto saporito, piccolo, tutto racchiuso e intrecciato con i suoi fratelli, come a volersi proteggere dai pericoli, dolce, e più seccava più era attraente, più mi nascondeva un suo mistero, il mistero della vita stessa. Allora, ne raccolsi tanti, su una larga pietra li pestai tutti assieme, li coccolai a lungo nelle mie mani, li bagnai e poi li lasciai al sole ad asciugare un po’. Diedi loro infine il calore del primo fuoco. Avevo cibo leggero e buono per la mia famiglia.
Non lo sapevo ancora che stavo coltivando il Pane!”
Marica Dettori
Sez. B accetto il regolamento
PS se non è concesso cancellate pure.
SENZA FISSA DIMORA
La tua casa è aperta al pubblico
e il cielo è il suo soffitto
che coronato di stelle
s’illumina d’immensa bellezza.
La calura del giorno o il freddo della notte
a seconda delle stagioni ti fanno compagnia,
la fame ti è amica fedele, non ti abbandona
mai e scandisce le tue giornate.
Quando entro nella tua casa
mi assalgono i pensieri, m’inquieto,
cerco una risposta.
Se incontro il tuo sguardo sto male
pensando che la vita ti ha giocato
proprio un brutto scherzo.
La tua vista mi turba..tu che sei senza
colpe, con il capo chino, innocente e indifeso come un bambino, invisibile
alla normalità di questo mondo frenetico.
Nelle serate fredde e gelide invernali
con il vento che spazza via ogni cosa
e ti penetra fin dentro le ossa,
io ti ho visto rannicchiato all’addiaccio
sotto quei pochi stracci a te preziosi,
e mi chiedo quando tempo potrai ancora
resistere così.
Qualche volta ti scappa anche di andartene
nel sonno, fai notizia solo qualche giorno e non di più.
Filippo Carta
Accetto il regolamento, sez. a
Sole bianco
.
Ecco
è qui che ti ho trovato
nel sole di un tempo non mio
accanto alle parole.
Avevi l’alba negli occhi
ed ho riconosciuto il tuo nome.
Ecco
è qui che ancora conservo il tuo sguardo
davanti alla collina a ritroso
nel versante che ancora ha primavera
nel versante, dove il tempo non abita mai l’inverno.
Qui
dove arrivavi prima di me ed io, sete
raccoglievo il fiume per bere il tuo riflesso.
accetto il presente regolamento, sezione poesia
Presenza
Tu che di te stesso più non hai riscontro,
non trovando quell’antico senso
che solo ti distingue…
la via,
che attraversa il bosco,
già ti si confonde,
e fragilmente non ricordi dove sia.
Ogni albero, ogni sentiero non risponde
a quanto da sempre ne intuivi
e l’aria,
distratta,
un sogno par lieve,
che dolce circonda.
Indugia il pensiero
sull’orlo del tempo,
interrompe il respiro che plasma,
ma nulla sa riempir la mancanza
che del nuovo te or ne traspare,
muto abbraccio fondante
d’autentico volto.
E irrompe il Silenzio..
istantaneo di coscienza,
muto traendo,
dal vuoto dell’Anima,
stupor d’insolita Presenza.
Daniela Balestra
Accetto il regolamento, sez. A
La stanza
Entrai vertiginando silenzio, in quella stanza lasciata da tempo, e per un istante non ne assaporai che il labile tremor residuo, attorno vibrante e remoto.
Sapevo da sempre che vi sarei alfine pervenuta e che la dolcezza di quanto là persisteva, inesorabilmente, avrebbe finito col subissarmi l’anima.
L’ora era tarda e il buio colmava ogni angolo d’assoluto profondo, intanto che un principio impalpabile di reminiscenza mi si versava nel cuore, per poi dilatarsi oltre il limite del presente.
Cercai un piccolo spazio dove potermi rifugiare e tentar di riflettere su quel che mi si stava espandendo dentro, senza realizzare come fosse del tutto impossibile individuarne un luogo esterno che mai potesse facilitar un cambiamento interno.
Eppur tentai, confinandomi presso uno stretto canto sul fondo, lontano da qualsiasi mobilio o residuo di luce, per restarvi a lungo immersa in indefinibili momenti.
Quel primo sussultar di ricordi mi si fece allora sempre più vicino, più chiaro e facilmente iniziai a vederne sprazzi d’immagini senza confini, spezzi di vita ed emozioni, disperazioni legate a mancanza di respiro, e nitide evidenze irreali di realtà.
Un vissuto antico emerse, riportandomi a giorni ancestrali, dove, in quella stessa stanza, avevo ottenuto di soffermarmi in presenza d’un mito… indicibile, capace di sfiorar i misteri delle stelle, di decantarne l’incontrovertibile Essenza, per poterne così rintracciar la direzione da seguire.
Eravamo legati da medesime energie, che per me significavano speranza, attitudine al fare, ricerca continua di nuovi orizzonti.
E me ne sentivo avvolta, del tutto compresa in un oceano di straordinaria immaginazione che sapeva come creare, senza alcuna soluzione di continuità, mentre lo inseguivo, in ogni momento lo cercavo, confrontandomi, mutando prospettive, evolvendo passo passo… e smisuratamente amandolo.
Assolutamente nulla avrebbe potuto mai lontanamente assomigliare a quanto riuscivamo a sfiorare, alla bellezza del saperci creatori e a quell’incanto di rimanerne immersi nel lungimirante risultato d’ogni vittoria conseguita.
Finché tutto s’incrinò!
La velatura del tempo, troppo forte da sradicare, operò a nostro sfavore e venne l’impossibile giorno in cui più non lo ritrovai a me accanto.
Nemmeno seppi come ne accadde!
Semplicemente una notte m’ addormentai, mentre lui osservava le nostre algide luci sideree e, al risveglio, tutto era mutato.
Non ero più lì, neppure in quella stanza, catapultata invece in un diverso ordine di cose che di noi nulla aveva trattenuto.
L’esistenza ricominciava, per me da una svolta del tutto imprevedibile, non lasciandomi altra scelta che ricordare, lottare, avanzar ogni istante in più verso la reale consistenza di quella perduta stanza.
Daniela Balestra
Accetto il regolamento, sez. B
Ora cammino da sola.
C’era una mattina in cui il silenzio non faceva più paura.
Non perché fosse sparito, ma perché finalmente lei aveva imparato a starci dentro senza chiedergli scusa.
Si alzò presto, quando la luce era ancora incerta, quella luce che non promette niente ma dice la verità. Andò in bagno, si fermò davanti allo specchio e si guardò negli occhi. Non cercava conferme, né perdono. Cercava solo di vedersi davvero. E per la prima volta non distolse lo sguardo.
Non stava piangendo. Le lacrime, quelle vere, le aveva finite da tempo. Erano state spese negli anni in cui la sua vita sembrava una stanza chiusa, con le pareti troppo vicine e l’aria sempre un po’ stantia. Una stanza dove aveva imparato a muoversi piano, a non fare rumore, a non occupare troppo spazio. Per non disturbare. Per piacere. Per restare.
Poi un giorno, senza che se ne accorgesse subito, qualcuno aveva aperto una finestra. Non era arrivato nessuno a salvarla. Nessuna mano tesa, nessuna promessa solenne. Era stata lei. Stanca. Sfinita. Ma viva. Aveva spinto piano, quasi con paura, e l’aria era entrata di colpo, spostando le tende, facendo cadere la polvere che si era depositata negli anni. Respirare aveva fatto male all’inizio. Come succede a chi non è abituato.
Ripensò a quante volte si era persa. A quante versioni di sé aveva indossato come vestiti troppo stretti pur di essere accettata da chi non la vedeva davvero. Aveva limato parole, abbassato la voce, addolcito i bordi. Aveva confuso l’amore con l’abitudine, la pazienza con l’attesa infinita, la speranza con la rinuncia.
Le avevano detto: “Aspetta”.
E lei aveva aspettato. Senza sapere cosa, senza sapere fino a quando. Aveva aspettato persone che non tornavano, cambiamenti che non arrivavano, promesse scritte a terra come col gesso, belle finché non pioveva. Aveva imparato che se qualcosa non resta quando è buio, non è amore. È solo paura di restare soli.
Ora il tempo non era più un nemico da rincorrere. Camminava accanto a lei, passo dopo passo. Non la spingeva, non la tirava. C’era. E questo bastava. Anche la speranza era cambiata: non era più un’illusione lontana, ma una presenza discreta, una voce che diceva “continua” senza urlare.
Uscì di casa. La strada sembrava diversa, o forse era lei a esserlo. Ogni passo aveva un suono nuovo. Non c’era fretta. Non c’era qualcuno da convincere. Non doveva più spiegarsi a chi non aveva mai saputo ascoltare. Portava il cuore in mano, sì, ma non come una ferita esposta: come qualcosa di prezioso, di vivo, di suo. E la testa era diversa, finalmente libera di pensare senza chiedere permesso.
Respirava forte. Senza catene. Senza piegarsi per chi andava e veniva, lasciando porte socchiuse e frasi a metà. Il passato, se avesse provato a tornare, non avrebbe trovato casa. Le chiavi erano state cambiate. Non per rancore, ma per rispetto.
Camminando, ricordò tutte le volte in cui si era nascosta. Non per timidezza, ma per paura di restare. Restare significava affrontare il silenzio, guardarsi dentro, ammettere di non essere felice. Ora quella paura l’aveva guardata negli occhi, come aveva fatto allo specchio. L’aveva ascoltata. E poi l’aveva lasciata andare, senza combatterla, senza scacciarla. Perché anche la paura, a volte, vuole solo essere riconosciuta.
Capì allora che non è migliore chi se ne va sempre. È più forte chi resta, cade, si sporca le mani e poi si rialza senza rabbia. Con una dignità che non fa rumore, ma resiste come una guerra silenziosa.
Non era sola. Anche se camminava da sola. Aveva la sua voce, finalmente libera di volare senza chiedere se fosse il momento giusto. E se il mondo non avesse capito, andava bene così. Non si sarebbe fermata per tornare indietro.
Perché ora lo sapeva: la sua vita non doveva essere perfetta. Doveva essere vera.
E quella verità, passo dopo passo, era diventata casa.
Raffaele Di Palma
(Accetto il regolamento)
Sez. A ( Accetto il regolamento)
Ora cammino da sola
Non sto piangendo stamattina
Mi sono guardata negli occhi
La mia vita era una stanza
Ora si è aperta la finestra
Quante volte mi sono persa
Per piacere a chi non vede
Ora il tempo è il mio compagno
E non mi sfugge nemmeno la speranza
Non mi serve una promessa
Scritta a terra col gesso
Se non resta quando è buio
Non è amore, è solo lo stesso
Ora cammino da sola, ma non sono persa
Tengo il cuore in mano e la testa diversa
Non devo più spiegarmi
A chi non sapeva ascoltare
Ora mi voglio bene così
Ora respiro forte, senza catene
Non mi piego più per chi va e viene
Se il passato vuole tornare
Non trova casa mia
Ora sono libera, mamma mia
Non cambio più le parole
Per sembrare più dolce di ciò che sono
La felicità non si mendica
Si costruisce poco alla volta
Mi dicevano: “Aspetta”
Io aspettavo senza tempo
Ora la strada parla per me
E finalmente mi sento intera
Non è migliore chi se ne va
È più forte chi resta a terra
E si rialza senza rabbia
Con la dignità come una guerra
Ora cammino da sola, ma non sono persa
Tengo il cuore in mano e la testa diversa
Non devo più spiegarmi
A chi non sapeva ascoltare
Ora mi voglio bene così
Ora respiro forte, senza catene
Non mi piego più per chi va e viene
Se il passato vuole tornare
Non trova casa mia
Ora sono libera, mamma mia
Se una volta mi sono nascosta
Era per paura di restare
Ora la paura l’ho guardata
E l’ho lasciata parlare
Ora cammino da sola, ma non sono sola
Ho la mia voce che vola
E se il mondo non capirà
Non mi fermo per tornare indietro
Ora la mia vita è la verità
Raffaele Di Palma
Ora giorno e luogo
Aspetta!
Se proprio devi andare
parti di giorno quando è ancora luce.
.
Cambia programma, parti di mattina,
fa’ che non sia di notte la tua fuga.
.
Per te sarà comunque una partenza,
una grande amore che non ha funzionato
e che finisce come tutto ha fine.
.
Per te sarà un’ovvia conclusione,
un capitolo chiuso, un punto e a capo,
un po’ di tempo perso insieme a un uomo.
.
Ma avrò il tempo di prepararmi al peggio,
di affrontare la luce che si abbassa,
di vivere il tramonto un po’ per volta.
.
Avrò del tempo per abituarmi
potrò chiedere al tempo di fermarsi,
che mi risparmi l’arrivo della sera,
potrò sperare che non arrivi notte.
.
Avrò il tempo per…
trasformare la fine in una foto,
che blocchi per sempre ora, giorno, luogo,
che spenga la mia idea di fallimento,
renda la nostra storia un po’ speciale,
non quella di due esseri mediocri
.
che volevano amarsi e non ce l’hanno fatta.
.
Abner©Rossi, sez. a
Passeggiata notturna
Una luce fioca e tremolante prendeva al buio un piccolo spazio.
Proveniva da una zucca svuotata della polpa e usciva dai fori praticati a dare l’idea di occhi, bocca e denti.
Era la sera del 31 ottobre, ed era il tempo di questo simbolo della tradizione di Halloween.
Sebbene semi-nascosta, la luce filtrava e, silenziosa, chiamava la curiosità di chi la scorgeva.
Avvicinandosi apparivano, per primi, dei cespugli di rovi e altre piante intricate, che la avvolgevano quasi a proteggerla, o a dominarla, ingoiata dal buio.
Ma la luce, seppur debole, riusciva a far intuire un punto dove si sarebbe potuto passare.
Bastavano un po’ di coraggio e una buona attrezzatura da trekking per attraversare quel breve tratto che, a guardarlo meglio, appariva meno contorto e inospitale.
Forse chi aveva posizionato la lanterna voleva sfidare i passanti ad andare oltre l’apparenza, a cercare, a non demordere… Erano semplici pensieri di Carla, mentre percorrevano l’ultimo tratto del percorso.
Ricordava, a volte, le parole della nonna: come fai a sapere se una cosa non ti piace prima di averla assaggiata?
Come fai a rifiutare un gioco prima di averlo provato?
Si trattava di piccole proposte per socializzare, a scuola, all’oratorio… “No…” rispondeva, a volte senza voce, e cercando riparo da sé stessa. Scelte apparentemente semplici le apparivano complicate. Decidere di esporsi, di prendere parte alle proposte la intimidiva; rimaneva ferma. Prigioniera.
Questa era una passeggiata notturna organizzata da un gruppo di esperti.
Si era lasciata convincere da sua sorella.
D’estate proponevano passeggiate accessibili a tutti fino ai pianori per osservare e conoscere le stelle.
Ora, in autunno, un itinerario simile, di media difficoltà, con una compagna di viaggio speciale: la luna piena.
Avrebbero raggiunto una baita, cucinato castagne e vin brulé e avrebbero osservato tracce di vita notturna degli animali, e atmosfere e voci del bosco nel suo buio.
Nello zaino un caldo sacco a pelo avrebbe accompagnato l’uscita lungo la notte, da trascorrere all’interno.
Il piccolo gruppo veniva guidato ad avvertire l’armonia della natura a riposo in attesa dell’inverno, e il suo respiro, freddo e bianco, sul quale provare a sintonizzarsi.
Le guide sussurravano di prestare attenzione ai lievi rumori vicini, ai calpestii, ai versi di alcuni tipi di animali che comunicavano tra loro, ai piccoli corsi d’acqua e ai loro instancabili suoni.
La luna, gentile, gocciolava il suo chiarore per mostrare la versione notturna della natura.
Era magnifico.
La salita stava per concludersi, si potevano già scorgere la baita e un falò.
Per collaborare con la “magia” inquietante di Halloween, erano state sparse delle lanterne all’interno di zucche vuote, che apparvero punteggiando il suolo, una volta giunti all’arrivo.
L’effetto era suggestivo, amplificato da uno specchio nero e lucido, poco lontano dalla baita.
Un lago.
Carla non ricordava che le avessero parlato anche di un lago.
Lo zaino si rivelò, ad un tratto, pesantissimo, tanto da costringerla a piegarsi sulle gambe.
Un ululato li accolse. Lungo, forse più di uno. E un fragore, lontano, come di ghiaia versata in una cavità profonda.
Il mondo della notte, d’improvviso, si mostrava diverso da poco prima, riempito di suoni e di rumori spezzati.
I sussurri rispettosi delle guide non c’erano più.
Anche il lago aveva una voce, lo si sentiva ribollire.
Grossi uccelli volavano bassi, si avvertiva il rumore delle grandi ali spiegate.
Civette e barbagianni; rapaci, lo sapeva.
Volteggiavano intorno a Carla.
Il fuoco, a tratti, illuminava i loro occhi lucidi e grandi che la fissavano.
Avrebbe voluto tornare indietro ma, voltandosi, si trovò un muro, altissimo.
Il falò iniziò a lanciare sempre più in alto le sue lingue più lunghe.
Un albero si accasciò con enorme frastuono sul fuoco lanciandone mille frammenti verso il cielo e al bosco.
Carla non riusciva a reagire e a muoversi.
Natura e notte, quella notte, offrivano aspetti di sé spaventosi e irrazionali.
Come, a volte, accadeva nella sua mente.
Dichiaro: l’accettazione incondizionata del regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016) – (racconto, sez. B)
Grazie
Passeggiata notturna
Una luce fioca e tremolante prendeva al buio un piccolo spazio.
Proveniva da una zucca svuotata della polpa e usciva dai fori praticati, a dare l’idea di occhi, bocca e denti.
Era la sera del 31 ottobre, ed era il tempo di questo simbolo della tradizione di Halloween.
Sebbene semi-nascosta, la luce filtrava e, silenziosa, chiamava la curiosità di chi la scorgeva.
Avvicinandosi apparivano, per primi, dei cespugli di rovi e altre piante intricate, che la avvolgevano quasi a proteggerla, o a dominarla, ingoiata dal buio.
Ma la luce, seppur debole, riusciva a far intuire un punto dove si sarebbe potuti passare.
Bastavano un po’ di coraggio e una buona attrezzatura da trekking per attraversare quel breve tratto che, a guardarlo meglio, appariva meno contorto e inospitale.
Forse chi aveva posizionato la lanterna voleva sfidare i passanti ad andare oltre l’apparenza, a cercare, a non demordere… erano semplici pensieri di Carla, mentre percorrevano l’ultimo tratto del percorso.
Ricordava, a volte, le parole della nonna: come fai a sapere se una cosa non ti piace prima di averla assaggiata?
Come fai a rifiutare un gioco prima di averlo provato?
Si trattava di piccole proposte per socializzare, a scuola, all’oratorio… “No…” rispondeva, a volte senza voce, e cercando riparo da sé stessa. Scelte apparentemente semplici le apparivano complicate. Decidere di esporsi, di prendere parte alle proposte la intimidiva; rimaneva ferma. Prigioniera.
Questa era una passeggiata notturna organizzata da un gruppo di esperti.
Si era lasciata convincere da sua sorella.
D’estate proponevano passeggiate accessibili a tutti fino ai pianori per osservare e conoscere le stelle.
Ora, in autunno, un itinerario simile, di media difficoltà, con una compagna di viaggio speciale: la luna piena. Avrebbero raggiunto una baita, cucinato castagne e vin brulé e avrebbero osservato tracce di vita notturna degli animali, e atmosfere e voci del bosco nel suo buio.
Nello zaino un caldo sacco a pelo avrebbe accompagnato l’uscita lungo la notte, da trascorrere all’interno.
Il piccolo gruppo veniva guidato ad avvertire l’armonia della natura a riposo in attesa dell’inverno, e il suo respiro, freddo e bianco, sul quale provavano a sintonizzarsi.
Le guide sussurravano di prestare attenzione ai lievi rumori vicini, ai calpestii, ai versi di alcuni tipi di animali che comunicavano tra loro, ai piccoli corsi d’acqua e ai loro instancabili suoni.
La luna, gentile, gocciolava il suo chiarore per mostrare la versione notturna della natura.
Era magnifico.
La salita stava per concludersi, si potevano già scorgere la baita e un falò.
Per collaborare con la “magia” inquietante di Halloween, erano state sparse delle lanterne all’interno di zucche vuote, che apparvero punteggiando il suolo, una volta giunti all’arrivo.
L’effetto era suggestivo, amplificato da uno specchio nero e lucido, poco lontano dalla baita.
Un lago.
Carla non ricordava che le avessero parlato anche di un lago.
Lo zaino si rivelò, ad un tratto, pesantissimo, tanto da costringerla a piegarsi sulle gambe.
Un ululato li accolse. Lungo, forse più di uno. E un fragore, lontano, come di ghiaia versata in una cavità profonda.
Il mondo della notte, d’improvviso, si mostrava diverso da poco prima, riempito di suoni e di rumori spezzati.
I sussurri rispettosi delle guide non c’erano più.
Anche il lago aveva una voce, lo si sentiva ribollire.
Grossi uccelli volavano bassi, si avvertiva il rumore delle grandi ali spiegate.
Civette e barbagianni; rapaci, lo sapeva.
Volteggiavano intorno a Carla.
Il fuoco, a tratti, illuminava i loro occhi lucidi e grandi che la fissavano.
Avrebbe voluto tornare indietro ma, voltandosi, si trovò un muro, altissimo.
Il falò iniziò a lanciare sempre più in alto le sue lingue più lunghe.
Un albero si accasciò con enorme frastuono sul fuoco lanciandone mille frammenti verso il cielo e al bosco.
Carla non riusciva a reagire e a muoversi.
Natura e notte, quella notte, offrivano aspetti di sé spaventosi e irrazionali.
Come, a volte, accadeva nella sua mente.
Dichiaro: l’accettazione incondizionata del regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016) – (racconto, sez. B)
Grazie
Francesca Negrizzolo
(Lo stesso racconto, precedente, mancava di nome e cognome, me ne scuso)
A un soffio dal palmo, sospesa,
la tua mano è un segreto d’avorio.
In questo spazio che non ci è concesso,
trema l’eco di un incendio che ci divora.
Le dita si sfiorano come ombre sul muro,
nella penombra di una seta che tace;
siamo due mondi che premono sul vetro,
cercando una crepa, cercando la pace.
C’è un urlo nel sangue, un fremito cupo,
mentre il vuoto tra noi si fa tempesta:
non ti tocco, eppure sento il tuo fuoco,
nella fame di un istante che solo ci resta.
Siamo l’attesa che non conosce il giorno,
il peccato più dolce, l’abisso più vero;
legati da un filo di sguardi e d’inganno,
bruciamo in silenzio, prigionieri del cielo.
Il confine del respiro
di Rosalba Vangelista
Sezione A
Accetto il regolamento
STREGA D’ALCOVA DANZO di Sandra Ludovici
Strega d’alcova danzo
in una cupa sinfonia di fragranze,
e, d’intorno,
la febbrile attesa s’accende, lenta
a bruciare sul focolare del tempo
il mare dei sospiri
del segreto della notte.
I miei passi non lasciano ombra
sul selciato dei ricordi,
solo tracce di luna
che non temono il giorno.
Sogno una vampa che scaldi e incanti,
capace di sciogliere l’inverno
che mi porto dentro,
un falò che tutto non divori
e che cenere non lasci.
E ascoltar vorrei gli echi di parole
che sanno di muschio e pioggia,
sentire sulla pelle il tocco
di mani strette non per possedere
ma per guarire e custodire.
Sono una lanterna nel vento
che la sorte usa per ricordar la strada,
e mi consumo per scaldare chi passa,
per serbare le scintille del mio Amore.
Ma, non appartengo a nessuno,
ché il mio destino è mutare,
perdermi per ritrovarmi
più vasta e più viva
tra gli incensi e le promesse,
pronta a sanare le ferite,
diventare rifugio, non prigione.
Sezione A
Accetto il regolamento
CAMPANELLE BIANCHE di Sandra Ludovici
E’ passato tanto tempo, ma, finalmente, sono tornata.
Mi è pesato molto stare lontana da questo luogo di campagna abruzzese.
Qui, tra gli incolti, appena poco distante dal sentiero acciottolato, ci sono i ruderi della mia casa.
Assaporo i minuti preziosi di un incantesimo spalmato su orizzonti capovolti e la nostalgia fiorisce con un’esplosione di fiori dai petali giallo-oro, espande nella mia anima cremisi.
Sento un brivido scorrermi nelle ossa.
Forse, è lo stesso che accapponava la pelle della nonna e delle sue amiche che, di notte, si riunivano nel boschetto della mandragora.
Sotto i raggi della luna, coglievano le campanelle bianche, la loro viola.
Se ne cibavano per piombare in letarghi misteriosi, quasi per un’esorcizzazione della vita dura dei campi.
Ne preparavano unguenti misteriosi, usati a scopo terapeutico, rimedio a ogni male.
Poi, cedendo alle allucinazioni indotte dagli alcaloidi contenuti nei semi e nelle foglie della velenosa pianta, chiamata dalla scienza Datura stramonium (stramonio), si lasciavano andare a balli vorticosi, ridendo, gridando.
S’innalzavano a demoniache contemplazioni, perduta la coscienza del mondo fisico e di ogni legame corporeo.
I benpensanti se ne tenevano lontani, salvo sfruttare all’occorrenza le loro capacità guaritrici.
Sono molte le leggende della mia terra che narrano l’uso dello stramonio, oggi sostituito dalle comuni sostanze stupefacenti.
Sembra, però, che il passato ritorni sempre, traslando le sue tragiche magie.
A proposito, ve l’ho detto?
Mia nonna era una strega.
SEZIONE B
Accetto il regolamento
*** CONTEST SCADUTO ***
Ringraziamo tutti i partecipanti per l’attenzione riservata al nostro Contest “Il passo della strega”
I finalisti saranno contattati via e-mail.
*** ANTICIPAZIONE ***
Ad inizio febbraio sarà disponibile un nuovo contest di poesia e di racconto breve!
Vi ricordiamo di partecipare allo Speciale Tomarchio Editore: 2026 che scrittore sei?
In palio: pubblicazione di un inedito
LINK: https://oubliettemagazine.com/2026/01/06/speciale-tomarchio-editore-2026-che-scrittore-sei/
Ringraziando tutti gli autori e tutte le autrici per la partecipazione pubblichiamo i 14 finalisti del Contest “Il passo della strega”.
FINALISTI
Sezione A (poesia)
“Notte di Natale” di Antonio De Serio
“La Befana Silvana” di Cinzia Panuccio
“Gli anni” di Gordiano Lupi
“Il primo uomo (tributo ad Albert Camus)” di Sebastiano Impalà
“Armocromia” di Dante Quaglietta
“Il mio vestito, donna” di Chiara Marinoni
“La Carne e il Cielo” di Giovanni Andrea Negrotti
Sezione B (racconto breve)
“Tra le pieghe del silenzio” di Michela Fanni
“Un coriandolo di vita” di Amelia Belloni Sonzogni
“Passeggiata notturna” di Francesca Negrizzolo
“Ombraluce” di Daniela Giorgini
“Le streghe ballano” di Elisa Margherita Rossi
“Shiro e il drago” di Franco Maccioni
“Con i dovuti modi” di Vincenzo Giusepponi
***
I finalisti saranno contattati via e-mail.
***
Invitiamo alla partecipazione al nuovo contest letterario “Fotogrammi”, ecco il link per partecipare:
https://oubliettemagazine.com/2026/02/05/contest-letterario-di-poesia-e-racconto-breve-fotogrammi/
Grazie!
Felice…
Complimenti Francesca!
grazie, è una vera gioia essere ancora tra i finalisti. Congratulazioni a tutti i colleghi e partecipanti, grazie ancora alla giuria.
Complimenti Amelia!
Sono contento, ma mi chiamo Gordiano http://www.gordianolupi.it
Sono stati pubblicati oggi i vincitori del Contest “Il passo della strega”.
Eccovi le quattro opere vincitrici.
Ci congratuliamo con tutti!
https://oubliettemagazine.com/2026/02/10/vincitori-e-finalisti-del-contest-letterario-il-passo-della-strega/
***
I vincitori saranno contattati via e-mail.
***
Invitiamo alla partecipazione al nuovo contest letterario “Fotogrammi”, ecco il link per partecipare:
https://oubliettemagazine.com/2026/02/05/contest-letterario-di-poesia-e-racconto-breve-fotogrammi/
***
Invitiamo alla partecipazione allo Speciale Tomarchio Editore “2026: che scrittore sei?”
[IN PALIO COME PRIMO PREMIO LA PUBBLICAZIONE GRATUITA DI UN LIBRO INEDITO]
https://oubliettemagazine.com/2026/01/06/speciale-tomarchio-editore-2026-che-scrittore-sei/