Vincitori e finalisti del Contest letterario “Il sogno del brigante”
“A tratti la polvere della rosa/ cadeva tra la segatura dei fiori,/ nella vena bluastra del temporale estivo.// La donna,/ dal vetro del balcone,/ spiava pensierosa il cucciolo bagnato della rosa.” ‒ “In mezzo al vico”

Si è conclusa il 23 novembre 2025, a mezzanotte, la possibilità di partecipare al Contest letterario di poesia e racconto breve “Il sogno del brigante” promosso da Oubliette Magazine, dall’autrice Antonietta Fragnito e dalla casa editrice Tomarchio Editore.
La giuria del contest “Il sogno del brigante” (Alessia Mocci, Antonietta Fragnito, Carolina Colombi, Giovanna Fracassi, Franco Carta, Rosario Tomarchio, Simona Trunzo) ha decretato i 14 finalisti dai quali sono stati selezionati due vincitori per ognuna delle categorie in gara.
Il premio per ciascuno dei vincitori consiste nell’invio di una copia della silloge “Il sogno del brigante” di Antonietta Fragnito, edita a luglio 2025 da Tomarchio Editore.
Oggi, vi presentiamo tutti i finalisti ed i quattro vincitori ex aequo del Contest “Il sogno del brigante” (due per ogni sezione).
Tutte le opere partecipanti al Contest letterario “Il sogno del brigante” possono essere lette cliccando QUI.
FINALISTI SEZIONE A (POESIA)
“La provvidenza di Dio” di Teresa Stringa
“Di leggende e storie antiche” di Francesca Patitucci
“A-norma-le delinquenze(a)” di Tania Pizzamiglio
“In ascolto (Lockdown)” di Paola Valenti
“Metamorfosi” di Angela Maria Malatacca
“Attendo l’oblio” di Blues Marty (Martina Lorai Meli)
“Quel che resta di un ghiacciaio, ad esempio il Presena” di Stefano Gervasoni
FINALISTI SEZIONE B (RACCONTO BREVE)
“La sedia vuota” di Raffaele Di Palma
“Racconto di mezzanotte” di Fabio Soricone
“L’ascensore” di Corrado Tringali
“Marella (Storia Vera)” di Maria Carmela Dettori (Marica Dettori)
“L’eclissi e i due mondi” di Michela Giorgio
“Lettera a una figlia” di Graziella Mancini
“La denuncia” di Amelia Belloni Sonzogni
OPERE VINCITRICI
SEZIONE A
“Di leggende e storie antiche” di Francesca Patitucci
Di leggendi e storie antich’
‘Nta sti viculi e viuzzi quanti storie raccuntati, picchì u tempu adda passà lentu
e d’affetto, ca dai e ricivi.
Montagni ca parano ‘i parlari di cose antiche vere… o nun vere ma su appartinuti a ‘stu paisi
e quindi su cosa di famiglia e d’amicizia.
Di briganti ca vulianu ‘u bbeni di tutti i povareddri, arrubbannu a chini avia ‘u suverchiu nua tissiamo gloria di sti eroi
e angili ca di notti mai s’arricittavanu.
Davanti ari case era nu riconcu di fimmine, omini e criaturi ligati da nu bbeni
ca cchiù nun si ricoglia,
fattu di semplicità e d’amuri, senza aspitta’
na ricumpensa.
Nu biccheri di vino aiutava a sta’ ‘nsemi guardannu a billizza di sti vineddri
addui simu nati e crisciuti
ca ppi nua è orgoglio
‘u postu cchiù bellu du munnu
puri si supa ‘sta tavula c’è umili mangiari
ma tena ‘u sapuri da fratellanza e di amicizia pura.
E quannu m’assettu a pinsà vulissa turnà
pi nu mumentu
a chiri jiorni davanti na tazza fumanti di mattu
‘u mate di nonna ca di l’America ci purtavanu, ‘ntornu a na vrascera china di figli, niputi
e vicini di casa.
Era ‘na festa senza appuntamentu e
l’uri cchiù bell’ si passavano tutti ‘nsemi…
Tra ‘na grispeddra e nu pani di casa
guardanni ŭ mari all’imbruniri ,’st’occhi
si facianu duci e ppuri ‘sta vita di stenti.
Ed era tutta ‘a meraviglia ca si putia disidirà.
Traduzione “Di leggende e storie antiche”
In questi vicoli e viuzze quante storie raccontate
Perché il tempo deve scorrere lento tra affetto che dai e ricevi.
Le montagne che sembrano parlare
di cose antiche, vere o meno, ma appartennero a questo paese e dunque
son cose di famiglia e di amicizia.
Di briganti che volevano il bene di tutte le persone povere, rubando a chi aveva
il superfluo, noi tessevamo la gloria
di tali eroi, angeli che di notte mai riposavano.
Davanti agli usci delle casa si ci riuniva tutti uomini, donne e bambini, legati
da un affetto che più non ritorna, fatto di
semplicità e amore, senza attesa di ricompensa.
Un bicchiere di vino ci aiutava a stare insieme guardando la bellezza di questi vicoli
in cui siamo nati e cresciuti
per noi orgoglio, il posto più bello del mondo
anche sulla tavola c’è umile cibo
ma ha il sapor della fratellanza e di
amicizia pura.
E quando mi siedo a pensare, vorrei tornare
per un momento a quei giorni, davanti a una tazza di mate, quello che a mia nonna
portavano in dono, dall’America
intorno a braciere con figli, nipoti
e vicini di casa.
Era una festa senza appuntamento e
le ore più belle si trascorrevano tutti insieme.
Tra una “grispeddra” e un pane fatto in casa
guardando il mare all’imbrunire
gli occhi diventavano più dolci…
e pure questa vita di stenti.
Ed era tutta qui la meraviglia che si potesse desiderare.
“Attendo l’oblio” di Blues Marty (Martina Lorai Meli)
Prigioniera
di un malsano
oblio,
che percuote
ogni mia cellula
immobilizzandola.
Apro e chiudo
i miei pensieri,
come rubinetti
arruginiti,
nella speranza
vana
di dissetare
la mia anima,
di ritrovare
un mio futuro.
Sono radice
senz’acqua,
aggrappata ai sassi
dei ricordi,
che più non sa
sentire altro
che dolore.
Come una crepa
nell’infeconda
argilla,
spalanco il mio
baratro
per ingoiare
spine e rovi.
Non vedo,
non sento,
non cammino.
Non ho più
sangue
a disegnarmi
le ferite.
Come rugoso
ceppo
senza vita,
gemma incenerita,
sterile seme,
ho esaurito la vita,
cancellato l’attimo.
Non ho più oggi
né domani.
Tu osservi
ma non vedi,
tendi mani
ad aggrappare
i tuoi sogni,
avvolgendoli in
un soffocante
anelito di passione.
Come brace scintillante
nella buia nebbia,
ti spegni,
soffocato
dalla foschia
del tuo stesso
ardore.
Resti lacrima
sullo specchio
appannato
della solitudine,
provando
a ritrovare
i miei occhi
nei tuoi.
Io sono noce
caduta
da troppo
tempo,
non ho
più pelle,
né carne,
solo un
rinsecchito
guscio
a difendere
le mie ossa.
Tu non ti arrendi.
Come schiaccianoci
mi percuoti,
mi stritoli
nel tuo
vigoroso
abbraccio.
Provi
a trasfondermi
la linfa
che più non ho.
Troppi vampiri
ho abbeverato,
troppo a lungo.
Troppa terra
ho ingoiato,
troppo fango.
Ora sto qui,
sotto una coltre
di pagine e ricordi,
come foglie d’autunno,
a preservarmi
da ombra e freddo.
Provo a intagliare,
un lembo
dopo l’altro,
il feretro
che giace sull’altare
della mia
disperazione.
Non so se piangere
od urlare.
Ma non ho lacrime,
né voce.
Tu non desisti.
Caparbio d’intenti,
frettoloso d’armi.
Limarmi
è il tuo scopo.
Sei coltello,
rasoio e falce
con cui recidi
le mie spine,
per farne
il tuo specchio,
ma non ci arrivi.
Mi infrango
in mille pezzi di me,
moltiplicando
il tuo riflesso,
trafiggendo
ogni tua aspettativa.
Sono eco,
scomodo riverbero,
luce abbagliante.
Ti rimbalzo
il tuo ritratto.
Tu non vuoi
sentire,
né guardare.
Ti ostini
a sognare
bisogni e alibi
come ramoscello
reciso,
anelante
un innesto.
Attendi
radicando,
invano,
che io risorga,
come salma
imbalsamata,
pietrificata
da oscuro
sortilegio,
da cui tu possa
liberarmi,
resuscitarmi,
a rifocillarti.
Il trapianto
è l’esito
agognato.
Scontato,
forzato,
tentativo
disperato.
Non ho più linfa
né sangue.
Come recise,
le mie radici
più non mi
nutrono.
Disperse
fra i meandri
del dolore,
hanno fallito
lo scopo.
Abbandonata
ogni speranza,
in ossequioso
silenzio,
mi ritraggo.
Non scalpito,
non ho fretta,
attendo,
arresa,
la fine.
SEZIONE B
“Racconto di mezzanotte” di Fabio Soricone
“Stiamo aspettando il fantasma della morte”.
Marieva mi guardò come se fossi pazzo,
ma quando il riflesso di quello che avevo appena detto
le sfiorò il cuore, comprese.
Scordava spesso.
Come tutti del resto.
Eravamo alla fine del paese abitato,
in una delle tante piazze di Pescina
e udimmo i primi rintocchi di campana
che annunciavano le 21.
L’atmosfera si stava condensando come nebbia,
e come a non dirlo la nebbia ci avvolse.
“Ti ricordi quel giorno?”,
“Sì, certo che me lo ricordo Marieva”
“Ogni volta che vedo una civetta
tocco con mano il mistero”,
“Succede lo stesso a me”,
“Fabio… ne vedemmo una bianca e una nera.
Perché seconda te?”,
“Per confonderci amore mio.
Il mistero nasce per confondere, te lo sei dimenticato?”,
“E che cos’è poi il mistero? Nessuno lo sa…”,
“Già” risposi “Il mistero non ha forma,
perciò è veritiero”.
Restammo in silenzio per un po’, poi Marieva parlò di nuovo:
“E dell’assurdo? Che mi dici dell’assurdo?”,
“Che l’assurdo è contronatura. Per questo è reale”.
Marieva ebbe un brivido di freddo,
che in verità era un brivido di paura.
In quell’esatto istante trovammo il punto di sutura,
tra il mistero e l’assurdo,
ed era la paura.
Un insolito collante.
Il punto in cui s’incontrano tutte le strade.
C’è chi pensa che sia l’amore il collante tra tutte le cose.
Invece è la paura.
Un’Ombra si fermò davanti a noi,
ch’eravamo seduti su una fredda panchina,
avvolti nella nebbia.
“Stiamo aspettando il fantasma della morte”
disse Marieva all’Ombra e questa se ne andò.
“Che cos’è poi la morte Fabio?”,
“Io… suppongo che sia quello che pensiamo di lei”
“Non ce l’ha quindi una sostanza, la morte?”,
“Certo… la morte ha una sostanza,
ma ci lascia comunque credere quello che vogliamo credere.
Per questo è un fantasma.
Per questo spaventa”.
Ci fu un secondo rintocco di campana, erano le 22.
“Pensiamoci’” aggiunse “Che altro potrebbe essere la morte?”,
“È… la fonte d’ispirazione,
il dono che troviamo rovistando nel cassetto,
è il vestito delle anime umbratili”.
In quel preciso istante,
un gatto iniziò a miagolare, poi un altro e altri ancora.
Centinaia di gatti intonavano un funebre requiem.
La nebbia ce li nascondeva.
Quel lamento, come di innumerevoli bambini che piangono…
Silenzio.
In un secondo l’intero paese s’era ammutolito.
Bisbigli. Mormorii.
Qualcuno stava confabulando con un filo di voce.
Attendemmo.
Non era il fantasma della morte.
“Cosa credi che siano i fantasmi?” mi chiese Marieva,
“Sono specchi, dove gli uomini possono guardarsi e riconoscersi,
e possono ricordare…”,
“Ricordare cosa?”,
“Ricordare di essere vivi e di esserlo sempre stati”
Ancora bisbigli, sussurri, mormorii…
La campana ci avvisò che erano le 23.
La nebbia si diradò un pochino.
Il paese era congelato.
Sembrava che mai anima viva vi fosse stata.
Dietro di noi anche il fiume avanzava a passi lenti.
Chissà quali creature si aggiravano nei dintorni.
Chissà quali misteri celava la selva alle nostre spalle,
dall’altra parte del corso d’acqua.
Silenzio. Bisbigli e mormorii.
Giunse la mezzanotte.
Deserto.
La nebbia si diradò completamente.
Del fantasma della morte neanche l’ombra.
Nessuna traccia.
“Mi avevi promesso che a mezzanotte
saremmo andati a letto.
La sai che ho paura di perdermi l’inizio dei sogni”,
“Certo amore mio” risposi,
“Fabio”,
“Sì?”
“Vuoi dirmi perché ogni notte di Halloween
ci ostiniamo a venire qui?”,
“Per incontrare il fantasma della morte, ovvio…”,
“Beh, io stanotte l’ho visto” disse convinta,
“Oh, anch’io” ribattei,
“Eppure lo sappiamo che i fantasmi non esistono”,
dopo aver pronunciato queste parole
Marieva abbassò lo sguardo
come se un vento malinconico l’avesse accarezzata,
“I fantasmi non esistono, per questo ci credo” le ricordai,
rialzò lo sguardo che adesso luccicava,
“Già… dimenticavo amore mio”.
Fissandomi dritto negli occhi mi disse tante altre cose,
cose che hanno senso solo a mezzanotte…
“L’eclissi e i due mondi” di Michela Giorgio
“Fabio… guarda!!” urlò Michela.
Il sole, in procinto di nascondersi tra le fitte foreste circostanti sembrava adombrato da qualche corpo scuro… verso destra… l’eclissi! L’eclissi aveva inizio proprio in quel momento! Era uno spettacolo da mozzare il fiato!
Fabio e Michela, preoccupati, guardarono il cielo, al quale, per un breve periodo di tempo sarebbe stato rubato presto il sole, e un brivido di paura scivolò come una goccia di ghiaccio lungo la loro schiena!
Notarono che il tempo era cambiato: grossi nuvoloni neri pronti a liberarsi del loro carico di pioggia si erano addensati nel cielo, che divenne buio, tetro ed incombente. Un vento gelido aveva cominciato a soffiare impetuoso e ad abbattersi sugli alberi delle foreste limitrofe.
Le foglie, trasportate dalle raffiche sibilanti, roteavano vorticose compiendo macabre danze.
Di colpo li sovrastò la luce abbagliante di un lampo ed il rombo cupo del tuono ancora lontano.
“Fabio, sento che c’è qualcosa di strano”, bisbigliò Michela.
Fabio non aprì bocca.
Si percepiva davvero qualcosa di insolito nell’aria.
Ad un tratto il ragazzo additò un punto in lontananza, nel nero e tempestoso mare che faceva sentire distintamente il suo sordo ruggito.
Le altissime onde schiumose che si abbattevano con ferocia sugli scogli, quasi volessero aprirsi un varco sulla costa, distruggendola con la loro potenza, avevano provocato la formazione di un gran numero di mulinelli, che turbinavano, pronti a risucchiare qualsiasi cosa avesse avuto l’imprudenza di avvicinarsi.
Ma così sembrava solo in apparenza, poiché in verità, nel loro interno appariva chiaro salisse in superficie QUALCOSA…
Nonostante l’oscurità si potevano infatti distinguere delle imbarcazioni che, incuranti del pericolo di finire sommerse dalle onde continuavano a procedere.
“Ma cosa ci fanno quelle barche in acqua con questo tempo? Finiranno in fondo al mare e quei pescatori moriranno tutti!”.
“Non sono pescatori Fabio!
Non sono imbarcazioni del nostro tempo, sono …”
Michela deglutì.
Allora anche Fabio capi: “Antichi pescherecci!” esclamarono all’unisono esterrefatti.
Erano proprio paranze, imbarcazioni fantasma, che ora, dopo anni ed anni, tornavano dall’aldilà, risalite dal fondo del mare.
“Guarda, ce ne sono delle altre!” gridò Michela.
Una miriade di paranze avanzava fra i flutti: un vero e proprio esercito oltretombale che, fiero e compatto, destava grande ammirazione e soggezione.
“Oh mio Dio!!” urlò Fabio al colmo dello stupore, “guarda Micky!”
Le paranze erano capeggiate da… scheletri, morti viventi abbigliati con stracci consunti dal tempo, bagnati fradici ed occupati a svolgere il loro “dovere di marinai”.
Cercavano di fare del loro meglio per impedire all’imbarcazione di colare nuovamente a picco e disperdersi.
Lo spettacolo che Fabio e Michela vedevano stagliarsi dinanzi ai loro occhi con sempre maggior nitidezza era quantomeno agghiacciante.
Questa volta non si trattava di un film ed erano loro i protagonisti di quella storia, sulla quale non si poteva ancora scrivere la parola fine.
Il varco era stato aperto: l’eclissi aveva squarciato il velo dei due mondi!
Nella stessa parte del mondo, nella stessa landa di terra, ora posavano piede umano e piede trapassato, di nuovo, dopo anni di lunga attesa, ora venivano nuovamente a contatto!
***
I vincitori del volume “Il sogno del brigante” saranno contattati via e-mail per l’invio del premio.
Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti del Contest “Il sogno del brigante”.
Partecipa al Contest letterario di poesia e racconto breve “Il passo della strega” cliccando QUI.
Partecipa al Contest di Meditazione “Solstizio d’Inverno con Selene Calloni Williams cliccando QUI.
Info
Per pubblicare il tuo inedito con la casa editrice Tomarchio Editore clicca QUI.


Complimenti ai vincitori e i finalisti!
Grazie Alessio, sei sempre molto gentile ed educato! Buon Anno!
La Carne e il Cielo
Guarda come la cenere dei secoli cade, si rovescia nel calice del cielo si fa polvere di stelle, schiuma di genesi!
Tutto l’universo è un incendio che ricomincia.
E qui, nel mio piccolo regno di terra, voglio le tue cicatrici: dammele!
Voglio che le mie mani, come aratri stanchi, le levighino finché non sappiano di me,
finché il tuo dolore non scorra nel mio sangue.
Senti il vento? È un gigante che spinge il cuore,
ma passa leggero, senza piegare un’ala,
senza ferire il volo dell’uccello che torna.
Sprofondiamo, amore, in questa notte profonda,
diventiamo come quel vino scuro che nelle viscere della botte impara a tacere,
che nel buio matura la sua forza di fuoco.
Siamo creature piccole, lo so,
con occhi che non sanno misurare l’infinito.
Camminiamo in cerchio, cerchiamo sentieri falsi,
perché abbiamo paura di quella fine
che è l’unica, nuda, magnifica conclusione.
© Giovanni Andrea Negrotti
27/12/2025.
Complimenti ai vincitori!!