Contest letterario di poesia e racconto breve “Il sogno del brigante”

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“Si riuniscono sovente nel cortile,/ aspettando la fine del mondo/ “pùro si lo sanno ca non vène”./ A volte è una scusa per ridere,/ per fare due chiacchiere,/ per spaccare quattro noci,/ per bere un bicchiere di vino./ Ogni ora è buona per fare il tressette:/ le donne sulla loggia a fare l’uncinetto./ […]” ‒ “Cose semplici” tratta da “Il sogno del brigante”

Contest Il sogno del brigante
Contest Il sogno del brigante

Regolamento Contest “Il sogno del brigante”:

1.Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Il sogno del brigante” è promosso da Oubliette Magazine, dall’autrice Antonietta Fragnito e dalla casa editrice Tomarchio Editore. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.

La partecipazione al Contest è gratuita.

Tema libero.

 

2. Articolato in due sezioni:

A. Poesia (limite 100 versi)

B. Racconto breve (limite 1000 parole)

 

3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.

 

4. Premio:

N° 1 copia del libro “Il sogno del brigante” di Antonietta Fragnito edito a luglio 2025 da Tomarchio Editore.

Saranno premiati i primi due classificati per entrambe le sezioni.

 

5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 23 novembre 2025 a mezzanotte.

 

6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:

Alessia Mocci (Editor in chief)

Antonietta Fragnito (Poetessa e Scrittrice)

Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)

Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)

Franco Carta (Poeta e scrittore)

Rosario Tomarchio (Poeta ed editore)

Simona Trunzo (Autrice illustratrice e collaboratrice Oubliette)

 

7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.

 

8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.

 

9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.itindicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.

 

10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.

 

11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.

 

Buona partecipazione!

 

91 pensieri su “Contest letterario di poesia e racconto breve “Il sogno del brigante”

  1. Racconto di mezzanotte – Sez. B – Accetto il regolamento

    “Stiamo aspettando il fantasma della morte”.
    Marieva mi guardò come se fossi pazzo,
    ma quando il riflesso di quello che avevo appena detto
    le sfiorò il cuore, comprese.
    Scordava spesso.
    Come tutti del resto.
    Eravamo alla fine del paese abitato,
    in una delle tante piazze di Pescina
    e udimmo i primi rintocchi di campana
    che annunciavano le 21.
    L’atmosfera si stava condensando come nebbia,
    e come a non dirlo la nebbia ci avvolse.
    “Ti ricordi quel giorno?”,
    “Si, certo che me lo ricordo Marieva”
    “Ogni volta che vedo una civetta
    tocco con mano il mistero”,
    “Succede lo stesso a me”,
    “Fabio… ne vedemmo una bianca e una nera.
    Perché seconda te?”,
    “Per confonderci amore mio.
    Il mistero nasce per confondere, te lo sei dimenticato?”,
    “E che cos’è poi il mistero? Nessuno lo sa…”,
    “Già” risposi “Il mistero non ha forma,
    perciò è veritiero”.
    Restammo in silenzio per un po’, poi Marieva parlò di nuovo:
    “E dell’assurdo? Che mi dici dell’assurdo?”,
    “Che l’assurdo è contronatura. Per questo è reale”.
    Marieva ebbe un brivido di freddo,
    che in verità era un brivido di paura.
    In quell’esatto istante trovammo il punto di sutura,
    tra il mistero e l’assurdo,
    ed era la paura.
    Un insolito collante.
    Il punto in cui s’incontrano tutte le strade.
    C’è chi pensa che sia l’amore il collante tra tutte le cose.
    Invece è la paura.
    Un’Ombra si fermò davanti a noi,
    ch’eravamo seduti su una fredda panchina,
    avvolti nella nebbia.
    “Stiamo aspettando il fantasma della morte”
    disse Marieva all’Ombra e questa se ne andò.
    “Che cos’è poi la morte Fabio?”,
    “Io… suppongo che sia quello che pensiamo di lei”
    “Non ce l’ha quindi una sostanza, la morte?”,
    “Certo… la morte ha una sostanza,
    ma ci lascia comunque credere quello che vogliamo credere.
    Per questo è un fantasma.
    Per questo spaventa”.
    Ci fu un secondo rintocco di campana, erano le 22.
    “Pensiamoci'” aggiunse “Che altro potrebbe essere la morte?”,
    “È… la fonte d’ispirazione,
    il dono che troviamo rovistando nel cassetto,
    è il vestito delle anime umbratili”.
    In quel preciso istante,
    un gatto iniziò a miagolare, poi un altro e altri ancora.
    Centinaia di gatti intonavano un funebre requiem.
    La nebbia ce li nascondeva.
    Quel lamento, come di innumerevoli bambini che piangono…
    Silenzio.
    In un secondo l’intero paese s’era ammutolito.
    Bisbigli. Mormorii.
    Qualcuno stava confabulando con un filo di voce.
    Attendemmo.
    Non era il fantasma della morte.
    “Cosa credi che siano i fantasmi?” mi chiese Marieva,
    “Sono specchi, dove gli uomini possono guardarsi e riconoscersi,
    e possono ricordare…”,
    “Ricordare cosa?”,
    “Ricordare di essere vivi e di esserlo sempre stati”
    Ancora bisbigli, sussurri, mormorii…
    La campana ci avvisò che erano le 23.
    La nebbia si diradò un pochino.
    Il paese era congelato.
    Sembrava che mai anima viva vi fosse stata.
    Dietro di noi anche il fiume avanzava a passi lenti.
    Chissà quali creature si aggiravano nei dintorni.
    Chissà quali misteri celava la selva alle nostre spalle,
    dall’altra parte del corso d’acqua.
    Silenzio. Bisbigli e mormorii.
    Giunse la mezzanotte.
    Deserto.
    La nebbia si diradò completamente.
    Del fantasma della morte neanche l’ombra.
    Nessuna traccia.
    “Mi avevi promesso che a mezzanotte
    saremmo andati a letto.
    La sai che ho paura di perdermi l’inizio dei sogni”,
    “Certo amore mio” risposi,
    “Fabio”,
    “Si?”
    “Vuoi dirmi perché ogni notte di Halloween
    ci ostiniamo a venire qui?”,
    “Per incontrare il fantasma della morte, ovvio…”,
    “Beh, io stanotte l’ho visto” disse convinta,
    “Oh, anch’io” ribattei,
    “Eppure lo sappiamo che i fantasmi non esistono”,
    dopo aver pronunciato queste parole
    Marieva abbassò lo sguardo
    come se un vento malinconico l’avesse accarezzata,
    “I fantasmi non esistono, per questo ci credo” le ricordai,
    rialzò lo sguardo che adesso luccicava,
    “Già… dimenticavo amore mio”.
    Fissandomi dritto negli occhi mi disse tante altre cose,
    cose che hanno senso solo a mezzanotte…

  2. L’eclissi e i due mondi – sez. B – Accetto il regolamento

    “Fabio… guarda!!” urlò Michela.
    Il sole, in procinto di nascondersi tra le fitte foreste circostanti sembrava adombrato da qualche corpo scuro… verso destra… l’eclissi! L’eclissi aveva inizio proprio in quel momento! Era uno spettacolo da mozzare il fiato!
    Fabio e Michela, preoccupati, guardarono il cielo, al quale, per un breve periodo di tempo sarebbe stato rubato presto il sole, e un brivido di paura scivolò come una goccia di ghiaccio lungo la loro schiena!
    Notarono che il tempo era cambiato: grossi nuvoloni neri pronti a liberarsi del loro carico di pioggia si erano addensati nel cielo, che divenne buio, tetro ed incombente. Un vento gelido aveva cominciato a soffiare impetuoso e ad abbattersi sugli alberi delle foreste limitrofe.
    Le foglie, trasportate dalle raffiche sibilanti, roteavano vorticose compiendo macabre danze.
    Di colpo li sovrastò la luce abbagliante di un lampo ed il rombo cupo del tuono ancora lontano.
    “Fabio, sento che c’è qualcosa di strano”, bisbigliò Michela.
    Fabio non aprì bocca.
    Si percepiva davvero qualcosa di insolito nell’aria.
    Ad un tratto il ragazzo additò un punto in lontananza, nel nero e tempestoso mare che faceva sentire distintamente il suo sordo ruggito.
    Le altissime onde schiumose che si abbattevano con ferocia sugli scogli, quasi volessero aprirsi un varco sulla costa, distruggendola con la loro potenza, avevano provocato la formazione di un gran numero di mulinelli, che turbinavano, pronti a risucchiare qualsiasi cosa avesse avuto l’imprudenza di avvicinarsi.
    Ma così sembrava solo in apparenza, poiché in verità, nel loro interno appariva chiaro salisse in superficie QUALCOSA…
    Nonostante l’oscurità si potevano infatti distinguere delle imbarcazioni che, incuranti del pericolo di finire sommerse dalle onde continuavano a procedere.
    “Ma cosa ci fanno quelle barche in acqua con questo tempo? Finiranno in fondo al mare e quei pescatori moriranno tutti!”.
    “Non sono pescatori Fabio!
    Non sono imbarcazioni del nostro tempo, sono …”
    Michela deglutì.
    Allora anche Fabio capi: “Antichi pescherecci!” esclamarono all’unisono esterrefatti.
    Erano proprio paranze, imbarcazioni fantasma, che ora, dopo anni ed anni, tornavano dall’aldilà, risalite dal fondo del mare.
    “Guarda, ce ne sono delle altre!” gridò Michela.
    Una miriade di paranze avanzava fra i flutti: un vero e proprio esercito oltretombale che, fiero e compatto, destava grande ammirazione e soggezione.
    “Oh mio Dio!!” urlò Fabio al colmo dello stupore, “guarda Micky!”
    Le paranze erano capeggiate da… scheletri, morti viventi abbigliati con stracci consunti dal tempo, bagnati fradici ed occupati a svolgere il loro “dovere di marinai”.
    Cercavano di fare del loro meglio per impedire all’imbarcazione di colare nuovamente a picco e disperdersi.
    Lo spettacolo che Fabio e Michela vedevano stagliarsi dinanzi ai loro occhi con sempre maggior nitidezza era quantomeno agghiacciante.
    Questa volta non si trattava di un film ed erano loro i protagonisti di quella storia, sulla quale non si poteva ancora scrivere la parola fine.
    Il varco era stato aperto: l’eclissi aveva squarciato il velo dei due mondi!
    Nella stessa parte del mondo, nella stessa landa di terra, ora posavano piede umano e piede trapassato, di nuovo, dopo anni di lunga attesa, ora venivano nuovamente a contatto!

  3. Abscissione

    Lambisce foglie l’autunno, succhiando
    virente clorofilla dalle spente
    fronde; i caducifoglie riducono
    fotosintesi, come me che cerco
    di preservare le mere emozioni.

    Alessio Romanini Sez. A Accetto il regolamento

  4. ALBORE

    Oggi come non mai(20/09/2025) parlare di “Liberazione”(la lettera maiuscola è d’obbligo), non è così scontato. La storia dovrebbe insegnare quanto è importante la libertà in ogni suo aspetto: fisico, politico, emotivo, psicologico… e i tre puntini di sospensione lasciano aperta un’interpretazione personale in base al vissuto di chi legge o di chi sta vivendo, purtroppo, situazioni in cui la “Liberazione” appare lontana e apparente come l’orizzonte. Dicevo che la parola “Liberazione”, non è così scontata visto gli eventi che stanno accadendo gli ultimi anni. Le due guerre che fanno molto discutere; quella fra Russia e Ucraina e Israele e Palestina(dov’è in corso un vero e proprio genocidio!); ma in realtà sono innumerevoli le guerre che continuano ad essere combattute in molte parti del mondo, però non riempiono le pagine dei giornali(perché hanno meno interesse geopolitico e aspetti economici appetibili). In una civiltà economicamente e tecnologicamente avanzata come la nostra; dove le informazioni non mancano (e neppure i passi da gigante che abbiamo fatto nei vari settori), soprattutto quello fisico/scientifico; mi domando come sia possibile che ancora oggi aleggi una nube tossica di indifferenza e odio.
    Non riesco a comprendere come possa ancora esistere una differenza di genere: alimentata da vetusti stereotipi primordiali. L’uguaglianza, oramai, dovrebbe essere una delle principali basi dell’umanità; purtroppo ciò non avviene, perché ancora molte donne sono prive di questa mera libertà. Ma non capisco neanche l’intolleranza nei confronti di gruppi sociali o etnici, o di individui che hanno orientamenti politici o sessuali differenti.
    Detto questo, forse, a causa della mia grande sensibilità, mi sento oppresso e prigioniero a vivere in questa società. Una comunità omologatrice; che tende a renderci marionette invisibili di un sistema corrotto dall’economia di Lobby e dei pochi ricchi che detengono il potere. Quello che osservo da poeta e scrittore è che la gente sembra degli “zombi” che si aggirano nella vita come radiocomandati. Pare che abbiano smesso di pensare, e non si accorgano di ciò che sta succedendo realmente intorno a loro. Mi sento soffocare, perché sento che sono privato della mia libertà! Quindi, nel crepuscolo del mattino, quando ad Est vedo sorgere il nuovo dì; mi reco sul mare per ascoltare la sua voce: la sua vera emancipazione. E guardo ad Est, sperando in una nuova luce di salvezza.

    Alessio Romanini Sez.B Accetto il regolamento

  5. accetto il regolamento e sez. A
    Complicità

    Complicità di filo spinato
    Illogico susseguirsi di ombre
    Lo spiare segreto del mare,
    Sospetto mancanze di senso
    Privazione improvvisa del senno
    Libertà repentina nello scintillio degli sguardi
    Cercarti nello sproloquio di miele tra le risa e l’ansimo di una corsa
    Cosa sei? Rifugio nascosto tra pietra antiche della Lobra,
    dolce sicario dell’ordinario, sacerdotessa di Cibele.
    Roma 11 ottobre 25
    Paolo Muscetta

  6. CINZIA PANUCCIO SEZ.A
    ACCETTO IL REGOLAMENTO
    LA MAGIA DELL’AMORE

    C’è un cielo pieno di stelle
    dietro il sorriso di un non vedente,
    c’è il sole che illumina le giornate
    in un ospedale dietro le vetrate,
    mentre giri sulla tua sedia a rotelle
    come fosse la cosa più divertente,
    c’è una luna che mi ruba un sorriso
    mentre ti penso tra le nuvole del paradiso.
    C’è un mondo che vive e che respira
    dentro il battito di una bambina,
    nel silenzio di un abbraccio
    una luce così intensa
    che scongela il mio cuore di ghiaccio,
    c’è speranza dietro un gesto gentile
    mentre ti libero dalle grate di un canile.
    C’è amore in un petalo di rosa che si riflette nei tuoi occhi,
    nel restaurare un vaso rotto raccogliendo i cocci,
    in un filo d’erba che il vento accarezza,
    e tu sfiori un granello di sabbia con umana gentilezza
    o ascolti il mormorio del mare di una conchiglia
    che del creato è una meraviglia,
    si trova lì la felicità e la grandezza dell’umanità.
    E mi soffermo
    davanti ad un mondo che corre veloce
    ma non si accorge delle meraviglie delle piccole cose
    che sembrano non avere alcun valore
    ed invece nella loro semplicità arrivano dritte al cuore.
    E forse dovremmo rallentare ed imparare a sognare,
    a farci trascinare dalla magia dell’amore
    che così vasta da nascondere il dolore,
    e forse questa è la chiave che apre tutte le porte
    che separa la vita dalla morte.

  7. Falliti con i fiocchi

    In questo giro di vite la pittura
    non si schiera, non morde
    L’intonaco del viso non è un fondale di pesci – esci pure dai bordi

    Traduci con urgenza
    i venti del mattino
    perché tu veda nella torba di ognuno
    partiture, forbice e lancia
    cotte sul fuoco di Medusa

    Seminati addosso fratture d’oro
    come a tracciarti sul corpo
    fili gialli d’erba mossi
    fame avorio di risposte

    Trabocca di eccessi nella congestione dello stomaco
    effetto collaterale colpo secco

    Tu resta, orco e cavaliere
    Fatti timone di acquatici abbagli.

    *dedicato ad Henry James e alla young
    American woman

    Accetto il regolamento, sez. a

  8. A-norma-le delinquenze(a)

    Ah brigante
    dimenticato ribelle
    per converso
    eguagli
    coloro che rigetti
    come bandito legalizzato
    sperimenti adrenaliniche
    ascese scorribande
    esaltato dal peggio
    eppur
    rattristato dal meglio
    ah brigante
    di beni fluidi
    di tesori tarmati
    di possedimenti espropriati
    di emozioni avvizzite
    di chimere incenerite
    di utopie sgretolate
    di vite perdute
    di anime trasmigrate
    di amori trasdotti
    di cuori estrogenati
    di saperi liquefatti
    di credi atrofizzati
    di luoghi depauperati
    di tempi perduti

    Ah brigante
    sprezzante di un ordine
    eppure un altro parimenti imponi
    fuggi la legge
    dettando la tua legge
    legge aneli
    alle tue disarticolate asistemiche
    regole
    regolanti statuti usurpanti
    tracimando di illegalità

    Ah brigante
    del come
    del dove
    del cosa
    del chi
    del quando
    ritorni dove non torni,
    ti fermi dove non ti fermi,
    ami chi non ami,
    aspetti ciò che non aspetti,
    guardi quello che non guardi,
    vai dove non vai,
    stai dove non sei,
    derubi chi non ruba
    e chi è derubato.
    Ah brigante
    di improprie contraddizioni
    Caron demonio
    che traghetti averi ingrati
    nei regni della perdizione
    dei fuorilegge
    e delle legge fuori
    a riappropriarti
    dove tutto è comunque
    come sempre
    anche se fosse
    nulla cambierebbe,
    del perpetuo perenne.
    Ah brigante
    brigantoso
    tra il dire e il fare
    c’è di mezzo
    il brigare

    e nulla è diverso
    tutto si uguaglia
    equalizzato conformemente,
    tutto è in regola,
    ed è furto
    ed è spartizione
    avulsa sperequazione.
    Ah brigante

    ut semper in saecula saeculorum.

    scritta da tania Pizzamiglio il 11/10/2025
    accetto il regolamento, sez. a

  9. E se non fosse mare

    E se non fosse mare,
    ma amore
    l’immensa distesa
    di acqua e sabbia
    che ho timore
    di calpestare,
    ma dove ho lasciato
    affondare
    il mio cuore?

    © Daniela Giorgini – sezione A – Accetto il regolamento

  10. I giorni passano ma il tuo ricordo non passerà mai. Mi aggrappo ai ricordi mio amato. Com’erano belli i giorni del nostro amore, tanto belli che non si possono dimenticare. Quei giorni li nascondo dentro al cuore e nel buio della notte li vado a spolverare. Tempo, sospendi il tuo corso! Chiedo invano qualche momento ancora ma la mia speranza non raggiunge la strada che avrei sperato. Chiedo di vederti almeno in sogno, visto che sulla terra siamo diventati estranei..mi manchi veramente tanto..Il tempo fugge ma il tuo ricordo rimane impresso ora e per sempre.

    sez. b accetto il regolamento

  11. Buccellato Alessandro
    SEZIONE A. ACCETTO IL REGOLAMENTO

    La storia

    Canto una storia al tuo cuore assetato
    perché sia pieno di cose buone
    traboccante di luci interiori
    intense
    pronte a sgorgare nei giorni tristi
    quando affronti l’ignoto
    il pensiero vuoto
    di chi non ha parole nuove
    di chi non teme il domani.
    Ho per te una storia che finisce bene
    e riempie le tue mani.

  12. Mia nonna

    Chiara e il marito Francesco sono sposati ed hanno una figlia di sei anni di nome Giulia e uno più piccolo di due anni di nome Titino mamma Natale si avvicina i nipotini nonna lascia i monti e vienici a trovare in città per passare il Natale assieme. Nonna porta la torta del cuoco Vincenzo e la pizza di Ciccio alla rucola e basilico. Ok! Verrò con piacere disse la nonna Peppina hai suoi figli e nipoti insieme faremo l’albero di Natale e decoreremo la casa . Mentre era sull’aereo la nonna Pappina immagina la faccia ch farrano i suoi figli e nipoti e vede i monti allontanarsi e le nuvole e il sole avvolgere l’aereo. Appena arrivata nonna Pappina indossa un paio di occhiali verdi a cuore e saluta i suoi figli Chiara e Francesco che appena hanno visto la nonna Pepina Giulietta Titino guardate chi c’è! Nonna! Che occhiali buffi che hai?

    Benvenuta! Mamma disse Chiara a sua madre sempre in allegria mamma come i vecchi tempi guarda che monelli ti hanno preso gli occhiali già rispose Pappina si è vedremo quando assaggeremo ciò che ho portato Nonna che profumino e la torta di Vincenzo il cuoco bene sarà squisita una vera delizia c’è pure la pizza di Ciccio il pizzaiolo. Oh NO NONNA!Ho dimenticato i regali gli adobbi come

    faremo? Perché l’hai presa da lui sai che con Vincenzo sono rivali la nonna l’ho fatto perché non aveva più panetti e siccome dovevo partire l’ho presa da Ciccio il pizzaiolo. Va bene mamma speriamo che sia buona spacchettala tu dai appena la pizza è stata spacchetta si senti un forte odore di muffa tutti a tossire dalla nausea cerano il basilico e la rucola muffiti la nonna non è giusto mi ha rovinato la sorpresa ora mi sentirà Ciccio come stai io bene l’è piaciuta la pizza si molto buona caro solo che sapeva di muffa sia il basilico che la rucola erano immangiabili ti mando la foto per wozzapp . L’hai fatto apposta perché hai saputo della torta che ho preso da Vincenzo. Ciccio ti chiedo scusa e ti mando a spese mie tutto a casa dai tuoi figli e nipoti anzi ti faccio pure un omaggio un bel panettone come auguri a te e famiglia scusami e ti faccio i miei più grandi auguri di natale a te e famiglia dopo qualche giorno la pizza il panettone e arrivata anche gli addobbi per il Natale e la torta che dovevano mangiare prima l’hanno mangiata tutti assieme che festa splendida è il natale , grazie a te Nonna, ci porti tanta allegria e gioia e ci allieti le giornata di stupore meraviglie tutto sa di magia. W la nonna Peppina la nostra eroina.

    accetto il regolamento, sez. B

  13. Poesia sezione A accetto il regolamento
    COME TI SENTI?
    Come ti senti col respiro della notte ancora addosso?
    Come ti senti come una piuma o pesante come una pietra?
    Le tue mani tremano o stringono il mondo?
    Il cuore salta o si rannicchia in silenzio?
    Come ti senti che cerchi risposte in ogni angolo di cielo?
    Come ti senti in questo mondo che a volte
    pesa e altre volte ti fa volare? Lorena Silvia Sambruna

  14. Sezione A – Poesia
    SORRIDERE AI TRAMONTI
    Quanto è difficile sorridere ai tramonti?
    Forse perché ci si lascia dietro il giorno
    o un’intera vita alle spalle.
    È come far scivolare via qualcosa,
    è un sorriso color arancio di nostalgia
    davanti allo spettacolo dell’imbrunire,
    ammutoliti, prima dell’oscurità,
    con un velo di stupore e di malinconia.
    È difficile sorridere ai tramonti,
    ogni tramonto è un’esistenza che se ne va,
    l’ultimo barlume vitale che va a fondo,
    una memoria dolce e amara,
    una pittoresca e lenta morte poetica in diretta.
    Ci si perde nei tramonti,
    tra la certezza e il ricordo di ciò che è stato
    e la inquietudine di un futuro senza volto.
    Enrico James Scano
    Accetto il Regolamento del Concorso

  15. FANTASMA CONSIDERA L’AMORE

    Il tuo orizzonte, il mio sordo
    ondeggiare in un limbo e
    si perde nell’acqua che ferma non
    rimane e un fiore mi adorna.

    Adorna il capo, adorna i piedi
    il corpo e il cuore maledetto
    inverosimile cornice fatta
    sbadigliando le onde, i pensieri.

    Nei labirinti la luce di una
    sera, eri felice fantasma e
    mi proteggevi dal male, “non dal mare”.

    Sei tatuaggio, incantesimo e
    affido la matita al fantasma
    consenziente, amato, luminoso.

    Come un veliero di emozioni
    nella brezza un gabbiano arriva,
    la schiuma bianca che il vento soffierà
    via; una cartolina da spedire!

    Filastrocche di mareggiate sono
    le fiabe della vita, l’acqua salata
    amplifica il profumo d’estate,
    quella meravigliosa estate.

    Libralo nel cielo l’aquilone
    variopinto, nello spazio, nel tempo
    mio fantasma considera l’amore!

    Sei fatto di fiabeschi momenti
    di sguardi e di dolci frammenti
    di argomenti e di sentimenti.

    (Sonetto in forma moderna, senza rime, 28 versi endecasillabi suddivisi in 2 quartine,
    2 terzine, ancora 2 quartine e infine 2 terzine)

    accetto il regolamento, partecipo alla sezione a

  16. BELLOTTA LUIGI – accetto il regolamento – sez. A
    Ci sono dei nonni…

    Ci sono delle storie
    che solo i nonni sanno,
    …son storie tanto belle
    che ci racconteranno.

    Ci sono delle coccole
    che solo i nonni fanno,
    …son fatte con qualcosa
    che solo loro hanno.

    Ci sono dei nonni
    che fretta mai non hanno,
    …son pieni di pazienza
    e mai si stancheranno….

    Ci sono, si ci sono,
    dei nonni che ti danno
    amore a più non posso
    e nulla chiederanno…

    Ci sono, si ci sono,
    e sempre ci saranno,
    dei nonni così buoni
    che ti adoreranno.

    Ci sono e sono certo
    che insieme a te saranno
    anche se verso il cielo
    un giorno se ne andranno!

  17. ALL’AMICO CHE HA STUDIATO FILOSOFIA E ORA FA L’OPERATORE DI CALL CENTER – sezione A – Davide Borowski – accetto il regolamento

    Mi dici che, d’accordo
    Al concorso per insegnanti di sostegno
    Hai portato a casa un risultato a dir poco indegno
    E quello era l’ultimo passe-partout che ti dava qualche speranza
    Di sistemarti nella scuola statale come un killer dentro una paranza

    E adesso parli dei fatti del giorno con una voce da astioso
    Come uno che ordina il cappuccino ma non gli arriva cremoso
    Come uno che ama le donne che girano in tacchi da shock
    E ha beccato sulla app di dating la tipa che si presenta in Birkenstock

    Mi dici
    Che questo lavoro che hai trovato al call center, remoto tre giorni su cinque
    È un modo come un altro per non fare i conti con la vita arrivando al dunque

    Mi dici che non ci sarà mai spazio per uno come te nel Modello Milano
    Mi dici che certe volte quando sei in smart working rispondi dal divano
    Disteso come su un triclinio, in posa da antico romano

    Mi dici che certe volte rispondi al telefono col cazzo in mano
    Mi dici che rispetto alla questione dell’esame orale di maturità, sei talebano
    Che non solo non risponderesti, ma innaffieresti la commissione di piscio di caimano
    Che puzza di ammoniaca, specie durante la stagione degli amori
    Ma poi pensi che ormai, pure metà di quelli della commissione
    Hanno alle spalle anni interminabili passati a fare i precari

    Fratello
    Dicevi che la verità
    Era in balia delle onde, anche ormeggiata in porto
    E che l’amore era un’eco di angosce rimosse
    E che Platone a Tinder non avrebbe dato torto
    Se avesse fatto swipe sulla foto di una con le bocce grosse

    Hai studiato Kant in un’aula coi neon straziati
    A citare Novalis alle macchinette ci hai fatto il callo
    E hai letto Heidegger mentre fuori esplodevano boati
    Sotto ai comizi in cui Alfonso Gallo
    Prometteva ai Disoccupati Organizzati lavoro e amore

    E passi per il lavoro, che un po’ se n’è visto, ma l’amore dove, quando?
    Che Alfonso Gallo possa saperne qualcosa dell’amore
    Ma chi ci può mai credere, nell’universo mondo?

    Mi dici che il lavoro di chi risponde in un call center non è disumano
    È solo spaesante, verbalmente violento
    Con riti che risalgono all’aurignaziano:
    L’equivalente di un dildo king size per pratiche bdsm piantato nell’ano
    Ma somministrato con un certo aplomb byroniano

    Io amerò per sempre il sapere –
    Mi dici – mi ci farò le pere
    Con il concetto schopenhaueriano di dialettica tra bello e sublime

    Ho scelto lettere e filosofia – dici – perché avevo questa fame
    E non la rinnego anche se adesso ce l’ho nel sedere

    Infine, concludi dicendo che rispondi al telefono sempre con garbo
    Ma dentro di te sogni bombe e assalti al Parlamento
    E che t’immagini i clienti penzolanti da un albero
    Impiccati con le cuffie
    Come in un esperimento.

  18. Accetto il Regolamento sezione A
    Di leggendi e storie antich’
    ‘Nta sti viculi e viuzzi quanti storie raccuntati, picchì u tempu adda passà lentu
    e d’affetto, ca dai e ricivi.
    Montagni ca parano ‘i parlari di cose antiche vere… o nun vere ma su appartinuti a ‘stu paisi
    e quindi su cosa di famiglia e d’amicizia.
    Di briganti ca vulianu ‘u bbeni di tutti i povareddri, arrubbannu a chini avia ‘u suverchiu nua tissiamo gloria di sti eroi
    e angili ca di notti mai s’arricittavanu.
    Davanti ari case era nu riconcu di fimmine, omini e criaturi ligati da nu bbeni
    ca cchiù nun si ricoglia,
    fattu di semplicità e d’amuri, senza aspitta’
    na ricumpensa.
    Nu biccheri di vino aiutava a sta’ ‘nsemi guardannu a billizza di sti vineddri
    addui simu nati e crisciuti
    ca ppi nua è orgoglio
    ‘u postu cchiù bellu du munnu
    puri si supa ‘sta tavula c’è umili mangiari
    ma tena ‘u sapuri da fratellanza e di amicizia pura.
    E quannu m’assettu a pinsà vulissa turnà
    pi nu mumentu
    a chiri jiorni davanti na tazza fumanti di mattu
    ‘u mate di nonna ca di l’America ci purtavanu, ‘ntornu a na vrascera china di figli, niputi
    e vicini di casa.
    Era ‘na festa senza appuntamentu e
    l’uri cchiù bell’ si passavano tutti ‘nsemi…
    Tra ‘na grispeddra e nu pani di casa
    guardanni ŭ mari all’imbruniri ,’st’occhi
    si facianu duci e ppuri ‘sta vita di stenti.
    Ed era tutta ‘a meraviglia ca si putia disidirà.

    Traduzione
    Di leggende e storie antiche
    In questi vicoli e viuzze quante storie raccontate
    Perché il tempo deve scorrere lento tra affetto che dai e ricevi.
    Le montagne che sembrano parlare
    di cose antiche, vere o meno, ma appartennero a questo paese e dunque
    son cose di famiglia e di amicizia.
    Di briganti che volevano il bene di tutte le persone povere, rubando a chi aveva
    il superfluo, noi tessevamo la gloria
    di tali eroi, angeli che di notte mai riposavano.
    Davanti agli usci delle casa si ci riuniva tutti uomini, donne e bambini, legati
    da un affetto che più non ritorna, fatto di
    semplicità e amore, senza attesa di ricompensa.
    Un bicchiere di vino ci aiutava a stare insieme guardando la bellezza di questi vicoli
    in cui siamo nati e cresciuti
    per noi orgoglio, il posto più bello del mondo
    anche sulla tavola c’è umile cibo
    ma ha il sapor della fratellanza e di
    amicizia pura.
    E quando mi siedo a pensare, vorrei tornare
    per un momento a quei giorni, davanti a una tazza di mate, quello che a mia nonna
    portavano in dono, dall’America
    intorno a braciere con figli, nipoti
    e vicini di casa.
    Era una festa senza appuntamento e
    le ore più belle si trascorrevano tutti insieme.
    Tra una “grispeddra” e un pane fatto in casa
    guardando il mare all’imbrunire
    gli occhi diventavano più dolci…
    e pure questa vita di stenti.
    Ed era tutta qui la meraviglia che si potesse desiderare.

  19. Elena Romanazzi-sez.A-accetto il regolamento
    DIALOGO TRA LA LUNA E IL SOLE
    La Luna:
    Se un giorno me ne andrò,
    amore,
    non chiederti perché,
    tu sorgi e riscaldi,
    ma io ho sempre freddo accanto a te.

    Tu nasci ed illumini,
    i giorni son lunghi
    fuori c’è luce
    ma regna l’ombra in me,
    troppi respiri mancati, sospiri perduti, sorrisi traditi.

    Se un giorno me ne andrò,
    amore,
    non chiederti perché,
    tu splendi, accechi, inganni l’occhio e tramonti
    lasciandomi sola nell’oscurità.

    Il buio non mi fa paura
    il mio cuore pulsa e brilla con le stelle
    voglio solo dormire
    dimenticare l’ingannevole bagliore che sai dare
    e nell’oblio riposare.

    Perciò non venir più,
    amore,
    sole e luna non si possono incontrare.

    Il Sole:
    Dolce luna,
    si sa,
    sei capricciosa.
    Per te ogni giorno
    accenderò il cielo di rosso e spettacolari colori
    ogni tramonto sarà tuo
    ogni meriggio ti sfiorerò lievemente
    mentre andrò via
    e senza di me ti perderai nell’oscurità.

  20. Giuseppni Vincenzo. Seziona A (Poesia). Accetto il regoilamento.

    CHIUSO NELL’INFELICITA’

    Solo e in casa
    io sempre ero
    e da lì pensavo
    al mondo intero;

    sognavo avventure,
    gialli e le mie paure,
    rincorrevo i sogni
    di giovane entusiasmo.

    Infelice però ero,
    con la solitudine
    e il tempo passava
    e la mia gioventù

    lenta si consumava
    nella prigione casa,
    lontano dal mondo
    che fuori s’allegrava.

    Poi stanco uscii
    e il mondo nuovo
    scoprii, ma tutto era
    come prima del chiuso

    e solo io non sapevo,
    condannato al loco
    infelice, mesto e solo
    senza quasi un consolo.

    Anche tra la gente
    ero solo miserabile,
    continuava la prigione
    ma ora dentro me stesso.

  21. Giusepponi Vincenzo. sezione B (Racconto breve). Accetto il regolamento.

    COME UN PESCE FUOR D’ACQUA

    Ero da pochi giorni arrivato in città per il mio nuovo lavoro da operaio in Svizzera e quella sera non volevo rimanere solo nel mini appartamento che mi ero potuto permettere.
    Scesi in strada e dopo qualche centinaio di passi entrai in un bar da dove si sentiva provenire musica, luci e parlottio di gente in lingua locale.
    Entrai e mi diressi al banco del bar, ordinai una birra e chiesi al barman che ero nuovo del posto e se era difficile integrarsi e abituarsi alla vita in una grande città.
    Il barista mi evitò e sottovoce disse qualcosa al suo aiutante di bancone, che poco dopo si diresse verso uno dei tavoli a dire qualcosa anche lui sottovoce. Poi anche agli altri tavoli.
    Sentii minacce, parolacce e insulti alla mia Nazione e ai suoi cittadini. Poi un uomo si avvicinò e mi dette uno spintone, tale da farmi barcollare, apostrofandomi con: Scansati straniero che qui dentro comandiamo noi.
    Altri tre uomini grandi e grossi vennero al bancone ridendo di me e uno di loro mi disse: Non hai ancora capito che qui non ti ci vogliamo? E poi un ceffone si abbatté sulla mia faccia stupefatta e impaurita.
    Mi davano spintoni, calci e mi insultavano, minacciandomi e io non ne sapevo il motivo. Poi capii quell’odio ingiusto: Ero un povero immigrante italiano in uno dei peggiori bar svizzeri!

  22. Enrico Ravasio – sezione A – accetto il regolamento

    Le ombre sognano un cielo elettrico?
    Il cielo è aperto come una brutta ferita,
    e da lì colano voci e lamenti soffusi,
    non parole, ma lamenti di ferro e vento.

    La terra pulsa come un cuore di vetro,
    oppure un tamburo che annuncia la fine.
    Cammino tra edifici che respirano,
    le finestre mi osservano di nascosto,
    le porte sussurrano segreti inconoscibili

    Ogni passo è un sottile patto segreto,
    ogni respiro un debito da onorare
    Ecco la donna fatta di fumo sottile.
    La vedo danzare lenta sopra i tetti,
    le mani luccicano come lampi fugaci,
    i suoi occhi sembrano deboli rifugi.

    Vorrei cercare un riparo qualunque,
    ma il riparo è un’illusione perduta,
    come una stanza che cambia forma,
    un abbraccio che si dissolve nel vento.

    Il mondo è un teatro in fiamme,
    e io sono l’unico spettatore rimasto.
    Non c’è salvezza a prezzi di saldo,
    solo la speranza che il sipario cada
    prima che il fuoco salga fino a qui.

  23. Stordita. Confusa.

    Stordita,
    confusa,
    in un mondo impazzito
    che ha smarrito le sue regole.
    Il rispetto
    è divenuto utopia,
    la dignità umana
    una reliquia scomparsa.
    Principi, integrità, valori —
    spazzati via
    come foglie al vento.
    In cosa credere, allora?
    Nel silenzio che resta,
    voglio sperare
    che l’uomo non sia solo abiezione,
    ma ancora sogni
    un futuro migliore.

    accetto il regolamento, sez. a

  24. Paola Valenti -Sez. A
    Accetto il regolamento

    IN ASCOLTO (LOCKDOWN)
    Il tempo si apriva
    come una porta sull’altrove.

    I cieli si scioglievano in azzurri mai visti,
    i viali vuoti cantavano con voci leggere,
    l’aria aveva il sapore dell’origine.

    Le volpi, i caprioli, gli aironi
    camminavano nei nostri sogni svegli,
    prendendo ciò che avevamo dimenticato:
    lo spazio,
    la calma,
    il diritto al silenzio.

    E sopra tutto,
    il canto degli uccelli,
    così chiaro, così puro,
    come se la terra respirasse a voce alta
    senza più il rombo delle macchine.

    Ogni mattino era un incantesimo sospeso,
    ogni sera una preghiera muta.

    E intanto, dietro il velo dorato,
    l’eco della morte si allargava,
    quieta, spietata, inevitabile,
    come un’ombra che conosce il tuo nome
    e non ha fretta.

    Tra il battito di ali degli uccelli
    e i rintocchi vuoti delle campane,
    imparammo a guardare il mondo
    come chi sa che potrebbe perderlo.

  25. Accetto il regolamento
    Sez. Racconto

    IL BRIGANTE DELLA MAIELLA

    Lo chiamavano il Brigante della Maiella, ma nessuno conosceva il suo vero nome. Viveva tra i faggi e le rocce, dove il vento raccontava storie di guerra e di fame. Di notte scendeva nei paesi per lasciare la legna ai vecchi e alle vedove, per poi sparire come un’ombra.
    Una sera nascosto tra la neve, guardò le luci di Guardiagrele brillare e gli parve di vedere una sagoma e udire la voce di sua madre, che gli diceva: ” Non sei nato per fuggire ma per difendere”.
    All’alba, quando i soldati salirono sul monte, trovarono solo il suo mantello. Da allora, la gente dice che nelle notti di vento il Brigante veglia sui monti per amore della libertà.

    Andreina

  26. LA TENDA DI GAZA

    Incurante del cecchino
    sonnecchiante sopra un tetto,
    all’annuncio del mattino
    m’alzo dal lacero letto
    di cartoni stracci e foglie.

    Con la mia povera moglie
    sono nella vecchia tenda,
    senza tavolo né sedia;
    porto in fronte un’ampia benda,
    dono di questa tragedia.

    Con i resti di una porta,
    alimento un po’il falò
    e così riscalderò
    la mia bimba appena morta
    quindi,con dolore atroce,
    le costruirò una tomba
    incidendo sulla croce
    una candida colomba.

    Poi,per mia consolazione,
    farò cuocere un serpente,
    l’ho infilzato col bastone
    e sarà meglio di niente:
    ci si adatta a topo e biscia
    nel delirio della Striscia.

    Non somiglia a un grattacielo
    né a un castello con gli arazzi,
    questa tenda senza il telo
    su cui grandinano i razzi
    e tempestano le bombe
    nella biblica ecatombe …

    Non somiglia all’Hotel Plaza,
    non ha spa non ha piscina,
    la mia tenda in mezzo a Gaza
    sente di carneficina;
    l’ho piantata in riva al fiume
    tra macerie vetri e fango
    e qui mi tormento e piango,
    urlo al vento delle dune …

    sez. a accetto il regolamento

  27. L’ascensore

    Anche quel plumbeo venerdì autunnale, il traffico nella zona del Centro Direzionale era quasi paralizzato. I lavori per la nuova linea della metropolitana sembrava non dovessero finire mai, e i problemi erano aumentati con l’avvio degli scavi per il nuovo edificio in vetro e acciaio che si sarebbe affiancato, ampliandolo, a quello della Regione, dove Giovanni Frigerio lavorava. A malincuore Giovanni si era rassegnato a prendere il tram al posto dell’auto, come faceva da vent’anni, sperando così di arrivare senza eccessivi ritardi. A dire il vero, non gli piaceva la folla dell’ora di punta, la marea di studenti con i loro zaini invadenti e soprattutto la eccessiva vicinanza di quelle persone di colore, che sembrava aumentassero di giorno in giorno. Anche quella mattina, pressato da quell’umanità invadente, rivolse lo sguardo ai finestrini, cercando di distrarsi; si rese conto così che il mezzo era ormai vicino agli uffici regionali. Il quartiere sembrava in stato d’assedio: a guardare le transenne si aveva l’impressione che una vera e propria voragine si fosse aperta attorno al palazzo della Regione. Si ricordò di aver letto che, a causa di infiltrazioni d’acqua da una falda, era stato necessario scavare molto più in profondità.
    Giovanni spostò la manica della giacca per controllare l’ora: contrariamente alle sue abitudini, era già in ritardo. Tuttavia, dopo qualche minuto il traffico divenne più scorrevole, il tram riuscì a procedere speditamente, sinché si accorse di essere arrivato a destinazione: appena le porte si aprirono, si precipitò fuori. Avanzò a passo spedito verso l’edificio, attraversò come un fulmine il salone d’ingresso e si posizionò davanti all’ascensore, premendo più volte il pulsante di chiamata. Guardò l’orologio con una certa apprensione: forse per la prima volta nella sua carriera era in forte ritardo, e l’ascensore tardava ad arrivare. Si guardò attorno: stranamente non c’era nessuno ad aspettare insieme a lui; pensò che tutti fossero già al loro posto. Quando le porte automatiche si aprirono, Giovanni si precipitò dentro.
    L’ascensore, vetusto come tutto il palazzo, salì come sempre con qualche vibrazione e a un certo punto ci fu un tremolio delle luci; fu solo un attimo, ma sufficiente a fargli temere che qualche intoppo potesse far aumentare il suo ritardo. La salita però proseguì normalmente.
    Giovanni aveva appena tirato un sospiro di sollievo, quando improvvisamente l’ascensore si fermò.
    Imprecò, provò inutilmente a pigiare sui tasti, poi lasciò andare con stizza la borsa sul pavimento. Non gli era mai successo di rimanere bloccato in ascensore, e non sapeva esattamente cosa fare.
    Provò a premere ripetutamente un tasto rosso, e sentì un trillo che gli parve piuttosto debole: si chiese se ci fosse un addetto per questo tipo di emergenze. Poi notò che una targhetta riportava un numero telefonico da chiamare; cavò di tasca il cellulare, compose nervosamente il numero, ascoltò speranzoso il segnale di chiamata. Si udì uno squillo, ma subito dopo il suono si interruppe; notò che il campo era debolissimo, e per di più il livello di carica era molto basso; gli venne in mente che non aveva provveduto alla ormai rituale ricarica serale.
    “Naturalmente succede sempre quando ne hai bisogno!” – pensò.
    Ci fu un ulteriore tremolio delle luci, poi di colpo la cabina piombò nell’oscurità.
    «Qualcuno mi sente?», urlò, ormai in preda ad una certa agitazione.
    Doveva trattarsi di qualche problema legato agli scavi, non era mai successo prima in tanti anni di su e giù con quell’ascensore. Lo dicevano tutti, quei lavori duravano da troppo tempo, erano andati troppo in profondità, e aveva sentito dire che nel palazzo vicino erano apparse delle crepe…
    Tese l’orecchio sperando in una qualche risposta. In effetti gli parve di udire uno scricchiolio metallico, come se qualcuno stesse tentando di operare nella tromba dell’ascensore.
    «Finalmente si stanno occupando del problema! » si disse, nel tentativo di ritrovare la calma.
    Sentì poi come un trambusto in lontananza, forse qualche piano di sotto. Gli sembrò un vociare confuso, e a questo rumore si sovrappose quello che sembrava uno scalpiccio. Erano certamente più persone che salivano per le scale.
    «Sono bloccato qui! Mi sentite?», urlò ancora, tempestando la lamiera di pugni.
    Nessuno rispose.
    Si rese conto che l’ascensore doveva essersi fermato tra due piani, e probabilmente nessuno poteva udire sue grida. Adesso il rumore di passi era più vicino, e tendendo l’orecchio, percepì un altro suono, quasi un mugolio indistinto. C’era qualcosa di innaturale, in quei rumori che provenivano dai piani bassi del palazzo.
    Poi avvertì un cupo rimbombo, come se un enorme maglio fosse stato messo in funzione all’interno dell’edificio. Il suono cresceva ritmicamente, accompagnato da un vociare che non faceva presagire nulla di buono. Presto capì che si trattava di gente che urlava. Sembravano urla di terrore, e Giovanni fu preso da un brivido.
    Qualcuno, o forse, qualcosa saliva per le scale, e sembrava fosse la causa delle urla che aveva sentito distintamente. Sentì che le gambe non lo reggevano più, e scivolò in ginocchio sul pavimento dell’ascensore. Si slacciò la cravatta, aprì il collo della camicia, e si accorse che respirava con fatica. Nell’oscurità, la sua mente inseguiva immagini di creature mostruose che fuoruscivano da una melma primordiale.
    “La voragine… – pensò – …è venuto fuori da lì… ”
    Sentì che gli occhi gli si riempivano di lacrime. Era ormai accasciato a terra, nell’oscurità impenetrabile, paralizzato dal terrore.
    Udì un rumore come di rami spezzati. Una serie di colpi sordi si susseguirono, e le urla cessarono quasi di colpo. Giovanni trattenne istintivamente il respiro. Non sentiva più alcun rumore, se non il battito del suo cuore che gli martellava le tempie.
    Poi quel suono riprese. Sembrava adesso uno strisciare ritmato, pulsante, mescolato a una vibrazione più acuta, che gli sembrò di riconoscere… sì, era come il frinire delle cicale d’estate, ma spaventosamente più intenso. Quei suoni erano agghiaccianti, forse più delle urla di prima… non avevano nulla di umano.
    Poi ebbe l’impressione che l’orrendo mugolio si fosse attenuato,
    Uno stridore metallico esplose sopra di lui, e il rombo mostruoso si avvicinò. Giovanni capì che l’orrore percolava lungo la tromba dell’ascensore. Lo sentì sul tetto della cabina, un vischioso raspare che preannunciava un indicibile abominio…
    In quel preciso momento il pannello sopra di lui cominciò a sollevarsi, accompagnato da un clangore metallico.
    Percepì una fitta improvvisa e istintivamente si portò le mani al petto.
    Una debole luminosità filtrava dall’apertura. Così, prima che le forze lo abbandonassero, riuscì a distinguere una forma indistinta, ma vagamente umana, che si sporgeva verso l’interno della cabina.

    «Ma lei che cazzo ci fa qui?!? – urlò un operaio dal volto paonazzo – Ma guarda ‘sto idiota… Non ha visto i cartelli? Stiamo ristrutturando metà del palazzo, ha rischiato di essere fatto a pezzi! Ma dico io, cazzo… mi risponda! Mi risponda!! Ehi, laggiù, chiamate qualcuno, presto… ».

    accetto il regolamento, sez. b

  28. Come si fa la pace

    Si fa la pace a voce bassa
    non quando vince chi più grida
    ma quando la mente trova spazio
    tra ciò che punge e ciò che guida.

    Si fa la pace con lo sguardo
    che chiede scusa senza dire
    che cerca mani, non ragioni
    e spegne l’ira con il dire.

    Si fa la pace passo a passo
    rinunciando all’ultima parola
    abbracciando ciò che resta
    quando la rabbia se ne vola.

    Si fa la pace come il vento
    che non si vede, ma si sente
    che accarezza lentamente
    e non pretende di esser niente.

    Si fa la pace tra le righe
    in ciò che ognuno ha fra le mani
    quando si sceglie di ascoltare
    e di restare un po’ più umani.

    Raffaele Di Palma (accetto il regolamento, sez. a)

  29. (accetto il regolamento, sez. b)
    La sedia vuota

    Ogni mattina, la signora Lidia apriva le finestre della cucina alle sette in punto, lasciando entrare l’odore del pane fresco dalla panetteria sotto casa e il suono pigro della città che si svegliava. Aveva ottantatré anni e un’abitudine che non aveva mai perso: apparecchiare la tavola per due.

    Una tazza con le rose blu per lei. Una con le righe verdi per lui. Anche se lui non c’era più da quasi dieci anni.

    Il vicinato lo sapeva. E qualcuno sussurrava con tenerezza:
    — La signora Lidia non ha mai smesso di aspettarlo. —
    Ma non era vero. Lidia non lo aspettava. Parlava con lui.
    Tutti i giorni.

    — Oggi piove, Giovanni. Non volevi che piovesse al nostro anniversario? E guarda un po’… —
    Oppure:
    — Ho rivisto il figlio dei vicini, quello che rompeva sempre il pallone. È diventato carabiniere! Ci credi? —

    Erano conversazioni leggere, fatte di nulla. Ma nel nulla, si sa, si nasconda l’essenziale.

    Un giorno, mentre sistemava le tazze, bussarono alla porta. Era Anna, la nuova vicina del piano di sopra, giovane, stanca, con un bambino di sei anni che si aggrappava alla sua gamba.

    — Mi scusi, ho il frigo rotto… potrei chiederle un po’ di latte?

    Lidia sorrise. Poi guardò la tavola.
    Due tazze. Due sedie.

    — Entra pure. Ce n’è sempre per due.

    Il bambino si sedette timido. Lidia gli porse la tazza con le righe verdi.

    — Questa era del mio Giovanni. Ma oggi è tua. Lui approverebbe.

    Il bambino la guardò con occhi grandi.
    — Ma il tuo Giovanni… dove sta?

    Lidia indicò il petto con un dito ossuto.
    — Qui. Ma mi fa compagnia lo stesso.

    Anna sorrise, e per un attimo, anche il silenzio sembrò sedersi a tavola con loro. E la sedia vuota… non fu più così vuota.

    Raffaele Di Palma

  30. Il Templare raggiunse l’Arca
    Mathieu lesse le storie dei Nazareni, di come il loro Messia non fosse morto ma salvato e fatto fuggire attraverso il deserto sino a Hadramaut, nascosto sotto le vesti della sua donna, quella di Magdala. Come avessero imbrogliato tutti, raccontando che era morto e per precauzione avessero rinchiuso in una camera della casa paterna un povero pazzo che si credeva il messia, così da evitare per sempre che si sapesse dove si era rifugiato. Come tramite il fratello desse ordini ai suoi fedeli per distruggere la casa di Sion che lo aveva tradito. Altre storie raccontavano che avesse avuto dei figli che avrebbero retto dei regni, ma che ignoti ai più, sarebbero stati riconosciuti loro o la loro discendenza da chi avrebbe ritrovato il Graal. E del Graal raccontavano gli scritti meraviglie, e anche dove si pensava fosse.
    Raccontavano come il nazareno e la donna, visto che gli abitanti del Hadramaut li irridevano, avessero abbandonato il paese su un caicco diretto al paese degli etiopi, non senza aver prima maledetto la costa. Là, nel paese degli etiopi, avrebbero incontrato altri fedeli del nazareno che provenivano dall’Egitto dove erano fuggiti.
    Il luogo dell’incontro sarebbe stato sulle rive del lago da cui nasce il Nilo Blu. Qui non avrebbero trovato il Nazzareno
    Solo alcuni indigeni che parlavano di un uomo dell’aspetto di un dio avrebbe detto loro di aspettare i suoi fedeli e dare loro una cassa di odoroso cedro, poi avrebbe raccontato la storia della crocifissione e della sua miracolosa sopravvivenza, avrebbe raccomandato di raccontare la storia del Graal e di come il ritrovatore puro di cuore avrebbe potuto riconoscere i figli del nazareno destinati a guidare il mondo. Poi, con la sua sposa sarebbe volato via in un carro di fuoco.
    Arrivati troppo tardi i fedeli dall’Egitto, questi sarebbero caduti in una depressione profonda lasciandosi morire, se una visione notturna non avesse riconfermato la storia per la bocca della donna di Magdala. Essa avrebbe detto di parlare per lo sposo suo. Che i fedeli ponessero l’arca di cedro sull’isola del lago, e facessero guardia in attesa che arrivasse il prescelto ad aprire l’arca. Quelli che non avessero fatto aprire l’arca, che fossero portati nel deserto dei dancali a perdersi, che Dio avrebbe indicato loro la strada del ritorno. Il prescelto sarebbe diventato il progenitore dei difensori dei figli del nazareno.
    Mosè rabbrividì.
    Al mattino seguente organizzò viaggio. Non fece cenno dei discorsi della serata come se due djinn con le loro sembianti li avessero fatti.
    Parlarono di una spedizione nel paese degli etiopi, rischiosa ma con grandi ricavi commerciali. Mathieu comprò il necessario, incluso le perline di vetro veneziano per gli scambi. Venne istruito sul valore, quante collane per schiavo, quante per zanna di avorio, quante per oncia d’oro. Mosè aggiunse altre mercanzie. Le donne portarono cibarie, le figlie di Mosè un portafortuna.
    Mosè trovò marinai e imbarcazioni, e un vecchio aveva visto lago da cui nasce il Nilo.
    Vero, confermò, il lago ha una isola e su questa esiste una costruzione di pietra. Custodita da una gente arrivata lì dal mare dei romani.
    Sono adoratori di idoli, e se non si fugge, ti uccidono.
    Lo vide imbarcarsi ed ebbe pietà di lui. Gli versò un dinaro d’oro per essere suo socio, un augurio perché tu torni presto, disse.
    E fu l’ultima volta che lo vide.
    Mathieu, una volta sbarcato sulla costa del golfo egiziano, si dette da fare per organizzare una carovana. Non aveva rivelato le sue intenzioni e a gran voce chiedeva avorio e schiavi. Per avere la risposta scontata: più avanti, più vicino al lago.
    Così riuscì ad avvicinarsi. Ogni giorno che passava sembrava che finalmente la vita acquistasse senso, non si sentiva così felice da quando fuggendo dalla Francia una ragazzina aveva indicato a lui e Nicolas il suo compagno, la strada d’Italia e di una nuova vita. Forse anche questa era l’inizio di una nuova vita.
    Benché gli scambi fossero fruttiferi, non era lì per commerciare, quindi decise di affrettare i tempi per arrivare al lago prima delle grandi piogge.
    Infine, vide il lago. Aveva appena varcato un alto passo quando lo scintillio dell’acqua fece impennare il cavallo. Lo calmò con uno strattone di redini e, imposto alla carovana di attenderlo sul passo che peraltro era più fresco della valle, discese da solo verso il lago.
    Arrivato sulla riva, dal folto del bosco occhi sospettosi lo guardavano.
    Lentamente scese da cavallo, lo dissellò e legò. Da una bisaccia tirò fuori un una tunica bianca con la croce templare.
    Mormorò una preghiera e ringraziò la fortuna per aver trovato una canoa lì vicino. Pensò se i guardiani sono cristiani , questa croce segnalerà un amico.
    Arrivò sull’isoletta.
    Cinque uomini nudi gli si pararono davanti.
    Depose la sua spada e indicò il tempietto. I cinque si consultarono con gli occhi poi il più anziano con il dito indicò la croce sulla tunica e gli fece cenno di proseguire.
    La costruzione era rozza, praticamente una grossa camera con al centro un gradino di pietra. La luce entrava obliqua da alcune aperture sotto il tetto. Ma quello che la rendeva bella era un’arca di legno posata sul gradino.
    Mathieu si segnò e aspirando rumorosamente per l’emozione, si avvicinò all’arca. Provò ad aprirla e quando sentì la porticina muoversi si coprì gli occhi per l’emozione. Non successe niente. Conservata nell’arca era una comune coppa di vetro verdino, pulita, senza tracce di sangue o altro.
    La guardò e la rimise a posto. Sentì la testa scoppiare e un dolore lancinante alla coscia. Cadde in avanti giusto per vedere, prima che tutto diventasse buio, il grosso cobra che lo aveva morsicato, filare via tutto felice.
    Non vedendolo uscire, i guardiani lo cercarono. Lo trovarono, riposero il serpente nella sacca di cuoio ed ebbero pietà di Mathieu lasciandolo riposare in una tomba scavata lì vicino. Come viatico per l’aldilà, sulla pietra incisero quella croce di forma strana che aveva sulla tunica.
    La carovana ritornò al porto e da qui a Hadramaut.

    – accetto il regolamento, sez. b

  31. Tanto tempo fa in un villaggio lontano lontano,
    c’era un uomo che aveva un sopraffino gusto,
    gli piaceva assaggiare di tutto,
    andava sempre alla ricerca di nuove cose da provare.
    Un giorno si mise in viaggio alla ricerca di nuove prelibatezze da assaporare.
    Nel suo pellegrinare nel mondo visitò:
    Africa, Asia, le due Americhe e tutta l’Europa.
    In ogni paese era una nuova scoperta di nuove SENSAZIONI,
    voleva gustare tutte le pietanze tipiche di quei luoghi.
    Ogni nuova esperienza gustativa lo arricchiva spiritualmente.
    Ogni volta ringraziava con AMORE e regalava dei FIORI.
    Quando rientrò nella sua TERRA natale volle CONDIVIDERE con gli altri abitanti del suo villaggio tutto quello che aveva imparato e gustato nel suo lungo pellegrinare nel mondo.
    Molti suoi compaesani di mentalità più aperta assaggiarono queste pietanze,
    altri assaggiarono con paura queste nuove cose insieme a lui.
    Così facendo tutti divennero più ospitali verso il prossimo e vissero felici e contenti.

    Antonio Pittau
    Accetto il regolamento, sez. a

  32. Sez. B

    NON RIMARRA’ NULLA
    Non rimarrà nulla
    di tutto questo scorrere
    delle tante acque passate.
    Un fiume, sempre identico,
    anonimo
    almeno così sembra
    allo sguardo distratto.
    Di tutto questo scorrere,
    di tutta questa immensa acqua piatta
    mi interessa solo qualche goccia.
    Del tutto, dei tutti,
    di questa acqua,
    non mi sono mai appassionato.
    In tutto questo scorrere,
    in cui sparisce la goccia,
    mi sparisco io stesso,
    goccia d’affanno.

    ACCETTO IL REGOLAMENTO

  33. “Sculture d’anima”

    A sette ore dall’incanto
    m’afferrai distratto
    ad un tratto di cielo
    e piansi la gioia
    di rivedere un manto
    voltandomi a lato
    dell’emozione più forte
    sapendo di poter contare ancora
    l’ora di un ciclo strano,
    senz’altra rincorsa
    a sudar di piano
    un nuovo ristoro
    nella radura nascosta dei sogni,
    febbricitando ricordi
    sull’altopiano delle idee
    credendo sempre
    che un vento strano
    comunque
    ci guiderà al ritorno
    d’un lungo andare
    per sezionare il giardino del sole,:
    come un mantra di cura
    dentro la pelle,
    nelle cellule dei cuori,
    tempestivamente
    tra le spine e i fiori.
    – Diego Civita- (Accetto il regolamento).Sez A.

  34. Sezione B accetto il regolamento.

    Lettera ad una figlia

    Ascoltare l’adagio della Nona Sinfonia di Beethoven mi riporta indietro nel tempo, un tempo lontano dove fui bambina, le domeniche passate a casa dei nonni con i miei genitori. La mamma infelice e il babbo perso nel suo mondo, un mondo che non ci apparteneva e che mi sbarrava la porta. Le finestre dopo il pranzo nella casa dei nonni si aprivano per mostrare una via deserta e nell’aria si diffondeva la musica, le donne sbrigavano le faccende in cucina e noi, mio padre insieme a me, mio nonno e la cugina della nonna, che era considerata una letterata, ci sedevamo nelle poltrone. Ricordo la fantasia della tappezzeria, fiori grandi, io affondavo da quanto ero piccola e man mano che crescevo si adattavano al mio corpo che cambiava.
    In quei momenti regnava il silenzio nella sala, la musica riempiva gli spazi che ci dividevano. Mio padre non era più un estraneo, ma un viaggiatore; per un istante mi riconoscevo nei suoi gesti che seguivano la melodia. Io volavo lontano, da piccola sognavo navi immense che mi portavano verso paesi misteriosi, e da ragazza un principe azzurro che veniva a salvarmi sopra un cavallo bianco.
    Ho nostalgia di quei momenti. Sono rimasta l’unica in vita. In questa vita. Ma ascoltando quell’adagio improvvisamente ritorno lì e con me tornano loro. La loro morte in fondo non esiste finché ci sarà il ricordo e finché saremo in grado di evocarlo.

    Durante quei momenti venivano versate lacrime per l’emozione. Adesso mi domando come facesse mio padre a piangere per la Bohème e non per me e la mamma che eravamo sempre sole, per le liti a cui assistevo e per la miseria che faceva da padrona in quella casa. Il babbo non apparteneva a quel mondo, amava la vita e non avrebbe mai rinunciato ai suoi piaceri per noi, ma amava a modo suo anche noi.
    Difficile perdonare adesso tutte le cose che ci ha fatto, non tanto le privazioni che saltavano all’occhio di chi ci conosceva, la vita in una cantina, le vacanze mai fatte, i vestiti rivoltati e la spesa fatta con i soldi contati, ma l’assenza di amore. Quell’amore che chiedevamo e che avrebbe sfamato cento, mille bocche e che avrebbe reso la cantina una reggia, i vestiti vecchi abiti sontuosi e le vacanze un inutile perdita di tempo.

    Si fanno tanti errori in questa breve vita. Se potessimo solo fermarci un momento e guardare indietro. Guardare per un istante negli occhi le persone che ci amano, forse il mondo sarebbe migliore.

    Buon compleanno babbo. Ovunque tu sia.

    22 luglio 1998
    19 anni dopo
    C’è silenzio nella cameretta: è pomeriggio e tu dormi sfinita dopo una seduta in ospedale. L’ospedale dei bambini è ormai la nostra casa, un mondo parallelo dove le ore scorrono così lentamente quasi avessero perso la direzione giusta, stessi movimenti stessi sguardi e sussurri a rincorrere piccole vite attaccate ad un filo che il destino può spezzare da un momento all’altro.
    Sei stata un dono, fin da principio non credevo fossi vera da quanto eri bella, cosi piccola con i tuoi occhi color del cielo spalancati a scrutare il mio volto. Io giovane madre inesperta ti cullavo con le note della mia musica, ascoltavamo per ore il Flauto Magico, una storia d’amore dove i buoni vincono sui cattivi e la giustizia prevale sulla menzogna e sull’invidia.
    Più tardi ti ricorderai della regina della notte, la regina cattiva, cosi come cattiva lo è stata la vita con te all’inizio. Eri troppo bella per poter vivere e sapevo dentro il mio cuore che se ti avessi perduta non sarei più stata in grado di credere in un futuro, avrei perso ogni speranza, trascinandomi come un automa, una bambola di pezza, un burattino a cui hanno tagliato i fili e giace ormai dimenticato nell’angolo polveroso di un vecchio circo.
    È pomeriggio, le mie mani si intrecciano vicino a te, prego ininterrottamente, io che non ho mai creduto in nulla. La disperazione ci rende falsi, ci fa credere che una mano cali dal cielo e raccolga le nostre pene così pesanti da portare per trasformarle in farfalle e farle volare via leggere lontano da noi. Prego per la tua vita e forse anche per la mia, prego Dio in cui non credo e prego mio padre nel giorno del suo compleanno, perché mi perdoni per averlo giudicato troppo frettolosamente con gli occhi e il cuore di un’innocente bambina, che nulla mai aveva provato della vita degli adulti. Fai qualcosa, non per me ma per lei.
    È incredibile come un rumore possa scuotere il silenzio, il suono del telefono, la mano stanca che solleva la cornetta e le parole magiche che vengono dette dall’altra parte. Due parole soltanto, quelle che cambieranno il nostro destino.
    Ci siamo!
    In quel momento il tempo si è fermato, ricordo ancora il mio stupore, veramente sta succedendo? Ci siamo, signora, lo abbiamo trovato, preparatevi a partire.
    Due parole, dette piano o a voce alta, ti amo, mi manchi, ti odio, resta qui, non andare, vado via… Quante volte ci sarà successo di dire solo due innocenti parole, non posso, ti credo, non diamo mai peso a ciò che diciamo, a come lo diciamo, ebbene: da queste due semplici parole può dipendere una vita intera. Cosi fu quel giorno, sei nata due volte bimba mia e insieme a te anche io ho ricominciato a vivere e a sperare.

    Non fu un viaggio semplice, molti nostri compagni che attraversarono il lungo tunnel della malattia, della cura, li perdemmo per strada, le loro piccole mani si sciolsero da quelle dei loro genitori e i loro passi si persero lungo il cammino, di loro ricordo bene le voci, gli occhi e la paura, che sempre vigilava su tutti noi togliendoci spesso il respiro, le corse degli adulti dietro i candidi camici che ci circondavano, a cercare un segno di speranza, un gesto consolatorio. Forse tu bambina mia non ricorderai, ma eravamo una grande famiglia, uniti dal dolore e dal terrore, i tanti Marco, Giorgio, Gaia, Eleonora, i piccoli che non sono mai cresciuti, angeli che accompagnano le notti insonni di chi tanto li ha amati e mai potrà dimenticare.
    Non si dimentica il dolore, anche se poi è seguito da tante gioie, resta in un angolo del nostro cuore come un tarlo, un desiderio mancato, una musica interrotta; facciamo finta che non ci sia, ma lui è li, pronto a ricordarci che non dobbiamo mai dimenticare e che da un momento all’altro tutto può cambiare e farci precipitare di nuovo nella disperazione.

    Sfidare la morte mette a dura prova gli affetti. Quante coppie si sono guardate dentro nei momenti di disperazione e se per alcuni è stata una rinascita, per altri il dolore ha spezzato un legame, una voglia di libertà, un desiderio di fuga ha travolto i sentimenti; e cosi fu anche per i tuoi genitori.
    Dopo la tua guarigione decidemmo di continuare a vivere su binari paralleli, due pianeti che giravano intorno ad una stella, ognuno alimentato dal suo sole, lontani, ma uniti dalla magia della luce, la nostra luce eri tu, figlia mia. Non hai mai smesso di brillare un attimo per ambedue e se potrai non perdonarci per non essere stati insieme sappi che ci siamo sempre voluti bene ugualmente, a modo nostro, ma era così.
    Sfidare la morte una volta e vincere una battaglia non significa però vincere una guerra.
    Mi ritrovai di nuovo madre e compagna, un nuovo uomo, una nuova vita, un altro figlio, un maschio. Il fratello, che tanto avevi aspettato e di cui scegliesti allora il nome, arrivò una sera di ottobre, con una fretta di nascere che nessuno si aspettava. Nemmeno lui, forse.
    Non fu facile farti accettare il mio nuovo legame, ma il piccolo bambino che mamma teneva stretto a sé lo amasti da subito, lo guardavi spalancando gli occhi e cercando in lui qualcosa che somigliasse un poco anche a te, a noi due, era tuo come tua era la mamma e questo bastò a far sì che ti rassegnassi anche alla presenza del suo papà.
    Ma la felicità non era destinata a durare nella mia vita, la morte si ripresentò alla mia porta e questa volta ebbe la meglio su di me.
    Era una domenica come tante, il pranzo e la passeggiata al giardino con tuo fratello era stata stranamente faticosa per quell’uomo e quella sera, preparate le sue cose per il mattino, un mattino come tanti altri, si addormentò al mio fianco. Buonanotte, furono le tue ultime parole, buonanotte tesoro.
    Due parole, di nuovo due parole, ma non ci fu un seguito.
    Svegliarsi all’improvviso e sentire il respiro di chi dorme al tuo fianco farsi pesante, un respiro soffocato che non sembra più appartenere a questo mondo. Cercare la mano del tuo lui, trovarla inerte, gli occhi sbarrati, gli occhi dentro i quali ti sei vista e sentita amata non vedono più. Di nuovo alzi il telefono e non ricordi più nessun numero, sono le quattro di mattina, il bimbo dorme nella stanza, le dita non sanno quali numeri formare su quella tastiera e allora pensi subito all’altro pianeta, che si trova nel suo mondo con la tua luce.
    Il mio grido di aiuto fu raccolto da tuo padre, bambina mia, che si precipitò a casa mia e nulla poté fare per quel giovane uomo il cui cuore smise di battere improvvisamente.

    E dal silenzio del suo cuore si levò il mio grido di dolore, un grido che non si interruppe per molto tempo, un grido che vedo adesso ancora negli occhi di quel figlio che rimase lì accanto a me e che tanto somiglia a suo padre. Ogni piccola parte del mio corpo ogni giorno grida, manca la voce adesso, ma il grido si alza dai miei gesti quotidiani, ogni volta che cado e mi rialzo ogni volta che guardo il ragazzo che ho cresciuto. Uno pari disse la morte quella sera. Si prese una vita, e ne sconvolse altre in quell’ottobre grigio. Sento ancora quel grido, due parole, uno pari. Una diabolica rivincita.

    La vita sa essere crudele, ma anche generosa, e come un’altalena che dondola al vento e passa dal suolo al cielo, così fu per me e per la nostra famiglia. Un nuovo amore e due nuove figlie, e finalmente la pace. Devo confessarti, figlia mia, che ho paura della tranquillità, mi sono ormai abituata alle tempeste e aspetto sempre che un vento impetuoso venga a sconvolgere il mio mondo, cammino in punta di piedi per le strade e sussurro quando sono felice, temo che il destino mi senta e si faccia di nuovo gioco di me, ma i miei tormenti mi hanno insegnato a guardarmi intorno e non avere mai rimpianti, non passare i miei giorni con il pensiero del “se fosse stato”, ma guardare in faccia il presente.
    Non temo la mia morte, essa dona pace e riposo; inoltre scorrendo le vecchie foto dei miei cari che mi hanno lasciato viaggio nel loro ricordo, non si muore mai veramente se qualcuno ci ama.
    Conto i miei capelli grigi, per me vanto di vita vissuta e non cercherò mai di apparire più giovane o diversa da quella che sono, anche se a volte ti posso sembrare fuori tempo o fuori luogo e spesso mi hai trovato inadeguata, confrontandomi con le altre madri, ma non mi importa. Ho una corazza che mi protegge dal giudizio altrui e vorrei fosse cosi anche per te giovane donna fragile, hai vinto una guerra, non dimenticarlo mai, nessuno potrà piegarti: solo la tua paura, ama te stessa e la vita amerà anche te.
    La mamma.

  35. SEZIONE A POESIA

    Non sarà la fame ad uccidermi

    Non sarà la fame ad uccidermi
    ma un lento e assordante frastuono di gemiti
    stremati ormai privi di lacrime e le grida
    di madri, che forza più non hanno.
    Non sarà la fame ad uccidermi
    bensì lo sguardo perso su corpi straziati
    confezionati in teli bianchi, disseminati come
    fossero semi dormienti rigurgitanti morte.
    Non sarà la fame ad uccidermi
    mentre a piedi scalzi vivo un arduo sentiero
    per cogliere una falsa promessa, ma lo sguardo
    mite di un acuto falco che silente attende.
    Non sarà la fame ad uccidermi
    ora che respiro il fetore di ombrose genti che si
    trastullano. Esausti i miei occhi fissano le stelle
    quando la notte desiste al frinire delle cicale.

    Manuela Orrù
    sezione A
    accetto il regolamento

  36. Sezione A: Poesia
    — Attendo l’oblio —

    Prigioniera
    di un malsano
    oblio,
    che percuote
    ogni mia cellula
    immobilizzandola.
    Apro e chiudo
    i miei pensieri,
    come rubinetti
    arruginiti,
    nella speranza
    vana
    di dissetare
    la mia anima,
    di ritrovare
    un mio futuro.
    Sono radice
    senz’acqua,
    aggrappata ai sassi
    dei ricordi,
    che più non sa
    sentire altro
    che dolore.

    Come una crepa
    nell’infeconda
    argilla,
    spalanco il mio
    baratro
    per ingoiare
    spine e rovi.
    Non vedo,
    non sento,
    non cammino.
    Non ho più
    sangue
    a disegnarmi
    le ferite.
    Come rugoso
    ceppo
    senza vita,
    gemma incenerita,
    sterile seme,
    ho esaurito la vita,
    cancellato l’attimo.
    Non ho più oggi
    né domani.

    Tu osservi
    ma non vedi,
    tendi mani
    ad aggrappare
    i tuoi sogni,
    avvolgendoli in
    un soffocante
    anelito di passione.
    Come brace scintillante
    nella buia nebbia,
    ti spegni,
    soffocato
    dalla foschia
    del tuo stesso
    ardore.
    Resti lacrima
    sullo specchio
    appannato
    della solitudine,
    provando
    a ritrovare
    i miei occhi
    nei tuoi.

    Io sono noce
    caduta
    da troppo
    tempo,
    non ho
    più pelle,
    né carne,
    solo un
    rinsecchito
    guscio
    a difendere
    le mie ossa.
    Tu non ti arrendi.
    Come schiaccianoci
    mi percuoti,
    mi stritoli
    nel tuo
    vigoroso
    abbraccio.
    Provi
    a trasfondermi
    la linfa
    che più non ho.

    Troppi vampiri
    ho abbeverato,
    troppo a lungo.
    Troppa terra
    ho ingoiato,
    troppo fango.
    Ora sto qui,
    sotto una coltre
    di pagine e ricordi,
    come foglie d’autunno,
    a preservarmi
    da ombra e freddo.
    Provo a intagliare,
    un lembo
    dopo l’altro,
    il feretro
    che giace sull’altare
    della mia
    disperazione.
    Non so se piangere
    od urlare.
    Ma non ho lacrime,
    né voce.

    Tu non desisti.
    Caparbio d’intenti,
    frettoloso d’armi.
    Limarmi
    è il tuo scopo.
    Sei coltello,
    rasoio e falce
    con cui recidi
    le mie spine,
    per farne
    il tuo specchio,
    ma non ci arrivi.
    Mi infrango
    in mille pezzi di me,
    moltiplicando
    il tuo riflesso,
    trafiggendo
    ogni tua aspettativa.
    Sono eco,
    scomodo riverbero,
    luce abbagliante.
    Ti rimbalzo
    il tuo ritratto.

    Tu non vuoi
    sentire,
    né guardare.
    Ti ostini
    a sognare
    bisogni e alibi
    come ramoscello
    reciso,
    anelante
    un innesto.
    Attendi
    radicando,
    invano,
    che io risorga,
    come salma
    imbalsamata,
    pietrificata
    da oscuro
    sortilegio,
    da cui tu possa
    liberarmi,
    resuscitarmi,
    a rifocillarti.

    Il trapianto
    è l’esito
    agognato.
    Scontato,
    forzato,
    tentativo
    disperato.
    Non ho più linfa
    né sangue.
    Come recise,
    le mie radici
    più non mi
    nutrono.
    Disperse
    fra i meandri
    del dolore,
    hanno fallito
    lo scopo.
    Abbandonata
    ogni speranza,
    in ossequioso
    silenzio,
    mi ritraggo.

    Non scalpito,
    non ho fretta,
    attendo,
    arresa,
    la fine.

    — BluesMarty® 2025

    Sezione A
    Accetto il regolamento

  37. ACCETTO IL REGOLAMENTO – sez. a

    La nonna e il pianto delle stelle

    Fu una sera di quell’Estate remota,
    che tu mi porgesti, allora fanciullo,
    la tua grinzosa mano per condurmi a vedere
    il pianto delle stelle.

    Seguivi fedele i miei passi, impetuosi, eppure incerti, nella rugiada,
    allora mi accolsero le tue anziane braccia
    mentre ci investiva, sommesso,
    il sibilo della brezza di mare, fresca di eriche e pinastri.

    E, nel silenzio, si aprì a noi la valle
    inondata dall’intermittente luccichio di minuscole lacrime d’oro:
    volteggiavano lievi nella volta buia
    per poi incastonarsi stanche, tra i teneri steli d’erba.

    Con gli occhi ancora rapiti da quel bagliore celeste,
    mi strinsi a te ancora più forte,
    rintanando il viso nel tuo scarno collo
    odoroso di terra, sole e fatica.

    Nulla valse poi, smaliziarmi a scoprire che quel portento
    fosse il vorticare danzante di lucciole in cerca d’amore.
    Quell’abbraccio, ancora sì vivido tra le pieghe del cuore,
    fu di te il mio ricordo più caro.

  38. Il portone intarsiato

    Erano quasi le 23. Una sera primaverile che odorava di pioggia. Ambra rabbrividì. Chiuse la macchina, parcheggiata un po’ di traverso. «Tanto è notte», pensò.
    Non era sicura che il suo tremore fosse dovuto solo all’aria fresca. Certo, non si era preoccupata del tempo, nella fretta di giungere a quell’appuntamento col destino. Il suo abbigliamento, cui si era dedicata oltremodo, era inequivocabilmente sexy. Si era guardata fin troppe volte allo specchio prima di uscire. Ora, però, non le importava più. Il venticello sferzava le sue cosce, lisce come seta, che comparivano a tratti fra l’ondeggiare della sua minuscola gonna.

    Ramon la aspettava di sopra, in ufficio.

    Lo immaginava in un abito elegante, impeccabile, assorto al pc. Il suo profumo, virile e penetrante, si miscelava all’aroma del tabacco. Le pareti dello studio sembravano intrise di quel fatale elisir di sensualità.
    Le sembrava di vederlo: i suoi movimenti ponderati, lo sguardo fisso sullo schermo, le dita possenti che digitavano sui tasti. Quei meravigliosi occhi verdi, quasi nascosti dai suoi eleganti occhiali Burberry.
    A tratti, quelle mani si fermavano e lui restava immobile, assorto. Era uno spettacolo.
    Se non fosse stato per l’altalenante ritmo di quel respiro rilassato, lo avrebbe potuto scambiare per la statua di un dio greco. Se Omero lo avesse visto, sicuramente avrebbe descritto così il più possente degli dèi.

    Mentre saliva le scale che portavano al primo piano di quel palazzo antico, le gambe quasi le vibravano. Ancora non le sembrava vero: solo qualche gradino la separava da lui. Aveva sognato quel momento così tante volte.

    Ansimava, ferma, davanti a quell’immenso portone di legno antico. Gli intarsi scavati nel legno scuro, gli affreschi, i soffitti altissimi la trasportavano in un’altra epoca.
    Capì che la soglia della sua nuova vita fosse pronta a schiudersi. Aveva paura, ma l’eccitazione dell’ignoto riusciva a sovrastarla. Le piaceva sentirsi in quel modo, a metà fra una regina e una bambina desiderosa di attenzioni.

    Stava per suonare il campanello, quando notò che il portone era solo accostato. Lo aprì timidamente. Dallo spiraglio intravide lui.
    Era lì, in piedi, accanto alla finestra, nella penombra dell’anticamera. L’unica luce era quella della luna, che filtrava da una sottile tenda d’organza color porpora.

    Ramon la osservava compiaciuto. Aveva atteso ore che lei comparisse da quella porta. La camicia bianca e azzurra, tesa sul torace possente, lasciava intravedere la sua pelle ambrata. Le mani, poggiate sullo schienale di un’elegante poltrona rococò, la invitavano ad avvicinarsi. Gli occhi profondi sembravano leggerle la mente, svestirla, sfiorarla.

    Si diresse verso di lui quasi in trance, col passo fiero e un po’ esitante di un’attrice diretta verso il palcoscenico.
    Nel silenzio della notte, il ticchettio dei suoi tacchi alti sul pavimento antico sembrò rimbombare. Ramon le sorrise, estasiato, con un’aria da regista esperto. Era pronto a far scattare il «Ciak, si gira».

    Erano a pochi millimetri l’uno dall’altra, quando lui, con una mossa aggraziata, la fece roteare su se stessa, per osservarla in tutto il suo splendore. Sembrò annusarle avidamente la pelle.
    Lei era la sua preda e lui, nelle sue fantasie, non vedeva l’ora di accompagnarla verso l’estasi.

    Ambra si sentì infiammare dal calore di quel corpo muscoloso.

    Lui, inaspettatamente, si sfilò la cravatta di seta blu e la usò per bendarle gli occhi.
    Al ticchettio dei passi si sostituì il battito accelerato del suo cuore. Non sapeva dove l’avrebbe condotta quel travolgente ardore. Rimase immobile, in apnea, attendendo la prossima mossa come ossigeno per respirare.
    Lui la prese per i fianchi, la guidò con delicatezza verso un angolo della stanza, la sollevò e la fece sedere su un alto sgabello. Le sfilò la giacca da dietro, lentamente, come un sacro rito. Lei era la sua dea, deposta sull’altare del piacere, pronta per essere adorata.

    Le sfiorò le braccia con delicata sicurezza. Salì lungo le spalle, fino al collo. Le accarezzò la nuca e i capelli. Scansò con cura i suoi riccioli biondi e le posò le labbra, roventi e umide, al centro della schiena.
    Quell’uomo sembrava conoscere alla perfezione ogni centimetro del suo corpo. Ambra era travolta da un turbinio di sensazioni nuove e irresistibili, persa completamente nel desiderio di appartenergli.

    All’improvviso, lui le strinse i seni, poi i capezzoli. Le mise una mano sulla gola, fino a farle mancare il fiato. Afferrandole delicatamente il mento, la costrinse a ruotare il viso verso di lui. Indugiò un attimo, esplorando ogni sua reazione. Poi le accarezzò avidamente le labbra, prima di affondarvi la lingua. Le regalò il bacio più appassionato che mai avesse ricevuto.

    Con lo sguardo celato dalla morbida seta, inebriata dal sentore speziato della pelle di Ramon, Ambra pensò che dovesse essere un sogno.

    La strinse a sé. Il petto, forte e muscoloso, la avvolgeva, come ad accoglierla nel suo mondo. Ambra percepì un leggero fremito. Si sentiva al sicuro in quel caldo abbraccio primordiale. L’odore della passione le riempiva le narici e i pensieri. Era finalmente viva.

    D’improvviso, lui la liberò da quella morsa, allontanandosi. La guardò di nuovo, intensamente, con quel suo fare quasi melodrammatico.
    Le prese una mano e, accompagnandola verso una zona buia della stanza, le disse: «Andiamo».

    Lei tremava, il cuore sospeso, pronta a seguirlo nel buio e oltre.
    Blues Marty© (Martina Lorai Meli)

    Sezione B. Accetto il regolamento.

  39. Tante luci brillano nella valle come gli occhi di un bambino emozionato, ritmando il passo di Louis. È diretto a casa di Walter, per vedere vecchi amici e incontrarne nuovi.
    Con il doppio suono prolungato del campanello, arriva l’ospite più atteso.
    «Benvenuto allo scrittore e attore italo-francese più famoso del mondo!» grida Walter, abbracciando Louis.
    «Trop gentil, mon ami!»
    «Entra, accomodati. Abbiamo apparecchiato in giardino.»
    «Hai lasciato il posto per me preferito?»
    «Certo, mon ami, vicino alla siepe di gelsomino, come sempre.»
    «Très bien, merci!»
    Louis vaga per la casa alla ricerca di volti interessanti che diventino spunti per i suoi copioni.
    È rilassato. La musica jazz di sottofondo è un abbraccio sonoro familiare. Sul caminetto prende la solita vecchia pipa. La carica e inizia a sbuffare. Il fumo si disperde nell’aria formando spirali e volute, o forse riccioli… sì, come quelli argentei di una donna che intravede davanti.
    Louis prova un brivido.
    Lei è una sinuosa orchidea: indossa una gonna a campana di seta azzurra con arabeschi bianchi, un top e un gilet lavorato all’uncinetto; scarpe basse e comode. Non un gioiello, né un filo di trucco, ma di un’eleganza semplice.

    «Bonsoir, non ci conosciamo. Je m’appelle Louis, un amico di Walter!»
    «Dobryy vecher… oh, scusi, buonnasera, Eugenia.»
    Lei, forse è più giovane di lui, lo intriga. Sembra uscita da un carillon.
    Che sia imbarazzata? Louis, però, è stato gentile e discreto. Eugenia alza il braccio sinistro sopra la testa e strofina con la destra l’avambraccio opposto.
    Sarà per le zanzare? O che si voglia sistemare i capelli?
    Sarà un’artista in un momento d’ispirazione?
    È l’alfabeto del corteggiamento?
    Louis è piacevolmente confuso.
    Sulla sua mano, polso e avambraccio sinistri delle linee rossastre. La penombra non aiuta, ma sembrano tatuaggi all’henné sbiaditi.
    Intanto, il giardino si è affollato. Altro che cenetta intima tra pochi amici! Walter è così gentile e amato da tutti che non dice di no a nessuno. Ci sono Roberto e Bruno, con lo loro signore, ma anche Sergio e il dottor Galassi. Gli altri non li conosce.
    Eugenia va in cucina per finire di preparare l’insalata russa e controllare il forno. Louis la segue ed esegue un gesto spontaneo ma necessario, secondo lui: accende la luce.
    «Oh, no, ti prego, spegne luce» esclama Eugenia con un grido quasi stridulo.
    Louis esegue senza discutere, sorridendo tra sé e pensando all’illuminazione della sua cucina parigina: quella di una sala operatoria!
    La luce soffusa, le mosse sinuose di lei e l’assenza di altre persone diventano complici dell’inizio di qualcosa. Louis ne è certo.
    Intanto, conversano: lui è più eloquente, lei è più sfuggente.
    È una donna molto ordinata e pulita e si muove con grande disinvoltura.
    Si lava con acqua fredda le mani e le intinge spesso in una bacinella con del ghiaccio.
    Sì, certo, l’acqua fredda migliora la circolazione sanguigna. La sua pelle, infatti, è tonica e compatta.
    Il timer suona: le crespelle alle verdure sono pronte.
    Louis si siede e ammira Eugenia impiattare l’antipasto: non solo un cucchiaio di insalata russa, ma anche crostini toscani e un involtino di robiola, bresaola ed erba cipollina.
    Saranno baci saporiti! – pensa tra sé Louis.
    Allo schienale della sedia lo impiccia uno strofinaccio umido e sporco.
    «Dai me. Signora Bruna preparato cheesecake frutti rosso. Lasciato lì» esclama Eugenia.
    Ah, sì, Bruna, Louis se la ricorda. Gli aveva parlato della reale e urgente possibilità di invitare un rabdomante per individuare altre sorgenti di acque termali. Lui adora questo genere di conversazioni, come anche racconti sulla storia della città di Roberto e Bruno, ma stasera ha un’occasione unica che preferisce a rabdomanti, nobili, purghe e mescitrici.
    La cheesecake è la sua torta preferita, amante di qualsiasi dolce; infatti, ha portato una confezione maxi di cialde di Montecatini, oltre che una bottiglia di passito siciliano.
    Frutti rossi ed effetti afrodisiaci: ecco cosa pensa Louis. Conquisterà Eugenia: non ha dubbi!
    Lui non smette di guardarla. Pensa già a quelle movenze tra le sue lenzuola di seta: i loro corpi avviluppati sotto la guida della dea Afrodite. Louis non sta nella pelle e continua a immaginare, mentre lei afferra le mani tra loro e si accarezza l’avambraccio sinistro. Sempre quello. Poi, di nuovo, intinge le mani nella bacinella col ghiaccio e si accarezza il viso delicatamente.
    Louis sfodera il suo autocontrollo e lascia la cucina. Accede al giardino e attraversa le chiacchiere degli invitati già sistemati ai loro posti, diretto alla sua sedia, occupata da qualche fiore bianco e profumato.
    Si avvicina a Walter impegnato alla griglia.
    I due iniziano a parlare, ma Louis si distrae, sbottonando la camicia.
    Alcune ospiti sedute a tavola agitano il ventaglio. Louis sospira e cammina avanti e indietro per il giardino, sgranocchiando dei grissini al sesamo.
    Bruna annuncia che gli antipasti sono impiattati e le crespelle cotte.
    «Allora posso stappare il prosecco per il brindisi?» domanda Roberto.
    Suona il citofono.
    Deve essere Gregor con l’insalata in busta del supermercato.
    Ma, eccola, lei… Eugenia… Con quattro piatti di antipasto in mano, varca la soglia del giardino.
    «A tavvola!» esclama con voce squillante.
    Louis si alza per andarle incontro e aiutarla, ma Eugenia sviene. Volano in aria gli antipasti e si frantumano a terra i piatti.
    Eugenia perde i sensi e lascia un’abbondante chiazza di sangue sul pavimento. È evidente una profonda ferita da taglio su indice e medio della mano sinistra.
    «Eugenia, ho trovato cerotti e disinfettante, dove sei? Mi è anche caduta una lente a contatto, non vedo nulla. Eugenia?» si aggira barcollando la moglie di Walter.
    «Eugenia, ecco tuo marito con l’insalata, ora non manca proprio nulla» esclama Walter, felice che Gregor abbia procurato il contorno. Ma non si accorge del corpo di Eugenia a terra né di sua moglie che si muove a tentoni.
    Il dottor Galassi presta le prime cure. Eugenia si era tagliata da più di un’ora ma. Nonostante il braccio alzato e intinta la mano nell’acqua fredda, lo svenimento era prevedibile.
    «Sarà rimasto del ghiaccio?» sussurra Louis, attonito e “accaldato”.
    (Irene Giacomelli © )
    Sezione B. Accetto regolamento.

  40. CORPI
    Era seduto all’entrata del porto, al tramonto, le barche stavano tutte tornando. Nella luce che si avviava alla fine della giornata, tutte le scie argentee convergevano verso di lui. Tornavano le barche dei turisti, tornavano i pescherecci dopo la giornata intensa di lavoro, tornavano le barche da diporto che avrebbero sostato nella darsena più bella.
    Tornavano tutti. A lui piaceva quel momento, era il preludio della gioia del ritorno, del rivedere la propria famiglia, del ricongiungersi alla vita normale, fuori da quel mare che legava tutti al loro destino.
    Eppure lui era lì, proprio per vedere quel ritorno. Tutte le sere lo osservava, tutte le sere si sedeva su quello scoglio sopraelevato che gli dava quella visione sulle bocche di porto al tramonto. Tutte le sere guardava quelle scie argentee, con il sole che si abbassava un po’ alla volta proprio di fronte a lui, perché sembrava che tutti in quel momento facessero l’unica cosa che lui non poteva fare, tornare. Il mare lo aveva portato lì molti anni prima, nella terra che lo aveva illuso di speranze, di desideri.
    Si era deciso sentendo i racconti che si tramandavano nel villaggio, si era deciso perché non c’era più niente da mangiare, perché non c’era lavoro, perché non c’era speranza e lui e Adowa volevano prendersi il loro futuro, rompere il destino che gli aveva fatti nascere nel posto sbagliato, con la pelle sbagliata. Ma cosa significava essere sbagliato?
    Tutti hanno il diritto a sopravvivere, e per lui non era nemmeno quello, lui lottava insieme a Adowa per chi doveva ancora nascere, per il figlio che volevano avere. Un giorno erano partiti, avevano racimolato dei soldi dai parenti per un passaggio, in uno di quei camion imberlati e sghembi che viaggiavano stracarichi di corpi, si, di corpi.
    È brutto sentir parlare solo di corpi, ma le anime le avevano già vendute come avevano già venduto tutto ciò che avrebbe potuto dargli qualche soldo in più per superare il deserto. Che speranze potevano avere? Volevano sbarcare in Europa, in qualsiasi modo possibile, dovevano riuscirci perché non avrebbero mai avuto una seconda possibilità. Guardando il tramonto, continuava ad accarezzare la pietra dove aveva inciso il suo nome e la data di sbarco, il 3 ottobre. Era il luogo dove tornava tutti i giorni, era il luogo che gli serviva per accettare la vita e ricordare.
    Non voleva ricordare ciò che era successo prima della traversata, gli abusi che avevano dovuto subire, le bastonate, gli avevano tolto tutto.
    Voleva ricordare quel giorno, guardando il tramonto e accarezzando quella pietra di arenaria.
    Tornare, tornare… se significava ricongiungersi con chi amava non poteva più farlo. Adowa non c’era più, come molti altri, come la maggior parte.
    Li avevano stivati a bordo come bestie, a calci, la barca in cui erano saliti era fatisciente, ma non si potevano fare domande, i soldi li avevano già presi, non c’era possibilità di tornare indietro. Aveva rassicurato Adowa dicendole che alla fine erano poche miglia nautiche, che ormai tutto lo schifo che avevano passato non sarebbe più tornato indietro. Se Dio esisteva veramente, aveva detto a Adowa, li avrebbe premiati. Qualunque Dio fosse stato.
    Ora a lui restava accarezzare la pietra di arenaria, si sovraffollavano nella sua testa, come ogni sera, i flash delle immagini che ricordava, i bambini urlavano, le onde infrangevano sulla chiglia della barca bagnandoli, il buio rendeva tutto irreale.
    Adowa non sapeva nuotare, era terrorizzata, gli stringeva la mano forte, c’erano uomini che davano ordini, si ricordava l’odore, era quello della paura.
    Poi quello straccio infuocato, il fumo, la barca che si rovesciava, buttarsi in acqua, cercare Adowa. Non l’aveva più vista. Mentre accarezzava la scritta continuava a ripensare a quello, sapevano fin dall’inizio che avrebbero potuto morire, ma non essere lì con lei quando era successo, pur essendo a pochi metri, lo faceva impazzire. Per quello non poteva tornare, per quello era rimasto lì sull’isola. Faceva il lavapiatti, era riuscito a rimanere. Si guadagnava da vivere lavorando come un mulo. Per questo non poteva andarsene dall’isola, voleva rimanere con Adowa, la sua barca non avrebbe mai più fatto ritorno in porto.
    Tutto era solo un carosello politico, tutto ciò che era successo doveva succedere per una questione politica. Le leggi degli uomini non sono le leggi di Dio, qualunque esso sia. Le leggi degli uomini sono necessarie, le leggi di Dio sono al di sopra delle facezie umane, sono quelle leggi che ti dovrebbero impedire di lasciar morire qualcuno, sono quelle leggi in cui non vi sono appelli o sconti di pena, perché sono le leggi che usiamo per guardarci dentro e chi guarda dentro se stesso la verità la conosce. C’è chi la coscienza la sa far tacere, ma quello è un problema suo, c’è chi si giustifica con le leggi degli uomini, ma sono quelle di Dio che ci inchiodano di fronte a noi stessi.
    Tutti i politici che inneggiano al proprio Dio e lo prendono come una giustificazione, in realtà, sanno che non passerebbero mai incolumi sotto il giudizio divino. La politica non dovrebbe usare la religione come scusa, qualsiasi essa sia.
    Per giorni i corpi dei suoi compagni di viaggio venivano ripescati sulle spiagge dell’isola, per giorni aveva chiesto informazioni su Adowa. 368 corpi, le anime erano già state vendute, 20 dispersi tra cui Adowa. Non era nemmeno riuscito a piangere sul suo corpo. Tutte le sere al tramonto rivedeva le stesse scene, accarezzava la pietra di arenaria e pensava. Sull’isola avevano un monumento, una porta per entrare in Europa, ma tutto ciò serviva solo a lavare le coscienze, la politica quella porta la voleva tenere chiusa.

    A chi sventola il crocifisso, pensando di essere per questo nel giusto, offro la frase di una grande donna, Margherita Hack “Non è necessario avere una religione per avere una morale, perché se non si riesce a distinguere il bene dal male quella che manca è la sensibilità, non la religione”

    Il problema attuale della nostra civiltà occidentale è proprio che per utilità politica e inciviltà li consideriamo corpi. Se li considerassimo esseri umani non potremmo lasciarli morire.
    Accetto il regolamento, sez B

  41. Accetto il regolamento, sez. a, poesia

    Luci

    Non vedevo oltre
    la mano del cielo
    graziosa
    e tenue
    Eravamo noi
    Eri tu
    Ero io
    nella luce
    qualcosa di grande ci aspettava
    eravamo noi
    nella luce

  42. Quel che resta – accetto il regolamento, sez. a

    Quel che resta sono pagine bruciate di parole mai pronunciate
    Quel che resta sono pietre al sole mai lanciate
    Quel che resta sono parole corrose dal rancore di uno sguardo
    Quel che resta sono lacrime di piacere miste a dolore
    Quel che resta sono impressioni di settembre in volti di novembre
    Quel che resta sono emozioni sensibili di polvere
    Quel che resta sono case disabitate in paesi devastati
    Quel che resta sono distanze incolmabili
    Quel che resta sono difficoltà dalla mattina alla sera
    Quel che resta sono baci al sapore di cannella
    Quel che resta sono immagini confuse di alberi
    Quel che resta sono due mani che si cercano.

  43. Accetto il seguente regolamento, sez. a

    Le mie lacrime non sono mie

    Quel giorno di settembre
    le mie lacrime non furono mie
    esaltavano la risposta alla domanda
    c’è ancora un domani?
    Quel giorno di agosto
    le mie lacrime non furono mie
    rispondevano alla domanda
    ci sarà ancora settembre?
    Oggi le mie lacrime non sono mie
    mi ricordano di agosto e settembre
    delle domande che mi ponevo
    delle risposte che non ho mai ricevuto
    Ed ancora una luce arriva il mattino
    a decretare il domani
    ed ancora il buio arriva alla sera
    a decretare il domani
    ed ancora le mie lacrime non sono mie.

  44. Rispondi
    Michele Patta
    ha detto:
    30/09/2025 alle 2:08 PM

    Nero intorno

    Nero intorno
    strade persuase di odori
    Nero intorno
    nuvole illogiche
    Nero intorno
    rumori sagaci ed inaspettati
    Nero intorno
    finestre chiuse
    Nero intorno
    una porta che si apre
    Nero intorno
    un canto che si espande
    Nero intorno
    la tua voce che sale al cielo
    Nero intorno
    il tuo corpo che resta a terra
    Nero intorno
    le mie lacrime che scendono
    Nero intorno
    Nero intorno
    Nero intorno

    accetto il seguente regolamento, sez. a

  45. Luminosa estate

    Era quel giorno di luglio
    in cui tu mi donasti una rosa
    una rosa estiva – la chiamasti
    Era proprio quel giorno
    della luminosa estate che
    ci aspettava ridente e splendente
    Non ero ancora certa del tuo amore
    nè del mio per te eppure
    sì eppure
    qualcosa in quella giornata della luminosa estate
    mi destava dal torpore del pensiero dubbioso.
    C’era nel profumo della rosa
    un ricordo sottoforma di petalo.
    Più cercavo di coglierlo e più la mia mente si alleggeriva.
    Era una vita lontana.


    Simonetta Casu, accetto il regolamento, sez.a

  46. Anna Minith

    Poesia: Amore

    Ti amo amore
    di un amore puro.
    Ti amo amore
    di un sapore puro.
    Ti amo amore
    di un suono puro.
    Ti amo amore
    di un gusto puro.
    Ti amo amore
    di una carezza pura.
    Ti amo amore
    di un passo puro.

    accetto il regolamento, sez. a

  47. sezione A accetto il regolamento
    Verso di sfottò
    Giovannino, biondo birichino che ogni mattina ridendo mi tocchi la tettina,
    non sperare, presuntuosetto, di far di me la tua fidanzatina.
    Smetti di ciarlar e girarmi intorno come un tacchino mostrando il tuo spadino.
    Mi fai sorridere, perché a dispetto del tuo amor è un mignolino.
    Piccolo! son giovane esperta della vita informata
    De barone mi piace la grossa canna animata
    Che se mi guarda, è pronta a darmi una smazzata.

  48. Metamorfosi

    In me dimora una macchia
    che giace nel fondo,
    una forma indefinita
    che mi tiene in vita.

    Da quel buio interiore
    sale una voce,
    e se a volte tremo,
    è di quella linfa amara che tremo,
    ché nulla di ciò che è chiaro
    avrebbe consistenza
    se non affondasse le radici
    in quell’occulto grembo.

    O voi, forze che mi scuotete,
    che siete il rovescio di ogni mia certezza,
    da voi apprendo la forma della mia esistenza,
    l’ampiezza di un cuore che sopporta
    e la misura della parola che è seme.

    E come gli Angeli custodiscono il terribile
    perché l’uomo non ne sia annientato,
    così io porto dentro il lato oscuro
    che fa di me un intero

    Poiché la mia luce
    si compie in metamorfosi.

    © Angela Maria Malatacca
    (Sezione A – accetto il regolamento)

  49. GHIACCIO
    Come se fosse normale
    questo osceno teatro mentale
    in cui insceno la mia morte.

    Scandalo gridano tra le folle
    al pensiero del freddo e del ghiaccio;
    vorrei essere il sacrificio greco
    dell’ecatombe,
    di Canova, Amore,
    senza Psiche
    a risvegliarmi
    con un bacio.

    Essere in grado
    di non allontanare
    la mano del conforto,
    ma con forza tirare
    fino a strappare il braccio.

    Delle emozioni
    il flusso naturale,
    pesce nella corrente del mare;
    ma l’amo della vita
    che riporta in superficie
    non è abbastanza invitante
    per farmi abboccare.

    (sezione A – accetto il regolamento)

  50. Fuori dal tempo

    Mi voltai
    e tra le piante scrutai,
    mentre da te salivo,
    uno sguardo furtivo.

    Una lacrima scese
    su labbra carnose;
    una profonda voragine si aprì
    e fu così che capii.

    Valichi sospesi nel cuore,
    un improvviso calore;
    spazio e tempo senza confini
    schiusero la via a meravigliosi giardini.

    Me e te,
    dove agli albori eravamo,
    ora siamo.
    (sezione A – accetto il regolamento)

  51. Paola Valenti -Sez. B
    Accetto il regolamento

    L’esame

    Erano settimane che ripetevo lo stesso programma.
    Ogni mattina, la stessa tazza di caffè, le stesse pagine sottolineate, le stesse frasi ripetute fino allo sfinimento.

    Poi arrivò il giorno dell’esame.
    Tutto il resto — il tragitto in autobus, la fila, la gente — svanì.

    — Regoli, giusto?
    — Sì.
    — Si accomodi.

    Il professore aveva mani sottili e un anello d’oro che brillava quando girava le pagine del registro.
    Lo fissai un attimo, cercando di indovinare se fosse un tipo severo.

    — Mi parli di Hobbes.

    Silenzio. La testa vuota, la gola secca.
    Le parole arrivarono lente, una alla volta, come se dovessero attraversare una palude.
    — Hobbes… sostiene che lo Stato… nasce per paura… per proteggersi dagli altri…

    Un colpo di tosse. Il professore si toccò la fronte, fece scorrere lo sguardo sul foglio.
    Io vidi solo il suo polsino bianco, un bottone allentato.
    Ogni dettaglio mi sembrava enorme: il rumore della penna, il respiro del professore, il ticchettio dell’orologio sul muro.

    Dissi altre cose — non ricordo più quali.
    Forse qualcosa su Locke, forse una data sbagliata.

    Il tempo passò.

    — Bene, può andare. Ventisei.

    Feci un cenno, ringraziai.
    Uscii.

    Nel corridoio, il sole tagliava il pavimento in due.
    Rimasi ferma un momento, con il libretto in mano, a guardare la riga del mio esame: la firma, il timbro, il numero “26” scritto con l’inchiostro blu.
    Poi risi piano, senza sapere se di sollievo o di incredulità.

  52. LA SERA
    Forse perche mi riporti
    pietose
    le ore trascorse lontano
    e la tua voce conduce ogni cosa
    al mio cuore col fischio di un treno
    forse per questo ti amo

    ACCETTO IL REGOLAMENTO, sez. a

  53. Accetto il regolamento sez. A
    Ange Kostia

    Del colore del cielo

    Preparati a partire
    nel fruscio della seta.

    Ti appartiene.

    Nel frastuono dei sensi.

    Ti sconvolgono.

    Io seguo con le nari
    la scia del tuo profumo.

    La rubo all’aria sognante.

    Appartengo ai tuoi passi.

    Non dimenticarmi
    ora che hai tacchi alti.

    Ora che vesti di turchese
    i fianchi e le gambe.

    Non un lamento
    nello spazio innocente
    della nudità.

    Occupo la magia dell’oro
    che si adagia al petto.

    Preparati a partire
    nel tormento delle mani
    che non so domare.

    Io seguo ad occhi chiusi,
    soffio dolcezza, innamorato.

  54. Accetto il regolamento . Sez. B.
    Ange Kostia

    Il Commissario Puzzanghera. Un caso di abusi sessuali.

    Il commissario Carmelo Puzzanghera era fiero del suo cognome. Si chiedeva spesso quale fosse l’origine e, se pensava con tono faceto alla parola “puzza”, poi era convinto che dovesse risalire ad un significato più recondito che finiva per sfuggirgli. A scuola aveva vissuto un vero calvario per lo sfottò dei compagni di classe ed anche di quelli, veri amici però, che lo chiamavano affettuosamente ”Puzza”. Anche alcuni professori per interrogarlo gli facevano capire di andare alla cattedra chiudendosi le narici, come se avvertissero il suo fetore. E lui aveva sopportato quelle ingiustizie che però erano state ripagate da voti alti e poi dal conseguimento della laurea in giurisprudenza. Attraverso ricerche sul suo cognome aveva verificato che erano esistiti dei Puzzanghera, plebei che avevano lavorato nel feudo dei Baroni Scannavacca, ed altri Puzzanghera,originariamente “Puzza”, perché rastrellavano gli escrementi delle vacche nelle stalle dei Principi di Roccalupata. Il suo ramo apparteneva ad una famiglia di bovari che avevano ottenuto dal Barone Zuccalà il permesso di modificare il nome nell’odierno Puzzanghera, una fusione tra “puzza” e “tanghero”. Un collega una volta l’aveva chiamato ” Pozzanghera” e il che non gli sarebbe dispiaciuto, se quell’idiota non lo avesse appellato più volte in quel modo per dileggiarlo davanti ai poliziotti, agli ufficiali e al questore. Credeva che ammollarsi in una ” pozza” non gli sarebbe stato gradito, così alla fine non ci fece più caso e si rese conto ch’era un cognome di cui vantarsi perché nell’ultima guerra, suo zio Alfonso, fratello di suo padre, aveva compiuto un atto di eroismo in Grecia, salvando dei civili che aveva nascosto sotto le rovine del tempio del dio Apollo. Una medaglia d’oro al valor militare brillava in casa del defunto zio Alfonso!
    il commissario si ridestò dai suoi tortuosi ragionamenti, si alzò dalla poltrona e si stirò in un allungamento delle braccia verso l’alto, come faceva da ragazzo quando credeva che in quel modo sarebbe cresciuto più in fretta. Non ebbe il tempo di abbassarle lungo i fianchi che entrò, senza bussare, il commissario Bonfanti.
    -Scusami ,Carmelo, ti posso disturbare o stai facendo stretching per stiracchiare le vecchie ossa?
    – Vieni… pure, avevo le braccia intorpidite a furia di tenerle sui braccioli. Che ti è successo? Tua zia ha di nuovo l’influenza? Certo che piacerebbe anche a me avere quel tipo d’influenza…Quant’è bona! Me la puoi passare, quando guarisci, o l’influenza di to zia è cronica?
    – E smettila, non mi fare incazzare che già ho la luna storta! Guarda che mia moglie non sa nulla! Mi raccomando, se la dovessi incontrare, di non parlare di questa storia…perché mi scorticherebbe vivo!
    – Va bene, sarò mutu come un pisci, ti po’ fidari di mia! Parola di Cammelo Puzzanghera!
    il commissario Bonfanti stava indagando su uno scandalo scoppiato all’interno di un istituto per minorati fisici. La persona indagata era un’assistente sociale che avrebbe abusato o tentato di abusare di un giovane. Il caso poi gli era stato tolto dal questore che gli aveva ordinato di partire per Navara dove avrebbe svolto accurate indagini su un traffico di organi di bambini Ron.
    -Carmelo, il questore ti affiderà il mio caso e ti chiamerà oggi pomeriggio per darti l’incarico. Mi dispiace, ma ho voluto darti la notizia per primo.
    – Ma vaffanc… tu e il questore! E che sugnu l’ultima ruota del carro, ‘na piezza di pedi?
    io non me lo pigghiu ‘stu incaricu, ca non sugnu ‘na bestia da soma! Bell’amico ca si!
    Bonfanti uscì mestamente dall’ufficio, ma dimostrò nel corridoio che era felice di averlo minchionato per bene e si piegò in due per le risa che tratteneva a stento. Era riuscito a far credere al questore che doveva assistere sua moglie per un’ operazione di colecisti, così si era liberato di quell’indagine che gli stava sullo stomaco.
    rosso per la rabbia ma pieno di sussieguo nel colloquio telefonico col questore, si trattenne dallo sbottare in una marea d’insulti e salutò il superiore con voce energica e melliflua. Poi scaraventò per terra il calendario da tavolo che rimbalzò urtando contro la vetrina dell’armadio, che cadde in frantumi.
    Efisio Serra apparve spaventato nell’ufficio, mentre il commissario gli lanciava addosso le copie della rivista” Poliziotti di quartiere”.
    il commissario procedette all’interrogatorio dell’abusato Enrico Torti, accompagnato dal padre che dondolava mestamente la testa. Il ragazzo stringeva tra le mani un portachiavi di cuoio e non se ne separava, anche se il genitore tentava di prenderglielo.
    Ripeteva la solita frase:- No…, no…, io sono… bravo… vo…glio gio…care al…la visi…ta me…dica dal… do…ttore…
    -Come ti chiami?- chiese il commissario, promettendo a se stesso di portare un’ infinita pazienza.
    -E rispondi papà, dai, che il commissario ti vuole bene. Non è vero, commissario?
    – Sì, sì, lasciamo perdere…Allora come ti chiami?
    – E…nr…ico To…r…ti.
    -E bravo, papà! Bravo!
    – Che ti ha fatto la signorina Gisella? Ti ha accarezzato? Ti ha dato un bacio?
    -Ha… ha… fatto… fare un gioco…Ha… detto a noi maschie…tti di far vede…re chi aveva il pi…sel…lo più lun…go.
    – Lo sente, commissario? La bocca della verità!
    – E allora, che successe?- chiese il commissario Puzzanghera, imprecando sottovoce, e allargando le labbra violacee in un tiepido sorriso d’incoraggiamento.
    – Commissario…,- rispose il padre con le lacrime agli occhi- è successo… che ha vinto Enrico! Perché ha il pisello più lungo di tutti! Bello di papà tuo! Ma lui ha 28 anni!
    Carmelo Puzzanghera non sapeva se ridere o piangere, se congratularsi col ragazzo o se dare un calcio in culo al padre… Rimase pensieroso, ma si ricordò che lui a 28 anni non aveva mai fatto gare di quel genere… 

  55. Sezione A – Poesia accetto il regolamento
    L’essenza oltre le ombre

    Quanta luce nelle ombre della vita,
    attimi impressi nei meandri dei ricordi
    Fuggono i miei pensieri, e si distendono
    nell”infinito vasto che il cuore ci dà
    Le nostre essenze si fanno senso, alla ricerca
    di un eterno fine
    Anima mia, salpa nei luoghi eterni
    dove gli arcobaleni sfideranno piogge
    Assapora il magico momento, con il fato
    che accarezza il qui, e chiudi con un
    abbraccio il tuo respiro

  56. Accetto il regolamento sez. A

    -Il vizio.

    Quando il vizio entra,
    tutta la vita lo adora
    e lo ricerca
    e lo assorbe
    e lo dilata
    e lo gode
    e lo ringrazia.
    Quando il vizio entra,
    mutando te stesso
    diventerà Natura,
    impadronendosi del “Passato”
    lo farà diventare tempo perso,
    di un futuro
    ammaestrato all’eterno suo ritorno.
    Quando il vizio entra,
    è difficile da ripudiare.
    Quando il vizio entra,
    le emozioni sono in suo nome.
    Quando il vizio entra.

  57. Cala come velo il silenzio

    “Lasciatemi andare…lasciatemi andare per favore”.
    Lo studio affollato del dottor Lo Buono non aiutava certo Maddalena che attendeva d’entrare nell’antro del famoso psichiatra accompagnata da sua sorella Roberta. L’anticamera di quello che le appariva come un posto infernale le causava un senso di soffocamento. Il collo le tirava e le sembrava che le tempie fossero sul punto di esplodere. Aveva l’impressione che la mente, il suo cervello per intero fossero pronti a uscire dalla sua testa come ospiti indesiderati. Era una sensazione di dolore indescrivibile.
    “Stai tranquilla Maddalena. Adesso ci riceve.” Roberta non poteva capire. Chi non ha provato il graduale cedimento del sistema nervoso non può comprendere. Un male. Un male subdolo. Un nemico invisibile.
    “Ti prego. Non reggo più. Non posso farcela.”
    “Maddi tesoro. Stiamo per entrare.”
    Roberta era una sorella troppo diversa da lei. Atletica. Energica e decisa. Riusciva sempre a reagire alle situazioni più difficili. Il suo modo di essere la faceva sentire inutile creando in lei un senso di soggezione profonda.
    “Hai portato le gocce? Ti prego, dammele tutte. La vita è davvero troppo. Non reggo.”
    **********
    Maddalena era rimasta sola da poco. Si era ritrovata a quarant’anni senza il compagno di una vita. lei ed Enrico si erano sposati a vent’anni e avevano fatto le cose più folli insieme. Un viaggio in motocicletta per tutta l’Europa così, senza una meta ben precisa. Senza destinazione. Avevano dormito in Costa Azzurra sotto le stelle. Troppo cari gli hotel e la loro situazione economica era traballante.
    Ancora adesso, dopo tutti quegli anni, Maddalena si chiedeva come avessero potuto andare in giro senza la certezza di un lavoro ma, si sa, l’incoscienza dei giovani non conosce limiti. Poi rientrati a Roma avevano messo su un’attività di oggetti d’arte in centro ma la crisi li aveva colpiti. Due anni prima lei ed Enrico avevano dichiarato fallimento e una settimana dopo…BOOM! Un tonfo. Un rumore sordo e innaturale dal balcone di casa. Dall’ottavo piano. Di Enrico le era rimasta solo la macchia scura sul marciapiede di sotto. Non riusciva a pensare ad altro. Solo colori sfumati e un silenzio che le ballava dentro come un folle carillon.
    **********
    Lo studio del dr. Lo Buono era minimalista da far paura. La voce la raggiungeva come un suono lontano.
    “Il dottore vuole che tu dica qualcosa Maddalena. Cerca di rispondere alle sue domande.”
    Lo sguardo vuoto di Maddalena si spostava sugli occhi e poi sulla bocca del dottore ma le sembrava solo di annegare nel blu profondo dell’oceano.
    “Mi scusi dottore, non ho capito.”
    “Mi parli un po’ di lei Maddalena.” Ribadì il dr. Lo Buono. Aveva gli occhi chiari ed un bel sorriso.
    Come se fosse facile parlare di se stessi. Ti alzi una mattina e ti viene chiesto di riassumere tutta la tua vita in un secondo. Come se la leggerezza dell’essere bambino fosse rimasta ancora con te. Eppure a lei sembrava di percepirla ancora la sua anima bambina. Le abitava dentro, attaccata alle pareti della sua camera oscura e a tratti veniva fuori danzando. Ma quanti anni erano passati da quando la mamma la portava a scuola stringendole le manine e intimandole di non attraversare mai da sola? Era pericoloso, diceva. Poi, strada facendo, lei si perdeva dentro le vetrine con i suoi oggetti colorati e piangeva, si disperava davvero perché la mamma si convincesse a comprarle qualcosa. Lei e Roberta erano rimaste orfane troppo presto e si erano strette a lungo per galleggiare in un mare agitato di pensieri.
    Improvvisamente però era più grande, una sposa un po’ folle ma felice e convinta di tenere il mondo tra le dita. Ricordava ancora il suo viso mentre fendeva l’aria con la spavalderia dei vent’anni sentendosi padrona del tempo e degli eventi.
    “Mi dica perché è qui, Maddalena. La ascolto.”
    Ecco. Perché? Non lo sapeva. C’erano brandelli di memoria scollati che fluttuavano in un ruscello senza direzione e lei cercava un albero a cui tenersi. Purtroppo c’erano solo rami secchi e fragili e le sue braccia avevano perso ogni forza e resistenza.
    Enrico era stato il suo albero per parecchi anni. Aveva le spalle e la robustezza di una quercia o, almeno, lei lo vedeva così. Prendeva tutte le decisioni e lei era rimasta fagocitata nel suo mondo, respirando la sua aria che profumava di certezze ma, adesso, le franava tutto. Come la loro casa. Enrico non le aveva mai detto che avevano contratto tutti quei debiti. Non sapeva niente. Non lo immaginava neanche. Così dopo la sua morte aveva perso anche quella. Per fortuna Roberta l’aveva ospitata.
    “Come si sente ora Maddalena? Sua sorella mi dice che non sta seguendo la mia cura e abusa con le dosi. Lo sa che se continua così rischia di intossicarsi?”
    E la vita non è forse abbastanza intossicante? Maddalena si era intossicata di cielo, di mare e di aria pura e d’amore finché ne aveva avuto la possibilità. Poi il vuoto che la vita le aveva lasciato si era riempito solo di ansie e di paure. Camminava senza sentire il terreno su cui poggiava le sue scarpe leggere e si muoveva da una stanza all’altra senza far rumore, vivendo il silenzio come un peso enorme che le era impossibile sollevare. La voce di Roberta che le diceva di alzarsi e reagire si mescolava alle note colme di passione di Enrico che la sfiorava delicatamente al mattino. Ma lui, poi, dov’era finito? Aveva capito ch’era morto, ma non le era ben chiaro dove si nascondesse perché lei l’aveva cercato ovunque senza trovarlo. Le sarebbe piaciuto vederlo ancora una volta, anche solo per salutarlo e per dirgli quello che non era riuscita a raccontargli perché pensava sempre che in fondo ci sarebbe stato tempo.
    “Maddalena?” Roberta le stava accarezzando la mano. “Il dr. Lo Buono ti sta facendo delle domande.”
    “Sento di non dover stare qui dottore. Vorrei che mi lasciaste andare.”
    “Andare dove Maddalena?”
    “Non qui. Questa non è casa mia. Io vivo tra il vento e le nuvole e mi piace volare leggera. Mi è sempre piaciuto camminare in punta di piedi ed Enrico diceva che mi muovevo come una libellula.”
    “Pensa sempre ad Enrico?”
    “Sì, certo. Sempre.”
    “Quante volte al giorno le capita?”
    Volte? Al giorno? Il tempo aveva perso ogni significato per lei.
    “Enrico mi sta aspettando, al di là dell’aria che respiriamo. Devo solo affrettare i miei passi perché altrimenti potrei non arrivare in tempo.”
    “Maddalena, ma che dici?” Lo sguardo di Roberta brillava di lacrime.
    “Robi è così! Tesoro tu hai fatto tanto per me e ti chiedo perdono.”
    “Perdono? E perché?”
    “Il mondo è davvero troppo per me. Lo è sempre stato. Una tempesta di umori e sensazioni. Ero un contenitore colmo ma adesso sono solo un tronco d’albero cavo e non sento più il rumore dei miei passi.” Maddalena si voltò verso sua sorella. “Lasciami andare, non posso continuare ad abitare il tuo corpo. Il mio è andato via da tempo ed agisce come un burattino che obbedisce a comandi senza scopo.” Si voltò a guardare il dr. Lo Buono. “Dove vanno a finire i pensieri, dottore? Quelli belli.”
    “Non saprei… Secondo lei? I suoi dove sono adesso?”
    “Io lo so, li vedo.”
    “Dove sono?”
    “Erano talmente tanti che hanno riempito di colori l’orizzonte e mi aspettano. Sì, mi aspettano. Quelli belli, è chiaro.”
    Il dr. Lo Buono sorrise.
    “Devo solo camminare lentamente per non disturbare il silenzio. Perché, vedete, il silenzio esiste. Vive negli interstizi delle ore. Il mio è rimasto intrappolato al di là del suono, oltre i limiti imposti dalle consuetudini. Attende e attende e devo sbrigarmi altrimenti Enrico si arrabbierà.” Si voltò e sorrise a Roberta. “Robi, tesoro, non piangere. Vedi, sono stanca di desiderare la luce senza riuscire a toccarla e ho paura che il silenzio cada come un velo ad oscurare tutto prima che io mi muova. Ecco perché devo sbrigarmi. Lei capisce vero dottore?”
    Il dr. Lo Buono la guardò, sorrise un’altra volta e annuì. Capiva.

    sez. b accetto il regolamento

  58. E vince Marte ancora una battaglia
    (contro tutte le guerre)

    In questo tempo che crolla sulle ciglia
    bocche di pietra distruggono certezze,
    tra rade nuvole di cocci di cemento
    e gocce che stillano su assi di dolore.
    In questi giorni persi e sprofondati,
    sconfitti in finali di partita non previsti,
    crescono fili d’acciaio senza speranza
    e scorre acida la pioggia sopra i solchi.
    In questi anni senza pace e senza luce
    i bimbi vagano tra tagli ed incisioni,
    le loro mani sono clessidre di cristallo
    mentre Marte vince ancora una battaglia.
    Solo un racconto senza libri e senza storia,
    la bieca guerra che ricuce le parole
    lasciando segni di terribile bellezza
    sulle pareti massacrate di scintille.
    In questi vuoti d’aria senza posa
    Marte vince ancora una battaglia.

    sez.a accetto il regolamento

  59. SEZIONE A ACCETTO IL REGOLAMENTO
    BONATTI FRANCO

    Spazio

    Frammenti di vita
    strappati alle stelle
    del firmamento.
    Sogni, che trasportati
    da meteore, viaggiano
    ai confini dell’universo.
    Comete luminose
    che vogliono indicare
    la strada da seguire.
    Silenzio assoluto
    in uno spazio senza fine
    dove perdersi è un attimo.

  60. SEZIONE A POESIA Accetto il regolamento

    La ferita
    Ho iniziato quasi per scherzo a raccogliere i cocci di una ferita fittizia ancestrale e poi a tagliarmi le mani per poterti accarezzare perché tu riconoscessi l’odore del sangue che cola e che invece innamora

  61. Sezione B Accetto il regolamento

    L’ULTIMA DOMANDA
    Quando Giacomo si svegliò, il giorno del suo ottantaduesimo compleanno, lo percepì.
    Non sapeva spiegare come… ma lo sentiva.
    Quello sarebbe stato l’ultimo.
    Non provò paura. Né tristezza.
    Solo una leggerezza nuova, quasi infantile, come se il tempo avesse smesso di pesare.
    Si vestì con calma, preparò il caffè.
    Poi si sedette al tavolo della cucina, quello dove da trent’anni faceva il cruciverba ogni mattina.
    Ma quella mattina… il giornale restò chiuso.
    Guardò fuori.
    Il giardino era immobile, sotto il sole gentile di maggio.
    E in quell’aria sospesa, c’era una sola domanda.
    Una domanda che lo aveva seguito come un’ombra discreta per tutta la vita, ma alla quale aveva sempre risposto con frasi altrui.
    Prese in prestito. Mai veramente sue.
    “Ho davvero vissuto… o solo passato il tempo?”
    Aveva lavorato quarant’anni come contabile.
    Aveva amato Maria, sua moglie, scomparsa cinque anni prima.
    Aveva avuto un figlio, Andrea, che ora viveva in Canada, e che lo chiamava ogni domenica, sempre con la stessa voce gentile…
    …e sempre con la stessa distanza.
    Aveva fatto tutto quello che si supponeva fosse giusto fare.
    Onesto. Cortese. Prudente.
    Aveva vissuto senza strappi.
    Ma adesso, in quel giorno silenzioso e definitivo, si domandava se tutto quel vivere fosse stato davvero vita, o solo una lunga sequenza di abitudini educate.
    Prese il bastone e uscì per una passeggiata.
    Camminava piano, ma con passo sicuro.
    Come se, per la prima volta, sapesse dove andare.
    Il primo incontro fu con Roberto, il giornalaio.
    — Ottantadue oggi, eh Giacomo? Tanti auguri!
    — Grazie, ragazzo mio. Dimmi… tu sei felice?
    Roberto rise.
    — Felice? Ma che domanda è? Faccio quello che devo. Pago l’affitto, vedo mia figlia nel weekend… va bene così, no?
    Giacomo sorrise.
    Ma dentro, sentì che no.
    Non era una risposta.
    Proseguì.
    Al parco incontrò Teresa. Una donna sulla settantina, con occhi ancora vispi.
    Era stata una sua allieva, tanti anni prima, ai corsi serali di contabilità, quando insegnava alla scuola tecnica la sera per arrotondare lo stipendio.
    — Professore? Ma davvero è lei?
    — Teresa… quanti anni sono passati?
    Lei rise.
    — Cinquanta, forse di più. Ma lei non è cambiato tanto.
    — E si ricorda ancora quei corsi?
    — Come no. Lei diceva che capire i numeri era come capire le persone: bisognava guardare cosa c’era dietro.
    — Forse dicevo cose intelligenti senza accorgermene…
    Si sedettero su una panchina, all’ombra.
    Parlare con Teresa era come sedersi accanto a una vecchia fotografia: tutto sembrava ancora lì.
    — Teresa… posso farle una domanda un po’ strana?
    — Dopo cinquant’anni, mi dai ancora del lei?
    — Allora va bene. Dimmi… secondo te, che senso ha avuto tutto questo? La vita, intendo.
    Lei restò in silenzio per un attimo.
    Il sole filtrava tra le foglie e disegnava ombre leggere sul suo volto, segnato, ma fiero.
    — Non lo so con certezza, disse.
    Ma a volte penso questo: che il senso non sta in quello che otteniamo…
    …ma in quello che lasciamo negli altri.
    Nelle parole che restano. Nei gesti che cambiano il corso silenzioso delle giornate altrui.
    Se anche una sola persona, grazie a te, ha fatto un passo in più…
    Allora non sei passato invano. Non lo so se ha un senso. Ma io ho fatto del mio meglio.
    Giacomo annuì. Quella risposta gli piacque.
    Un pò di più.
    Arrivò al molo.
    E lì, con sorpresa, trovò suo figlio Andrea. Che era tornato all’improvviso, senza avvisare.
    — Papà.
    — Andrea… sei qui?
    — Non potevo lasciarti solo, oggi. Qualcosa mi ha detto che dovevo venire.
    Si sedettero sul bordo del pontile, in silenzio. Le gambe a penzoloni sull’acqua,
    che scivolava sotto di loro, lenta, come il tempo tra due pensieri.
    Poi Giacomo parlò.
    — Andrea… per te, vivere… cosa significa davvero?
    Il figlio lo guardò con calma. Non c’era sorpresa nei suoi occhi, solo un rispetto profondo, per quella domanda, che sembrava uscita dal cuore di un uomo, che aveva camminato molto.
    — Non lo so con certezza, rispose piano.
    Ho cercato di costruirmi qualcosa.
    Di amare, anche quando non ci riuscivo bene.
    Di imparare.
    Di non mollare.
    E… di cercare un senso anche quando sembrava non esserci.
    Forse vivere… è questo.
    Cercare. Anche nel buio.
    Giacomo annuì.
    — È una buona risposta.
    Tornarono a casa insieme.
    Andrea mise su un vecchio disco jazz, lo stesso che ascoltavano con Marta la domenica pomeriggio.
    Giacomo chiuse gli occhi.
    Rivide le risate. Le discussioni. I silenzi.
    Sentì il profumo di Marta nei giorni di pioggia.
    Rivide Andrea che camminava da solo per la prima volta.
    L’acqua fredda sul viso. L’estate. Il tempo che non tornava più.
    E allora capì.
    Non esisteva un senso unico, scolpito nella pietra.
    Esistevano mille piccoli sensi, che si creavano nel momento stesso in cui venivano vissuti.
    Una carezza data al momento giusto.
    Una parola sincera.
    Un sorriso incontrato per caso.
    Il modo in cui si affronta il dolore.
    La scelta, ogni giorno, di restare umani.
    Il senso non era da trovare.
    Era da costruire.
    Con le mani. Con gli errori. Con la fatica.
    Con l’amore imperfetto. Con la memoria fragile.
    Con il coraggio di restare, anche quando si vorrebbe fuggire.
    Quella notte, Giacomo si addormentò sereno, con la musica ancora nell’aria e una vecchia fotografia tra le mani.
    Quando Andrea entrò nella stanza, al mattino, trovò suo padre con il viso disteso e un mezzo sorriso sulle labbra.
    Era andato via in pace. Senza clamore. Come aveva vissuto.
    Era la foto di una vita: Giacomo e Marta, giovani, felici.
    E Andrea bambino, sulle spalle del padre, con le braccia spalancate come ali.
    Sul retro, scritte a mano, le parole che Giacomo aveva trovato solo quel giorno:
    “Il senso è esserci stati.”
    E basta.

  62. SEZIONE B RACCONTO BREVE Accetto il regolamento

    Veglia

    Ma cosa veglio, cosa veglio stanotte?
    Sto aspettando anch’io.. come tutti.
    attendo un sogno?.. di addormentarmi tardi o prima che nasca il giorno?
    Un desiderio inaspettato
    che ho sempre saputo ma mai voluto veramente..
    per paura di non esserne all’ altezza o di esserlo anche troppo..
    Sognare un sogno così desiderato.. nelle ore buie di questa notturna attesa..
    I sogni rigettati non vanno lasciati andare. Sono desideri per pagare cara la vita quando non dà più frutto e non vuole parlare. Noi ci slacciamo lentamente le scarpe e scalzi d’ogni pensiero camminiamo dietro la scia delle stelle cadenti per riprendere la trama smarrita e gettare lontano la voglia feroce di tradire la nostra nascita improvvisa..

  63. Uscita d’insicurezza

    Me la dovevo aspettare
    la tua uscita di scena
    approfittando del buio
    dietro una curva di fumo
    hai dileguato i tuoi passi
    fugando ogni incertezza
    lasciando polvere rossa,
    una vergogna nascosta.

    Ora son pieno di nodi
    di geometrie scalenoidi
    e inciampo spesso in triangoli,
    molto più acuti di me.

    SEZIONE A ACCETTO IL REGOLAMENTO, Roberto Marzano

  64. Accetto il regolamento sezione A
    TROVATI !

    Tu, hai riempito
    Riempito il mio cuore.

    Io, ho scoperto
    La tua anima.

    E ci siamo persi,
    Uno nell’altra.

  65. LA PROVVIDENZA DI DIO
    Fu lungo e tempestoso quel viaggio                  
    pervaso da immane dolore,                                
    ove lo sguardo                                                  
    sullo scuro orizzonte
    vagava, senz’occhi,
    nel mondo di tutti.
    E le notti, pregne di incubi,
    eran lievi innanzi
    alla realtà del risveglio.
    Ormai inghiottita dal buio del giorno
    con disperata preghiera
    in Lui adagiai la mia inerme esistenza.
    Dio accolse lo strazio: mi salvò dalla resa
    e il mio tetro svanì

    accetto il regolamento, sez. a

  66. Emozioni
    Svegliarsi un mattino d’ inverno
    E sentirsi la neve sopra il cuore
    E sospirare al canto di un uccello
    Che ti recita versi d’ amore.
    Stendere le mani sopra un fiore
    E sentirsi fra le dita una formica
    Vederla fuggire lontana
    Come un’ onda in balia ad un’ ondata
    E stare infine a guardare i passanti
    Con le falde del cappotto sul viso
    Non capire cosa senti in cuore
    Avere voglia di fare un sorriso

    E mentre il cielo piange lentamente
    Dipingere sui vetri offuscati una macchia qualunque
    Ed accorgersi, che strano
    E’ gia’ felicita’

    sez a, accetto il regolamento

  67. Il mondo è il mio libro

    Sublime è violar confini
    su onde calpestate,
    o accarezzar, con il mio bordone,
    strade tracciate tra irti ed ossuti colli.
    Viaggio, dal nadir allo zenit,
    errando verso un’odisseica virtude e conoscenza,
    Voglio ricercare,
    fra sereni abitati e liete radure,
    uno zefiro fresco che, dell’ambra, ha il profumo.
    Sono alla ricerca, ancora oggi, di voci vagabonde,
    fatte di un unico profondo respiro,
    dei volti di sottili ombre vestite di passato,
    e del silenzio dei bianchi riccioli di nuvole.
    I primi albori, ad ogni spuntar del sole, mi offrono
    immense vallate con laghi come culle di velluto
    e montagne come dondoli per il cuore.
    Il mondo è il mio libro,
    voglio leggere tutte le sue pagine
    facendomi trasportare dall’aria mite
    che si insinua tra i miei pensieri,
    quando all’imbrunir
    il tacito, infinito andar del tempo trabocca
    tra le nuvole e gli argentati respiri del vespro.

    sez. a accetto il regolamento

  68. Antonio Ciavolino- sez. a

    Briganti gli occhi tuoi dentro il mio tempo,
    in quel miraggio d’acque controsole;
    nuovi giorni di sogno inesauribile
    per riabbracciare il vento o per difendere
    i crediti del cuore e poi brigante
    la docile parola senza senso
    piu questa croce nera, in fondo al cuore.

    >

    accatto il regolamento

  69. La denuncia – sezione B – accetto il regolamento

    Ero agitata, a tratti confusa, mi davo della stupida da sola. Sapevo che la caserma dei Carabinieri era lì vicino e ci ero arrivata, nella via. Con il naso in su, cercavo qualcosa, un’indicazione, un’insegna ma il portone giusto non si distingueva da quello degli altri palazzi del quartiere: imponenti, tetri, le facciate sporche di smog, grigie come quella mattina di cielo coperto, anche a primavera inoltrata, quando la città comincia ad essere opprimente.
    Individuai una targa in ottone, seguii le indicazioni ed entrai.
    Il piantone mi aprì una porta, un appuntato mi accolse e mi chiese le generalità:
    «Cosa deve denunciare?»
    «Un furto».
    «Prego, si sieda».
    «Grazie».
    «Mi spieghi».
    «Ero sul filobus, la 90».
    «In che direzione andava?»
    «Sono salita in via Gran Sasso; uscivo dal commercialista e avevo appuntamento dal parrucchiere, poco più avanti della Stazione Centrale».
    «Dove?»
    «Come, dove? Qui, a Milano».
    «Quando?»
    «Sono scesa in via Tonale, il tempo di raggiungere il parrucchiere, ma non ci sono arrivata: ho cercato qualcosa nella borsa e mi sono accorta…».
    «Quando è accaduto il fatto, all’incirca?»
    «Dieci minuti fa, forse venti. Sono venuta subito qui. Sapevo che eravate vicino».
    «Quindi venti minuti fa è scesa o è salita?»
    «Sono scesa. Sarò salita ormai più di mezz’ora fa».
    «Va bene, dica».
    «Sul filobus non c’era posto a sedere. Tra le persone aggrappate ai sostegni ho riconosciuto una signora, amica di famiglia, e l’ho raggiunta. Mi scusi, sono agitata».
    «Non si preoccupi, signora. Non abbiamo premura».
    «Ci siamo salutate molto cordialmente perché non ci si vedeva da tempo e ci siamo scambiate notizie di casa. Forse, è stato quello il momento in cui mi sono distratta».
    «Distratta da cosa?»
    «Dalla borsa. So benissimo che su 90 e 91 si deve prestare attenzione ai borseggiatori».
    «Quindi le hanno rubato un’altra borsa, non quella che ha con sé ora?»
    «No, mi hanno rubato il portafogli che era in questa borsa».
    «Ecco. Diceva che si è distratta?»
    «Di solito tengo la borsa a tracolla e la mano appoggiata sopra alla chiusura, ma forse, quando ho dato la mano alla signora per salutarla, l’ho tolta dalla borsa perché con l’altra ero attaccata al sostegno, per non cadere».
    «Cosa teneva nel portafogli? Documenti?»
    «No, quelli sono in un’altra busta, in una tasca separata della borsa. Nel portafogli c’erano dei contanti per pagare il parrucchiere».
    «Di che cifra parliamo?»
    «Centomila lire, credo, e qualche spicciolo. Ma come ho fatto a non accorgermi?»
    «Sono molto abili, signora. Riesce a ricordare più o meno a quale altezza del percorso si è distratta?»
    «Poco prima di attraversare corso Buenos Ajres».
    «Va bene. Le dico subito che non potremo fare granché per lei».
    «Posso almeno presentare denuncia di furto?»
    «Sì, certo, contro ignoti. A meno che lei non abbia notato qualcuno e sia in grado di descriverlo».
    «Purtroppo no, non mi sono accorta di nulla finché non sono scesa dal filobus, qualche fermata dopo e ho infilato la mano nella borsa per prendere non ricordo neppure cosa».
    «Le do il modulo. Può compilare con calma».
    «Va bene».
    «Cerchi di essere più precisa possibile nella descrizione del portafogli. I borseggiatori li svuotano e li buttano. Se siamo fortunati, qualcuno potrebbe anche trovarlo e portarcelo».

    «Ecco, ho finito».
    «Dia qui, leggo e se vuole può aggiungere o togliere, poi può firmare. Tutto chiaro?»
    «Sì, prego».
    «Oggi… alle ore… sulla linea 90… venivo borseggiata da persona che non ho visto… il fatto è avvenuto probabilmente all’altezza di via… mi è stato sottratto un portafogli da donna, di colore verde e amaranto, in finta pelle scamosciata, dotato di alcuni riparti per tessere e documenti e di un settore per la moneta con chiusura lampo. Conteneva £ 100.000 in due biglietti da cinquanta e qualche altro spicciolo, per un totale approssimativo di ventimila lire. In uno degli scomparti per le tessere si trovavano due oggetti di grande valore».
    L’appuntato si interruppe e mi guardò.
    «Perché mi guarda così? Non va bene?»
    «Non me lo ha detto quando gliel’ho chiesto».
    «Che cosa?»
    «Di avere riposto nel portafogli due oggetti di grande valore. Di quali oggetti si tratta?»
    «L’ho scritto lì».
    «In una bustina di plastica c’è un foglio ripiegato in quattro, scritto a mano. Si tratta di una lettera che ho scritto a mio padre – E non gliel’ha data?»
    «Non ho potuto».
    «Perché?»
    «Gliel’ho scritta perché era morto».
    «Aprendo la lettera si trova un ciuffo di peli – Signora, peli?»
    Mi parve sconcertato.
    «Peli», confermai.
    «… peli bianchi neri e marroncini, legati con un nastrino e un poco raggrumati come se fosse della lana da dipanare».
    «Li ho messi lì insieme perché ho pensato che in questo modo loro due, mio papà e il nostro cane, potessero stare con me. Loro sono insieme, ma io sono da sola. Ora che me li hanno rubati, ancora di più».
    Parlai per spiegare, ma forse il Carabiniere mi prese per matta, perché ascoltò in silenzio. Non aggiunse nulla. Mi passò il foglio, mi indicò con la biro una riga e ce l’appoggiò sopra.
    «Posso firmare?»
    Accennò di sì con il capo. Mi diede una copia della denuncia e mi salutò con una stretta di mano, cordiale.
    Uscii nel chiasso strombazzante di via Tonale. Spaesata, rassegnata, addolorata, pensai in quale grigio cestino della spazzatura sarebbero finiti i miei due oggetti di grande valore. Chissà, intanto me li avevano sottratti sotto il naso, proprio dal posto che avevo più vicino e ritenevo più sicuro. Maledetti ladri.
    Mi diressi verso il parrucchiere per rimandare l’appuntamento. Non ne volle neppure parlare: avrei pagato al prossimo appuntamento.

  70. Sezione A
    Accetto il Regolamento

    QUEL CHE RESTA DI UN GHIACCIAIO, AD ESEMPIO IL PRESENA.

    Nonostante il tanto e il troppo e il molto freddo che ci sono stati di mezzo fra l’oggi e l’ allora, io rimango ghiacciaio.
    Io fui abbondanza di neve. Io ero meraviglia.
    Ho assistito al mio scioglimento con le spalle voltate, le mani sugli occhi, ignorando il cadere delle stelle, il boato dell’ estate, il rumore che fa la vita quando passa..
    Ho lasciato le pietre disintegrare la neve e le estati infuocarmi addosso, fino al collasso.
    I venti, ma soprattutto le estati, mi hanno lentamente corroso. Adesso sembro una montagna fra le tante.
    A differenza di prima, adesso ho imparato a vedermi, a non tremare della mia angosciante nudità.

    E voi, voi che vedeste il mio sciogliermi anche prima di me, voi che non mi avete avvertito, voi, adesso, camminate sul mio fondo e tirate calci al granito frantumato, nelle vostre domeniche.
    Il velo dell’inganno e la nebbia da cui ero avvolto, che pur mi pesavano addosso, adesso sono l’uno svanito, l’altra rarefatta.

    Ho le vette spuntate dal rimpianto, mi si è seccata addosso la vita.
    Non cambia niente davvero.
    Non cambia nessuno per davvero.
    Io appaio una conca di pietre, ma rimango ghiacciaio, anche se impacciato.
    Inganna solo la maestosità.

  71. SEZIONE A – poesia “Goccia di clessidra”
    Antonio Dentice d’Accadia
    accetto il regolamento

    GOCCIA DI CLESSIDRA

    Il fiore migliore,
    senza stelo né radice in terra,
    cura col profumo della sospensione.

    Tutto arrende,
    tutto relativamente immaginato in memoria minuta,
    coi bagliori in crescendo, seminati ovunque oltre l’apparente,
    occhi e fessure di persiana a scomporre il sole in costellazioni.

    Angelo d’un gabbiano è la goccia di clessidra,
    che soffia dalla testa e si tuffa in petto tra i ventricoli in amore.

    Siam travolti dal riso di tamburi che affogano feste nelle pance disarmate
    e al battito d’una lieta belligeranza ci ricordiamo bambini,
    tra vetri di biglie e redini idiote.

    Le particelle di tempo invalide rallentano la corsa.
    O forse è l’anima elettrica che plana,
    riconsiderando proporzioni della valle di carne,
    quand’ora affiora tra gorghi distratti,
    sposando qualità neonata

    e risolve l’inesistente separazione tra i miei me.

  72. LA TRAMA E L’ORDITO
    Mi tesserò un vestito con armatura saia.
    È quella del gabardine, mi spiegano,
    dei jeans se proprio non so cos’è.
    Confido sia robusta, magari non eterna,
    ma certo duratura e resistente.
    Mi farò cucire tante tasche, vuote,
    però in raso che mi dicono meno tenace.
    È sufficiente vi stiano le mani
    per scaldarsi, le briciole per non smarrirsi.
    Gli spiccioli tintinnanti alle festanti voci
    della memoria, a quelle del destino.

    E se a qualche buco si dovrà provvedere,
    poco importa: le parole resteranno, afferrandosi
    alle attaccature, nelle pieghe nascondendosi.
    Vi cucirò poi bottoni di finta madreperla,
    per dare gravità al manichino informe
    che reggerà tanto peso insolente.

    La trama e l’ordito di vita che a strattoni
    mi si vorrà srotolare, a morsi strappare.

    Accetto il regolamento del contest, sez. a

  73. AROMA DI LAGO … UN RESPIRO DI CANNETO

    Aroma di lago … un respiro di canneto
    mi catapulta all’indietro,
    tra i richiami
    d’una lussuria d’estate,
    bruciante, calda di baci,
    d’un vento turbante di peccato
    all’ombra del desiderio,
    febbrile sulla pelle,
    fino al midollo.

    Mi lascio mordere dal ricordo,
    indelebile,
    edera che s’aggrappa all’anima
    per non morire tra le radici del tempo,
    affondato
    nel pozzo delle memorie.

    E fa male, qui, sulla cicatrice
    chiusa,
    tornata a sanguinare,
    e quanto dolore nella crudele delizia
    che dentro
    pur continua a fiorire.

    Mi cattura al laccio,
    nel silenzio fioco
    del cuore che ferito piange,
    feroce nel mostrare quanto amato
    e perso,
    gli echi di voci smarrite,
    di sorrisi mesti,
    profumi lontani d’abbracci tardi,
    promesse di lava che lente scorrono.

    SEZIONE A – Accetto il regolamento

  74. Sezione A
    Accetto il regolamento
    “Quell’abbraccio di Novembre ”

    Novembre è un facile ingresso
    dove alberi piangono rugiada già dal mattino,
    mentre esce singhiozzando un raggio di sole.
    Gli abbracci non sono soltanto per perdonare,
    ma per far avvicinare due cuori a tal punto da raccontarsi tutto in un solo sguardo.
    Quel perdono da spalmare sull’anima, dove colori astratti naturali fanno da sfondo in un teatro autunnale.
    Pioverà finalmente, anche per confondere sul viso una lacrima riguardosa.
    Si sente ancora un respiro affannoso,
    è un reclamo..!!
    Per quell’abbraccio mai dato.
    Demix

  75. Sez.A – Accetto il regolamento

    PERCHE’ L’UNIVERSO E’ POESIA
    Perché l’Universo è poesia,
    ogni voce che l’aria sussurra
    è un verso diffuso nel vento,
    è un ritmo di musica lento
    in una goccia di pioggia caduta
    su un germoglio che rinnova la vita,
    ogni colore che il sole disegna
    nel suo sonno e risveglio nel cielo
    è un poema tra le nuvole scritto
    sulle ali di rondini in volo
    perché arrivi al cuore del mondo,
    il profumo di un giardino fiorito
    è un’ode che sale all’immenso
    quando tutto sembra crollare
    ma resta sospeso su un ramo
    che nessuno potrà mai spezzare,
    quel chiarore di luna e di stelle
    riflesso sui muri e sull’onde
    è lirica scritta sull’ampia distesa
    di Terra che l’Uomo calpesta
    e subito dopo più alta si desta,
    perché l’Universo è poesia,
    la rima baciata di un fiocco di neve
    che sulle ciglia si adagia lieve
    o un libero verso che urla
    come lupo con rabbia feroce
    nelle mute coscienze e non tace,
    poesia di una Natura che piange
    su un arcobaleno ferito
    e da lampi di odio trafitto,
    mentre canta rapito una chiusa
    di luci d’amore e di pace.

    Maricà

  76. Sez. B – Accetto il regolamento

    MARELLA (Storia vera)
    Era il 1962. Marella era una bambina vivace, curiosa, era socievole con tutti, aveva due fossette sulle guance che sorridevano prima ancora che socchiudesse le labbra, generosa e gentile quanto bastava per evitare fregature. Aveva una sorella e un fratello di 8 e 5 anni più grandi di lei, frequentava la V elementare con profitto, le piaceva molto leggere, qualunque cosa, libri, fumetti, riviste… e scriveva, poesie e racconti e fiabe, con spontaneità e innocenza infantili. Aveva compiuto i 10 anni a Giugno, l’estate era calda e lei aspettava la domenica quando tutta la famiglia si recava al mare, era bello, si sentiva felice in quei momenti, anche perché percepiva le attenzioni della mamma, spesso assenti. Una mattina di quell’estate rimase sola in casa con il fratello, Peppino, il padre al lavoro, la madre al mercato, la sorella da un’amica. Lei giocava tranquilla nella sua camera, la sua bambola e i suoi fumetti a farle compagnia. Le piacevano i fumetti sugli indiani d’America, la loro cultura, e come l’uomo bianco li assalì, li combatté e sterminò per rubare le loro terre e rinchiudere poi i sopravvissuti nelle riserve. Un plurigenocidio di 5 secoli che non può essere paragonato con nessun altro.
    Seduta sul pavimento leggeva appunto Tex Willer, quando entrò nella stanza Peppino.
    “Che fai?”
    “Gioco e leggo. Cosa vuoi? Vattene e lasciami in pace.”
    “Gioco con te. Giochiamo al dottore?”
    “Vattene via.”
    “Ma dai, ti piacerà.”
    E cominciò ad accarezzarle i capelli e le spalle.
    Spaventata si rotolò sotto il tavolo. Lui le afferrò le gambe e le strappò le mutandine, lei si dimenava e scalciava disperatamente.
    “Lasciami, lasciami!”
    “Ma smettila, sei una puttanella come tutte.”
    Le aveva messo una mano sulla bocca e le ginocchia in mezzo alle gambette tenendole fermi i piedi con i suoi, era più grande e forte e l’altra mano scorreva avida sulle piccole cosce; ad un certo punto lo vide scendersi pantaloncini e mutande e bagnarsi la mano con la saliva. Il cuore le scoppiava di terrore, ma a lui non importava, l’altra mano sempre sulla bocca, non smetteva di inumidirsi, le aprì al massimo le piccole gambe ed era pronto a completare il suo misfatto. Marella non poteva urlare, solo piangere.
    “Sei pronta, puttanella? Fai da brava e ti pago.”
    Le era salito sopra e stava per abusare della sua infantile innocenza, quando… il suono della serratura che girava lo fece trasalire. La madre stava rientrando.
    Peppino si ricompose in fretta e le disse scappando:
    “Se dici qualcosa ti uccido.”
    Marella raccolse le mutandine e si rifugiò in un angolo. La mamma non si accorse di nulla e lei non disse mai nulla a nessuno, per paura e perché era sicura che non le avrebbero creduto e non sapeva nemmeno che parole usare, tanto si vergognava. Lei! Pianse cascate di lacrime e si chiuse in un guscio di tristezza che solo negli anni del liceo cominciò a sgretolarsi. In casa pensavano che fosse dovuto all’età, si immerse sempre di più nelle letture e nella scrittura, e nella scuola, perché solo a scuola si sentiva al sicuro dal mostro. Troppo spesso i suoi sogni erano incubi di bambine violentate da demoni. Passarono gli anni e fu il liceo, era il periodo dei primi sussulti d’amore, di quegli innamoramenti timidi ma solari propri dell’adolescenza. Marella, invece, ogni volta che sentiva in sé qualche emozione la rimandava indietro. Restava chiusa in camera a studiare, leggere e scrivere. Le storie d’amore che vedeva alla TV le procuravano sempre profonde fitte al cuore: voleva amare anche lei, voleva anche per lei la timidezza di un primo bacio, la dolcezza di parole tenere e di complimenti gentili. Malediceva il fratello per quello che era e per averle negato quelle gioie, non voleva soffocare quei nuovi sentimenti che urlavano libertà, ma arrossiva con paura a ogni attenzione le venisse rivolta. Era in quarta liceo e per un compagno, Giorgio, sentiva una simpatia diversa. Era gentile, in classe sedeva sul banco dietro il suo e timidamente e di nascosto dall’ insegnante giocava lievemente con i suoi lunghi capelli. Da lì iniziò la sua battaglia, doveva prendere coraggio e fidarsi di qualcuno, scacciare il mostro e non avere più paura, di nulla, di esporsi ma anche di ribellarsi a situazioni come quella da lei vissuta, parlare, urlare, denunciare… ma anche amare senza paura. Accettò la corte di Giorgio e fu la sua ragazza sino alla fine del liceo, anche per lui era la prima volta, ricordava sempre il primo maldestro ma indimenticabile bacio, goffi entrambi ma felici, un amore adolescenziale fatto di passeggiate, baci e carezze e tanti discorsi, e lei si sentiva al sicuro. Dopo il liceo non si rividero più. Qualche anno passò, anche i tempi cambiavano, voleva essere certa di aver superato il suo trauma, le sue inibizioni che rendevano goffo ogni suo gesto, non avere più paura di concedersi del tutto.
    Al fratello proibì di avvicinarsi a casa sua e non volle più vederlo. Negli anni dell’Università morì la madre e dopo tre anni anche il padre, e la sorella si era sposata. Era completamente sola. Fu allora che decise di ospitare alcune compagne di Università che venivano da Comuni lontani dalla sede. L’atmosfera sociale e politica era calda, caldissima. Pian piano altri amici cominciarono a frequentare la casa, che divenne un importante punto d’incontro, chi più chi meno impegnati politicamente, furono anni di manifestazioni e delle maggiori conquiste sociali. Insieme all’attività socio-politica, a casa di Marella c’era anche divertimento e spensieratezza, comunicazione, collaborazione e disponibilità. In quegli anni sentiva che stava maturando tantissimo, sentiva la consapevolezza di sé, la sua appartenenza a un gruppo senza perdere nulla della sua unicità, la padronanza della sua mente e del suo cuore, la padronanza del suo corpo, che nessuno, uomo o donna, si azzardasse a violare senza il suo preciso e tangibile consenso, e nello stesso tempo la bellezza di donarsi senza paura e senza vergogna a chi sentiva di amare, lei, lei e nessun altro al suo posto.. Altri anni passarono, ebbe un figlio, il lavorò la portò lontano dalla città, le amicizie non furono più quelle di un tempo e del resto non si potevano replicare le esperienze vissute, la vita non è un copia-incolla, è un fiume che scorre e cambia sempre acqua e tutto quanto porta con sé. Il fratello, come fosse stato un karma ineluttabile, presto si ammalò gravemente e dopo un paio di anni morì. Vedendola piangere, la sorella le disse “Piangi quanto vuoi” e lei rispose “Non piango lui, piango il fratello che non ho avuto”.

    Maricà

  77. *** CONTEST TERMINATO ***
    Si ringraziamo tutti i partecipanti.
    I finalisti saranno contattati via e-mail.

    Vi ricordiamo della possibilità di partecipare al Contest “Solstizio d’Inverno”, ecco il link diretto:
    https://oubliettemagazine.com/2025/11/01/contest-solstizio-dinverno-con-selene-calloni-williams-partecipa-e-vinci-un-seminario/

    *** ANTICIPAZIONE ***
    Ad inizio dicembre sarà pubblicato un nuovo contest di poesia e racconto breve! Vi aspettiamo come sempre numerosi!

  78. Con estremo piacere presentiamo i finalisti del Contest:

    FINALISTI SEZIONE A POESIA
    “La provvidenza di Dio” di Teresa Stringa
    “Di leggende e storie antiche” di Francesca Patitucci
    “A-norma-le delinquenze(a)” di Tania Pizzamiglio
    “In ascolto (Lockdown)” di Paola Valenti
    “Metamorfosi” di Angela Maria Malatacca
    “Attendo l’oblio” di Blues Marty (Martina Lorai Meli)
    “Quel che resta di un ghiacciaio, ad esempio il Presena” di Stefano Gervasoni

    FINALISTI SEZIONE B RACCONTO BREVE
    “La sedia vuota” di Raffaele Di Palma
    “Racconto di mezzanotte” di Fabio Soricone
    “L’ascensore” di Corrado Tringali
    “Marella (Storia Vera)” di Maria Carmela Dettori (Maricà)
    “L’eclissi e i due mondi” di Michela Giorgio
    “Lettera a una figlia” di Graziella Mancini
    “La denuncia” di Amelia Belloni Sonzogni

    ***
    Complimenti a tutti i partecipanti
    Vi ricordiamo della possibilità di partecipare al Contest “Solstizio d’Inverno”, ecco il link diretto:

    https://oubliettemagazine.com/2025/11/01/contest-solstizio-dinverno-con-selene-calloni-williams-partecipa-e-vinci-un-seminario/

    ed anche al nuovo Contest “Il passo della strega”:
    https://oubliettemagazine.com/2025/12/05/contest-letterario-di-poesia-e-racconto-breve-il-passo-della-strega/

    ***
    I finalisti saranno contattati via e-mail!

  79. Ringrazio la Giuria per aver apprezzato il mio scritto e mi complimento sinceramente con tutti i finalisti!

  80. Anch’io mi associo ai ringraziamenti, apprezzando il lavoro della Giuria.

  81. *** COMUNICAZIONE ***
    Si comunica che l’articolo dei vincitori del Contest uscirà a fine dicembre 2025.
    Cogliamo l’occasione per augurare Buone Feste a tutti i partecipanti e finalisti.

    ***
    Vi ricordiamo della possibilità di partecipare al Contest “Solstizio d’Inverno”, ecco il link diretto:

    https://oubliettemagazine.com/2025/11/01/contest-solstizio-dinverno-con-selene-calloni-williams-partecipa-e-vinci-un-seminario/

    ed anche al nuovo Contest “Il passo della strega”:
    https://oubliettemagazine.com/2025/12/05/contest-letterario-di-poesia-e-racconto-breve-il-passo-della-strega/
    ***

  82. *** Il 29 dicembre sono stati pubblicati i risultati del Contest “Il sogno del brigante”.
    Ecco il link diretto: https://oubliettemagazine.com/2025/12/29/vincitori-e-finalisti-del-contest-letterario-il-sogno-del-brigante/
    Ci congratuliamo con tutti: partecipanti, finalisti e vincitori.
    Partecipare è vincere! Sempre!
    ***
    Vi ricordiamo della possibilità di partecipare al Contest “Solstizio d’Inverno”, ecco il link diretto:

    https://oubliettemagazine.com/2025/11/01/contest-solstizio-dinverno-con-selene-calloni-williams-partecipa-e-vinci-un-seminario/

    ed anche al nuovo Contest “Il passo della strega”:
    https://oubliettemagazine.com/2025/12/05/contest-letterario-di-poesia-e-racconto-breve-il-passo-della-strega/

    ***
    Buon 2026! Ci saranno novità inaspettate per voi scrittori e scrittrici!

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