Contest letterario “Solstizio d’Inverno con Selene Calloni Williams”: partecipa e vinci un seminario

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“La meditazione salverà questa tua incarnazione.” ‒ tratto da “Diario di una sciamana

Contest letterario Solstizio d'Inverno con Selene Calloni Williams
Contest letterario Solstizio d’Inverno con Selene Calloni Williams

Regolamento Contest “Solstizio d’Inverno con Selene Calloni Williams”:

1. Il Contest “Solstizio d’Inverno con Selene Calloni Williams” è promosso da Oubliette Magazine e dalla scrittrice ed esperta di sciamanesimo, psicologia e buddhismo Selene Calloni Williams. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.

La partecipazione al Contest è gratuita.

 

2. Articolato in una sezione:

A. Meditazione * Poesia * Racconto breve

 

3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria esperienza su una delle meditazioni presentate da Selene Calloni Williams nel volume edito da Piemme nel 2024 avente come titolo: “1 minuto al giorno, meditazioni quotidiane”.

Si dovrà inserire un elaborato sotto forma di prosa oppure in versi (limite in entrambi i casi di 1000 parole), nella sezione Commenti, sotto questo stesso bando (a fine pagina web) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento.

Nell’elaborato presentato si potrà raccontare della Meditazione che più si è avvicinata al proprio sentire e percepire Se Stessi ed il Mondo, utilizzando il libro e/o la visione delle speciali dirette social di Selene Calloni Williams che, dal 21 dicembre 2024, presentano una Meditazione al giorno (LINK progetto).

Gli elaborati senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Ogni concorrente può partecipare con tre Meditazioni (OMI ‒ One Minute Immersion) inserendo tre elaborati diversi in tre commenti diversi.

 

Saranno premiati i primi tre classificati.

 

4. Premio:

1° premio: Seminario “Risveglia lo scrittore che è in te. Riscrivi la tua storia ‒ Video On Demand: 12 lezioni di 3 ore ciascuna registrate da Selene Calloni Williams con tutti i suoi consigli di scrittura, pratiche sciamaniche e di life-coaching + 6 Masterclass registrare (valore del premio 450 euro).

2° premio: Seminario “Il Risveglio di Kundalini: celebra abbondanza e prosperità naturale ‒ Corso di 8 ore che insegna a sfruttare il potere delle coincidenze e co-crea senza sforzo il destino che desideri di più con gioia e facilità (valore del premio 240 euro).

3° premio: Seminario “Il potere della visione sciamanica ‒ Seminario esperienziale di Sciamanesimo ed Alchimia Trasformativa full immersione della durata di 11 ore suddiviso in capitoli tematici (valore del premio 89 euro).

 

5. La scadenza per l’invio degli elaborati, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 7 gennaio 2026 a mezzanotte.

 

6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:

Selene Calloni Williams (Sciamana, scrittrice ed esperta di buddhismo e psicologia)

Alessia Mocci (Editor in chief Oubliette Magazine)

Aldo Turnu (Cantautore, compositore, poeta)

Carolina Colombi (Redattrice Oubliette Magazine e scrittrice)

Rosario Tomarchio (Poeta ed editore)

Franco Carta (Poeta e scrittore)

Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)

 

7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.

 

8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.

 

9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.

 

10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.

 

11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.

 

Buona partecipazione al Contest “Solstizio d’Inverno con Selene Calloni Williams” e…

buona Meditazione!

 

Info

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102 pensieri su “Contest letterario “Solstizio d’Inverno con Selene Calloni Williams”: partecipa e vinci un seminario

  1. Mi ispira sapere che il risveglio consiste proprio nel divenire consapevole che tutto ciò che accade nell’arco del giorno e della notto è sogno come La vita è sogno
    Dramma di Calderón de la Barca. Aggiungo il racconto Rinascere
    La distesa liquida del mare, armonico riflesso di un cielo le cui piccole stelle indicano i destini futuri, scompare in una oscurità senza luce e suoni che non comprendo.
    Dentro una scatola giace il mio corpo morto. No! Immobile in uno spazio indefinibile.
    Dalla sua bocca aperta, esce il mio ruach.
    Fluttua nell’aria, misura gli angoli del campo, soppesa l’anima e rientra in me.
    Sussurra la Voce che non sento ma comprendo.
    “Pesata e trovata giusta.” Non è ancora la tua ora. “Devi ripristinare l’armonia” ripete la Voce
    Giaccio priva dei sensi, muta e sorda. Ma in me si forma il sefer che, dice la Voce, dovrò leggere e capire.
    “Ecco piccola donna, non sei persa. Ciò che è grande nei cieli, è piccolo in questo mondo,
    ma tutto, deve operare per ricreare l’armonia di cui il Nome si compiace.
    Perché Egli è in te e tu sei parte in Lui.
    Egli si è ritirato per permetterti di partecipare alla ricreazione continua dell’universo.
    Ora la Voce tace e attende che io agisca.
    Ecco, ora leggo e vedo la mia anima uscire da questa terra d’Egitto che mi tiene schiava del Nulla. Ecco, vedo gli anni di vagabondaggio nel deserto guidata da pallide luci profetiche.
    Passo dopo passo, sento la mia anima ritrovarsi e adornarsi dei sensi.
    Riappaiono ancora lontane, ancora confuse, le immagini della vita passata.
    Mi agito, imploro. Voglio tornare nella Terra Promessa dei miei sentimenti, dei miei amori.
    Non contemplarla dall’alto dell’arido monte Nebo.
    “Non temere” mi rassicura la Voce. “Hai sofferto, ma non hai smesso di lottare.”
    Tutto è dimenticato. Ora pacificata e purificata torna. Egli ti attende.
    Tutto è pronto per il tuo ritorno, anche il tuo nuovo compito.
    Ricreare con la tua arte, con la tua parola l’armonia dell’universo di cui Egli si compiace.

    – accetto il regolamento

  2. Paola Valenti – Sezione A, accetto il regolamento

    mantra 272 – LA CASA CHE RESPIRA

    Quando ho letto la meditazione n. 272 di Selene Calloni Williams, “Connettiti all’energia della tua casa”, ho sentito un piccolo sussulto.
    Mi sono chiesta se davvero potessi percepire la casa non come un insieme di stanze, ma come una presenza viva.
    Era una domenica pomeriggio, pioveva, l’aria in salotto sapeva di cera e silenzio.

    Ho deciso di provarci.
    Ho spento la musica, ho chiuso il computer, ho acceso una candela.
    All’inizio non sentivo nulla di diverso: solo il ticchettio della pioggia e un po’ di imbarazzo.
    Ma poi ho ricordato le parole del testo: “ogni spazio ha una sua energia vibrante che attende di essere scoperta, grazie alla tua consapevolezza”.
    Allora ho poggiato le mani sul muro, come se fosse la pelle di un animale addormentato.

    Ho iniziato a recitare il mantra sottovoce.
    Non cercavo un effetto, solo ascolto.
    Dopo qualche istante ho sentito un leggero calore salire dai palmi.
    Forse era suggestione, forse no.
    Ma il muro non mi sembrava più freddo.
    Era come se stesse restituendo qualcosa, un’eco, un battito lento.

    Ho proseguito.
    Ogni parola vibrava dentro di me, e più le ripetevo più sentivo che qualcosa si stava allineando: il respiro, i pensieri, persino il suono lontano della pioggia.
    Mi sono accorta che la casa respirava con me.
    Le pareti sembravano dilatarsi, la luce della candela muoversi a ritmo del fiato.

    Per un momento mi sono sentita piccola, ma non sola.
    Era come se la casa mi stesse accogliendo di nuovo, dopo anni in cui l’avevo solo abitata in superficie: entrando, uscendo, chiudendo porte, senza mai davvero esserci.
    Ho capito che in ogni oggetto, anche nel più banale — una tazza, un tappeto, una crepa nel muro — c’era un frammento di me.
    Non le cose che possiedo, ma quelle che mi ricordano chi sono.

    Quando ho smesso di recitare, ho ascoltato il silenzio.
    Era diverso da quello di prima: più pieno, come se la casa avesse trovato la voce e adesso la tenesse tra le pareti.
    Mi sono sentita leggera, come se quel respiro comune avesse tolto un peso.

    Da allora, ogni tanto, ripeto la formula.
    Non serve molto tempo: un minuto, anche meno.
    Mi basta poggiare le mani su un mobile o camminare scalza sul pavimento.
    Sento che la casa cambia con me, che risponde al mio stato d’animo.
    Quando sono agitata, si fa rumorosa: scricchiola, sospira.
    Quando sono centrata, diventa quieta, luminosa.

    Ho capito che non è solo un luogo, ma un organismo con cui vivo in simbiosi.
    E che, con quella meditazione, ho aperto una porta invisibile tra la mia materia e il suo spirito.

    Quella sera, prima di dormire, ho ripetuto ancora il mantra, a luci spente.
    Poi ho appoggiato la mano sul muro accanto al letto.
    La casa respirava piano, come me.
    E per la prima volta dopo molto tempo, ho sentito di essere davvero a casa — dentro e fuori.

  3. Meditazione 180 del libro di Selene Calloni Williams:

    ” La mia esperienza è l’esperienza del piacere, pura fin dall’origine”

    Partecipo con una poesia, accetto il regolamento

    “Esperienza dell’origine”

    L’origine ricercata
    quella sensazione bramata
    incentevole al pensiero
    che si riempie di mistero.
    Noi esseri in ricerca
    quasi sempre in tormenta
    c’è chi si arrovella
    c’è chi si impenna
    alla sola luce del piacere
    a cui si può tendere con l’eterno.

  4. Partecipo accettando il regolamento. Poesia.
    Maestro, ti prego, aiutami a essere essenziale: meditazione 266

    Meditavo in un bosco incantato
    il maestro si avvicinò e mi disse:
    “Devi essere albero, devi scoprire l’essenziale”
    Io non capivo le sue parole
    E meditavo guardando il tronco
    guardando le foglie
    guardando come l’edera si addentra fra i rami.
    Il maestro tornò da me
    aspettandosi l’apertura dell’essenziale
    ma io avevo fallito.
    La mia concentrazione vacillava
    cercavo l’apparenza
    della sostanza.
    Anni passarono e mai vidi
    nel maestro la sconfitta.
    Fu la forza che mi portò a varcare la soglia.
    La terra profonda ed oscura
    è fertile.

  5. 356, meditazione del libro di Selene, accetto il regolamento

    Volevo esprimere semplicemente la mia gratidudine per lo spendido libro che mi ha accompagnato tutto l’anno. Tante sono le meditazioni che sento mie, e che grazie a Selene ho potuto scoprire. Ho poco tempo nella giornata, forse come tutte noi, eppure è vero: basta un solo minuto.
    Per questo vorrei ricordare la meditazione 356 che inizia con: “L’impermanenza è bellezza. Esprime il sacrum facere, il darsi, che è nella natura”. Sto ancora cercando di capire bene il concetto di “sacrum facere” perché non sempre si arriva così profondamente, però posso per davvero dire che la pace ottenuta dalle meditazioni è qualcosa di molto prezioso nella mia giornata. Per questo ringrazio Selene.

  6. Ho conosciuto il libro delle meditazioni da qualche giorno tramite questo contest dedicato al Solstizio d’Inverno. Ringrazio dunque vivamente per l’opportunità. Non ho ancora acquistato il libro ma sto seguendo online le dirette della sciamana Selene Calloni Williams. Penso che acquisterò il libro per Natale.
    Vorrei comunque partecipare al contest accettando il regolamento.
    Per adesso la meditazione che sento più mia è la numero 27 che riporto integralmente:
    Titolo: “Grazie – Osserva l’oscurità del sottobosco e comprendi la sua importanza nell’armonia della bellezza. Sfrega i palmi delle mani tra loro e, quando li avrai ben scaldati, appoggiali a coppa sulle palpebre chiuse. Ascolta il passaggio di calore e di energia dalle mani agli occhi e ringrazia l’oscurità che percepisci. Bisbiglia la parola «grazie» e rappacificati con la tua ombra.”

    Una riflessione sulla meditazione: La parola grazie talvolta è difficile da dire, si è sempre chiusi nelle paranoie che ci perseguitano. Anche a lavoro non si dice più questa parola, sembra che tutto sia dovuto eppure ha una forza incredibile. Bisogna prima imparare a dirla a se stessi e devo ammettere che anche io per prima ho difficoltà nel farlo. Così ho attaccato sopra il mio comodino un semplice post-it con la scrita GRAZIE. Ed ogni mattina la recito, ho anche aggiunto le indicazioni del libro di Selene Calloni Williams e posso dire di sentire maggiore energia.
    Dunque grazie per questo contest!

  7. Partecipo con una poesia sulla meditazione e sul sentire personale
    Sez. A Accetto il regolamento

    Sulle cime innevate medito.

    Le parole non sgorgano come acqua
    fresca di sorgente
    …nei pensieri girovaghi e scalpitanti.
    Un guizzo pretenzioso
    giunge all’anima di soppiatto e
    il foglio bianco è già vergato
    da lacrime, sorrisi… vita
    che m’avvolge.
    E tu poesia, a volte troppo piena
    a volte scarna
    m’involi come una crisalide, fragile
    dapprima, poi generosa e forte
    a dondolare tra cime spaventate
    da temporali urgenti al generare
    nuovi fiati.
    E la mia primavera tace l’attesa
    d’esplodere sotto vergini virgulti
    a tremare tra le mie dita avide
    di ciclica rinascita
    di me… e del mondo.
    Medito.
    Pian piano m’avvio nel miraggio
    dei miei occhi, custodi della mia poesia
    che sollievo non ripara.
    Mi protendo alle cime innevate
    a questo gelo che purifica il sacrificio
    nel cercare, scavare, vedere sotto
    coltri che non s’aprono a facile
    intenzione.
    Eppure racchiudono la metafora della vita
    il mio avvicinarmi a un dio
    che ignora il mio spasimo d’aggrapparmi
    a una dimensione onirica
    oltre queste assurde divagazioni
    d’uno spirito in pena, che pur freme
    a un passaggio di fredde e sparute
    sembianze umane, nel divenire altro
    da misere fronde in balia di sconnesse
    incarnazioni
    sul crinale di una montagna
    irraggiungibile.

  8. Sezione A, accetto il regolamento

    Oggi su IG ho visto la meditazione 230 sul fuoco in una diretta di Selene.
    La meditazione recita così Il mio cibo sazia perfettamente la mia fame di vedere, di sentire, di odorare, di masticare, di gustare, di riempire, di assimilare.
    Ho riflettuto tutta la giornata su queste parole connesse al cibo, ho pensato anche alla reazione del cibo con il fuoco e ho scritto una poesia, qualche verso, poche parole che vorrei condividere con i lettori del contest.

    Fuoco

    Protegge dal freddo e ci
    occupa i sogni
    il fuoco ondoso dei fasti
    il fuoco del ricordo.
    Vedere è assimilare il rosso.
    La fiamma scorre senza luce.
    Siamo noi che tocchiamo il calore
    e manifestiamo comprensione.
    Qual è il nostro cibo quotidiano?
    Recitiamo in ogni parte del mondo.
    Chi ha e chi non ha.
    Il fuoco però sempre vivo
    garantisce la presenza dell’eterno.

  9. Fruscio d’ali – Partecipo con una poesia – Accetto il regolamento

    Io ti amavo.
    Forse ti amo ancora.
    La luce che si scioglieva sulle tue labbra
    quando al mattino i tuoi occhi
    splendevano come due piccole stelle
    sopravvissute alla notte,
    era una luce d’addio.
    Ché a volte l’amore ha bisogno di nuovi giardini,
    dove piantare nuovi alberi.
    M’insegnasti che una casa non basta,
    e che sognare non è soltanto immaginare.
    “Per sognare ci vogliono due braccia e due gambe,
    e spesso anche un paio d’ali” dicesti,
    alla bianca ombra dello schino.
    E talvolta, per non piangere sulle macerie
    inevitabili della vita,
    chiudevi gli occhi e ascoltavi
    i ruscelli della tua anima scorrere piano
    per non tradire il tuo cuore ferito.
    Ti piaceva danzare,
    forse perché sapevi che fermarsi è un po’ morire,
    e poi, in fondo, quando eri sola
    la tua anima amava abbandonarsi a un vento zigano
    e lasciarsi trasportare come una spora
    a fecondare i campi del silenzio.
    Faccio fatica a ricordare i tuoi lineamenti.
    Probabilmente non sono più come un tempo.
    Quando stavi con me
    quasi mai sembravi la stessa:
    il tuo incedere aveva la grazia di un rigagnolo
    e il tuo sguardo partoriva farfalle dalle mille piccole ali.
    Eri una duna del deserto plasmata
    dagli angeli del vento.

      1. Andrea scusami ho visto solo adesso il tuo commento… ti ringrazio con tutto il cuore ❤️

  10. In comunione con il Creato – Partecipo con un racconto – Accetto il regolamento

    Sophie si addormentò sulla zattera,
    a pochi metri dalla riva,
    cullata dalle onde.
    A parte noi due, la spiaggia era deserta.
    Non ero a conoscenza del fatto
    che Sophie non sapesse nuotare,
    quando si svegliò era troppo lontana dalla spiaggia,
    dal canto mio pensavo fosse tutto a posto
    ed ero sul punto di addormentarmi anche io
    sdraiato sulla sabbia.
    Il mio dormiveglia durò poco,
    udii le sue grida e mi tuffai immediatamente in mare.
    La corrente era molto forte
    ma raggiunsi ugualmente la zattera.
    Da quel momento in poi,
    le acque, inesorabilmente, ci spinsero sempre più a largo,
    se avessi tentato di riportare Sophie a terra
    avremmo perso la vita entrambi.
    Non c’era modo di contrastare la forza del mare.

    Sophie mi guardò con gli occhi di una bambina,
    aveva il mento poggiato sulle ginocchia,
    le gambe strette fra le braccia.
    Rimanemmo in silenzio per due ore circa,
    mentre il sole cominciava a tramontare lentamente,
    quasi delibando la nostra paura.
    Abbuiò e Sophie senza dire niente si avvicinò,
    scoppiò a piangere e si “accartocciò”
    sul mio petto, tra le mie braccia.
    “Sono un poeta e ho sempre sognato il mare,
    ma non così Sophie, non così”.
    La ragazza rimase avvolta in un silenzio inquieto.
    “Non ti lascerò morire piccola mia,
    te lo prometto”.

    Passarono sette notti e sette giorni,
    senza che accadesse nulla.
    La fame era più vasta del mare.
    Una sensazione terribile attanagliava lo stomaco.
    Eravamo deboli. Sempre più deboli.
    Ci prendemmo per mano,
    attendendo la morte.
    L’ottavo giorno la luce accarezzava l’acqua
    come la mano di un angelo,
    un tappeto luminoso si estendeva per chilometri,
    il cielo specchiante stava per accoglierci
    con lievità, dolcemente,
    gli occhi di Sophie, arrossati dal salino, asciutti,
    imploravano quella distesa cerulea
    di porre fine allo strazio.
    Lo stridio di qualche sparuto gabbiano,
    appariva querulo,
    stonava con tutta quella bellezza,
    queruli erano anche i nostri cuori che quasi tacevano.
    Timidi zefiri, come spifferi
    attraverso vecchie finestre di legno, i nostri respiri,
    oramai languidi,
    eppure quella bellezza, quel chiareggiare
    della luna nelle notti interminabili,
    del sole ottobrino che trapungeva il mare di mille efelidi
    nel tardo pomeriggio
    possedeva un quid ineffabile.
    Qualcosa iniziò a mutare.
    Non avvertivamo più né la sete né la fame,
    ma soltanto un senso di comunione con l’intero Creato.
    In mare, la spinta idrostatica è più forte della gravità,
    improvvisamente divenne accessibile
    l’esperienza della Grazia.
    Un silenzio infinito pacificò il corpo e il cuore.
    La zattera beccheggiava dolcemente,
    sulle acque che danzavano.
    L’eterna lotta della vita si era dissolta,
    come una statua di sabbia travolta dalle onde,
    era cessata persino la cessazione
    di ogni forma d’ambizione sociale.
    Quando tornammo a guardarci ci innamorammo.
    Perdutamente.
    Ma tutta quella beatitudine non ci permetteva di parlare.
    “Bene non seppi,
    fuori del prodigio che schiude la divina indifferenza”.
    Bisbigliavo questi versi del Poeta.
    Sophie mi sorrise.
    Il mio cuore, in quel momento, non era in grado
    di distinguere fra la ragazza e l’immensurabile vastezza
    che mi circondava.

    Il nono giorno avvistammo terra.
    Le bandiere francesi garrivano al vento.
    La sabbia sotto i piedi era tiepida,
    refoli sospiravano i capelli di Sophie.
    Qualcosa di ineffabile vibrava alla frequenza di quegli azzurri,
    di quelle efelidi che trapunsero i pomeriggi
    dispersi in mare.
    La nostra luna di miele era finita.
    Benché echeggiasse ovunque intorno a noi
    e talora tornava a rapirci.
    Osservavo il pontile con occhi diversi,
    adesso sapevo che dopo la materia solida c’era la materia fluida,
    e dopo la materia fluida c’era il paradiso.
    Il male di vivere se n’era andato per sempre.
    Quella sensazione di partecipazione al Mistero del Creato,
    svanì nel giro di poche ore,
    ma ve n’era ancora traccia negli occhi della ragazza.
    Ve n’era una traccia infinita
    in tutta la vita che restava da vivere.

      1. Grazie Lara! Ti ringrazio con tutto il mio cuore…

  11. Ultimo desiderio infranto

    Non saprai mai chi sono,
    ne’ le rinunce che mi hanno
    scavata.
    Le sofferenze mi inseguono da anni,
    ferite che lacerano il cuore,
    vuoto che mi accoglie ogni
    giorno.
    Quante lacrime versate
    sulla mia strada.
    La mancanza di speranza,
    dopo aver visto cadere i
    miei sogni, uno ad uno.
    Nessuno ha mai compreso
    la mia anima.
    Ultimo desiderio infranto.

    accetto il regolamento

  12. “Pioggia di note”. ( Diego Civita)
    La livrea dell’ anima,
    sale
    tra labirinti di cuore
    asciugati al sole
    e bagnati poi da pioggie di note
    al confine del tempo
    nello spazio del viaggio più grande,
    lì…,
    si sentirà
    ancora il rieco:
    “d’ una pioggia di note”. Sez. A( accetto il regolamento).

  13. Sotto vostro inviito ho deciso di dare uno sguardo all’operato di questa autrice di cui ho trovato molto materiale sui social. Io non seguo molti personaggi pubblici ma continuerò ad ascoltare le dirette che ho trovato interessanti.
    La meditazione è una pratiica che uso quotidianamente, sono vicina alle indagini proposte dall’autrice perché buddhista da oltre dieci anni.
    Per questo partecipo con entusiasmo al contest con una mia poesia sulla meditazione.

    Albero

    Che sia crescita il nostro sguardo
    istante di bellezza costante
    come la liana che leggera sale
    così l’anima percorre la via
    Che sia crescita la nostra parola
    ricordo inebriante
    come la foglia che luccica
    così l’anima si espande
    Che sia crescita il nostro incedere
    pensiero luminoso
    come il ramo che si tende
    così l’anima sorride
    Che sia crescita il nostro tatto
    riverbero esteso
    come il tronco possente
    così l’anima parla.

    accetto il regolamentoo

  14. Sezione Meditazione

    Siediti con cura cercando la posizione del loto (va bene anche il semi loto).
    Osserva la tua immagine in uno specchio.
    Pensa a qualcosa del tuo passato che ancora ti tiene ancorato, un evento che ritieni ingiusto.
    Prova a trascendere ciò che vedono i tuoi occhi andando oltre e scavando nel profondo ti accorgerai che sempre più i contorni svaniscono e che gli occhi riflessi ti osservano in modo diverso.
    Prova a toccare l’immagine con la tua mano destrfa.
    Percepisci ogni sensazione che questa azione ti provoca, assimila l’emozione.
    Abbraccia il ricordo che ancora oggi ti fa soffrire e parla con la tua immagine.
    Sentirai quel ricordo sempre più leggero perché sarà la tua immagine a prenderlo come peso.
    Prova ogni giorno allo stesso orario.

  15. Accetto il regolamento
    Dalla meditazione Hari om

    Hari om
    lasciar fluire tutto quello che deve,
    non frapporsi più fra l’anima e il pensiero del mondo,
    lasciar andare il predatore e i suoi divieti;

    hari om
    ho visto la mia vita andare in pezzi,
    mi sono vista come una bambola rotta
    e poi piegata come i Cristi nelle chiese;

    hari om,
    ho dato amore a chi voleva la mia carne
    per farne specchio del suo vuoto,
    ho pianto tra le nevi,
    tra ghiacciai metropolitani,
    in fuga dal dolore e in cerca della felicità;

    hari om
    ora abbraccio l’anima, così com’è,
    l’odio per chi non ha risposto al mio amore,
    Cassandra mille volte ignorata
    e Medea che assapora la vendetta
    sul trono di una solitaria vittoria…

    Hari om,
    con tutto l’odio, la rabbia, il desiderio di essere
    sola nella foresta, tra le ancelle di Diana che non
    rispondono a nulla se non al richiamo del vento,
    vergini perchè libere, fatte da sè, plasmate dalla terra,
    sorelle delle fiere, tracotanti, selvagge, libere,
    compagne degli spiriti e cacciatrici indomite.

    Hari om,
    contemplando le volte in cui mi sono tradita,
    in cui ho svenduto la dignità e piegato la schiena
    per briciole d’amore richieste ai mendicanti;

    hari om
    sulle illusioni, sull’auto espiazione, sugli abusi
    messi a tacere nel buon senso, perchè, così
    dicono, il tutto è superiore alla parte;

    hari om
    e mi vedo rinascere: mio lo spirito, mie le mani,
    queste mani che non ho mai guardato abbastanza,
    abituata a prostituirmi tra la folla ignara.

    Hari om
    sulla mia incapacità di lasciar andare, sul tarlo
    che rode e torna, rode e torna…
    …Sui serpenti di Medusa che non smettono
    di sibilare le loro verità al veleno
    dal vassoio di finto argento del mondo.

    Hari om,
    per l’incantesimo di un fiore che mi strugge,
    per gli occhi del mio cane che sono l’estasi
    mai provata nelle chiese,

    hari om,
    sono io, sono io, sono io

    già perfetta,
    imperfetta,

    Hari om.

  16. Quando ho letto la meditazione 231 del libro di Selene Calloni Williams ho percepito una pace assoluta.
    Riporto il mantra indicato nell’incipit: “Accolgo la mancanza come una dea capace di mostrarmi ciò che non è visibile agli occhi”
    La mancanza che sentivo era molto angosciante nelle mie giornate, avvetrtivo costante pesantezza non solo nella mente ma nanche nel corpo.
    Pensare ad una dea mi ha portato ad alleggerirmi pian piano. L’idea di poter vedere ciò che non c’era pensando alla mancanza di un caro (nel mio caso di mia madre) ha creato in me un benessere completo.
    La parte successiva della meditazione di Selene mi ha fatto pensare alla concezione dell’Inferno per noi cattolici ma anche alla possibilità di modificare i termini che inseriamo per sentito dire nelle lingua parlata. Qieste riflessioni mi han dato la forza di iniziare a scrivere la sera, a tenere un diario, vedere che poi anche Selene ne ha pubblicato uno cioè Diario di una sciamana mi ha fatto entrare ancora di più nella voglia di scrittura.
    Non è facile aprirsi con gli altri ed anche con se stessi è una vera impresa ma nei momenti di grande assenza bisogna trovare il coraggio di sedersi e scrivere, guidati dalla dea interiore.
    Mi farà piacere continuare a leggere le altre partecipazioni di questo contest ed auguro a ttti i partecipanti di divetirsi in ogni respiro che si fa.

    1. Ciao Lucia che bel pensiero hai espresso. Io ho scelto la numero 27, ma oggi riprendo in mano la tua 231. Grazie.

      1. Io ho scelto la meditazione 266! NOn pensavo si potessero commentare le partecipazioni degli altri, questo mi interessa molto, diventa interattivo, energicamente più forte. Annalisa e Lucia se ne avete il piacere leggete anche la mia poesia!

  17. Nel silenzio
    Nel silenzio si posa il respiro,
    un’onda lenta che accarezza il cuore.
    Chiudo gli occhi
    dentro nasce un sussurro,
    leggero, vero.
    Ogni pensiero si fa acqua,
    riflette il cielo che è dentro me.
    Ascolto il battito
    sento le radici
    e scopro che la pace è già qui.
    La quiete avvolge il cuore
    Il respiro un ponte,
    tra il dentro e il fuori la pace scorre
    avvolgendo ogni pensiero
    in un abbraccio senza tempo.

    sez. a accetto il regolamento

  18. Accetto il regolamento

    Luci

    Non vedevo oltre
    la mano del cielo
    graziosa
    e tenue
    Eravamo noi
    Eri tu
    Ero io
    nella luce
    qualcosa di grande ci aspettava
    eravamo noi
    nella luce

  19. Quel che resta – accetto il regolamento, sez. a

    Quel che resta sono pagine bruciate di parole mai pronunciate
    Quel che resta sono pietre al sole mai lanciate
    Quel che resta sono parole corrose dal rancore di uno sguardo
    Quel che resta sono lacrime di piacere miste a dolore
    Quel che resta sono impressioni di settembre in volti di novembre
    Quel che resta sono emozioni sensibili di polvere
    Quel che resta sono case disabitate in paesi devastati
    Quel che resta sono distanze incolmabili
    Quel che resta sono difficoltà dalla mattina alla sera
    Quel che resta sono baci al sapore di cannella
    Quel che resta sono immagini confuse di alberi
    Quel che resta sono due mani che si cercano.

  20. Accetto il seguente regolamento

    Le mie lacrime non sono mie

    Quel giorno di settembre
    le mie lacrime non furono mie
    esaltavano la risposta alla domanda
    c’è ancora un domani?
    Quel giorno di agosto
    le mie lacrime non furono mie
    rispondevano alla domanda
    ci sarà ancora settembre?
    Oggi le mie lacrime non sono mie
    mi ricordano di agosto e settembre
    delle domande che mi ponevo
    delle risposte che non ho mai ricevuto
    Ed ancora una luce arriva il mattino
    a decretare il domani
    ed ancora il buio arriva alla sera
    a decretare il domani
    ed ancora le mie lacrime non sono mie.

  21. Recentemente ho sentito una diretta su una meditazione sul fuoco ma non ricordo il numero nel libro. Era una meditazione sul terzo chakra che mi ha dato molto da pensare. La sera ho scritto qualche verso improvvisandomi poetessa. Ringrazio per l’opportunità e per la lettura di chiunque.
    Accetto il regolamento di questo contest.

    Titolo: Chakra
    Un lampo nella notte
    dal cielo l’oscurità diventa luce
    qualcosa anche nella mente appaga
    sensi e visioni
    Fuoco millenario
    che ci attraversa e
    ci colma di gioia.
    Aprire il chakra è per noi
    simbolo di pienezza
    Vedere il verde nel verdo
    il giallo nel giallo
    il rosso nel rosso.
    Fuoco nel fuoco
    e meditando si
    implora l’assoluto.

    1. Lara, mi è piaciuta moltissimo! Grazie!
      Io ho scelto la meditazione 266, la trovi poco sopra, se hai tempo leggila, mi farebbe piacere!

  22. Una scheggia di luce in tasca

    Chi guarderà le stelle
    quando il cielo si chiude
    e la notte s’appoggia sulle spalle
    come un mantello troppo grande?
    Chi avrà la voce ferma
    per vedere che la riva esiste
    anche se il mare non la vuole mostrare?
    Chi imparerà a trattenere il fiato
    davanti a un quadro, a un volto, a un ricordo
    fino ad avere i brividi sulla pelle.
    Forse te stesso in un giorno di coraggio.
    So che oltre il torto e la ragione
    ci sono persone
    che sanno cercare
    che fanno scorrere
    il sangue delle emozioni.
    C’è chi nasce da un abbraccio sbagliato
    chi da una promessa sbiadita
    chi da un inverno che non finirà mai
    eppure va avanti,
    con la sua scheggia di luce in tasca
    piccola, ostinata, indistruttibile.

    Raffaele Di Palma, accetto il regolamento

  23. Una scheggia di luce in tasca

    La sera era scesa piano, come neve calda, ma ad Artur sembrava sempre troppo veloce. Quando il cielo si chiudeva così, con quel grigio pesante che cancellava i confini delle cose, lui si sentiva come un punto perso sulla carta. Le stelle non si vedevano da giorni. Forse non c’erano più, pensava. O forse nessuno aveva abbastanza coraggio per guardarle davvero.
    Camminava lungo la scogliera con le mani nelle tasche, come se potesse proteggere qualcosa. E in effetti qualcosa proteggeva: una piccola pietra di vetro trovata anni prima, trasparente e tagliata male, che sotto la luce del sole sapeva accendersi come un frammento di aurora. L’aveva raccolta in un inverno che sembrava non voler finire, in uno di quei giorni in cui aveva creduto di non farcela. Quella pietra era diventata la sua scheggia di luce. Un oggetto minuscolo, certo, ma ostinato come lui.
    Davanti alla linea dell’orizzonte, il mare respirava a fatica. Le onde salivano lente e poi si frangevano senza entusiasmo, quasi infastidite dal proprio movimento. Non c’era riva per il mare, non quella sera. Eppure Artur la immaginava. Manteneva ferma la voce dentro di sé, la parte che non tremava mai, e le sussurrava: Sono qui. Anche se non ti vedo, sei qui.
    Da bambino gli avevano insegnato a trattenere il fiato davanti alle cose belle, come se il respiro potesse rovinarle. A otto anni aveva fatto il suo primo tentativo davanti a un quadro: tre seconde d’aria. A dodici anni aveva trattenuto il fiato davanti al volto di una ragazzina dai capelli rossi: cinque secondi. A venti aveva trattenuto il fiato davanti a un ricordo che era tornato all’improvviso, pungente come un graffio sul cuore: dieci secondi. Ogni volta era come immergersi sott’acqua, aspettare i brividi e poi riemergere un po’ diverso.
    Quella sera, però, non c’era un quadro. Non c’era un volto. C’era solo il mare che si fingeva infinito. E c’era lui, che si chiedeva se sarebbe mai riuscito a guardare oltre la paura.
    Fu allora che vide la piccola figura in fondo al sentiero: una donna avvolta in un cappotto troppo grande, lo stesso mantello invisibile che la notte aveva posato sulle sue spalle. Sembrava fragile come una promessa dimenticata. O forse come un abbraccio sbagliato che però aveva deciso di camminare lo stesso.
    Lei si fermò accanto a lui senza dire nulla.
    — Hai perso qualcosa? — chiese Artur, più per rompere il silenzio che per sapere davvero.
    La donna scosse la testa. — No. Sto cercando. — Lo disse con una calma che gli attraversò il petto come una corrente tiepida.
    — Cercando cosa?
    Lei puntò gli occhi verso il mare: — La riva. A volte non si vede. Ma c’è. Bisogna solo avere la voce ferma per crederlo.
    Artur sorrise senza volerlo. Quella frase lo aveva colpito come un’onda che ricade sulle caviglie e poi ti trascina a riva.
    Senza pensarci infilò una mano in tasca e le mostrò la pietra. Si accese appena, come un occhio che si spalanca al buio.
    — Questa… mi aiuta. È piccola, ma non si spezza.
    Lei la guardò come si guarda un segreto che già si conosce. — Allora non sei solo.
    Rimasero lì, fermi, mentre il vento si faceva più leggero. Forse il cielo non si sarebbe aperto quella notte. Forse le stelle avrebbero preferito restare nascoste. Ma entrambi, senza dirselo, impararono a trattenere il fiato davanti a quel momento semplice e necessario.
    Dopo un po’, la donna indicò l’orizzonte. — Guarda, — mormorò. — Il mare si è spostato appena. La riva sta tornando.
    Artur guardò. E vide un sottile filo chiaro, una linea che non c’era un istante prima. Forse era solo un’illusione. Forse era una promessa che il mondo faceva quando nessuno lo pretendeva.
    Però c’era.
    E mentre la notte si stringeva meno forte, lui si accorse che la sua scheggia di luce brillava più del solito. Non perché fosse più grande, ma perché per la prima volta l’aveva condivisa.

    Raffaele Di Palma, accetto il regolamento

  24. Titolo poesia Meditazione

    Meditare che cosa significa?
    Significa guardare nel bosco
    e trovare l’anima
    delle cose naturali
    in armonia con il cosmo.
    È l’azzurro del cielo che gioca nella luce
    degli specchi del creato
    Dio visivo che filma e dirige.
    Meditare è perdere il passato
    perdere il presente
    perdere il futuro
    L’adesso che ci vive
    Io che vivo l’adesso che scrivo questa poesia.

    accetto il regolamento

  25. Accetto sezioni A
    Iris
    Sono nata fiore e ferita,
    con la pelle la luce e ombra
    dove l’alba si confonde
    con ciò che resta del buio.
    Tu mi hai vista senza chiedermi forma.
    Ed io, per la prima volta,
    non ho dovuto spiegarmi.
    Eravamo due eppure interi.
    Due occhi che non si contendono il cielo,
    ma due cuori come ali nel vento.
    E ho capito che essere vista
    non è essere posseduta,
    che la vera bellezza sta tutta
    in quello spazio condiviso.
    Alice Silvia Morelli

  26. corpo libero – meditazione 210 – racconto semipoetico di una guarigione

    elisa. alcuni avevano preso a chiamarla margherita.
    In effetti era il suo nome, ma lei lo aveva scoperto solo di recente.
    elisa margherita.
    Sì, lei era un fiore, avvolto da un nome.
    Ma non lo aveva mai saputo.
    Era un fiore spezzato, spogliato, sottratto petalo per petalo da se stesso:
    “m’ama, non m’ama m’ama non m’ama…” tanto da non riconoscere più la sua bellezza.

    Quella bellezza che mai aveva visto dentro di sè.
    Quella bellezza che l’essere umano si dimentica di avere.
    Quella bellezza che è appartenenza all’universo.

    elisa un giorno aveva smesso di mangiare. 
    Aveva deciso di dover essere diversa da ciò che era.
    Quel fisico che entrava nella più dirompente femminilità, si era improvvisamente bloccato: dall’interno. Aveva iniziato a mangiare sempre di meno, per gioco, quasi per caso, finchè il baratro l’aveva presa ed era scomparsa, trascinata in un pozzo da cui sembrava impossibile risalire.
    La sua anima e il suo corpo si erano ammalati del dolore del non sentirsi amati.
    Non sentirsi abbastanza.
    Non sentirsi adeguati.

    Così elisa margherita era morta un po’. Sicuramente era scomparsa margherita.

    Durò a lungo questa prigionia.
    Rimase nel buio, per tanti anni, con l’umiliazione di sentirsi ancora più brutta. Ancora più inadeguata, ancora più fuori da se stessa.

    Ma sparire è come avere il dono dell’invisibilità: se sai cosa vuol dire non essere visti, puoi imparare a muoverti con più leggerezza del mondo. elisa allora scoprì che proprio nell’ombra si nascondeva il suo più grande potere: l’essere margherita.

    “Corpo libero, corpo libero, corpo libero”

    Elisa oggi è di nuovo un fiore, che sboccia molte volte a primavera.
    Elisa è Margherita: ed ora, lo sa bene, sa di esserlo sempre stato.

    Elisa Margherita Rossi – corpo libero
    (Dichiaro di accettare il regolamento)

    1. Elisa mi è piaciuta molto la tua poesia, quel gioco tra Elisa e Margherita è molto bello. Ora rileggo la meditazione che hai scelto tu!
      Io ho scelto la meditazione 266, la trovi poco sopra, se hai tempo leggila, mi farebbe piacere!

  27. “Non esiste nè l’incontrarsi nè il separarsi. Esiste solo il puro piacere dello spazio dinamico. Siamo insieme da sempre e per sempre in tutti i mondi” -racconto semipoetico di un re-incontrarsi

    Io che sto sul marciapiede senza parole, con tutta la mia famiglia intorno
    C’è un bel sole, sia sta bene, è giugno
    Non riesco a vedere mio padre mentre muore
    Non riesco a capire, a farmi entrare questo concetto in testa
    Non riesco a razionalizzare, ho paura di esagerare nel dire “sta per morire”
    Nego tutto
    Nego
    Dormo con un occhio aperto, il telefono attaccato, sono sul divano
    La casa andrebbe proprio messa in ordine
    Io non so come vestirmi
    Penso a cose che non c’entrano niente con la vita
    E neppure con la morte
    Penso ai soldi che non guadagnerò
    E intanto mio padre sta morendo

    Io che sto sul marciapiede senza parole, con tutta la mia famiglia intorno
    C’è un bel sole, sia sta bene, è giugno
    Non riesco a vedere mio padre mentre muore
    Ho immaginato la sua morte molte volte
    Ma non era mai vera in realtà
    Sarà un lungo percorso, ma lui si sveglierà
    Avremo modo di dirci tutto, profondamente
    Certo, ci saranno ancora cose che mi faranno arrabbiare di lui
    Il suo cagnolino lo aspetterà e gli farà l’abbaio di benvenuto
    Rivedrò il suo sorriso triste
    Lo sguardo di ironia che a volte era di commiserazione chissà perché
    Rivedrò i casini che faceva con le password del telefono e almeno una volta ancora lo aiuterò a sbloccare il suo account per il pagamento online
    Riderò della paura che avevo avuto nel doverlo salutare senza parole, senza sguardi
    Riderò della mia piccolezza presente in questa paura
    La piccolezza di chi ha paura della morte
    Io ora non ho più paura della morte
    Perchè mio padre è vivo.

    “Non esiste nè l’incontrarsi nè il separarsi. Esiste solo il puro piacere dello spazio dinamico. Siamo insieme da sempre e per sempre in tutti i mondi”

    Elisa Margherita Rossi – dichiaro di accettare il regolamento

  28. Solstizio d’inverno

    Mi ricordo quando,
    al solstizio d’inverno,
    ballavamo sotto le stelle
    per propiziare il favore degli dei!
    Poi venne un uomo,
    il Figlio dell’unico vero Dio!
    Continuo a guardare il cielo sopra di me
    quando le stelle si incontrano a dicembre!
    Ma ora so chi pregare
    per le debolezze dell’umanità,
    e so chi ringraziare
    per la bellezza del mondo!

    Sezione Poesia- Accetto il Regolamento

  29. Lorena Silvia Sambruna
    Partecipo sezione A poesia accetto il regolamento.
    UN ALBERO LO SA
    Un albero lo sa,
    la tempesta non arriva, accade.
    È il cielo che misura la sua resistenza.
    Il vento attraversa i miei pensieri,
    nel petto un nido inquieto,
    radici posate dove il buio
    non ha nome.
    Allora ascolto,
    il dentro e il fuori
    si sfiorano,
    si confessano.
    Così mi riscopro
    intera,
    radice e fioritura che resistono
    alla propria tempesta.

  30. Sezione poesia,, acceto il regolamento

    Incarnazione

    Epoche che si vedono nella luce
    dei sogni e ancora il passato
    Ricordi delle epoche ci riguardano
    lucidella notte nel mio destino..
    L alba è tramonto
    io sola viaggio nei miei momenti di silenzio..
    L incarnazione è la meta dell anima
    per tutti
    anche per gli animali.
    Aiuta meditare su queste cose
    e io sempre la notte medito su cio che è accaduto
    nel giorno e nel passato.
    Viviamo tempi difficili
    serve aiuto per le persone in difficoltà.
    Angeli dal cielo ci guardano e ci proteggono.
    Sono incarnazioni delle anime.
    Io medito e vedo tutto.

  31. SE SON ROSE È UN PAKISTANO
    Era rincasato tardi il venerdì notte, lei già dormiva e lui reduce da una delle poche serate con gli amici, ritornato, si era schiantato sul letto, sotto gli effetti dell’alcool. Non usciva mai senza di lei, la vita negli ultimi dieci anni era cambiata molto, era passato dal far festa in maniera spensierata, single e felice di esserlo ad una relazione seria. L’aveva conosciuta per caso, si erano innamorati e dopo un po’ erano andati a vivere insieme. Si era buttato sul lavoro, avevano realizzato progetti, poi era venuta la casa, le promozioni al lavoro che gli facevano aumentare lo stress da prestazione. Ultimamente si sentiva come quando finisce settembre e ci si sente ancora in piena estate e poi in un battibaleno ci si trova con le temperature più rigide, la pioggia, il cambio dell’ora e ci si chiede come può essere possibile se poco prima era caldo e ci si abbronzava.
    Sentì lei che si alzava, scivolava fuori dal letto in silenzio per non svegliarlo. Sapeva che era tornato tardi, ma era iniziato il week end e non c’era motivo per svegliarlo presto dopo una serata balorda con gli amici.
    Teneva gli occhi chiusi, solo, nel letto sotto il piumino, godendosi quel magico momento che sarebbe terminato a breve ma che per il momento lo cullava ancora nel dormiveglia. Il suo cervello pensava agli ultimi dieci anni, era davvero felice? Non rimpiangeva la sua gioventù sbarazzina e senza responsabilità?
    In un certo senso si, ma Claudia era meravigliosa, gli aveva riempito la vita, lo aveva fatto crescere e insieme avevano fatto molta strada.
    Era davvero bella Claudia e soprattutto aveva una risata alla quale lui non avrebbe mai potuto rinunciare. Lei lo prendeva in giro per la sua gelosia, ma lui non era geloso, era solo cosciente che Claudia avesse molti spasimanti e pur essendo sicuro del suo amore ogni tanto gli si chiudeva la vena quando lei lo prendeva in giro e lo stuzzicava.
    Mentre pensava tutte queste cose si rendeva conto che della serata precedente non si ricordava niente, doveva essere stato davvero ubriaco, l’ultima cosa che ricordava era la succosa tagliata al sangue mangiata pasteggiando per scommessa con una mezza pinta di whisky single malt. Erano anni che non prendeva una sbronza del genere, non si ricordava nemmeno come era riuscito a tornare a casa.
    Di là in soggiorno Claudia aveva acceso la musica, dark side of the moon dei Pink Floyd faceva vibrare dolcemente la tavola imbandita per la colazione.
    “Amoreeeeee, sveglia! “ la voce squillante di Claudia lo riportò alla realtà.
    Si mise seduto sul letto e si alzò, la testa gli girava, barcollò e si trascinò verso la zona giorno. Dalla grande vetrata entrava un sole molesto per le sue pupille, strinse gli occhi, imitò i cinesi, conscio che lui comunque dopo qualche momento di adattamento li avrebbe riaperti mentre loro non avrebbero potuto farlo, e poi il suo sguardo si concentrò sulla macchia rossa che occupava lo spazio vicino al lavello.
    Messa a fuoco vide un mazzo di rose fitto, saranno state almeno una cinquantina.
    “Amore, che hai fatto ieri sera?” Chiese Claudia
    “Niente di che, siamo andati al solito posto, mi sa che ho bevuto, non mi ricordo nulla, neanche come sono tornato”
    “Ehh in effetti la tua macchina non c’è”
    “Come non c’è? E dov’è?”
    “Marco, sai che non mi oppongo mai se esci con gli amici, ma cazzo, almeno rimanere cosciente. Non avrai mica guidato ubriaco” lo rimproveró Claudia.
    “Macchè amore, sai benissimo che se bevo non guido, ma davvero non mi ricordo, ma poi che sono ste rose?”
    “Sarà stato qualche ammiratore che si rende conto che mi trascuri”, lo punzecchiò Claudia.
    “Guarda amore, non scherziamo, lo sai che gli ammiratori mi fanno girare le balle”
    “Prova a chiamare i tuoi amici, magari sanno ricostruire i tuoi ultimi movimenti e lasciami mettere i fiori dell’ammiratore in un vaso, che oggi inizia proprio male il week end”
    Guardò il suo riflesso sulla vetrata che dava sul giardino, era in mutande, maglietta bianca della sera prima, qualche macchiolina ipoteticamente di whisky sul petto, un odore acre di sudore.
    Si alzò alla ricerca del telefono. Niente, neanche il telefono riusciva a trovare.
    “Claudia, hai il numero di Paolo? Mi è sparito anche il telefono, non so che cazzo sia successo ieri sera”
    “Siete dei deficienti scappati di casa, come al solito, quarant’anni e vi piacerebbe ancora averne sedici. Tieni il mio cellulare e vedi di trovare una soluzione”.
    Marco prese il telefono e compose il numero di Paolo, in realtà si sentiva in colpa ed era pure preoccupato. L’auto per di più era aziendale e avrebbe dovuto giustificare di essere stato un coglione.
    “Ehi Paolo, sono io, ma che cazzo abbiamo fatto ieri sera? Io non mi ricordo neanche come sono tornato a casa, non ho la macchina parcheggiata qui e mi manca anche il cellulare”.
    “Parla piano Marco, ho un mal di testa che non ti dico, vaffanculo te e l’idea di Stefano di pasteggiare con il whisky, a me in più il whisky fa cagare. Non so come sia andata a finire, io ho preso un taxi, il tassista mi ha appoggiato alla porta di casa e mi ha messo le chiavi in mano, ci ho messo dieci minuti ad aprire. Lo senti questo rumore? Romina apposta si è svegliata alle sette e ha acceso l’aspirapolvere, ho già i miei problemi.”
    “Ehh scusa ma davvero non so dove siano la macchina e il telefono, in più qualcuno ha mandato un mazzo di rose rosse a Claudia, non le faccio una piazzata solo perché ho la coda di paglia”.
    “Vabbè, senti Stefano, fatti portare da Claudia al ristorante, magari hai preso un taxi ieri sera”
    “Grazie ti faccio sapere”
    Guardò la rubrica del telefono di Claudia ma lei non aveva il numero di Stefano. Doveva fare come aveva detto Paolo.
    “Amore, puoi portarmi al ristorante? Speriamo che la macchina sia lì” disse ad alta voce dalla camera Marco.
    Una volta tornato in zona giorno vide il mazzo di rose nel vaso preferito di Claudia in centro al tavolo da pranzo.
    Si stizzì ancora di più e pensò che una volta trovata la macchina avrebbe ritirato fuori l’argomento.
    Claudia era già pronta, sicuramente non era felice di come stava iniziando il fine settimana, gli stava tenendo il muso e lui sapeva che lo stava facendo sentire in colpa di proposito.
    Il tragitto fino al ristorante fu affogato in un silenzio che non presagiva niente di buono.
    Al ristorante la macchina non c’era, il locale era ancora chiuso, il parcheggio deserto.
    “E adesso?” Gli chiese Claudia.
    “E che ne so io? Forse è meglio se chiamo i carabinieri e denuncio il fatto che non ho la macchina che possono avermela rubata”
    “Tieni, digli pure che ti manca anche il telefono e che questo qui è il mio, che io non centro niente.”
    Sceso dall’auto Marco chiamò il numero dei carabinieri, spiegò che non sapeva dove fosse la sua auto, diede numero di targa modello e colore e disse che sarebbe andato a fare denuncia il prima possibile.
    Provò a ripensare alla serata precedente e niente, non gli veniva in mente nulla.
    Allora provò a chiamare il suo cellulare, squillava, dopo una decina di squilli rispose una voce roca, era Stefano.
    “Stefano, cazzo non mi ricordo niente di ieri sera, ma come fai ad avere il mio cellulare?”
    “Che ne so, lo avrò preso pensando che fosse il mio, ci ho messo un pò a capire che stava suonando.”
    “Sì vabbè ma tu come sei tornato a casa? Cos’ho fatto ieri sera? Non trovo più la macchina, sono al ristorante e il parcheggio è vuoto. Ti ricordi come sono tornato a casa?”
    “Sei partito di corsa, ti ho visto che correvi lungo la strada, volevo chiedere al tassista che mi ha accompagnato, di fermarsi per darti un passaggio, ma non ce l’ho fatta, non mi uscivano le parole di bocca”.
    “Sì vabbè ma la mia macchina? Cristo, qui in parcheggio non c’è!”
    “Ovvio, non avevi parcheggiato lì, ma non ti ricordi che era tutto pieno ed hai parcheggiato nella stradina laterale vicino al parco?”
    “Cazzo cazzo è vero, grazie Stefano, poi passo a prendermi il telefono”
    Si mise a correre verso la macchina di Claudia e una volta spiegatole tutto, si diressero verso la stradina vicino al parco. L’auto era lì, ma c’era qualcuno dentro.
    “Chi sei? Cosa fai nella mia macchina?” Urlò Marco.
    “Calmo Stai calmo amico, ieri sera tu sei andato via correndo, io no sapere dove tu andare, tu avere chiesto a me tutte mie rose, tu avere pagato me duecento euri, tu brava persona ma molto ubriaco, scappato via nella notte con mie rose. Tua macchina aperta, chiavi su, io dormito qui per aspettare te, no volere che tua macchina fosse rubata di ladri!” Così Abdul, pachistano venditore di rose aveva dipanato due dei grossi dilemmi del week end di Marco, dove fosse l’auto e cosa avesse fatto la sera prima ma soprattutto, da dove cazzo arrivavano quelle rose che si ritrovava a casa sul tavolo da pranzo.
    “Scusami Abdul, davvero scusami, è che non ricordavo nulla, ma com’è che sono scappato correndo con le rose in mano?”
    “Tu urlare Claudia Claudia scusa che sono coglione”
    A questa risposta di Abdul, Claudia stava ridendo talmente forte che aveva le lacrime agli occhi.
    “Vabbè scusalo Abdul, grazie per avergli dormito in macchina, ora abbiamo capito molte più cose, buona giornata e grazie per le rose” disse Claudia al Pachistano.
    “Ciao signor, grazie per tuo acquisto, ora vado a casa da moglie, lei pensa che io uscito con amici”
    Il parallelismo dell’uscita con amici tra Marco e Abdul fece ridere pure Marco.
    “Vabbè amore è andata, ora prendo la macchina e vado da Stefano a riprendermi il telefono, ci vediamo a casa”
    “Ti aspetto a casa, devo ancora ringraziarti per le rose…” disse Claudia in maniera voluttuosa, facendo traspirare un’ imminente rappacificazione con Marco.
    Marco salì in auto, con calma mise in moto e si diresse verso casa di Stefano. Al primo semaforo sentì delle sirene suonare, poi vide le luci, poi ricordò la telefonata ai carabinieri…
    “Porca puttana!” Fece solo in tempo a dire mentre pensava al bellissimo modo di fare pace che aveva in mente Claudia e che invece lui avrebbe dovuto rinviare fino alla fine delle spiegazioni alle forze dell’ordine che lo avevano appena fermato.

    – accetto il regolamento

  32. IL SOLE

    Oggi il sole e’ andato via
    e mi afferra la malinconia,
    il cielo grigio mi fa sentire male
    e non posso neanche respirare,
    tutto il mio corpo e’ pieno di dolori,
    non vedo piu’ il mondo e i suoi colori,
    Sono colma di tristezza,
    chiudo gli occhi e dormo
    e cosi’ trovo un po’ la salvezza.
    Il sole e’ la gioia del cuore,
    lo riempie d’amore
    col suo meraviglioso splendore.
    Oh sole mio vieni su di me,
    dammi il tuo dolce calore
    per dimenticare tutti i miei dolori.

    26 – 9 – 2025

    Giovanna Li Volti Guzzardi – accetto il regolamento

  33. Accetto il regolamento, Annalisa Mancini

    Anima
    Anima mia
    perduta fra le genti in città sconosciute
    che piangi stasera?
    Di che mi parli?
    Anima mia
    guarda il cielo e loda le stelle
    tanto sono belle
    tanto sono nostre
    Anima mia
    che noi siamo frammenti
    di quel ricordo che fu generato
    dalla potenza primigenia.
    Anima mia
    nel tempo che non è tempo
    nello spazio che non è spazio
    ancora tutti giriamo e giriamo
    che amanti del balletto russo.
    Anima mia
    un solo istante ancora
    e poi il respiro ci sarà
    restituito.
    Anima mia
    Anima mia
    Anima mia

  34. Accetto il regolamento

    NATALE 2025

    Nell’indifferenza più generale,
    in mezzo a noi, il Messia si palesa,
    tra regali ordinati al terminale,
    e sfreccianti carrelli della spesa.

    Ma che ci si aspetta mai dal Natale?
    Come fanciulli, una qualche sorpresa?
    Sarà poi un giorno così speciale,
    se ciò che più conta in fondo è l’attesa?

    E se fosse questo il significato?
    la famiglia unita, il pranzo e la neve?
    Sarebbe un Natale pieno di gioia.

    Invece chi dagli altri è emarginato?
    Stento d’affetti e con il cuore greve,
    lo vivrebbe come una paranoia…

  35. “Se potessi”

    Se potessi percorere il contorno
    del tuo viso con le dita,
    mi soffermerei
    su ogni incavo, su ogni tua imperfetta convessità.
    Sopra i tuoi occhi neri, velati
    nostalgicamente tristi mi soffermerei…
    Accarezzerei le tue sopracciglia folte,
    seguirei i sottili solchi del tempo
    per affondare le dita nei tuoi capelli neri…
    Se potessi percorrere il contorno
    del tuo viso con le dita,
    mi soffermerei sulle tue guance
    distrattamente rasate ancora pungenti.
    Seguirei le linee del tuo volto sfiorandoti
    lievemente le labbra e con le dita
    lentamente toccherei la tua
    bocca poco carnosa, sottile,
    umida appena, arida di baci…
    Se potessi percorrere il contorno del tuo viso
    allontanerei il ricordo di te con un soffio,
    logorante è l’amore non corrisposto.
    Solo se potessi…

    Partecipo accettando il regolamento. Vi ringrazio per la possibilità del contest.

  36. SE SON ROSE È UN PAKISTANO
    Era rincasato tardi il venerdì notte, lei già dormiva e lui reduce da una delle poche serate con gli amici, ritornato, si era schiantato sul letto, sotto gli effetti dell’alcool. Non usciva mai senza di lei, la vita negli ultimi dieci anni era cambiata molto, era passato dal far festa in maniera spensierata, single e felice di esserlo ad una relazione seria. L’aveva conosciuta per caso, si erano innamorati e dopo un po’ erano andati a vivere insieme. Si era buttato sul lavoro, avevano realizzato progetti, poi era venuta la casa, le promozioni al lavoro che gli facevano aumentare lo stress da prestazione. Ultimamente si sentiva come quando finisce settembre e ci si sente ancora in piena estate e poi in un battibaleno ci si trova con le temperature più rigide, la pioggia, il cambio dell’ora e ci si chiede come può essere possibile se poco prima era caldo e ci si abbronzava.
    Sentì lei che si alzava, scivolava fuori dal letto in silenzio per non svegliarlo. Sapeva che era tornato tardi, ma era iniziato il week end e non c’era motivo per svegliarlo presto dopo una serata balorda con gli amici.
    Teneva gli occhi chiusi, solo, nel letto sotto il piumino, godendosi quel magico momento che sarebbe terminato a breve ma che per il momento lo cullava ancora nel dormiveglia. Il suo cervello pensava agli ultimi dieci anni, era davvero felice? Non rimpiangeva la sua gioventù sbarazzina e senza responsabilità?
    In un certo senso si, ma Claudia era meravigliosa, gli aveva riempito la vita, lo aveva fatto crescere e insieme avevano fatto molta strada.
    Era davvero bella Claudia e soprattutto aveva una risata alla quale lui non avrebbe mai potuto rinunciare. Lei lo prendeva in giro per la sua gelosia, ma lui non era geloso, era solo cosciente che Claudia avesse molti spasimanti e pur essendo sicuro del suo amore ogni tanto gli si chiudeva la vena quando lei lo prendeva in giro e lo stuzzicava.
    Mentre pensava tutte queste cose si rendeva conto che della serata precedente non si ricordava niente, doveva essere stato davvero ubriaco, l’ultima cosa che ricordava era la succosa tagliata al sangue mangiata pasteggiando per scommessa con una mezza pinta di whisky single malt. Erano anni che non prendeva una sbronza del genere, non si ricordava nemmeno come era riuscito a tornare a casa.
    Di là in soggiorno Claudia aveva acceso la musica, dark side of the moon dei Pink Floyd faceva vibrare dolcemente la tavola imbandita per la colazione.
    “Amoreeeeee, sveglia! “ la voce squillante di Claudia lo riportò alla realtà.
    Si mise seduto sul letto e si alzò, la testa gli girava, barcollò e si trascinò verso la zona giorno. Dalla grande vetrata entrava un sole molesto per le sue pupille, strinse gli occhi, imitò i cinesi, conscio che lui comunque dopo qualche momento di adattamento li avrebbe riaperti mentre loro non avrebbero potuto farlo, e poi il suo sguardo si concentrò sulla macchia rossa che occupava lo spazio vicino al lavello.
    Messa a fuoco vide un mazzo di rose fitto, saranno state almeno una cinquantina.
    “Amore, che hai fatto ieri sera?” Chiese Claudia
    “Niente di che, siamo andati al solito posto, mi sa che ho bevuto, non mi ricordo nulla, neanche come sono tornato”
    “Ehh in effetti la tua macchina non c’è”
    “Come non c’è? E dov’è?”
    “Marco, sai che non mi oppongo mai se esci con gli amici, ma cazzo, almeno rimanere cosciente. Non avrai mica guidato ubriaco” lo rimproveró Claudia.
    “Macchè amore, sai benissimo che se bevo non guido, ma davvero non mi ricordo, ma poi che sono ste rose?”
    “Sarà stato qualche ammiratore che si rende conto che mi trascuri”, lo punzecchiò Claudia.
    “Guarda amore, non scherziamo, lo sai che gli ammiratori mi fanno girare le balle”
    “Prova a chiamare i tuoi amici, magari sanno ricostruire i tuoi ultimi movimenti e lasciami mettere i fiori dell’ammiratore in un vaso, che oggi inizia proprio male il week end”
    Guardò il suo riflesso sulla vetrata che dava sul giardino, era in mutande, maglietta bianca della sera prima, qualche macchiolina ipoteticamente di whisky sul petto, un odore acre di sudore.
    Si alzò alla ricerca del telefono. Niente, neanche il telefono riusciva a trovare.
    “Claudia, hai il numero di Paolo? Mi è sparito anche il telefono, non so che cazzo sia successo ieri sera”
    “Siete dei deficienti scappati di casa, come al solito, quarant’anni e vi piacerebbe ancora averne sedici. Tieni il mio cellulare e vedi di trovare una soluzione”.
    Marco prese il telefono e compose il numero di Paolo, in realtà si sentiva in colpa ed era pure preoccupato. L’auto per di più era aziendale e avrebbe dovuto giustificare di essere stato un coglione.
    “Ehi Paolo, sono io, ma che cazzo abbiamo fatto ieri sera? Io non mi ricordo neanche come sono tornato a casa, non ho la macchina parcheggiata qui e mi manca anche il cellulare”.
    “Parla piano Marco, ho un mal di testa che non ti dico, vaffanculo te e l’idea di Stefano di pasteggiare con il whisky, a me in più il whisky fa cagare. Non so come sia andata a finire, io ho preso un taxi, il tassista mi ha appoggiato alla porta di casa e mi ha messo le chiavi in mano, ci ho messo dieci minuti ad aprire. Lo senti questo rumore? Romina apposta si è svegliata alle sette e ha acceso l’aspirapolvere, ho già i miei problemi.”
    “Ehh scusa ma davvero non so dove siano la macchina e il telefono, in più qualcuno ha mandato un mazzo di rose rosse a Claudia, non le faccio una piazzata solo perché ho la coda di paglia”.
    “Vabbè, senti Stefano, fatti portare da Claudia al ristorante, magari hai preso un taxi ieri sera”
    “Grazie ti faccio sapere”
    Guardò la rubrica del telefono di Claudia ma lei non aveva il numero di Stefano. Doveva fare come aveva detto Paolo.
    “Amore, puoi portarmi al ristorante? Speriamo che la macchina sia lì” disse ad alta voce dalla camera Marco.
    Una volta tornato in zona giorno vide il mazzo di rose nel vaso preferito di Claudia in centro al tavolo da pranzo.
    Si stizzì ancora di più e pensò che una volta trovata la macchina avrebbe ritirato fuori l’argomento.
    Claudia era già pronta, sicuramente non era felice di come stava iniziando il fine settimana, gli stava tenendo il muso e lui sapeva che lo stava facendo sentire in colpa di proposito.
    Il tragitto fino al ristorante fu affogato in un silenzio che non presagiva niente di buono.
    Al ristorante la macchina non c’era, il locale era ancora chiuso, il parcheggio deserto.
    “E adesso?” Gli chiese Claudia.
    “E che ne so io? Forse è meglio se chiamo i carabinieri e denuncio il fatto che non ho la macchina che possono avermela rubata”
    “Tieni, digli pure che ti manca anche il telefono e che questo qui è il mio, che io non centro niente.”
    Sceso dall’auto Marco chiamò il numero dei carabinieri, spiegò che non sapeva dove fosse la sua auto, diede numero di targa modello e colore e disse che sarebbe andato a fare denuncia il prima possibile.
    Provò a ripensare alla serata precedente e niente, non gli veniva in mente nulla.
    Allora provò a chiamare il suo cellulare, squillava, dopo una decina di squilli rispose una voce roca, era Stefano.
    “Stefano, cazzo non mi ricordo niente di ieri sera, ma come fai ad avere il mio cellulare?”
    “Che ne so, lo avrò preso pensando che fosse il mio, ci ho messo un pò a capire che stava suonando.”
    “Sì vabbè ma tu come sei tornato a casa? Cos’ho fatto ieri sera? Non trovo più la macchina, sono al ristorante e il parcheggio è vuoto. Ti ricordi come sono tornato a casa?”
    “Sei partito di corsa, ti ho visto che correvi lungo la strada, volevo chiedere al tassista che mi ha accompagnato, di fermarsi per darti un passaggio, ma non ce l’ho fatta, non mi uscivano le parole di bocca”.
    “Sì vabbè ma la mia macchina? Cristo, qui in parcheggio non c’è!”
    “Ovvio, non avevi parcheggiato lì, ma non ti ricordi che era tutto pieno ed hai parcheggiato nella stradina laterale vicino al parco?”
    “Cazzo cazzo è vero, grazie Stefano, poi passo a prendermi il telefono”
    Si mise a correre verso la macchina di Claudia e una volta spiegatole tutto, si diressero verso la stradina vicino al parco. L’auto era lì, ma c’era qualcuno dentro.
    “Chi sei? Cosa fai nella mia macchina?” Urlò Marco.
    “Calmo Stai calmo amico, ieri sera tu sei andato via correndo, io no sapere dove tu andare, tu avere chiesto a me tutte mie rose, tu avere pagato me duecento euri, tu brava persona ma molto ubriaco, scappato via nella notte con mie rose. Tua macchina aperta, chiavi su, io dormito qui per aspettare te, no volere che tua macchina fosse rubata di ladri!” Così Abdul, pachistano venditore di rose aveva dipanato due dei grossi dilemmi del week end di Marco, dove fosse l’auto e cosa avesse fatto la sera prima ma soprattutto, da dove cazzo arrivavano quelle rose che si ritrovava a casa sul tavolo da pranzo.
    “Scusami Abdul, davvero scusami, è che non ricordavo nulla, ma com’è che sono scappato correndo con le rose in mano?”
    “Tu urlare Claudia Claudia scusa che sono coglione”
    A questa risposta di Abdul, Claudia stava ridendo talmente forte che aveva le lacrime agli occhi.
    “Vabbè scusalo Abdul, grazie per avergli dormito in macchina, ora abbiamo capito molte più cose, buona giornata e grazie per le rose” disse Claudia al Pachistano.
    “Ciao signor, grazie per tuo acquisto, ora vado a casa da moglie, lei pensa che io uscito con amici”
    Il parallelismo dell’uscita con amici tra Marco e Abdul fece ridere pure Marco.
    “Vabbè amore è andata, ora prendo la macchina e vado da Stefano a riprendermi il telefono, ci vediamo a casa”
    “Ti aspetto a casa, devo ancora ringraziarti per le rose…” disse Claudia in maniera voluttuosa, facendo traspirare un’ imminente rappacificazione con Marco.
    Marco salì in auto, con calma mise in moto e si diresse verso casa di Stefano. Al primo semaforo sentì delle sirene suonare, poi vide le luci, poi ricordò la telefonata ai carabinieri…
    “Porca puttana!” Fece solo in tempo a dire mentre pensava al bellissimo modo di fare pace che aveva in mente Claudia e che invece lui avrebbe dovuto rinviare fino alla fine delle spiegazioni alle forze dell’ordine che lo avevano appena fermato.
    Sezione B
    Giovanni Ferrari accettò il regolamento

  37. I COLORI DELL’ANIMA

    Volevo vedere i colori dell’anima
    ma non riuscivo a vederli
    talmente erano nascosti
    tra le innumerevoli pieghe
    di sentimenti e tra i ricordi del passato
    e le visioni di un futuro mai certo!

    Volevo vedere i colori della gioia
    quelli del dolore e della tristezza!
    Ma non riuscivo a vederne la luce
    o anche un piccolo riflesso!

    Volevo vedere i colori dell’amore
    ma avevo capito molto tempo dopo
    che l’amore forse ha dei colori
    troppo forti per essere comprensibili!

    Volevo vedere i colori dell’anima
    ma solo con gli occhi ero riuscito
    a scorgere solo un favoloso tramonto
    riuscendo così ad assomigliarlo
    finalmente ai colori della mia anima!

    Accetto il presente regolamento su ogni punto

  38. Saper comunque amare…

    Elemosino dal tempo spiccioli di verità

    per dar modo allo sguardo

    di reinventare un concreto ed umile orizzonte…

    smorfie anonime che si passan per sorrisi,

    ma che riempion di nulla queste fragili tasche dell’anima.

    Frugo con ansia in cerca di un’emozione,

    scavo con le unghie il giaciglio

    ove è destinato scivolare e morire

    il sapore dolce-amaro di una lacrima,

    ma i brividi dell’indifferenza

    raffreddano questo smarrito cuore

    e riveston di ghiaccio quell’indifesa goccia di vita nascente.

    Mendico silenzi ove le parole

    non sanno invaghirsi di un pensiero,

    recito versi in una solitaria radura

    afferrando le sensibili corde del vento,

    per volare e scrutare dall’alto

    quell’anonima e semplice figura,

    leggiadra, perché vuote son le sue consunte tasche,

    intenta ad elemosinare dal tempo

    quello che la vita pian piano, senza far domande,

    regala e con nobile maestria riporta con sé:

    “un umile e fragile orizzonte che in punta di piedi,

    non sarà mai stanco di credere ad una sottile e rara verità…

    la consapevolezza di saper comunque amare…”

    una speranza che sgorga dal cuore

    a cui l’anima, mai stanca, torna ad attingere la propria intima essenza.

    Accetto il regolamento

  39. Davvero

    Davvero è cosi’
    l’amore?
    Davvero
    i tuoi occhi
    non vedrebbero altro
    che i miei?
    Il profumo
    che tu sai,
    resterà per sempre
    dentro me?
    Labbra
    e calde mani,
    sarebbero un
    sicuro rifugio,
    per la mia
    piccola
    anima.

    (accetto il regolamento)

  40. TU MI DORMI SULLA SPALLA SINISTRA

    Ieri sera si sono affacciati i nostri problemi,

    che al mattino sono tutti svelati:

    siamo bravi a giocarci intorno come due bambini

    ma cresceremo prima o poi, dobbiamo farlo.

    Tu mi dormi

    sulla spalla sinistra. Sono le cinque e mezzo,

    e affronti il pomeriggio

    nel sonno più totale.

    C’è che russi e la notte non riesco a dormire.

    Ma poi dormo al mattino, e tanto è uguale.

    Se domani, un giorno o l’altro, saremo famiglia,

    se saremo due adulti, non più dei bambini,

    chi ci darà ancora la forza per giocare?

    Mi chiedo se il mio impegno varrà a qualcosa.

    Non mi fai mai sentire sola, e questo basta.

    Le mie mani hanno tutto quello che ti serve?

    Le chiudo in preghiera, chiedendolo a Dio.

    Dormi sempre sulla mia spalla sinistra,

    nel pomeriggio, ma lavori

    durante la settimana

    e io non me la sento di svegliarti.

    Sono io che non faccio niente:

    attività precarie, scrivo, leggo,

    mi rendo inutile alle vite degli altri,

    “disoccupata” per la società,

    iperattiva se ascolti me.

    Ho tanti programmi per il futuro:

    tra questi c’è il sogno di non crescere mai.

    E ci stiamo riuscendo.

    Tu dormi ancora sulla mia spalla sinistra,

    è l’ora di cena,

    scrivo ancora le mie vene di sangue prima di cenare.

    Forse dormiamo per non capire che diventeremo grandi

    e dormiamo per realizzare meglio tutti i nostri sogni,

    e dormiamo perché gli altri non ci capiranno mai,

    io lo so,

    e dormo io perché non ho lavoro,

    e dormi tu che ce n’hai troppo.

    Usciremo questa sera? Tanto è uguale.

    Da quando c’è l’amore, è bello anche non fare niente.

    Ti sveglierai, mi vestirò.

    Ieri ero io che non volevo uscire.

    Avevo tanto sonno, finita la cena.

    Ci sveglieremo domani l’altro. Avremo figli,

    ed immensi grattacapi.

    Ma saremo ancora due bambini: me lo prometti?

    Me lo prometti che non cresceremo mai?

    Dormi ancora,

    se continui farai venire voglia pure a me.

    Ma siamo giovani, siamo due bambini,

    dobbiamo uscire dopo cena,

    dobbiamo andare a divertirci!

    Forse quando saremo famiglia

    non potremo fare tutto questo:

    perciò dormi,

    che tra qualche ora avrò sonno anch’io.

    Nel sonno non cresceremo mai.

    Nei sogni saremo sempre due bambini.

    Dichiaro di accettare il regolamento.
    Poesia già online sul mio blog.

  41. Sola

    E’ nell’indifferenza dell’amore
    che cuoce le sue angosce.
    Mangiami tormento
    inghiottisci le mie carni
    cosi’ che possa tramutarmi in puro spirito
    vagare nell’infinito dell’immensita’
    sola come sono sempre stata.

    Dichiaro di accettare il regolamento
    Semeraro Maria

  42. Sillogismi d’Amore

    Amore!

    Numero primo dell’universo,
    alfa ed omega della mia vita,
    con te sfioro l’infinito,
    con te vado oltre il mondo predefinito.

    Sillogismi d’amore.
    In tua compagnia
    tutto si ferma.
    Nella stasi, l’immensità,
    la sostanza della vita.

    Espressioni algebriche
    si risolvono insieme,
    semplicemente.
    Con te mi elevo a potenza,
    in te trovo la mia radice quadrata.

    Musica d’oriente
    risuona nell’aria.
    Con te raggiungo note
    di magiche melodie,
    con te compongo il mio spartito migliore.

    Babele d’idiomi,
    se anche taci, io ti capisco.
    Giochi di fonemi
    ci rincorrono per accarezzare
    i nostri sensi sonori.

    Luce abbagliante
    va dai tuoi ai miei occhi.
    Tutto brilla,
    mi sento come in un cristallo
    e tu lo definisci.

    Fiorella Bruno – Accetto il regolamento

  43. UNA ROSA PER TE

    Non ho mai reciso un fiore
    per non ferire un’esistenza.
    Non voglio privare il mattino
    di gocce di rugiada
    altrimenti che senso avrebbero
    i sudori sulla mia pelle
    nella luce del giorno.
    Solo questa rosa
    unica e impavida
    delicatamente l’adagio
    nelle tue mani vellutate
    pane per il suo vivere.
    Gli occhi miei
    non vi distinguono più
    belle entrambi
    di petali e spine ornate.
    Adagio questa rosa
    nelle tue mani
    perchè è sicuro
    che lei
    non appassirà
    mai.
    Si nutrirà
    del tuo profumo.

    Antonio Fierro accetto il regolamento

  44. Ispirata dalla diretta di oggi, ho scritto questa poesia sull’amore. Grazie.

    IL SALE DELL’AMORE

    Ricordo ancora
    un fuoco agli orizzonti,
    che riempiva l’etere
    di petali scarlatti.
    Sulla battigia dei nostri incontri
    naufragavo
    nell’azzurrità dei tuoi occhi
    e tu tracciavi la rotta nei miei.
    Come il bistro nero
    incidevi sul mio cuore
    tracce indelebili
    di promesse d’amore.
    Ma mentre io,
    ponevo domande alla luna,
    tu eri perso nelle stelle
    del tuo cielo.
    E incartando
    la fragranza dei nostri silenzi,
    l’odore della vita
    ha perso il sale che aveva il mare.

    Accetto il regolamento in ogni sua parte.

    1. È splendida Sonia! Sale e mare, rotta, stelle, silenzi. Immagini forti della tua poetica. Grazie. Se sali nelle prime partecipazioni trovi anche la mia. Mi piacerebbe un parere… grazie.

  45. L’amore è così, dicono.
    Spesso non ricambia.
    All’improvviso e senza nessuna ragione ci capita di innamorarci, ma presto scopriamo di non essere ricambiati.
    Così ci illudiamo e soffriamo per i nostri vani tentativi di riuscire almeno a sfiorare il cuore di quella persona che occupa ormai buona parte del nostro.
    A quel punto rinunciamo, cerchiamo di mettere un punto e voltare pagina.
    Ma mi hanno detto che è normale, che l’amore funziona così.
    Che siamo costrette a baciare un rospo che nessun incantesimo trasformerà nel nostro attesissimo principe.
    Per tutta la vita ci insegnano ad amare l’amore attraverso i film, le canzoni, le poesie, i libri e poi nella realtà alla fine siamo costretti ad accontentarci.

    Mina
    Dichiaro di accettare il regolamento.

  46. L’AMORE

    SBAGLIERO’ A INTOSSICARMI D’AMORE,
    MA LA VERITA’ E’ MAI SENZA LEI
    L’AMORE SE NE VA’ FRAGILE E RITORNERA’
    FRAGILE PIU’ CHE MAI DOLCE NELL’IMMENSITA’ DELLA VITA.
    L’ANIMA SI ALLEGGERIRA’
    ANCHE QUANDO L’AMORE NON SA QUELLO CHE VORRA’,
    COME MUSICA NELL’ARIA CHE SI RESPIRA
    QUANDO IN QUEL VENTO DI INEGUAGLIABILE FOLLIA,
    IO SO CHE NON SEI SOLTANTO MIA.
    INTOSSICARMI D’AMORE PER LA FELICITA’ INFINITA
    NO!
    DILUIRLA NELLA NOSTRA VITA SENZA AVERNE PAURA
    NEL TEMPO CHE C’E LA POTREBBE PORTARE VIA.
    LIBERA,FRAGILE DOVE ERI? DOVE SEI’
    TRA LE BRACCIA DELLA LUNA
    TRA I RAGGI L’INTENSITA DEI RAGGI DEL SOLE
    TRA LE ONDE DI SPUMA MARINA SOLA NELLA SABBIA
    A DESIDERARE UN PAIO DI ALI PER POTER VOLARE VIA
    IN TUTTO QUELLO CHE NON TI HA…..
    ACCOMODATI QUI ACCANTO ME TI REGALERO’ UN NOME
    TI CHIAMERO’ AMORE, TI REGALERO’ UN MANTELLO PER NON FARTI
    VOLARE VIA AL FREDDO IO UN POVERO CIECO CHE NON SA’ ASCOLTARE….
    PER PAROLE VENUTE SOLTANTO DAL TUO MARE.

    ACCETTO IL REGOLAMENTO

  47. Vulcani

    amori non amati
    mai detti
    nascosti nell’uno
    sorrisi lievi
    fughe di fantasia
    brividi solitari
    eternità dell’attimo
    parole sospese
    implodono passioni
    come vulcani
    dentro fuochi
    eterni

    accetto il regolamento

  48. VERRO’

    Verrò a cercarti,cuore mio,
    oltre il silenzio dei tuoi pianti.
    Verrò a cercarti, amore,
    sulle buie strade del tuo camminare,
    Percorrerò gli stessi tuoi passi
    e stancamente curverò la schiena
    sotto il peso dei tuoi silenzi.
    Racconterò di te ,di quanto amore
    ti diedi e più ancora avrei saputo darti
    e sempre cerchèrò ,tra mille voci,
    il suono della tua a me sì cara sempre,
    mentre attraverserò il buio di lunghe ,
    deserte ,solitarie vie lontane ove mi
    condurranno i miei passi e il mio
    desiderio di ritrovarti oltre i confini
    delle mie rimembranze …
    Il silenzio ed il buio non mi fermeranno,
    andrò sicura sulla strada della mia nostalgia
    e griderò il tuo nome al vento che te lo gridi
    forte :ch’io ANCORA E SEMPRE
    TI CERCO!

    Confermo l’accettazione incondizionata del presente regolamento e’autorizzo il trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali

  49. Luce nel prisma
    mi frantumi nel vento
    cristalli lucenti
    e brina su felce.
    Dal petto strappo nuvole
    brume d’autunno
    di foglie rosse il tremore.
    Acqua sorgiva
    da mani ferite
    a cicli
    brucio e rinascono.

    Meditazione 207 Kavachaya Hum
    accetto il regolamento

  50. Una notte piena di pensieri, e di inutili speranze d’amore.

    In quella notte
    dal viso della dolce fanciulla
    scendevano lacrime a non finire,
    ella si sentiva rinchiusa
    in una selva oscura,
    in quella notte
    l’atmosfera era fredda,
    era realistica,
    si respirava un’aria di fallimento
    e di invidia,
    aria di nullità, di sentimenti mai espressi,
    di parole non dette,
    un eco, un urlo
    rimbombava nella sua mente!
    ella era neutrale agli occhi delle genti,
    ma solo lei sapeva cosa le accadeva dentro…

    “le si illuminarono gli occhi
    come gocce di rugiada
    quella notte la luna si rispecchiava in lei
    come non mai”.

    Valentina Bruzzone
    27/06/2013
    Accetto il regolamento.

  51. Mantra KROM 344
    La meditazione abbinata al mantra Krom mi colpisce perchè mi fa prendere consapevolezza della rarità dell’incarnazione umana, rarissima come le stelle che si vedono di giorno e al tempo stesso mette in luce l’aspetto dell’impermanenza che rende ancora più preziosa l’incarnazione umana.
    Per me è uno spunto ad amare veramente il mio corpo e a direzionare le forze verso i desideri che ho nel cuore.

    Una breve poesia dal titolo:

    SALSEDINE
    Nelle caverne di sabbia entra la spezia del mare
    soffiata da lontano da una sconosciuta maga.
    Sparsa su carta sottile scolora i ricordi passati,
    racchiusa nello scrigno dei draghi
    profuma di oceani lontani.

    Grazie
    Roberta
    accetto il regolamento

  52. Voce d’ambra

    Voce d’ambra
    mi entrò nelle vene,
    e dentro me rimase lungo tempo.

    Ad ogni sussurro,
    voce d’ambra,
    risuonavi in me come canto,
    e luce forte emanava
    dai miei palmi,
    dagli angoli delle labbra
    incurvata in un sorriso.

    Ad ogni silenzio,
    voce d’ambra,
    più nulla in me fluiva,
    né canto,
    né luce,
    ma pioggia estiva
    negli occhi.

    Ora il silenzio si è fatto più sordo,
    e l’eco del canto è spenta,
    e tu, voce d’ambra,
    mi guardi
    accartocciarmi su me stessa,
    come stelo senz’acqua,
    e non un sussurro
    che mi salvi da questa miseria
    ti lasci sfuggire;
    tu , imperturbabile,
    guardi.

    Quale amore pronunciasti,
    voce d’ambra,
    quali giuramenti
    sotto la luna?
    Quello che ora,
    voce d’ambra,
    per tuo silenzio di fuoco,
    hai condannato
    a cadere nel vento,
    come sterpaglia secca,
    al passaggio dell’aratro.

    Elisabetta Pittaluga– Sezione A – Accetto il regolamento

  53. OCCHI COLOR CIELO

    All’assenza tua
    avrei voluto frangere le tenebre
    sussurrando antiche romanze per limarne il buio
    ma Tu
    che il suo tempo hai trattenuto
    hai dipinto il mio universo
    d’un colore di cui non conoscevo l’esistenza
    Desolante
    immenso
    è acerbo ancora il pianto
    su fiaccole di cristallo ed alabastro marmoreo
    e sulle note dalle piene brezze
    teneri profumi divoro ai ricordi
    perforando gli oscuri cassetti alla memoria
    sfiorando con le mani
    attimi ammainati come vele
    dove rispecchia dentro
    il tuo profilo color seppia d’una fotografia
    Gialle ginestra e grappoli candidi dell’acacia
    son divenuti trucioli di sogni
    sfatti stracciati dal riverbero del sole
    che aleggia ancor nell’aria
    e bussando su corolle dei papaveri appassiti
    fame di glicini ametista
    e d’occhi
    color del cielo
    m’assale
    Ripiego il pensiero già ubriaco di malinconie
    scheggiando variopinte nostalgie a quelle gerle d’esistenza
    e ancorando destini in canestri bucati
    su strade stillanti di silenzio
    divengo quercia immota
    dentro l’iride della luna

    ROSA LEONI
    accetto il regolamento

  54. Il calore dell’inverno

    Mani gelide, l’inverno il corpo fà tremante
    Noi, il sogno avverato si è magicamente.
    Giunti al crepuscolo ci stringiam teneramente
    Non v’è stagione come l’inverno più fiorente
    Per scaldarsi stretti in un corpo solamente
    Per sentir l’amor che la mente appaga dolcemente

    accetto il seguente regolamento

  55. I LOVE YOU

    Volano. Il riso, i coriandoli e i petali di rosa. Applausi e grida…“VIVA GLI SPOSI”. Avanti la chiesa antica ornata di fiori e nastri, un cerchio di teste. Mani sudate per aver stretto il basmati troppo a lungo e piedi sofferenti dentro scarpe fresche di negozio.

    Un giorno forse ti racconterò, ti dirò di me e del mio dolore, dei miei pensieri confusi e della mia altalena. Da bambina ne avevo una, grande e mi spingevo da sola, ero brava.
    Brava a sentire l’emozione di quando toccavo il cielo e di quando un attimo dopo avevo il vuoto nello stomaco.

    “Ba-cio, ba-cio”…che belli gli sposi, sembrano perfino innamorati.

    Lui anche di me, me lo ha detto mille volte, me lo ha scritto, sussurrato e confidato nell’orecchio mentre facevamo l’amore la settimana scorsa. E io toccavo il cielo, gridavo felice come una bambina che sa che presto avrà quel vuoto. È arrivato, ma è una voragine impazzita.

    Che romantica la foto sul sagrato! I denti brillano al sole di settembre dopo aver masticato il SI.

    Li ricordi i miei “si”? Ricordi le nostre foto? Scatti intimi, rubati in bagno, a letto nudi. Fermare e custodire per sempre la nostra felicità, imprevista e sconsiderata, dalla quale non siamo riusciti a difenderci. E intanto il vuoto cresce, prima il baratro e poi l’abisso imbottito di pensieri senza grazia.

    Mi acceca la luce degli anelli benedetti, quelli con assicurazione soprannaturale di “fino a che morte non ci separi”. Strano che Dio non abbia centrato la navata con una santissima saetta o fatto sprofondare all’inferno i peccatori. Eppure li avrà visti i nostri anelli, le nostre fedi senza cerimonia scambiate tra un bacio e un sorriso imbarazzato.

    Ma ora è il vento.
    Un alito mi fora le narici, inalo ossigeno e veleno e scopro di essere felice. Chiudo gli occhi, respiro forte e non sento più niente, si fa spazio il deserto come una benedizione.
    Chi sei? Ti guardo ma non ti riconosco, vedo doppio, contraffatto.

    Non hai più niente da offrire o da sacrificare, nulla da mettere sul piatto. Hai banchettato ingordo sulla tavola imbandita di promesse, ora ficcate malamente sotto una nuvola di velo e di candore stropicciato.

    Girano i tacchi, cambia il mio confine e mi godo questo addio.
    Superba. Come le mie gambe.
    Dritta. Come la mia schiena.
    Dietro uno strascico di pelle, frammenti di ricordi che si staccano come una zavorra e io, seguendo il ritmo di una musica distante, proseguo fiera che sembro una regina.

    Le vertebre saldate. I pugni chiusi. Nessuno sguardo, nessun sorriso.
    Per te solo l’ultimo saluto…I love you.

    Accetto il regolamento.

  56. Phos Chronos Phos #mantra 194

    Seduta sul tappetino da yoga, non facevo che ripetermelo.

    «Phos Chronos Phos»
    Sarebbe cambiato qualcosa?
    Il tempo non esiste. Tutto è luce.
    Ma io sono qui. Ora.
    E ho le bollette da pagare, l’affitto da pagare, e non trovo un lavoro.

    Se lo ripeto all’infinito finisco in un universo spazio-temporale dove tutto si annulla?
    O si materializzerà un’occasione di lavoro?
    O vedrò qualcosa che non vedo?
    Una via d’uscita facile, rapida, a tutti i miei problemi?

    «Phos Chronos Phos…»
    Forse non mi concentro abbastanza.
    Certo, come faccio?
    Fra un mese non avrò più soldi e sono ancora qui.

    Seduta. Alterno scrivere e pensare, pensare e scrivere, in una mareggiata di neuroni che tutto fanno tranne che darmi da mangiare.
    Nemmeno il sonno mi ristora più.
    Quelle minuscole scosse elettriche che da un pensiero passano a un altro si scaricano nelle gambe, che non riesco più a tenere ferme, e nelle braccia, che mi fanno un male cane.

    Un’occasione l’ho pure avuta.
    E mi sembrava figa… No. Non è vero. Non mi sembrava per niente interessante.

    Avevo detto la verità il primo giorno:
    «Non ne ho voglia».

    Poi mi sono lasciata convincere, abbagliare da grandi possibilità di guadagno.
    Ma quanto ci vuole per arrivare, quello non lo pensi.

    Concretezza, ragazza. Ci vuole concretezza.
    «Inizi mille cose e non ne finisci mai una…»

    Forse è vero.
    Stavolta il mio io severo ha ragione.
    Salta fuori sempre qualcosa che distrugge tutto.
    O forse sono io che lo distruggo.

    Perché in verità non mi va di farlo,
    ma non riesco ad ammetterlo a me stessa.

    Se mi chiedessero ora:
    «Cosa vuoi fare? Ora. Adesso.»
    Risponderei: scrivere.

    Vorrei passare i giorni a scrivere senza dover guardare l’ora, senza dover pensare ai soldi, alle bollette, all’affitto da pagare.
    Vorrei solo poter scrivere.

    Lo so, sono una sognatrice, vero? Forse.
    Ma in fondo era il mio sogno fin da bambina.
    Finché qualcuno ha deciso di rivoluzionare tutta la mia vita e complicarmi le cose.

    Ma vabbè. Ormai è passato.
    Devo smetterla di vivere nel passato.
    La vita è fatta di attimi e bisogna andare avanti, concentrarsi per coglierli, ma andare avanti.

    «Phos Chronos Phos.»
    Sei comparsa per caso. Selene. Che bel nome. Vuol dire Luna. Amo la Luna.

    “Una meditazione di un minuto.”
    Non so quanto sia passato, ma tutto ciò che mi è passato per la mente vale ben più di un minuto.

    Il problema è che non so se mi serva o se mi sarà utile.
    Non mi va di elemosinare clienti per portare un pezzo di pane da tenere fra i denti. Questa è la verità.

    Provo a meditare un altro po’.
    Magari mi viene qualche idea geniale.
    Ad esempio condividere questo mio pensiero.
    Chissà che qualcuno mi ascolti e mi dia un’occasione.

    Ora vado a cercarmi un’altra meditazione.

    Blues Marty

    Accetto il regolamento

  57. Avalon, la ragazza nell’acqua

    Avalon è una di quelle persone che incontri una sola volta nella vita e che apprezzi, se sei capace di intercettare negli abissi dell’animo umano, le meraviglie che non si possono svendere ma ti allietano il cuore e ti colmano la vita dell’odore definitivo, ingombrante, ma salutare della brezza marina. Aveva dei bellissimi capelli lunghi del colore a metà fra la fiamma che divampa e la corteccia delle querce, ed era bella, perché totalmente ignara della sua avvenenza e questo le aveva creato non pochi problemi. Il suo desiderio di essere amata la portava a porgersi come un dono prezioso, ma non sempre stimato e spesso aveva incontrato diavoli con le zampe caprine ed il petto villoso, diceva lei. Dopo aver vissuto un periodo molto triste della sua vita, in cui erano mancati i suoi affetti più cari, le radici che avevano dato sostegno al tronco dell’esistenza e fierezza alle fronde creative e spontanee dei suoi pensieri, capaci di bucare il cielo come pugnali senza mai ferirlo davvero, casa sua si era svuotata e una grande tristezza, ora, albergava in quelle stanze piene di ricordi e di verbi al vissuto che non potevano offrire alcuna consolazione ad un cuore solitario. Immersa nel dramma dell’assenza e dell’abbandono, la disperazione proiettava fantasmi neri sul grande schermo delle mura domestiche. Quanta nostalgia e quanta frustrazione può essere contenuta nel ciclo dei ricordi che si chiude e ti dice “mai più!”. E così delineò il suo perimetro di carne dolente, galleggiò nella confusione torbida del dolore e divenne un’isola impossibile da attraccare, tutelata dalle nebbie perpetue della diffidenza che proteggevano, come un’ostrica la perla, la sua fragilità. Le case, le strade ed ogni architettura creata per il diletto degli occhi, non le interessavano più e in assenza di stimoli, di parole non sue, si mise a traslocare da casa sua… a casa sua. Prese dei grandi scatoloni e li riempì di libri, soprammobili e tutto quello che c’era nell’abitazione. Si muoveva febbrile, sembrava portare in mano solo degli aggeggi senza vita, ma in realtà era la sua anima che stava traslocando, in cerca di pace. Chiuse tutto negli scatoloni, li sigillò e li lasciò là, sul pavimento, muti come il suo soffio vitale, pari a scogli mostruosi ed evidenti, simili a grattacieli abusivi, feroci e monotoni, basi per altezze che non offrivano conforto ad una vita senza prospettive. Ogni volta che rincasava dal lavoro vi sarebbe sbattuta contro se non avesse ben appreso l’arte di aggirare, evitare, come una corsa agli ostacoli della vita che tanto abilmente ci creiamo e da soli scegliamo di affrontare. A volte, siamo ridicoli… e lei lo sapeva bene. Il suo trasloco creativo finì presto, quando i primi scarafaggi diedero segno della loro presenza all’interno degli scatoloni e allora ne prese il contenuto e lo sistemò in modo bislacco: pile di libri negli armadi e non so che altra collocazione inappropriata scelse. Quello che so è che nei pacchi della sua vita c’erano le cose di sempre, avevano solo cambiato posto, perché nulla sarebbe più stato come prima, ma tutto quello che le serviva per andare avanti era ancora lì dentro e forse doveva solo capire che c’è un tempo per tutto, un posto giusto per ogni cosa e che niente è inutile. Non più la collocazione che altri avevano dato agli oggetti, ma una posizione nuova, forse timida, ma certamente sua. Era diventata l’architetto di sé stessa. Credo sapesse anche questo. Fra le cose che maneggiò, trovò dei vecchi diari, materiale di anni e anni di vita vissuta. Lei sosteneva che la scrittura è estemporanea ed ha senso solo nel preciso momento in cui vivi i fatti che descrivi. Dopo, gli scritti, si tingono di banalità, sono goffi e grotteschi e poi, tutto quel passato scritto in quei quaderni dalla copertina rigida le pesava addosso come una emicrania infinita e così decise di liberarsene. Pensò di bruciare i diari, ma avrebbe appiccato fuoco alla sua abitazione e per quanto scottanti fossero le memorie… non le sembrava il caso. Ricordo l’esatto momento in cui mi raccontò dell’annientamento dei suoi diari ed io pensai che un soldato esperto nelle tecniche di attacco, vi assicuro, non avrebbe potuto insegnarle nulla, ma ritornando al racconto, era sera quando Avalon si espresse così: ”Ho riempito la vasca da bagno di acqua e li ho annegati, li ho lasciati a macerare per due o tre giorni e le parole si sono sciolte completamente, non si leggeva più niente. Poi le ho messe in un sacco nero che riempito pesava una tonnellata e le ho buttate in un bidone dell’immondizia”. Forse vi sembrerà una pazzia, ma trovai queste parola di una poeticità unica e letale come l’arte metodica della distruzione di se stessa, del suo vissuto e il peso estenuante della parola che ti gravida dentro e ti deforma, fino al rito catartico, ma necessario, della rottura con le aspirazioni, che mai videro la luce, contenute in quelle parole mai dette. Quello che Avalon aveva volutamente ignorato era che in quella vasca, quel giorno, galleggiavano le carcasse delle parole buone che avevano portato speranza, insieme alle carogne delle parole cattive che avevano peggiorato la visione della vita, e se solo avesse visto quanta bellezza e quanto amore, a prescindere dai fallimenti, albeggiassero dentro ognuna di quelle parole (che trattava come scarabocchi), sono certa che avrebbe intravisto la meravigliosa persona che è oggi. Una creatura vibrante di luce era stata partorita da ognuna di quelle letterine mai pronunciate. Dai sentimenti costretti in frasi, periodi e tempi verbali diversi. Ognuno di quei fardelli da sfogliare aveva un peso diverso e capire questo è importante: il sacco opprimente del passato che le gravava sulla schiena (che poi è la gobba di tutti noi) sarebbe pesato meno della metà. Ma lo sapeva, io so che è così, anche se non lo avrebbe confidato a nessuno, mai, in nessuna parte del mondo, neanche a me. Avalon, oggi, è una donna diligentemente solitaria che si muove abilmente nella carta topografica della sua esistenza, in perfetta armonia con le cose che danno equilibrio al suo strambo mondo. Avalon è un’isola animata e su un’isola non ci capiti per caso, la scegli, oppure, come è successo a me, nel quotidiano naufragio di me stessa, ci sbatti contro con sollievo. Lei è la ragazza nell’acqua, trasparente come l’assenza, e quando, in certi giorni qualunque, decide di diradare le nebbie e di lasciarmi approdare alle rive emblematiche dei suoi pensieri, sul suolo misterioso della sua vita in sordina, io so che è la primavera lungimirante di un privilegio.

    – partecipo accettando il regolamento

  58. SCHEGGE D’ANIMA

    Oggi come ieri, oggi come domani, ancora un altro oggi uguale a tutti gli altri. Me ne sto tranquillo dentro la cuccia assegnatami che, a dire la verità, mi va un po’ stretta. Solo il mio muso fa capolino all’esterno, mostrando i segni di una recente discussione con un compagno che ha voluto una volta di più affermare la sua posizione di capo branco. A me non interessa, voglio solo stare in pace, assaporare le carezze dei volontari, mangiare e distendermi al sole assorbendone quietamente il calore.
    Mi trovo qui da circa un anno, quando la mia cucciolata fu abbandonata davanti ai cancelli del rifugio. I miei fratelli sono stati tutti adottati mentre io inizio ad essere un po’ troppo grande e non mi vuole nessuno. All’inizio, quando vedevo un estraneo che mi osservava curioso dall’esterno del recinto, mi avvicinavo fiducioso, muovendo vorticosamente la coda, nella speranza di risultare non bello ma perlomeno simpatico. Prendete me, portatemi a casa, sarò buono, lo prometto, che ve ne fate dei cuccioli, quelli sono ingestibili, masticano tutto… con il passare del tempo ho abbandonato tutti i tentativi e mi sono rifugiato nella più cupa desolazione e tristezza espresse solo dal mio sguardo. Ma poi,……in un giorno speciale, entrò una volontaria… io ero nella mia cuccia, immerso nella mia rassegnata tranquillità. Venne verso di me, decisa a prendermi. Io fuggii e lei fu costretta ad inseguirmi per diversi minuti. Alla fine ebbe la meglio e mi condusse all’esterno del recinto, ponendomi ai piedi di una coppia di ragazzi che mi guardarono perplessi con un mezzo sorriso. Così decisi. O adesso o mai più. Mi alzai sulle zampe posteriori ponendo quelle anteriori sulle ginocchia di lei, e agitai sapientemente la coda. Fu amore per entrambi a prima vista, fu affetto, una casa, un nuovo amico a quattro zampe color carbone ad attendermi in giardino. La diffidenza e la timidezza che mi spingevano costantemente sotto la siepe sbocciarono in una nuova forma di fiducia verso i miei nuovi amici. Vennero anni di gioia, di corse, di carezze, di amorevoli sgridate, di giochi e di ozio al tepore del sole. La vita non è fatta solo di anni. È fatta di mesi, giorni, ore, attimi. Ne basta uno di quest’ultimi. Ce n’è uno, uno solo, assegnato d’ufficio a tutti noi. Quello fatale, quello decisivo, l’attimo dopo il quale ce ne sono altri, ma non in questo mondo….Per me è arrivato presto, troppo presto e, come dicono i miei amici a due zampe, chi nasce sfortunato, muore tale e quale e, se possibile, prima di essersi perlomeno goduto appieno la vita.
    Ma io sono qui.
    Il mio manto non è più lungo e folto, nero-focato… ho uno stupido pelo raso tinta testa di moro. Sono grande circa un terzo di quanto ero prima ed ho un paio di orecchie da fare invidia a Dumbo. Ragazzi, sono qui…
    Mi avete affibbiato un nome diverso, un po’ complicato ma simpatico, ho sempre voglia di giocare, mangiucchio qualsiasi cosa che poi ovviamente si rivela importantissima ma ormai irrimediabilmente disintegrata.
    Sono qui.
    E non perché mi sia reincarnato. No. Sono un pezzetto. Si, insomma, un frammento. Una scheggia di quell’immensa anima animale della quale voi, mammiferi a due zampe, non fate ormai più parte. Ne siete usciti nel corso dei millenni con cieca ed insistente arroganza, senza rendervi conto che in tante, troppe occasioni vi dimostrate più animali voi di noi. È quest’anima che ci fa vegliare sulle vostre case, che rende così remissivi a tutto quello che vorrete donarci o infliggerci, che ci induce ad affezionarci a voi più che a noi stessi. E se qualche volta non ci comportiamo come vorreste, ricordate che l’istinto del quale siamo intrisi non necessariamente può o deve sempre piegarsi alla logica umana. Ora scusatemi, ma sta passando un cagnolone al guinzaglio ed io e il mio amico color carbone dobbiamo farci sentire forte, chiaro ed a lungo… al solito qualcuno da dentro casa urlerà «la volete finire!! » ma non ce ne importa nulla…. Un’ultima cosa: fra poco sarà estate. Vedete di non fare le bestie…..
    —–
    accetto il regolamento del contest Solstizio d’Inverno con Selene Calloni Williams
    grazie

  59. accetto il regolamento e partecipo con la seguente poesia:

    “Crepuscolaria”

    A lume di un ricordo si dimora
    come in un guscio,
    nel silenzio che ci sfiora,
    a eludere la vita che c’è ancora
    al di là dell’uscio.

  60. stringendo la tua mano

    C’è stato, indubbio, un tempo in cui
    le parole d’amore erano più facili,
    venivano via agili e senza sforzo
    con quella sbadata noncuranza
    che i giovani sottovalutano
    ed i vecchi odiano profondamente;
    ora va fatto il banale conto
    con l’ingiustizia d’un quotidiano
    sempre più spesso impegnato
    nel controverso, arduo compito
    del tirare avanti ad ogni costo.
    Al tempo stesso, quell’inutile
    sforzo ritorna copioso
    una pienezza ignota,
    dal controvalore sonante
    ben più congruo e presente,
    benché la fuggevolezza dei giorni
    lasci poco scampo per certi deliqui.
    Ignorando quanto ancora resta
    d’un viaggio ormai alle spalle
    e dei se e dei ma che ci tendono
    ignobili agguati dietro gli angoli
    più impensati, s’odono sprazzi indicibili,
    sbuffi distorti in ansiti e ricordi
    da rivivere stringendo la tua mano.

    accetto il regolamento

  61. Angelo Napolitano
    Accetto il Regolamento

    NATALE ERETIO
    Ed ora partoriscimi, Maria!
    Fammi tuo Signore; émpiti di me
    e dammi il cuore. Il mio te l’ho dato
    nel farti Madre e Vergine d’amore.

    Ammàntati di tutto il tuo pudore,
    sciogli i capelli sul tuo grembo sacro,
    attinto dall’ardore più devoto
    disciolto tra le labbra ed il mio vino.

    Fammi padrone del tuo Orto, Donna;
    Orto concluso; insigne devozione;
    fedele a me da che fosti Annunciata.

    Spaccati il cuore e lavami il costato;
    chè durerà un soffio la mia vita;
    la tua, è il fiato greve del Creato.

  62. Suggestionata dal mantra 75 HUT ho scritto questo racconto…

    La Stella più bella

    C’erano una volta una mamma e un papà che vivevano sulla terra, e avevano due stelle per figli.
    Nonostante ciò pensavano di non essere poi così felici…
    La vita scorreva normale, come per tante altre famiglie del mondo.
    Una di queste due stelle superava tutto e tutti per il suo bagliore. Si faceva amare e coccolare da mamma e papà, dal fratello e dagli amici.
    Insomma, era impossibile non amarla.
    Fu per questo, che un giorno, il Firmamento invidioso decise che quell’astro così luminoso doveva essere suo ad ogni costo.
    Sapendo che niente e nessuno avrebbe mai convinto quelle persone a lasciarlo andare, decise di fare una cosa orribile.
    Un normalissimo giorno come tanti altri, il Cielo, vigliaccamente, scese sulla Terra, rubò quella stella e la portò insieme a tutte le altre.
    Sulla Terra ci fu disperazione, tristezza, rabbia.
    La vita di quelle persone fu sconvolta, si svuotò e da quel giorno non fu più la stessa.
    Solo allora, si resero conto di cosa fosse l’infelicità.
    Con quella stella erano felici ma non sapevano di esserlo, ed ora, che l’irreparabile era successo, avrebbero dato qualsiasi cosa per tornare indietro.
    Dopo tanto, tanto, tanto tempo, la vita riprese lentamente a scorrere, fingendo di essere normale. Tuttavia, tutti avevano un pensiero fisso. Quella stella!
    Come sopravvivere senza di lei? Come vendicare il suo furto? Come riempire il vuoto incolmabile che aveva lasciato?
    Tutti cercavano una soluzione pur sapendo che non esisteva.
    Però un giorno, la mamma si tolse una piccola soddisfazione. Si rivolse arrabbiata al Firmamento,e gli
    urlò che era stato crudele, ma anche molto stupido e inutile quel che aveva fatto.
    Sì!, perché aveva fatto un grave torto a tutte le stelle mettendo insieme a loro quella più bella.
    Infatti la sera, chiunque alzi gli occhi al Cielo, non le guarda neppure, poiché lo sguardo viene rapito da un unica bellissima e luminosa stella che offusca il bagliore di tutte le altre.
    E non è finita, perché anche sulla Terra quel gesto malvagio si è ritorto contro il Firmamento.
    Quella stella non è sparita.
    Quella mamma e quel papà, l’altra stella rimasta con loro e tutti gli altri, pur vivendo nell’angoscia e nella tristezza per quella perdita immensa, fanno in modo che la loro meravigliosa stella continui a vivere con più energia di prima, poiché vive perennemente nei loro cuori.
    Non c’è attimo che sia fuori dai loro pensieri e ogni momento della vita viene vissuto solo in funzione della stella più bella dell’universo.
    E vivono in attesa del momento in cui potranno riabbracciarla per assaporare la felicità che adesso è stata loro negata.

    Accetto il regolamento

  63. “L’amore per me è il cosmo che sciorina la sua anima.
    Oppure è un volo di battiti che sciamano da un cuore all’altro.
    L’amore è la sola forza che infiamma ogni vita.
    Che sia la collezione del tempo che lascia ai posteri,
    del profumo…la scia?
    La fantasia mi fa paragonare l’amore, a una marea bramosa
    d’infinità dove si spande distesa e ondeggiante, l’intimità.
    Con certezza,
    l’Amore è l’essenza di ogni perla
    infilata con dedizione,
    creando una poetica collana
    e che ciascuno può indossare”

    accetto il regolamento

  64. Ho notato quanto il concetto di Amore sia centrale nelle opere di Selene e ho scritto questa poesia pensando a ciò che le lezioni mi hanno trasmesso.

    LO CHIAMAI AMORE

    Lo scorsi in un giorno di afa,
    traboccare dal lago scuro, dei tuoi occhi.
    Lo chiamai Amore.

    Dopo mi accorsi che era veramente il suo nome.
    Mi bastava possederne una goccia, solo una.
    Che fosse pura, trasparente.
    Come il rubino della tua bocca.

    Una coppa vermiglia ci dissetò.
    Trangugiammo, insieme, a baci ardenti,
    una, cento, mille gocce d’amore.
    Sapevano di acqua cristallina e di vino fruttato.
    Profumavano di mare in tempesta e resina di pino.

    Nella magia della passione
    Intrecciammo i nostri fluidi
    con alghe marine e nastri di nuvole.
    Ubriachi ci addormentammo,
    in mezzo a boschi di larici e betulle.

    E continua la sua corsa il ruscello,
    nell’oceano dei giorni, ancora e ancora.
    Talora gonfio e d’acqua ricco.
    Talora filo minuscolo d’argento.
    Ed incessante erode la sua roccia
    e la trasforma in ciottoli sottili.

    E noi dal vento del tempo sospinti
    nel lento e svelto fluire della vita
    ci ritroviamo in verdi praterie
    dove cogliamo frutti d’oro e bianchi fiori,
    ed in deserti infiniti dove per sopravvivere
    irrighiamo la siccità col nostro amore.

    Adesso in questa triste stagione
    dal sapore amaro come fiele.
    Attingiamo dolcezza da questo prodigioso calice,
    che ad ogni tuo tenero sguardo
    e ad ogni carezza, si riempie d’ambrosia.

    (Accetto il regolamento)

  65. Accetto il regolamento

    UN FOGLIO BIANCO
    Un foglio bianco,
    davanti a me.
    Provo a disegnare,
    a matita, quel che sento,
    nella quieta tranquillità
    dell”animo.
    Inizio a fare dei disegni,
    che prendono delle forme
    distinte.
    Andando avanti,
    ogni cosa recupera,
    il suo colore.
    Il cielo, il mare, la natura,
    si colorano d”azzurro.
    Il sole, i fiori e le farfalle,
    brillano nel giallo .
    Il cuore di rosea gioia.
    Vedo le foglie,
    il verde dei prati,
    la panca, ove si stendono,
    placidi pensieri.
    Disegno poi, una casa,
    semplice e sincera,
    come i tuoi occhi,
    che mi guardano con Amore.

  66. Mi nutro della tua immagine
    Come di un fuoco che brucia ossa e monete.

    I pensieri battono le mani
    I dadi si gettano nel marasma cosmico
    In sfumature gotiche
    Inaccessibili ai più.

    Attraversando deserti argillosi
    Colmi di tramonti
    Vorrei soltanto che la tua ombra
    Così chiara e nefasta
    Smettesse di accompagnarmi
    dovunque vado.

    accetto regolamento

  67. Stagioni
    omaggio

    E’ di nuovo estate e i margini del bosco si allargano ancora intorno al rapido sentiero dove ti vidi per la prima volta, sconosciuta.
    Di nuovo, come allora, nel rigoglio del bosco sale il cinguettar d’amore degli uccelli e mi richiama la tua cara voce. Il trillo sorridente nel tuo canto quando, finalmente amanti, seguivamo il sentiero tenendoci per mano, e coi piedi nudi spingevamo il trifoglio selvatico fino a renderlo una tenera alcova, nella radura nota a cui i rami d’intreccio porgevano intimità e riparo.
    Ricordo anche l’autunno venuto a ricoprir di giallo l’improvvisato letto, quando ancora la tua mano nella mia evocava il calore delle sere passate e pregustavo il dolce amplesso davanti al focolare, nel piccolo salotto di tua madre.Abbiamo atteso tante sere lì, davanti alla sua foto di gioventù, con te bambina abbracciata alla sua gonna, che il tempo ci portasse nuovi giorni dentro le stagioni, sempre trovandoci l’una all’altro allacciati. E il tempo era per noi come il vagone d’un treno che trascinava le nostre vite in un viaggio sacro e misterioso, sospinto verso un limite ignoto illuminato a distanza dai nostri desideri.
    E ogni sera io salgo dentro quella carrozza e aspetto che il tuo fantasma mi si segga vicino e si riparta. Noi.

    Era una giornata di primavera, resa limpida dal sole novello dopo una breve pioggia, quando tu scendesti da quel treno.Lo ricordo,lo so. Ma ripetere tra me, ancora e ancora, il tragitto che abbiamo corso insieme, quel luminoso procedere stringendo tra i denti la vertigine di parole mai prima pronunciate, che rotolavano piene sul tuo collo sottile dalle mie labbra umide di baci … ah, solo questo mi trattiene di giorno sul bordo dei binari, e allenta nel mio petto quel sentore di buio che mi opprime.
    Soltanto al sonno consento di allontanarmi da te, ma a ogni nuova aurora un rosseggiar di nubi mi riporta all’attesa di un noi che solo nel ricordo alberga la sua gioia, e nel presente batte la sua pena.

    – accetto il regolamento

  68. La Carne e il Cielo

    ​Guarda come la cenere dei secoli cade, si rovescia nel calice del cielo si fa polvere di stelle, schiuma di genesi!
    Tutto l’universo è un incendio che ricomincia.

    ​E qui, nel mio piccolo regno di terra, voglio le tue cicatrici: dammele!
    Voglio che le mie mani, come aratri stanchi, le levighino finché non sappiano di me,
    finché il tuo dolore non scorra nel mio sangue.

    ​Senti il vento? È un gigante che spinge il cuore,
    ma passa leggero, senza piegare un’ala,
    senza ferire il volo dell’uccello che torna.

    ​Sprofondiamo, amore, in questa notte profonda,
    diventiamo come quel vino scuro che nelle viscere della botte impara a tacere,
    che nel buio matura la sua forza di fuoco.

    ​Siamo creature piccole, lo so,
    con occhi che non sanno misurare l’infinito.
    Camminiamo in cerchio, cerchiamo sentieri falsi,
    perché abbiamo paura di quella fine
    che è l’unica, nuda, magnifica conclusione.

    © Giovanni Andrea Negrotti
    27/12/2025 – ACCETTO IL REGOLAMENTO

  69. Monica Montesanti – Sezione A, accetto il regolamento

    Mantra 305 –
    OM SHANTI SHANTI SHANTI SHANTI
    31 Gennaio 2025

    Sussurrato e dedicato alla mia Amica d’Anima Sonia Soy Sagara che il giorno dopo ha lasciato il corpo:

    “Non esiste né l’incontrarsi né il separarsi e sulle ali dello spazio dinamico, coltivo il puro piacere, ti riconosco come mia immagine, a te, a te, a te, ciò che tu vuoi, non ciò che io voglio, noi siamo insieme da sempre. OM SHANTI SHANTI SHANTI SHANTI.
    Non è dato a me sapere ma ho fede, OM SHANTI SHANTI SHANTI SHANTI.
    Nell’immenso dolore inconsolabile osservo con meraviglia altresì la bellezza di questo momento Sacro, si è aperto il portale, vedo, sento, tutto è impermeato di Amore, so che stai per raggiungere la Grande Soglia. OM SHANTI SHANTI SHANTI SHANTI.
    Sei bollente, evidentemente l’elemento fuoco ha preso il sopravvento, gli elementi hanno iniziato il loro percorso, la disgregazione, ma tu sei lì, ancora vigile, entrambe consapevoli seppur ancora incredule, tutto è stato così veloce, fulmineo, solo due settimane, ma siamo lì, mano nella mano, cuore a cuore, in attesa del nostro terzo viaggio sempre insieme, questa volta però non sarà in giro per il mondo alla ricerca delle civiltà delle origini e neanche nei percorsi interiori alla ricerca del nostro vero sè, bensì nel TRANSITO, il più duro, tosto, crudele, irreversible.
    Che folli che siamo, d’altronde caratteristica che ci ha sempre contraddistinte, anche in questo momento, sembriamo due bambine in attesa di scoprire il misterioso senso della vita, morte e rinascita, ma sempre, INSIEME!
    OM SHANTI SHANTI SHANTI SHANTI, continuo a ripeterlo incessantemente, OM SHANTI SHANTI SHANTI SHANTI, ciò che tu vuoi non ciò che io voglio, ho fede, ho fede, ho fede, non è dato a me sapere ma se tu, morte, sei qui con noi ho fede per entrambe.
    1 Febbraio 2025, Mantra SONO FIGLIO DELLA TERRA E DEL CIELO STELLATO
    Amica mia siamo in transito, io al di qua della Soglia e tu al di là della Grande Soglia, che meraviglioso dolore che è la morte. Io ti ringrazio Amica mia, sei, sei stata e sarai per sempre, la mia più grande Maestra. Accompagnarti nella morte è stato tremendo, terribile, doloroso ma contemporaneamente onorata e grata per aver avuto la possibilità di assistere alla meraviglia della creazione.
    Sacrum Facere, donarsi per Amore, sappi, cara Soy, che se il tuo cruccio finale è stato di non avere avuto abbastanza tempo di aiutare le persone nel cammino della consapevolezza, come già ti dissi, tu hai, stai aiutando e continuerai a farlo nell’eternita’.
    Sappi che il tuo Sacrum Facere resterà per sempre nel mio tabernacolo del cuore.
    Onorata e grata per averti ri-conosciuta in questa mia reincarnazione.
    Non esiste destino migliore o peggiore ma ognuno deve compiere il proprio destino.
    Per sempre unite al di là del tempo e dello spazio.
    Con infinito Amore, Monica Moj Chaitanya.

    Grazie Selene, gli Omi sono stati, sono e saranno la mia anora.

  70. LEI IL MONDO, LUI IL CIELO

    Lei gli insegnò a resistere
    allo sfinimento che lo sovrastava,
    a insistere
    quando serviva un’altra prova.

    Lui le insegnò a lasciar correre
    un ipocrita insulto,
    a non portare rancore
    a ciò che è irrisolto.

    Lei gli insegnò a distinguere
    al di là dell’ombra
    i valori in rilievo
    da fossilizzare come l’ambra.

    Lui le insegnò a sopportare
    chi deride senza competenza,
    perché si faranno ricordare
    per la loro inconsistenza.

    Lei il mondo,
    lui il viaggio
    attraverso il mondo.
    Lui il cielo,
    lei la luce
    che trapassa il cielo.

    – accetto il regolamento

  71. Gli uomini erano diventati insensibili alla natura , avidi del Dio Denaro e il progresso rilasciava nell’ambiente sempre più grandi quantità di gas-serra, miopi allo scempio. I tanti veleni rilasciati nell’ambiente avvelenavano sempre di più i terreni , l’acqua potabile , i cibi e l’instabilità atmosferica provocava ovunque squilibri (desertificazioni , precipitazioni , alluvionali e altri fenomeni estremi inoltre tutte le specie di animali e del mondo vegetale , si erano estinte e il pianeta soffocava nel suo squallore ). Per risolvere almeno in parte il problema dell’instabilità atmosferica nelle città , gli scienziati avevano testato con successo delle macchine per stabilizzare il clima ma questo risultato interessava soltanto le città , oltre era il caos. In una città del futuro , in una giornata dal clima gradevole , là dove si affollavano operose masse di persone…
    Un vecchio curvo saliva faticosamente le scale di un edificio con la sua nipotina per mano. Erano lì per una visita al museo di Storia Naturale , per ammirare la fauna e la flora , immagini olografiche di quello che un tempo aveva offerto agli uomini la natura. Entrati nell’edificio videro gruppi numerosi di persone e tanti bambini imbambolati a fissare immagini olografiche che si materializzavano come fantasmi.
    -Nonno , cos’è questo animale qui vicino a noi ?
    Il nonno :
    – E’ un leone , si è estinto da tanto tempo per la miopia degli uomini.
    La bambina : E quest’altro che sopraggiunge di corsa ?
    Il vecchio :
    -Un elefante , anch’esso estinto.
    La bambina : Guarda nonno…ci sono i pesci che volano nell’aria , io non li ho mai visti…
    L’uomo :
    -Non ce ne sono più negli oceani per la pesca intensiva.
    -La bambina :
    -Nonno , da quanto tempo gli animali sono scomparsi ?
    -Il vecchio :
    -Da secoli e il mondo è così silenzioso e spoglio…
    La bambina : Non possono tornare ?
    Il nonno :
    -No, appartengono al passato.
    La bambina : Ma tu , da piccolo , hai visto gli animali ?
    Il vecchio :
    -Soltanto immagini olografiche.
    La bambina con tristezza : Perché gli uomini hanno spogliato la natura ?
    Il vecchio :
    -Per miopia , soltanto per questo.
    La bambina : I cambiamenti climatici sono stati un’opera dell’uomo ?
    Il vecchio :
    -Sì…
    La bambina con voce accorata.
    -Avrei voluto vedere i colori e le forme della natura ma tu , nonno…perché piangi ?
    Il vecchio :
    -Perché anch’io come te ho perduto il trionfo della vita !

    ——
    accetto il regolamento

  72. Una Rotonda sul mare

    Ricordi palpabili, inalterati nel tempo che ha inghiottito gli anni quasi con rabbia. I miei 17 anni d’allora con i misteri della vita ancora tutti racchiusi in me e i sogni da realizzare, con la adolescente curiosità di aprire la porta alla vita, là in quella grande rotonda del Marechiaro a Gabbice Monte, sospesa fra cielo e mare immersa nel verde colmo di aromi e di musica. Lui dietro di me, io appoggiata al suo petto, stretta e cullata fra le sue rassicuranti braccia, ed insieme a cercare d’affondare lo sguardo verso un orizzonte indefinito, trapuntato dalle luci tremule e lontane dei pescherecci, la luna immensa ad argentare le leggere increspature del mare sottostante, e per azzurrare i nostri volti abbronzati. E le parole sussurrate fra i capelli. “Sei uno splendido fiore!” Ed io in cerca di conferme. “Mi ami?” Lo studiato silenzio per rafforzare le parole di giovane uomo esperto e poi. “Come potrei non amare un fiore appena sbocciato e che coglierò per primo!” Sussultai emozionata ed eccitata, il cuore già accelerato sobbalzò, lui era sicuro, sentiva che lo volevo con tutta la forza dei miei 17 anni e in quella stessa misteriosa notte! Non ci furono parole di consenso da parte mia, perché bastò il linguaggio del corpo, che feci aderire completamente al suo, i suoi baci si fecero più appassionati e profondi, a cui contraccambiai con tutto il trasporto di cui ero capace, volevo conoscere l’amore e lo conobbi, lì su una panchina immersa in una conchiglia verde, al riparo da occhi indiscreti, lasciai che dolcissime parole mi circondassero, che mi compenetrassero come tutte perle da conservare nell’anima! Rimanemmo poi stretti l’uno all’altra, con le emozioni in tumulto, inerti, svuotati, ma felici, l’immenso davanti a noi ci parve ancora più affascinante, non si distinguevano più le luci riflesse da quelle reali, tanto i due elementi primari ne erano colmi e ci lasciammo trasportare dalla musica dolce e appassionata di quei magnifici anni 60, in quella rotonda sospesa fra cielo e mare. “Passerotto domani sera ti aspetto! Verrai? Ricordati che ti amo tantissimo!” Sincero? Non lo saprò mai! Partii coi miei genitori quella stessa mattina, ma ricordo ogni istante della magica notte a Gabbice, però ho dimenticato il suo nome, o forse non me lo disse? Io l’ho sempre chiamato amore.

    – accetto il regolamento

  73. accetto il regolamento

    Il pianto dentro

    Quando sai d’avere il pianto dentro?
    Quando fai apparire tutto normale
    e un sorriso affiora tenue sul labiale.
    Quando racconti che stai molto bene,
    che hai una vita giusta e ti sostiene.
    Quando ti fai in quattro, per chi hai vicino,
    con impegno costante, sai che è destino.
    Quando non vedi la via del tuo cammino,
    e senti un colpo al cuore, ad ogni suono.
    Quando non senti chi ti parla da vicino
    e non ricordi ciò che ormai ti sta lontano.

    Allora sai di avere il pianto dentro,
    un pianto convulso senza soluzione,
    che non ha tempo, che non ha ragione,
    un pianto duro, che cerca spiegazione.
    Quando vorresti non aver memoria,
    cancellar passato, con tutta la tua storia.
    Quando un urlo ti si strozza nella gola,
    più ti guardi attorno e più ti senti sola.
    Quando fatichi a pronunciar parola,
    cerchi e non trovi e fai solo la spola.
    Quando t’avvii sul viale del tramonto,
    allora sai d’avere il pianto dentro.

  74. C’è solo un suono
    nell’infinito
    che mi fa tremare.
    C’è solo una musica
    che smuove dentro.
    È la tua voce
    che accarezza l’anima
    e abbatte le montagne
    livellandole.
    Le lacrime
    dagli occhi
    sono di gioia.
    Il cuore batte forte
    le ginocchia cedono. .

    – partecipo con questa mia poesia, tutti i diritti sono riservati
    accetto il vostro regolamento

  75. MATRIMONIO

    Esco dalla terra
    dannatamente umida
    e cerco il tuo nome
    l’ingresso alla tua tomba
    per restare per sempre insieme

    accetto regolamento

  76. *** CONTEST TERMINATO ***

    Vi ringraziamo per la partecipazione!
    I finalisti saranno contattati via e-mail.

    Vi invitiamo alla partecipazione alle nostre attività letterarie:

    1. Contest “Il passo della strega”
    https://oubliettemagazine.com/2025/12/05/contest-letterario-di-poesia-e-racconto-breve-il-passo-della-strega/

    2. “2026 che scrittore sei?”
    https://oubliettemagazine.com/2026/01/06/speciale-tomarchio-editore-2026-che-scrittore-sei/

  77. Ringraziandovi per la partecipazione annunciamo i finalisti del Contest “Solstizio d’Inverno con Selene Calloni Williams”

    FINALISTI
    “Hari om” di Annalisa Scialpi
    “Lo chiamai amore” di Serena Baldo
    “Nel silenzio” di Giuseppina Carta
    “Fruscio d’ali” di Fabio Soricone
    “Sulle cime innevate medito” di Francesca Patitucci
    “Una scheggia di luce in tasca” di Raffaele Di Palma
    “Corpo libero” di Elisa Margherita Rossi
    “La casa che respira” di Paola Valenti
    “Om Shanti Shanti Shanti Shanti” di Monica Montesani
    “Mantra KROM 344” di Roberta Cristiano
    “Meditazione 207 Kavachaya Hum” di Daniela Visani
    “Natale Eretio” di Angelo Napolitano
    “Solstizio d’Inverno” di Ignazio Basile
    “Natale 2025” di Marco Astegiano

    ***
    I finalisti saranno avvertiti via e-mail.
    ***
    Concorso attivo:
    https://oubliettemagazine.com/2025/12/05/contest-letterario-di-poesia-e-racconto-breve-il-passo-della-strega/

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