“La psichiatria – Domande e risposte” di Piero Benassi: siete pronti a salire sulla barchetta?

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La psichiatria – Domande e risposte di Piero Benassi, edito da Consulta librieprogetti, è uscito nel 2025.

La psichiatria Domande e risposte di Piero Benassi
La psichiatria Domande e risposte di Piero Benassi

Piero Benassi, l’anno scorso, circa centenne, ne pubblicò un paio, uno dei quali era Come funziona il cervello?, che lessi con una certa attenzione. Il cervello dell’autore, ne sono certo, non finirà mai d’andare dritto per la sua strada. Questa è la speranza di noi umani: che la nostra esistenza non diventi una fatale prova dell’entropia cosmica.

38 (trentotto) sono le domande principali che Piero ne La psichiatria – Domande e risposte si pone, prima a se stesso, ipotizzo. Poi a noi. A ognuna di esse dà una risposta, né eccessiva né limitata, diciamo: esauriente. Nel senso che il lettore non vede l’ora di passare alla successiva. Questo non vuol dire che la precedente sia esaurita, ma che urge spostarsi alla prossima questione: Enten-Eller, diceva Kierkegaard. Amerei chiedere a Piero com’è che lo cito sempre, ‘sto Søren, non sempre a proposito, anche se potrei farne a meno, e sempre con quella ø che un po’ di fastidio reca al prossimo, pure a me: come caspita si pronuncia?

A pagina 10 de La psichiatria – Domande e risposte, aerea, appare la prima navetta che sento e che poi scopro essere un disegno di Elisa Pellicani, editrice di Consulta. Ha un suo significato: se volete arrivare alla prossima fermata prima dovete un po’ salire. Un libro è un viaggetto su una scialuppa, o in elicottero, o in pullman. Si scende ogni tanto, anche se non si è arrivati all’isola sognata, magari per recarsi in un bagno gratuito, per tracannare un sorso d’acqua. Se abiti solo, come il sottoscritto, si può fare a collo (= a gargarella). E poi ci si sistema sul sofà e si prosegue. Leggere è proseguire in avanti, e all’indietro, o di sghembo, come i gamberi. Così è pure scrivere, parlare, ascoltare. Interagire col prossimo ogni volta è questo. Non dev’essere inteso come una cogenza necessaria, bensì un’ideale eventualità.

Scrive Piero: “… ho riletto quanto scritto da illustri psichiatri ben più esperti del sottoscritto…” – anche Tommie Smith fu superato da Pietro Mennea, il quale fu… Certo! La grandezza umana non si misura in secondi, in neuroni e relative sinapsi. Ognuno dà quello che è. Dopo che l’ha reso, ha come raddoppiato il suo sapere e tu, Piero, è una vita e mezza che dai… Ma non riposarti mai, ti prego, ché abbiamo tanto bisogno di te. Datti da fare col futuro libro. Senz’obbligo, è ovvio.

“Certo, è stata una vita di sacrifici, ma anche di soddisfazioni e gratificazioni. D’altronde il mondo diventa veramente libero quando ci si affranca da una serie di condizionamenti e di dipendenze.”

Poiché nel successivo capitolo non ho segnato nulla, giungo alla facile decisione, che, più è semplice, meglio è formulabile: che commenterò solo quello che per me diventerà cogente farlo. La nostra dev’essere intesa come una reciproca libertà, ne convieni? Andiamo avanti!

“Attribuire alla malattia mentale tutto quello che è inspiegabile, che noi non capiamo o che è particolarmente crudele e violento, è un nostro meccanismo di difesa.” – interpretabile come un conato di aggressività, d’esclusione?

Da quel che dici, pure uno come te può diventare crudele. Anche uno come me. Lo temo.

Rinunciare alla pazzia, allo squilibrio psichico, agevola, da un lato, l’esistenza. Mi stai convincendo però che, dall’altro, si rischia di perdere “in gran parte il senso del suo ‘essere libero’.” – dell’arcano talento, del mitico carisma. Ognuno di noi, pazzi e meno pazzi, può dire, con Arthur Rimbaud: Je est un autre, la parte che ti manca è qui, covata nel tuo imo.

M’affascina quella “linea rossa” – a cui accenni – “che oscilla, è variabile ed è confezionata da una lunga serie di realtà.”: ogni linea può servire a creare il legame della medesima ragnatela in cui si è tutti, chi più chi meno, invischiati. All the world is entangled: questo lo dicono i maghetti della quantistica.

Ciarlando ma più che altro sentendo ciarlare un mio affine bipolare, talvolta m’avvedo che entrambi ignoriamo. Mi chiedo se e quanto lui sa di non sapere. Se e quanto quell’Andy sia socratico! Mah!

“La follia per i greci fu anche una serie di realtà diverse…” – dici, poi le enumeri e infine aggiungi che, nella loro “società” – eh?! – “… i folli non erano reclusi e isolati…” – ma convivevano coi sani.

Temo d’aver frainteso. Mi piacerebbe parlarne a voce con te. Chissà. Resto a bocca spalancata, come uno di quei folli di quella navetta di Hieronymus Bosch, e non interagisco granché per decine di pagine. Fino al tuo narrare dell’opera di Mark Spivak – ma chi era costui? – per il quale occorreva consentire al malato di “cavarsela più o meno nell’ambiente esterno…” – il che m’induce a pensare ancora al mio affine, il quale mi spaventa più per la sua furbizia (che riesce a superare in finezza tanta gente, me ampiamente compreso) che per il suo deficit mentale, che fu clinicamente accertato. Ora tu però parli di “angoscia e crisi di panico” – e delle loro differenze.

E mi fai pensare all’ennui di Charles Baudelaire, alla noia di Giacomo Leopardi, al male di vivere di Eugenio Montale; nonché al cognatesco e straziante ululato che Andy riferiva a quel suo oscuro dolore al fegato. Nonché allo stress che anch’io patisco allorché il savio fatalismo che m’insegnò la mia mamma sospende il suo benefico effetto. Papà era molto più ansioso, nonché più dotto. Che sia questo il problema? O non c’entra nulla?

Il letterato Gino Ruozzi ha più cultura di me ma a volte pare quasi atarassico, indenne dall’angoscia che a volte sento penetrare in me. Pare o è? Che dire dell’olimpico Goethe? Del fin troppo pacato Jiddu Krishnamurti? Siamo certi che non simulassero la loro sanità mentale? Ne siamo convinti? Di che? D’appartenere alla medesima specie animale?

Ora tocca a Freud, che “Non si allontanò mai dal punto di vista scientifico…” – ma lo scoprì un bel dì di quel che s’era perso? Il mio Andy potrebbe impartirgli delle lezioni? E io? Un pomeriggio, il mio affine mi chiese di aggiustare una presa elettrica della sala. Gli dissi che l’elettricista di casa era lui. Andy mi disse che quel dì non si sentiva in grado. Per cui si limitò ad assistermi. E ogni tanto mi diceva: No, Stefano! Tutt’all’in contrario! – sono certo che avrebbe fatto lo stesso con quel Sigmund. Sai che se ne sarebbe fatto delle tue “tre istanze psichiche”, mio caro austriaco? Non le avrebbe ascoltate ma ci avrebbe parlato sopra. Mi viene da pensare che la psiche sia come la particella quantistica: un’onda indeterminabile. O misuri la sua posizione o la sua quantità di moto. E non i suoi vari gradi di libertà (così li chiamano).

Ora tu passi a esaminare i “miti” di Jung. Essi, storicamente, hanno un pregio: mi agevoleranno la comprensione de La casa dei Melograni di Oscar Wilde, che non sapevo ancora come trattare, commentare, tentare di reagirvi.

Tu scrivi ne La psichiatria – Domande e risposte: “Dio rappresenta, a partire dal vecchio e Nuovo Testamento, l’assunto dell’universo: Dio crea, decide, parla, agisce e tutti gli uomini, anche i più grandi, ruotano attorno a lui, esistono perché esiste lui.” – e dopo appena tre anni di regno, al culmine della sua folle ricerca, perisce all’improvviso, come quell’angioletto satanico dell’ultimo racconto wildiano. Inoltre, affermi la sacra banalità che Jung ha studiato i sogni dei vari popoli. E che ha scoperto? A questo tenti di rispondere. Chi vuol sapere la tua doxa dovrà soltanto leggerla.

Un breve spoiler: “Il sogno, inoltre, è una piccola porta occulta che conduce alla…” – stop. La parte più arcana è rintanata nell’abisso di quell’inoltre. A cui seguirà… inoltre!… il ritratto di Adler, di cui esemplifichi “i cardini della dottrina…” – che saranno un bel dì scardinati, trattandosi di scienza.

Parli ora “della psichiatria fenomenologica” – auguri, lettore! – che “non professa nuovi metodi curativi…” – ma usa un linguaggio nuovo.

Ragazzi cari: Karl Jasper vi sta aspettando. Siate pronti a salire sulla barchetta!

E la navicella di Elisa ci fa trasvolare a pagina 103, ove si può trangugiare che: “… ogni caso è singolo, unico e irripetibile.” – come il tuo, Piero, il tuo, Elisa, il mio, Stefano. Siamo teorie popperianamente falsificabili, più scientifiche che religiose. Anche se: i dogmi, gli assiomi e i postulati mi fanno pensare (anzi: credere) che siamo tutti fedeli d’una miscellanea di riti e di ditini scurrilmente levati verso l’alto.

Ciò m’induce a ricordare la mia ex collega che ogni tanto s’inalberava quando mettevo in subbuglio quel che lei strombettava essere il suo ordine schizofrenico. Ognuno è un casino unico, il proprio, Ivonnuccia… Io ho il mio. Tu hai il tuo. Nella convivenza ha la sua origine il kàos.

Rimango perplesso a quel “furore bersechico” – chiederò a mio figlio che fu da ragazzo un cultore di quel Manga. Chisssà se poi c’entra?!

A proposito, ho colto pochi, piccirilli refusi. Quello che più m’ha strabiliato è a pagina, credo, 35.

A pagina 112 (chiamiamo i carabinieri?) leggo che sei stato, mio autore, “compagno di scuola al ginnasio San Carlo di Modena…” – di quel mistico Gabriele Amorth – e lui sì che riusciva a inquietare e poi a tranquillizzare l’utente! Ora parli della dipendenza del cellulare. Ricordo quel che disse una persona (e un po’ lo penso anch’io) che aveva smarrito il cellulare: lì dentro c’è la mia vita! Che fortunatamente ritrovò! A un secondo amico andò peggio. Rientrato quasi subito nel bar doveva l’aveva dimenticato, non ne trovò due, e manco uno!

Nel frattempo, a pagina 134 de La psichiatria – Domande e risposte dici che “lo schizofrenico…” – il nostro intimo sconosciuto – “… manifesta sentimenti, simboli e immagini analoghe a quelle dei sogni e a quelle del pensiero primitivo, traendo da un substrato psicologico comune i mezzi espressivi che vengono usati dai cultori dell’arte…” – e che, a cercarne uno normale, non se ne trova mezzo: “E l’opera d’arte appare come un’operazione magica con la quale lo schizofrenico cerca di crearsi un mondo dove possa di nuovo vivere.” – e io, che sono meno serio di te, vorrei allargare il discorso a tutti gli artisti di ‘sto bipolare mondo, pure a mio cognato preferito (che è pure l’unico), al mio amato Andy! E anche a quella Aloyse – di cui parli – che di cognome fa Corbaz, immagino.

Piero Benassi citazioni psichiatria
Piero Benassi citazioni psichiatria

Il capitolo che dedichi alla dipendenza alla droga di certi artisti mi fa pensare al ginsberghiano allargamento della coscienza. E alla sua poesia sull’acido lisergico e a quella sul gas esilarante, che tante (in)sane risate gli e mi ha donato. Come t’ho voluto bene, mio barbuto e zazzeruto Allen! Ma penso anche all’altrettanto mio Henry Miller che, paradossalmente, un bel dì scrisse la sua millerata: per eccitarsi egli soleva sorbirsi un sorso d’acqua fresca (secondo me la beveva dal rubinetto). Era un effetto placebo? Oh Dio dell’Arte, dimmelo Tu!

A pagina 151 accenni a quella Trimurti di maniaci bellici: che schifo! Sto per rigettare quel gran sorso d’aria fresca che m’hai donato! Tiremm innanz!

Mi salva, la pagina appresso, quel tuo riproporre “il senso di quella linea rossa oscillante”!

Sei terribile, quando scrivi: “… perché la psichiatria sembra voler esperire tutto: è imperialista, entra nelle menti…” – e poi si smarrisce, come un Teseo deprivato della sua Arianna?

Poi ci ri-doni la speranza: “Sono quindi in atto ulteriori approfondimenti e trasformazioni: è tutta una ricerca del divenire”.

Però, sulla “IA” – se ti va, ne parleremo altrove fra mezzo secolo, oppure qui, fra sei mesi, vedi tu.

A pagina 166, la barchetta di Elisa s’è ingrigita… Mi pare un po’ tristina, chissà perché…

Ripropongo all’uopo l’ultimo tuo indovinello: Come nutrire al meglio il cervello?

Lasciamo al Maitre Chef Piero l’ardua sentenza. Concedo il mio a sedere posto a chi lo vorrà leggere. La strada è lunga ma percorribile, ergo… spicciatevi!

A percorrerla c’è ora quella “Testa in terracotta, dai laboratori dell’Ospedale Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia (collezione privata)” – di cui fosti per pochi decenni (tre?) l’immane e credo quieto Direttore. Ed era stato un lebbrosario. Un lazzaretto! Ora cos’è? Intanto è (anche) una sede universitaria. La cultura nasce dalla fissazione mentale di alcuni Holy Men, dei santi uomini. Che trovarne uno sano di mente (e di corpo) non è mica facile. E tu… mo’… come ti senti… Maestro?

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Piero Benassi, La psichiatria – Domande e risposte, Consulta librieprogetti, 2025

 

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