“Il libraio di Kabul” di Äsne Seierstad: un saggio che si legge come un romanzo
Avrebbe lottato per diffondere la conoscenza della cultura e della storia afghane.

“Il libraio di Kabul” di Äsne Seierstad è narrato come un romanzo, in realtà è un saggio su quanto raccolto nel reportage dell’autrice.
Arrivata a Kabul nel 2001, è andata a vivere nella casa di Sultan Khan, vestendo come le donne di famiglia, arrabbiandosi per come gli uomini trattano le donne.
L’autrice ci racconta della terra afghana: dei talebani, della storia, della sua geografia. Ma, soprattutto, ci narra della gente.
Attraverso la famiglia di Sultan riusciamo a capire cosa pensano: come vivono, come amano, come pregano.
“Ho scelto la forma narrativa, ma mi sono basata su episodi reali a cui ho io stessa preso parte o che mi sono stati narrati da chi li ha vissuti.”
Scopriamo che tre quarti della popolazione, nel 2000, è povera e ignorante. Mentre la famiglia di Sultan sa leggere ed è benestante.
Entriamo in un mondo per noi impensabile (anche se alcuni momenti ricordano rapporti famigliari che anche qui da noi venivano vissuti in quel modo, quando si viveva ancora sotto il tetto di una cultura patriarcale), pare di aprire una pesante tenda scura e, guardando dall’altra parte, entrare in un universo così diverso dai giorni nostri.
Nel 1999 la polizia religiosa brucia i libri in un grande falò. Questo episodio ci riporta alla memoria un altro evento storico a noi noto.
Sultan ha nascosto circa diecimila libri nei sottotetti della città, per proteggerli. Viene imprigionato per aver venduto libri e, una volta libero, decide che lotterà per salvaguardare la sua cultura.
Capiamo molto di più dei talebani leggendo i sedici decreti che paiono assurdi, parte di un mondo capovolto: ad esempio il divieto del nudo femminile sulle copertine o sulle confezioni; o il divieto di far volare gli aquiloni, o, ancora, di ascoltare musica.
Le donne tornano a indossare il burka e, come tali, vengono chiamate: non sono donne, sono burka.
“Le donne col burka sono come cavalli col paraocchi: vedono solo in una direzione.”
Dopo l’11 settembre viene combattuto il regime, ciononostante le donne tendono comunque a coprirsi, a non farsi vedere dagli uomini; a evitare luoghi frequentati da entrambi i sessi.
Si parla dei matrimoni combinati, dove sono le donne della famiglia a contrattare. È tutto un insieme di soldi, prestigio, verginità, obbedienza che tocca in dote alle spose bambine.
Al di fuori di questi scenari che fanno soffrire anche solo a leggerne, ci sono momenti divertenti; come quando l’autrice di racconta di Bibi Gul, la madre di Sultan, che nasconde mandorle glassate e biscotti, per mangiarseli di nascosto.

Sono molteplici le cose che ho appreso e su cui ho potuto riflettere, confrontando il mio mondo e il mio pensiero con una realtà lontana da me, rimasta indietro di anni.
Ho apprezzato moltissimo la scrittura di Äsne: semplice, efficace, che arriva diretta e che mai giudica o si permette di andare oltre il suo ruolo di giornalista. Non a caso è tra le più apprezzate corrispondenti di guerra.
“Il libraio di Kabul” è un saggio che si legge come un romanzo e che narra il vero come grande storia d’attualità.
© 2003 Rizzoli
ISBN 88-454-2405-7
Pag. 321
€ 17,00
Written by Miriam Ballerini

