“Il Poeta Ibrido” di Franco Carta: la prefazione della silloge poetica

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“[…] Un bambino è seme nel grembo del mondo,/ è domanda senza risposta,/ gioco che sogna il futuro/ senza sapere cos’è il dolore.// […] Un bambino è ciò che resta/ quando tutto è perduto./ È la verità che nessuna guerra/ può più seppellire.// […]”“«Definisci bambino»: Bambino”

Il Poeta Ibrido di Franco Carta Prefazione
Il Poeta Ibrido di Franco Carta Prefazione

Seme, futuro, ciò che resta: nei capitoli che compongono “Il Poeta Ibrido” (Tomarchio Editore, dicembre 2025) l’autore cagliaritano, Franco Carta, presenta un cosmo (dal greco κόσμος, con il significato di “ordine”, “armonia”) ben tracciato e delineato dalla ricerca della pace per ogni essere vivente.

I quattro capitoli della silloge poetica presentano, già nel titolo, l’attestazione del programma concettuale che il lettore andrà a scovare: La Pace da insegnare, Con i piedi per terra, Seu naschidu in Sardigna e Poesie vincitrici Premio “Poeta Ibrido”.

“Scrivendo queste pagine ho avvertito di compiere un gesto insieme antico e nuovo: prendere la parola come si prende una pietra, o un seme, e portarla in viaggio. Affidarla al vento, alle storie di chi non può più parlare, ai nomi cancellati dalla guerra, alle vite sospese che la storia travolge. L’ho immersa nei conflitti del presente, nei fischi dei droni, nelle macerie di Gaza, ma anche nei silenzi della notte di Cagliari, negli ulivi che resistono, nel mare che torna sempre a insegnare la sua pazienza. Ho lasciato che attraversasse i volti amati, gli incontri mancati, le città della mia isola, che diventano nel tempo sempre più casa e sempre più lontananza.”dalla Nota dell’Autore

Per gentile concessione della casa editrice Tomarchio Editore pubblichiamo in anteprima la prefazione della silloge poetica di Franco Carta.

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Prefazione “Il Poeta Ibrido”

La Poesia costruisce “case di immaginazione dove poter vivere con mura che, restando erette, sovrastano l’incedere dei secoli; le finestre di questi edifici mutano a seconda dell’abitante, ora la struttura è lirica, ora è il verso libero che apre il suo uscio, ora è la rima baciata che si affaccia a mirare il panorama sconfinato del mondo dell’imago.

Imago che, nella sua accezione, comprende una vasta gamma di significati quali “immagine”, “ritratto”, “ombra”, “ricordo”, “visione”, “schema inconscio”, “sogno” e “spettro” ma è bensì interessante sottolineare la sua composizione etimologica che racchiude la parola “mago”, infatti, esiste una espressione latina usata spesso per il verbo “immaginare” ‒ “in me mago agere” ‒ la cui traduzione ‒ in me agisce un mago ‒ conduce ai tempi primigeni della coscienza verso i quali, ancora oggi, si guarda con la dovuta riverenza.

Ed è proprio questo il modus operandi del poeta: la forza creativa interpreta la realtà e la trasforma ‒ la trasfigura ‒ come se ci si trovasse dinnanzi ad un mago che compie una magia, lemma che, anche in questo, racchiude in sé un significato più ampio essendo la parola di origine greca ‒ μαγεία” (magheía) ‒ e che riportava alla misterica dottrina dei Magi persiani.

Così la finestra di Franco Carta guarda la sua porzione di mondo e scrive:Ci sono uomini che volano come uccelli, facendo musica con/ le ali. Sono loro che ci insegnano a sollevarci, a librarci sopra il/ rumore del mondo. Altri, come castori, costruiscono rifugi di/ sogno, case di immaginazione dove poter vivere, almeno per/ un momento, in pace. Ci sono poi i santi uomini, audaci/ predicatori della nonviolenza, che hanno offerto la loro vita/ come seme. […][1]. Gli uomini diventano uccelli, castori, santi, pesci ma anche diavoli, vampiri e demoni quasi a ricordare la complessità del mondo del vivente. Difatti, nelle liriche de “Il Poeta Ibrido” la luce incontra l’oscurità con l’obiettivo di sovrastare “[…] Ogni giorno, con parole, gesti, sogni, possiamo/ proporre al mondo l’emancipazione dalla guerra e la gioia/ limpida, concreta, possibile della pace”.[2]

La presente silloge del poeta e scrittore cagliaritano Franco Carta è suddivisa in quattro capitoli tematici rispettivamente denominati La Pace da insegnare, Con i piedi per terra, Seu naschidu in Sardigna (che comprende poesie in logudorese e poesie in campidanese con traduzione in lingua italiana) e Poesie vincitrici Premio “Poeta Ibrido”.

Il Capitolo I ‒ La pace da insegnare affronta il necessario compito del poeta che, per l’appunto, deve insegnare la pace, deve continuamente pensare in versi il miglioramento dell’essere umano esaltando le figure della storia che hanno illuminato la via dell’armonia tra i viventi con l’avvicinamento “a un nuovo sacro”.[3] Ma il poeta deve anche inoltrarsi nelle tenebre per conoscere la violenza della sopravvivenza portando seco l’insegnamento sublime della cercata solidarietà che dovrebbe rappresentare la specie umana ma che risulta assente dalla società in larga scala.

Fin dalla nostra nascita/ siamo stati uomini-diavolo, uomini-vampiro,/ uomini-demone./ Strani ibridi:/ animali rivestiti d’umanità,/ maschere umane sul volto della bestia,/ sempre pronti a svergognare la nostra specie./ Ogni animale ha in sé abbastanza violenza per sopravvivere,/ ma solo l’uomo uccide senza fame,/ solo l’uomo gode del dolore che infligge./ […] Senza fremiti,/ senza carne viva davanti agli occhi./ Consultano la Borsa di New York – e sorridono./ Consultano la Borsa di Londra – e sorridono./ Controllano i loro conti – e sorridono./ I padroni della guerra sorridono./ E a volte ridono./ […] Ora i figli della pace/ diventano macchine da guerra./ […] La pace non si quota in Borsa./ Nessuno fa pubblicità alla felicità./ Ma la pace si impara,/ cresce, cammina, respira,/ […][4]

Franco Carta ‒ il poeta ibrido ‒ insiste sulla contraddizione umana della pace-guerra con una serie di toccanti liriche sulla Palestina che descrivono l’orrore odierno e dei decenni trascorsi.

Il Capitolo II ‒ Con i piedi per terra trasporta in una miscellanea nella quale si incontra la metamorfosi dello stesso poeta che viene immaginato come un astronauta[5] con la maglietta bianca in cotone, come un pastore urbano[6] che non ha greggi, come un poeta pastore[7] col passo corto, come un moderno Icaro[8] che lascia post sui social.

“[…] Qualcuno mi ha detto/ che ci vuole grazia,/ che la poesia è capra selvatica/ che si lascia avvicinare/ solo a chi non la cerca./ […] A volte penso/ che la poesia/ mi abbia scelto per sbaglio,/ confondendomi con un altro Franco/ che magari vive a Orgosolo/ e sa usare le metafore./ […][9]

L’ironia delle prime liriche del secondo capitolo s’infrange nell’accurato pàthos ‒ dal greco πάϑος con il significato di “sofferenza”, “passione”, “potenza drammatica” ‒ di poesie dedicate a personalità che sono rimaste impresse nella mente del poeta: poeti come Federico García Lorca ed Arthur Rimbaud, attrici come Claudia Cardinale, compositori sardi come Aldo Turnu ma anche personaggi “controversi” come Moana Pozzi. Altre dediche sono presenti nel volume, ad esempio, precedentemente nel Capitolo I si incontra una lirica per la poetessa palestinese Hiba Kamal Abu Nada e, successivamente, nel Capitolo III per lo scrittore Sergio Atzeni e per zia Chichissa descritta come casa, cuore e madre non di sangue ma di gesti sinceri.

In quel silenzio d’Orgosolo antico,/ tra i monti fieri e il vento amico,/ sei stata casa, sei stata cuore,/ sei stata madre nel tuo calore./ Non sangue, ma più di sangue eri,/ con mani forti e gesti sinceri./ Nel tuo sguardo c’era l’infinito,/ il sole sardo, il pane condiviso./ Ogni mattina un gesto d’amore,/ un caffè, un sorriso, un fiore./ […][10]

Scendevo,/ non camminavo, scendevo,/ in gallerie di pietra gialla./ Gialla come certe visioni/ che si accendono nel cuore della mente,/ o come la nostalgia di un luogo mai abitato.// Mi ricordava Gerusalemme./ Non ci sono mai stato.// […] Continuo a pensare alla parola scavo./ Scavare:/ penetrare, riportare alla luce,/ o forse nascondere più a fondo.// Ciò che risuona/ discende/ come il desiderio che non smette,/ non si placa,/ si avvita su se stesso,/ uguale e insopportabile.[11]

Il poeta ibrido di Franco Carta
Il poeta ibrido di Franco Carta

Il Capitolo III ‒ Seu naschidu in Sardigna, intitolato come l’omonima e fortunata poesia conosciuta in svariati ambienti letterari, rappresenta la vera celebrazione ibrida dello pseudonimo di Franco Carta con un interessante incontro tra le due varianti dialettali del sardo: il logudorese ‒ la variante della prima infanzia del poeta ‒ ed il campidanese ‒ la variante conosciuta ed apprezzata in età successiva.

Nel filo di suono/ del vento di tramontana/ l’isola ha lasciato/ non per fuggire,/ ma per fondere/ il mare con la parola,/ come il fuoco con la vena di ferro./ Figlio di Capoterra, Orgosolo e Cagliari,/ narrava con il coro del popolo muto,/ canti di re, di pescatori e di santi,/ un sardo che ascolta e poi ritorna./[…][12] [“In su filu sàmbanu/ de su entu ‘e cabudanni/ s’ìsula ada lassadu/ no pro fuire,/ ma pro fundhere/ su mare chin sa paràula,/ comente su fogu chin sa vena ‘e ferru./ Fizu de Cabuterra Orgosolo e Casteddu,/ narabat chin su coro de su pòpulu mudu,/ cantos de re, de piscadores e de santos,/ unu sardu chi lughet e pòi riet.”]

Infine, nel Capitolo IV ‒ Poesie vincitrici Premio “Poeta Ibrido” Franco Carta ringrazia ulteriormente i poeti e le poetesse che hanno partecipato e vinto la prima edizione del Premio di poesia in italiano ed in vernacolo “Poeta Ibrido 2025”: Lorena Silvia Sambruna, Giuseppe Cataldi, Maria Carmela Dettori, Paola Valenti, Francesca Patitucci e Jonny Souto.

“[…] E ora che ho remato molto, niente/ più ho da perdere, solo le mie risposte./ Così è la vita: remare all’indietro/ non sapere quali barriere ci sono poste/ tra quello che vediamo già dall’inizio/ e quell’arrivo sconosciuto.// Remare nel mare fino al mio arrivo/ oppure continuare a remare verso il nulla./ Bene, se devo fermarmi, perché iniziare?/ […]”[13]

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Written by Alessia Mocci

 

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Notizie sull’autore Franco Carta

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Note

[1] Franco Carta, Il Poeta Ibrido, Tomarchio Editore, 2025, p. 15
[2] Ibidem, p. 16
[3] Ibidem, p. 16
[4] Ibidem, p. 24
[5] Ibidem, p. 31
[6] Ibidem, p. 32
[7] Ibidem, p. 33
[8] Ibidem, p. 35
[9] Ibidem, p. 33
[10] Ibidem, p. 61
[11] Ibidem, pp. 46-47
[12] Ibidem, p. 77
[13] Ibidem, pp. 44-45

 

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