Vincitori e finalisti del Premio “Poeta Ibrido”

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“Sono venuto a trovarti, fiume/ riempimi della forza dell’acqua/ nel tuo specchio tremolante/ anch’io voglio essere acqua./ Ti ho trovato, fiume/ e nel tuo incontro/ apprezzo la bellezza/ del flusso forte/ dove solo il margine è fisso/ tutto il resto è transitorio.” ‒ “Fiume” lirica tratta “Cortocircuito poetico”

Premio Poeta Ibrido
Premio Poeta Ibrido

Si è conclusa il 27 aprile 2025 a mezzanotte la possibilità di partecipare alla prima edizione del Premio “Poeta Ibrido” promosso da Oubliette Magazine e dal poeta e scrittore sardo Franco Carta.

La giuria del Premio (Alessia Mocci, Franco Carta, Samuel Fernando Pezzolato, Carolina Colombi, Antonio Barracato, Rosario Tomarchio, Simona Trunzo e Giovanna Fracassi) ha decretato i 14 finalisti dai quali sono stati selezionati cinque vincitori per la sezione A e tre vincitori per la sezione B.

Per la sezione A il premio per 1° classificato consiste in una raffinata targa con inciso il proprio nome e l’attestato, per il 2° classificato in una raffinata targa con inciso il proprio nome e l’attestato, per il 3° classificato in una raffinata targa con inciso il proprio nome e l’attestato, per il 4° classificato l’attestato, per il 5° classificato l’attestato. Per la sezione B, invece, il 1° classificato riceverà una raffinata targa con inciso il proprio nome e l’attestato, il 2° classificato l’attestato, il 3° classificato l’attestato.

L’autore Franco Carta ha deciso di conferire un ulteriore premio a tutti i finalisti: la pubblicazione di tutte le opere selezionate nel suo prossimo libro che sarà divulgato in autunno 2025.

Oggi, vi presentiamo tutti i finalisti e gli otto vincitori.

Tutte le opere partecipanti al Premio Poeta Ibrido possono essere lette cliccando QUI.

FINALISTI

SEZIONE A (poesia in italiano)
“L’abbaglio” di Lorena Silvia Sambruna
“Sarà in un’altra vita” di Maria Carmela Dettori
“Stelle” di Rosario Tomarchio
“Quando arriverà la consapevolezza” di Alice Silvia Morelli
“Cola” di Carmela Laratta
“Asdrubale” di Giuseppe Cataldi
“L’arte di restare” di Paola Valenti

SEZIONE B (poesia in vernacolo)
“Narami” di Rita Coda Deiana
“A sulitudine” di Francesca Patitucci
“N’atru juornu senza i tia” di Barbara Di Francia
“La Stantha” di Aldo Ronchin
“Su pani carasau” di Maria Carmela Dettori
“Littara aru figliu” di Angela Maria Malatacca
“Lu cuntu di li cunti” di Jonny Souto

VINCITORI
SEZIONE A (poesia in italiano)

1° classificato

“Cola” di Carmela Laratta

Cola, sulle guance
avvizzite dal tempo,
la rassegnazione
di chi questo paese
l’ha baciato,
e perduto, per sempre.

Cola la desolata memoria
delle cose incompiute,
stanche
d’una malinconia sacrilega,
spalancata a vista
sull’affranta indolenza
– che continua a ruotare ‒.

Cola l’eterno rinvio,
che non intende atterrare,
e aleggia come riflesso
imperterrito e ostinato
sui bordi grezzi
di un intonaco nudo,
che non si vestirà mai.

Fragile è il verbo finire,
indeclinabile;
è lamento sottile,
croce schiodata,
divinità fraintesa
che non scende a patti,
e avanza
con la sua crocchia
di cemento ammonticchiato
che non basta a riempire
le parti cave di desideri.

Nessuna clemenza.
Ricordi vengono trascinati
nello specchio,
dove ieri e domani
sono una pelle sola.
Un unico tarlo
che si crede
nel luogo giusto,
mentre morde
e s’accontenta
di una neutralità comoda,
approssimata come rosa
che aspetta di fiorire
senza l’acqua.

Così, di cieli
acquerellati a metà,
di case con finestre
di fortuna,
di tetti di lamiera
puntellati,
di scale grezze
sterili di ringhiere,
si può anche vivere,
scorrendo, fino a svanire…
mentre l’immenso
di questa terra,
arata senza semi,
mostra la sua coda
di sirena
che si consola
di piccoli dettagli da niente.

Però possiede
le domande
della vita
ogni ritorno
ritmato dalle curve:
il sogno grato
che si scioglie
dentro agli occhi;
la nuvola
che canta cieli ignoti;
la voce di mia madre
che baciava;
ricordi avvolti
come abecedario
per sillabare
la forza del passato;
non riassortire
i silenzi per paura.

Per questo l’amo,
questa terra senza porte,
sospesa
come telo senza l’orlo,
raccolta come credo
senza cero:
ha più radici del mare,
e un ritornello
che t’arroventa
– infilzato in mezzo al cuore ‒.

2° classificato

“L’abbaglio” di Lorena Silvia Sambruna

Nel chiarore di un giorno ingannevole la luce illudeva l’anima camminavo sui passi dell’incertezza confondendo miraggi con realtà cercando un senso che invece scivolava via. Era un abbaglio, frantuma il cuore facendo rumore. Eppure, nel bagliore di quell’errore il buio è stato maestro di vita.

3° classificato

“Asdrubale” di Giuseppe Cataldi

Asdrubale sparì dall’immaginario collettivo
portando con sé un cammello a dondolo fucsia
glielo avrebbe fatto vedere lui con la sua bella cera
ed il baffetto di matador giovane
e la sua pianta incallita della sua maison rouge…
L’amore per le piante spesso supera
quello per gli spilli ed i letti di chiodi
ma è un amore duro e puro
un diamante di lacca un bitorzolo rosa
su un’unghia incarnita della parola t’amo.
Come uno spinello fumato dal padreterno
Imprescindibile inappellabile era tutto finito.
Ed io che maestravo la mia classe di scemi
primo fra tutti sopportavo il peso dell’infinito
sulle mie due rotonde spalle
poste così in basso da passare il cuore
spingersi alla milza ed occupar l’addome
e trovare consolazione
nelle miniere sulfuree dei tradimenti cocenti.
Fu comunque un tradimento apocrifo
del drago che era in me
e che si dimenava come un serpente boa
in un mare di gavitelli sardi
ma era tardi per cogliere i cardi
ed i cuori di sordi ne avevan piene anche i tordi.
Era Asdrubale il tradito non io
non tu non altro infradito
quante bocche di labbra e cuori di sangue
e piedi di scarpe avrebbero affermato la verità?
E cos’aveva detto cos’aveva fatto quel pesista adunco
quello strombazzatore di bottiglie senza fondo
e di pozzi verticali all’insù.
Eppure sono tutti coinvolti come i librai dai libri
gli intellettuali dal cervello: di notte solo di notte
l’avrei rivisto il mio amico Asdrubale
fra un ronfo ed una botta di russo
fra una lingua ed un dente cariatide
d’una femmina perversa una fontana che versa
una rima che voi non la meritate
perché avete solo bocca aperta
ed io sappiatelo ho il dito puntato
su un punto lontano additato
dove Asdrubale sparì e dove sto andando io.

4° classificato

“Sarà in un’altra vita” di Maria Carmela Dettori

Sarà in un’altra vita,
ma sarà,
non cadranno più foglie
sul marciapiede,
voleranno alte a stormi
come rondini migranti
verso orizzonti nuovi
su cui poggiare l’ali,
sarà in un’altra vita,
ma sarà,
non cadranno più le stelle
e il firmamento
mostrerà la sua luce bianca
cui affidare i pensieri
nella profonda notte
che non farà più paura,
sarà in un’altra vita,
ma sarà,
torneranno le fontane
a chioccolare
nell’eco di bambini giocosi
che cadono sulle strade
e sarà l’unico pianto
da consolare,
sarà in un’altra vita,
ma sarà,
fioriranno parole di tiglio
in un vento di pace
nel silenzio inebriato d’amore,
saliranno nei cieli del mondo
e non bruceranno nel sole
adagiate nella nicchia del cuore.

5° classificato

“L’arte di restare” di Paola Valenti

Ti muovi leggera,
come un pensiero buono
che attraversa la stanza.

Mi guardi ‒
e in quello sguardo c’è il mondo,
ma senza pretese.

Tu non chiedi,
non esigi,
sei presenza che scalda,
che tace,
che sa.

Tra i cuscini e i libri
hai costruito il tuo regno silenzioso
e io, ospite grata,
imparo ogni giorno
la pazienza dei gesti piccoli,
l’arte di restare.

Nel tuo dormire raccolta
c’è la pace che cerco,
nel tuo gioco improvviso
l’invito a non diventare mai
troppo seria.

Non sei “soltanto” una gatta.
Sei il mio angolo di cielo,
sei casa
anche quando tutto fuori
è tempesta.

SEZIONE B (poesia in vernacolo)

1° classificato

“A sulitudine” di Francesca Patitucci

A sulitudine
Dintra sta casa nu mari di genti, amici, parenti
criaturi mi vinianu a dinchi
nu cori d’alligria, e na tavula addui postu
nun c’era pi tutti
nua ni faciamu picculi picculi
pi sta tutt’assemi.
Si prigava, si mangiava, si cantava e quannu
i festi arrivavanu
nun c’era felicità cchiù granni.
E mo giru sula ‘nta sti stanzi c’adduranu
di nostalgia, di mancanza, d’amuri.
Guardu fotofografie senza culuri
stanch’ du tempu ca, senza pietà s’inn’è jutu
e vuci cchiù nun sentu ‘ntu giardinu
da giuvintù.
I figli su da mamma quannu su picculi
ma po’ na via loro piglianu, luntani
a travagliari e, ‘u cumpagnu di na vita sana
‘ntu megliu da cumpagnia
che ti vo’ rigalari, vena chiamatu du Signuri
e i carni mia si cunsumanu di duluri.
Aspettu cu ansia ca stu telefunu sona
pi mi senti ancora viva e nicissaria
ad ancunu… puri si sta trizza mia
jianca è divintata….
Ma cchì pozzu fa’…
Sulu i ricordi mi restanu e na carizza
a chi vogliu bbeni.
E m’aggiustu sti tazzi antichi ‘nta cristallera
c’à spiranza ch’ancunu vena
a si piglià na scarda di cafè.
A sulitudine è na brutta malatia
ca mi cunsuma a sti jorni, ca para
nun passanu mai, aspittannu a sorti mia
ca mi riporta a l’amuri da vita mia.

***
“La solitudine”
In questa casa un mare di gente, amici parenti, bambini
venivano a riempirmi il cuore di allegria
e al tavolo, dove posto non c’era per tutti
noi ci facevamo piccoli piccoli
per stare tutti insieme.
Si pregava, si mangiava, si cantava e
quando le feste arrivavano non c’era
felicità più grande.
E adesso giro da sola in queste stanze
che odorano di nostalgia, di mancanza, di amore.
Guardo fotografie sbiadite, stanche
del tempo
Che senza pietà, se n’è andato
e voci più non odo
nel giardino della gioventù.
I figli son della madre quando son piccoli
ma poi prendono la loro strada, lontani
a lavorare e il compagno di una vita intera
nel momento migliore, quando compagnia
ti vuol regalare, viene chiamato dal Signore
e le mie carni di dolore si consumano.
Attendo con ansia che questo telefono squilli
per sentirmi ancora viva
e necessaria a qualcuno
pur se questa mia treccia è diventata bianca.
Ma cosa posso fare…
Solo i ricordi mi restano e una carezza
a chi voglio bene.
E sistemo queste tazze antiche nella
credenza con la speranza che qualcuno
venga a prendere un goccio di caffè.
La solitudine è una brutta malattia
che mi consuma in questi giorni che
sembra non passino mai
aspettando la mia sorte che mi riporti
all’amore della vita mia.

 
2° classificato

“N’atru juornu senza i tia” di Barbara Di Francia

Passanu ssi juorni senza i tia…
u tiempu scurra mpressa mpressa
ma u core miu ancora un s’è accitatu,
è sulu fermu e quannu m’ha lassatu.

Scinna na lacrima i ssu visu mia:
a vuce tua mi tenia cumpagnia,
era cumu na carizza ppe lu core mia;
oije è sulu, ma dintra su piettu ancora vatta.

Su sentimentu è peiu i na malatia,
è nu turmentu ppe ssa vita mia;
unn’esista cura ppe ssu sventuratu,
dopu tuttu chillu c’ha passatu.

M’affacciu a ra finestra e tiru nu respiru,
amaru è su destinu c’ha signatu su caminu;
vulerra n’atra vita accantu e tia,
ma a felicità s’è persa apprìessu a ttia.

U lustru lassa spaziu ara ‘mbrunata,
ma iu u mme signu ancora rassegnata:
piensu sempre a chiru surrisu duce,
e tiegnu a mente u suonu e chilla vuce.

Sapissi cumu è bruttu senza i tia:
scrivu ssa poesia ppe nun te lassare jire via;
parra de n’amure ca nun se po scordà,
parra de n’amure ca nun se po cancellà.

Stasira un s’acqueta ssa malincunia,
nu spicchiu i luna mi tena cumpagnia;
m’abbrazza llì pensieri e se dicrìa,
e mmienzu a su cielu ni nascia na poesia.

Vulerra arrivare mmienzu su spicchiu i luna,
addue u tiempu è eternu e ni perduna
addue tu ed iu eternamente n’appartenimu,
e unn’esista nente, mancu s’amaru destinu.

***
“Un altro giorno senza di te”
Passano i giorni senza di te…
il tempo passa in fretta
ma il cuore mio ancora non si è rassegnato,
è solo fermo da quando mi hai lasciato.

Scende una lacrima da questo viso mio:
la voce tua mi teneva compagnia,
era come una carezza per il cuore mio;
oggi è solo, ma dentro il petto ancora batte.

Questo sentimento è peggio di una malattia,
è un tormento per questa vita mia;
non esiste cura per questo sventurato,
dopo tutto quello che ha passato.

Mi affaccio alla finestra e tiro un respiro,
amaro è il destino che ha segnato il cammino;
vorrei un’altra vita accanto a te,
ma la felicità si è persa dietro di te.

La luce lascia spazio alla notte,
ma io non mi sono ancora rassegnata:
penso sempre a quel sorriso dolce,
e tengo a mente il suono di quella voce.

Sapessi come è brutto senza di te:
scrivo questa poesia per non lasciarti andare;
parla di un amore che non si può scordare,
parla di un amore che non si può cancellare.

Stasera non si calma questa malinconia,
uno spicchio di luna mi tiene compagnia;
mi abbraccia i pensieri e si diverte,
e in mezzo al cielo ne nasce una poesia.

Vorrei arrivare tra uno spicchio di luna,
dove il tempo è eterno e ci perdona
dove tu ed io eternamente ci apparteniamo,
e non esiste niente, neanche l’amaro destino.

3° classificato

“Lu cuntu di li cunti” di Jonny Souto

Lu cantastorie di la Muntagna
cunta lu beddu paisi di li martiri
Affiu, Cirinu e Filadelfiu,
santi pi la Matri Chiesa e picciotti
di la terra iè di la patria.

Lu cantastorie di lu Mungibeddu
‘ncanta li jovani ‘na santa carusanza,
pirchì la biddizza di lu meli
ieva livannu l’amaru ‘n bucca,
sulu la terra di li patri ‘nzigna.

Lu cantastorie di la matri Etna
sona cu la vuci li bestiari di ‘na vota,
ca vinennu ‘n Sicilia cû ciuciareddu,
passa cû jocu li versi
di lu cantu e di la istoria ammarrunata.

Lu cantastorie di lu vulcanu
parra cu li paisani ‘n sicilianu,
di lu ciuri anticu dittu pi
cumpensari lu jornu di li lamenti
cu li jorna di li ‘nnamuramenti.

Lu cantastorie di lu paisi
sciuscia ntô friscalettu,
linnu linnu iè schettu schettu
pi la strada senza fari stranizzi,
facennu ‘ntisa sulu pa spisa.

Lu cantastorie di la chiazza
attista lu marranzanu,
ca pi lu pinseri furrìa lentu lentu
comu la varca dammenzu lu mari,
ca battulia a iusu contru lu scogghiu.

Lu cantastorie di lu curtigghiu
joca cu li picciriddi a parola e puntigghiu,
passa l’anni cu li cunti di lu passatu,
scummoglia lu cuperchiu di la pignata,
scuntannu l’ura ca l’ava scumminatu.

***
“Il racconto delle storie popolari”

Il cantastorie della Montagna
racconta il belvedere paesano, dei martiri
Alfio, Cirino e Filadelfio,
i santi canonizzati per la Chiesa, i giovani
della terra e della patria.

Il cantastorie del Mongibello
incanta i giovani di bella gioventù,
perché la dolcezza del miele
toglieva l’amarezza dalla bocca,
che solo la terra dei padri riesce ad insegnare.

Il cantastorie dell’Etna madre
suona vocalmente i bestiari di una volta,
giunge in Sicilia con il somarello
versificando musica e
storia a sproposito.

Il cantastorie del vulcano
parla con i paesani in siciliano,
del fior fiore, antico detto per
alternare il giorno delle lagnanze
dai giorni degli innamoramenti.

Il cantastorie del paese
soffia dentro lo zufolo,
lestamente e candidamente
lungo la strada senza eccedere,
ma prestando orecchio al suo interesse.

Il cantastorie della piazza
intona il marranzano,
lo scacciapensieri va lentamente
come una barca in mezzo al mare,
che sbatte giacente sotto, contro lo scoglio.

Il cantastorie del cortile
usa rime di parole ed osservazioni con i bambini,
trascorre i suoi anni con i racconti popolari,
scoperchia la pentola,
riscatta l’ora della messa in disordine.

***

Ringraziamo tutti i partecipanti alla prima edizione del Premio Poeta Ibrido
 
Ci complimentiamo con i finalisti ed i vincitori del Premio Poeta Ibrido
 
I vincitori saranno contattati via e-mail per la ricezione del premio

 

6 pensieri su “Vincitori e finalisti del Premio “Poeta Ibrido””

  1. Grazie di avermi selezionata tra le opere vincitrici della sez,A e finalista in entrambe le sezioni.
    Complimenti a tutti, Grazie alla Giuria e Grazie a Franco Carta.

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