Intervista a Franco Carta: “Il Poeta Ibrido” e la poesia che feconda il silenzio

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“Nella mitologia classica Icaro viene castigato per la sua hybris; nella mia rilettura, invece, la caduta è il prezzo inevitabile della ricerca. Chi sceglie di alzare lo sguardo e di percorrere strade non convenzionali sa che può fallire, ma sa anche che vivere esclusivamente entro i limiti imposti dalla paura equivale a rinunciare a una parte essenziale di sé.” ‒ Franco Carta

Franco Carta Il Poeta Ibrido intervista
Franco Carta Il Poeta Ibrido intervista

“Il Poeta Ibrido” pubblicato a dicembre 2025 dalla casa editrice Tomarchio Editore è una silloge poetica suddivisa in quattro capitoli: La Pace da insegnare, Con i piedi per terra, Seu naschidu in Sardigna e Poesie vincitrici Premio “Poeta Ibrido”. L’autore, Franco Carta, già conosciuto per numerose pubblicazioni con la Tomarchio e con altre case editrici italiane, con “Il Poeta Ibrido” ha voluto compiere un gesto che vede l’antico in connubio con il nuovo nel suo immergersi nelle macerie e nei silenzi, negli ulivi e nel mare, nei volti amati e negli incontri mancati.

“[…] A volte penso/ che la poesia/ mi abbia scelto per sbaglio,/ confondendomi con un altro Franco/ che magari vive a Orgosolo/ e sa usare le metafore./ Ma io le mie le scrivo così,/ in silenzio,/ senza troppa musica,/ col passo corto/ e la voce bassa./ Come un pastore/ che non ha più il gregge,/ ma ricorda a memoria/ il suono delle campane/ al tramonto.” ‒ “Franco, poeta pastore”

Franco Carta si è reso molto disponibili nel rispondere ad alcune domande per presentare “Il Poeta Ibrido” ai nostri lettori. Buona lettura!

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A.M.: Caro Franco, ti ringrazio per aver accettato questa intervista per presentare “Il Poeta Ibrido” ai lettori di Oubliette Magazine. Partiamo dal titolo della raccolta che, in realtà, è anche il tuo pseudonimo. Com’è nato questo cortocircuito che hai deciso di abitare facendone simbolo del tuo essere cagliaritano, orgolese ed italiano?

Franco Carta: Grazie. Mi presento ai lettori di Oubliette Magazine: sono Franco Carta, poeta e scrittore che ha scelto di firmarsi con lo pseudonimo di “Poeta Ibrido”. L’origine di questo nome è legata a un episodio molto significativo della mia vita e delle mie radici. Nel 2021 iniziai a lavorare a una silloge in vernacolo che, a causa di alcuni disguidi editoriali, vedrà la luce soltanto nel 2025. Al suo interno era presente la poesia Sa Pitzoca, successivamente inclusa anche nell’antologia Versi di Sardegna – Seconda Edizione.

Sono nato a Cagliari, ma dai tre ai dieci anni ho vissuto a Orgosolo, in Barbagia, nella casa di mia nonna, dove ho frequentato l’intero ciclo delle scuole elementari. In famiglia si parlava orgolese, una variante del logudorese, e proprio grazie a mia nonna, che svolgeva il ruolo di attittadora, imparai quella lingua e sviluppai un profondo amore per la poesia. Quando tornai a Cagliari entrai progressivamente in contatto anche con il campidanese. A diciassette anni iniziai così a scrivere poesie in logudorese, in italiano e, successivamente, anche in campidanese.

Tornando all’episodio di Sa Pitzoca, durante la stesura della poesia, scritta in logudorese, inserii involontariamente il termine campidanese bagadìa (“nubile”). Durante una lettura pubblica a Orgosolo mi fecero notare che il vocabolo corretto in logudorese sarebbe stato bajana. Tuttavia, mi suggerirono anche di non modificare il testo, perché la parola si integrava perfettamente nella musicalità del componimento e, in fondo, i sardi riescono a comprendere senza difficoltà termini appartenenti a varianti diverse dalla propria. A quel punto esclamai scherzosamente: «Ho ibridato la poesia!». La risposta arrivò immediata: «Allora sei il Poeta Ibrido!». Da quel momento ho adottato questo pseudonimo, che è diventato il simbolo della mia identità plurale: cagliaritana, orgolese, sarda e italiana. Un’identità fatta di incontri, contaminazioni e “cortocircuiti” culturali e linguistici, gli stessi che ho poi raccontato nella silloge Cortocircuito poetico del 2024.

 

A.M.: In copertina troviamo il quadro della pittrice Carla Correddu intitolato “Franziscu e Francu Carta”. Ci racconti chi sono i due/tre personaggi ritratti?

Franco Carta: Approfitto di questa domanda per ringraziare sentitamente Carla Correddu, artista con la quale sono giunto alla quarta collaborazione. Le sue opere riescono sempre a entrare in sintonia con il mio immaginario poetico, interpretandone lo spirito con grande sensibilità.

Il dipinto di copertina, intitolato Franziscu e Francu Carta, raffigura mio nonno Francesco e me da bambino, in groppa all’asinello che chiamavamo affettuosamente Poleddu. Per molto tempo credetti che fosse il nome che gli era stato dato; soltanto più tardi scoprii che in orgolese poleddu significa semplicemente “asino”.

L’immagine richiama uno dei periodi più felici della mia infanzia. Insieme a mio nonno percorrevo le campagne di Locoe, dove si trovavano la vigna e le arnie per l’allevamento delle api. Erano luoghi che allora mi apparivano immensi e pieni di meraviglia, e che ancora oggi abitano la mia memoria e la mia poesia. Tra me e mio nonno esisteva anche un affettuoso scambio di soprannomi. Lui, scherzando sulle mie origini cagliaritane, mi chiamava Campidanesu iscurzu (“campidanese scalzo”), espressione che richiamava ironicamente i pescatori di Cabras. Io, invece, lo chiamavo Fogu a intru (“fuoco dentro”), prendendolo bonariamente in giro quando fumava il suo immancabile sigaro. Oltre a me e a mio nonno, il vero terzo protagonista del dipinto è proprio Poleddu, compagno silenzioso delle nostre passeggiate e custode di ricordi che il tempo non è riuscito a cancellare.

 

A.M.: I versi come “case di immaginazione dove poter vivere” rispondono al bisogno ancestrale di proteggere la memoria oppure è l’edificazione di una fortezza privata?

Franco Carta: Credo che i versi possano essere entrambe le cose, ma non nel senso di una fortezza che esclude il mondo. Per me la poesia è anzitutto una casa dell’immaginazione, un luogo in cui la memoria trova riparo e continua a vivere trasformandosi. Nei miei testi convivono ricordi personali, radici familiari, lingua, territorio ed esperienze che appartengono tanto alla mia storia quanto a quella collettiva.

La memoria, però, non è mai qualcosa di immobile: ogni volta che viene evocata dalla poesia si rinnova, dialoga con il presente e genera nuovi significati. In questo senso i versi diventano una dimora aperta, non una fortezza chiusa. Sono uno spazio in cui custodire ciò che rischierebbe di andare perduto, ma anche un luogo di incontro tra passato e presente, tra identità diverse, tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando. Forse è proprio qui che si manifesta la mia idea di “ibridazione”: la poesia non costruisce muri, ma ponti. Conserva la memoria senza imprigionarla, permettendole di continuare a parlare attraverso nuove forme e nuove sensibilità.

 

A.M.: Nella sezione “Seu naschidu in Sardigna” la lingua si fa logudorese e campidanese: questa sacralità dell’infanzia è il tentativo di fecondare il silenzio per resistere all’inevitabile incedere del tempo?

Franco Carta: In parte sì. L’infanzia rappresenta il tempo delle origini, il luogo in cui si formano la sensibilità, la memoria e l’identità di una persona. Tornare al logudorese e al campidanese significa per me ritornare alle voci che hanno accompagnato i miei primi anni di vita, alle parole di mia nonna, ai paesaggi della Barbagia e a quelli di Cagliari. È un ritorno che possiede quasi una dimensione sacrale, perché riguarda ciò che ci ha generati umanamente e poeticamente.

Non credo però che la poesia possa fermare il tempo o opporsi al suo incedere. Piuttosto, può dialogare con esso. Scrivere nelle lingue della mia infanzia significa dare voce a ciò che rischierebbe di essere sommerso dal silenzio, trasformando il ricordo in presenza viva. In questo senso la poesia feconda il silenzio: non lo nega, ma lo attraversa e gli restituisce significato.

Le lingue sarde, inoltre, custodiscono una memoria collettiva che va oltre la mia esperienza personale. Attraverso di esse cerco di preservare non soltanto frammenti della mia storia, ma anche un patrimonio culturale e umano che appartiene alla comunità. Se c’è una forma di resistenza al tempo, dunque, non consiste nel volerlo vincere, bensì nel lasciare una traccia, una voce, un’emozione capace di continuare a risuonare anche quando tutto cambia.

 

A.M.: Una delle tue liriche più belle mette in scena il moderno “Icaro”. Scrivi “La città guardava in basso, / con le sue torri di gesso, / mentre lui cercava malfermo / un cielo, non uno schermo” stai creando una contrapposizione tra il volo reale e la finzione microscopica degli smartphone. Il crollo di “Icaro” è una punizione per aver osato correre troppo veloce oppure è la liberazione totale di chi rifiuta di volare basso per far stare comodi gli altri?

Franco Carta: Credo che il mio Icaro non sia né un eroe punito né un ribelle trionfante. È, piuttosto, un essere umano che decide di inseguire un orizzonte autentico in un’epoca che spesso confonde la realtà con la sua rappresentazione.

Nei versi che citi ho voluto contrapporre il cielo allo schermo perché il cielo rappresenta l’esperienza diretta, il rischio, il sogno, mentre lo schermo può diventare il simbolo di una visione mediata e ridotta del mondo. Il mio Icaro cerca qualcosa che vada oltre la superficie delle cose, anche a costo di esporsi alla caduta.

Per questo il suo crollo non va letto come una punizione morale. Nella mitologia classica Icaro viene castigato per la sua hybris; nella mia rilettura, invece, la caduta è il prezzo inevitabile della ricerca. Chi sceglie di alzare lo sguardo e di percorrere strade non convenzionali sa che può fallire, ma sa anche che vivere esclusivamente entro i limiti imposti dalla paura equivale a rinunciare a una parte essenziale di sé.

Se c’è una forma di liberazione, dunque, non risiede nella caduta in sé, ma nell’aver avuto il coraggio di tentare il volo. Il vero rischio non è precipitare dopo aver cercato il cielo, bensì accontentarsi di volare basso per rendere più confortevoli le aspettative degli altri. In questo senso il mio Icaro rimane libero anche nel momento della caduta, perché ha scelto di essere fedele al proprio desiderio di infinito.

 

A.M.: Nella primavera 2026 è uscita una tua pièce teatrale dal titolo “Accento rosa” nell’antologia nazionale “Conversazioni poetiche ‒ Quarta Edizione” (Tomarchio Editore). Com’è nato questo tuo interesse per il teatro?

Franco Carta: Il mio interesse per il teatro è nato quasi per caso, grazie a mio figlio Fabio, che lavora come regista teatrale. Alcuni anni fa mi chiese di tradurre dal francese, per un suo spettacolo, la pièce “Nozze” (“Noce”) di Jean-Luc Lagarce. Quell’esperienza si rivelò per me una vera scoperta. Entrare nei meccanismi della scrittura teatrale, confrontarmi con il ritmo del dialogo e con la dimensione della rappresentazione scenica suscitò una curiosità sempre più profonda. Mi resi conto che alcune delle storie che avevo raccontato in narrativa potevano trovare una nuova vita sul palcoscenico.

Da questa intuizione nacque il desiderio di adattare alcuni miei racconti in forma teatrale. Presero così forma monologhi e atti unici come “Giovanni va all’inferno”, “La forgia del destino” e “Accento rosa”, tutti ispirati a racconti contenuti nella raccolta “L’Atropo e i falsi idoli”, pubblicata da CTL Edizioni nel 2024.

In particolare, vedere “Accento rosa” pubblicato nella primavera del 2026 all’interno dell’antologia nazionale “Conversazioni poetiche – Quarta Edizione” è stato per me motivo di grande soddisfazione, perché ha rappresentato un importante riconoscimento di questo nuovo percorso creativo.

Il teatro mi affascina perché consente alle parole di diventare voce, gesto e presenza, creando un rapporto diretto con il pubblico. È una forma espressiva diversa dalla poesia e dalla narrativa, ma altrettanto capace di indagare l’animo umano.

Attualmente sto lavorando a un’opera teatrale in tre atti. Per il momento preferisco non anticipare nulla: posso soltanto dire che sarà una nuova sfida e un ulteriore passo nel mio percorso di sperimentazione letteraria.

 

A.M.: Più recentemente, nel giugno 2026, è stata pubblicata la silloge “Canti di Memoria” nell’antologia regionale “Versi di Sardegna ‒ Quinta Edizione” (Tomarchio Editore). La raccolta inizia con una tua poesia dal titolo “Il cerchio del respiro antico” nella quale si può leggere: “Nella gola di pietra in Barbagia/ la notte non comincia col silenzio./ Comincia con quattro uomini in cerchio,/ spalla contro spalla, “sos tenores”,/ come antiche mura che ricordano il vento”. Ci racconti chi sono questi quattro uomini?

Franco Carta: Con questa poesia ho voluto entrare nel mondo del canto a tenore non tanto descrivendolo, quanto cercando di farlo risuonare attraverso le parole. Mi interessava evocare il peso della pietra, del respiro e della trasmissione orale che caratterizzano questa antichissima tradizione della Barbagia.

I quattro uomini in cerchio sono i protagonisti del canto a tenore. Uno soltanto porta le parole, mentre gli altri tre sostengono la voce con sonorità profonde e ancestrali. Da qui nasce il verso: «Uno soltanto porta le parole. Gli altri tre portano la terra». In quell’immagine ho cercato di rappresentare il dialogo tra la voce dell’uomo e le forze più arcaiche della natura e della memoria. La poesia segue anche una progressione sonora. «Su bassu» richiama una profondità quasi animale e sotterranea; «sa contra» introduce una sonorità più aspra e incisiva; «sa mesu boghe» si solleva nell’aria; infine «sa boghe» riporta al centro la parola umana. In questo modo il testo assume una dimensione quasi rituale.

Alcune immagini, come «un uomo che attraversa i secoli con una lampada accesa in mano» o «Padri che consegnano ai figli un suono più vecchio dei nomi», nascono dal desiderio di raccontare la tradizione non come semplice folklore, ma come una memoria vivente che si trasmette di generazione in generazione.

Nel finale ho preferito evitare una spiegazione storica o antropologica del canto a tenore, scegliendo invece la via del mito. Ho immaginato una scena primordiale, in cui l’uomo scopre che la montagna risponde meglio ai suoni gutturali che alle parole. È una suggestione poetica che rimanda a un’origine remota del linguaggio e del canto. Anche il titolo, «Il cerchio del respiro antico», nasce da questa idea: il cerchio richiama la coralità e il rito, mentre il respiro rappresenta una memoria collettiva che attraversa il tempo e continua a vivere nelle voci degli uomini.

 

Franco Carta poesia Franco poeta pastore
Franco Carta poesia Franco poeta pastore

A.M.: Oltre alle antologie sopra menzionate, c’è qualche altra novità in cantiere per il 2026? Ci puoi anticipare qualcosa?

Franco Carta: Sì, il 2026 si sta rivelando un anno particolarmente intenso dal punto di vista creativo. Attualmente ho in cantiere due romanzi e una nuova silloge poetica. Due di questi progetti, un romanzo e la silloge, sono ormai in fase di rifinitura finale, mentre sul secondo romanzo sono ancora impegnato nella stesura e nello sviluppo della trama.

Il primo romanzo appartiene al genere storico e nasce dall’ampliamento di un mio racconto già pubblicato. Prende spunto da una vicenda realmente accaduta nell’Ottocento, che ho rielaborato in chiave narrativa, intrecciando ricerca storica e immaginazione letteraria. L’opera si trova attualmente nella fase di editing editoriale.

La silloge poetica, invece, è nata grazie a un’esperienza particolarmente significativa: la partecipazione al concorso “Il Torneo dei Poeti” del 2024. In quell’occasione mi classificai al quarto posto, ottenendo come premio la pubblicazione di un libro presso Lisi Editore. Da quel percorso è nata la raccolta “Come l’acqua”, che vedrà la luce a breve e alla quale sono particolarmente legato.

Il secondo romanzo rappresenta una sfida diversa. Si tratta di una distopia tecnologica che va oltre il tradizionale conflitto tra uomini e macchine. Attraverso una società dominata dalla previsione e dal controllo, il romanzo affronta temi come il prezzo della sicurezza assoluta, i limiti del potere tecnologico e la possibilità di una nuova forma di convivenza tra essere umano e intelligenza artificiale. In un mondo in cui tutto sembra programmato e prevedibile, la vera rivoluzione potrebbe essere proprio l’imprevedibilità della vita. È un progetto a cui sto ancora lavorando e che, salvo imprevisti, dovrebbe vedere la luce nel 2027.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Franco Carta: Ringrazio la redazione di Oubliette Magazine per la profondità e la sensibilità delle domande che mi sono state rivolte. È stato un piacere poter raccontare il mio percorso umano e letterario.

Vi saluto con una citazione tratta da un libro che amo profondamente e che ho letto più volte, “Un uomo” di Oriana Fallaci: «Se un uomo è un uomo, non una pecora del gregge, v’è in lui un istinto di sopravvivenza che lo induce a battersi… anche se capisce di battersi a vuoto, anche se sa di perdere: don Chisciotte che si lancia contro i mulini a vento senza curarsi d’essere solo e anzi fiero d’essere solo».

Mi riconosco particolarmente nell’immagine di don Chisciotte, simbolo di chi sceglie di non rinunciare ai propri ideali, continuando a inseguirli con determinazione nonostante le difficoltà e le avversità. Grazie a tutti i lettori e arrivederci ai prossimi versi.

 

A.M.: Franco, sono io che ti ringrazio per queste risposte che donano riflessioni sulla poesia, sull’audacia del volo e sull’impegno letterario. Ti saluto e saluto i lettori con una citazione tratta da “Aladino e la lampada meravigliosa” (“Le mille e una notte”): La fortuna che viene concessa in un istante può svanire nello spazio di un mattino, se l’uomo non impara a governare il proprio cuore con virtù e prudenza”.

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Written by Alessia Mocci

 

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