Prima edizione del Premio “Poeta Ibrido” – bando di regolamento

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“La luce della luna arriva/ e rimane nell’oscurità/ il folle amore brucia in fretta/ sfilacciando fili deliziosi.// Gli amanti non hanno età/ la passione che hanno in cuore/ arriva dal fiume solitaria/ fino a casa loro.”“La luce della Luna” edita nella racconta “Il rombo di un tuono” ne “Versi di Sardegna – terza edizione

“Lughe de luna giuchet/ e in s’ iscur’abbarrat/ dellíriu in presse brujat/ filos galanos istramant.// Sos amorados non ant etade/ s’amantìa chi tenent in coro/ giughet dae su riu, in solidade/ finzas a domo issoro.”“Lughe de luna”, ibidem

Premio Poeta Ibrido
Premio Poeta Ibrido

Regolamento:

1.La prima edizione del Premio “Poeta Ibrido” è promossa da Oubliette Magazine e dal poeta e scrittore sardo Franco Carta il cui pseudonimo è proprio Il Poeta Ibrido.

La partecipazione al Premio “Poeta Ibrido” è riservata ai maggiori di 16 anni.

La partecipazione al Premio “Poeta Ibrido” è gratuita.

Il tema è libero.

 

2. Articolato in due sezioni:

A. Poesia in lingua italiana (limite 100 versi)

B. Poesia in vernacolo (limite 100 versi)

 

3. Per la sezione Poesia in lingua italiana si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

 

Per la sezione Poesia in vernacolo si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. È consigliato l’inserimento della traduzione in lingua italiana sottostante l’opera in concorso per facilitare la lettura alla giuria ed ai lettori. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.

 

4. Premio:

Sezione Poesia in lingua italiana

1° classificato: raffinata targa con inciso il proprio nome + attestato

2° classificato: raffinata targa con inciso il proprio nome + attestato

3° classificato: raffinata targa con inciso il proprio nome + attestato

4° classificato: attestato

5° classificato: attestato

Sezione Poesia in vernacolo

1° classificato: raffinata targa con inciso il proprio nome + attestato

2° classificato: attestato

3° classificato: attestato

 

5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 27 aprile 2025 a mezzanotte.

 

6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:

Alessia Mocci (Editor in chief)

Franco Carta (Poeta e scrittore)

Antonio Barracato (Poeta e scrittore)

Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)

Simona Trunzo (Scrittrice, illustratrice e collaboratrice Oubliette)

Samuel Fernando Pezzolato (Poeta)

Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)

 

7. Il Premio “Poeta Ibrido” non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.

 

8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.

 

9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Premio Poeta Ibrido” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.

 

10. È possibile seguire l’andamento del Premio ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Premio Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.

 

11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.

 

Buona partecipazione!

 

164 pensieri su “Prima edizione del Premio “Poeta Ibrido” – bando di regolamento

  1. Sez. A

    VIVERE CONTROMANO

    Non voglio perdermi un solo istante,
    di questa vita vibrante, sfuggente,
    una gioia, un tormento, un frammento,
    ogni attimo è un dono, ogni respiro un evento.

    È bella così, così com’è,
    con i suoi alti e bassi, tempeste e quiete,
    le furie che gridano, i silenzi che cullano,
    le gioie improvvise che il cuore scompigliano.

    Non voglio perdermi un tramonto rosato,
    il mare calmo, l’orizzonte velato,
    o le onde ribelli che sfiorano il viso,
    piccole gocce d’acqua, un tenero sorriso.

    Voglio abbracciarla, questa vita contromano,
    con l’adrenalina che m’ingabbia la mano,
    e la speranza che lava, che purifica il cuore,
    un battito nuovo, un ritrovato calore.

    Non mi perderò nessun momento,
    ogni istante mi forgia come il vento,
    mi trasforma, mi rende un po’ più vera,
    per tornare a sperare, ricominciare a sera.

    Antonella Chiego
    (Accetto il regolamento, sez. a)

  2. Quanto silenzio sotto questa luna – Sezione A – Accetto il regolamento

    Accarezzo con la mano il profilo
    di un paesaggio montano.
    Qui è possibile che un falco si levi
    fisso nelle altitudini estreme.
    Eppure, il sapore terrigno
    dei tuoi baci,
    mi trattiene al suolo cosicché
    non cerchi di aprire le ali spezzate
    da un croco variopinto, da un vento,
    dall’immensa compassione
    che mi volle boschiva creatura.
    Il suono secco delle monete
    non assembra quello d’acqua sorgiva.
    Il fruscio delle banconote
    non ricorda lo stormire tra le foglie
    di uno zefiro.
    Cerco un silenzio che non abbia
    la roboante speme impazzita del mondo.
    E lascerò la tua mano,
    sfregherò le mie ossa per accendere
    un fuoco che abbracci le strade dei vecchi paesi,
    che bruci d’amore le case aggrappate
    ai graspi, alle nidiate ascose tra i rami.
    Immagino una dimora sferzata dal vento,
    come un panno messo ad asciugare.
    La vedo solitaria. La vedo.
    Mugghia come un mare in burrasca,
    geme per gli anni che gravano sulle sue spalle,
    ma fiora silenziosa. E tu domani tornerai
    e insieme aspetteremo che lieviti la carne bianca
    nell’ora del pane.

  3. Nome: Stefano
    Cognome: Budicin
    Titolo: Partitura di un amore

    Da un bacio mi portasti a disvelarmi
    e nella tua bellezza mi deposi
    come un fiore che avesse a lungo atteso
    riversare le varie sue fragranze
    nel palpito botanico del mondo.

    Da troppo tempo erravo alla deriva
    ma giunse la tua voce ad agitare
    le correnti: così m’accorsi
    e ascesi dagli abissi per ambire
    al tuo sorriso, a quel profumo d’occhi
    la cui suadente scia baluginava
    e in acqua rifletteva il sovrumano
    incanto che sortiva e mi intrideva.

    In te trovai radice e desinenza
    In te la quintessenza della Via
    da perseguire, in te la sola china
    cui intingere la piuma e al mondo
    promanarti in un emporio di barbagli.

    Accostami le labbra ancora e ascolta
    amore, il verso di un poeta
    che sa quanto sublime sia il futuro
    che il pèlago del cuore mio deriva
    dal nucleo imperituro dei tuoi occhi
    colti che sono a scrivere sui miei
    la nostra più preziosa partitura.

    Accetto il regolamento (Sez. A)

  4. sez. B, accetto il regolamento
    A giacca e pàtrima

    M’a ricùardu a ccuduru e da terra,
    e chilla terra c’u jùarnu a mpurbarèava,
    era llu tìampu appena doppi a guerra,
    era llu tìampu chi si meadicampèava.

    U postu sua era alla spallera e da sèggia,
    quann’era ppisanta e da pùrbara pijèata,
    na scotidijèata e ddiventèava llèggia,
    pronta ppe nn’èatra jurnèata.

    Intra na sacca c’èra ssempri u muccaturu,
    e tutti i quattru zinni era annudèatu,
    alla frunta ll’asciuttèava llu suduru,
    alla fina e da jurnèata era nzuppèatu.

    Intra d’èatra sacca, c’era llu curtìallu,
    ppe appizzutèari o abbelliri nu jettunu,
    ppe ttaglièari u pèanu, allu morsìallu,
    ppe mpidèari na sazizza allu carbunu.

    Na mànica mi ricùardu ch’era scighèata,
    mpinta alli ruvetti e chilla spèara via,
    mamma ll’avìa ccu ccura arripezzèata,
    un ci parìa bella quanni papà s’a mintìa.

    Ma ssa giacca a nullu avìa dde pariri bella,
    sudu a ppàtrima avìa dde fèari cumpagnia,
    si chiovìa, supa a chèapa ppe d’urmella,
    ccu llu vìantu, abbuttunèata ppe lla via.

    Mo sta sempri suda a ssa spallera e sèggia,
    ca un c’è cchiù a ssu munnu chini ti portèava,
    mo si ssenza pùrbara e ssi cchiù llèggia,
    ma era cchiù bella quanni ti mpurbarèava.

    ***

    La giacca di mio padre

    La ricordo come il colore della terra,
    di quella terra che il giorno la impolverava,
    era il tempo del dopoguerra,
    era il tempo in cui si viveva male.

    Il suo posto era la spalliera della sedia,
    quando era pesante per la polvere presa,
    bastava scuoterla e diventava leggera,
    pronta per un’altra giornata.

    In una tasca c’era sempre il fazzoletto,
    dai quattro lati, era annodato,
    alla fronte gli asciugava il sudore,
    a fine giornata, era inzuppato.

    Nell’altra tasca c’era il coltello,
    per appuntire o abbellire un vetusto,
    per tagliare il pane a colazione,
    per infilare una salsiccia ai carboni.

    Una manica, ricordo che era strappata,
    ai rovi di quella impervia via,
    mamma l’aveva con cura rattoppata,
    non di bell’aspetto quando papà l’indossava.

    Ma questa giacca non doveva sembrare bella,
    solo a mio padre doveva fare compagnia,
    se pioveva, sul capo per ombrello,
    con il vento, abbottonata per la via.

    Ora stai da sola su questa spalliera,
    perché non è più tra noi chi ti indossava,
    ora sei senza la polvere e sei più leggera,
    ma eri più bella quando ti impolveravi.

  5. sezione A, accetto il regolamento

    MI NASCONDO NEL SILENZIO
    Amo vivere il silenzio
    di un’esistenza quieta,
    nel fragile equilibrio della vita
    come foglia in autunno.

    Vivo l’istante,
    ringrazio a ogni alba e ogni tramonto,
    un altro dì che ho vissuto.
    Non sono sorgente d’ illusioni,
    non ho risposte e soluzioni.
    Tanti dubbi pungono la coscienza
    in un’arnia d’ inquietudini.

    Non occupo vetrine cangianti e iridescenti,
    mi nascondo nel silenzio,
    nel bisogno di essere libera,
    di essere vera
    nell’epoca delle banalità
    e dell’apparire.

    Mi sollevo lentamente come un fiore
    nel gesto di sbocciare,
    confusa nel mio respiro,
    tremula di ricordi
    nel contare i miei giorni.

    Un ramo di colore sugli occhi,
    quasi a contenere e ridimensionare la vista,
    ingannando dolcemente.
    la mia tela di rughe
    che vive la normalità del suo tempo.

  6. Partecipo alla sez. A
    Accetto il regolamento.

    T’aspetto… notte mia
    Un sole che ferisce gli occhi
    e solca sudore alle rughe, a malincuore
    salperà al tramonto
    nell’ora in cui inizia la mia vera vita.
    Si scioglie il frammento di ghiaccio
    incastonato nell’affanno
    a disvelare me stessa, e tutto quel che
    non racconto alla luce.
    La mia magica notte è l’attesa
    dei sogni, dei ricordi, di parole non scritte
    per non cancellarle… esitante
    nel vortice dei tormenti.
    Sembra che il cielo, buio
    in antitesi alla verità più acuta
    m’aspetti
    nella fretta di sondare…
    E la mente si perde nel lamento
    di cicale accaldate, d’amori rubati
    di sirene lontane, ad accudire
    le mie inutili ed essenziali speranze
    ai miei proibiti e necessari ossimori…
    Fino all’alba di un nuovo ritorno
    t’aspetto, cara notte mia…
    Al cospetto di me stessa e di ciò che
    ancor sarò.

  7. Partecipo alla sez.B
    Accetto tutte le condizioni

    A sulitudine
    Dintra sta casa nu mari di genti, amici, parenti
    criaturi mi vinianu a dinchi
    nu cori d’alligria, e na tavula addui postu
    nun c’era pi tutti
    nua ni faciamu picculi picculi
    pi sta tutt’assemi.
    Si prigava, si mangiava, si cantava e quannu
    i festi arrivavanu
    nun c’era felicità cchiù granni.
    E mo giru sula ‘nta sti stanzi c’adduranu
    di nostalgia, di mancanza, d’amuri.
    Guardu fotofografie senza culuri
    stanch’ du tempu ca, senza pietà s’inn’è jutu
    e vuci cchiù nun sentu ‘ntu giardinu
    da giuvintù.
    I figli su da mamma quannu su picculi
    ma po’ na via loro piglianu, luntani
    a travagliari e, ‘u cumpagnu di na vita sana
    ‘ntu megliu da cumpagnia
    che ti vo’ rigalari, vena chiamatu du Signuri
    e i carni mia si cunsumanu di duluri.
    Aspettu cu ansia ca stu telefunu sona
    pi mi senti ancora viva e nicissaria
    ad ancunu… puri si sta trizza mia
    jianca è divintata….
    Ma cchì pozzu fa’…
    Sulu i ricordi mi restanu e na carizza
    a chi vogliu bbeni.
    E m’aggiustu sti tazzi antichi ‘nta cristallera
    c’à spiranza ch’ancunu vena
    a si piglià na scarda di cafè.
    A sulitudine è na brutta malatia
    ca mi cunsuma a sti jorni, ca para
    nun passanu mai, aspittannu a sorti mia
    ca mi riporta a l’amuri da vita mia.

    ***
    La solitudine
    In questa casa un mare di gente, amici parenti, bambini
    venivano a riempirmi il cuore di allegria
    e al tavolo, dove posto non c’era per tutti
    noi ci facevamo piccoli piccoli
    per stare tutti insieme.
    Si pregava, si mangiava, si cantava e
    quando le feste arrivavano non c’era
    felicità più grande.
    E adesso giro da sola in queste stanze
    che odorano di nostalgia, di mancanza, di amore.
    Guardo fotografie sbiadite, stanche
    del tempo
    Che senza pietà, se n’è andato
    e voci più non odo
    nel giardino della gioventù.
    I figli son della madre quando son piccoli
    ma poi prendono la loro strada, lontani
    a lavorare e il compagno di una vita intera
    nel momento migliore, quando compagnia
    ti vuol regalare, viene chiamato dal Signore
    e le mie carni di dolore si consumano.
    Attendo con ansia che questo telefono squilli
    per sentirmi ancora viva
    e necessaria a qualcuno
    pur se questa mia treccia è diventata bianca.
    Ma cosa posso fare…
    Solo i ricordi mi restano e una carezza
    a chi voglio bene.
    E sistemo queste tazze antiche nella
    credenza con la speranza che qualcuno
    venga a prendere un goccio di caffè.
    La solitudine è una brutta malattia
    che mi consuma in questi giorni che
    sembra non passino mai
    aspettando la mia sorte che mi riporti
    all’amore della vita mia.

  8. sezione b, accetto il regolamento

    Anninnia, anninnia
    Su pipiu de Casteddu,
    Bellu frorisceddu,
    Sesi un’angiuleddu
    Fillu meu pitticcheddu!
    Ti portu in su coru,
    Ti cantu una canzonedda,
    Po di Dromiri.
    Tui iasti abolli
    Andai a passillai,
    A biri is froriscedusu,
    Amighisceddus tusu,
    Ma funti in cumpangia
    De su Frori Gesusu.
    Dusu asi a biri
    Crasi a mengianu,
    Immoi dromidì
    Fillu de su coru meu.
    Sesi andendi incontru
    A su scelu in terra.
    Paradisu de sa vida mea!
    Anninnia, Anninnia!

    ***
    Traduzione del testo
    Ninna nanna, ninna nanna;
    il bambino di Cagliari,
    un bel fiorellino,
    sei un angioletto,
    mio piccolo figlioletto!
    Ti serbo nel cuore,
    ti canto una canzoncina
    per farti addormentare.
    Tu vorresti andare
    a passeggio,
    per vedere i fiorellini
    I tuoi amichetti,
    essi sono in compagnia
    del Fiore Gesù,
    li vedrai domani mattina,
    adesso dormi,
    figlio del mio cuore.
    Stai andando incontro
    al Cielo in Terra;
    Paradiso della Vita mia!
    Ninna nanna, ninna nanna!

  9. Accetto il regolamento
    SEZIONE B
    Poesia in vernacolo calabrese
    N’atru juornu senza i tia

    Passanu ssi juorni senza i tia…
    u tiempu scurra mpressa mpressa
    ma u core miu ancora un s’è accitatu,
    è sulu fermu e quannu m’ha lassatu.

    Scinna na lacrima i ssu visu mia:
    a vuce tua mi tenia cumpagnia,
    era cumu na carizza ppe lu core mia;
    oije è sulu, ma dintra su piettu ancora vatta.

    Su sentimentu è peiu i na malatia,
    è nu turmentu ppe ssa vita mia;
    unn’esista cura ppe ssu sventuratu,
    dopu tuttu chillu c’ha passatu.

    M’affacciu a ra finestra e tiru nu respiru,
    amaru è su destinu c’ha signatu su caminu;
    vulerra n’atra vita accantu e tia,
    ma a felicità s’è persa apprìessu a ttia.

    U lustru lassa spaziu ara ‘mbrunata,
    ma iu u mme signu ancora rassegnata:
    piensu sempre a chiru surrisu duce,
    e tiegnu a mente u suonu e chilla vuce.

    Sapissi cumu è bruttu senza i tia:
    scrivu ssa poesia ppe nun te lassare jire via;
    parra de n’amure ca nun se po scordà,
    parra de n’amure ca nun se po cancellà.

    Stasira un s’acqueta ssa malincunia,
    nu spicchiu i luna mi tena cumpagnia;
    m’abbrazza llì pensieri e se dicrìa,
    e mmienzu a su cielu ni nascia na poesia.

    Vulerra arrivare mmienzu su spicchiu i luna,
    addue u tiempu è eternu e ni perduna
    addue tu ed iu eternamente n’appartenimu,
    e unn’esista nente, mancu s’amaru destinu.

    ***

    Traduzione
    Un altro giorno senza di te

    Passano i giorni senza di te…
    il tempo passa in fretta
    ma il cuore mio ancora non si è rassegnato,
    è solo fermo da quando mi hai lasciato.

    Scende una lacrima da questo viso mio:
    la voce tua mi teneva compagnia,
    era come una carezza per il cuore mio;
    oggi è solo, ma dentro il petto ancora batte.

    Questo sentimento è peggio di una malattia,
    è un tormento per questa vita mia;
    non esiste cura per questo sventurato,
    dopo tutto quello che ha passato.

    Mi affaccio alla finestra e tiro un respiro,
    amaro è il destino che ha segnato il cammino;
    vorrei un’altra vita accanto a te,
    ma la felicità si è persa dietro di te.

    La luce lascia spazio alla notte,
    ma io non mi sono ancora rassegnata:
    penso sempre a quel sorriso dolce,
    e tengo a mente il suono di quella voce.

    Sapessi come è brutto senza di te:
    scrivo questa poesia per non lasciarti andare;
    parla di un amore che non si può scordare,
    parla di un amore che non si può cancellare.

    Stasera non si calma questa malinconia,
    uno spicchio di luna mi tiene compagnia;
    mi abbraccia i pensieri e si diverte,
    e in mezzo al cielo ne nasce una poesia.

    Vorrei arrivare tra uno spicchio di luna,
    dove il tempo è eterno e ci perdona
    dove tu ed io eternamente ci apparteniamo,
    e non esiste niente, neanche l’amaro destino.

    Accetto il regolamento

  10. Accetto il regolamento
    Partecipo alla sezione A

    I dimenticati ( L’urlo)

    Urla di umana gente si sentono,
    carcasse affollate,
    ossa calpestate
    di frantumate spoglie,
    vagano invisibili
    nelle coscienze umane.
    Castighi si ripercuotono
    su popoli affamati,
    percossi,
    senza più dignità.
    Oltraggiati,
    come ammassi di lamiera
    accartocciati
    in fosse comuni,
    dimenticati come cenere
    nell’abominio della desolazione.
    Sono loro, popoli persi,
    nel cuore solo cenere
    e nello sguardo il vuoto
    di chi ha perso tutto:
    persino la speranza in un mondo
    che li ha abbandonati.

  11. Accetto il regolamento
    Sezione A

    L’ABBAGLIO
    Nel chiarore di un giorno ingannevole la luce illudeva l’anima camminavo sui passi dell’incertezza confondendo miraggi con realtà cercando un senso che invece scivolava via. Era un abbaglio,
    frantuma il cuore facendo rumore. Eppure, nel bagliore di quell’errore il buio è stato maestro di vita.

  12. Il silenzio ammanta l’ugola

    Oggi, la nebbia ammanta tetti roggio;
    l’orizzonte è vanito nel bianco
    muro di bruma; ed un innaturale
    silenzio pare echeggiare fra note
    stonate, che odono romite orecchie.

    Sei nella stanza attigua, ed il silenzio
    tace sopra le labbra, dentro l’ugola.
    Così muto è il silenzio! Scorre
    nelle venefiche vene, ammalando
    l’anima ed il cuore. Muta la lingua
    che ha cessato di parlare. Silente
    cuore, che ha smesso per sempre d’amare.

    Sezione A Alessio Romanini Accetto il Regolamento

  13. Sezione B, accetto il regolamento.
    Giuseppe Loda
    ***
    Poesiò paesanò.
    A Teresò

    Miò carò forse rie miò a fam capì
    ma ta ame da mori.
    Ma recorde la primò oltò che to ancontrat,
    con on amicò to troat,
    quand ta set giradò per ardam
    al me cor a ga cominciat a palpita.
    Apo se to sintid di,
    per che sire le izi
    cosa olel chesto creti!
    Quand poi entrae an quel bar
    per pudit parla,
    te ta sa nascondeèt nel gabinet
    per miò fat troa,
    ma le bastat on aranciatò e on panino,
    per fat capi che
    sire l’om del to destino.
    Ades che go i caei gris e
    per la casò ta ède gira
    al tò amor ta òlet miò po dam.
    Ma sta sucurò, ta podet conta,
    che al tò amor
    sarò amo bu de comquistà.

    ***

    Poesia paesana

    A TERESA

    Mia cara, forse non riesco a farmi capire
    ma ti amo da morire.
    Mi ricordo la prima volta che t’incontrai,
    con un’amica ti trovati,
    quando ti girasti per guardare,
    il mio cuore ha cominciato a palpitare.
    Anche se ti ho sentito dire,
    perché ero lì vicino,
    ‘Cosa vuole questo cretino!
    Quando poi entravo in quel bar per poterti parlare
    tu ti nascondevi nel gabinetto per non farti trovare,
    ma bastò un’aranciata e un panino,
    per farti capire che ero l’uomo del tuo destino.
    Adesso che ho i capelli grigi e
    per la casa ti vedo camminare,
    il tuo amore non mi vuoi più dare.
    Mia cara stai sicura, ci puoi contare,
    il tuo amore saprò riconquistare.

  14. FARE FINTA

    “Fare Finta” è un velo di seta fine
    che rende sposa questa valle eterna:
    una coltre di neve nel mese di maggio,
    bianca come la mia voglia di rivederti.

    “Fare Finta” è come il tocco di chi riposa:
    una mano calda sulla tua che pensa,
    poggiata sul vecchio tavolo da lavoro:
    ti volti ed è l’aria che il viso ti carezza.

    “Fare Finta” è il mio desiderio di ieri:
    alzarmi tardi la domenica e trovarti
    fra le urla dei bambini in festa,
    di spalle alla finestra davanti alle mimose.

    E’ uno strano dolceamaro questo Fare Finta,
    che porta anche aghi ed alletta come oppio;
    una sventagliata di zucchero su ferite mai riposte
    e nuovi tagli su quelli già aperti.

    Sarebbe anche ora di scordarlo il “Fare Finta”,
    accantonarlo per un po’, almeno di nascosto,
    allontanarlo tutto insieme con una forte spinta…

    Sarebbe anche bello pensare solo al dopo…

    E, tuttavia, continuare a Fare Finta…

    (accetto il regolamento – sezione A)

  15. Sezione A, accetto il regolamento

    Viaggio
    Al congiungersi delle palpebre
    Si apre il sipario
    Sul palcoscenico del buio:
    Una moltitudine di appezzamenti quasi vuoti.
    Cammina con il flusso del fiume.
    Non possiamo scendere dal treno
    La nostra fermata non è contemplata.
    E noi non ci siamo.
    Ci riconosciamo nei frammenti di cielo
    di un paesaggio inesistente.
    Frughiamo nelle tasche per palpare certezze
    La località scritta sul biglietto è sconosciuta.
    Eppure è la nostra.
    Caroline scartabella il vocabolario
    Alla ricerca del senso
    Lo richiude per osservare dal finestrino i campi vuoti.
    La borsetta fucsia cade a terra.
    Un rossetto rotola fino al pettine di tartaruga.
    Si ferma.
    Lo specchietto in mille pezzi rimane attaccato alla cornice.
    Il treno continua la corsa.
    Non ci sono fermate dove scendere
    né altre case da abitare.

  16. POETICO CANTO
    Se questo è
    un poetico canto…
    lo sia per davvero.
    Se l’uomo vuol
    esser sincero
    che si lasci andare
    per meglio meditare

    Guardare in alto
    l’illuminato manto
    che la terra copre.
    La luna è incanto,
    sempre la sera attende
    per ascoltare
    le voci della notte,
    pianti… pensieri…
    lamenti e sogni.

    Quando il buio passa
    tutto cambia.
    C’è luce ora…
    azzurro è il manto.
    Il caldo sole
    illumina i miei occhi
    che inseguono il tempo
    e ancora oltre
    dove forse
    risposte troveranno!

    Sez. A
    Accetto il regolamento

  17. Sezione A accetto il regolamento

    Ultime note di un violino
    (Per le vittime di guerre senza senso)

    Suona mesto un violino
    struggenti note di pianto
    che nessuno ascolterà
    tra macerie di pietra.
    Musica che si leva
    questuando un po’ d’amore
    verso un cielo increspato
    da nuvole ingannevoli.
    Suona mesto un violino
    struggenti note di morte
    qual cocente rapsodia
    di annullate memorie.
    Suona mesto un violino
    la sua triste sinfonia
    tra colonne di fumo
    e lingue rosso fuoco.
    Suona mesto un violino
    melodie di libertà
    tra le rovine dell’est,
    pur sempre più vivace
    per chi non vuole udire
    oblioso di pace.

  18. Sezione B accetto il regolamento
    Pajsi meu
    Pajsi meu chi mi facisti grandi criscìri
    ‘ntra tutti chist’anni ti vitti sbacantàri,
    lu cori forti senza posu mi sentu dolìri
    accussì no’ ti volìa vidìri cumbinàri.

    Ti sbacantasti comu ‘na gutti ‘i vinu bonu
    comu ‘na giàrra d’ogghju novu nostrànu
    comu ‘na pignata ‘i surhjacuni pajsànu
    comu ‘na ‘mpurnata cadda ‘i pani ‘ì rànu.

    Mi giru e mi votu, viju jorna di tempi passàti
    sulu mura di lu tempu sdarrupati e grancinàti,
    casi chjusi e carrèdi tristi e povar’assulicàti
    jettumi di filici e sambuci spuntar’a li barcunàti.

    Nudu viju cchjù pedi pedi cuntent’arrigghjàri
    pe’ vasciu e pe’ sùpa calar’e ‘nchjanàri,
    pajsi meu chi mi facisti tant’annamuràri
    no sentu cchjù lu scrusciu chi sulu tu sapivi fàri.

    TRADUZIONE
    Paese mio
    Paese mio che mi hai fatto grande crescere
    in tutti questi anni ti ho visto svuotare,
    il cuore forte senza sosta mi sento dolère
    così non ti volevo vedere combinare.

    Ti sei svuotato come una botte di vino buono
    come una giara di olio nuovo nostrano
    come una pignatta di fagioli paesani
    come una infornata calda di pane di grano.

    Mi giro e mi volto e vedo giorni dei tempi passati
    solo muri dal tempo danneggiati e graffiati,
    case chiuse e viuzze tristi e povere solitarie
    germogli di felci e di sambuco spuntare dalle balconate.

    Nessuno vedo più piedi piedi contento giocherellare
    per giù e per su scendere e salire,
    paese mio che mi hai fatto tanto innamorare
    non sento più il rumore che solo tu sapevi fare.

  19. Gli occhi dell’ inverno
    Gelidi gli occhi dell’inverno
    freddi mi osservano
    spietati
    delicati
    incantano il cuore
    ruvidi d’amore
    quello sguardo
    dolce
    nefasto
    rimembra
    le tue parole
    distanti dalla mia vita
    vibranti di nostalgia
    tremanti di infinito
    ondeggianti di pathos
    divampano
    nell’anima
    in questo roboante momento
    ed è gioia
    ed è pianto
    ed è ricordo
    ed è un dolce tormento

    sez. A, accetto il regolamento

  20. Partecipo con sez. B – accetto il regolamento
    Poesia in vernacolo Algherese

    OBSCURITAT
    Entenc los raigs del sol
    sobra la mia fatxa
    que més càlentan
    S’ès obscuràda
    la sua llumera

    Un’ ombra és devallada
    damunt de la terra
    plena de sang
    Remors fortes arriben
    fins entre l’anima
    Dins los ulls
    de les criatures
    l’infantesa és robada,
    la llibertat és negada

    No més flors pels camps
    ma creus… i creus
    No més rentocs
    de campane a festa
    ma fortes sirenes

    Tant és potente qui està
    en aquesta terra
    que no esser capaç
    de fermare… la guerra!

    ***
    Traduzione
    OSCURITÀ
    Sento i raggi del sole
    sul mio viso
    che più non scaldano
    Si è oscurata la sua luce

    Un ombra di sangue
    è scesa sulla terra
    Forti rumori arrivano
    fin dentro l’anima
    Negli occhi dei bimbi
    l’infanzia è rubata
    la libertà è negata

    Non più fiori nei campi
    ma croci… e croci
    Non più rintocchi
    di campane a festa
    ma forti sirene

    Tanto è potente
    chi abita questa terra
    da non esser capace
    a fermare… la guerra!

  21. Sezione A – Accetto il regolamento

    SciAmare di vela

    Come la scia all’orizzonte,
    fui catturato sul fronte,
    così docile alla vela
    sospinto da una brezza tela.

    Come lo sciame alato,
    danzatore velato,
    così tremavo d’amore
    sfinito dalle ore.

    Negavo la fine del domani,
    come se svanisse tra le mani,
    richiamai d’amore,
    l’amo di un clamore.

    Trepidavo ora il dibattito,
    come se palpitasse in battito,
    vagai la stregata magia,
    la regata ad occhi di bragia.

  22. A lungo nella notte

    A lungo nella notte
    le lucciole furono fiaccole
    al nostro discorrere, di luce.
    Snocciolammo parole
    e versammo miele
    alle anfore della vita
    per non lasciarla andare.
    La volevamo ancora tenere con noi.
    Fu veglia e sonno
    e sonno e veglia.
    Poi fu torpore.
    L’alba ci sorprese stanchi.
    Tu ti eri arreso alla partenza
    per la nube di Oort.
    Tutto fu compiuto
    in quel frammento di eterno
    nello spaziotempo assegnato.
    Altri spazi si aprirono
    in sella alle comete.
    Ti videro le stelle,
    accese dell’amore
    che tutto accoglie
    nel cielo sconosciuto.
    A distanza, le nostre vite
    rimasero legate.

    Agostina Spagnuolo sezione A
    Accetto il Regolamento

  23. M’hai dat’a vita

    Sarrà pecché co’’o tiempo tutto cagna
    ma sulo mo’ aggio trovato ‘sto curaggio
    ‘e ti dice quello ch’o scuorno, fin’a mo’,
    non m’ha fatto fa’: nun nzimo abbituati
    a ngi dice ‘o bbene, e mo’ t’ho dico,
    co ‘na carezza, ncoppa a ‘ste mmano
    ch’a fatica d’a vita, a ghiurno a ghiurno,
    t’ha fatte arricignate. Quanta terra
    hanno mpastato, quant’arraggia rangecata,
    quanta lacreme hai chiagnute e annaccoate!
    M’hai data ‘a vita, m’hai dato ‘o pane e
    l’orme toe pe’ cammina’. M’ha ‘mparato
    ‘o nomo ‘e tutte ‘e cose, ’e chiante
    e l’animali e quilli sciuri ca
    miezz’a l’onne d’’o grano ‘e maggio
    ‘ngi priammo ‘o core a guarda’.
    Ngi olèa tiempo, ngi olèa curaggio,
    p’esse capace ‘e t’arringrazia’.
    ***

    Mi hai dato la vita.

    Sarà perché col tempo tutto cambia
    ma soltanto adesso ho trovato il coraggio
    di dirti quello che il pudore, finora,
    non mi permetteva di fare: noi non siamo abituati
    a dirci il bene, e adesso te lo dico
    con una carezza, sopra a codeste mani
    che la fatica della vita, di giorno in giorno,
    t’ha reso avvizzite. Quanta terra
    hanno impastato, quanta rabbia hanno graffiata,
    quante lacrime hai pianto di nascosto!
    Mi hai dato la vita, mi hai dato il pane e
    le tue orme su cui camminare. Mi hai insegnato
    il nome di tutte le cose, delle piante
    e degli animali e di quei fiori che
    in mezzo alle onde del grano di maggio
    ci godeva il cuore a guardarli.
    Ci voleva tempo, ci voleva coraggio,
    per essere capace di ringraziarti.

    Agostina Spagnuolo sezione B
    accetto il Regolamento

  24. Quando arriverà la consapevolezza

    In questo destino singolare dove i desideri
    viaggiano ignote per le vie del cielo,
    pensieri si spandono nell’aria
    come pioggia che disseta l’arida terra.

    Inquieti illusioni, solleticano la memoria
    gioie e dolori si confondono
    ombre sul ring della vita.

    La vita scorre e vuole essere vissuta
    senza perdersi in congetture o paure

    Viviamo in tacito accordo
    di frenetiche apparenze,
    dove servitori e padroni,
    accettano in crepuscolo la propria solitudine.

    Se solo ci fosse una vera consapevolezza
    di noi puro soffio di inconsistente coscienza.

    sez. a accetto il regolamento

  25. Quello che resta di noi

    Abiti lo spazio che hai costruito
    un luogo solo tuo, dove non posso più arrivare;
    un concetto dove la luce si condensa vacua.
    Tra i suoi riflessi, un tempo limpidi,
    ti vedo immota.
    Vivi nel respiro meccanico del mattino
    che ti scuote ma non ti sposta;
    il mondo gira sul suo perno,
    ma tu resti sulle tue stesse impronte.
    Fluttui nelle ore che si dispiegano
    come carta bianca
    ricolma di scritte e segni
    tracciati negli istanti e negli angoli
    di un tempo passato
    dove non erano incisi confini.
    Ora, non c’è niente di grande in questo tuo andare
    e quindi ti lascio, senza guardarti e senza afferrare illusioni.
    Quello che resta di noi
    è solo il filo teso dell’assenza,
    è un’incrinatura lieve
    in questo quotidiano sopravvivere.

    Angela Maria Malatacca
    (Accetto il regolamento – Sezione A)

  26. Littira aru figliu

    Su juarni ca m’annacu supra sa seggia,
    forse anni, ‘u nu sacciu.
    ‘U sguardu sempe versu a finestra
    a guardari chira strata longa
    ca buca l’uacchji e arriva aru cori,
    cumu u juarni ca ti ni si jutu.

    ‘Ntra i sacchette avij dua fotografie e dintra a vucca dua paroli.
    M’a suannu ogni notti a faccia tua bella, ‘u sa?
    e te viju torna piccirillu, supra i gammuzze ‘ncerte
    e ra manuzza ca s’appica a nu pizzu da vesta mia.

    Figliu, cu quali uacchji ‘t’haiu guardari mo
    si’ nun cu chiri du ricuardu?

    T’hanno chiamatu nu juarnu,
    mentri ti ricoglij cu ri libri sutta u vrazzu
    e ‘a spiranza dintra ‘u pìjattu.

    T’hanno dittu ca “la grande Madre” avia bisuagnu e tia.
    E tu si jutu, cu a ‘ncuscianzia di vint’anni tua
    e m’ha salutatu cu l’ultimu juri di ‘nu vasu supra a faccia.

    L’hajû malidittu “il grande padre”
    ‹‹ Ca vu jettà sangu , malidittu!
    Ti si piglijatu a vita mia ppè arrobbà ‘nu pijazzu e terra!
    Malidittu! Ca’ vu vrusciari aru ‘nfiarnu! ››

    Po’, nu juarnu i ‘na primavera
    fridda cumu ‘na petra i sali,
    m’hannu cunsignatu ‘na busta ccu dua fotografie,
    dua paroli e ‘na midaglia
    adduvi arrijati c’era scrittu
    “ad onore della Patria”.

    ‘U tiampu, e tannu, s’è fermatu ppè sempe,
    cumu ‘u core tua.
    E ‘u munnu mia, mo’, è sa seggia,
    sa’ finestra,
    e chira strata longa
    adduvu tutti i juarni aspijattu ‘n’umbra
    ca si ricòglia ara casa.

    Angela Maria Malatacca
    (Accetto il regolamento – Sezione B)
    **************
    (Traduzione dal dialetto cosentino)
    Lettera al figlio

    Sono giorni che mi dondolo su questa sedia,
    forse anni, non lo so.
    Lo sguardo sempre verso la finestra
    ad osservare quella strada lunga
    che buca gli occhi e arriva al cuore,
    come il giorno in cui andasti via.

    Nelle tasche avevi due fotografie e nella bocca due parole.
    Lo sogno ogni notte il tuo bel viso, sai?
    e ti rivedo bambino sulle gambe incerte
    e la mano che afferra l’orlo del mio vestito.

    Figlio, con quali occhi devo guardarti ora
    se non con quelli del ricordo?

    Ti chiamarono un giorno,
    mentre tornavi a casa con i libri sotto al braccio
    e la speranza dentro al petto.

    Ti dissero che “la grande Madre” aveva bisogno di te.
    E tu andasti con l’incoscienza dei tuoi vent’anni
    e mi salutasti con l’ultimo fiore di un bacio sulla guancia.

    Ho maledetto il “grande padre”
    ‹‹Che tu possa buttare il sangue, maledetto!
    Ti sei preso la mia vita per rubare un pezzo di terra!
    Maledetto! Che tu possa bruciare all’Inferno››

    Poi, un giorno di una primavera
    fredda come una pietra di sale,
    mi hanno consegnato una busta con due fotografie,
    due parole e una medaglia
    dove dietro era inciso “ad onore della Patria”.

    Il tempo, da allora, si è fermato per sempre,
    come il tuo cuore.
    E il mio mondo ora è questa sedia,
    questa finestra
    e quella strada lunga
    sulla quale aspetto tutti i giorni
    che compaia un’ombra
    che ritorni verso casa.

  27. Come una stella
    libera dal suo tormento
    pronta ad abbracciare ogni singolo momento,
    per dichiarare
    un conclamato addio
    ad ogni frammento di dolore
    tra parole e onori al sole.

    Arianna Di Presa SEZ A COME UNA STELLA Dichiaro di aver preso visione del Regolamento

  28. Titolo dell’opera:
    – Il Vincolo Eterno –
    Alessio Carlini
    Sezione A, accetto le regole riferite nel bando ed autorizzo l’utilizzo dei miei dati personali.

    Ascolta…
    È l’avviso del mio sangue,
    Il vincolo deciso che sgorga dai palmi delle mani,
    Il sorso eterno che che intarsia una nuova riva;
    L’orlo che cura l’impegno eterno.

    Oggi schiudo il sogno,
    Il desiderio che aspira alla Vita.

    Guarda! Guardami adesso…
    Ho un cuore nuovo tra le mie mani,
    Nato dai germogli della pietà di due coscienze,
    Protetto dal grembo di questa nuova terra.

    Ascolta! Ascoltaci…
    Siamo qui dentro…
    Nella bolla che sigilla il tutto…

    La calma dell’onda è potente,
    Il silenzio respira, Infonde la voce dell’infinito,
    E nell’abbraccio…
    In questo straordinario abbraccio…

    Si sente solamente il suono del sangue nel vincolo eterno.

  29. S’IO FOSSI LEI

    S’io fossi lei,
    sarei fiera
    come un giudice alla sua prima sentenza.
    S’io fossi lei,
    sarei innamorata
    come Narciso punito al suo specchio d’acqua.
    S’io fossi lei,
    come un profumiere
    intesserei tonalità cipriate e suadenti per le mie gote.
    Ascolterei la mia pelle
    e scivolerei il dito sulle mie labbra,
    come amante al suo ennesimo incontro erotico…
    s’io fossi lei.

    (di Angelo Bonanno
    per Sezione A
    Si accetta il Regolamento)

  30. EMOZIONI
    Svegliarsi un mattino d’inverno
    e sentirti la neve sopra il cuore
    e respirare al canto di un uccello
    che ti recita versi d’amore
    E stendere le mani sopra un fiore
    trovarsi fra le dita una formica
    vederla fuggire confusa
    come un’onda in balia ad un’ondata
    E stare infine a guardare i passanti
    con le falde dei cappotti sul viso
    e non capire cosa senti in cuore
    avere voglia di fare un sorriso
    E mentre il cielo piange lentamente
    dipingere sui vetri offuscati una macchia qualunque
    ed accorgersi…che strano
    e’ già felicità

    sez. a accetto il regolamento

  31. SEZIONE B – accetto il regolamento (dialetto Canton Ticino/Svizzera

    Sempro ricordàa

    Bisögna sempro ricordàa
    e mai dimenticàa …
    Bisögna tegnìi da ment
    tüt chel che nela vita u te capitàa …
    Ricordàa i parent, i amìis, i colega da lavòor
    ricordai tüc’ per chel che te fai con lòor …
    Se pöö u ta capita da incontrai
    lasei mai nàa via senza salüdai …
    E quando un quaidün da lòr
    pürtrop u laserà chesc’to mond
    cerca da trovàa el temp da compagnal
    perché til sé che la sarà l’ültima volta
    che ti podré salüdal …

    ***
    Sempre ricordare

    Bisogna sempre ricordare
    e mai dimenticare …
    Bisogna ricordarsi
    tutto ciò che nella vita ti è capitato …
    Ricordare i parenti, gli amici, i colleghi di lavoro
    ricordarli tutti per quello che hai fatto con loro …
    Se poi ti capita di incontrarli
    non lasciarli mai andar via senza salutarli …
    E quando qualcuno di loro
    purtroppo lascerà questo mondo
    cerca di trovare il tempo per accompagnarlo
    perché tu sai che sarà l’ultima volta
    che potrai salutarlo …

  32. “Dolce presenza”

    Un battito di ali mi riporta da te
    dolce presenza di un attimo appena passato
    tu eri tutto quello che volevo per me
    io il bimbo per te sempre sono stato.

    La vita fuggiva ed io nn sapevo
    che la nostra casa si sgretolava poco a poco
    dentro di me una voce mi dava sollievo
    il pensiero di un eterno presente mi dava il fuoco.

    Figlio tu sei e resterai sempre lo so
    madre nei giorni regalati a noi
    una casa una cucina cibo un po
    ma io ero felice e triste ahinoi.

    sez. a accetto il regolamento

  33. Sez.A Dichiaro di accettare il regolamento
    Notte infinita
    Nella sera
    rotola la luna randagia
    sopra le cupole di latte.

    La notte, tragica e bella,
    s’affaccia col suo abito da sera
    per il suo burlesque di gloria.

    S’accendono le stelle,
    lucide come i baci
    o le caviglie.

    Le accogliamo, io e te,
    nomadi erranti,
    ebbri, affondati
    in questa notte infinita,
    perduta tra le rive di un motel.

  34. Il labirinto della vita

    Una stella cade dal cielo nero
    dove nuovi mondi nascono e muoiono.
    Gocce di mare imperlano i nostri cuori umani
    e mi spoglio delle mie passioni per questa terra.
    Mandami il tuo unguento per lenire le mie cicatrici
    e lascia che questa nudità sia la mia nascita.
    La voce dei venti notturni mi ha svegliato,
    in mezzo al dolore essi mi abbracciano con sollievo
    sotto i miei sogni e desideri anelo le tue carezze.
    Richiamo l’universo danzante
    nel labirinto della vita,
    prima che tu possa vestire la mia anima
    con una vecchiaia di quiete.

    sez. a accetto il regolamento

  35. PARTECIPO SEZIONE A
    ACCETTO IL REGOLAMENTO

    L’ALTRO VOLTO DEL MEDITERRANEO

    Lungo le coste tra l’Europa e l’Asia
    agiti acque impietose.
    Come un vichingo sanguinario
    sporchi di sangue le tue spiagge,
    graffi la sabbia, fanno eco le rocce
    nessuna armatura nessuno scudo potrà salvare,
    quei naufraghi sotto un mare di costellazioni.
    Delicate maree non tolgono le impronte
    dei piedi di chi li affonda e
    delle vesti che galleggiano.
    Il vento soffoca le urla di chi prova a fuggire,
    dalla propria patria ormai assopita
    di lacrime ed abbracci.
    Trascini tempeste di guerra,
    e uragani di enormi dolori,
    vite spezzate e bimbi mai nati,
    vivi di storie mai raccontate,
    di corpi distesi intirizziti dal freddo.
    Sono le tratte disperate,
    sono volti immaginati,
    squarciati e violentati
    dalla cieca crudeltà di vili uomini
    per oltrepassar confini.
    Umidi inverni e calde estati
    tra ulivi, viti, agrumi
    trascorrono le giornate,
    sfiori con le tue onde tante terre,
    ma nei secoli hai visto solo guerre,
    la storia c’è l’insegna
    il tempo non perdona,
    di questo nostro mare blu
    il sangue di rosso lo colora.
    Non bastan arcobaleni,
    né gabbiani né velieri
    per chiudere gli occhi
    difronte a quelli che
    certo non son misteri.
    Abissi profondi
    diventano cimiteri
    tetri sepolcri
    sommersi dall’oscurità.
    Uomo non comprendi?
    Mediterraneo
    non è morte ma inno alla vita.
    Dietro ogni mano che prega,
    c’è speranza, c’è eternità,
    non sogni spezzati ma ali coraggiose
    voli di aquiloni, tempeste di colori,
    profumi maliziosi e sorrisi spaventosi.
    Magia senza fine, sei l’altro volto del
    Mediterraneo
    finestra sul futuro
    di questo mondo sommerso
    di questo paradiso a volte perso.

  36. SEZIONE B
    ACCETTO IL REGOLAMENTO

    Etna russu focu
    Fìmmina dalla to bucca
    china ri passione fuoriesce
    a lingua incandescente,
    strica lùonga i pendici
    comu u sibilo ri ‘n sirpenti,
    pi ‘na danza chi emoziona e disarma
    scorre quel fluido russu focu magico chi incanta.
    Matri natura,
    conservi nta to’ grembo
    l’embrione di la distruzione,
    imprigionato ruggisce comu ‘n liuni
    jè comu ‘n sicretu, arriva rittu o cori
    basta picca a scatenare ‘n ‘esplosione.
    A to lava
    esalta rossi tramonti,
    sbiddiano i stelle
    nascondono orizzonti
    vapori e zampilli spruzzano
    comu fontane,
    inebria l’odore acre ri zolfo
    nenti cchiù rimane.
    Cenere, anima niura trasportata do’ vientu,
    attraversi u strittu china ri raggia
    unendo cu ‘n soffio Sicilia e Calabria.
    Apri nta terra i toi ferite
    chi lasciano comu segni cicatrici,
    dai fianchi viri fessure giallastre,
    scappano animali inorriditi
    mentri u càvuru li avvolge
    cu a so’ tenera morti.
    Maestosa rintra a to potenza
    a urli a gran vuci, nun usi clemenza
    spaccando silenzi inghiotti ri tuttu.
    Comu ‘n gigante di li nevi
    supra ghiacci inermi,
    domini u mari
    a to ira u fa trimari.
    TRADUZIONE
    ETNA ROSSO FUOCO

    Femmina dalla tua bocca
    piena di passione fuoriesce
    la lingua incandescente,
    striscia lungo le pendici
    come il sibilo di un serpente,
    in una danza che emoziona e disarma
    scorre quel fluido rosso fuoco magico che incanta.
    Madre natura,
    conservi nel tuo grembo
    l’embrione della distruzione,
    imprigionato ruggisce come un leone
    è come un segreto, arriva dritto al cuore
    basta poco a scatenare un ‘esplosione.
    La tua lava
    esalta rossi tramonti,
    brillano le stelle
    nascondono orizzonti
    vapori e zampilli spruzzano
    come fontane,
    inebria l’odore acre di zolfo
    nulla più rimane.
    Cenere, anima nera trasportata dal vento,
    attraversi lo stretto piena di rabbia
    unendo con un soffio Sicilia e Calabria.
    Apri sulla terra le tue ferite
    che lasciano come segni cicatrici,
    dai fianchi vedi fessure giallastre,
    scappano animali inorriditi
    mentre il caldo li avvolge
    con la sua tenera morte.
    Maestosa nella tua potenza
    la urli a gran voce, non usi clemenza
    spaccando silenzi inghiotti di tutto.
    Come un gigante delle nevi
    sopra ghiacci inermi,
    domini il mare
    la tua ira lo fa tremare.

  37. PARTECIPO SEZIONE A
    ACCETTO IL REGOLAMENTO
    *
    Titolo: Macramè

    Ho indossato i tuoi sguardi.
    Minuziosi lemmi di silenzi. Tra le mani
    un ritaglio di vita conta i nodi.

    Sul comodino
    la cornice conserva il tempo
    nella misura della polvere.

    Erano giorni posati a venere
    la luce a nord della parete
    teneva l’ombra di noi
    – muoversi dentro casa

    La primavera dai campi di vento
    portava fiori a colorare il cielo
    – Ho una valigia piena di ritorni

    Aspetto un treno.
    La coincidenza ha un volto di nebbia.
    – Qui, tu, sei.

    Sulle labbra ti tocco le parole.

  38. IL MIO SANGUE
    (Poesia contro la violenza sulle donne )

    Ho creduto ai tuoi occhi mentre si spalancavano su di me.
    Ho creduto ad una pioggia di luce, forse benevola, nel tuo sorriso.
    Troppo tardi mi sono accorta dei demoni che si agitavano urlando nell’orrore
    senza fine, nel fiato rovente dello scempio che ho subito.
    Ho creduto ad un bacio così bello che sarei impazzita se ti fossi fermato.
    Ma non c’era amore nel tuo bacio umido e caldo.
    Però qualcosa era rimasto lo stesso su di me.
    Lo toccavo.
    Lo sentivo.
    Aveva un sapore amaro.
    Ma ero rimasta sola.
    Sola con il mio sangue.

    sez. a accetto il regolamento

  39. SEZIONE A
    DICHIARO DI ACCETTARE IL REGOLAMENTO

    CREPUSCOLO

    Non più sera
    Non ancora notte

    Crepuscolo sul mondo
    Velo di cielo da strappare al
    firmamento
    Tepore tiepido

    Avvolgi per un attimo le nostre
    mani
    Prima delle stelle
    Prima della luce rincuorante
    Che nessuno canta

    -Johanna Finocchiaro-

  40. Un mondo perfetto

    C’è un mondo perfetto ma è piccolo e stretto;
    le strade asfaltate son fresche risate
    che portano in fretta in centro al paese
    che ha case dipinte da mille sorprese.
    Se non ti vergogni di tornar piccino
    e prendi la mano di qualche bambino,
    con lui ti ritrovi veloce nel sogno
    del mondo perfetto di cui c’è bisogno.

    SEZIONE A – Accetto il regolamento

  41. Rita Coda Deiana
    Accetto il regolamento (Sez. A)

    LO SGUARDO ETERNO

    Sulle mie spalle posi il tuo viso
    Accostandoti alla mia integrità mentale,
    Alla mia distanza disumana.

    Vedi che sono assorta,
    Vedi che sono lontana da te,
    Vedi che sono perduta nella valle che non conosci.

    La valle dei miei pensieri.
    La valle che avvolge me e tralascia te.

    Mi osservi le spalle,
    Le braccia coperte di cotone bianco a stoffa rigata.
    Puoi percepire il mio pensiero?

    Volto il capo e lo sguardo si infiamma col mio
    Ma quello sguardo è labile,
    Ma quello sguardo è eterno!

    Uno sguardo che assomiglia ad un imperativo.
    Un comando visivo, senza motivazione alcuna.
    Uno sguardo che non muore,
    Ma continua ad ardere dentro, come fiamma.

    Eterna la fiamma che non brucia
    Come eterno il tuo immaginario su di me.

  42. Rita Coda Deiana
    Accetto il regolamento (Sez. B – lingua sarda logudoresa)

    NARAMI

    Vida, narami de totus sas friguras
    chi no apo bidu cun sos ojos mios,
    de sos tempos antigos
    chi non d’apo ammentu,
    de sas manos de sas animas
    chi no apo connoschidu,
    de sas nues
    chi an’intramadu destinos,
    chi non m’an cunsiderada,
    de sas costas ispérdias bortuladas
    subra abbas frittas
    chi non m’an catzadu su sidis,
    de bicculos de coros
    chi trunchendesi
    an isoltu sonnios
    chi non aia pensadu.

    E narami ancora
    de sos ammentos illaccanados,
    de sas mentes reberdes
    chi an passadu sos sagniles
    de sa cussentzia umana
    giunghende in sos labirintos
    chi non apo tentadu de fuire.

    Narami vida, de custu e de ateru,
    de cando non bi fui,
    ma esistia
    in su chircu artu de su chelu,
    e ammentende su tempus passadu,
    cun sa maja de su pensamentu,
    apo a recamare cun agu e filu
    su velu cun su cale si estit su Tempus.
    ***
    Traduzione

    NARRAMI

    Vita, narrami di tutte le immagini
    che non ho veduto con questi occhi,
    dei tempi remoti
    di cui non ho memoria,
    delle ripide propaggini di anime
    delle quali non ho fatto esperienza,
    delle nubi
    che hanno intrecciato destini
    che mi hanno ignorata,
    delle coste selvagge rovesciate
    su gelide acque
    che non mi hanno dissetata,
    di briciole di cuori
    che nello spezzarsi
    hanno infranto i sogni
    che non avevo costruito.

    E narrami ancora
    dei ricordi infiniti
    delle incalcolabili menti ribelli
    che hanno varcato le soglie
    della coscienza umana
    giungendo nei labirinti dai quali
    non ho tentato una fuga.

    Narrami Vita, di questo e altro,
    di quando non c’ero,
    ma pur sempre esistevo
    nell’alto del circolo,
    e nella reminiscenza
    attuerò l’astrazione
    per imprimere con ago e filo
    ciò di cui il Tempo
    si ammanta.

  43. COLTIVO SOGNI

    Ho creato una azienda,
    la sede è nel mio cuore
    con Ragione Sociale:
    “coltivare e produrre sogni”.

    Senza bisogno di spazio
    nessun dipendente
    senza maestranze
    solo con la convinzione.

    Ho prodotto un catalogo
    con carta già usata
    dove sono focalizzati
    tutti i sogni da regalare.

    L’elenco è semplice
    di facile comprensione
    destinato a tutti
    senza eccezione alcuna.

    Saper amare il prossimo
    saper donare ai bisognosi
    saper soffrire con gli afflitti
    saper gioire insieme agli altri.

    Aspetto richieste audaci
    sollecitazioni opportune
    proposte puntuali
    per sviluppare l’azienda.

    sez. a accetto il regolamento

  44. DI LA’ DAL MURO
    Fermare l’ora
    sugli spigoli crudi
    di un altro giorno ingiallito.
    Di là dal muro, oltre la valle,
    dove le aquile aggrediscono le nuvole
    e le messi maturano dolci di vita
    dentro il rossore di un giorno innocente.
    -E il vento è nelle mie mani,
    e il vento ha ali di farfalla-
    Di là dal muro, oltre la valle,
    oltre i portali di polvere
    di questo giorno ingiallito
    i vivi maturano tra voli d’aquile
    e il giallo del granoturco.
    -E le mie mani si fanno innocenti,
    e l’innocenza ha ali di farfalla-
    Ma già ritorna il tempo…
    Ed è quell’erratico uccello
    che strombazzando s’ingoffa
    sul ramo nudo di un albero.

    Daniela Ferraro
    Sezione A
    Accetto i regolamento del concorso

  45. DI TE E DI CIÒ CHE ANCORA AMO

    Amo la tela sottile del ragno
    l’odore acre dei limoni acerbi
    i cerchi dell’acqua nello stagno
    il bacio di Klimt e le donne di Modì
    e i tuoi occhi dove si specchia il mare

    Amo tornare ai giorni ormai persi
    alle storie finite e mai dimenticate
    alla parola che non ho saputo dirti
    alle partenze rimandate ogni volta
    per la tua paura di restare sola

    Amo i versi che non ho scritto
    il diritto e il rovescio il sotto e il sopra
    il fumo della candela appena spenta
    le note a margine su un libro di Montale
    la lenta agonia di un sole che tramonta

    E amo ancora te per avermi amato
    come mai nessuna è riuscita a fare
    per avermi dato un sogno da sognare
    e mille ricordi da smaltire tra i rifiuti
    con i fiori appassiti e il pianto della luna.

    Italo Zingoni
    Sezione A
    Accetto il regolamento del concorso.

  46. CENTO E UNA VITA
    Sarà una spada di Damocle o uno scettro di potere regale?
    L’ho agguantata, la volgo contro di me, trafiggendomi fino al costato. Sono vivo!
    Mi trascino in un tunnel, ho violato le barriere del tempo.
    La memoria s’inceppa, cento e una vita reclamano e si accavallano l’una sull’altra
    nella brama di essere raccontate.
    L’anima spaurita ripercorre vittorie esaltanti e fragili miserie.
    Sotto l’arco celeste le stelle immobili stanno.
    Solo l’umiltà mi sarà di aiuto
    Silente atterro sull’umide zolle
    Le mani operose si avvicinano
    Di sporco marrone cospargo il mio volto.
    Chiara Sardelli
    SEZ A ACCETTO IL REGOLAMENTO

  47. sez. a dichiarazione di accettazione del regolamento.

    Cruditè di un Amore Insolitoķ

    In un angolo di vetro, sotto luci soffuse,
    Una carota, arancione e sottile, giaceva confusa.
    Osservava da lontano, con un sospiro profondo,
    Un'ostrica snob, perla del mare, orgoglio del mondo.

    "Ah, se solo potessi," sussurrava con ardore,
    "Essere accanto a lei, condividere il suo splendore.
    Ma lo chef, con mano ferma e destino crudele,
    Decide che mai insieme saremo nel piatto, oh quante pene!"

    L'ostrica, nel suo guscio, brillava distante,
    Ignara dell'amore della carota, così vibrante.
    Ma il fato, ah, il fato ha piani strani,
    E spesso gioca scherzi ai cuori umani.

    Un cameriere inesperto, con passo incerto,
    Attraversava la sala, il viso scoperto.
    Con un gesto maldestro, un urto, un tonfo,
    Il vassoio volò, un disastro pronto.

    Tra svampi di aceto e fette di limone,
    La carota e l'ostrica si trovarono, che emozione!
    Unite nella caduta, nel condimento annegate,
    Finalmente insieme, dalla sorte abbracciate.

    E lì, tra le stoviglie, in un mare di vinaigrette,
    Scoprono che l'amore, anche crudo, è una ricetta perfetta.

  48. La notte bussa qualcosa. Dentro.

    In alto, sui rami non ci sono
    foglie sui sentieri del bosco
    solo tappeti fruscianti
    a volte gementi
    sotto i passi.

    La notte
    bussa qualcosa. Dentro.
    Non mi dà pace.

    C’è bisogno di perdersi
    in uno sguardo per ritrovarsi
    in un sorriso.

    Sapersi accanto
    senza necessità di cercarsi
    esserci, accogliersi
    nel sentirsi accolti.

    La notte sognare
    insieme
    nel calore di un abbraccio.

    Sentire il profumo
    la pelle
    al semplice pensarsi.

    Mescolare lacrime
    nella felicità
    nella tristezza.

    Versi ancora da scrivere
    quadri da dipingere
    sapori da gustare
    vie da percorrere
    sogni da rendere più forti
    e reali.

    La notte
    bussa qualcosa.

    Danzano i pensieri con il respiro.
    Mentre fluiscono
    acqua di torrente verso valle
    in alto, sui rami
    nuovi fiori
    nuove foglie.

    ————————
    Massimo Apicella
    Accetto il regolamento sez. A

  49. DAE SU PUNTU PIUS ARTU DE SA CARA DE DEU
    (Marcu e sa soledade)

    Est unu profilu intzertu de lapis, Marcu,
    tra su bidru e sas tendas candu isòlvet
    sos latzos de sas laras a sas guttias de sole
    chi a pes nudos cuaresi in sa corte.
    E isse est pius pagu de unu murmuttu
    donzi borta chi sa pija imperfetta de sos caltzones
    isfiorat s’acchinotziu ismemoriadu de sos pades de piuere,
    culilughes in s’umbrine.
    Su coro sou, oe, est unu premiu de cunsolu,
    unu bigliette aggiobado a sa lotteria
    de sa soledade candu una rara felitzidade
    lu collit in un’urna de meraviza;
    casi un’ala chi si agitat in pagos metros cadradus
    de universu si sa pioja manciat
    sos antariles de su silentziu.
    Marcu restat pro un’istante infinidu
    in acchilibriu subra su contu a s’imbesse
    de sos annos suos in préstidu
    comente sa neula candu riflettet sos ojos
    attrippoddidos subra sa geografia rigada de sas pischinas.
    Fora no at boghes àidas sa lughe
    su mundu parret perderesi comente unu bagagliu
    in su terminal de sa notte
    e isse, assora, professat sa fide sua in sas umbras
    mastighende peraulas chi si accaddighinat in sa gula
    comente desinentzias d’aghera subra s’alma fragile de sas mobilias
    unu signu de rughe a beneighere sas benaduras randinadas
    subra s’orulu imbetzadu de sa tatza.
    Pustis torrat a su braccone comente unu retrattu
    leadu a meidade a abbaidare s’ortografia impretzisa
    de s’immensu chi imbadet sa corte comente
    su chizu de sas costellasiones chi si imbenujat
    dae su puntu pius artu de sa cara de Deu.

    ***
    DAL PUNTO PIU’ ALTO DEL VOLTO DI DIO
    (Marco e la solitudine)

    È un profilo incerto di grafite, Marco,
    tra il vetro e le tende quando scioglie
    i lacci delle labbra alle gocce di sole
    che a piedi nudi si rifugiano nel cortile.
    E lui è poco più di un sussurro
    ogni volta che la piega imperfetta dei pantaloni
    sfiora l’equinozio smemorato dei grani di polvere,
    lucciole nella penombra.
    Il suo cuore, ora, è un premio di consolazione,
    un biglietto abbinato alla lotteria
    della solitudine quando una rara felicità
    lo coglie in un’urna di meraviglia;
    quasi un’ala che si dimena in pochi metri quadri
    d’universo se la pioggia macchia
    gli stipiti del silenzio.
    Marco rimane per un’istante infinito
    in equilibrio sul conto alla rovescia
    dei propri anni in prestito
    come la nebbia quando riflette le congiuntive
    gualcite sulla geografia striata delle pozzanghere.
    Fuori non ha voci acute la luce
    il mondo pare smarrirsi come un bagaglio
    nel terminal della notte
    e lui, allora, professa la propria fede nelle ombre
    masticando parole che si arrampicano nella gola
    come desinenze d’aria sull’anima fragile dei suppellettili
    un segno di croce a benedire le venature screziate
    sull’orlo invecchiato del bicchiere.
    Poi torna alla finestra come un ritratto
    lasciato a metà ad osservare l’ortografia inesatta
    dell’immenso che invade il cortile come
    il ciglio delle costellazioni che si genuflette
    dal punto più alto del volto di Dio.

    Sezione B – Accetto il regolamento

  50. FILASTROCCA DA MARINAIO

    Allargare le crepe a steccati
    nell’ora del Dio che tramonta
    e tramanda amuleti ai dannati
    nelle stive già pronte per l’onda
    non possiamo staccare gli ormeggi
    la barriera è già alta nel mare
    e scompare sul far della nebbia
    la foschia che impedisce il remare
    luce fioca traballa nel faro
    che ci indica rotte aggiustate
    verso isole mal decifrate
    da nostromi che odiano andare
    su barchette di sughero lieve
    che assomigliano a fiocchi di neve
    sopra un mare che puzza d’asfalto
    e ti schiaccia sovente dall’alto
    inducendo a tirare le braccia
    su boccali che san di bonaccia
    e tra canti e parole sconnesse
    di salpare per terre promesse
    ci si trova a smaltire le pene
    affiancati a smaglianti sirene
    che ci portano dentro l’abisso
    con quel chiodo ch’è sempre più fisso
    e già ruggine insiste a cianciare
    quant’è bello nel mondo campare.

    sez. a accetto il regolamento

  51. Crioterapia

    Eccomi statua
    che respira e pensa;
    affidata a Mimma
    restauratrice attenta.

    Eccomi scultura
    da rifinire in volto.
    Scalpello d’ossigeno:
    e l’affanno è tolto.

    Miriam Bruni, sez A
    Accetto il regolamento

  52. Sez A
    accetto il regolamento
    PROFUMO DI DONNA

    profumo di incenso
    stanza senza pareti
    aperta su una immensa radura
    rugiada su petali e foglie
    precipita a valle in un lago lontano
    nuvole a fiocchi fenicotteri rosa
    parole e musica vento e cicale
    profumo di donna acuto stordisce aggredisce
    non c’è una foto nemmeno una riga
    un ricordo un’idea savana africana
    un pensiero libero ermafrodita che non è cosa
    concreta ma un’idea smarrita stupita
    un salto nel vuoto dal Salto de Angel alla fine
    spiccato col fischio del vento poi sordo
    incosciente leggero quasi in un sogno
    ma vero progetto per un’altra vita vissuta
    mai capita un sorriso a vedere voli
    di amanti e chimere e pioggia scrosciante
    nella giungla fitta intricata umida bagnata
    solo smarrito una eco di passi lontana
    i colpi del cuore il muscolo quello che muore
    una danza tribale una nenia un giudizio finale
    una spiaggia di sabbia calda e sottile
    un panino la pesca il cestino
    il primo sguardo curioso e smarrito
    un profumo di donna una pelle scottata
    una notte leggendo l’Idiota
    una mano che chiude il quaderno e poi getta
    la penna e strappa le pagine a righe
    le note non degne di esser suonate
    parole sbagliate

  53. Aspettami

    Come il Sole fa con la Luna
    che l’attende perché la notte
    prenda il posto del giorno
    e l’alba poi quello delle stelle,
    come fa l’arcobaleno con la pioggia
    per potere apparire
    o la battigia con le onde
    per potersi dissetare
    e il ghiaccio con il caldo
    per potersi sciogliere un po’.
    Non so dove tu sei ma io ti cercherò
    come nei borghi antichi
    si percorrono quei viottoli pieni di sassi
    per cercare un tramonto o una chiesa
    ove accendere un cero e chiedere quella grazia
    tanto sperata e pregata.
    Tu sei tra gli angeli o le stelle
    Questo ahimè non è dato sapere
    ma tu se puoi aspettami…
    perché un dì possa ridarti una carezza
    un abbraccio o sentire un’altra volta
    la tua mano stringere la mia.
    Sezione A – Accetto il regolamento
    Alessio Asuni

  54. ACCETTO IL REGOLAMENTO SEZIONE A

    Respiro di Lei

    Fisso un bianco piatto,
    vuoto, girare
    tra l’onde del forno
    come un vinile
    su di uno stridente
    giradischi consunto.

    Rapsodico, mastico
    effimera aria,
    putrefando denti
    senza più via di fuga.

    Non v’è pace alcuna
    al cuore che impazza
    incosciente al ferale
    respiro di Lei.

  55. ACCETTO IL REGOLAMENTO SEZIONE A
    VIENI
    Vieni,
    abbiamo così poco tempo
    per stare insieme:
    dopo ci perderemo
    nei meandri dell’oscurità.
    Vieni,
    è bello rimanere qui
    uno accanto all’altra:
    assaporando una felicità
    che non ha confini.
    Vieni,
    guardiamo insieme
    le bellezze del creato
    e fantastichiamo:
    che l’attimo non fugga.
    Vieni,
    abbandoniamoci
    volando su una nuvola:
    senza nessuna meta
    fino ai confini dell’universo.
    Vieni,
    il nostro lungo viaggio
    sta per iniziare:

    la nostra diligenza
    è pronta per la partenza.

  56. La mi tèra la j’è
    dolza e apetitosa
    com un piàt ed caplèt
    preparé da na bèla sposa.
    La j’à la muntagna
    e nench e mér,
    un pò ad campagna
    e un pò ad zitè.
    La j’è la tèra piò bèla
    cla si sia:
    quèsta la j’è la Rumagna mia!
    ***
    Daniela Giorgini – Sezione B – Accetto il regolamento
    Trad.
    La mia terra è
    dolce e appetitosa
    come un piatto di cappelletti
    preparati da una bella sposa.
    Ha la montagna
    e anche il mare,
    un po’ di campagna
    e un po’ di città.
    E’ la terra più bella
    che ci sia:
    questa è la Romagna mia!

  57. Ci sono uomini che…

    Ci sono uomini che cadono dalle stelle.
    Ci sono uomini che esplorano pianeti.

    Ci sono uomini che distruggono ponti.
    Ci sono uomini che piantano semi.

    Ci sono uomini che lacerano volti.
    Ci sono uomini che fanno all’amore.

    Ci sono uomini che usano maschere.
    Ci sono uomini che guardano negli occhi.

    Ci sono uomini che mettono mine.
    Ci sono uomini che piangono lacrime.

    Ci sono uomini che incidono ferite.
    Ci sono uomini che cullano bimbi.

    Ci sono uomini che bruciano libri.
    Ci sono uomini che raccontano storie.

    Ci sono uomini che bombardano monumenti.
    Ci sono uomini che difendono minoranze.

    Ci sono uomini che sporcano prati.
    Ci sono uomini che raccolgono fiori.

    Ci sono uomini che scavano buche.
    Ci sono uomini che corrono sulla sabbia.

    Ci sono uomini che spengono luci.
    Ci sono uomini che sfidano l’oscurità.

    Ci sono uomini che rubano il giorno.
    Ci sono uomini che lavorano la notte.

    Ci sono uomini che bloccano catene.
    Ci sono uomini che volano liberi.

    Ci sono uomini che domano il fuoco.
    Ci sono uomini che provocano alluvioni.

    Ci sono uomini costretti a sognare!

    sez. a accetto il regolamento

  58. Ci sono uomini che… (SEZIONE A – ACCETTO IL REGOLAMENTO)

    Ci sono uomini che cadono dalle stelle.
    Ci sono uomini che esplorano pianeti.

    Ci sono uomini che distruggono ponti.
    Ci sono uomini che piantano semi.

    Ci sono uomini che lacerano volti.
    Ci sono uomini che fanno all’amore.

    Ci sono uomini che usano maschere.
    Ci sono uomini che guardano negli occhi.

    Ci sono uomini che mettono mine.
    Ci sono uomini che piangono lacrime.

    Ci sono uomini che incidono ferite.
    Ci sono uomini che cullano bimbi.

    Ci sono uomini che bruciano libri.
    Ci sono uomini che raccontano storie.

    Ci sono uomini che bombardano monumenti.
    Ci sono uomini che difendono minoranze.

    Ci sono uomini che sporcano prati.
    Ci sono uomini che raccolgono fiori.

    Ci sono uomini che scavano buche.
    Ci sono uomini che corrono sulla sabbia.

    Ci sono uomini che spengono luci.
    Ci sono uomini che sfidano l’oscurità.

    Ci sono uomini che rubano il giorno.
    Ci sono uomini che lavorano la notte.

    Ci sono uomini che bloccano catene.
    Ci sono uomini che volano liberi.

    Ci sono uomini che domano il fuoco.
    Ci sono uomini che provocano alluvioni.

    Ci sono uomini costretti a sognare!

  59. Accetto il regolamento
    Partecipo alla sezione A
    INFERNO
    Pioggia che cade dove
    muore l’ultimo raggio di sole,
    ebbri di boati e suoni metallici angeli neri,
    disgustati da un abbraccio, forgiati dalla notte,
    attendono impazienti e sprezzanti solo
    di polverizzarsi nell’aria.
    Far morire o morire non è da eroi!
    Fuoco che carbonizza carne senza peso,
    occhi sbarrati senza più nessun riflesso,
    sotto il ponte di legno il fiume scorre rabbioso
    e la piena rompe gli argini,
    non è gennaio ma pare inverno…
    poveri uomini smarriti all’inferno.

  60. ALDO RONCHIN (dialetto veneto)sez.B
    accetto il regolamento

    LA STANTHA ( a me papà)
    No se sente pì nessun rumor in te che’l posto
    cussì piccol, cussì pien de confusion,
    dove regna sol che la polvera,
    dove che par che’l temp se sie fermà.
    Quando che te iera là sentà su a carega impajada,
    co un tòc de legno in medo ai zenocci
    e na lima in man che iutea a to fantasia
    a darghe forma ai to sogni.
    Un reòio vecio che’l te strassina pian pian
    verso che’l dì che no te ghe servirà pì a nessun.
    Eppure te te rintana là tranquìo
    convinto che gnanca el destin
    el vegnarie in zerca de ti in te un posto cussì.
    Parfin el gatt coccoeà ai to pìe
    el ronfa pacifico, ormai bituà ai to rumori,
    contento de farte compagnia.
    Ogni tant le el martell che batte a spaccar el siènzio
    sora i ciodi,indaffaradi a tegner duro i toc de legno.
    In te’l canton in alt ,le ragnatèe piene de polvera
    le par el disegno de n’artista,
    che’l ghe cammina sora pian par no rovinar l’opera.
    E squasi no se ghe vede fora da chee finestre,
    e no le importante se piove o le fora el sol.
    Le l tutt che’l siènzio che te ha intorno
    a darghe un senso ae to zornade,
    un siènzio che te comanda sol che ti,
    che sol che ti te pol rovinar
    e par questo incora pì importante.
    Le inutìe vardarse torno o zercar altro
    se no la e questa la feicità poc ghe manca.
    Ma i zorni maedetti i cammina svelti
    e no i te assa el temp de vegner veccio
    cussì no te riesse gnanca a immaginar
    a la sera quando che te sèra a porta,
    de no esser pì ti a vèrderla la mattina drìo.
    Adess no le pì nessun dentro là
    gnanca le mosche da parar via,
    nessun a sentir la piova sui vieri.
    Co vae dentro me par de esser un ladro in casa de altri
    ma trove tutt come che te l’ha assà ti
    e mi che no vae in zerca de gnent , no toche gnent
    le sol che’l siènzio trist e immobìe che me fa impression.
    Me varde torno e me par de sentir incora la to presenza,
    gnanca la mort la e riussida a sgraffarte via da qua.
    A chel pensier me sbrissa da rider
    ma po el doeor el me scampa incontroeàbie
    me sente par na volta su a to carega a testa bassa
    e le un rumor novo stavolta che’l rompe el siènzio,
    le le lagrime mie che caretha el pavimento.

    ***

    LA STANZA (a mio padre)
    Non esce più nessun rumore da quel posto,
    così piccolo,così disordinato,
    dove trova il suo regno la polvere,
    dove sembra si sia fermato il tempo.
    Quando te ne stavi seduto sulla sedia impagliata,
    un pezzo di legno tra le ginocchia,
    ed una lima in mano, per aiutare la fantasia
    a dare forma ai tuoi sogni,
    mentre il vecchio orologio ti conduce a passi lenti,
    verso quel tempo in cui non servirai più a nessuno.
    Eppure te ne stai lì,
    convinto che nemmeno il destino
    ti cercherebbe in un posto così.
    Perfino il gatto acciambellato ai tuoi piedi,
    fa le fusa tranquillo,abituato ai tuoi rumori,
    contento di farti compagnia.
    Ogni tanto il martello rompe il silenzio,
    sui chiodi impegnati a tenere insieme i pezzi di legno.
    Nell’angolo in alto ragnatele piene di polvere,
    sembrano il disegno preciso di un’artista,
    che si muove a passi lenti,per non sciupare le sue opere.
    Non si vede quasi,fuori da quelle finestre,
    e non è importante se piove o c’è il sole.
    È solo il silenzio che ti circonda,
    a dare un senso ai tuoi giorni,
    un silenzio che comandi tu,
    che puoi interrompere quando vuoi
    e per questo ancora più importante.
    Non guardare,non cercare più di così,
    se questa non è la felicità,è qualcosa che le assomiglia.
    Ma i giorni maledetti camminano,
    non ti lasciano il tempo di invecchiare
    e non riesci nemmeno ad immaginare,
    quando chiudi la porta alla sera,
    di non essere più tu ad aprirla al mattino.
    Ora non c’è più nessuno lì dentro,
    nemmeno le mosche a distrarti,
    nessuno ad ascoltare la pioggia sui vetri.
    Entro consapevole di violare qualcosa che non è mio
    E trovo tutto come l’hai lasciato
    Non cerco niente,non tocco niente,c’è solo un triste silenzio
    eppure si sente ancora la tua presenza,
    nemmeno la morte è riuscita a strapparti da qui.
    A quel pensiero la mia bocca si incurva a tentare un sorriso,
    poi il dolore esce prepotente, incontrollabile,
    mi siedo per una volta sulla tua sedia a testa china
    ed un nuovo rumore rompe il silenzio,
    sono le mie lacrime che accarezzano il pavimento.

  61. ALDO RONCHIN sez A
    accetto il regolamento
    A TESTA ALTA
    quegl’occhi così belli ti hanno conquistato il cuore
    la sua bocca ti ha promesso una vita migliore
    alla fine hai ceduto, hai creduto nell’amore,
    ed ora ti ritrovi ad affittare il corpo ad ore.
    Sei arrivata clandestina, ma piena di speranza
    picchiata e violentata tra quattro mura di una stanza.
    Hai pianto e supplicato chi nemmeno ascolta,
    di essere giovane e bella la tua unica colpa.
    Hai creduto nei sogni, cercato la tua occasione
    sola ad un angolo di strada, padrona di un lampione.
    Come in una squallida vetrina dai fari illuminata
    dai in pasto il tuo corpo a gente di sesso affamata.
    Vorresti fuggire da quei finestrini, che si abbassano piano
    da quelle persone senza volto coi loro soldi in mano,
    che evadono di notte da mogli e matrimoni
    per comprare di nascosto la loro ora di emozioni.
    E distesa dietro a una siepe dove nessuno può vedere
    abbandoni il corpo tra le mani di chi cerca piacere.
    Sui sedili delle macchine o dentro a tristi stanze
    spengono ad una ad una tutte le tue speranze.
    E non ti chiedono il nome, evitano di guardarti,
    coi loro soldi comprano il diritto di umiliarti.
    E anche se ti parlano tu non li ascolti
    troppo abituata a quel sesso dai mille volti.
    Allora ad occhi chiusi fai volare la tua mente,
    lasci solo il corpo tra le mani di quella gente.
    Mani viscide che toccano, che frugano dappertutto,
    ti senti la violenza addosso e vorresti gridare aiuto,
    però dalla tua bocca non esce nessun suono
    e pensi che tutto questo lo volevi fare con un solo uomo.
    Un uomo che ti amasse, che per te avesse rispetto,
    che di notte ti tenesse stretta abbracciata dentro al letto,
    che ti soffocasse col suo amore, che ti stesse sempre vicino
    aprire gli occhi al nuovo giorno e trovare una rosa sul cuscino.
    A volte ti stupisci di esser capace di sognare
    ma i sogni sono solo tuoi e nessuno te li può rubare.
    La cosa che più ti brucia è che svegliandoti al mattino,
    non trovi traccia d’amore, ma solo i soldi sul comodino.
    Quei soldi che per tua madre sono stati la salvezza,
    hanno svenduto troppo presto la tua giovinezza.
    E devi anche mentire, inventarti un pretesto,
    per riuscire a fargli credere che fai un lavoro onesto,
    che poi è davvero onesto, tu non hai rubato niente,
    casomai sono stati gli altri a rubare la tua mente.
    E puoi esser certa non ci sarà mai nessun uomo
    disposto a chinare il capo e a chiederti perdono.
    Ti chiamano “puttana”, ti guardano con disprezzo,
    poi si mettono in fila e pagano il tuo prezzo,
    per recitare nel tuo dramma, che ti lascia stanca e ferita,
    attori sempre diversi sul palcoscenico della vita.
    Però quando si spegneranno le luci della ribalta,
    solo tu potrai camminare a testa alta.

  62. L’ALBERO DELLE MIMOSE

    Sull’albero delle mimose
    il rifugio tra i fiori
    intensi profumi
    scintille di oro,
    salire lassù
    sul ramo più alto
    non lasciarsi vedere
    è stato sempre il desiderio più grande,
    la condizione cercata
    poter scomparire
    senza spiegare il perché,
    anche la vita
    ha bisogno di pause
    momenti che non puoi raccontare,
    sapori indecisi
    silenzio dei suoni
    certezze mancate
    nelle tue orecchie ronzii
    voci non confessate,
    mentre osservi la terra,
    l’aria asciutta in quell’ora
    la famiglia che tace,
    tutto il peso
    di quella salita.

    Luigi Carlo Rocco
    Accetto il Regolamento – sezione A.

  63. ASDRUBALE
    Asdrubale sparì dall’immaginario collettivo
    portando con se un cammello a dondolo fucsia
    glielo avrebbe fatto vedere lui con la sua bella cera
    ed il baffetto di matador giovane
    e la sua pianta incallita della sua maison rouge..
    L’amore per le piante spesso supera
    quello per gli spilli ed i letti di chiodi
    ma è un amore duro e puro
    un diamante di lacca un bitorzolo rosa
    su un’unghia incarnita della parola t’amo.
    Come uno spinello fumato dal padreterno
    Imprescindibile inappellabile era tutto finito.
    Ed io che maestravo la mia classe di scemi
    primo fra tutti sopportavo il peso dell’infinito
    sulle mie due rotonde spalle
    poste così in basso da passare il cuore
    spingersi alla milza ed occupar l’addome
    e trovare consolazione
    nelle miniere sulfuree dei tradimenti cocenti.
    Fu comunque un tradimento apocrifo
    del drago che era in me
    e che si dimenava come un serpente boa
    in un mare di gavitelli sardi
    ma era tardi per cogliere i cardi
    ed i cuori di sordi ne avevan piene anche i tordi.
    Era Asdrubale il tradito non io
    non tu non altro infradito
    quante bocche di labbra e cuori di sangue
    e piedi di scarpe avrebbero affermato la verità?
    E cos’aveva detto cos’aveva fatto quel pesista adunco
    quello strombazzatore di bottiglie senza fondo
    e di pozzi verticali all’insù.
    Eppure sono tutti coinvolti come i librai dai libri
    gli intellettuali dal cervello: di notte solo di notte
    l’avrei rivisto il mio amico Asdrubale
    fra un ronfo ed una botta di russo
    fra una lingua ed un dente cariatide
    d’una femmina perversa una fontana che versa
    una rima che voi non la meritate
    perché avete solo bocca aperta
    ed io sappiatelo ho il dito puntato
    su un punto lontano additato
    dove Asdrubale sparì e dove sto andando io.

    ACCETTO IL REGOLAMENTO, sez. a

  64. ALSO SPRACH MAMA

    Te si solo un pelandron
    boiagiuda e sacranon
    sempre in giro de slandron
    te si proprio un lazaron.
    Te si casa come fora
    fassa caldo o tiri ‘a bora
    e pertanto, quindi et ergo:
    xè ‘na casa, no un albergo.
    O te magni ‘sta minestra
    o te salti la finestra
    qua xè legge e no xè caso
    ….tira via i dei dal naso.
    Sempre zò de briscolon
    sempre in giro de slandron
    …lo go dito anca prima
    ma no trovo pì la rima.

    Cara mama, sbassa ‘a cresta!
    Sarò anca via de testa
    ma del resto, cosa resta?
    Zelo el mondo ‘sta gran festa?)
    ***
    Traduzione dal dialetto veneto

    Sei solo un pelandrone
    boiagiuda e “sacranone”
    sempre in giro di “slandrone”
    sei proprio un lazzarone.
    Sei a casa come fuori
    faccia caldo o tiri la bora
    e pertanto, quindi et ergo:
    è una casa non un albergo.
    O mangi la minestra
    o salti la finestra
    qua è legge e non è caso
    …tira via le dita dal naso.
    Sempre giù di “briscolone”
    sempre in giro di “slandrone”
    te l’ho detto anche prima
    ma non trovo più la rima.

    Cara mamma, abbassa la cresta!
    Sarò anche via di testa
    ma del resto, cosa resta?
    È il mondo ‘sta gran festa?

  65. Autore: Fabrizio Minerba
    Dichiaro di accettare le condizioni del presente regolamento
    Sezione Poesia in Lingua Italiana, sez. A
    Titolo della lirica: ETERNI ISTANTI
    ETERNI ISTANTI
    Fabrizio Minerba

    Non vi è particolar istante
    in cui si sfiora
    la bellezza della vita.
    Essa è composta da attimi
    infinitesimali, seppur eterni
    percepibili solo ai nostri occhi,
    provocando un caldo brivido al nostro cuore.
    La bellezza della vita
    è la gioia di un sorriso,
    goder appieno
    delle meraviglie che ci regala la natura,
    la scoperta di terre nuove
    con amicizie vere
    sincere.
    Per tutti certamente
    la bellezza della vita
    è trovar il vero amore,
    la vera compagnia
    capace di dar luce
    ai nostri giorni.
    Per tutti la bellezza della vita
    è trovar la vera felicità,
    l’emozione che non lascia fiato,
    qualcosa che in noi tutto smuove.
    Non ha ora
    non ha prestabilito tempo,
    è solo un istante
    da non lasciar andare,
    un istante
    da vivere all’infinito.
    La bellezza della vita
    è fatta di brevi momenti
    che solo gli occhi fanno brillare.
    Al battito del cuore,
    al sussurrar del vento
    sapranno durare
    solo se vissuti
    a passo lento.

  66. LA CONFESSIONE

    … e, se mi volgo indietro,
    come posso non chiedere perdono?

    Il dono della vita ho criticato,
    e giudicato solo col mio metro,
    la tracotanza ho assunto dei boriosi,
    e, smemorando giorni luminosi,
    della speranza trascurato il fuoco.

    Ho offerto poco, preso e preteso a iosa,
    scambiato il gioco con la cose serie,
    ho sottaciuto le miserie mie
    e rovistato in quelle altrui,
    nei tempi bui piagnucolando alquanto …

    Di singolare acume ho fatto vanto,
    sfoggiando conoscenze di Picasso
    d’Ariosto e di Platone
    e, senz’altra ragione,
    ho confinato in basso
    chi non mi lusingava …

    E ancora, a torto,
    mi sono accalorato come lava
    col cuore duro come ghiaccio.
    Ho esagerato le mie pene,
    la meraviglia legata in catene,
    i panni di famiglia esposti al sole,
    e l’oro ch’è la vita ripagato,
    ahimè … solo a parole.

    accetto il regolamento sez. a

  67. Stelle
    Ero caduto in una fossa,
    solo con l’incontro con te,
    ho trovato la forza per risalire
    per tornare a guardare le stelle.
    Ho avvertito il tuo profumo
    e ti ho rispirato e ora il mio cuore
    vive in te e il mio nel tuo.
    Tutto era vano senza di te,
    le parole erano vuote.
    Ti cercavo nei desideri ma tu non eri lì.
    Ora ho incontrato te e ti riconosco nella bellezza del mondo.
    Sezione A. Accetto il regolamento

  68. Sezione B
    Teresa Argiolas Accetto il regolamento
    Sardo campidanese
    POITA……

    Poita sa vida tua,
    arrèscia a unu fillu fini,fini,
    non poderat prus su pesu
    de sa tua soferèntzia.
    Unu biaxi chi non si bit
    a is ogus pagus atentus,
    chi est grai coment’e unu crastu
    a chini t’aporrit sa manu.
    Mi càstias cichendu scedas,
    pregontendu coment’e unu pipiu
    is medas “Poita”.
    Non potzu arrespundi a is tuus “Poita.”
    Ti ollu fai sonnai unu mundu
    chi po tui non c’est.
    Ti contu candu spànigat a collor’e oru,
    scurighendu cun fràmulas de fogu,
    ti contu de padentis de incantu,
    de cogas inchietas cun sa trèmula.
    Mi nd’acatu ca non ti sciu donai scedas
    a totus custus tuus Poita…Poita…..
    ***
    PERCHÉ….

    Perché la tua vita
    appesa ad un filo sottile,
    non regge più il peso
    delle tue sofferenze
    un bagaglio invisibile
    ad occhi poco attenti
    che pesa come un macigno
    a chi ti tende la mano.
    Mi guardi cercando risposte
    chiedendo come un bambino
    i tanti “Perché “.
    Non posso rispondere ai tuoi “perché “
    voglio farti sognare
    un mondo che per te non c’è.
    Ti racconto di albe dorate
    e tramonti infuocati,
    ti parlo di boschi incantati
    e folletti arrabbiati e con mani tremanti
    mi rendo conto che non so rispondere
    ai tuoi tanti perché… Perché…

  69. Sezione A
    SUL FOGLIO BIANCO UNA POESIA
    Un foglio bianco
    dove sovrappongo immagini colorate
    a righe fitte di parole.
    Vi ho disegnato
    una spiaggia deserta,
    le onde del mare,
    le note di un malinconico violino
    mentre assaporo la carezza del dolore.
    È tutto così normale
    nell’assurdo.
    Attendo un suono,
    un profumo, uno sguardo,
    fino alla tristezza,
    fino a non respirare più.
    E intanto respiro l’aria
    come se fosse un immenso fiore,
    avvolgo i miei pensieri
    in un foglio bianco,
    tamponando il ricordo
    di notti senza sogni.
    E mentre l’aria
    profuma della voce del mare,
    il violino libera le sue note.
    Vaghi tremolii di stelle,
    i miei pensieri,
    note evocatrici di ricordi
    su un pentagramma senza parole.

    Accetto il regolamento.

  70. Carmela Laratta
    Sezione A
    Accetto il regolamento

    COLA.

    Cola, sulle guance
    avvizzite dal tempo,
    la rassegnazione
    di chi questo paese
    l’ha baciato,
    e perduto, per sempre.

    Cola la desolata memoria
    delle cose incompiute,
    stanche
    d’una malinconia sacrilega,
    spalancata a vista
    sull’affranta indolenza
    – che continua a ruotare-.

    Cola l’eterno rinvio,
    che non intende atterrrare,
    e aleggia come riflesso
    imperterrito e ostinato
    sui bordi grezzi
    di un intonaco nudo ,
    che non si vestirà mai.

    Fragile è il verbo finire,
    indeclinabile;
    è lamento sottile,
    croce schiodata,
    divinità fraintesa
    che non scende a patti ,
    e avanza
    con la sua crocchia
    di cemento ammonticchiato
    che non basta a riempire
    le parti cave di desideri.

    Nessuna clemenza.
    Ricordi vengono trascinati
    nello specchio,
    dove ieri e domani
    sono una pelle sola.
    Un unico tarlo
    che si crede
    nel luogo giusto,
    mentre morde
    e s’ accontenta
    di una neutralità comoda,
    approssimata come rosa
    che aspetta di fiorire
    senza l’acqua.

    Così, di cieli
    acquerellati a metà,
    di case con finestre
    di fortuna,
    di tetti di lamiera
    puntellati,
    di scale grezze
    sterili di ringhiere,
    si può anche vivere,
    scorrendo, fino a svanire …
    mentre l’immenso
    di questa terra,
    arata senza semi ,
    mostra la sua coda
    di sirena
    che si consola
    di piccoli dettagli da niente.

    Pero’ possiede
    le domande
    della vita
    ogni ritorno
    ritmato dalle curve:
    il sogno grato
    che si scioglie
    dentro agli occhi;
    la nuvola
    che canta cieli ignoti;
    la voce di mia madre
    che baciava;
    ricordi avvolti
    come abecedario
    per sillabare
    la forza del passato;
    non riassortire
    i silenzi per paura.

    Per questo l’amo,
    questa terra senza porte ,
    sospesa
    come telo senza l’orlo,
    raccolta come credo
    senza cero:
    ha più radici del mare,
    e un ritornello
    che t’arroventa
    – infilzato in mezzo al cuore-.

  71. Er mare… – Sezione B – Accetto il regolamento

    Er mare incanta più der vino,
    quanno er gargarozzo strigne a più nun posso
    e le bettole so’ chiuse da ‘n pezzo,
    ma quanto coraggio mostreno sti leoni, affacciati
    alle soglie de ‘na bianca tavola, che da mezzanotte ‘n poi
    suscita clamori a sti du cori…
    È ‘na favola, che dispiace solo a chi ‘n sa gnente
    come sta gente dimessa, che a forza de scansa’ li poveracci
    la povertà se la ritrova addosso, e macina pensieri voti
    quasi fossero cantieri ignoti…
    Ma a bella vita sosta dentro er petto, e forse forse
    je viene ‘a paura de ‘na vorta, quaa paura che te incita a smette,
    perché difronte ar mare er vino è solo ‘n artro po’ de acqua,
    e se te s’allarga er core te se scioje pure er gargarozzo…
    ***
    Il mare… (traduzione)

    Il mare incanta più del vino,
    quando la gola si stringe come un nodo fino allo spasimo
    e le bettole sono chiuse da un pezzo,
    ma quanto coraggio mostrano questi leoni, affacciati
    alle soglie di un bianco mare, che dalla mezzanotte in poi
    suscita grandi emozioni ai cuori che lo osservano…
    È una favola, che non piace solo a chi è ignorante
    come la gente senza anima, che continuando ad allontanare i poveri
    diventa povera essa stessa, e formula pensieri vuoti
    quasi fossero cantieri ignoti…
    Ma a volte il cuore si prende una pausa dall’eccesso, e forse
    a chi esagera gli nasce la paura di quando era piccolo e savio,
    quella paura che ti incita a smettere con la dissolutezza,
    perché di fronte al mare il vino è solo un altro poco d’acqua,
    e se ti si allarga il cuore ti si scioglie anche il nodo nella gola…

  72. Sezione B
    (accetto il regolamento)

    ER CINQUANTOTTESIMO COMPLEANNO
    (Alberto Diamanti)

    Da regazzi, l”anni no li senti
    avenne 10, 15, o anche 20,
    nun c”è ppoi sta’ tanta differenza
    de contà l’anni puoi stare pure senza.

    Ma ppoi d’amblée (che vvordí d’un botto…)
    ariva er giorno che sono cinquantotto
    t’accorgi sí, der tempo ch’è vvolato
    anche se nun sembra mai che sia passato.

    Ma si te vorti addietro rivedrai
    le cose bbelle che hai vissuto, e poi
    in un attimo, in un alito de vento
    t’augurerai de campanne n’antri cento,
    perché la vita è un fonno de bbicchiere
    dove noi no…nun ce stanchiamo a’ bbeve
    finchè de acqua ce ne sta ‘n pochetta…

    Su… tenemose sta vita… stretta stretta
    Perchè er tempo va… er tempo passa
    ma quello che ognun di noi dietro se lassa
    sono i ricordi delle cose bbelle
    ch’ ariluccicano ner cielo, come stelle.

  73. sono nel mondo delle anime sole a digrignare il freddo della notte
    c e tanto buio ed un lunghissimo silenzio uccide l’ultimo rantolo d’umanità
    io cinquantenne voglio sognare il tremito inquieto degli esseri diversi
    lasciatemi vivere con la mia muta dolcezza di poeta
    oh anime di latta arrugginite da una pioggia senza fine
    voglio piangere il fiore che nasce nel deserto più arido
    non c e più l’amore nello sguardo dell’altro solo un maledetto vuoto
    no io non ci sto ad abbracciare il vuoto che dilaga nel mondo
    io eretico che dona senza compenso la calda umanità del silenzio
    oh voci che condannate la mia diversità come una secca merda da calpestare
    occhi negli occhi e lo sguardo dell’altro lo amo di stelle
    a muso duro m innamoro dell’infinito che piange
    io cinquantenne figlio della dolcezza

  74. Grecalia
    Ulisse navigò
    Il salso mare adriatico,
    il colto Jonio, l’irato Tirreno.
    Lo perdemmo a Citera. Lo scorgemmo tra Cariddi e Scilla.
    La onda schiumosa ci trascinò lontano e lo vedemmo salutarci.
    Restai casa senza padrone, campo senza aratore, allievo senza maestro.
    Dei lontani, ridatemi la vista per ritrovare la rotta verso la mia amata Atene.
    Efebo, per punire i troiani, mi unii ai guerrieri del mio re.
    Efebo grazioso ma povero, i nobili mi disprezzarono. Non cavaliere, non fante fui. Lavapiatti mi
    nominarono. Non armi ebbi, ma stracci. Mi vide Ulisse.
    Con lo sguardo mi misurò. Mi fece suo discepolo e io lo elessi a mio maestro e amante.
    Esplorammo assieme i piaceri della mente e del corpo.
    Quando conquistata Ilio, mi offrirono il ritorno ad Atene ricco di onori e prede, rifiutai.
    Mi imbarcai con il mio maestro a cui mi ero donato corpo e anima.
    Entrambi fummo delusi da quella epopea diventata una squallida storia di violenze, tradimenti, massacri, stupri.
    Vedemmo entrambi che non vi era gloria in quanto fatto.
    Il maestro ci assicurò che presto saremmo tornati in patri a, ma io sentii il canto del suo cuore
    Che anelava a cieli sconosciuti sopra mari tempestosi punteggiati di isole feconde.
    E per amore lo seguii lasciando che fosse il desiderio per la sua mente e per il suo corpo a guidarmi.
    Dalla prima ebbi in dono saggezza e conoscenza, dal secondo amore e passione dei sensi.
    Ora solitario alle foci dell’ Istros là dove le torbide acque entrano nel Pontos Axeinos,
    vivo dei doni che mio offrono i barbari Sciti affinché insegni ai loro figli la parlata greca.
    Allora racconto loro di Ilio e della guerra per la bella Elena. Illustro gli eroi, racconto come vincemmo e
    tornammo. Ma quando con la parola onoro Ulisse , un groppo mi chiude la gola e piango. Allora gli
    innocenti efebi si chiedono in cosa mi hanno offeso e cercano di consolarmi.

    sez. a accetto il regolamento

  75. METAMORFOSI – SEZIONE A
    *
    Amniotiche metamorfosi
    si contorcono violente
    nelle viscere in mutazione

    Ricerca spasmodica di un senso
    che dia all’uomo l’esatta posizione
    del suo essere nel mondo

    Si intersecano…danze macabre
    i corpi violati sul resiliente respiro
    deformando l’io visivo
    creando allegorie del vivere
    come sogni in costruzione
    tra le destrutturate emozioni ossee

    Avvolti nelle tenebre di corpi sacrileghi
    cercano le ombre
    altari su cui sdraiarsi

    affinché diagonali di luce
    aprano squarci tra le navate del cuore
    lasciando cadere in esse
    blasfeme benedizioni

    gocce di un infinito sconosciuto
    a cui aggrapparsi nella rinascita

    Siamo liquidi labirinti
    smarriti nella perenne ricerca
    di nuove forme acquee

    che evaporando
    possano ricadere un giorno
    sull’arida terra
    come linfa nuova
    in perenne mutazione emozionale

    Amniotiche metamorfosi
    dalle quale nasceranno ali
    per sfuggire alle vertebre
    su cui contiamo le nostre paure…

    accetto il regolamento

  76. Pomeriggio (sez. A)

    Questi pini alti, saettanti nell’azzurro
    sono immobili
    anche se il vento muove le loro chiome,
    e così questo calmo specchio con flebili onde
    dove due coppie sfilano su piccole barche.
    Non sono immobili tre cani che si inseguono
    giocando intorno a radici nodose
    senza cura dei loro padroni.
    L’intero parco è immobile
    mentre la vita brulica nelle sue trine.
    Appoggiato alle stecche della panchina
    guardo senza guardare
    inseguito e seguendo un movimento
    che forse muoverà la mano
    che forse segnerà parole.
    Così torno alle chiome dei pini
    al loro ondeggiare
    e penso ai fianchi della mia donna
    al loro moto che non fermo
    neanche quando li serro tra le mani

    Accetto il regolamento

  77. SEZIONE A
    SAVERIO GIANNINI
    ACCETTO IL REGOLAMENTO

    LIBERI SENZA TEMPO
    “Non saremo mai versi vincenti”,
    urlano silenziosi
    i miei pensieri

    “Non saremo mai ballerini provetti,
    colori scintillanti che esplodono sulla tela,
    maestri d’ironia

    Resteremo solitarie danze nella polvere,
    canestri mancati di un soffio,
    echi ribelli d’autenticità
    imprigionati sulla carta

    Reciteremo in eterno
    nei teatri del cuore

    Bruceremo
    come esili e soffuse candele
    che si stropicciano gli occhi

    Vibreremo
    come corde di chitarra
    pizzicate sottovoce
    e ondeggeremo
    leggeri leggeri nell’aria
    come dolci sinfonie,
    liberi senza tempo!”

  78. Partecipo sezione a
    Accetto il regolamento

    Non ci pieghiamo.

    Anche se il vento tira forte
    vento gelido di maestrale
    ci ha forgiate
    dure come la roccia,
    che si staglia imponente
    e sovrasta il mare
    come una regina.
    Non ci pieghiamo
    nella tempesta,
    come giunchi balliamo
    e ci chiniamo
    con radici ben salde
    alla madre terra,
    e poi ci rialziamo fiere
    con la schiena dritta e il muso
    rivolto al cielo,

    in segno di sfida.
    Noi donne sarde
    abbiamo lo sguardo
    sempre
    rivolto ad est,
    e vediamo il sole
    anche attraverso
    le nuvole.

  79. Dalla mia parte. La stessa

    L’indulgenza non abita tra queste mani
    addestrati alla separatezza
    fiutiamo lo stesso sangue
    la stessa matrice di colpa

    gli occhi non servono
    tanto meno preamboli
    non siamo più orfani
    aggrappati alla stessa fune

    Io ti conosco
    abbiamo dormito la stessa paura
    e smesso di parlare
    nello stesso preciso momento

    Irrompo al silenzio di questo patto
    per imparare a come difendersi
    lanciarsi nel vuoto
    incassare una caduta
    tagliare la corda
    non farsi marchiare
    tenere un segreto
    a ritornare

    Mappatura di un luogo remoto
    dove iniziammo col primo vagito
    lo stesso soffitto le sere d’inverno
    la sottoveste che ci portava a dormire
    le crepe che non finimmo mai di contare
    di interrogare

    sez. a accetto il regolamento

  80. Da nô in Rumêgna

    In Rumêgna u’s va a balè,
    sóbit dóp avè magnê,
    uj’è néc chi c’an sa fê,
    ma e po’ sêmpar scarpazê.
    E guadênd fra e lôm e bùr,
    u’s’in vêd tot i culur,
    incminzend dal manadur
    e a dal fazi d’cuciarúl.
    I bragô curt e strêt,
    a la zintura şóta e pet,
    c’un l’udôr fōrt de sufrèt,
    par chi c’la magnê i caplèt.
    Al stanêl c’al sfrêga in têra
    c’al po’fêt la gambarêla,
    e in ti fiêc tênta rundêla,
    par la tròpa brazadêla.
    E se i vşti jè curt e d’pêz,
    còm chi còr sti galinêz,
    tòt i vó avdê e sté dnêz
    js’incavala a lè in te mêz.
    Ma lè quênd che c’méza i lêt,
    c’us’ vêd tênta bêla zét,
    spintacê, róş, e cuntét,
    c’us’ja’s mêşa i paramêt.
    E pinşê chi è a lè a zirché,
    at putéş inamurê,
    j’stà strêt e incucunê,
    chi pè tòt inşcartuzê.
    Parol dolzi e tènt chi biş,
    còm c’uş’fóş in paradiş,
    jocc in t’jocc i’s fa i şuriş
    uj vò póc acşè a capiş.
    Avnì dóc da nō in Rumêgna,
    u’jé l’êlbar d’la cuchêgna,
    a qué uş’bala, uş’bê v e uş mêgna,
    e c’un l’amor us’j guadêgna.

    ***
    Da noi in Romagna

    In Romagna si va a ballare,
    subito dopo aver mangiato,
    ci va anche chi non sa fare,
    ma può sempre scalpicciare.
    E guardando fra luce e buio,
    se ne vedono di tutti i colori,
    incominciando dal vestire
    e con facce da castagne secche.
    Dai calzoni corti e stretti,
    alla cintura sotto al petto,
    con l’odore forte del soffritto,
    per chi ha mangiato i cappelletti.
    Le sottane che sfregano in terra,
    che possono farti, lo sgambetto
    e sui fianchi tanta rondella,
    per la troppa ciambella.
    E se i vestiti sono corti e di pizzo,
    come corrono quei gallinacci,
    tutti vogliono vedere e stare davanti,
    e si accavallano lì nel mezzo.
    Ma è quando cominciano i lenti,
    che si vede tanta bella gente,
    spettinati, rossi e contenti,
    gli si attorcigliano le rigaglie.
    E pensare che sono a cercare,
    di potersi innamorare,
    stanno stretti, testa a testa,
    che appaiono tutti accartocciati.
    Parole dolci e tanti baci,
    come se si fosse in paradiso,
    gli occhi negli occhi, si fanno sorrisi,
    ci vuol poco così a capirsi.
    Venite dunque da noi in Romagna
    che c’è l’albero della cuccagna,
    qui si balla, si beve e si mangia,
    e con l’amore ci si guadagna.

    sez. b accetto il regolamento

  81. Fabio Recchia Levico Terme accetto il regolamento, sez. a

    L’immensità

    Assopito al chiar di luna
    guardo l’immensità,
    sono piccolo,
    le stelle luccicano
    come gocce di pioggia
    sul finestrino
    quando percorro strade illuminate,
    alcune
    rigano il vetro come stelle cadenti,
    le conto
    ed esprimo desideri
    che rimangono inascoltati
    e penso a chi come me
    lassù si assopisce nella notte.

  82. Accetto il regolamento Sezione “B”
    Addentrarsi nei vicoli stretti e sporchi del centro storico era sempre inquietante, anche per Carlotta che vi abitava da parecchi anni ed era la poliziotta dei quartieri Prè, Molo, Maddalena.
    Quei luoghi antichi avevano il loro fascino, i loro misteri, tutti questi palazzi uniti strettamente fra loro, mura contro mura, segreti contro segreti, sussurri e grida che si sperdevano attraverso mura spesse, misteriose ed impenetrabili.
    Ogni palazzo aveva la sua storia angosciante da raccontare, la cronaca nera si era occupata spesso di eventi luttuosi irrisolti, di storie inquietanti e le cronache cittadine ne avevano dettagliato i sordidi e macabri fatti che tutti avevano seguito con apprensione e sgomento.
    Nel centro storico e forse anche altrove si aggirava un serial killer, denominato “il Gentile”, uomo cortese e generoso, che si aggirava nei vicoli, fortemente attratto dalle prostitute e dopo averle a lungo tallonate, sceglieva quella che in qualche maniera lo aveva attratto di più e senza adescarla la spiava in apparenza senza alcun motivo e la seguiva tutti i giorni ossessivamente.
    Quello che scattava nel suo cervello dipendeva dal comportamento che la donna teneva nei suoi riguardi, dalle risposte e dal dialogo che invariabilmente si teneva fra i due circa la trattativa.
    Erano donnine di strada, sedute davanti alla porta della loro stanza del piano strada, ricavata
    da quello che come altri, doveva essere uno dei tanti negozi ed invece adesso erano stati trasformati in monolocali fatiscenti, in cui troneggiavano grandi letti, tappeti pseudo orientali, vistosi pizzi e merletti, luci soffuse e tendaggi rossi sgargianti come la biancheria da letto che copriva l’alcova e dove le prostitute ricevevano i clienti.
    Lui era entrato in alcune di quelle stanze, ma si era limitato a guardare senza concludere nulla, il disgusto di toccare una donna che ancora portava addosso l’odore mercenario di altri disgraziati come lui, lo disgustava, quindi aborriva quel genere di femmina che stranamente lo attirava e respingeva nel contempo.
    Carlotta era rispettata da tutti gli abitanti del Centro Storico, anche da malandrini e lestofanti per la sua correttezza ed era sempre in perlustrazione ed in coppia col collega e suo coetaneo Alfredo, sempre allertati dai vari furtarelli e scippi che giornalmente dovevano fronteggiare, compresi gli inseguimenti estenuanti nel dedalo di viuzze ed anfratti in cui i ladruncoli esperti trovavano riparo, eclissandosi.
    Ma gli informatori ed i ricettatori alla fine supplivano ai mancati arresti con soffiate obbligate, per cui la giustizia trionfava sempre e la refurtiva veniva prima o poi recuperata.
    Quando la prima prostituta venne rinvenuta nella sua stanza, con la testa fracassata,
    presumibilmente da una lampada di ottone che voleva essere decorativa ma che si rivelò il micidiale e perfetto colpo contundente, alias arma del delitto, che uccise al secondo o terzo colpo la vittima…i due colleghi seppero che si trattava di una certa Assuntina, verace napoletana insediatasi a Genova da molti anni, di mezza età ed ora cadavere in vico dell’Amor Perfetto dove lavorava e viveva.
    Nulla era fuori posto nella stanza, neppure l’abbigliamento della defunta che giaceva sul tappeto col viso affondato nel suo sangue.
    Un delitto il cui artefice poteva essere chiunque, uomo o donna, anche se i molti frequentatori erano clienti fissi.
    Magnaccia ce ne erano parecchi che si suddividevano il territorio dei vicoli, il “Biondo” era colui che si prendeva cura dei guadagni di Assuntina, biondo per modo di dire in quanto attualmente era calvo, avendo seminato i capelli in pestaggi e lungo il percorso della sua vita sregolata di nullafacente imbroglione e mantenuto.
    Ci fu un’allerta fra il popolo della prostituzione, specie quando, la vicina di stanza della vittima, una certa Esperanza, fece la stessa fine, questa volta con una garrota che non le lasciò neppure finire la frase di benvenuto con cui forse aveva accolto il suo assassino.
    Ci fu ovviamente un’indagine a tappeto, vennero riesaminati i nomi delle vittime, anche quelli delle persone scomparse in quegli ultimi anni di cui nessuno aveva saputo più nulla.
    E l’inquietante verità fu che di molte donne nessuno aveva saputo più nulla, ma erano creature dedite al vizio, senza legami stretti ed alcune senza fissa dimora per cui esseri invisibili.
    Carlotta ed Alfredo, avevano scartabellato documenti di vecchi omicidi ed alla sera avevano preso l’abitudine di trovarsi spesso nell’appartamento di lei, anche perché c’era Rudy, il suo bassotto che necessitava di una passeggiata e poi di cibo e compagnia.
    Dopo tutto questo, loro avrebbero studiato attentamente i fascicoli inerenti alle vittime accertate di cui si erano trovati i corpi in zona.
    Quella sera Rudy era inquieto, andava nel bovindo della camera, e raspava il tappeto del pavimento di legno che ricopriva parzialmente, vicino alla finestra e mentre nel resto della casa predominava il marmo con mosaici bellissimi ed il fascino dell’antico, lì c’era solo quel consunto parquet di legno.
    Guardando attentamente dove Rudy raspava, Carlotta si rese conto che il pavimento produceva un rumore vuoto, chiamò Alfredo e gli disse:
    -Sai Alfrè, non mi ero mai resa conto che sotto al bovindo forse potrebbe esistere, come in tante abitazioni del centro storico, una stanzetta, tipo soffitta, cantina, ripostiglio, che ne so, ma se sei d’accordo, io vorrei dare una occhiata, anche perché Rudy, quando è solo, deve aver raspato alla grande, infatti qua c’è un solco significativo che il tappeto mi ha impedito di vedere prima.
    -Carlotta, forse hai ragione, chissà, quali misteriosi segreti e ricchezze nascondono queste antiche case!
    -Come ben sai, nella piazza Caricamento hanno trovato tanti reperti da costruirci un museo del mare…proviamo ad aprire, forza ragazza.
    Si misero a schiodare asse dopo asse, cercando di non far rumore, e lavorarono tutta notte, ma alla fine si fermarono e dovettero rimandare l’apertura al giorno dopo.
    Si era intanto instaurato un feeling fra due ragazzi sinceri ed onesti, di quei pochi che nascono e poi fanno lo stesso mestiere amandolo con serietà.
    Ci riprovarono a fine turno e riuscirono a levarne una prima parte ma si resero conto di essere di fronte a qualcosa di sgradevole, Rudy impazziva dall’agitazione e raspava pure lui, solo alcune piastrelle separavano il sopra dal sotto, ma zaffate di putridume e marcio giungeva forte e chiaro alle loro narici.
    Forse di topi che brulicavano in un rifugio da cui si accedeva da altri palazzi tramite cunicoli? Qualcuno ne aveva fatto tana e poi era deceduto?
    L’ansia attanagliava i due ragazzi che riuscirono a levare le prime piastrelle evidenziando buio pesto ed odore ancora più nauseante.
    Rudy si incuneò nel buco velocemente fra lo sgomento dei due ragazzi e da sotto iniziò ad ululare con un lamento macabro che accapponava la pelle.
    Intensificarono gli sforzi ed aprirono un varco sufficiente da poter scendere anche loro, alcuni gradini portavano a quella che era una specie di stanza, un sottoscala, o un sottopasso che però rivelava la presenza di una porta.
    Ma prima di notare tutto questo videro qualcosa che li indusse a retrocedere dal disgusto: brandelli di abiti celavano le ossa di quelli che un tempo potevano essere stati due o più esseri umani ed alcuni topi che fuggivano e tanto, tanto schifo, paura ed il rifiuto di avvicinarsi da parte di Carlotta, era tutto troppo orrendo.
    Messo in sicurezza Rudy, come sempre più segugio che bassotto, Carlotta, chiamò la centrale e mentre Alfredo controllava i poveri resti, non riuscì a trattenersi dal vomitare, si sentiva male, l’odore e la vista erano troppo disgustosi ma in un attimo le venne in mente il perché non poteva permettersi di svenire.
    Quel luogo, attraverso quella porta, avrebbe portato ad un altro locale a cui qualcuno aveva accesso e forse loro avrebbero trovato colui o colei che per ovvi motivi vi si nascondeva.
    Attesero la volante ed i colleghi capitanati dal Maresciallo Parodi che dopo i vari rilievi e con l’appartamento brulicante di poliziotti, decise senza perdere tempo di avventurarsi oltre la porta, gli altri avrebbero pensato ai poveri resti.
    Vennero scardinate le guide e le serrature e muniti di potenti torce, si avventurarono nel labirinto che per chi soffriva di claustrofobia non era gradevole percorrere, venti minuti di tragitto al buio e con poca aria, quindi proprio verso il cuore del centro storico.
    Dovevano agire in fretta, se al di la della porta che segnava la fine del cunicolo c’era una persona, dovevano acciuffarla prima che scappasse.
    Ma furono fortunati, perché il presunto reo stava dormendo, lo ammanettarono mentre ancora non si era reso conto di nulla, ubriaco e fatto di cocaina come era.
    Dai documenti risultò essere un certo Di Gennaro Francesco, nato a Catania da genitori ignoti, cresciuto in un orfanotrofio, di anni 65, senza fissa dimora ma con precedenti penali per maltrattamenti nei confronti di donne, furti, aggressioni, molestie varie e chi più ne ha più ne metta.
    In questa specie di tana in cui viveva, trovarono biancheria intima, documenti di persone scomparse e capirono di trovarsi proprio al confronto di quello sporco assassino che per anni aveva ucciso chissà come, impunemente, per denaro, o libidine o vizio oppure per sola pazzia, persone inermi.
    Il locale sembrava un museo del vizio e dell’orrore.
    Trovarono anche oggetti appartenenti alle ultime due vittime che furono le uniche a cui poterono dare un nome, sulle quali imprimere il volto del loro assassino, il volto del “ Gentile”

    1. La sezione B era riservata alla poesia in vernacolo, non era prevista prosa in questo concorso
      Alla prossima, e buona scrittura sempre
      Franco Carta

  83. Accetto il regolamento – Sez.B Poesia edita in vernacolo siciliano
    © JONNY SOUTO

    Lu cuntu di li cunti

    Lu cantastorie di la Muntagna
    cunta lu beddu paisi di li martiri
    Affiu, Cirinu e Filadelfiu,
    santi pi la Matri Chiesa e picciotti
    di la terra iè di la patria.

    Lu cantastorie di lu Mungibeddu
    ‘ncanta li jovani ‘na santa carusanza,
    pirchì la biddizza di lu meli
    ieva livannu l’amaru ‘n bucca,
    sulu la terra di li patri ‘nzigna.

    Lu cantastorie di la matri Etna
    sona cu la vuci li bestiari di ‘na vota,
    ca vinennu ‘n Sicilia cû ciuciareddu,
    passa cû jocu li versi
    di lu cantu e di la istoria ammarrunata.

    Lu cantastorie di lu vulcanu
    parra cu li paisani ‘n sicilianu,
    di lu ciuri anticu dittu pi
    cumpensari lu jornu di li lamenti
    cu li jorna di li ‘nnamuramenti.

    Lu cantastorie di lu paisi
    sciuscia ntô friscalettu,
    linnu linnu iè schettu schettu
    pi la strada senza fari stranizzi,
    facennu ‘ntisa sulu pa spisa.

    Lu cantastorie di la chiazza
    attista lu marranzanu,
    ca pi lu pinseri furrìa lentu lentu
    comu la varca dammenzu lu mari,
    ca battulia a iusu contru lu scogghiu.

    Lu cantastorie di lu curtigghiu
    joca cu li picciriddi a parola e puntigghiu,
    passa l’anni cu li cunti di lu passatu,
    scummoglia lu cuperchiu di la pignata,
    scuntannu l’ura ca l’ava scumminatu.
    ***
    Traduzione: Il racconto delle storie popolari

    Il cantastorie della Montagna
    racconta il belvedere paesano, dei martiri
    Alfio, Cirino e Filadelfio,
    i santi canonizzati per la Chiesa, i giovani
    della terra e della patria.

    Il cantastorie del Mongibello
    incanta i giovani di bella gioventù,
    perché la dolcezza del miele
    toglieva l’amarezza dalla bocca,
    che solo la terra dei padri riesce ad insegnare.

    Il cantastorie dell’Etna madre
    suona vocalmente i bestiari di una volta,
    giunge in Sicilia con il somarello
    versificando musica e
    storia a sproposito.

    Il cantastorie del vulcano
    parla con i paesani in siciliano,
    del fior fiore, antico detto per
    alternare il giorno delle lagnanze
    dai giorni degli innamoramenti.

    Il cantastorie del paese
    soffia dentro lo zufolo,
    lestamente e candidamente
    lungo la strada senza eccedere,
    ma prestando orecchio al suo interesse.

    Il cantastorie della piazza
    intona il marranzano,
    lo scacciapensieri va lentamente
    come una barca in mezzo al mare,
    che sbatte giacente sotto, contro lo scoglio.

    Il cantastorie del cortile
    usa rime di parole ed osservazioni con i bambini,
    trascorre i suoi anni con i racconti popolari,
    scoperchia la pentola,
    riscatta l’ora della messa in disordine.

  84. MALINCONIA CHE A TE STRETTA MI TIENI

    Come schiumando sul mare il cavallone
    lentamente  avanzando mi compari
    e simile a un sudario tutta m’avvolgi.
     
    Inerme, alle tue onde più non sfuggo,
    lascio che tu m’assalga, vinta soccombo.
     
    Pallido sole sei, che non abbaglia,
    fievole filtra, eppure ancora scalda,
    malinconia che a te stretta mi tieni.

    Accetto il regolamento (Sez. A)

  85. Accetto il regolamento sez A

    Vita morte speranza

    Vivere intensamente
    la vita
    Scalando rocce
    A precipizio del mare

    Una vista sublime
    Le onde sferzano le pietre

    Il vento soffia
    librano aquile reali
    Libere

    L’alternarsi del tempo
    La morte amica attende
    All’ ora che non si aspetta

    La speranza con
    Una nuova vita
    Ripete all’ infinito

    Voli
    Panorami
    Suoni

  86. Sezione A

    L’EQUILIBRISTA
    Un Folle,
    come se
    non avesse già perso, nel baratro,
    una gamba e la parte preponderante del cuore.
    Come se
    non avesse la pelle già ustionata dal sole,
    gli occhi: intorpiditi dal sale,
    le membra: sfinite.

    E sufficienti cattedrali del Nulla finite in catastrofi.
    Un Idiota,
    come se
    non fosse successo niente.
    E non sentisse già
    l’alito pesante del Capitano con la bava alla bocca,
    le tristi scarpe inglesi passate di moda,
    bramoso solo di stracciargli il biglietto scaduto.

    (Accetto il regolamento)

  87. Sez.A

    Siamo persone strane

    Siamo persone strane,
    Abbiamo bisogno d’amore
    come se fosse pane
    Sono incluse, le pene
    e le piene
    Siamo cascate di pioggia
    Siamo cascate di sogni
    ingrossate e in foci sospette
    Siamo memorie sbiadite
    Strade lasciate a metà
    Intuizioni mai dette e presagi
    Siamo di chi contiene
    Ci incoraggia e ci preme
    Di chi ci viene con il vento
    Anche se non conviene
    Di chi unisce il sangue nelle vene
    Siamo questo luce,
    Siamo amori tascabili
    Siamo il coraggio che manca
    le scelte evitate
    Siamo parole mai dette sotto
    una pioggia che cade

    Lascia le strade bagnate
    Anime inquiete che restano
    con i battiti distinti variabili

    Accetto il regolamento

  88. Partecipo alla sezione A. Ringraziando per l’opportunità, ACCETTO IL REGOLAMENTO.

    TREGUA DEL CUORE
    La pioggia lascia lo spazio
    al seren frinire delle cicale
    stasera.
    Nell’arco del cielo si curva
    la curva dell’arcobaleno,
    autostrada di colore
    foriera di tesori nascosti,
    scrigno di pirata
    ai piedi del suo ponte.
    In lontananza belano
    nuvole rotonde
    di vello candore
    e riecheggiano
    nel vuoto dei miei pensieri,
    che lascio andare, bradi
    per gli erbosi pendii
    del mio lieve vivere.
    Non dormo la notte
    ma la sera serena
    acquieta il mio tremore.

  89. In una sera …

    La polvere di questa stanza
    Coprirà la mia mente
    nel letargo notturno
    Nuove distanze
    Si frappongono
    al risveglio
    Tutto apparirà in controluce
    Cavalcherò giorni brevi
    Una zaffata di luce morta
    È arrivato il tempo del mio ritiro
    Nuvole perlacee
    si rincorrono in cielo
    La pioggia fitta
    bagna tutto
    il mio corpo freddo
    in una sera d’inverno

    Antonio Pittau
    Accetto il regolamento, sez. a

  90. Vincenzo Patierno
    Accetto regolamento, sez. a

    Terra mia
    Vagabondavo tra
    familiari strade e stradine.
    Spoglio da timori
    mi sentivo. Braci ardere
    non vidi. Artefatte nebbie
    acre l’etere non resero. Visi
    non accigliati incrociavo.
    Si eclissarono lucchetti
    e barricate. Un gongolar
    in quel che di
    costumanza è chimera.
    Il sognar non fu
    a trascrivere il
    respirar da desti.

  91. In me

    Vieni in me
    in mondi sconosciuti
    amanti contrastanti
    assetati d’aria nuova
    assuefatti di ricordi.
    Nel mio cuore scorgerai
    sillabe in battiti
    forgiare melodie
    dissetare desideri.

    Qui, dentro me
    il fuoco della passione
    illuminerà il tuo essere
    come la luna gioca con l’oscurità
    in un balletto di risacca.

    Guidato da incosciente leggerezza
    vagherai nel mio microcosmo
    di emozioni e colorati orgasmi.
    I miei passi leggiadri
    saranno preludio della nostra danza
    mentre la mia anima possiederà la tua,
    il cielo si aprirà dopo la tempesta
    e scopriremo insieme nuovi bagliori.

    Laura Dessi (SEZIONE A)
    ACCETTO IL REGOLAMENTO

  92. Voci immutabili

    Non s’odono più le voci
    che narravano leggende.
    Le custodisce il bonzo che
    silenzioso attraversa il viale
    di questa bizzarra vita.
    L’hanno prese i passeri che
    abitano il vecchio pino,
    che nessuno taglia più,
    da quando un’altra voce
    s’è spenta.
    E chissà chi altro
    le trasporterà nel tempo,
    confondendole ai mille lemmi
    dispersi nello spazio.
    O forse sorvoleranno laghi gelati
    nascosti tra bianche montagne
    illuminate dai nostri tramonti.
    E cambieranno, allora,
    perché nessuno possa
    riconoscere la propria.
    Tristemente andremo alla ricerca,
    finché, forse un giorno ,
    torneremo a sentirle diverse
    ma sempre uguali.

    sez. a accetto il regolamento

  93. SARA’ IN UN’ALTRA VITA
    Sarà in un’altra vita,
    ma sarà,
    non cadranno più foglie
    sul marciapiede,
    voleranno alte a stormi
    come rondini migranti
    verso orizzonti nuovi
    su cui poggiare l’ali,
    sarà in un’altra vita,
    ma sarà,
    non cadranno più le stelle
    e il firmamento
    mostrerà la sua luce bianca
    cui affidare i pensieri
    nella profonda notte
    che non farà più paura,
    sarà in un’altra vita,
    ma sarà,
    torneranno le fontane
    a chioccolare
    nell’eco di bambini giocosi
    che cadono sulle strade
    e sarà l’unico pianto
    da consolare,
    sarà in un’altra vita,
    ma sarà,
    fioriranno parole di tiglio
    in un vento di pace
    nel silenzio inebriato d’amore,
    saliranno nei cieli del mondo
    e non bruceranno nel sole
    adagiate nella nicchia del cuore.

    Maricà- sez.A accetto il regolamento

  94. ode culinaria
    SU PANI CARASAU
    Tottus is femminas de su bixinau,
    incrubadas in sa taula po impastai,
    movinti abellu is manus, de tradizioni
    prezisu su ritmu, ognia sballiu
    arruina su traballu e tottu andada sprecau.
    Antiga fattura su pani carasau,
    is femminas cun amori du scianta fai,
    largu largu e tundu e fini spianau,
    toccada in su forru po pagu du lassai,
    toccada a du segai beni in duas partis
    e po pagu pagu a du torrai a inforrai,
    unu mesi interu deppiada durai,
    po is pastori chi fadiant sa tramuda
    e attesu attesu deppianta andai,
    solus penzendi a fillus e pobidda,
    cun sa berrita e in sa bèrtula stuggiau
    pani, casu e unu pagu de tristura.
    In sa solitudini de is montis, scetti
    s’intendiada sa musica ‘e su pani,
    candu su pastori abellu du mazziada
    cun stiddia de lagrimas e binu bonu.
    ***
    Traduzione
    IL PANE CARTA DA MUSICA
    Tutte le donne del vicinato
    riunite curve sulla tavola d’impasto,
    con movimenti lenti scritti nel tempo,
    preciso il ritmo, perché ogni sbaglio
    rovina il lavoro e tutto va perso.
    D’antica fattura il pane carasau,
    le donne lo lavoravano con amore,
    spianato a sottili larghi dischi
    bisognava infornarlo per poco,
    con precisione diviso in due parti
    e per pochi secondi ancora nel forno,
    un mese intero doveva durare,
    per i pastori che nella transumanza
    lontani da casa dovevano stare,
    solitari pensando ai figli e alla moglie,
    berretto in testa e nella bisaccia
    pane, formaggio e un poco di tristezza.
    Nella solitudine tra i monti,
    si sentiva solo la musica del pane,
    quando il pastore tra i denti piano
    lo frantumava, bagnato con qualche
    goccia di lacrime e buon vino.

    Maricà- sezB vernacolo- accetto il regolamento

  95. Laura Cannas
    Sezione A
    Accetto il regolamento

    Voci buone

    Si sono spenti nelle tenebre gli infiniti raggi del sole tramontante.
    S’alzino con voci nuove esauste, nuove speranze sulla riva di una nuova aurora.
    Nella vita molte pagine rimangono vuote.
    Non riempirle di pensieri della tua mente
    La il poeta che è in tè si nasconde.
    Componga immagini di cielo, con la parola divina tocchi l’immaginazione.

    Laura Cannas

  96. Piero Baroni
    Sezione A
    Accetto il regolamento

    Le Parole Della Verità

    Le parole della verità sussurrano all’orecchio dei poveri
    la durezza di ogni giorno
    sono frutti aspri di un albero senza tempo
    viverne smagrisce
    inseguirle rende soli
    non tristi
    silenziosi
    talvolta sorridenti
    davanti alla vita che si manifesta
    le parole della verità
    urlano nelle orecchie dei potenti
    stizziti di non possederle
    affannati da sempre a costruirne di proprie
    ma le parole della verità sono uniche
    pesanti come granito
    sprofondano nelle coscienze molli
    non hanno eco
    devi spegnere la mente
    ascoltare col cuore il disperato benessere che sanno dare
    solo così sentirai che non serve capirle
    che mai
    vorrai cambiarle con un’illusione

  97. SECUNNI ETERNI (a me figghia)

    Quannu t’arruspigghi,
    Si tu virissi, comu mi talìi.
    Sicunni eterni, ca’ nun passano,
    nun passano mai.
    A me’ varba, penso, macari,
    ti pari na’ cosa curiusa.
    Ma tu passi, senza mai pinzari,
    nta lu me visu, la manuzza,
    pi’ ffarimi nu rialu granni:
    na’ carizza.
    Secunni eterni,
    ca nuddu, tra mia e ttìa,
    addumanna nenti.
    Secunni, e sicunni eterni,
    ca’ nun passanu mai.
    Secunni, ca’ li to’ occhiuzzi,
    nichi nichi, riciunu:
    “grazie patri, pi’ chiddu chi ffai.”
    Cu è, lu picciriddu?
    Tu chianci quannu vo’ manciari,
    e poi, nta sti mumenti,
    finisci ca sugnu iu,
    chiddu chi chianci,
    senza fari lamenti.
    Picchì l’amuri veru, figghia mia,
    chiddu ca’ tagghia l’arma
    di lu munnu ‘nteru,
    chi ti lu ricu a ffari?
    Ti parra, ti parra rintra,
    senza parrari.

    SECONDI ETERNI (a mia figlia)

    Quando ti svegli,
    se tu vedessi, come mi guardi.
    Secondi eterni, che non passano,
    Non passano mai.
    La mia barba, penso, magari,
    ti sembra una cosa strana.
    Ma tu passi, senza mai pensare,
    sul mio viso, la manina,
    per farmi un grande regalo:
    una carezza.
    Secondi eterni,
    che nessuno, tra me e te,
    chiede niente.
    Secondi, e secondi eterni,
    che non passano mai.
    Secondi, che i tuoi occhietti,
    piccoli piccoli, dicono:
    “grazie padre, per quello che fai.”
    Chi è il bambino?
    Tu piangi quando vuoi mangiare,
    e poi, in questi momenti,
    finisce che sono io,
    quello che piange,
    senza lamentarsi.
    Perché il vero amore, figlia mia,
    quello che taglia l’anima
    del mondo intero,
    che te lo dico a fare?
    Ti parla, ti parla dentro,
    senza parlare.

    Antonio Blunda
    Sezione B
    Dichiaro di accettare il regolamento

  98. HO SCELTO DI DONARTI AL MONDO
    (a mia figlia)

    Ho scelto di donarti al mondo.
    Perché tra venti o trent’anni,
    -non so adesso il perché –
    per una notte, tornerai qui, a dormire.
    So già come andrà a finire.
    È tardi, ma io ti aspetto.
    Indosso il blu profondo d’un vestito,
    il mio colore preferito.
    Tra le mani, la staffa notturna
    d’ un bicchiere di vetro.
    Ad un tratto, bellissima, tu arrivi.
    Bella, come può esserlo una viola a sera,
    o la magnolia, o l’orchidea e il narciso,
    com’è l’erba di trinità
    nei campi di primavera.
    La rugiada di tutte le foglie
    sembra aver fatto un nido,
    ai nostri occhi, in paradiso.
    Com’e da sempre, a quest’ora,
    librano in volo le lucciole danzanti.
    Quel che chiamavi – ricordi? –
    “campanelli brillanti”,
    al fischio sereno dell’assiolo.
    È festa, per la tua stanza.
    Ecco le fiabe, le fate,
    gli eserciti dei giochi addormentati.
    Fa il saluto un orso-soldato,
    e le bambole che hai tanto cullato,
    adesso restano in posa.
    La cera d’una scatola nascosta
    ha ancora il soffio e l’odore
    della tua prima candelina rosa.
    Sul muro, un disegno allegro di matita
    che parla tanto della nostra vita.
    Vuoi ancora che racconti qualcosa,
    mentre socchiudi le palpebre,
    stanca e distesa.
    Per quanto, m’avrai tenuto sveglio?
    Storie su storie, regni e ranocchi,
    la tua manina, stretta alla mia,
    la nostra poesia, per dormire meglio.
    Ho scelto di donarti al mondo.
    Per rialzarti al dolore
    dei giorni difficili e distanti,
    per condurti all’amore,
    al sentiero dei libri importanti,
    al tuo cammino,
    al bagliore del tuo destino.
    Per un principe buono, e innamorato,
    per un bacio che non è mai mancato.
    Per amore, ho scelto,
    di donarti al mondo.
    Perché una sera,
    -non so adesso il perché –
    sapevo che tornavi da me.
    Ecco il teatro di stelle,
    come nessuno ricorda.
    La notte è sorda,
    non ha più lamenti,
    non fa più rumore.
    Com’era una volta,
    Elena, mi hai preso il cuore,
    e ti addormenti.

    Antonio Blunda
    Sezione A
    DIchiaro di accettare il regolamento

  99. Partecipazione alla Sez. A

    Dalla finestra

    Il cielo svuota l’inchiostro della notte
    fulgide gemme risalgono l’orizzonte
    figure di case nitide, silenti
    nascondono anime inquiete, distanti

    Finestre che incorniciano emozioni
    come quadri dipinti o foto scattate
    istantanee di sguardi e percezioni
    o solo fugaci madri affacciate

    Mentre scorgo il dondolio di un ramo
    distorto da lacrime di rugiada
    sul vetro oltre cui osservo lontano
    stracci di nebbia che si dirada

    il gelo ingloba la turpe coscienza
    Ciliegia immersa in un cubetto di ghiaccio
    prigione che ostenta trasparenza
    si squaglia al desio dell’ultimo abbraccio

    Fabio Belli
    Dichiaro di accettare il regolamento

  100. FOGGETTI MARIA
    SEZIONE A
    ACCETTO IL REGOLAMENTO

    A TE, PADRE
    Il rasoio solca attento quella pelle così stanca,
    a te Padre a cui la vita deve ancora una speranza.
    Prigioniero di quel mostro che i tuoi giorni ha divorato,
    riducendo in fumo e cenere quel che avevi in cuor sognato.
    Io bambino ci speravo in un tuo abbraccio, una carezza,
    ma leggevo nei tuoi occhi solo vuoto ed amarezza.
    Ti cercavo e mi chiedevo se mai un giorno, chissà quando,
    ti avrei mai potuto dire che mi sei mancato tanto!
    Io pregavo Dio ogni giorno, combattendo con la rabbia
    nel vederti prigioniero come tigre in una gabbia.
    Impotente io assistevo a quel demone spietato
    che rubava il tuo presente, il tuo futuro, il tuo passato.
    I tuoi giorni consumati da paure, smarrimento,
    non sai quanto avrei voluto colorare anche un momento
    di allegria, spensieratezza, giochi, corse e passeggiate,
    ciò che un padre fa col figlio, condivider le giornate!
    Ma vorrei che tu sapessi che io non ti ho mai odiato
    per quel buio che ho vissuto, a cui tu sei condannato.
    Adesso che sei qui, in un letto di ospedale,
    cerco di esserti vicino, di poterti ancora amare.
    Io non so se tu la senti la tua mano nella mia
    o se quando tu mi guardi riconosci chi io sia.
    Ma sono qui ora per te, a cercare con ardore,
    di sfidar la malattia col potere dell’ amore.
    Perché sai mio caro Padre, esiste un posto, credo il cuore,
    dove il male non può vincere, dove splende sempre il sole…
    Io, sì, penso a tutto questo mentre rado la tua barba,
    ti sorrido e un po’ mi chiedo se il mio esserci ti garba.
    Una carezza sulla fronte, ti sistemo un sopracciglio,
    ad un tratto mi sorridi e sussurri Grazie Figlio !”.

  101. La fine della quaresima

    Domenica di Pasqua. Alzato, aprire la finestra e già vedere il sole.
    Osservare la facilità del cielo a fabbricare nuvole dal nulla,
    e riassorbirle dentro l’azzurro del suo grembo, per ore o solo per minuti.
    E subito pensare “è questa la domenica, così si riposò il settimo giorno!”
    e non provare colpa se non hai santificato le quaresima,
    se non hai reso migliore il mondo rispetto a come altri, soltanto il giorno prima,
    l’aveva consegnato: sporco, ingiusto, ineguagliabilmente bello.

    E non provare colpa per esserti distratto, per aver dimenticato
    che l’inverno può sempre ritornare a bruciare quelle primule
    fiorite troppo presto per l’impazienza di fiorire:
    perché la Pasqua c’era già nei tre centimetri del petto
    dei minuscoli uccellini che infrangevano il silenzio della notte
    quando ancora il calendario ci indicava
    che fino all’equinozio la stagione era l’inverno.

    Nella tua domenica di Pasqua, capire che la felicità si fa trovare,
    ma se la cerchi, ha una forma che non dura:
    le labbra di chi ami, la nuvola inventata dal niente di quel cielo…
    E allora fare spazio al sentimento che cercavi
    da quando avevi chiuso a lievitare il tuo rancore
    nello scuro della tua quaresima privata.
    Ed ecco: sentire ogni amarezza frantumarsi (finalmente!)
    perché nel mezzo del tuo cielo adesso riconosci il suo sorriso
    e da mezzanotte rintoccano campane.

    E ora che la quaresima è finita,
    sei pronto per sentire, incredulo,
    quanto alto puoi volare
    se soltanto ti sai fare più leggero:
    alto abbastanza per non distinguere, quaggiù,
    la violenza di ogni vivere,
    la noia dei naufragi di ogni giorno.

    Accetto il regolamento [E.Q].
    sez. a

  102. SEZIONE “A”- Poesia in lingua italiana
    MARE LONTANO
    Nel mare lontano
    della mia gioventù
    l’andatura di bolina,
    di bolina stretta,
    era l’ansia stessa
    del mio navigare.
    Adesso, le bave di vento
    dei miei capelli grigi
    fanno di me
    un lento navigante
    delle vastità del mare:
    ed ogni onda è una storia,
    ogni corrente una vita
    che incrocia la mia
    per poi perdersi, magari,
    in altre rotte
    dirette all’orizzonte.
    E nell’aria salmastra
    della brezza che giunge
    dal largo, dove il mare
    ha acque profonde
    colorate di blu e leggende,
    ancora respiro l’ansia
    della mia gioventù:

  103. Giovanni Ferrari accettò il regolamento sezione A italiano

    A TU PER TU

    Ma noi diviso te
    Più o meno
    Cos’è?
    La prova del nove io ce l’ho già
    Cos’è lo moltiplico per te
    Verrà fuori me?
    È strano pensarti così
    Tra un diviso un per e una più
    Il risultato finale si sa
    Lo scopriremo un poco più in là

  104. Francesca Castellano

    Accetto il regolamento sez. a

    PARTE DEL NIENTE
    Io
    sono parte
    del niente che
    stringe, strangola
    la gola,
    manca l’aria
    nella stanza piena
    d’aria.

    Io
    sono parte
    del niente che
    m’investe e mi riempie,
    diviene tutto
    e poi mi lascia.
    Sola,
    stordita,
    dalla parvenza
    assaporata
    che ho creduto di chiamare
    vita.

  105. HO TAGLIATO PONTI
    Sez A – Accetto il regolamento

    Ho tagliato ponti
    ho tagliato fili
    ho spezzato catene
    in un tempo sterile e cieco
    di pensieri consumati,
    verità illuminate
    libere dal peso di zavorre
    abortiscono passi incerti
    e occhi coperte da bende.
    Si vede ciò che si vuol vedere
    si ascolta ciò che si vuol sentire,
    nodi che giungono al pettine
    e non si sciolgono
    aggrovigliati alle stelle,
    fanno male
    e si dilatano nel cuore.
    Si aprono gli occhi
    si drizzano le orecchie
    si accantonano in silenzio
    ricordi lieti e remote amicizie
    in un malinconico sentire,
    si aprono nuove porte
    presagio di una età migliore
    all’apice d’affetto e lealtà
    e sincera appartenenza.

    Antonella Vara

  106. Deu seu
    Tottu custu tempus
    chi arribat cun tui
    in s’ oru ‘e su zunchiu
    de unu coi pira

    Seu arroca perdosa
    innui s’ arrexini de su zinibiri
    nci acciuvat po arresisti
    a su ‘ entu estu
    foras ‘e si truncai

    Seu mari inchietu e sperefundu
    ma cun undas lebias carinniu
    cun druciura s’ arena bianca

    Seu terra sicada chi s’ orbada
    brabattat po si preni de spigas
    de arvures de frutta saboria

    Seu murdegu biancu, moddizzi e tuvara
    nuscosa
    ma seu puru tiria ferenada e arrabiosa

    Seu su mengianu arrubianciu
    chi donat luxi moddi e delicada
    seu su scurigadroxiu
    chi mi scopiat in brenti e in su coru

    Seu prupa e ossu chi si mudat in pruini
    seu anima in circa de s’ eternidadi
    chi sempiri mi fuit.
    ***
    Io sono
    Tutto questo tempo/ che arriva con te /
    sul ciglio del grido /di una cicala /Sono roccia granitica/ dove le radici del ginepro sprofondano/
    per resistere al maestrale senza spezzarsi/Sono mare inquieto e abissale ma con onde leggere / accarezzo dolcemente la riva / Sono terra arida/ che l’ aratro con forza rivolta / per riempirla di spighe e di frutti saporiti/ Sono cisto bianco ,lentisco ed erica profumata / ma sono anche pungitopo spinoso e insidioso/ Sono l ‘alba rosa che dà luce tenue e delicata/ sono tramonto che esplode/ nel mio cuore e nel mio ventre/
    Sono carne e ossa/ che si trasformano in polvere/
    Sono anima in cerca dell’Infinito e dell’ Eterno/
    che sempre mi sfuggono….

    —–
    Maria Rita Farris
    Sez.B
    Accetto quanto previsto nel Regolamento

  107. Napoli 5-3-3035
    Ore21.45

    o jettatore (uocchie sicche)

    cu l’uocchie sicche,senza scuorno
    affoca e ceca gente ogni gghiurno

    Sulagno,isso, cammina striscianno
    attiranno,ognuno sulo co ‘nganno

    S’appresenta,sempe,sulo e niro vestuto
    movennose come pesce appucundruto

    O bbì loco,ohì ,mò,sta passanno o ‘nfame
    tutte quante alluccane ,pe chesta soia reclame

    “Tuccate o fierro,facite subbeto e ambressa
    Lassate gghì ,ogni cosa cu tutta a pressa”

    Isso,però nun se ne cura e và annamze, tuosto
    è sempe,sulo, juorno chiaro e sta tutto a posto

    Mpruvviso,miezz’a via, se ferma e sparoglie
    cu l’uocchie , buone puntate adderitti,coglie

    Po’ s’aggira ,ancora e se ne torna addereto
    penzanno all’arta soia comme a nu segreto
    Igor Issorf@@##

    L’uccello del malaugurio versione ijn lingua di o jettatore(uocchie sicche)

    Con il suo sgaurdo cattivo e torvo
    maledice ed uccide e. gente, ogni giorno

    Solitario cammina rasente mi muri
    cercando, con dolo, capire attenzione

    Si veste ed è d’umore sempre nero
    muovendosi serpiginoso senza garbo

    Eccolo che arriva, gridano al passaggio
    Toccate presto il ferro e fate scongiuri

    Lui però non si applica e va avanti
    Non è mai tempo di preoccupazione

    Improvvisamente si ferma di botto

    Con gli, occhi ben puntati sul bersaglio
    lancia la sua maledizione e. ben coglie

    Come se poi, nulla di grave fosse accaduto
    ritorna dietro sui suoi passi ben ispido
    Pensa borioso di possedere arte segreta
    con cui orgoglioso andare nel mondo

    Napoli 5-3-3035
    Ore21.45

    o jettatore (uocchie sicche)

    cu l’uocchie sicche,senza scuorno
    affoca e ceca gente ogni gghiurno

    Sulagno,isso, cammina striscianno
    attiranno,ognuno sulo co ‘nganno

    S’appresenta,sempe,sulo e niro vestuto
    movennose come pesce appucundruto

    O bbì loco,ohì ,mò,sta passanno o ‘nfame
    tutte quante alluccane ,pe chesta soia reclame

    “Tuccate o fierro,facite subbeto e ambressa
    Lassate gghì ,ogni cosa cu tutta a pressa”

    Isso,però nun se ne cura e và annamze, tuosto
    è sempe,sulo, juorno chiaro e sta tutto a posto

    Mpruvviso,miezz’a via, se ferma e sparoglie
    cu l’uocchie , buone puntate adderitti,coglie
    Po’ s’aggira ,ancora e se ne torna addereto
    penzanno all’arta soia comme a nu segreto
    Igor Issorf@@##
    l’uccello del malaugurio versione in lingua di o jettatore(uocchie sicche)
    Con il suo sgaurdo cattivo e torvo
    maledice ed uccide e. gente, ogni giorno

    Solitario cammina rasente mi muri
    cercando, con dolo, capire attenzione

    Si veste ed è d’umore sempre nero
    muovendosi serpiginoso senza garbo

    Eccolo che arriva, gridano al passaggio
    Toccate presto il ferro e fate scongiuri

    Lui però non si applica e va avanti
    Non è mai tempo di preoccupazione

    Improvvisamente si ferma di botto

    Con gli, occhi ben puntati sul bersaglio
    lancia la sua maledizione e. ben coglie

    Come se poi, nulla di grave fosse accaduto
    ritorna dietro sui suoi passi ben ispido
    Pensa borioso di possedere arte segreta
    con cui orgoglioso andare nel mondo
    *********
    con te, io vorrei
    ed io vorrei, mentre fiocca
    sentire parole calde di vita
    Arrotolarmi, nei tuoi perché
    per ritrovare chiave nascosta
    tra arcani misteri ed amuleti
    Aprire lucchetti di ghiaccio
    con schegge di ruggine viva
    che corrode viscida il sentire
    Liberare i tesori del cuore
    quando l’anima vibra felice
    inseguendo sinfonia di bacio
    toccando il là alto del desiderio
    mentre trionfa un amore sincero
    Igor Issorf@@##
    Accetto il regolamento

  108. Sez.A
    Accetto quanto previsto nel Regolamento
    Incanto Notturno

    Vivo nell,’attesa
    del dono di ogni alba
    Urlo il silenzio
    dolce canto del mare
    refolo di vento
    che scompiglia l’ erba
    nella vastità verde dei campi
    nei crateri della vagabonda luna
    Odo
    sospiri di una frenetica attesa

    Non farò rumore
    nell’ incanto che sfiora l’ infinito
    nella melodia dolce del merlo
    tra il fiore del candido vilburno

    Cammino leggera
    nel sentiero lastricato
    ancora di bianca brina
    nella dimensione calma
    di un ” notturno”
    malinconia stanca
    dove il battito del mio cuore
    si confonde con il ritmo
    che mi unisce all’ intera umanità.

    Maria Rita Farris
    4 aprile 2024

  109. SOLITUDINE

    Una solitudine
    Fatta di ricordi appesi alle pareti
    E di cornici ovali
    E di finestre quasi sempre chiuse.
    Una vita fatta di scatolette
    E interminabili file di bottiglie vuote
    E lampadari
    Con una sola lampadina accesa.

    Vecchi libri rilegati in pelle
    Un riccio di mare sopra la scrivania
    E la palla di vetro con la neve
    Che giace ferma, da anni ormai in attesa.
    Puzza di chiuso,
    Odor di solitudine
    Due foto alle pareti
    ed un altare ed un lumino acceso.

    Sbiadito ricordo del tempo ormai passato
    Vita sprecata giorno dopo giorno.
    Solitudine
    Che scema un po’ la sera
    Quando ombre e fantasmi
    Compaiono, per poco,
    E vanno via.

  110. CUOR DI CARRUBA

    Cavallo di ritorno, bolso e farlocco
    copia disforme di puledrosi giorni
    era il galoppo tuo folleggiante spasso
    or rimpiazzato da un modesto trotto.

    Vecchio ronzino, partenza fiacca
    il fotofinish t’inchioda fermo al palo
    e non c’è frusta, no, non c’è carota
    che dia lo sprone allo stremato spunto.

    Rimani lì intontito, sdentato brocco
    inconsapevole che la corsa è ormai conclusa
    e lungo i prati dilaghi assai perplesso
    cuor di carruba con il sorriso scosso.

    Sez A – Accetto il regolamento

  111. LA MASCHERA DEL SORRISO

    Compagno di viaggio
    il sorriso dalle labbra
    come un fiore che sboccia
    tra le ciglia.

    Nasconde nel bianco
    splendore dei denti
    parole che affransero
    il cuore.

    E cammini di passi leggeri
    di silenzi perduti nel vento
    e capelli e profumi d’amore
    di stagioni, di luci e colori.

    Nel sorriso che spense
    ogni pianto
    come schegge indurite
    dal freddo
    lacrime prigioniere del gelo
    dissipato nel petto.

    Il respiro, l’affanno, il dolore
    non svanisce!

    Prende strade
    e percorsi diversi
    nelle vene, nel calore del sangue
    fluisce come nettare
    e linfa di vita.

    Il sorriso che rinasce
    dagli occhi, vivo tra
    i vuoti della memoria.

    Patrizia Basile

    SEZIONE A
    ACCETTO IL REGOLAMENTO

  112. LA CASA DEI NONNI

    Per tutti i nipoti del mondo
    c’è stata una sola casa per il più bel girotondo,
    il luogo più sicuro e divertente
    dove ci si divertiva senza spendere niente.
    LA CASA DEI NONNI, una vera favola,
    con tutti i dolci già pronti a tavola.
    Il ristorante domenicale più desiderato
    dove un nipote si sentiva sempre amato.
    Una nonna sorridente e bella
    che ti accoglieva con una gustosa ciambella
    e un nonno complice e generoso
    con la banconota già pronta da donare al piccolo goloso.
    Il posto giusto per le risposte ai nostri “perché”
    risolti nel meraviglioso aroma del caffè.
    Quanto saporite erano le polpette della nonna,
    quanto persuasivo era il nonno per fare accettare la prima minigonna.
    Si cantava e si rideva in piena allegria,
    la casa dei nonni era più bella di casa mia!
    Patatine fritte, castagne al forno,
    che triste era il momento del ritorno.
    Per i nipoti arriva il giorno più triste
    quando la casa dei nonni più non esiste.
    Quella porta che si apriva donando amore
    resta per sempre chiusa senza calore.
    Senza i nonni anche la famiglia allargata scompare,
    non ci sono più tanti zii e cugini da abbracciare.
    Certo, ogni anno arriva lo stesso il Natale,
    si festeggia, ma senza i nonni fa assai male.
    Senza di loro per i nipoti si chiude il capitolo più bello,
    la vita non è più un allegro carosello.
    Si diventa adulti tutto ad un tratto,
    si vorrebbe cercare con loro un nuovo contatto.
    Quella casa che con loro scompare
    per gli altri è vecchia, da rifare.
    Noi non vorremmo mai farla occupare
    da chi non sa cosa significa amare.
    Non si dovrebbe mai fermare quel campanello che suona
    con la porta aperta da una nonna buona.
    Con la scomparsa dei nonni anche la casa muore
    e resta per sempre un angolo freddo nel nostro cuore.

    Sergio Sito (sez. A – accetto il regolamento)

  113. Il mio nord
    .
    Se sali a nord
    da questa ruga al lato della bocca,
    apparsa stamattina sul mio volto,
    potrai scoprire cosa spesso taccio.
    .
    Ma stai attenta, modera i tuoi passi,
    non troverai salendo solo sassi,
    ogni segno è sempre molto altro,
    un’erta dura per passi molto lenti,
    scivolose discese brutte esperienze,
    dove presenze nuove e vecchie ombre,
    sembrano vere e sono invece inganni
    anche al più esperto degli esploratori.
    .
    Se avrai il coraggio di continuare
    scoprirai una fatica permanente,
    le luci accese di notte per studiare,
    lavori belli e brutti per campare
    scoperte, tentazioni e fallimenti.
    .
    È la mia vita. cos’altro vuoi trovare?
    .
    In vetta, infine, troverai una piega
    che da sempre evidenzia la mia fronte:
    non so niente di lei, è lì da sempre,
    separa sopracciglia e le distanzia
    dandomi un che di ombroso e di nascosto.
    .
    Io sono lì, tutto in quella piega,
    accucciato come un cane addormentato
    che sogna ancora un po’ di compagnia.
    .
    Quando mi alzo, fumo, bevo, chiamo,
    maledico il mio carattere ostinato,
    ripenso alle tue gambe e so che amo.

    sez. a accetto il regolamento

  114. LETTURA DI VITA

    Io leggo come son capace,
    anticipando le cadute degli alberi,
    fragorosi roghi di virgole e a-capo
    di labbra mai sazie,
    ruggini che attardano
    idee felici.
    Coi viventi con me, parchi raccoglitori
    di granaglie ed erbe, rari frutti,
    scambio pochi sguardi,
    grugniti che non spiegano pensieri,
    ma raccomandano di starci lontano.
    Perché su questa carta
    non si tracciano più stelle
    e vertebre forti che le sostengano!

    Tormentati dai giorni a venire allora
    s’incontrerebbero, all’unisono,
    consueti miraggi di pesche fortunate,
    venti contrari al volo,
    oscurità già compiute,
    frammenti di corallo per dimora.

    E notte che fradicio inverno diventa.

    (accetto il regolamento del concorso sezione a poesia)

  115. Vellise Pilotti sez.a Accetto il regolamento.

    Parola sacra

    Piccole stelle
    stasera è primavera.
    Luminosa e rosa
    sul sentiero del vento
    una nuvola sola.
    Ah, la musica
    riempie l’anima
    come corno da caccia,
    tamburo,
    ocarina e flauto.
    Rende sacra
    la parola,
    piedi scalzi
    per entrare
    nel tempio dell’ amore.
    Dolce è il tempo
    del tuo sguardo
    oltre il mondo.
    Parola che vieni
    a inondare la terra,
    a cantare nei fiumi.
    I nostri cuori sono pronti.

  116. Il Peso del Silenzio- Sezione A – Accetto il regolamento
    Parlano, sempre, senza sapere,
    come onde che si infrangono,
    senza mai raggiungere il silenzio.
    Perché il silenzio è peso,
    e l’invidia è leggerezza.

    Senza fatica, senza sguardo profondo,
    si consumano parole,
    mentre il cuore resta vuoto.
    Esperti di tutto,
    tranne che di sé stessi,
    vagano tra le ombre delle loro illusioni.

    Non vedono, non ascoltano,
    perché temono il respiro dell’anima.
    Eppure, il silenzio è libertà,
    un rifugio dove crescere,
    mentre le parole si sprecano,
    facendo eco a un vuoto che non sa di sé.

    Così parlano,
    inseguendo fantasmi,
    mentre il vero sé rimane nascosto
    nell’ombra di ciò che non si dice.
    E chi tace,
    sa che la verità non ha bisogno di parole,
    ma solo di silenzio,
    di quell’intima quiete che si fa voce nell’anima.

  117. EHI, VECCHIO!
    Ehi vecchio, cosa cerchi
    tra gli scarti del mercato?
    – cerco una mela sana
    prima che il marcio la contagi.
    E, cosa cerchi
    tra la gente che cammina frettolosa?
    – cerco uno sguardo che s’accorga
    di chi avanza con fatica.
    E, cosa cerchi
    tra i soldati inchiodati sotto le macerie?
    – cerco umanità e pace ed il perché…
    si muore per non cambiare nulla.
    E, cosa cerchi in riva al mare?
    – cerco il vento dell’est
    che mi riporti il profumo dei capelli suoi
    …lei è andata di là.
    E, cosa cerchi in teatro?
    – cerco attori non protagonisti che
    abbiano nel cuore germogli d’amore.
    E, cosa cerchi sul sagrato?
    per tirare avanti ti vendi Cristo e i santi?
    – cerco indulgenza per chi
    non ha colto il dono della fede.
    Ehi, vecchio, cosa cerchi in discoteca?
    – cerco qualche giovane che
    non mi appelli con dileggio
    per spiegargli che in noi è la storia.

    sez. vernacolo

    ‘A STIZZE

    Che rumane de ‘na stizza d’acque
    doppe strétte e strecate
    sópe ‘a ponde de doje díte?
    NINDE.
    Ma falle vatte de cundinuue
    sópe a na stagnére:
    te trapane ‘a cerevèlle;
    cadè a llunghe
    sèmbe o stèsse poste:
    spertuse pure ‘a préte.
    Tanda NINDE misse anzíme
    te fanne nu lavarone, ‘na jummare… nu mare!
    E tu che faje:
    te firme?
    Quande grusse te pote parì
    nu ngemènde pecceninne,
    pure se nen tíne i stuuale pe sbraccà,
    nge stà pónde o varche pe passà
    nd’arrennénne maje figghje mije,
    vide cume te puje arrabbattà
    p’aggerà stu mbedemènde e
    …assa-fà a Ddije!

    LA GOCCIA
    Cosa resta di una goccia d’acqua / dopo averla stretta e strofinata / tra la punta di due dita? / NIENTE. / Ma falla sbattere di continuo / su un secchio di latta: / ti trapana il cervello; / cadere per lungo tempo / sempre allo stesso posto: / perfora anche la pietra. / Tante NIENTE insieme / formano una pozzanghera, un fiume…un mare! / E tu cosa fai: / ti fermi? / Per quanto grande possa apparire / un intralcio piccolo, / pur se sfornito di stivali per saltarlo, / manca un ponte un varco ( o una barca ) per attraversare, / non arrenderti mai figlio mio, / trova una soluzione/ per aggirare l’ostacolo e / …lascia fare a Dio!

    sez. b accetto il regolamento

  118. UNA VITA DA SVITARE (Sez.A)

    Prenditi cura della tua fantasia
    di quello sguardo sconosciuto
    affacciato alla trasparenza
    dell’auto che incontri
    e di quei pochi attimi
    in cui scrivi la sua storia
    con la tua letteratura
    sapendo che non sarà mai la sua storia

    Prenditi cura della tua generosità
    nell’ascoltare, nel non giudicare
    perché l’uomo ama raccontarsi
    più che essere raccontato.
    Ama la straordinarietà di esseri normali
    eroi che non hanno timore
    di vivere la vita di un qualsiasi
    senza perdere la propria originalità

    Prenditi cura della tua sensibilità
    non vergognarti del pianto
    non trattenere lacrime sincere
    ma fanne ornamenti al tuo nome.
    Cancella condizioni e condizionali
    e rimarrà il mistero della tua magia
    come l’incenso nelle chiese
    come l’incanto del primo amore

    Prenditi cura della tua vulnerabilità
    delle paure, del senso di inadeguatezza
    del tuo rimanere indietro
    ma soprattutto della gentilezza
    perché è l’unica arte
    per addomesticare l’ignoranza

    SEZ. A – Accetto il regolamento

  119. FUORA CHIOVI

    M’arruspigghiavu
    ca chiuvieva ancuora
    taliu lu ruoggiu
    sunnu i tri ri nuotti
    ma cu l’aveva a driri
    stu tiempu pazzu
    Ca chiovi un mi rispiaci
    L’ acqua na sta tierra s’addrisia
    Ma giustu uora ma picchi’?
    Sentu ca lu me cori
    Chianci puru
    Mentri l’acqua scinni
    pisuli pisuli
    Mi veni ri iccari vuci
    ri chianciri appressu o cielu
    Ma chi ti possu riri…
    nall’ultimi tempi
    mi curcu e mi arruspigghiu
    mezza a nuttata
    cu na smania no’ piettu
    finu na matinata.
    Sunnu assai i pinseri
    chista e’ la cuosa…
    nuddru mi capisci
    ma io mancu parru
    Mi sento li chiddriri ri l’autri
    Tutti i iuorni
    ma chiddri mii
    mi tegnnu stritti o cori
    Sulu ri notti
    mi vennu a truvari.
    Ri nuotti quannu tutti ruorminu
    io puru vulissi farri u stissuu
    ma iddri mi vennu a tuppuliari…
    Mi uncueiatanu
    e nun mi runanu paci
    ma rici una
    ma unnannu chiffari…
    giustu ri notti
    a mia vennu a anquitari.
    Taliu ra finestra
    mi pari ca sta aggiurnannu
    e puri u suli va’ spuntannu
    macari lu me cori
    si sta sintennu megghiu
    mi pari ca lu duluri
    nca na stu pettu
    Chiu’ leggiu
    lu sentu martiddriari
    e pari ca mi ricissi
    come ri sfreggiu
    tantu rumani notti
    ti veggnu a ritruvari
    Ora mi curcu…
    canciu lu latu ru liettu
    Su gia’ li sei
    massusiri che iuornu
    Agghiri a travagghiari.

    ***

    Traduzione: dal dialetto siciliano
    FUORI PIOVE

    Mi sono svegliata
    Che ancora pioveva
    guardo l’orologio
    sono le tre di notte
    ma chi lo doveva dire
    questo tempo pazzo
    Che piova non mi dispiace…
    l’acqua in questa terra si desidera
    ma giusto ora, ma perchè?
    Sento che il mio cuore

    piange pure
    mentre l’acqua scende a dirotto
    mi viene voglia di gridare
    di piangere assieme al cielo
    ma cosa ti posso dire…
    negli ultimi tempi
    mi corico e mi risveglio
    nel mezzo della notte
    con una smania nel petto
    fino al mattino.
    Sono tanti i pensieri
    questo è il motivo…
    sono tanti i pensieri
    ma io neanche parlo.
    Mi ascolto i problemi degli altri
    tutti i giorni
    ma i miei li tengo stretti al cuore.
    Solo di notte mi vengono a trovare.
    Di notte quando tutti dormono
    pure io vorrei fare lo stesso
    ma loro mi vengono a bussare…
    mi disturbano e non mi danno pace
    Ma insomma…
    non ne hanno altro da fare?
    proprio di notte
    a me vengono a disturbare.
    Guardo dalla finestra
    comincia ad albeggiare
    il sole va spuntando
    e anche il mio cuore
    si sente meglio
    mi sembra che il dolore
    quì nel petto
    più leggero lo sento martellare
    e mi sembra che mi dica
    quasi a dispetto
    tanto domani ti ritorno a trovare.
    Ora mi corico…
    cambio lato del letto
    sono gia le sei
    mi devo alzare che è giorno
    mi tocca andare a lavorare.

    accetto il regolamento sezione b

  120. In un momento di pioggia

    Ombrelli rotti,
    capovolti dalla furia del vento
    o per la fretta di aprirli
    e trovare riparo; ombrelli rotti
    per scappare a due gocce di pioggia
    che rovinano la piega della parrucchiera
    o il cappello di lana buona
    scovato nell’adolescenza di tua nonna.
    Ombrelli rotti, rabberciati da mani viola per i geloni,
    che tanto i guanti stanno bene nel cassetto
    del comò, si tengono caldo
    e giocano a morra cinese.
    Ombrelli rotti,
    architetture di scheletri
    che escono insieme ai rumori che ti infestano l’armadio;
    ombrelli che si prendono fuori al negozio,
    senza farci caso, tanto sono tutti rotti.
    E mentre torni al tuo dovere
    qualcosa non torna: il manico il colore,
    “questo neo di ruggine non c’era sul mio”
    e la conferma che hai preso l’ombrello di un altro
    è il cerchio che preme alla testa,
    la condensa dei pensieri non tuoi
    che ti lecca la fronte e liquida il caso
    alla spicciolata.

    Veruska Vertuani-Sez.A-Accetto il regolamento

  121. Mariupol (Ucraina) marzo 2022

    Soffro con te
    insieme ai tuoi logaritmi mentali,
    sul cuscino di cotone a fiori
    dove appoggi le ciglia finte
    di un recentissimo passato.

    E’ l’ora della guerra.

    Le bombe esplodono
    a distanze sempre più vicine,
    il sibilo assassino mi contorce le budella.

    Vorrei scappare nella notte fredda
    col mio colbacco d’aviatore
    e l’uniforme lisa accartocciata sotto il letto.

    Non c’è più ragione per vivere o morire,
    il mio domani si perde fra le stelle,
    annientato da futili pretesti e falsi arrivederci.

    Il pensiero sorvola ormai le nostre teste
    per cadere poi sconfitto
    nelle trincee delle nostre atrocità.

    Sez. A Accetto il regolamento

  122. Anna Rita Furcas
    Sez.A-Accetto il regolamento
    ANIME
    Nelle quiete lande del tempo
    nei malinconici crepuscoli
    nelle brezze marine
    ti ho cercato.
    Le nostre anime si sono riconosciute
    tra gli incanti delle albe
    tra le siepi incolte
    di un caldo pomeriggio d’estate
    tra il freddo imbrunire d’inverno.
    Nuove vite si aprono
    e noi ci ritroveremo sempre.
    Anime gemelle
    in un incontro perenne.

  123. FISSO UN FERMAGLIO
    Fisso un fermaglio di cieca speranza
    sulla veste dell’anima,
    sgranata tutta
    nel cielo dei miei silenzi,
    fragile e marcia
    come l’edera nel grembo di palude.

    E la spuma degli erosi sensi
    frizza vivace
    nel catino del mio Amore,
    fuoco d’ombra
    sulla pelle dei giorni carnivori
    nutriti da vanità di tomba.

    La mia stella è un sogno da sveglia,
    trepidante vagabonda
    in trasparenze d’albore, piumosa
    di sole nel sonoro del desio
    mi svuota e riempie
    d’ogni ineffabile delizia.

    A scantare il diluvio d’atroce pianto
    dell’angosciosa ragna,
    speme di cuore e mente mi spinge,
    mi lega con corda di vita in vita,
    chiodata al mio ramo
    da cui pendolo in gioco della sorte.

    Così, in prima, ultima e cosa sola credo
    e non credo, vedo e non vedo,
    d’amorosa fede navigando
    verso il porto che a originaria mirabilia,
    ad armonia di verità adduca,
    via dal gorgo del nulla.

    Sandra Ludovici
    Sezione A
    Accetto il regolamento

  124. SILVIA SILLANO
    accetto il regolamento, sez. a

    GEOGRAFIE PROVVISORIE
    Quando saluti dalle banchine deserte,
    vicino ai binari, l’ultimo convoglio
    prima della notte
    senti tagliente la possibilità
    del non-ritorno.

    Parti, te ne vai,
    forse ritornerai meno uguale
    a te stessa.
    Non necessariamente migliore.

    E gli occhi cercano qualcosa,
    guardi dai finestrini
    sfilare campi cuciti
    da strade storte e capannoni.
    Si fermerà mai?
    Già senti che quanto vedrai
    non ti appartiene, ti sfuggirà
    come questo orizzonte,
    ricordo di vetro
    tagliato dal finestrino.

  125. Caterina Marchesini
    accetto il regolamento, sez. A

    QUELL’AMORE

    Quell’amore,
    che legò le nostre anime,
    dalla notte dei tempi,
    placò le nostre ire.
    Quell’amore,
    che durò all’infinito,
    dallo spazio senza tempo
    trasmutò nell’indistinto.
    Quell’amore poi
    divenne un tutt’uno
    col nostro essere
    e la nostra essenza.
    Con la nostra presenza.
    Con la nostra incoscienza.

  126. Paese mio lontano (traduzione dal dialetto calabrese)
    Paese mio così dolce e abbandonato
    Ho sempre un tuo ricordo ad ogni ora.
    Il mio grande cuore da te allontanato
    Sanguina ora che sono andato alla ventura.

    Ti porto con me dalla sera alla mattina
    Sempre con me e non ti lascio mai.
    Non ho mai un solo minuto di ripensamento
    Che tanti guai non mancano mai.

    E mi ricordo dei mesi soleggiati
    Tanti alberi fioriti e uccelli canterini,
    il pioppo, le rose e il grano delle missate
    e lo zio Titto che mesceva il vino.

    E pura la fitta nebbia che scendeva dalla montagna,
    l’asinello vecchio e scontricato di zio Nicola
    che ogni sera ritornava a casa stanco, e caricato
    di erba fresca e legna di castagno.

    Ricordo i panni appesi al piccolo orto
    Zia Rosa e zia Rita che lavavano cantando.
    Le foglio del fico giravano
    E il vento che fischiava e le faceva andare in alto.

    Sento suonare le campane a festa.
    Zio Stefano le suonava piano piano.
    Mi faccio il segno della croce e un dolore di testa
    Mi piglia ora che sono da te lontano.

    ***

    Paise miu luntanu
    Paise miu ccussì duce e abbandunatu
    .tiegnu sempre nu ricuordu ad ogni ura.
    U grande core miu de tie alluntanatu
    Sanguina mo che signu iutu alla ventura.
    Ti puortu da sira alla matina appriessu,
    sempre ccu mia e nun te lassu mai.
    Un tiegnu mai nu minutu de riciessu
    ca trabuli e guai nun mancanu mai.
    E m’arricuordu de li misi assulati,
    tanti arburi Juruti e acielli canterini,
    u chiuppu, e rose e lu granu de missate,
    e lu zu Tittu ca miscie lu vinu.
    E puru a neglia fitta da muntagna,
    u ciucciu e zu Nicola scontricatu
    ca sira si ricoglie stancu e carricatu
    d’erba frisca e de ligna de castagna.
    Ricuordu i panni appisi all’orticiellu.
    Za Rosa, za Rita cantando chi lavavanu.
    E pampine de ficu giravanu a muliniellu
    E lu vientu che fishcave e che l’azave.
    Sientu lu tuoccu de campane a festa.
    1000000U zu Stefanu sonava chianu chianu
    Mi fazzu a cruce e nu dulure e testa
    Mi piglia mo’ ca signu e tia luntanu

    Francesco Gagliardi
    Accetto regolamento, sez. b

  127. “L’ ora d’ amore”
    Ho voglia di riposare l’ anima
    dagli sforzi del cuore.

    M’ affacciai alla finestra dei pensieri.
    Mi ridussi a essere una parte di me stesso,
    e allo sfiorare del vento
    mi rividi
    come una conchiglia che viene dal mare
    sulla spiaggia immensa della vita.

    Diego Civita.Sezione A.Accetto il regolamento.

  128. Sogno di un emigrante
    Paese mio dolce e spensierato,
    ti ho lasciato ancora giovinetto,
    con dolore e tristezza per cercar fortuna.
    Or che son vecchio e senza più speranza
    di ritornare tra quelle vecchie mura,
    rinverdisci almen il mio cuore sanguinante
    pieno di tribolazioni e di dolore.
    Fammi sognare ancora un’altra volta
    quando ancora bambino e coi calzoni corti
    andavo in giro per vie e terre amiche
    ad acchiappare i grilli e le cicale.
    Sana le mie piaghe sanguinanti
    che la lontananza non ha mai guarito.
    Mi bruciano, mi bruciano tanto
    e che nessuna medicina ha mai lenito.
    Paese mio circondato di grano e di papaveri,
    di granturco, di sulla, menta e citratella,
    fai risvegliare in me antichi odori,
    i profumi della mia dolce gioventù perduta.
    Fammi pensare sempre a mamma mia,
    a quella cara e dolce vecchierella.
    Pregava ogni istante e piangeva lacrime cocenti
    perché sapeva che non sarei mai più tornato.
    Paese mio dolce ed odoroso,
    fammi sentire il canto degli uccelli,
    il cinguettio delle rondini,
    il canto dei grilli, delle cicale, il volo dei passeri.
    Fammi questo miracolo d’amore.
    Fammi vedere il volo dei fringuelli, dei merli e delle tortorelle.
    E fammi pure sentire il rumore del ruscello
    diverso dal rumore assordante di questa mia nuova grande città

    Francesco Gagliardi
    Accetto regolamento sez. a

  129. ODE AL MARE

    Si distendono come vele
    le nuvole
    mentre le dure reti
    scavano nelle profondità
    dell’anima del mare,
    a cercare parole e comete ormai smarrite.

    È forse il mare ad indicare la strada?

    I pittori rendono quieto
    il suo divenire silenzioso
    e la sua corteccia diventa il volto
    dove mille colori si abbracciano.
    Poi il buio,
    ed i racconti dei pescatori
    si fanno vivida luce,
    e come lanterne
    rischiarano incertezze.
    E attraverso il suo aroma dorato
    rendiamo al mare profondo
    il flusso inarrestabile delle nostre idee.
    Le nuvole si spiegano come vele,
    le reti ritrovano la luce
    e le parole,
    divenute comete,
    scoppiano di gioia
    davanti ai nostri occhi.

    Attoniti.

    È forse Dio ad indicarci Il mare?

    Sezione A Accetto il regolamento Autore Antonio Stasolla

  130. Giungevo arida nel mondo
    Giugevo laddove non c’era erba
    Ero incauta nel procedere
    Deserto il pensiero
    Pioggia la parola
    Giungevo sobria nella carta
    Giungevo laddove non c’era inchiostro
    Ero ilare nel cammino.

    accetto il regolamento, sez. a

  131. IL CALICE D’AMORE

    Come rami d’ulivo i nostri corpi s’intrecciano,
    e in una primavera sfiorita i sentimenti si risvegliano
    come boccioli clandestini,
    che osano sfidare i loro destini.

    Nell’attimo rapito,
    beviamo in un calice fiorito
    l’elisir di proibite emozioni,
    mentre ruotiamo sui ruderi delle stagioni.

    L’agape pura della divinità, appetitoso
    mi scivola dentro come nettare delizioso,
    diffondendo, come un fiore,
    il suo polline con ardore.

    Le mie labbra inaridite, si dissetano
    con gocce che scivolano
    giù, dolcemente
    e colmano la mia arsura, lentamente.

    Incastonati come rami frondosi
    esiste solo, vera vita, fra giorni luminosi,
    il nostro brindisi, dolce e infinito,
    un amore che fiorisce, in un abbraccio sommo e ardito.

    Sara Francucci – sez. A – Accetto il regolamento

  132. ancora, incontrerò
    tra schizzi di brina
    e variopinte farfalle
    sulla via del desiderio
    incontrerò ,il mio amore
    vestito tutto sgargiante
    con i colori dell’allegria
    Mi abbraccerà forte
    senza dire parola ,urlerà
    donandomi luce di anima
    attonito,ammirerò silenzio
    che sta a piangere il cuore
    mentre con mano leggera
    accarezzerò volto sognato
    camminando tra nuvole
    con vapori di lacrime

    Senza è pparole

    Ancora te chiammo ammore
    quann”o sole se ne scenne
    èo friddo d’a notte senza fine
    appartène sule a mme
    Muto e sulagno, cerco ‘a tte
    ìnto’a nu penziero antico
    allargato e senza tiempo
    Tu, stranuta, nun me addispunne
    pe dinto ‘o munno ‘ndrizzuluta vaie
    Veco ancora l’uocchie belli tuoie
    ca pure cercano ‘e mmiei
    Senza è’pparole arragionano
    mentre se vasano appassiunate
    addicennose: si sulo tu ‘a vita mia

    Senza parole versione in lingua di senza è pparole

    Ancora ti chiamo amore
    quando viene la sera
    e sento freddo nella notte infinita
    Solo ed in silenzio ti cerco
    in un sogno di tanto tempo fa’
    Tu, stranita non mi rispondi
    te ne vai nel mondo aggrovigliata
    Vedo i tuoi occhi belli
    che cercano ancora i miei
    Senza parole parlano
    mentre si baciano appassionati
    dicendosi: sei solo tu la mia vita
    ACCETTO IL REGOLAMENTO, sez. a

  133. Sez. A
    Angelo NAPOLITANO
    Accetto il regolamento

    DEL PANE FATTO CASA
    Un giorno. Fatto uomo nel tuo grembo.
    O una notte… Una vita… o una morte.
    Un tempo benedetto dalla gioia…
    Sapere che già tutto è stato fatto
    non è la fine della fantasia,
    ma la premessa all’incominciamento.
    “E che la morte, a noi, ci trovi vivi.”
    Senza il terrore dell’annullamento,
    senza il terrore, mai, dell’abbandono,
    legati solo dalla libertà,
    catena che la ruggine non coglie.
    “Nel tempo dell’inganno universale
    la verità è la rivoluzione.”
    Se io non t’amo come tu vorresti
    sappi che t’amo come io so amare…
    Se ti deludo… sono quella mela
    che il verme ha preferito tra le altre.
    Sono la grappa della botte buona
    che scioglie il tuo pensiero e la tua voce;
    la litania del cento volte Mater !
    Il Tota pulcra che tempesta il vento
    davanti al Vas insigne devotionis,
    Vas honorabile et spirituale…
    Rosa mystica… Mistico il tuo seno…
    Mistico il bacio che m’avvolge il cuore.
    Mistico il succo… neve dell’amore,
    raccolto e consacrato al tuo sorriso.
    Non piangere se un giorno me ne vado;
    sorridi perché un giorno m’hai incontrato,
    ché dentro te ho eretto un monumento,
    un celebrante sempre innamorato
    di te, del tuo sembiante e del tuo amore.
    Dorato tabernacolo vivente.
    La lampada più bella che accendiamo
    non mostra mai bagliori di una luce,
    ma fa ammirare l’ombra che c’inonda,
    il pane fatto casa che ci nutre,
    protegge, accoglie e assolve ogni eccato.
    “Mai più imputati in cerca d’espiazione”.

  134. Sez. B
    Angelo NAPOLITANO
    Accetto il regolamento

    ‘NCARNAMIENTU
    ‘U bumminieddru ‘mbrazza ara madonna…!
    Ohi… ! Viat’a ttie, bumminieddru mio!
    Ti viju abbrancicat’aru capicchiju
    d’a ‘mmaculata vergine Maria…!
    E grazi’ ‘a cicciu ca ti chijami dio…!
    Quannu cc staiju, sugnu dio pur’io.
    Ca li si’ figliu, patre e patriarca.
    Si ‘ntr’a vuccuzz’ha’ fattu la sc-cumiddra,
    ‘a vidi fuje cumu na perduta;
    ti ‘ncufuzza de minna e de pupiddra,
    ti piglia ‘mbrazza e ti ‘nnachija ririennu
    e dice… “Ohi masculiddr’e mamma, suca,
    sucam’a minna e sucami lu core;
    pigliati tutto chiru chi ti piace,
    Sàziati de mamma, e statti ‘mpace!
    Ch’a pace mia si’ ttu, ricchizza mia,
    trisuoru ch’aru munnu nun c’è gualu;
    Mo’ dorme, abbrancicatu a mammareddra,
    ca mammareddra si divaca tutta
    ‘ntra la vuccuzza tua, gioia mia.
    E si mi suonni. sònnami cuntenta,
    cuntenta de la vita e de la morte.
    Tu dici ca si’ dio rincarnatu?
    Se cos’unne capisciu, figliu mio;
    capisciu ca de quannu tu si’ natu
    ti viju ‘ncarnat’a mie… ed io a ttie.
    E quannu muori tu… o muoru io,
    ‘un cangia nente, picciriddru mio;
    tu m’ha criatu’ed io haiu fatt’a ttie;
    more ru munnu e tu si’ sempre ‘u figliu
    d’a ‘mmaculata vergine Maria!

    INCARNAZIONE
    Il bambinello in braccio alla madonna…!
    Ma beato te, bambinello mio!
    Ti vedo abbarbicato al sacro seno
    d’immacolata vergine Maria!
    E tante grazie, che ti chiami dio…!
    Quand’io ci sto, sono a mia volta dio.
    Tu le sei figlio, padre e patriarca.
    Se tra le labbra schiuma la saliva,
    la vedi, corre come una perduta,
    di coccole e di seno ti rimpinza,
    ti prende in braccio e culla col sorriso,
    e dice… “Oh maschietto mio, succhia,
    succhiami il seno e succhiami anche il cuore,
    pigliati tutto quello che ti piace,
    saziati di mamma, e dormi in pace!
    La pace mia sei tu, ricchezza mia,
    tesoro che al mondo non c’è uguale;
    ed ora dormi, dormi a me abbracciato,
    che la tua mamma tutta in te si svuota,
    nella tua dolce bocca, gioia mia.
    E se i sogni, sognami contenta,
    contenta della vita e della morte.
    Tu dici che sei dio incarnato?
    Non lo comprendo io, figlio mio;
    comprendo che da quando tu sei nato
    ti vedo a me incarnato… ed io a te.
    E quando muori tu… o muoio io,
    non cambia niente, bambinello mio;
    tu mi hai creato ed io ti ho generato;
    perisca il mondo e tu sei sempre il figlio
    d’immacolata vergine Maria!

  135. Sez. A
    Roberto Collari
    Accetto il regolamento

    Ho vissuto la tua morte

    Ho vissuto la tua morte,
    quel silenzio composto
    che si interpone
    innanzi alla tua lapide
    e arronciglia le mie carni.

    Ho vissuto la tua morte.
    Un velo carminato dal dolore
    cela le tue membra assenti.

    Le radici del mio amore
    coglieranno l’infiorescenza
    con nuova linfa –
    asseconderò la veglia
    di quel che resta del giorno.

  136. Sina Mazzei
    Sezione A accetto il regolamento

    La pace dentro di me

    La pace la trovo dentro me,
    quando tutto è come è, così come deve essere,
    e tutto ciò che sarà non pesa più,
    perché la pace è qui, nelle mie mani aperte.

    Non cerco più nell’orizzonte lontano.
    Ciò che è necessario già vive nel mio cuore,
    che riflette senza paura l’infinito sopra di sé,
    abbracciando il mistero di ciò che è.

    La pace è in quel nulla che sa di tutto,
    dove il caos si scioglie e la mente riposa,
    quando il mondo smette di lottare
    ed io smetto di cambiare.

    E quando il mondo mi chiede di correre,
    la pace mi insegna a fermarmi,
    a ritrovare il ritmo naturale del mio cuore,
    senza paura di perdermi.

    La pace è l’abbraccio del presente che non ha fretta né parole,
    è un fiume che scorre lento, senza urgenze.
    Nel caos del vivere, trovo così il mio ordine,
    che non ha bisogno di spiegazioni,
    ma che si svela nei gesti più semplici,
    nel fluire di un pensiero vero che non si ferma.

    E in un mondo che conosce troppo bene la guerra,
    la pace è una forza silenziosa
    che combatte il buio con una luce di speranza.

  137. Ammiro il silenzio
    stagnante, si nasconde
    alla notte,
    dopo che il sole accarezza
    il mattino
    Assopito e stanco
    si risveglia di buio
    E riposa la strada
    mentre Il rapace
    si diletta tra i rami
    a contare gli artigli con le ore
    La vita nella vita
    meraviglia della natura
    si sveglia e si assopisce
    al tuo canto
    E io ricerco quell’attimo
    perso del tuo passo

    Susy Gillo
    Sezione A Accetto il regolamento

  138. Attimo di infinito

    Mi rigiro nel letto stamattina sembro una foglia agitata dal vento
    Dovrei alzarmi ma non ne trovo il tempo

    La penna impazzita continua a tracciare pensieri,
    il foglio si veste di me ed io divento parte di lui

    Ci completiamo come due amanti felici
    nulla potrà turbare quest’attimo di infinito

    Cristina Spennati

    Accetto il regolamento, sez. a

  139. Manuela Muffato
    Sez. A accetto il regolamento

    L’ISTANTE

    Dopo il tempo del sole
    ritormo al tempo del pensare
    Odio
    questo tempo
    molle e grigio
    Amo
    il tempo di un battito
    il sapore di un attimo
    bruciato in un istante

    Matlon
    (Manuela Muffato)

  140. COME UN’APE

    Quando ogni sera
    torno a casa
    e ti trovo sola
    e mi guardi coi tuoi occhi stanchi
    e non mi fai domande,
    solo se ho fame
    e se ho perso a carte,
    e io non ti vedo
    rinsecchita come sei
    e nessuna passione
    mi travolge, nessun desiderio,
    se non quello di abbracciarti
    delicatamente
    riconoscente
    senilmente,
    come un’ape su un fiore ti bacio
    sulla vecchia bocca senza sapore.
    Se la vita rallenta
    non rallenta la sua offerta
    e sempre ti concede
    di cominciare da capo.
    E mentre sono a letto
    e tu già dormi,
    ti prendo per mano
    e mi chiedo cos’è
    questa serenità e questa pace,
    e non trovo risposta.

    sez. a accetto il regolamento

  141. Eclissi di sale rosso acceso
    Per tutte le anime migranti

    Infinito spazio di cristallo
    questo cielo di cobalto innaturale
    e un mare che si veste di silenzio
    mentre gli occhi riflettono le onde.
    È miscuglio d’anime indifese
    che confondono pensieri con il vento,
    è battito di ciglia all’orizzonte
    e calpestio di membra infrante sulla riva.
    Qui le acque torbide sussurrano
    spuma in mezzo al pianto
    e le urla colorano suoni sulle rocce,
    su scogli di pietra eterna e indifferente.
    Canta la tristezza dentro vortici
    di sogni e ricordi su ossa frantumate
    e l’aria annega le parole nell’abisso,
    ma parla ancora la mia lingua disseccata
    e tra le mani storie ricucite sulle onde
    in un’eclissi di sale rosso acceso.
    È lacera la barca che buca il nero della notte
    e taglia muri opachi di sbiadita indifferenza,
    vele strappate come vecchie ragnatele
    bloccano, soffocano, graffiano la voce.
    È rosso sangue il mare del destino
    e l’urlo ghiaccia tra i sentieri del silenzio.

    sez. a accetto il regolamento

  142. APRILE

    Giunta primavera:
    l’anima si esalta,
    esulta la vita,
    è chiara la sera.
    Tripudio di fiori,
    un coro di ali
    tra strali di luce
    dai tenui colori.
    Annuso il tepore
    d’un sole gentile,
    da sola cammino
    nel chiaro bagliore.
    Solerte d’insetti
    brulica la terra,
    li osservo abulica:
    preziosi e perfetti.

    sez. a accetto il regolamento

  143. Amore disperato
    “Dedicato alla giornata delle donne”

    Il mio Amore per te, era Sincero!…
    il mio Amore per te, era Vero !…
    Ti ho dato il mio corpo…
    Ti ho dato la mia anima…
    e Tu – come mi hai ricambiato?

    Mi sentivo una nullità, emarginata…
    mi hai rinchiuso nella casa…
    – “come bestia affamata”!…
    Ti ho donato una bimba
    con il “frutto dell’Amore”…
    sempre stretta sul mio cuore
    per coprire il mio dolore!…

    Ma un giorno son caduta
    con la spinta che mi hai dato
    la tua mano era armata e colpivi il mio corpo.

    La tua furia scatenata, più colpiva all’impazzata…
    non contento, hai infierito sul mio cuore
    quella lama appuntita, che tenevi tra le dita!..
    Il mio sangue che schizzava, il tuo viso ricopriva
    nel tuo sguardo tanta “ira” sul mio corpo “infieriva”!..

    Non contento – hai diviso il mio corpo,
    sistemato in valigia, la portavi poi a spasso …
    per posarla in una via…
    quel tragitto che per te – mai finiva!…

    Con il “fiuto” di un cane, sono stata ritrovata,
    la valigia consumata, giù in fondo la “scarpata”..
    era tutta ricoperta, da una misera “coperta”!..
    Sono stata ritrovata, senza avere un lamento
    ma ti giuro “amore mio”… i tuoi “colpi” ancora sento!…
    La mia pace ho ritrovato, mentre sei “ricercato”…
    alla fine hai “confessato”… e hai detto : “Ti ho Amato”!…

    Sapia Andriani “25/11/2019”
    sez. a accetto il regolamento

  144. Libertà

    È un volo la libertà
    con il coraggio
    di affrontare il vento
    sciogliendo le catene
    superando gli ostacoli.
    È il sorriso
    di chi osa sognare
    di chi decide
    di non rinunciare.
    È un respiro profondo
    il desiderio
    di un mondo migliore
    dove ogni voce
    può essere ascoltata
    ogni vita realizzata.

    Raffaele Di Palma
    Accetto il regolamento, sez. a

  145. Nome: Martina
    Cognome: Lo Bue
    Titolo: La consapevolezza
    Sezione A
    Accetto il regolamento

    Nel buio io, adesso, mi vedo, mi osservo e di nero mi vesto…
    Riconosco in me variopinte emozioni
    e ventagli pieni di mia personalità.
    Finalmente sola, finalmente me stessa sopra ogni cosa.

    Ma l’incubo è lì,
    mi minaccia e mi sfida.

    Ma il mio compito,
    da me preso in considerazione per la mia esistenza quieta
    e innamorata di migliaia di altre sfumature
    racchiuse in una sola anima,
    è quello di ammaestrare
    i miei incubi
    e di apprezzarli e accoglierli.

    Nonostante il male o il bene.

    Convivono in ogni spirito,
    e col tempo
    e con altrettante paure sconfitte,
    ci si innamora perdutamente di esse,
    si scopre siano parte integrante di noi
    che possiamo utilizzarle
    con gli strumenti imparati nel trascorrere di ogni secondo
    della nostra esistenza,
    data alla conoscenza del sé e del prossimo
    e attraverso noi medesimi e altri personaggi a noi affini.

    Tutto convive con un labile equilibrio
    dato a non fallire mai
    per ragioni del destino e degli stimoli da noi vissuti.

    Nel groviglio di anime,
    fin dalle prime arrivate nella vita e nella storia dell’umanità,
    tutti siamo connessi
    anche se non tutti, purtroppo,
    consideriamo questa consapevolezza.

  146. Sezione A – Accetto il regolamento

    L’ARTE DI RESTARE

    Ti muovi leggera,
    come un pensiero buono
    che attraversa la stanza.

    Mi guardi —
    e in quello sguardo c’è il mondo,
    ma senza pretese.

    Tu non chiedi,
    non esigi,
    sei presenza che scalda,
    che tace,
    che sa.

    Tra i cuscini e i libri
    hai costruito il tuo regno silenzioso
    e io, ospite grata,
    imparo ogni giorno
    la pazienza dei gesti piccoli,
    l’arte di restare.

    Nel tuo dormire raccolta
    c’è la pace che cerco,
    nel tuo gioco improvviso
    l’invito a non diventare mai
    troppo seria.

    Non sei “soltanto” una gatta.
    Sei il mio angolo di cielo,
    sei casa
    anche quando tutto fuori
    è tempesta.

  147. Sezione A- accetto il regolamento

    SENTITI OLTRE

    Vieni dove
    gli oceani fluiscono
    e rifluiscono per te,
    acque che muovono immagini
    che ti abitano.
    Vieni dove gli uccelli cantano
    e si uniscono in stormi di verità per te,
    ali che danzano libertà
    dove tu profondamente esisti.
    Per te il sole gioca con la luna
    e le stelle brillano come candele nel buio,
    tutto è lì, per te.
    Vieni dove puoi dare
    al giorno nuova luce,
    dove essere si fonde con sentire
    e crea l’oltre,
    sali sul tuo corpo
    e portati lontano,
    forte dell’infinito
    dove non ti basta più solo un mondo.
    Segui la poesia
    che ti risuona nel cuore
    e si riflette fuori,
    senti fin dove arrivano
    le strofe, le immagini,
    le acque, le ali,
    il sole e la luna.
    Senti dove arrivi tu
    e dove continua tutto.

  148. Sezione A
    Accetto il regolamento
    Intrecci di semola

    Nel tempo del tempo,
    nel cuore della terra, dell’isola antica,
    le donne tramandano, da madre in figlia,
    antichi legami, fili preziosi, intrecci di lignaggio.

    Tra passato e futuro si tesse l’asfodelo,
    radici e promesse, mani sapienti, mani di cure,
    un sapere che mai si perde.

    Tre strati leggeri, la Trinità preziosa,
    terra, sole e luna uniti in speranza,
    fili benedetti al sole asciugano,
    per nutrire corpo e anima,
    ogni pellegrino, ogni malato.

    In quel fondo di fili e memoria,
    le mani danzano, custodi d’amore,
    ogni nodo racconta una storia infinita,
    un legame di terra, vita e cielo.

    Su filindeu, sostegno prezioso,
    nutrimento per ogni viandante,
    che mai deve cedere, mai rinunciare,
    al cammino d’amore che Sardegna offre.

    Sardegna di cuore, Sardegna nel cuore, intreccio d’amore.

  149. Si fa presto a dire Amore…

    A debita distanza è facile l’amore.
    Quando lo scambio di pelle e fiati
    perde il fuoco fecondo che incolla
    i corpi nella malia del sesso e del piacere

    allora star vicini è una sfida contro
    la corazza del tempo, dove la memoria
    spazzata da un vento che l’usura
    disperde la polvere degli anni, e delle vite.

    E’ allora che si presenta Amore
    e il suo sorriso rischiara la riva
    inesplorata dove la promessa – quieta –
    si assopisce e diviene fiducia.

    Sorride Amore, e senza far rumore
    e senza inganno alza il pattuito
    – Chi va là?-
    a ogni gesto che contrasta libertà.

    sez. a accetto il regolamento

  150. FINALISTI DELLA PRIMA EDIZIONE DEL PREMIO POETA IBRIDO

    SEZIONE A (poesia in italiano)
    “L’abbaglio” di Sambruna Lorena Silvia
    “Sarà in un’altra vita” di Maria Carmela Dettori
    “Stelle” di Rosario Tomarchio
    “Quando arriverà la consapevolezza” di Alice Silvia Morelli
    “Cola” di Carmela Laratta
    “Asdrubale” di Giuseppe Cataldi
    “L’arte di restare” di Paola Valenti

    SEZIONE B (poesia in vernacolo)
    “Narami” di Rita Coda Deiana
    “A sulitudine” di Francesca Patitucci
    “N’atru juornu senza i tia” di Barbara Di Francia
    “La Stantha” di Aldo Ronchin
    “Su pani carasau” di Maria Carmela Dettori
    “Littara aru figliu” di Angela Maria Malatacca
    “Lu cuntu di li cunti” di Jonny Souto

    Si ringraziamo tutti i partecipanti, si invia alla partecipazione del nuovo Contest online da pochi giorni: https://oubliettemagazine.com/2025/05/17/contest-letterario-di-poesia-e-racconto-breve-poeti-e-scrittori-ditalia/

    1. Ringrazio tutta la Commissione per avermi selezionato tra i finalisti della sezione dialettale, un poesia popolare ricca di emozioni che rievoca la sorpresa negli occhi dei bambini per quelle tradizioni, che non dovrebbero mai tramontare, ma essere il sale della vita. Colgo l’occasione per ringraziare e mi complimento con tutti gli altri finalisti! Viva la poesia!

  151. Onorata e felice. Infinitamente grazie di cuore e complimenti a tutti gli autori.

    1. Onorata della scelta, ringrazio tutta la Giuria. In bocca al lupo a tutti i finalisti.

  152. Onoratissima, ringrazio la qualificata Giuria e mi complimento sinceramente con gli autori finalisti

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