Prima edizione del Premio “Poeta Ibrido” – bando di regolamento
“La luce della luna arriva/ e rimane nell’oscurità/ il folle amore brucia in fretta/ sfilacciando fili deliziosi.// Gli amanti non hanno età/ la passione che hanno in cuore/ arriva dal fiume solitaria/ fino a casa loro.” ‒ “La luce della Luna” edita nella racconta “Il rombo di un tuono” ne “Versi di Sardegna – terza edizione”
“Lughe de luna giuchet/ e in s’ iscur’abbarrat/ dellíriu in presse brujat/ filos galanos istramant.// Sos amorados non ant etade/ s’amantìa chi tenent in coro/ giughet dae su riu, in solidade/ finzas a domo issoro.” ‒ “Lughe de luna”, ibidem

Regolamento:
1.La prima edizione del Premio “Poeta Ibrido” è promossa da Oubliette Magazine e dal poeta e scrittore sardo Franco Carta il cui pseudonimo è proprio Il Poeta Ibrido.
La partecipazione al Premio “Poeta Ibrido” è riservata ai maggiori di 16 anni.
La partecipazione al Premio “Poeta Ibrido” è gratuita.
Il tema è libero.
2. Articolato in due sezioni:
A. Poesia in lingua italiana (limite 100 versi)
B. Poesia in vernacolo (limite 100 versi)
3. Per la sezione Poesia in lingua italiana si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Per la sezione Poesia in vernacolo si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. È consigliato l’inserimento della traduzione in lingua italiana sottostante l’opera in concorso per facilitare la lettura alla giuria ed ai lettori. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.
4. Premio:
Sezione Poesia in lingua italiana
1° classificato: raffinata targa con inciso il proprio nome + attestato
2° classificato: raffinata targa con inciso il proprio nome + attestato
3° classificato: raffinata targa con inciso il proprio nome + attestato
4° classificato: attestato
5° classificato: attestato
Sezione Poesia in vernacolo
1° classificato: raffinata targa con inciso il proprio nome + attestato
2° classificato: attestato
3° classificato: attestato
5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 27 aprile 2025 a mezzanotte.
6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:
Alessia Mocci (Editor in chief)
Franco Carta (Poeta e scrittore)
Antonio Barracato (Poeta e scrittore)
Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)
Simona Trunzo (Scrittrice, illustratrice e collaboratrice Oubliette)
Samuel Fernando Pezzolato (Poeta)
Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)
7. Il Premio “Poeta Ibrido” non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.
8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.
9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Premio Poeta Ibrido” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.
10. È possibile seguire l’andamento del Premio ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Premio Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.
11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.
Buona partecipazione!

Sez. A
VIVERE CONTROMANO
Non voglio perdermi un solo istante,
di questa vita vibrante, sfuggente,
una gioia, un tormento, un frammento,
ogni attimo è un dono, ogni respiro un evento.
È bella così, così com’è,
con i suoi alti e bassi, tempeste e quiete,
le furie che gridano, i silenzi che cullano,
le gioie improvvise che il cuore scompigliano.
Non voglio perdermi un tramonto rosato,
il mare calmo, l’orizzonte velato,
o le onde ribelli che sfiorano il viso,
piccole gocce d’acqua, un tenero sorriso.
Voglio abbracciarla, questa vita contromano,
con l’adrenalina che m’ingabbia la mano,
e la speranza che lava, che purifica il cuore,
un battito nuovo, un ritrovato calore.
Non mi perderò nessun momento,
ogni istante mi forgia come il vento,
mi trasforma, mi rende un po’ più vera,
per tornare a sperare, ricominciare a sera.
Antonella Chiego
(Accetto il regolamento, sez. a)
Quanto silenzio sotto questa luna – Sezione A – Accetto il regolamento
Accarezzo con la mano il profilo
di un paesaggio montano.
Qui è possibile che un falco si levi
fisso nelle altitudini estreme.
Eppure, il sapore terrigno
dei tuoi baci,
mi trattiene al suolo cosicché
non cerchi di aprire le ali spezzate
da un croco variopinto, da un vento,
dall’immensa compassione
che mi volle boschiva creatura.
Il suono secco delle monete
non assembra quello d’acqua sorgiva.
Il fruscio delle banconote
non ricorda lo stormire tra le foglie
di uno zefiro.
Cerco un silenzio che non abbia
la roboante speme impazzita del mondo.
E lascerò la tua mano,
sfregherò le mie ossa per accendere
un fuoco che abbracci le strade dei vecchi paesi,
che bruci d’amore le case aggrappate
ai graspi, alle nidiate ascose tra i rami.
Immagino una dimora sferzata dal vento,
come un panno messo ad asciugare.
La vedo solitaria. La vedo.
Mugghia come un mare in burrasca,
geme per gli anni che gravano sulle sue spalle,
ma fiora silenziosa. E tu domani tornerai
e insieme aspetteremo che lieviti la carne bianca
nell’ora del pane.
Nome: Stefano
Cognome: Budicin
Titolo: Partitura di un amore
Da un bacio mi portasti a disvelarmi
e nella tua bellezza mi deposi
come un fiore che avesse a lungo atteso
riversare le varie sue fragranze
nel palpito botanico del mondo.
Da troppo tempo erravo alla deriva
ma giunse la tua voce ad agitare
le correnti: così m’accorsi
e ascesi dagli abissi per ambire
al tuo sorriso, a quel profumo d’occhi
la cui suadente scia baluginava
e in acqua rifletteva il sovrumano
incanto che sortiva e mi intrideva.
In te trovai radice e desinenza
In te la quintessenza della Via
da perseguire, in te la sola china
cui intingere la piuma e al mondo
promanarti in un emporio di barbagli.
Accostami le labbra ancora e ascolta
amore, il verso di un poeta
che sa quanto sublime sia il futuro
che il pèlago del cuore mio deriva
dal nucleo imperituro dei tuoi occhi
colti che sono a scrivere sui miei
la nostra più preziosa partitura.
Accetto il regolamento (Sez. A)
sez. B, accetto il regolamento
A giacca e pàtrima
M’a ricùardu a ccuduru e da terra,
e chilla terra c’u jùarnu a mpurbarèava,
era llu tìampu appena doppi a guerra,
era llu tìampu chi si meadicampèava.
U postu sua era alla spallera e da sèggia,
quann’era ppisanta e da pùrbara pijèata,
na scotidijèata e ddiventèava llèggia,
pronta ppe nn’èatra jurnèata.
Intra na sacca c’èra ssempri u muccaturu,
e tutti i quattru zinni era annudèatu,
alla frunta ll’asciuttèava llu suduru,
alla fina e da jurnèata era nzuppèatu.
Intra d’èatra sacca, c’era llu curtìallu,
ppe appizzutèari o abbelliri nu jettunu,
ppe ttaglièari u pèanu, allu morsìallu,
ppe mpidèari na sazizza allu carbunu.
Na mànica mi ricùardu ch’era scighèata,
mpinta alli ruvetti e chilla spèara via,
mamma ll’avìa ccu ccura arripezzèata,
un ci parìa bella quanni papà s’a mintìa.
Ma ssa giacca a nullu avìa dde pariri bella,
sudu a ppàtrima avìa dde fèari cumpagnia,
si chiovìa, supa a chèapa ppe d’urmella,
ccu llu vìantu, abbuttunèata ppe lla via.
Mo sta sempri suda a ssa spallera e sèggia,
ca un c’è cchiù a ssu munnu chini ti portèava,
mo si ssenza pùrbara e ssi cchiù llèggia,
ma era cchiù bella quanni ti mpurbarèava.
***
La giacca di mio padre
La ricordo come il colore della terra,
di quella terra che il giorno la impolverava,
era il tempo del dopoguerra,
era il tempo in cui si viveva male.
Il suo posto era la spalliera della sedia,
quando era pesante per la polvere presa,
bastava scuoterla e diventava leggera,
pronta per un’altra giornata.
In una tasca c’era sempre il fazzoletto,
dai quattro lati, era annodato,
alla fronte gli asciugava il sudore,
a fine giornata, era inzuppato.
Nell’altra tasca c’era il coltello,
per appuntire o abbellire un vetusto,
per tagliare il pane a colazione,
per infilare una salsiccia ai carboni.
Una manica, ricordo che era strappata,
ai rovi di quella impervia via,
mamma l’aveva con cura rattoppata,
non di bell’aspetto quando papà l’indossava.
Ma questa giacca non doveva sembrare bella,
solo a mio padre doveva fare compagnia,
se pioveva, sul capo per ombrello,
con il vento, abbottonata per la via.
Ora stai da sola su questa spalliera,
perché non è più tra noi chi ti indossava,
ora sei senza la polvere e sei più leggera,
ma eri più bella quando ti impolveravi.
sezione A, accetto il regolamento
MI NASCONDO NEL SILENZIO
Amo vivere il silenzio
di un’esistenza quieta,
nel fragile equilibrio della vita
come foglia in autunno.
Vivo l’istante,
ringrazio a ogni alba e ogni tramonto,
un altro dì che ho vissuto.
Non sono sorgente d’ illusioni,
non ho risposte e soluzioni.
Tanti dubbi pungono la coscienza
in un’arnia d’ inquietudini.
Non occupo vetrine cangianti e iridescenti,
mi nascondo nel silenzio,
nel bisogno di essere libera,
di essere vera
nell’epoca delle banalità
e dell’apparire.
Mi sollevo lentamente come un fiore
nel gesto di sbocciare,
confusa nel mio respiro,
tremula di ricordi
nel contare i miei giorni.
Un ramo di colore sugli occhi,
quasi a contenere e ridimensionare la vista,
ingannando dolcemente.
la mia tela di rughe
che vive la normalità del suo tempo.
Partecipo alla sez. A
Accetto il regolamento.
T’aspetto… notte mia
Un sole che ferisce gli occhi
e solca sudore alle rughe, a malincuore
salperà al tramonto
nell’ora in cui inizia la mia vera vita.
Si scioglie il frammento di ghiaccio
incastonato nell’affanno
a disvelare me stessa, e tutto quel che
non racconto alla luce.
La mia magica notte è l’attesa
dei sogni, dei ricordi, di parole non scritte
per non cancellarle… esitante
nel vortice dei tormenti.
Sembra che il cielo, buio
in antitesi alla verità più acuta
m’aspetti
nella fretta di sondare…
E la mente si perde nel lamento
di cicale accaldate, d’amori rubati
di sirene lontane, ad accudire
le mie inutili ed essenziali speranze
ai miei proibiti e necessari ossimori…
Fino all’alba di un nuovo ritorno
t’aspetto, cara notte mia…
Al cospetto di me stessa e di ciò che
ancor sarò.
Partecipo alla sez.B
Accetto tutte le condizioni
A sulitudine
Dintra sta casa nu mari di genti, amici, parenti
criaturi mi vinianu a dinchi
nu cori d’alligria, e na tavula addui postu
nun c’era pi tutti
nua ni faciamu picculi picculi
pi sta tutt’assemi.
Si prigava, si mangiava, si cantava e quannu
i festi arrivavanu
nun c’era felicità cchiù granni.
E mo giru sula ‘nta sti stanzi c’adduranu
di nostalgia, di mancanza, d’amuri.
Guardu fotofografie senza culuri
stanch’ du tempu ca, senza pietà s’inn’è jutu
e vuci cchiù nun sentu ‘ntu giardinu
da giuvintù.
I figli su da mamma quannu su picculi
ma po’ na via loro piglianu, luntani
a travagliari e, ‘u cumpagnu di na vita sana
‘ntu megliu da cumpagnia
che ti vo’ rigalari, vena chiamatu du Signuri
e i carni mia si cunsumanu di duluri.
Aspettu cu ansia ca stu telefunu sona
pi mi senti ancora viva e nicissaria
ad ancunu… puri si sta trizza mia
jianca è divintata….
Ma cchì pozzu fa’…
Sulu i ricordi mi restanu e na carizza
a chi vogliu bbeni.
E m’aggiustu sti tazzi antichi ‘nta cristallera
c’à spiranza ch’ancunu vena
a si piglià na scarda di cafè.
A sulitudine è na brutta malatia
ca mi cunsuma a sti jorni, ca para
nun passanu mai, aspittannu a sorti mia
ca mi riporta a l’amuri da vita mia.
***
La solitudine
In questa casa un mare di gente, amici parenti, bambini
venivano a riempirmi il cuore di allegria
e al tavolo, dove posto non c’era per tutti
noi ci facevamo piccoli piccoli
per stare tutti insieme.
Si pregava, si mangiava, si cantava e
quando le feste arrivavano non c’era
felicità più grande.
E adesso giro da sola in queste stanze
che odorano di nostalgia, di mancanza, di amore.
Guardo fotografie sbiadite, stanche
del tempo
Che senza pietà, se n’è andato
e voci più non odo
nel giardino della gioventù.
I figli son della madre quando son piccoli
ma poi prendono la loro strada, lontani
a lavorare e il compagno di una vita intera
nel momento migliore, quando compagnia
ti vuol regalare, viene chiamato dal Signore
e le mie carni di dolore si consumano.
Attendo con ansia che questo telefono squilli
per sentirmi ancora viva
e necessaria a qualcuno
pur se questa mia treccia è diventata bianca.
Ma cosa posso fare…
Solo i ricordi mi restano e una carezza
a chi voglio bene.
E sistemo queste tazze antiche nella
credenza con la speranza che qualcuno
venga a prendere un goccio di caffè.
La solitudine è una brutta malattia
che mi consuma in questi giorni che
sembra non passino mai
aspettando la mia sorte che mi riporti
all’amore della vita mia.
sezione b, accetto il regolamento
Anninnia, anninnia
Su pipiu de Casteddu,
Bellu frorisceddu,
Sesi un’angiuleddu
Fillu meu pitticcheddu!
Ti portu in su coru,
Ti cantu una canzonedda,
Po di Dromiri.
Tui iasti abolli
Andai a passillai,
A biri is froriscedusu,
Amighisceddus tusu,
Ma funti in cumpangia
De su Frori Gesusu.
Dusu asi a biri
Crasi a mengianu,
Immoi dromidì
Fillu de su coru meu.
Sesi andendi incontru
A su scelu in terra.
Paradisu de sa vida mea!
Anninnia, Anninnia!
***
Traduzione del testo
Ninna nanna, ninna nanna;
il bambino di Cagliari,
un bel fiorellino,
sei un angioletto,
mio piccolo figlioletto!
Ti serbo nel cuore,
ti canto una canzoncina
per farti addormentare.
Tu vorresti andare
a passeggio,
per vedere i fiorellini
I tuoi amichetti,
essi sono in compagnia
del Fiore Gesù,
li vedrai domani mattina,
adesso dormi,
figlio del mio cuore.
Stai andando incontro
al Cielo in Terra;
Paradiso della Vita mia!
Ninna nanna, ninna nanna!
Accetto il regolamento
SEZIONE B
Poesia in vernacolo calabrese
N’atru juornu senza i tia
Passanu ssi juorni senza i tia…
u tiempu scurra mpressa mpressa
ma u core miu ancora un s’è accitatu,
è sulu fermu e quannu m’ha lassatu.
Scinna na lacrima i ssu visu mia:
a vuce tua mi tenia cumpagnia,
era cumu na carizza ppe lu core mia;
oije è sulu, ma dintra su piettu ancora vatta.
Su sentimentu è peiu i na malatia,
è nu turmentu ppe ssa vita mia;
unn’esista cura ppe ssu sventuratu,
dopu tuttu chillu c’ha passatu.
M’affacciu a ra finestra e tiru nu respiru,
amaru è su destinu c’ha signatu su caminu;
vulerra n’atra vita accantu e tia,
ma a felicità s’è persa apprìessu a ttia.
U lustru lassa spaziu ara ‘mbrunata,
ma iu u mme signu ancora rassegnata:
piensu sempre a chiru surrisu duce,
e tiegnu a mente u suonu e chilla vuce.
Sapissi cumu è bruttu senza i tia:
scrivu ssa poesia ppe nun te lassare jire via;
parra de n’amure ca nun se po scordà,
parra de n’amure ca nun se po cancellà.
Stasira un s’acqueta ssa malincunia,
nu spicchiu i luna mi tena cumpagnia;
m’abbrazza llì pensieri e se dicrìa,
e mmienzu a su cielu ni nascia na poesia.
Vulerra arrivare mmienzu su spicchiu i luna,
addue u tiempu è eternu e ni perduna
addue tu ed iu eternamente n’appartenimu,
e unn’esista nente, mancu s’amaru destinu.
***
Traduzione
Un altro giorno senza di te
Passano i giorni senza di te…
il tempo passa in fretta
ma il cuore mio ancora non si è rassegnato,
è solo fermo da quando mi hai lasciato.
Scende una lacrima da questo viso mio:
la voce tua mi teneva compagnia,
era come una carezza per il cuore mio;
oggi è solo, ma dentro il petto ancora batte.
Questo sentimento è peggio di una malattia,
è un tormento per questa vita mia;
non esiste cura per questo sventurato,
dopo tutto quello che ha passato.
Mi affaccio alla finestra e tiro un respiro,
amaro è il destino che ha segnato il cammino;
vorrei un’altra vita accanto a te,
ma la felicità si è persa dietro di te.
La luce lascia spazio alla notte,
ma io non mi sono ancora rassegnata:
penso sempre a quel sorriso dolce,
e tengo a mente il suono di quella voce.
Sapessi come è brutto senza di te:
scrivo questa poesia per non lasciarti andare;
parla di un amore che non si può scordare,
parla di un amore che non si può cancellare.
Stasera non si calma questa malinconia,
uno spicchio di luna mi tiene compagnia;
mi abbraccia i pensieri e si diverte,
e in mezzo al cielo ne nasce una poesia.
Vorrei arrivare tra uno spicchio di luna,
dove il tempo è eterno e ci perdona
dove tu ed io eternamente ci apparteniamo,
e non esiste niente, neanche l’amaro destino.
Accetto il regolamento
Accetto il regolamento
Partecipo alla sezione A
I dimenticati ( L’urlo)
Urla di umana gente si sentono,
carcasse affollate,
ossa calpestate
di frantumate spoglie,
vagano invisibili
nelle coscienze umane.
Castighi si ripercuotono
su popoli affamati,
percossi,
senza più dignità.
Oltraggiati,
come ammassi di lamiera
accartocciati
in fosse comuni,
dimenticati come cenere
nell’abominio della desolazione.
Sono loro, popoli persi,
nel cuore solo cenere
e nello sguardo il vuoto
di chi ha perso tutto:
persino la speranza in un mondo
che li ha abbandonati.
Accetto il regolamento
Sezione A
L’ABBAGLIO
Nel chiarore di un giorno ingannevole la luce illudeva l’anima camminavo sui passi dell’incertezza confondendo miraggi con realtà cercando un senso che invece scivolava via. Era un abbaglio,
frantuma il cuore facendo rumore. Eppure, nel bagliore di quell’errore il buio è stato maestro di vita.
Il silenzio ammanta l’ugola
Oggi, la nebbia ammanta tetti roggio;
l’orizzonte è vanito nel bianco
muro di bruma; ed un innaturale
silenzio pare echeggiare fra note
stonate, che odono romite orecchie.
Sei nella stanza attigua, ed il silenzio
tace sopra le labbra, dentro l’ugola.
Così muto è il silenzio! Scorre
nelle venefiche vene, ammalando
l’anima ed il cuore. Muta la lingua
che ha cessato di parlare. Silente
cuore, che ha smesso per sempre d’amare.
Sezione A Alessio Romanini Accetto il Regolamento
Sezione B, accetto il regolamento.
Giuseppe Loda
***
Poesiò paesanò.
A Teresò
Miò carò forse rie miò a fam capì
ma ta ame da mori.
Ma recorde la primò oltò che to ancontrat,
con on amicò to troat,
quand ta set giradò per ardam
al me cor a ga cominciat a palpita.
Apo se to sintid di,
per che sire le izi
cosa olel chesto creti!
Quand poi entrae an quel bar
per pudit parla,
te ta sa nascondeèt nel gabinet
per miò fat troa,
ma le bastat on aranciatò e on panino,
per fat capi che
sire l’om del to destino.
Ades che go i caei gris e
per la casò ta ède gira
al tò amor ta òlet miò po dam.
Ma sta sucurò, ta podet conta,
che al tò amor
sarò amo bu de comquistà.
***
Poesia paesana
A TERESA
Mia cara, forse non riesco a farmi capire
ma ti amo da morire.
Mi ricordo la prima volta che t’incontrai,
con un’amica ti trovati,
quando ti girasti per guardare,
il mio cuore ha cominciato a palpitare.
Anche se ti ho sentito dire,
perché ero lì vicino,
‘Cosa vuole questo cretino!
Quando poi entravo in quel bar per poterti parlare
tu ti nascondevi nel gabinetto per non farti trovare,
ma bastò un’aranciata e un panino,
per farti capire che ero l’uomo del tuo destino.
Adesso che ho i capelli grigi e
per la casa ti vedo camminare,
il tuo amore non mi vuoi più dare.
Mia cara stai sicura, ci puoi contare,
il tuo amore saprò riconquistare.
FARE FINTA
“Fare Finta” è un velo di seta fine
che rende sposa questa valle eterna:
una coltre di neve nel mese di maggio,
bianca come la mia voglia di rivederti.
“Fare Finta” è come il tocco di chi riposa:
una mano calda sulla tua che pensa,
poggiata sul vecchio tavolo da lavoro:
ti volti ed è l’aria che il viso ti carezza.
“Fare Finta” è il mio desiderio di ieri:
alzarmi tardi la domenica e trovarti
fra le urla dei bambini in festa,
di spalle alla finestra davanti alle mimose.
E’ uno strano dolceamaro questo Fare Finta,
che porta anche aghi ed alletta come oppio;
una sventagliata di zucchero su ferite mai riposte
e nuovi tagli su quelli già aperti.
Sarebbe anche ora di scordarlo il “Fare Finta”,
accantonarlo per un po’, almeno di nascosto,
allontanarlo tutto insieme con una forte spinta…
Sarebbe anche bello pensare solo al dopo…
E, tuttavia, continuare a Fare Finta…
(accetto il regolamento – sezione A)
Molto bella. Complimenti.
Sezione A, accetto il regolamento
Viaggio
Al congiungersi delle palpebre
Si apre il sipario
Sul palcoscenico del buio:
Una moltitudine di appezzamenti quasi vuoti.
Cammina con il flusso del fiume.
Non possiamo scendere dal treno
La nostra fermata non è contemplata.
E noi non ci siamo.
Ci riconosciamo nei frammenti di cielo
di un paesaggio inesistente.
Frughiamo nelle tasche per palpare certezze
La località scritta sul biglietto è sconosciuta.
Eppure è la nostra.
Caroline scartabella il vocabolario
Alla ricerca del senso
Lo richiude per osservare dal finestrino i campi vuoti.
La borsetta fucsia cade a terra.
Un rossetto rotola fino al pettine di tartaruga.
Si ferma.
Lo specchietto in mille pezzi rimane attaccato alla cornice.
Il treno continua la corsa.
Non ci sono fermate dove scendere
né altre case da abitare.
POETICO CANTO
Se questo è
un poetico canto…
lo sia per davvero.
Se l’uomo vuol
esser sincero
che si lasci andare
per meglio meditare
Guardare in alto
l’illuminato manto
che la terra copre.
La luna è incanto,
sempre la sera attende
per ascoltare
le voci della notte,
pianti… pensieri…
lamenti e sogni.
Quando il buio passa
tutto cambia.
C’è luce ora…
azzurro è il manto.
Il caldo sole
illumina i miei occhi
che inseguono il tempo
e ancora oltre
dove forse
risposte troveranno!
Sez. A
Accetto il regolamento
Sezione A accetto il regolamento
Ultime note di un violino
(Per le vittime di guerre senza senso)
Suona mesto un violino
struggenti note di pianto
che nessuno ascolterà
tra macerie di pietra.
Musica che si leva
questuando un po’ d’amore
verso un cielo increspato
da nuvole ingannevoli.
Suona mesto un violino
struggenti note di morte
qual cocente rapsodia
di annullate memorie.
Suona mesto un violino
la sua triste sinfonia
tra colonne di fumo
e lingue rosso fuoco.
Suona mesto un violino
melodie di libertà
tra le rovine dell’est,
pur sempre più vivace
per chi non vuole udire
oblioso di pace.
Sezione B accetto il regolamento
Pajsi meu
Pajsi meu chi mi facisti grandi criscìri
‘ntra tutti chist’anni ti vitti sbacantàri,
lu cori forti senza posu mi sentu dolìri
accussì no’ ti volìa vidìri cumbinàri.
Ti sbacantasti comu ‘na gutti ‘i vinu bonu
comu ‘na giàrra d’ogghju novu nostrànu
comu ‘na pignata ‘i surhjacuni pajsànu
comu ‘na ‘mpurnata cadda ‘i pani ‘ì rànu.
Mi giru e mi votu, viju jorna di tempi passàti
sulu mura di lu tempu sdarrupati e grancinàti,
casi chjusi e carrèdi tristi e povar’assulicàti
jettumi di filici e sambuci spuntar’a li barcunàti.
Nudu viju cchjù pedi pedi cuntent’arrigghjàri
pe’ vasciu e pe’ sùpa calar’e ‘nchjanàri,
pajsi meu chi mi facisti tant’annamuràri
no sentu cchjù lu scrusciu chi sulu tu sapivi fàri.
TRADUZIONE
Paese mio
Paese mio che mi hai fatto grande crescere
in tutti questi anni ti ho visto svuotare,
il cuore forte senza sosta mi sento dolère
così non ti volevo vedere combinare.
Ti sei svuotato come una botte di vino buono
come una giara di olio nuovo nostrano
come una pignatta di fagioli paesani
come una infornata calda di pane di grano.
Mi giro e mi volto e vedo giorni dei tempi passati
solo muri dal tempo danneggiati e graffiati,
case chiuse e viuzze tristi e povere solitarie
germogli di felci e di sambuco spuntare dalle balconate.
Nessuno vedo più piedi piedi contento giocherellare
per giù e per su scendere e salire,
paese mio che mi hai fatto tanto innamorare
non sento più il rumore che solo tu sapevi fare.
Gli occhi dell’ inverno
Gelidi gli occhi dell’inverno
freddi mi osservano
spietati
delicati
incantano il cuore
ruvidi d’amore
quello sguardo
dolce
nefasto
rimembra
le tue parole
distanti dalla mia vita
vibranti di nostalgia
tremanti di infinito
ondeggianti di pathos
divampano
nell’anima
in questo roboante momento
ed è gioia
ed è pianto
ed è ricordo
ed è un dolce tormento
sez. A, accetto il regolamento
Partecipo con sez. B – accetto il regolamento
Poesia in vernacolo Algherese
OBSCURITAT
Entenc los raigs del sol
sobra la mia fatxa
que més càlentan
S’ès obscuràda
la sua llumera
Un’ ombra és devallada
damunt de la terra
plena de sang
Remors fortes arriben
fins entre l’anima
Dins los ulls
de les criatures
l’infantesa és robada,
la llibertat és negada
No més flors pels camps
ma creus… i creus
No més rentocs
de campane a festa
ma fortes sirenes
Tant és potente qui està
en aquesta terra
que no esser capaç
de fermare… la guerra!
***
Traduzione
OSCURITÀ
Sento i raggi del sole
sul mio viso
che più non scaldano
Si è oscurata la sua luce
Un ombra di sangue
è scesa sulla terra
Forti rumori arrivano
fin dentro l’anima
Negli occhi dei bimbi
l’infanzia è rubata
la libertà è negata
Non più fiori nei campi
ma croci… e croci
Non più rintocchi
di campane a festa
ma forti sirene
Tanto è potente
chi abita questa terra
da non esser capace
a fermare… la guerra!
Sezione A – Accetto il regolamento
SciAmare di vela
Come la scia all’orizzonte,
fui catturato sul fronte,
così docile alla vela
sospinto da una brezza tela.
Come lo sciame alato,
danzatore velato,
così tremavo d’amore
sfinito dalle ore.
Negavo la fine del domani,
come se svanisse tra le mani,
richiamai d’amore,
l’amo di un clamore.
Trepidavo ora il dibattito,
come se palpitasse in battito,
vagai la stregata magia,
la regata ad occhi di bragia.
A lungo nella notte
A lungo nella notte
le lucciole furono fiaccole
al nostro discorrere, di luce.
Snocciolammo parole
e versammo miele
alle anfore della vita
per non lasciarla andare.
La volevamo ancora tenere con noi.
Fu veglia e sonno
e sonno e veglia.
Poi fu torpore.
L’alba ci sorprese stanchi.
Tu ti eri arreso alla partenza
per la nube di Oort.
Tutto fu compiuto
in quel frammento di eterno
nello spaziotempo assegnato.
Altri spazi si aprirono
in sella alle comete.
Ti videro le stelle,
accese dell’amore
che tutto accoglie
nel cielo sconosciuto.
A distanza, le nostre vite
rimasero legate.
Agostina Spagnuolo sezione A
Accetto il Regolamento
M’hai dat’a vita
Sarrà pecché co’’o tiempo tutto cagna
ma sulo mo’ aggio trovato ‘sto curaggio
‘e ti dice quello ch’o scuorno, fin’a mo’,
non m’ha fatto fa’: nun nzimo abbituati
a ngi dice ‘o bbene, e mo’ t’ho dico,
co ‘na carezza, ncoppa a ‘ste mmano
ch’a fatica d’a vita, a ghiurno a ghiurno,
t’ha fatte arricignate. Quanta terra
hanno mpastato, quant’arraggia rangecata,
quanta lacreme hai chiagnute e annaccoate!
M’hai data ‘a vita, m’hai dato ‘o pane e
l’orme toe pe’ cammina’. M’ha ‘mparato
‘o nomo ‘e tutte ‘e cose, ’e chiante
e l’animali e quilli sciuri ca
miezz’a l’onne d’’o grano ‘e maggio
‘ngi priammo ‘o core a guarda’.
Ngi olèa tiempo, ngi olèa curaggio,
p’esse capace ‘e t’arringrazia’.
***
Mi hai dato la vita.
Sarà perché col tempo tutto cambia
ma soltanto adesso ho trovato il coraggio
di dirti quello che il pudore, finora,
non mi permetteva di fare: noi non siamo abituati
a dirci il bene, e adesso te lo dico
con una carezza, sopra a codeste mani
che la fatica della vita, di giorno in giorno,
t’ha reso avvizzite. Quanta terra
hanno impastato, quanta rabbia hanno graffiata,
quante lacrime hai pianto di nascosto!
Mi hai dato la vita, mi hai dato il pane e
le tue orme su cui camminare. Mi hai insegnato
il nome di tutte le cose, delle piante
e degli animali e di quei fiori che
in mezzo alle onde del grano di maggio
ci godeva il cuore a guardarli.
Ci voleva tempo, ci voleva coraggio,
per essere capace di ringraziarti.
Agostina Spagnuolo sezione B
accetto il Regolamento
Quando arriverà la consapevolezza
In questo destino singolare dove i desideri
viaggiano ignote per le vie del cielo,
pensieri si spandono nell’aria
come pioggia che disseta l’arida terra.
Inquieti illusioni, solleticano la memoria
gioie e dolori si confondono
ombre sul ring della vita.
La vita scorre e vuole essere vissuta
senza perdersi in congetture o paure
Viviamo in tacito accordo
di frenetiche apparenze,
dove servitori e padroni,
accettano in crepuscolo la propria solitudine.
Se solo ci fosse una vera consapevolezza
di noi puro soffio di inconsistente coscienza.
sez. a accetto il regolamento
Quello che resta di noi
Abiti lo spazio che hai costruito
un luogo solo tuo, dove non posso più arrivare;
un concetto dove la luce si condensa vacua.
Tra i suoi riflessi, un tempo limpidi,
ti vedo immota.
Vivi nel respiro meccanico del mattino
che ti scuote ma non ti sposta;
il mondo gira sul suo perno,
ma tu resti sulle tue stesse impronte.
Fluttui nelle ore che si dispiegano
come carta bianca
ricolma di scritte e segni
tracciati negli istanti e negli angoli
di un tempo passato
dove non erano incisi confini.
Ora, non c’è niente di grande in questo tuo andare
e quindi ti lascio, senza guardarti e senza afferrare illusioni.
Quello che resta di noi
è solo il filo teso dell’assenza,
è un’incrinatura lieve
in questo quotidiano sopravvivere.
Angela Maria Malatacca
(Accetto il regolamento – Sezione A)
Littira aru figliu
Su juarni ca m’annacu supra sa seggia,
forse anni, ‘u nu sacciu.
‘U sguardu sempe versu a finestra
a guardari chira strata longa
ca buca l’uacchji e arriva aru cori,
cumu u juarni ca ti ni si jutu.
‘Ntra i sacchette avij dua fotografie e dintra a vucca dua paroli.
M’a suannu ogni notti a faccia tua bella, ‘u sa?
e te viju torna piccirillu, supra i gammuzze ‘ncerte
e ra manuzza ca s’appica a nu pizzu da vesta mia.
Figliu, cu quali uacchji ‘t’haiu guardari mo
si’ nun cu chiri du ricuardu?
T’hanno chiamatu nu juarnu,
mentri ti ricoglij cu ri libri sutta u vrazzu
e ‘a spiranza dintra ‘u pìjattu.
T’hanno dittu ca “la grande Madre” avia bisuagnu e tia.
E tu si jutu, cu a ‘ncuscianzia di vint’anni tua
e m’ha salutatu cu l’ultimu juri di ‘nu vasu supra a faccia.
L’hajû malidittu “il grande padre”
‹‹ Ca vu jettà sangu , malidittu!
Ti si piglijatu a vita mia ppè arrobbà ‘nu pijazzu e terra!
Malidittu! Ca’ vu vrusciari aru ‘nfiarnu! ››
Po’, nu juarnu i ‘na primavera
fridda cumu ‘na petra i sali,
m’hannu cunsignatu ‘na busta ccu dua fotografie,
dua paroli e ‘na midaglia
adduvi arrijati c’era scrittu
“ad onore della Patria”.
‘U tiampu, e tannu, s’è fermatu ppè sempe,
cumu ‘u core tua.
E ‘u munnu mia, mo’, è sa seggia,
sa’ finestra,
e chira strata longa
adduvu tutti i juarni aspijattu ‘n’umbra
ca si ricòglia ara casa.
Angela Maria Malatacca
(Accetto il regolamento – Sezione B)
**************
(Traduzione dal dialetto cosentino)
Lettera al figlio
Sono giorni che mi dondolo su questa sedia,
forse anni, non lo so.
Lo sguardo sempre verso la finestra
ad osservare quella strada lunga
che buca gli occhi e arriva al cuore,
come il giorno in cui andasti via.
Nelle tasche avevi due fotografie e nella bocca due parole.
Lo sogno ogni notte il tuo bel viso, sai?
e ti rivedo bambino sulle gambe incerte
e la mano che afferra l’orlo del mio vestito.
Figlio, con quali occhi devo guardarti ora
se non con quelli del ricordo?
Ti chiamarono un giorno,
mentre tornavi a casa con i libri sotto al braccio
e la speranza dentro al petto.
Ti dissero che “la grande Madre” aveva bisogno di te.
E tu andasti con l’incoscienza dei tuoi vent’anni
e mi salutasti con l’ultimo fiore di un bacio sulla guancia.
Ho maledetto il “grande padre”
‹‹Che tu possa buttare il sangue, maledetto!
Ti sei preso la mia vita per rubare un pezzo di terra!
Maledetto! Che tu possa bruciare all’Inferno››
Poi, un giorno di una primavera
fredda come una pietra di sale,
mi hanno consegnato una busta con due fotografie,
due parole e una medaglia
dove dietro era inciso “ad onore della Patria”.
Il tempo, da allora, si è fermato per sempre,
come il tuo cuore.
E il mio mondo ora è questa sedia,
questa finestra
e quella strada lunga
sulla quale aspetto tutti i giorni
che compaia un’ombra
che ritorni verso casa.
Come una stella
libera dal suo tormento
pronta ad abbracciare ogni singolo momento,
per dichiarare
un conclamato addio
ad ogni frammento di dolore
tra parole e onori al sole.
Arianna Di Presa SEZ A COME UNA STELLA Dichiaro di aver preso visione del Regolamento
Titolo dell’opera:
– Il Vincolo Eterno –
Alessio Carlini
Sezione A, accetto le regole riferite nel bando ed autorizzo l’utilizzo dei miei dati personali.
Ascolta…
È l’avviso del mio sangue,
Il vincolo deciso che sgorga dai palmi delle mani,
Il sorso eterno che che intarsia una nuova riva;
L’orlo che cura l’impegno eterno.
Oggi schiudo il sogno,
Il desiderio che aspira alla Vita.
Guarda! Guardami adesso…
Ho un cuore nuovo tra le mie mani,
Nato dai germogli della pietà di due coscienze,
Protetto dal grembo di questa nuova terra.
Ascolta! Ascoltaci…
Siamo qui dentro…
Nella bolla che sigilla il tutto…
La calma dell’onda è potente,
Il silenzio respira, Infonde la voce dell’infinito,
E nell’abbraccio…
In questo straordinario abbraccio…
Si sente solamente il suono del sangue nel vincolo eterno.
S’IO FOSSI LEI
S’io fossi lei,
sarei fiera
come un giudice alla sua prima sentenza.
S’io fossi lei,
sarei innamorata
come Narciso punito al suo specchio d’acqua.
S’io fossi lei,
come un profumiere
intesserei tonalità cipriate e suadenti per le mie gote.
Ascolterei la mia pelle
e scivolerei il dito sulle mie labbra,
come amante al suo ennesimo incontro erotico…
s’io fossi lei.
(di Angelo Bonanno
per Sezione A
Si accetta il Regolamento)
EMOZIONI
Svegliarsi un mattino d’inverno
e sentirti la neve sopra il cuore
e respirare al canto di un uccello
che ti recita versi d’amore
E stendere le mani sopra un fiore
trovarsi fra le dita una formica
vederla fuggire confusa
come un’onda in balia ad un’ondata
E stare infine a guardare i passanti
con le falde dei cappotti sul viso
e non capire cosa senti in cuore
avere voglia di fare un sorriso
E mentre il cielo piange lentamente
dipingere sui vetri offuscati una macchia qualunque
ed accorgersi…che strano
e’ già felicità
sez. a accetto il regolamento
SEZIONE B – accetto il regolamento (dialetto Canton Ticino/Svizzera
Sempro ricordàa
Bisögna sempro ricordàa
e mai dimenticàa …
Bisögna tegnìi da ment
tüt chel che nela vita u te capitàa …
Ricordàa i parent, i amìis, i colega da lavòor
ricordai tüc’ per chel che te fai con lòor …
Se pöö u ta capita da incontrai
lasei mai nàa via senza salüdai …
E quando un quaidün da lòr
pürtrop u laserà chesc’to mond
cerca da trovàa el temp da compagnal
perché til sé che la sarà l’ültima volta
che ti podré salüdal …
***
Sempre ricordare
Bisogna sempre ricordare
e mai dimenticare …
Bisogna ricordarsi
tutto ciò che nella vita ti è capitato …
Ricordare i parenti, gli amici, i colleghi di lavoro
ricordarli tutti per quello che hai fatto con loro …
Se poi ti capita di incontrarli
non lasciarli mai andar via senza salutarli …
E quando qualcuno di loro
purtroppo lascerà questo mondo
cerca di trovare il tempo per accompagnarlo
perché tu sai che sarà l’ultima volta
che potrai salutarlo …
“Dolce presenza”
Un battito di ali mi riporta da te
dolce presenza di un attimo appena passato
tu eri tutto quello che volevo per me
io il bimbo per te sempre sono stato.
La vita fuggiva ed io nn sapevo
che la nostra casa si sgretolava poco a poco
dentro di me una voce mi dava sollievo
il pensiero di un eterno presente mi dava il fuoco.
Figlio tu sei e resterai sempre lo so
madre nei giorni regalati a noi
una casa una cucina cibo un po
ma io ero felice e triste ahinoi.
sez. a accetto il regolamento
Sez.A Dichiaro di accettare il regolamento
Notte infinita
Nella sera
rotola la luna randagia
sopra le cupole di latte.
La notte, tragica e bella,
s’affaccia col suo abito da sera
per il suo burlesque di gloria.
S’accendono le stelle,
lucide come i baci
o le caviglie.
Le accogliamo, io e te,
nomadi erranti,
ebbri, affondati
in questa notte infinita,
perduta tra le rive di un motel.
Il labirinto della vita
Una stella cade dal cielo nero
dove nuovi mondi nascono e muoiono.
Gocce di mare imperlano i nostri cuori umani
e mi spoglio delle mie passioni per questa terra.
Mandami il tuo unguento per lenire le mie cicatrici
e lascia che questa nudità sia la mia nascita.
La voce dei venti notturni mi ha svegliato,
in mezzo al dolore essi mi abbracciano con sollievo
sotto i miei sogni e desideri anelo le tue carezze.
Richiamo l’universo danzante
nel labirinto della vita,
prima che tu possa vestire la mia anima
con una vecchiaia di quiete.
sez. a accetto il regolamento
PARTECIPO SEZIONE A
ACCETTO IL REGOLAMENTO
L’ALTRO VOLTO DEL MEDITERRANEO
Lungo le coste tra l’Europa e l’Asia
agiti acque impietose.
Come un vichingo sanguinario
sporchi di sangue le tue spiagge,
graffi la sabbia, fanno eco le rocce
nessuna armatura nessuno scudo potrà salvare,
quei naufraghi sotto un mare di costellazioni.
Delicate maree non tolgono le impronte
dei piedi di chi li affonda e
delle vesti che galleggiano.
Il vento soffoca le urla di chi prova a fuggire,
dalla propria patria ormai assopita
di lacrime ed abbracci.
Trascini tempeste di guerra,
e uragani di enormi dolori,
vite spezzate e bimbi mai nati,
vivi di storie mai raccontate,
di corpi distesi intirizziti dal freddo.
Sono le tratte disperate,
sono volti immaginati,
squarciati e violentati
dalla cieca crudeltà di vili uomini
per oltrepassar confini.
Umidi inverni e calde estati
tra ulivi, viti, agrumi
trascorrono le giornate,
sfiori con le tue onde tante terre,
ma nei secoli hai visto solo guerre,
la storia c’è l’insegna
il tempo non perdona,
di questo nostro mare blu
il sangue di rosso lo colora.
Non bastan arcobaleni,
né gabbiani né velieri
per chiudere gli occhi
difronte a quelli che
certo non son misteri.
Abissi profondi
diventano cimiteri
tetri sepolcri
sommersi dall’oscurità.
Uomo non comprendi?
Mediterraneo
non è morte ma inno alla vita.
Dietro ogni mano che prega,
c’è speranza, c’è eternità,
non sogni spezzati ma ali coraggiose
voli di aquiloni, tempeste di colori,
profumi maliziosi e sorrisi spaventosi.
Magia senza fine, sei l’altro volto del
Mediterraneo
finestra sul futuro
di questo mondo sommerso
di questo paradiso a volte perso.
SEZIONE B
ACCETTO IL REGOLAMENTO
Etna russu focu
Fìmmina dalla to bucca
china ri passione fuoriesce
a lingua incandescente,
strica lùonga i pendici
comu u sibilo ri ‘n sirpenti,
pi ‘na danza chi emoziona e disarma
scorre quel fluido russu focu magico chi incanta.
Matri natura,
conservi nta to’ grembo
l’embrione di la distruzione,
imprigionato ruggisce comu ‘n liuni
jè comu ‘n sicretu, arriva rittu o cori
basta picca a scatenare ‘n ‘esplosione.
A to lava
esalta rossi tramonti,
sbiddiano i stelle
nascondono orizzonti
vapori e zampilli spruzzano
comu fontane,
inebria l’odore acre ri zolfo
nenti cchiù rimane.
Cenere, anima niura trasportata do’ vientu,
attraversi u strittu china ri raggia
unendo cu ‘n soffio Sicilia e Calabria.
Apri nta terra i toi ferite
chi lasciano comu segni cicatrici,
dai fianchi viri fessure giallastre,
scappano animali inorriditi
mentri u càvuru li avvolge
cu a so’ tenera morti.
Maestosa rintra a to potenza
a urli a gran vuci, nun usi clemenza
spaccando silenzi inghiotti ri tuttu.
Comu ‘n gigante di li nevi
supra ghiacci inermi,
domini u mari
a to ira u fa trimari.
TRADUZIONE
ETNA ROSSO FUOCO
Femmina dalla tua bocca
piena di passione fuoriesce
la lingua incandescente,
striscia lungo le pendici
come il sibilo di un serpente,
in una danza che emoziona e disarma
scorre quel fluido rosso fuoco magico che incanta.
Madre natura,
conservi nel tuo grembo
l’embrione della distruzione,
imprigionato ruggisce come un leone
è come un segreto, arriva dritto al cuore
basta poco a scatenare un ‘esplosione.
La tua lava
esalta rossi tramonti,
brillano le stelle
nascondono orizzonti
vapori e zampilli spruzzano
come fontane,
inebria l’odore acre di zolfo
nulla più rimane.
Cenere, anima nera trasportata dal vento,
attraversi lo stretto piena di rabbia
unendo con un soffio Sicilia e Calabria.
Apri sulla terra le tue ferite
che lasciano come segni cicatrici,
dai fianchi vedi fessure giallastre,
scappano animali inorriditi
mentre il caldo li avvolge
con la sua tenera morte.
Maestosa nella tua potenza
la urli a gran voce, non usi clemenza
spaccando silenzi inghiotti di tutto.
Come un gigante delle nevi
sopra ghiacci inermi,
domini il mare
la tua ira lo fa tremare.
PARTECIPO SEZIONE A
ACCETTO IL REGOLAMENTO
*
Titolo: Macramè
Ho indossato i tuoi sguardi.
Minuziosi lemmi di silenzi. Tra le mani
un ritaglio di vita conta i nodi.
Sul comodino
la cornice conserva il tempo
nella misura della polvere.
Erano giorni posati a venere
la luce a nord della parete
teneva l’ombra di noi
– muoversi dentro casa
La primavera dai campi di vento
portava fiori a colorare il cielo
– Ho una valigia piena di ritorni
Aspetto un treno.
La coincidenza ha un volto di nebbia.
– Qui, tu, sei.
Sulle labbra ti tocco le parole.
IL MIO SANGUE
(Poesia contro la violenza sulle donne )
Ho creduto ai tuoi occhi mentre si spalancavano su di me.
Ho creduto ad una pioggia di luce, forse benevola, nel tuo sorriso.
Troppo tardi mi sono accorta dei demoni che si agitavano urlando nell’orrore
senza fine, nel fiato rovente dello scempio che ho subito.
Ho creduto ad un bacio così bello che sarei impazzita se ti fossi fermato.
Ma non c’era amore nel tuo bacio umido e caldo.
Però qualcosa era rimasto lo stesso su di me.
Lo toccavo.
Lo sentivo.
Aveva un sapore amaro.
Ma ero rimasta sola.
Sola con il mio sangue.
sez. a accetto il regolamento
SEZIONE A
DICHIARO DI ACCETTARE IL REGOLAMENTO
CREPUSCOLO
Non più sera
Non ancora notte
Crepuscolo sul mondo
Velo di cielo da strappare al
firmamento
Tepore tiepido
Avvolgi per un attimo le nostre
mani
Prima delle stelle
Prima della luce rincuorante
Che nessuno canta
-Johanna Finocchiaro-
Un mondo perfetto
C’è un mondo perfetto ma è piccolo e stretto;
le strade asfaltate son fresche risate
che portano in fretta in centro al paese
che ha case dipinte da mille sorprese.
Se non ti vergogni di tornar piccino
e prendi la mano di qualche bambino,
con lui ti ritrovi veloce nel sogno
del mondo perfetto di cui c’è bisogno.
SEZIONE A – Accetto il regolamento
Rita Coda Deiana
Accetto il regolamento (Sez. A)
LO SGUARDO ETERNO
Sulle mie spalle posi il tuo viso
Accostandoti alla mia integrità mentale,
Alla mia distanza disumana.
Vedi che sono assorta,
Vedi che sono lontana da te,
Vedi che sono perduta nella valle che non conosci.
La valle dei miei pensieri.
La valle che avvolge me e tralascia te.
Mi osservi le spalle,
Le braccia coperte di cotone bianco a stoffa rigata.
Puoi percepire il mio pensiero?
Volto il capo e lo sguardo si infiamma col mio
Ma quello sguardo è labile,
Ma quello sguardo è eterno!
Uno sguardo che assomiglia ad un imperativo.
Un comando visivo, senza motivazione alcuna.
Uno sguardo che non muore,
Ma continua ad ardere dentro, come fiamma.
Eterna la fiamma che non brucia
Come eterno il tuo immaginario su di me.
Rita Coda Deiana
Accetto il regolamento (Sez. B – lingua sarda logudoresa)
NARAMI
Vida, narami de totus sas friguras
chi no apo bidu cun sos ojos mios,
de sos tempos antigos
chi non d’apo ammentu,
de sas manos de sas animas
chi no apo connoschidu,
de sas nues
chi an’intramadu destinos,
chi non m’an cunsiderada,
de sas costas ispérdias bortuladas
subra abbas frittas
chi non m’an catzadu su sidis,
de bicculos de coros
chi trunchendesi
an isoltu sonnios
chi non aia pensadu.
E narami ancora
de sos ammentos illaccanados,
de sas mentes reberdes
chi an passadu sos sagniles
de sa cussentzia umana
giunghende in sos labirintos
chi non apo tentadu de fuire.
Narami vida, de custu e de ateru,
de cando non bi fui,
ma esistia
in su chircu artu de su chelu,
e ammentende su tempus passadu,
cun sa maja de su pensamentu,
apo a recamare cun agu e filu
su velu cun su cale si estit su Tempus.
***
Traduzione
NARRAMI
Vita, narrami di tutte le immagini
che non ho veduto con questi occhi,
dei tempi remoti
di cui non ho memoria,
delle ripide propaggini di anime
delle quali non ho fatto esperienza,
delle nubi
che hanno intrecciato destini
che mi hanno ignorata,
delle coste selvagge rovesciate
su gelide acque
che non mi hanno dissetata,
di briciole di cuori
che nello spezzarsi
hanno infranto i sogni
che non avevo costruito.
E narrami ancora
dei ricordi infiniti
delle incalcolabili menti ribelli
che hanno varcato le soglie
della coscienza umana
giungendo nei labirinti dai quali
non ho tentato una fuga.
Narrami Vita, di questo e altro,
di quando non c’ero,
ma pur sempre esistevo
nell’alto del circolo,
e nella reminiscenza
attuerò l’astrazione
per imprimere con ago e filo
ciò di cui il Tempo
si ammanta.
COLTIVO SOGNI
Ho creato una azienda,
la sede è nel mio cuore
con Ragione Sociale:
“coltivare e produrre sogni”.
Senza bisogno di spazio
nessun dipendente
senza maestranze
solo con la convinzione.
Ho prodotto un catalogo
con carta già usata
dove sono focalizzati
tutti i sogni da regalare.
L’elenco è semplice
di facile comprensione
destinato a tutti
senza eccezione alcuna.
Saper amare il prossimo
saper donare ai bisognosi
saper soffrire con gli afflitti
saper gioire insieme agli altri.
Aspetto richieste audaci
sollecitazioni opportune
proposte puntuali
per sviluppare l’azienda.
sez. a accetto il regolamento
DI LA’ DAL MURO
Fermare l’ora
sugli spigoli crudi
di un altro giorno ingiallito.
Di là dal muro, oltre la valle,
dove le aquile aggrediscono le nuvole
e le messi maturano dolci di vita
dentro il rossore di un giorno innocente.
-E il vento è nelle mie mani,
e il vento ha ali di farfalla-
Di là dal muro, oltre la valle,
oltre i portali di polvere
di questo giorno ingiallito
i vivi maturano tra voli d’aquile
e il giallo del granoturco.
-E le mie mani si fanno innocenti,
e l’innocenza ha ali di farfalla-
Ma già ritorna il tempo…
Ed è quell’erratico uccello
che strombazzando s’ingoffa
sul ramo nudo di un albero.
Daniela Ferraro
Sezione A
Accetto i regolamento del concorso
DI TE E DI CIÒ CHE ANCORA AMO
Amo la tela sottile del ragno
l’odore acre dei limoni acerbi
i cerchi dell’acqua nello stagno
il bacio di Klimt e le donne di Modì
e i tuoi occhi dove si specchia il mare
Amo tornare ai giorni ormai persi
alle storie finite e mai dimenticate
alla parola che non ho saputo dirti
alle partenze rimandate ogni volta
per la tua paura di restare sola
Amo i versi che non ho scritto
il diritto e il rovescio il sotto e il sopra
il fumo della candela appena spenta
le note a margine su un libro di Montale
la lenta agonia di un sole che tramonta
E amo ancora te per avermi amato
come mai nessuna è riuscita a fare
per avermi dato un sogno da sognare
e mille ricordi da smaltire tra i rifiuti
con i fiori appassiti e il pianto della luna.
Italo Zingoni
Sezione A
Accetto il regolamento del concorso.
CENTO E UNA VITA
Sarà una spada di Damocle o uno scettro di potere regale?
L’ho agguantata, la volgo contro di me, trafiggendomi fino al costato. Sono vivo!
Mi trascino in un tunnel, ho violato le barriere del tempo.
La memoria s’inceppa, cento e una vita reclamano e si accavallano l’una sull’altra
nella brama di essere raccontate.
L’anima spaurita ripercorre vittorie esaltanti e fragili miserie.
Sotto l’arco celeste le stelle immobili stanno.
Solo l’umiltà mi sarà di aiuto
Silente atterro sull’umide zolle
Le mani operose si avvicinano
Di sporco marrone cospargo il mio volto.
Chiara Sardelli
SEZ A ACCETTO IL REGOLAMENTO
sez. a dichiarazione di accettazione del regolamento.
Cruditè di un Amore Insolitoķ
In un angolo di vetro, sotto luci soffuse,
Una carota, arancione e sottile, giaceva confusa.
Osservava da lontano, con un sospiro profondo,
Un'ostrica snob, perla del mare, orgoglio del mondo.
"Ah, se solo potessi," sussurrava con ardore,
"Essere accanto a lei, condividere il suo splendore.
Ma lo chef, con mano ferma e destino crudele,
Decide che mai insieme saremo nel piatto, oh quante pene!"
L'ostrica, nel suo guscio, brillava distante,
Ignara dell'amore della carota, così vibrante.
Ma il fato, ah, il fato ha piani strani,
E spesso gioca scherzi ai cuori umani.
Un cameriere inesperto, con passo incerto,
Attraversava la sala, il viso scoperto.
Con un gesto maldestro, un urto, un tonfo,
Il vassoio volò, un disastro pronto.
Tra svampi di aceto e fette di limone,
La carota e l'ostrica si trovarono, che emozione!
Unite nella caduta, nel condimento annegate,
Finalmente insieme, dalla sorte abbracciate.
E lì, tra le stoviglie, in un mare di vinaigrette,
Scoprono che l'amore, anche crudo, è una ricetta perfetta.
La notte bussa qualcosa. Dentro.
In alto, sui rami non ci sono
foglie sui sentieri del bosco
solo tappeti fruscianti
a volte gementi
sotto i passi.
La notte
bussa qualcosa. Dentro.
Non mi dà pace.
C’è bisogno di perdersi
in uno sguardo per ritrovarsi
in un sorriso.
Sapersi accanto
senza necessità di cercarsi
esserci, accogliersi
nel sentirsi accolti.
La notte sognare
insieme
nel calore di un abbraccio.
Sentire il profumo
la pelle
al semplice pensarsi.
Mescolare lacrime
nella felicità
nella tristezza.
Versi ancora da scrivere
quadri da dipingere
sapori da gustare
vie da percorrere
sogni da rendere più forti
e reali.
La notte
bussa qualcosa.
Danzano i pensieri con il respiro.
Mentre fluiscono
acqua di torrente verso valle
in alto, sui rami
nuovi fiori
nuove foglie.
————————
Massimo Apicella
Accetto il regolamento sez. A
DAE SU PUNTU PIUS ARTU DE SA CARA DE DEU
(Marcu e sa soledade)
Est unu profilu intzertu de lapis, Marcu,
tra su bidru e sas tendas candu isòlvet
sos latzos de sas laras a sas guttias de sole
chi a pes nudos cuaresi in sa corte.
E isse est pius pagu de unu murmuttu
donzi borta chi sa pija imperfetta de sos caltzones
isfiorat s’acchinotziu ismemoriadu de sos pades de piuere,
culilughes in s’umbrine.
Su coro sou, oe, est unu premiu de cunsolu,
unu bigliette aggiobado a sa lotteria
de sa soledade candu una rara felitzidade
lu collit in un’urna de meraviza;
casi un’ala chi si agitat in pagos metros cadradus
de universu si sa pioja manciat
sos antariles de su silentziu.
Marcu restat pro un’istante infinidu
in acchilibriu subra su contu a s’imbesse
de sos annos suos in préstidu
comente sa neula candu riflettet sos ojos
attrippoddidos subra sa geografia rigada de sas pischinas.
Fora no at boghes àidas sa lughe
su mundu parret perderesi comente unu bagagliu
in su terminal de sa notte
e isse, assora, professat sa fide sua in sas umbras
mastighende peraulas chi si accaddighinat in sa gula
comente desinentzias d’aghera subra s’alma fragile de sas mobilias
unu signu de rughe a beneighere sas benaduras randinadas
subra s’orulu imbetzadu de sa tatza.
Pustis torrat a su braccone comente unu retrattu
leadu a meidade a abbaidare s’ortografia impretzisa
de s’immensu chi imbadet sa corte comente
su chizu de sas costellasiones chi si imbenujat
dae su puntu pius artu de sa cara de Deu.
***
DAL PUNTO PIU’ ALTO DEL VOLTO DI DIO
(Marco e la solitudine)
È un profilo incerto di grafite, Marco,
tra il vetro e le tende quando scioglie
i lacci delle labbra alle gocce di sole
che a piedi nudi si rifugiano nel cortile.
E lui è poco più di un sussurro
ogni volta che la piega imperfetta dei pantaloni
sfiora l’equinozio smemorato dei grani di polvere,
lucciole nella penombra.
Il suo cuore, ora, è un premio di consolazione,
un biglietto abbinato alla lotteria
della solitudine quando una rara felicità
lo coglie in un’urna di meraviglia;
quasi un’ala che si dimena in pochi metri quadri
d’universo se la pioggia macchia
gli stipiti del silenzio.
Marco rimane per un’istante infinito
in equilibrio sul conto alla rovescia
dei propri anni in prestito
come la nebbia quando riflette le congiuntive
gualcite sulla geografia striata delle pozzanghere.
Fuori non ha voci acute la luce
il mondo pare smarrirsi come un bagaglio
nel terminal della notte
e lui, allora, professa la propria fede nelle ombre
masticando parole che si arrampicano nella gola
come desinenze d’aria sull’anima fragile dei suppellettili
un segno di croce a benedire le venature screziate
sull’orlo invecchiato del bicchiere.
Poi torna alla finestra come un ritratto
lasciato a metà ad osservare l’ortografia inesatta
dell’immenso che invade il cortile come
il ciglio delle costellazioni che si genuflette
dal punto più alto del volto di Dio.
Sezione B – Accetto il regolamento
FILASTROCCA DA MARINAIO
Allargare le crepe a steccati
nell’ora del Dio che tramonta
e tramanda amuleti ai dannati
nelle stive già pronte per l’onda
non possiamo staccare gli ormeggi
la barriera è già alta nel mare
e scompare sul far della nebbia
la foschia che impedisce il remare
luce fioca traballa nel faro
che ci indica rotte aggiustate
verso isole mal decifrate
da nostromi che odiano andare
su barchette di sughero lieve
che assomigliano a fiocchi di neve
sopra un mare che puzza d’asfalto
e ti schiaccia sovente dall’alto
inducendo a tirare le braccia
su boccali che san di bonaccia
e tra canti e parole sconnesse
di salpare per terre promesse
ci si trova a smaltire le pene
affiancati a smaglianti sirene
che ci portano dentro l’abisso
con quel chiodo ch’è sempre più fisso
e già ruggine insiste a cianciare
quant’è bello nel mondo campare.
sez. a accetto il regolamento
Crioterapia
Eccomi statua
che respira e pensa;
affidata a Mimma
restauratrice attenta.
Eccomi scultura
da rifinire in volto.
Scalpello d’ossigeno:
e l’affanno è tolto.
Miriam Bruni, sez A
Accetto il regolamento
Sez A
accetto il regolamento
PROFUMO DI DONNA
profumo di incenso
stanza senza pareti
aperta su una immensa radura
rugiada su petali e foglie
precipita a valle in un lago lontano
nuvole a fiocchi fenicotteri rosa
parole e musica vento e cicale
profumo di donna acuto stordisce aggredisce
non c’è una foto nemmeno una riga
un ricordo un’idea savana africana
un pensiero libero ermafrodita che non è cosa
concreta ma un’idea smarrita stupita
un salto nel vuoto dal Salto de Angel alla fine
spiccato col fischio del vento poi sordo
incosciente leggero quasi in un sogno
ma vero progetto per un’altra vita vissuta
mai capita un sorriso a vedere voli
di amanti e chimere e pioggia scrosciante
nella giungla fitta intricata umida bagnata
solo smarrito una eco di passi lontana
i colpi del cuore il muscolo quello che muore
una danza tribale una nenia un giudizio finale
una spiaggia di sabbia calda e sottile
un panino la pesca il cestino
il primo sguardo curioso e smarrito
un profumo di donna una pelle scottata
una notte leggendo l’Idiota
una mano che chiude il quaderno e poi getta
la penna e strappa le pagine a righe
le note non degne di esser suonate
parole sbagliate
Aspettami
Come il Sole fa con la Luna
che l’attende perché la notte
prenda il posto del giorno
e l’alba poi quello delle stelle,
come fa l’arcobaleno con la pioggia
per potere apparire
o la battigia con le onde
per potersi dissetare
e il ghiaccio con il caldo
per potersi sciogliere un po’.
Non so dove tu sei ma io ti cercherò
come nei borghi antichi
si percorrono quei viottoli pieni di sassi
per cercare un tramonto o una chiesa
ove accendere un cero e chiedere quella grazia
tanto sperata e pregata.
Tu sei tra gli angeli o le stelle
Questo ahimè non è dato sapere
ma tu se puoi aspettami…
perché un dì possa ridarti una carezza
un abbraccio o sentire un’altra volta
la tua mano stringere la mia.
Sezione A – Accetto il regolamento
Alessio Asuni
ACCETTO IL REGOLAMENTO SEZIONE A
Respiro di Lei
Fisso un bianco piatto,
vuoto, girare
tra l’onde del forno
come un vinile
su di uno stridente
giradischi consunto.
Rapsodico, mastico
effimera aria,
putrefando denti
senza più via di fuga.
Non v’è pace alcuna
al cuore che impazza
incosciente al ferale
respiro di Lei.
Accetto il regolamento
Sez. A
Effluvio
Aspettando a sera
lo stato gassoso del ciliegio
Il tramonto
ACCETTO IL REGOLAMENTO SEZIONE A
VIENI
Vieni,
abbiamo così poco tempo
per stare insieme:
dopo ci perderemo
nei meandri dell’oscurità.
Vieni,
è bello rimanere qui
uno accanto all’altra:
assaporando una felicità
che non ha confini.
Vieni,
guardiamo insieme
le bellezze del creato
e fantastichiamo:
che l’attimo non fugga.
Vieni,
abbandoniamoci
volando su una nuvola:
senza nessuna meta
fino ai confini dell’universo.
Vieni,
il nostro lungo viaggio
sta per iniziare:
la nostra diligenza
è pronta per la partenza.
La mi tèra la j’è
dolza e apetitosa
com un piàt ed caplèt
preparé da na bèla sposa.
La j’à la muntagna
e nench e mér,
un pò ad campagna
e un pò ad zitè.
La j’è la tèra piò bèla
cla si sia:
quèsta la j’è la Rumagna mia!
***
Daniela Giorgini – Sezione B – Accetto il regolamento
Trad.
La mia terra è
dolce e appetitosa
come un piatto di cappelletti
preparati da una bella sposa.
Ha la montagna
e anche il mare,
un po’ di campagna
e un po’ di città.
E’ la terra più bella
che ci sia:
questa è la Romagna mia!
Ci sono uomini che…
Ci sono uomini che cadono dalle stelle.
Ci sono uomini che esplorano pianeti.
Ci sono uomini che distruggono ponti.
Ci sono uomini che piantano semi.
Ci sono uomini che lacerano volti.
Ci sono uomini che fanno all’amore.
Ci sono uomini che usano maschere.
Ci sono uomini che guardano negli occhi.
Ci sono uomini che mettono mine.
Ci sono uomini che piangono lacrime.
Ci sono uomini che incidono ferite.
Ci sono uomini che cullano bimbi.
Ci sono uomini che bruciano libri.
Ci sono uomini che raccontano storie.
Ci sono uomini che bombardano monumenti.
Ci sono uomini che difendono minoranze.
Ci sono uomini che sporcano prati.
Ci sono uomini che raccolgono fiori.
Ci sono uomini che scavano buche.
Ci sono uomini che corrono sulla sabbia.
Ci sono uomini che spengono luci.
Ci sono uomini che sfidano l’oscurità.
Ci sono uomini che rubano il giorno.
Ci sono uomini che lavorano la notte.
Ci sono uomini che bloccano catene.
Ci sono uomini che volano liberi.
Ci sono uomini che domano il fuoco.
Ci sono uomini che provocano alluvioni.
Ci sono uomini costretti a sognare!
sez. a accetto il regolamento
Ci sono uomini che… (SEZIONE A – ACCETTO IL REGOLAMENTO)
Ci sono uomini che cadono dalle stelle.
Ci sono uomini che esplorano pianeti.
Ci sono uomini che distruggono ponti.
Ci sono uomini che piantano semi.
Ci sono uomini che lacerano volti.
Ci sono uomini che fanno all’amore.
Ci sono uomini che usano maschere.
Ci sono uomini che guardano negli occhi.
Ci sono uomini che mettono mine.
Ci sono uomini che piangono lacrime.
Ci sono uomini che incidono ferite.
Ci sono uomini che cullano bimbi.
Ci sono uomini che bruciano libri.
Ci sono uomini che raccontano storie.
Ci sono uomini che bombardano monumenti.
Ci sono uomini che difendono minoranze.
Ci sono uomini che sporcano prati.
Ci sono uomini che raccolgono fiori.
Ci sono uomini che scavano buche.
Ci sono uomini che corrono sulla sabbia.
Ci sono uomini che spengono luci.
Ci sono uomini che sfidano l’oscurità.
Ci sono uomini che rubano il giorno.
Ci sono uomini che lavorano la notte.
Ci sono uomini che bloccano catene.
Ci sono uomini che volano liberi.
Ci sono uomini che domano il fuoco.
Ci sono uomini che provocano alluvioni.
Ci sono uomini costretti a sognare!
Accetto il regolamento
Partecipo alla sezione A
INFERNO
Pioggia che cade dove
muore l’ultimo raggio di sole,
ebbri di boati e suoni metallici angeli neri,
disgustati da un abbraccio, forgiati dalla notte,
attendono impazienti e sprezzanti solo
di polverizzarsi nell’aria.
Far morire o morire non è da eroi!
Fuoco che carbonizza carne senza peso,
occhi sbarrati senza più nessun riflesso,
sotto il ponte di legno il fiume scorre rabbioso
e la piena rompe gli argini,
non è gennaio ma pare inverno…
poveri uomini smarriti all’inferno.
ALDO RONCHIN (dialetto veneto)sez.B
accetto il regolamento
LA STANTHA ( a me papà)
No se sente pì nessun rumor in te che’l posto
cussì piccol, cussì pien de confusion,
dove regna sol che la polvera,
dove che par che’l temp se sie fermà.
Quando che te iera là sentà su a carega impajada,
co un tòc de legno in medo ai zenocci
e na lima in man che iutea a to fantasia
a darghe forma ai to sogni.
Un reòio vecio che’l te strassina pian pian
verso che’l dì che no te ghe servirà pì a nessun.
Eppure te te rintana là tranquìo
convinto che gnanca el destin
el vegnarie in zerca de ti in te un posto cussì.
Parfin el gatt coccoeà ai to pìe
el ronfa pacifico, ormai bituà ai to rumori,
contento de farte compagnia.
Ogni tant le el martell che batte a spaccar el siènzio
sora i ciodi,indaffaradi a tegner duro i toc de legno.
In te’l canton in alt ,le ragnatèe piene de polvera
le par el disegno de n’artista,
che’l ghe cammina sora pian par no rovinar l’opera.
E squasi no se ghe vede fora da chee finestre,
e no le importante se piove o le fora el sol.
Le l tutt che’l siènzio che te ha intorno
a darghe un senso ae to zornade,
un siènzio che te comanda sol che ti,
che sol che ti te pol rovinar
e par questo incora pì importante.
Le inutìe vardarse torno o zercar altro
se no la e questa la feicità poc ghe manca.
Ma i zorni maedetti i cammina svelti
e no i te assa el temp de vegner veccio
cussì no te riesse gnanca a immaginar
a la sera quando che te sèra a porta,
de no esser pì ti a vèrderla la mattina drìo.
Adess no le pì nessun dentro là
gnanca le mosche da parar via,
nessun a sentir la piova sui vieri.
Co vae dentro me par de esser un ladro in casa de altri
ma trove tutt come che te l’ha assà ti
e mi che no vae in zerca de gnent , no toche gnent
le sol che’l siènzio trist e immobìe che me fa impression.
Me varde torno e me par de sentir incora la to presenza,
gnanca la mort la e riussida a sgraffarte via da qua.
A chel pensier me sbrissa da rider
ma po el doeor el me scampa incontroeàbie
me sente par na volta su a to carega a testa bassa
e le un rumor novo stavolta che’l rompe el siènzio,
le le lagrime mie che caretha el pavimento.
***
LA STANZA (a mio padre)
Non esce più nessun rumore da quel posto,
così piccolo,così disordinato,
dove trova il suo regno la polvere,
dove sembra si sia fermato il tempo.
Quando te ne stavi seduto sulla sedia impagliata,
un pezzo di legno tra le ginocchia,
ed una lima in mano, per aiutare la fantasia
a dare forma ai tuoi sogni,
mentre il vecchio orologio ti conduce a passi lenti,
verso quel tempo in cui non servirai più a nessuno.
Eppure te ne stai lì,
convinto che nemmeno il destino
ti cercherebbe in un posto così.
Perfino il gatto acciambellato ai tuoi piedi,
fa le fusa tranquillo,abituato ai tuoi rumori,
contento di farti compagnia.
Ogni tanto il martello rompe il silenzio,
sui chiodi impegnati a tenere insieme i pezzi di legno.
Nell’angolo in alto ragnatele piene di polvere,
sembrano il disegno preciso di un’artista,
che si muove a passi lenti,per non sciupare le sue opere.
Non si vede quasi,fuori da quelle finestre,
e non è importante se piove o c’è il sole.
È solo il silenzio che ti circonda,
a dare un senso ai tuoi giorni,
un silenzio che comandi tu,
che puoi interrompere quando vuoi
e per questo ancora più importante.
Non guardare,non cercare più di così,
se questa non è la felicità,è qualcosa che le assomiglia.
Ma i giorni maledetti camminano,
non ti lasciano il tempo di invecchiare
e non riesci nemmeno ad immaginare,
quando chiudi la porta alla sera,
di non essere più tu ad aprirla al mattino.
Ora non c’è più nessuno lì dentro,
nemmeno le mosche a distrarti,
nessuno ad ascoltare la pioggia sui vetri.
Entro consapevole di violare qualcosa che non è mio
E trovo tutto come l’hai lasciato
Non cerco niente,non tocco niente,c’è solo un triste silenzio
eppure si sente ancora la tua presenza,
nemmeno la morte è riuscita a strapparti da qui.
A quel pensiero la mia bocca si incurva a tentare un sorriso,
poi il dolore esce prepotente, incontrollabile,
mi siedo per una volta sulla tua sedia a testa china
ed un nuovo rumore rompe il silenzio,
sono le mie lacrime che accarezzano il pavimento.
ALDO RONCHIN sez A
accetto il regolamento
A TESTA ALTA
quegl’occhi così belli ti hanno conquistato il cuore
la sua bocca ti ha promesso una vita migliore
alla fine hai ceduto, hai creduto nell’amore,
ed ora ti ritrovi ad affittare il corpo ad ore.
Sei arrivata clandestina, ma piena di speranza
picchiata e violentata tra quattro mura di una stanza.
Hai pianto e supplicato chi nemmeno ascolta,
di essere giovane e bella la tua unica colpa.
Hai creduto nei sogni, cercato la tua occasione
sola ad un angolo di strada, padrona di un lampione.
Come in una squallida vetrina dai fari illuminata
dai in pasto il tuo corpo a gente di sesso affamata.
Vorresti fuggire da quei finestrini, che si abbassano piano
da quelle persone senza volto coi loro soldi in mano,
che evadono di notte da mogli e matrimoni
per comprare di nascosto la loro ora di emozioni.
E distesa dietro a una siepe dove nessuno può vedere
abbandoni il corpo tra le mani di chi cerca piacere.
Sui sedili delle macchine o dentro a tristi stanze
spengono ad una ad una tutte le tue speranze.
E non ti chiedono il nome, evitano di guardarti,
coi loro soldi comprano il diritto di umiliarti.
E anche se ti parlano tu non li ascolti
troppo abituata a quel sesso dai mille volti.
Allora ad occhi chiusi fai volare la tua mente,
lasci solo il corpo tra le mani di quella gente.
Mani viscide che toccano, che frugano dappertutto,
ti senti la violenza addosso e vorresti gridare aiuto,
però dalla tua bocca non esce nessun suono
e pensi che tutto questo lo volevi fare con un solo uomo.
Un uomo che ti amasse, che per te avesse rispetto,
che di notte ti tenesse stretta abbracciata dentro al letto,
che ti soffocasse col suo amore, che ti stesse sempre vicino
aprire gli occhi al nuovo giorno e trovare una rosa sul cuscino.
A volte ti stupisci di esser capace di sognare
ma i sogni sono solo tuoi e nessuno te li può rubare.
La cosa che più ti brucia è che svegliandoti al mattino,
non trovi traccia d’amore, ma solo i soldi sul comodino.
Quei soldi che per tua madre sono stati la salvezza,
hanno svenduto troppo presto la tua giovinezza.
E devi anche mentire, inventarti un pretesto,
per riuscire a fargli credere che fai un lavoro onesto,
che poi è davvero onesto, tu non hai rubato niente,
casomai sono stati gli altri a rubare la tua mente.
E puoi esser certa non ci sarà mai nessun uomo
disposto a chinare il capo e a chiederti perdono.
Ti chiamano “puttana”, ti guardano con disprezzo,
poi si mettono in fila e pagano il tuo prezzo,
per recitare nel tuo dramma, che ti lascia stanca e ferita,
attori sempre diversi sul palcoscenico della vita.
Però quando si spegneranno le luci della ribalta,
solo tu potrai camminare a testa alta.
L’ALBERO DELLE MIMOSE
Sull’albero delle mimose
il rifugio tra i fiori
intensi profumi
scintille di oro,
salire lassù
sul ramo più alto
non lasciarsi vedere
è stato sempre il desiderio più grande,
la condizione cercata
poter scomparire
senza spiegare il perché,
anche la vita
ha bisogno di pause
momenti che non puoi raccontare,
sapori indecisi
silenzio dei suoni
certezze mancate
nelle tue orecchie ronzii
voci non confessate,
mentre osservi la terra,
l’aria asciutta in quell’ora
la famiglia che tace,
tutto il peso
di quella salita.
Luigi Carlo Rocco
Accetto il Regolamento – sezione A.
ASDRUBALE
Asdrubale sparì dall’immaginario collettivo
portando con se un cammello a dondolo fucsia
glielo avrebbe fatto vedere lui con la sua bella cera
ed il baffetto di matador giovane
e la sua pianta incallita della sua maison rouge..
L’amore per le piante spesso supera
quello per gli spilli ed i letti di chiodi
ma è un amore duro e puro
un diamante di lacca un bitorzolo rosa
su un’unghia incarnita della parola t’amo.
Come uno spinello fumato dal padreterno
Imprescindibile inappellabile era tutto finito.
Ed io che maestravo la mia classe di scemi
primo fra tutti sopportavo il peso dell’infinito
sulle mie due rotonde spalle
poste così in basso da passare il cuore
spingersi alla milza ed occupar l’addome
e trovare consolazione
nelle miniere sulfuree dei tradimenti cocenti.
Fu comunque un tradimento apocrifo
del drago che era in me
e che si dimenava come un serpente boa
in un mare di gavitelli sardi
ma era tardi per cogliere i cardi
ed i cuori di sordi ne avevan piene anche i tordi.
Era Asdrubale il tradito non io
non tu non altro infradito
quante bocche di labbra e cuori di sangue
e piedi di scarpe avrebbero affermato la verità?
E cos’aveva detto cos’aveva fatto quel pesista adunco
quello strombazzatore di bottiglie senza fondo
e di pozzi verticali all’insù.
Eppure sono tutti coinvolti come i librai dai libri
gli intellettuali dal cervello: di notte solo di notte
l’avrei rivisto il mio amico Asdrubale
fra un ronfo ed una botta di russo
fra una lingua ed un dente cariatide
d’una femmina perversa una fontana che versa
una rima che voi non la meritate
perché avete solo bocca aperta
ed io sappiatelo ho il dito puntato
su un punto lontano additato
dove Asdrubale sparì e dove sto andando io.
ACCETTO IL REGOLAMENTO, sez. a
ALSO SPRACH MAMA
Te si solo un pelandron
boiagiuda e sacranon
sempre in giro de slandron
te si proprio un lazaron.
Te si casa come fora
fassa caldo o tiri ‘a bora
e pertanto, quindi et ergo:
xè ‘na casa, no un albergo.
O te magni ‘sta minestra
o te salti la finestra
qua xè legge e no xè caso
….tira via i dei dal naso.
Sempre zò de briscolon
sempre in giro de slandron
…lo go dito anca prima
ma no trovo pì la rima.
Cara mama, sbassa ‘a cresta!
Sarò anca via de testa
ma del resto, cosa resta?
Zelo el mondo ‘sta gran festa?)
***
Traduzione dal dialetto veneto
Sei solo un pelandrone
boiagiuda e “sacranone”
sempre in giro di “slandrone”
sei proprio un lazzarone.
Sei a casa come fuori
faccia caldo o tiri la bora
e pertanto, quindi et ergo:
è una casa non un albergo.
O mangi la minestra
o salti la finestra
qua è legge e non è caso
…tira via le dita dal naso.
Sempre giù di “briscolone”
sempre in giro di “slandrone”
te l’ho detto anche prima
ma non trovo più la rima.
Cara mamma, abbassa la cresta!
Sarò anche via di testa
ma del resto, cosa resta?
È il mondo ‘sta gran festa?
Autore: Fabrizio Minerba
Dichiaro di accettare le condizioni del presente regolamento
Sezione Poesia in Lingua Italiana, sez. A
Titolo della lirica: ETERNI ISTANTI
ETERNI ISTANTI
Fabrizio Minerba
Non vi è particolar istante
in cui si sfiora
la bellezza della vita.
Essa è composta da attimi
infinitesimali, seppur eterni
percepibili solo ai nostri occhi,
provocando un caldo brivido al nostro cuore.
La bellezza della vita
è la gioia di un sorriso,
goder appieno
delle meraviglie che ci regala la natura,
la scoperta di terre nuove
con amicizie vere
sincere.
Per tutti certamente
la bellezza della vita
è trovar il vero amore,
la vera compagnia
capace di dar luce
ai nostri giorni.
Per tutti la bellezza della vita
è trovar la vera felicità,
l’emozione che non lascia fiato,
qualcosa che in noi tutto smuove.
Non ha ora
non ha prestabilito tempo,
è solo un istante
da non lasciar andare,
un istante
da vivere all’infinito.
La bellezza della vita
è fatta di brevi momenti
che solo gli occhi fanno brillare.
Al battito del cuore,
al sussurrar del vento
sapranno durare
solo se vissuti
a passo lento.
LA CONFESSIONE
… e, se mi volgo indietro,
come posso non chiedere perdono?
Il dono della vita ho criticato,
e giudicato solo col mio metro,
la tracotanza ho assunto dei boriosi,
e, smemorando giorni luminosi,
della speranza trascurato il fuoco.
Ho offerto poco, preso e preteso a iosa,
scambiato il gioco con la cose serie,
ho sottaciuto le miserie mie
e rovistato in quelle altrui,
nei tempi bui piagnucolando alquanto …
Di singolare acume ho fatto vanto,
sfoggiando conoscenze di Picasso
d’Ariosto e di Platone
e, senz’altra ragione,
ho confinato in basso
chi non mi lusingava …
E ancora, a torto,
mi sono accalorato come lava
col cuore duro come ghiaccio.
Ho esagerato le mie pene,
la meraviglia legata in catene,
i panni di famiglia esposti al sole,
e l’oro ch’è la vita ripagato,
ahimè … solo a parole.
accetto il regolamento sez. a
Stelle
Ero caduto in una fossa,
solo con l’incontro con te,
ho trovato la forza per risalire
per tornare a guardare le stelle.
Ho avvertito il tuo profumo
e ti ho rispirato e ora il mio cuore
vive in te e il mio nel tuo.
Tutto era vano senza di te,
le parole erano vuote.
Ti cercavo nei desideri ma tu non eri lì.
Ora ho incontrato te e ti riconosco nella bellezza del mondo.
Sezione A. Accetto il regolamento
Sezione B
Teresa Argiolas Accetto il regolamento
Sardo campidanese
POITA……
Poita sa vida tua,
arrèscia a unu fillu fini,fini,
non poderat prus su pesu
de sa tua soferèntzia.
Unu biaxi chi non si bit
a is ogus pagus atentus,
chi est grai coment’e unu crastu
a chini t’aporrit sa manu.
Mi càstias cichendu scedas,
pregontendu coment’e unu pipiu
is medas “Poita”.
Non potzu arrespundi a is tuus “Poita.”
Ti ollu fai sonnai unu mundu
chi po tui non c’est.
Ti contu candu spànigat a collor’e oru,
scurighendu cun fràmulas de fogu,
ti contu de padentis de incantu,
de cogas inchietas cun sa trèmula.
Mi nd’acatu ca non ti sciu donai scedas
a totus custus tuus Poita…Poita…..
***
PERCHÉ….
Perché la tua vita
appesa ad un filo sottile,
non regge più il peso
delle tue sofferenze
un bagaglio invisibile
ad occhi poco attenti
che pesa come un macigno
a chi ti tende la mano.
Mi guardi cercando risposte
chiedendo come un bambino
i tanti “Perché “.
Non posso rispondere ai tuoi “perché “
voglio farti sognare
un mondo che per te non c’è.
Ti racconto di albe dorate
e tramonti infuocati,
ti parlo di boschi incantati
e folletti arrabbiati e con mani tremanti
mi rendo conto che non so rispondere
ai tuoi tanti perché… Perché…
Sezione A
SUL FOGLIO BIANCO UNA POESIA
Un foglio bianco
dove sovrappongo immagini colorate
a righe fitte di parole.
Vi ho disegnato
una spiaggia deserta,
le onde del mare,
le note di un malinconico violino
mentre assaporo la carezza del dolore.
È tutto così normale
nell’assurdo.
Attendo un suono,
un profumo, uno sguardo,
fino alla tristezza,
fino a non respirare più.
E intanto respiro l’aria
come se fosse un immenso fiore,
avvolgo i miei pensieri
in un foglio bianco,
tamponando il ricordo
di notti senza sogni.
E mentre l’aria
profuma della voce del mare,
il violino libera le sue note.
Vaghi tremolii di stelle,
i miei pensieri,
note evocatrici di ricordi
su un pentagramma senza parole.
Accetto il regolamento.
Carmela Laratta
Sezione A
Accetto il regolamento
COLA.
Cola, sulle guance
avvizzite dal tempo,
la rassegnazione
di chi questo paese
l’ha baciato,
e perduto, per sempre.
Cola la desolata memoria
delle cose incompiute,
stanche
d’una malinconia sacrilega,
spalancata a vista
sull’affranta indolenza
– che continua a ruotare-.
Cola l’eterno rinvio,
che non intende atterrrare,
e aleggia come riflesso
imperterrito e ostinato
sui bordi grezzi
di un intonaco nudo ,
che non si vestirà mai.
Fragile è il verbo finire,
indeclinabile;
è lamento sottile,
croce schiodata,
divinità fraintesa
che non scende a patti ,
e avanza
con la sua crocchia
di cemento ammonticchiato
che non basta a riempire
le parti cave di desideri.
Nessuna clemenza.
Ricordi vengono trascinati
nello specchio,
dove ieri e domani
sono una pelle sola.
Un unico tarlo
che si crede
nel luogo giusto,
mentre morde
e s’ accontenta
di una neutralità comoda,
approssimata come rosa
che aspetta di fiorire
senza l’acqua.
Così, di cieli
acquerellati a metà,
di case con finestre
di fortuna,
di tetti di lamiera
puntellati,
di scale grezze
sterili di ringhiere,
si può anche vivere,
scorrendo, fino a svanire …
mentre l’immenso
di questa terra,
arata senza semi ,
mostra la sua coda
di sirena
che si consola
di piccoli dettagli da niente.
Pero’ possiede
le domande
della vita
ogni ritorno
ritmato dalle curve:
il sogno grato
che si scioglie
dentro agli occhi;
la nuvola
che canta cieli ignoti;
la voce di mia madre
che baciava;
ricordi avvolti
come abecedario
per sillabare
la forza del passato;
non riassortire
i silenzi per paura.
Per questo l’amo,
questa terra senza porte ,
sospesa
come telo senza l’orlo,
raccolta come credo
senza cero:
ha più radici del mare,
e un ritornello
che t’arroventa
– infilzato in mezzo al cuore-.
Er mare… – Sezione B – Accetto il regolamento
Er mare incanta più der vino,
quanno er gargarozzo strigne a più nun posso
e le bettole so’ chiuse da ‘n pezzo,
ma quanto coraggio mostreno sti leoni, affacciati
alle soglie de ‘na bianca tavola, che da mezzanotte ‘n poi
suscita clamori a sti du cori…
È ‘na favola, che dispiace solo a chi ‘n sa gnente
come sta gente dimessa, che a forza de scansa’ li poveracci
la povertà se la ritrova addosso, e macina pensieri voti
quasi fossero cantieri ignoti…
Ma a bella vita sosta dentro er petto, e forse forse
je viene ‘a paura de ‘na vorta, quaa paura che te incita a smette,
perché difronte ar mare er vino è solo ‘n artro po’ de acqua,
e se te s’allarga er core te se scioje pure er gargarozzo…
***
Il mare… (traduzione)
Il mare incanta più del vino,
quando la gola si stringe come un nodo fino allo spasimo
e le bettole sono chiuse da un pezzo,
ma quanto coraggio mostrano questi leoni, affacciati
alle soglie di un bianco mare, che dalla mezzanotte in poi
suscita grandi emozioni ai cuori che lo osservano…
È una favola, che non piace solo a chi è ignorante
come la gente senza anima, che continuando ad allontanare i poveri
diventa povera essa stessa, e formula pensieri vuoti
quasi fossero cantieri ignoti…
Ma a volte il cuore si prende una pausa dall’eccesso, e forse
a chi esagera gli nasce la paura di quando era piccolo e savio,
quella paura che ti incita a smettere con la dissolutezza,
perché di fronte al mare il vino è solo un altro poco d’acqua,
e se ti si allarga il cuore ti si scioglie anche il nodo nella gola…
Sezione B
(accetto il regolamento)
ER CINQUANTOTTESIMO COMPLEANNO
(Alberto Diamanti)
Da regazzi, l”anni no li senti
avenne 10, 15, o anche 20,
nun c”è ppoi sta’ tanta differenza
de contà l’anni puoi stare pure senza.
Ma ppoi d’amblée (che vvordí d’un botto…)
ariva er giorno che sono cinquantotto
t’accorgi sí, der tempo ch’è vvolato
anche se nun sembra mai che sia passato.
Ma si te vorti addietro rivedrai
le cose bbelle che hai vissuto, e poi
in un attimo, in un alito de vento
t’augurerai de campanne n’antri cento,
perché la vita è un fonno de bbicchiere
dove noi no…nun ce stanchiamo a’ bbeve
finchè de acqua ce ne sta ‘n pochetta…
Su… tenemose sta vita… stretta stretta
Perchè er tempo va… er tempo passa
ma quello che ognun di noi dietro se lassa
sono i ricordi delle cose bbelle
ch’ ariluccicano ner cielo, come stelle.
Bellissima
grazie 1000, gentilissimo
sono nel mondo delle anime sole a digrignare il freddo della notte
c e tanto buio ed un lunghissimo silenzio uccide l’ultimo rantolo d’umanità
io cinquantenne voglio sognare il tremito inquieto degli esseri diversi
lasciatemi vivere con la mia muta dolcezza di poeta
oh anime di latta arrugginite da una pioggia senza fine
voglio piangere il fiore che nasce nel deserto più arido
non c e più l’amore nello sguardo dell’altro solo un maledetto vuoto
no io non ci sto ad abbracciare il vuoto che dilaga nel mondo
io eretico che dona senza compenso la calda umanità del silenzio
oh voci che condannate la mia diversità come una secca merda da calpestare
occhi negli occhi e lo sguardo dell’altro lo amo di stelle
a muso duro m innamoro dell’infinito che piange
io cinquantenne figlio della dolcezza
Grecalia
Ulisse navigò
Il salso mare adriatico,
il colto Jonio, l’irato Tirreno.
Lo perdemmo a Citera. Lo scorgemmo tra Cariddi e Scilla.
La onda schiumosa ci trascinò lontano e lo vedemmo salutarci.
Restai casa senza padrone, campo senza aratore, allievo senza maestro.
Dei lontani, ridatemi la vista per ritrovare la rotta verso la mia amata Atene.
Efebo, per punire i troiani, mi unii ai guerrieri del mio re.
Efebo grazioso ma povero, i nobili mi disprezzarono. Non cavaliere, non fante fui. Lavapiatti mi
nominarono. Non armi ebbi, ma stracci. Mi vide Ulisse.
Con lo sguardo mi misurò. Mi fece suo discepolo e io lo elessi a mio maestro e amante.
Esplorammo assieme i piaceri della mente e del corpo.
Quando conquistata Ilio, mi offrirono il ritorno ad Atene ricco di onori e prede, rifiutai.
Mi imbarcai con il mio maestro a cui mi ero donato corpo e anima.
Entrambi fummo delusi da quella epopea diventata una squallida storia di violenze, tradimenti, massacri, stupri.
Vedemmo entrambi che non vi era gloria in quanto fatto.
Il maestro ci assicurò che presto saremmo tornati in patri a, ma io sentii il canto del suo cuore
Che anelava a cieli sconosciuti sopra mari tempestosi punteggiati di isole feconde.
E per amore lo seguii lasciando che fosse il desiderio per la sua mente e per il suo corpo a guidarmi.
Dalla prima ebbi in dono saggezza e conoscenza, dal secondo amore e passione dei sensi.
Ora solitario alle foci dell’ Istros là dove le torbide acque entrano nel Pontos Axeinos,
vivo dei doni che mio offrono i barbari Sciti affinché insegni ai loro figli la parlata greca.
Allora racconto loro di Ilio e della guerra per la bella Elena. Illustro gli eroi, racconto come vincemmo e
tornammo. Ma quando con la parola onoro Ulisse , un groppo mi chiude la gola e piango. Allora gli
innocenti efebi si chiedono in cosa mi hanno offeso e cercano di consolarmi.
sez. a accetto il regolamento
METAMORFOSI – SEZIONE A
*
Amniotiche metamorfosi
si contorcono violente
nelle viscere in mutazione
Ricerca spasmodica di un senso
che dia all’uomo l’esatta posizione
del suo essere nel mondo
Si intersecano…danze macabre
i corpi violati sul resiliente respiro
deformando l’io visivo
creando allegorie del vivere
come sogni in costruzione
tra le destrutturate emozioni ossee
Avvolti nelle tenebre di corpi sacrileghi
cercano le ombre
altari su cui sdraiarsi
affinché diagonali di luce
aprano squarci tra le navate del cuore
lasciando cadere in esse
blasfeme benedizioni
gocce di un infinito sconosciuto
a cui aggrapparsi nella rinascita
Siamo liquidi labirinti
smarriti nella perenne ricerca
di nuove forme acquee
che evaporando
possano ricadere un giorno
sull’arida terra
come linfa nuova
in perenne mutazione emozionale
Amniotiche metamorfosi
dalle quale nasceranno ali
per sfuggire alle vertebre
su cui contiamo le nostre paure…
accetto il regolamento
Pomeriggio (sez. A)
Questi pini alti, saettanti nell’azzurro
sono immobili
anche se il vento muove le loro chiome,
e così questo calmo specchio con flebili onde
dove due coppie sfilano su piccole barche.
Non sono immobili tre cani che si inseguono
giocando intorno a radici nodose
senza cura dei loro padroni.
L’intero parco è immobile
mentre la vita brulica nelle sue trine.
Appoggiato alle stecche della panchina
guardo senza guardare
inseguito e seguendo un movimento
che forse muoverà la mano
che forse segnerà parole.
Così torno alle chiome dei pini
al loro ondeggiare
e penso ai fianchi della mia donna
al loro moto che non fermo
neanche quando li serro tra le mani
Accetto il regolamento
SEZIONE A
SAVERIO GIANNINI
ACCETTO IL REGOLAMENTO
LIBERI SENZA TEMPO
“Non saremo mai versi vincenti”,
urlano silenziosi
i miei pensieri
“Non saremo mai ballerini provetti,
colori scintillanti che esplodono sulla tela,
maestri d’ironia
Resteremo solitarie danze nella polvere,
canestri mancati di un soffio,
echi ribelli d’autenticità
imprigionati sulla carta
Reciteremo in eterno
nei teatri del cuore
Bruceremo
come esili e soffuse candele
che si stropicciano gli occhi
Vibreremo
come corde di chitarra
pizzicate sottovoce
e ondeggeremo
leggeri leggeri nell’aria
come dolci sinfonie,
liberi senza tempo!”
Partecipo sezione a
Accetto il regolamento
Non ci pieghiamo.
Anche se il vento tira forte
vento gelido di maestrale
ci ha forgiate
dure come la roccia,
che si staglia imponente
e sovrasta il mare
come una regina.
Non ci pieghiamo
nella tempesta,
come giunchi balliamo
e ci chiniamo
con radici ben salde
alla madre terra,
e poi ci rialziamo fiere
con la schiena dritta e il muso
rivolto al cielo,
in segno di sfida.
Noi donne sarde
abbiamo lo sguardo
sempre
rivolto ad est,
e vediamo il sole
anche attraverso
le nuvole.
Dalla mia parte. La stessa
L’indulgenza non abita tra queste mani
addestrati alla separatezza
fiutiamo lo stesso sangue
la stessa matrice di colpa
gli occhi non servono
tanto meno preamboli
non siamo più orfani
aggrappati alla stessa fune
Io ti conosco
abbiamo dormito la stessa paura
e smesso di parlare
nello stesso preciso momento
Irrompo al silenzio di questo patto
per imparare a come difendersi
lanciarsi nel vuoto
incassare una caduta
tagliare la corda
non farsi marchiare
tenere un segreto
a ritornare
Mappatura di un luogo remoto
dove iniziammo col primo vagito
lo stesso soffitto le sere d’inverno
la sottoveste che ci portava a dormire
le crepe che non finimmo mai di contare
di interrogare
sez. a accetto il regolamento
Da nô in Rumêgna
In Rumêgna u’s va a balè,
sóbit dóp avè magnê,
uj’è néc chi c’an sa fê,
ma e po’ sêmpar scarpazê.
E guadênd fra e lôm e bùr,
u’s’in vêd tot i culur,
incminzend dal manadur
e a dal fazi d’cuciarúl.
I bragô curt e strêt,
a la zintura şóta e pet,
c’un l’udôr fōrt de sufrèt,
par chi c’la magnê i caplèt.
Al stanêl c’al sfrêga in têra
c’al po’fêt la gambarêla,
e in ti fiêc tênta rundêla,
par la tròpa brazadêla.
E se i vşti jè curt e d’pêz,
còm chi còr sti galinêz,
tòt i vó avdê e sté dnêz
js’incavala a lè in te mêz.
Ma lè quênd che c’méza i lêt,
c’us’ vêd tênta bêla zét,
spintacê, róş, e cuntét,
c’us’ja’s mêşa i paramêt.
E pinşê chi è a lè a zirché,
at putéş inamurê,
j’stà strêt e incucunê,
chi pè tòt inşcartuzê.
Parol dolzi e tènt chi biş,
còm c’uş’fóş in paradiş,
jocc in t’jocc i’s fa i şuriş
uj vò póc acşè a capiş.
Avnì dóc da nō in Rumêgna,
u’jé l’êlbar d’la cuchêgna,
a qué uş’bala, uş’bê v e uş mêgna,
e c’un l’amor us’j guadêgna.
***
Da noi in Romagna
In Romagna si va a ballare,
subito dopo aver mangiato,
ci va anche chi non sa fare,
ma può sempre scalpicciare.
E guardando fra luce e buio,
se ne vedono di tutti i colori,
incominciando dal vestire
e con facce da castagne secche.
Dai calzoni corti e stretti,
alla cintura sotto al petto,
con l’odore forte del soffritto,
per chi ha mangiato i cappelletti.
Le sottane che sfregano in terra,
che possono farti, lo sgambetto
e sui fianchi tanta rondella,
per la troppa ciambella.
E se i vestiti sono corti e di pizzo,
come corrono quei gallinacci,
tutti vogliono vedere e stare davanti,
e si accavallano lì nel mezzo.
Ma è quando cominciano i lenti,
che si vede tanta bella gente,
spettinati, rossi e contenti,
gli si attorcigliano le rigaglie.
E pensare che sono a cercare,
di potersi innamorare,
stanno stretti, testa a testa,
che appaiono tutti accartocciati.
Parole dolci e tanti baci,
come se si fosse in paradiso,
gli occhi negli occhi, si fanno sorrisi,
ci vuol poco così a capirsi.
Venite dunque da noi in Romagna
che c’è l’albero della cuccagna,
qui si balla, si beve e si mangia,
e con l’amore ci si guadagna.
sez. b accetto il regolamento
Fabio Recchia Levico Terme accetto il regolamento, sez. a
L’immensità
Assopito al chiar di luna
guardo l’immensità,
sono piccolo,
le stelle luccicano
come gocce di pioggia
sul finestrino
quando percorro strade illuminate,
alcune
rigano il vetro come stelle cadenti,
le conto
ed esprimo desideri
che rimangono inascoltati
e penso a chi come me
lassù si assopisce nella notte.
Accetto il regolamento Sezione “B”
Addentrarsi nei vicoli stretti e sporchi del centro storico era sempre inquietante, anche per Carlotta che vi abitava da parecchi anni ed era la poliziotta dei quartieri Prè, Molo, Maddalena.
Quei luoghi antichi avevano il loro fascino, i loro misteri, tutti questi palazzi uniti strettamente fra loro, mura contro mura, segreti contro segreti, sussurri e grida che si sperdevano attraverso mura spesse, misteriose ed impenetrabili.
Ogni palazzo aveva la sua storia angosciante da raccontare, la cronaca nera si era occupata spesso di eventi luttuosi irrisolti, di storie inquietanti e le cronache cittadine ne avevano dettagliato i sordidi e macabri fatti che tutti avevano seguito con apprensione e sgomento.
Nel centro storico e forse anche altrove si aggirava un serial killer, denominato “il Gentile”, uomo cortese e generoso, che si aggirava nei vicoli, fortemente attratto dalle prostitute e dopo averle a lungo tallonate, sceglieva quella che in qualche maniera lo aveva attratto di più e senza adescarla la spiava in apparenza senza alcun motivo e la seguiva tutti i giorni ossessivamente.
Quello che scattava nel suo cervello dipendeva dal comportamento che la donna teneva nei suoi riguardi, dalle risposte e dal dialogo che invariabilmente si teneva fra i due circa la trattativa.
Erano donnine di strada, sedute davanti alla porta della loro stanza del piano strada, ricavata
da quello che come altri, doveva essere uno dei tanti negozi ed invece adesso erano stati trasformati in monolocali fatiscenti, in cui troneggiavano grandi letti, tappeti pseudo orientali, vistosi pizzi e merletti, luci soffuse e tendaggi rossi sgargianti come la biancheria da letto che copriva l’alcova e dove le prostitute ricevevano i clienti.
Lui era entrato in alcune di quelle stanze, ma si era limitato a guardare senza concludere nulla, il disgusto di toccare una donna che ancora portava addosso l’odore mercenario di altri disgraziati come lui, lo disgustava, quindi aborriva quel genere di femmina che stranamente lo attirava e respingeva nel contempo.
Carlotta era rispettata da tutti gli abitanti del Centro Storico, anche da malandrini e lestofanti per la sua correttezza ed era sempre in perlustrazione ed in coppia col collega e suo coetaneo Alfredo, sempre allertati dai vari furtarelli e scippi che giornalmente dovevano fronteggiare, compresi gli inseguimenti estenuanti nel dedalo di viuzze ed anfratti in cui i ladruncoli esperti trovavano riparo, eclissandosi.
Ma gli informatori ed i ricettatori alla fine supplivano ai mancati arresti con soffiate obbligate, per cui la giustizia trionfava sempre e la refurtiva veniva prima o poi recuperata.
Quando la prima prostituta venne rinvenuta nella sua stanza, con la testa fracassata,
presumibilmente da una lampada di ottone che voleva essere decorativa ma che si rivelò il micidiale e perfetto colpo contundente, alias arma del delitto, che uccise al secondo o terzo colpo la vittima…i due colleghi seppero che si trattava di una certa Assuntina, verace napoletana insediatasi a Genova da molti anni, di mezza età ed ora cadavere in vico dell’Amor Perfetto dove lavorava e viveva.
Nulla era fuori posto nella stanza, neppure l’abbigliamento della defunta che giaceva sul tappeto col viso affondato nel suo sangue.
Un delitto il cui artefice poteva essere chiunque, uomo o donna, anche se i molti frequentatori erano clienti fissi.
Magnaccia ce ne erano parecchi che si suddividevano il territorio dei vicoli, il “Biondo” era colui che si prendeva cura dei guadagni di Assuntina, biondo per modo di dire in quanto attualmente era calvo, avendo seminato i capelli in pestaggi e lungo il percorso della sua vita sregolata di nullafacente imbroglione e mantenuto.
Ci fu un’allerta fra il popolo della prostituzione, specie quando, la vicina di stanza della vittima, una certa Esperanza, fece la stessa fine, questa volta con una garrota che non le lasciò neppure finire la frase di benvenuto con cui forse aveva accolto il suo assassino.
Ci fu ovviamente un’indagine a tappeto, vennero riesaminati i nomi delle vittime, anche quelli delle persone scomparse in quegli ultimi anni di cui nessuno aveva saputo più nulla.
E l’inquietante verità fu che di molte donne nessuno aveva saputo più nulla, ma erano creature dedite al vizio, senza legami stretti ed alcune senza fissa dimora per cui esseri invisibili.
Carlotta ed Alfredo, avevano scartabellato documenti di vecchi omicidi ed alla sera avevano preso l’abitudine di trovarsi spesso nell’appartamento di lei, anche perché c’era Rudy, il suo bassotto che necessitava di una passeggiata e poi di cibo e compagnia.
Dopo tutto questo, loro avrebbero studiato attentamente i fascicoli inerenti alle vittime accertate di cui si erano trovati i corpi in zona.
Quella sera Rudy era inquieto, andava nel bovindo della camera, e raspava il tappeto del pavimento di legno che ricopriva parzialmente, vicino alla finestra e mentre nel resto della casa predominava il marmo con mosaici bellissimi ed il fascino dell’antico, lì c’era solo quel consunto parquet di legno.
Guardando attentamente dove Rudy raspava, Carlotta si rese conto che il pavimento produceva un rumore vuoto, chiamò Alfredo e gli disse:
-Sai Alfrè, non mi ero mai resa conto che sotto al bovindo forse potrebbe esistere, come in tante abitazioni del centro storico, una stanzetta, tipo soffitta, cantina, ripostiglio, che ne so, ma se sei d’accordo, io vorrei dare una occhiata, anche perché Rudy, quando è solo, deve aver raspato alla grande, infatti qua c’è un solco significativo che il tappeto mi ha impedito di vedere prima.
-Carlotta, forse hai ragione, chissà, quali misteriosi segreti e ricchezze nascondono queste antiche case!
-Come ben sai, nella piazza Caricamento hanno trovato tanti reperti da costruirci un museo del mare…proviamo ad aprire, forza ragazza.
Si misero a schiodare asse dopo asse, cercando di non far rumore, e lavorarono tutta notte, ma alla fine si fermarono e dovettero rimandare l’apertura al giorno dopo.
Si era intanto instaurato un feeling fra due ragazzi sinceri ed onesti, di quei pochi che nascono e poi fanno lo stesso mestiere amandolo con serietà.
Ci riprovarono a fine turno e riuscirono a levarne una prima parte ma si resero conto di essere di fronte a qualcosa di sgradevole, Rudy impazziva dall’agitazione e raspava pure lui, solo alcune piastrelle separavano il sopra dal sotto, ma zaffate di putridume e marcio giungeva forte e chiaro alle loro narici.
Forse di topi che brulicavano in un rifugio da cui si accedeva da altri palazzi tramite cunicoli? Qualcuno ne aveva fatto tana e poi era deceduto?
L’ansia attanagliava i due ragazzi che riuscirono a levare le prime piastrelle evidenziando buio pesto ed odore ancora più nauseante.
Rudy si incuneò nel buco velocemente fra lo sgomento dei due ragazzi e da sotto iniziò ad ululare con un lamento macabro che accapponava la pelle.
Intensificarono gli sforzi ed aprirono un varco sufficiente da poter scendere anche loro, alcuni gradini portavano a quella che era una specie di stanza, un sottoscala, o un sottopasso che però rivelava la presenza di una porta.
Ma prima di notare tutto questo videro qualcosa che li indusse a retrocedere dal disgusto: brandelli di abiti celavano le ossa di quelli che un tempo potevano essere stati due o più esseri umani ed alcuni topi che fuggivano e tanto, tanto schifo, paura ed il rifiuto di avvicinarsi da parte di Carlotta, era tutto troppo orrendo.
Messo in sicurezza Rudy, come sempre più segugio che bassotto, Carlotta, chiamò la centrale e mentre Alfredo controllava i poveri resti, non riuscì a trattenersi dal vomitare, si sentiva male, l’odore e la vista erano troppo disgustosi ma in un attimo le venne in mente il perché non poteva permettersi di svenire.
Quel luogo, attraverso quella porta, avrebbe portato ad un altro locale a cui qualcuno aveva accesso e forse loro avrebbero trovato colui o colei che per ovvi motivi vi si nascondeva.
Attesero la volante ed i colleghi capitanati dal Maresciallo Parodi che dopo i vari rilievi e con l’appartamento brulicante di poliziotti, decise senza perdere tempo di avventurarsi oltre la porta, gli altri avrebbero pensato ai poveri resti.
Vennero scardinate le guide e le serrature e muniti di potenti torce, si avventurarono nel labirinto che per chi soffriva di claustrofobia non era gradevole percorrere, venti minuti di tragitto al buio e con poca aria, quindi proprio verso il cuore del centro storico.
Dovevano agire in fretta, se al di la della porta che segnava la fine del cunicolo c’era una persona, dovevano acciuffarla prima che scappasse.
Ma furono fortunati, perché il presunto reo stava dormendo, lo ammanettarono mentre ancora non si era reso conto di nulla, ubriaco e fatto di cocaina come era.
Dai documenti risultò essere un certo Di Gennaro Francesco, nato a Catania da genitori ignoti, cresciuto in un orfanotrofio, di anni 65, senza fissa dimora ma con precedenti penali per maltrattamenti nei confronti di donne, furti, aggressioni, molestie varie e chi più ne ha più ne metta.
In questa specie di tana in cui viveva, trovarono biancheria intima, documenti di persone scomparse e capirono di trovarsi proprio al confronto di quello sporco assassino che per anni aveva ucciso chissà come, impunemente, per denaro, o libidine o vizio oppure per sola pazzia, persone inermi.
Il locale sembrava un museo del vizio e dell’orrore.
Trovarono anche oggetti appartenenti alle ultime due vittime che furono le uniche a cui poterono dare un nome, sulle quali imprimere il volto del loro assassino, il volto del “ Gentile”
La sezione B era riservata alla poesia in vernacolo, non era prevista prosa in questo concorso
Alla prossima, e buona scrittura sempre
Franco Carta
Accetto il regolamento – Sez.B Poesia edita in vernacolo siciliano
© JONNY SOUTO
Lu cuntu di li cunti
Lu cantastorie di la Muntagna
cunta lu beddu paisi di li martiri
Affiu, Cirinu e Filadelfiu,
santi pi la Matri Chiesa e picciotti
di la terra iè di la patria.
Lu cantastorie di lu Mungibeddu
‘ncanta li jovani ‘na santa carusanza,
pirchì la biddizza di lu meli
ieva livannu l’amaru ‘n bucca,
sulu la terra di li patri ‘nzigna.
Lu cantastorie di la matri Etna
sona cu la vuci li bestiari di ‘na vota,
ca vinennu ‘n Sicilia cû ciuciareddu,
passa cû jocu li versi
di lu cantu e di la istoria ammarrunata.
Lu cantastorie di lu vulcanu
parra cu li paisani ‘n sicilianu,
di lu ciuri anticu dittu pi
cumpensari lu jornu di li lamenti
cu li jorna di li ‘nnamuramenti.
Lu cantastorie di lu paisi
sciuscia ntô friscalettu,
linnu linnu iè schettu schettu
pi la strada senza fari stranizzi,
facennu ‘ntisa sulu pa spisa.
Lu cantastorie di la chiazza
attista lu marranzanu,
ca pi lu pinseri furrìa lentu lentu
comu la varca dammenzu lu mari,
ca battulia a iusu contru lu scogghiu.
Lu cantastorie di lu curtigghiu
joca cu li picciriddi a parola e puntigghiu,
passa l’anni cu li cunti di lu passatu,
scummoglia lu cuperchiu di la pignata,
scuntannu l’ura ca l’ava scumminatu.
***
Traduzione: Il racconto delle storie popolari
Il cantastorie della Montagna
racconta il belvedere paesano, dei martiri
Alfio, Cirino e Filadelfio,
i santi canonizzati per la Chiesa, i giovani
della terra e della patria.
Il cantastorie del Mongibello
incanta i giovani di bella gioventù,
perché la dolcezza del miele
toglieva l’amarezza dalla bocca,
che solo la terra dei padri riesce ad insegnare.
Il cantastorie dell’Etna madre
suona vocalmente i bestiari di una volta,
giunge in Sicilia con il somarello
versificando musica e
storia a sproposito.
Il cantastorie del vulcano
parla con i paesani in siciliano,
del fior fiore, antico detto per
alternare il giorno delle lagnanze
dai giorni degli innamoramenti.
Il cantastorie del paese
soffia dentro lo zufolo,
lestamente e candidamente
lungo la strada senza eccedere,
ma prestando orecchio al suo interesse.
Il cantastorie della piazza
intona il marranzano,
lo scacciapensieri va lentamente
come una barca in mezzo al mare,
che sbatte giacente sotto, contro lo scoglio.
Il cantastorie del cortile
usa rime di parole ed osservazioni con i bambini,
trascorre i suoi anni con i racconti popolari,
scoperchia la pentola,
riscatta l’ora della messa in disordine.
MALINCONIA CHE A TE STRETTA MI TIENI
Come schiumando sul mare il cavallone
lentamente avanzando mi compari
e simile a un sudario tutta m’avvolgi.
Inerme, alle tue onde più non sfuggo,
lascio che tu m’assalga, vinta soccombo.
Pallido sole sei, che non abbaglia,
fievole filtra, eppure ancora scalda,
malinconia che a te stretta mi tieni.
Accetto il regolamento (Sez. A)
Accetto il regolamento sez A
Vita morte speranza
Vivere intensamente
la vita
Scalando rocce
A precipizio del mare
Una vista sublime
Le onde sferzano le pietre
Il vento soffia
librano aquile reali
Libere
L’alternarsi del tempo
La morte amica attende
All’ ora che non si aspetta
La speranza con
Una nuova vita
Ripete all’ infinito
Voli
Panorami
Suoni
Sezione A
L’EQUILIBRISTA
Un Folle,
come se
non avesse già perso, nel baratro,
una gamba e la parte preponderante del cuore.
Come se
non avesse la pelle già ustionata dal sole,
gli occhi: intorpiditi dal sale,
le membra: sfinite.
E sufficienti cattedrali del Nulla finite in catastrofi.
Un Idiota,
come se
non fosse successo niente.
E non sentisse già
l’alito pesante del Capitano con la bava alla bocca,
le tristi scarpe inglesi passate di moda,
bramoso solo di stracciargli il biglietto scaduto.
(Accetto il regolamento)
Sez.A
Siamo persone strane
Siamo persone strane,
Abbiamo bisogno d’amore
come se fosse pane
Sono incluse, le pene
e le piene
Siamo cascate di pioggia
Siamo cascate di sogni
ingrossate e in foci sospette
Siamo memorie sbiadite
Strade lasciate a metà
Intuizioni mai dette e presagi
Siamo di chi contiene
Ci incoraggia e ci preme
Di chi ci viene con il vento
Anche se non conviene
Di chi unisce il sangue nelle vene
Siamo questo luce,
Siamo amori tascabili
Siamo il coraggio che manca
le scelte evitate
Siamo parole mai dette sotto
una pioggia che cade
Lascia le strade bagnate
Anime inquiete che restano
con i battiti distinti variabili
Accetto il regolamento
Partecipo alla sezione A. Ringraziando per l’opportunità, ACCETTO IL REGOLAMENTO.
TREGUA DEL CUORE
La pioggia lascia lo spazio
al seren frinire delle cicale
stasera.
Nell’arco del cielo si curva
la curva dell’arcobaleno,
autostrada di colore
foriera di tesori nascosti,
scrigno di pirata
ai piedi del suo ponte.
In lontananza belano
nuvole rotonde
di vello candore
e riecheggiano
nel vuoto dei miei pensieri,
che lascio andare, bradi
per gli erbosi pendii
del mio lieve vivere.
Non dormo la notte
ma la sera serena
acquieta il mio tremore.
In una sera …
La polvere di questa stanza
Coprirà la mia mente
nel letargo notturno
Nuove distanze
Si frappongono
al risveglio
Tutto apparirà in controluce
Cavalcherò giorni brevi
Una zaffata di luce morta
È arrivato il tempo del mio ritiro
Nuvole perlacee
si rincorrono in cielo
La pioggia fitta
bagna tutto
il mio corpo freddo
in una sera d’inverno
Antonio Pittau
Accetto il regolamento, sez. a
Vincenzo Patierno
Accetto regolamento, sez. a
Terra mia
Vagabondavo tra
familiari strade e stradine.
Spoglio da timori
mi sentivo. Braci ardere
non vidi. Artefatte nebbie
acre l’etere non resero. Visi
non accigliati incrociavo.
Si eclissarono lucchetti
e barricate. Un gongolar
in quel che di
costumanza è chimera.
Il sognar non fu
a trascrivere il
respirar da desti.
In me
Vieni in me
in mondi sconosciuti
amanti contrastanti
assetati d’aria nuova
assuefatti di ricordi.
Nel mio cuore scorgerai
sillabe in battiti
forgiare melodie
dissetare desideri.
Qui, dentro me
il fuoco della passione
illuminerà il tuo essere
come la luna gioca con l’oscurità
in un balletto di risacca.
Guidato da incosciente leggerezza
vagherai nel mio microcosmo
di emozioni e colorati orgasmi.
I miei passi leggiadri
saranno preludio della nostra danza
mentre la mia anima possiederà la tua,
il cielo si aprirà dopo la tempesta
e scopriremo insieme nuovi bagliori.
Laura Dessi (SEZIONE A)
ACCETTO IL REGOLAMENTO
Voci immutabili
Non s’odono più le voci
che narravano leggende.
Le custodisce il bonzo che
silenzioso attraversa il viale
di questa bizzarra vita.
L’hanno prese i passeri che
abitano il vecchio pino,
che nessuno taglia più,
da quando un’altra voce
s’è spenta.
E chissà chi altro
le trasporterà nel tempo,
confondendole ai mille lemmi
dispersi nello spazio.
O forse sorvoleranno laghi gelati
nascosti tra bianche montagne
illuminate dai nostri tramonti.
E cambieranno, allora,
perché nessuno possa
riconoscere la propria.
Tristemente andremo alla ricerca,
finché, forse un giorno ,
torneremo a sentirle diverse
ma sempre uguali.
sez. a accetto il regolamento
SARA’ IN UN’ALTRA VITA
Sarà in un’altra vita,
ma sarà,
non cadranno più foglie
sul marciapiede,
voleranno alte a stormi
come rondini migranti
verso orizzonti nuovi
su cui poggiare l’ali,
sarà in un’altra vita,
ma sarà,
non cadranno più le stelle
e il firmamento
mostrerà la sua luce bianca
cui affidare i pensieri
nella profonda notte
che non farà più paura,
sarà in un’altra vita,
ma sarà,
torneranno le fontane
a chioccolare
nell’eco di bambini giocosi
che cadono sulle strade
e sarà l’unico pianto
da consolare,
sarà in un’altra vita,
ma sarà,
fioriranno parole di tiglio
in un vento di pace
nel silenzio inebriato d’amore,
saliranno nei cieli del mondo
e non bruceranno nel sole
adagiate nella nicchia del cuore.
Maricà- sez.A accetto il regolamento
ode culinaria
SU PANI CARASAU
Tottus is femminas de su bixinau,
incrubadas in sa taula po impastai,
movinti abellu is manus, de tradizioni
prezisu su ritmu, ognia sballiu
arruina su traballu e tottu andada sprecau.
Antiga fattura su pani carasau,
is femminas cun amori du scianta fai,
largu largu e tundu e fini spianau,
toccada in su forru po pagu du lassai,
toccada a du segai beni in duas partis
e po pagu pagu a du torrai a inforrai,
unu mesi interu deppiada durai,
po is pastori chi fadiant sa tramuda
e attesu attesu deppianta andai,
solus penzendi a fillus e pobidda,
cun sa berrita e in sa bèrtula stuggiau
pani, casu e unu pagu de tristura.
In sa solitudini de is montis, scetti
s’intendiada sa musica ‘e su pani,
candu su pastori abellu du mazziada
cun stiddia de lagrimas e binu bonu.
***
Traduzione
IL PANE CARTA DA MUSICA
Tutte le donne del vicinato
riunite curve sulla tavola d’impasto,
con movimenti lenti scritti nel tempo,
preciso il ritmo, perché ogni sbaglio
rovina il lavoro e tutto va perso.
D’antica fattura il pane carasau,
le donne lo lavoravano con amore,
spianato a sottili larghi dischi
bisognava infornarlo per poco,
con precisione diviso in due parti
e per pochi secondi ancora nel forno,
un mese intero doveva durare,
per i pastori che nella transumanza
lontani da casa dovevano stare,
solitari pensando ai figli e alla moglie,
berretto in testa e nella bisaccia
pane, formaggio e un poco di tristezza.
Nella solitudine tra i monti,
si sentiva solo la musica del pane,
quando il pastore tra i denti piano
lo frantumava, bagnato con qualche
goccia di lacrime e buon vino.
Maricà- sezB vernacolo- accetto il regolamento
Laura Cannas
Sezione A
Accetto il regolamento
Voci buone
Si sono spenti nelle tenebre gli infiniti raggi del sole tramontante.
S’alzino con voci nuove esauste, nuove speranze sulla riva di una nuova aurora.
Nella vita molte pagine rimangono vuote.
Non riempirle di pensieri della tua mente
La il poeta che è in tè si nasconde.
Componga immagini di cielo, con la parola divina tocchi l’immaginazione.
Laura Cannas
Piero Baroni
Sezione A
Accetto il regolamento
Le Parole Della Verità
Le parole della verità sussurrano all’orecchio dei poveri
la durezza di ogni giorno
sono frutti aspri di un albero senza tempo
viverne smagrisce
inseguirle rende soli
non tristi
silenziosi
talvolta sorridenti
davanti alla vita che si manifesta
le parole della verità
urlano nelle orecchie dei potenti
stizziti di non possederle
affannati da sempre a costruirne di proprie
ma le parole della verità sono uniche
pesanti come granito
sprofondano nelle coscienze molli
non hanno eco
devi spegnere la mente
ascoltare col cuore il disperato benessere che sanno dare
solo così sentirai che non serve capirle
che mai
vorrai cambiarle con un’illusione
SECUNNI ETERNI (a me figghia)
Quannu t’arruspigghi,
Si tu virissi, comu mi talìi.
Sicunni eterni, ca’ nun passano,
nun passano mai.
A me’ varba, penso, macari,
ti pari na’ cosa curiusa.
Ma tu passi, senza mai pinzari,
nta lu me visu, la manuzza,
pi’ ffarimi nu rialu granni:
na’ carizza.
Secunni eterni,
ca nuddu, tra mia e ttìa,
addumanna nenti.
Secunni, e sicunni eterni,
ca’ nun passanu mai.
Secunni, ca’ li to’ occhiuzzi,
nichi nichi, riciunu:
“grazie patri, pi’ chiddu chi ffai.”
Cu è, lu picciriddu?
Tu chianci quannu vo’ manciari,
e poi, nta sti mumenti,
finisci ca sugnu iu,
chiddu chi chianci,
senza fari lamenti.
Picchì l’amuri veru, figghia mia,
chiddu ca’ tagghia l’arma
di lu munnu ‘nteru,
chi ti lu ricu a ffari?
Ti parra, ti parra rintra,
senza parrari.
SECONDI ETERNI (a mia figlia)
Quando ti svegli,
se tu vedessi, come mi guardi.
Secondi eterni, che non passano,
Non passano mai.
La mia barba, penso, magari,
ti sembra una cosa strana.
Ma tu passi, senza mai pensare,
sul mio viso, la manina,
per farmi un grande regalo:
una carezza.
Secondi eterni,
che nessuno, tra me e te,
chiede niente.
Secondi, e secondi eterni,
che non passano mai.
Secondi, che i tuoi occhietti,
piccoli piccoli, dicono:
“grazie padre, per quello che fai.”
Chi è il bambino?
Tu piangi quando vuoi mangiare,
e poi, in questi momenti,
finisce che sono io,
quello che piange,
senza lamentarsi.
Perché il vero amore, figlia mia,
quello che taglia l’anima
del mondo intero,
che te lo dico a fare?
Ti parla, ti parla dentro,
senza parlare.
Antonio Blunda
Sezione B
Dichiaro di accettare il regolamento
HO SCELTO DI DONARTI AL MONDO
(a mia figlia)
Ho scelto di donarti al mondo.
Perché tra venti o trent’anni,
-non so adesso il perché –
per una notte, tornerai qui, a dormire.
So già come andrà a finire.
È tardi, ma io ti aspetto.
Indosso il blu profondo d’un vestito,
il mio colore preferito.
Tra le mani, la staffa notturna
d’ un bicchiere di vetro.
Ad un tratto, bellissima, tu arrivi.
Bella, come può esserlo una viola a sera,
o la magnolia, o l’orchidea e il narciso,
com’è l’erba di trinità
nei campi di primavera.
La rugiada di tutte le foglie
sembra aver fatto un nido,
ai nostri occhi, in paradiso.
Com’e da sempre, a quest’ora,
librano in volo le lucciole danzanti.
Quel che chiamavi – ricordi? –
“campanelli brillanti”,
al fischio sereno dell’assiolo.
È festa, per la tua stanza.
Ecco le fiabe, le fate,
gli eserciti dei giochi addormentati.
Fa il saluto un orso-soldato,
e le bambole che hai tanto cullato,
adesso restano in posa.
La cera d’una scatola nascosta
ha ancora il soffio e l’odore
della tua prima candelina rosa.
Sul muro, un disegno allegro di matita
che parla tanto della nostra vita.
Vuoi ancora che racconti qualcosa,
mentre socchiudi le palpebre,
stanca e distesa.
Per quanto, m’avrai tenuto sveglio?
Storie su storie, regni e ranocchi,
la tua manina, stretta alla mia,
la nostra poesia, per dormire meglio.
Ho scelto di donarti al mondo.
Per rialzarti al dolore
dei giorni difficili e distanti,
per condurti all’amore,
al sentiero dei libri importanti,
al tuo cammino,
al bagliore del tuo destino.
Per un principe buono, e innamorato,
per un bacio che non è mai mancato.
Per amore, ho scelto,
di donarti al mondo.
Perché una sera,
-non so adesso il perché –
sapevo che tornavi da me.
Ecco il teatro di stelle,
come nessuno ricorda.
La notte è sorda,
non ha più lamenti,
non fa più rumore.
Com’era una volta,
Elena, mi hai preso il cuore,
e ti addormenti.
Antonio Blunda
Sezione A
DIchiaro di accettare il regolamento
Partecipazione alla Sez. A
Dalla finestra
Il cielo svuota l’inchiostro della notte
fulgide gemme risalgono l’orizzonte
figure di case nitide, silenti
nascondono anime inquiete, distanti
Finestre che incorniciano emozioni
come quadri dipinti o foto scattate
istantanee di sguardi e percezioni
o solo fugaci madri affacciate
Mentre scorgo il dondolio di un ramo
distorto da lacrime di rugiada
sul vetro oltre cui osservo lontano
stracci di nebbia che si dirada
il gelo ingloba la turpe coscienza
Ciliegia immersa in un cubetto di ghiaccio
prigione che ostenta trasparenza
si squaglia al desio dell’ultimo abbraccio
Fabio Belli
Dichiaro di accettare il regolamento
FOGGETTI MARIA
SEZIONE A
ACCETTO IL REGOLAMENTO
A TE, PADRE
Il rasoio solca attento quella pelle così stanca,
a te Padre a cui la vita deve ancora una speranza.
Prigioniero di quel mostro che i tuoi giorni ha divorato,
riducendo in fumo e cenere quel che avevi in cuor sognato.
Io bambino ci speravo in un tuo abbraccio, una carezza,
ma leggevo nei tuoi occhi solo vuoto ed amarezza.
Ti cercavo e mi chiedevo se mai un giorno, chissà quando,
ti avrei mai potuto dire che mi sei mancato tanto!
Io pregavo Dio ogni giorno, combattendo con la rabbia
nel vederti prigioniero come tigre in una gabbia.
Impotente io assistevo a quel demone spietato
che rubava il tuo presente, il tuo futuro, il tuo passato.
I tuoi giorni consumati da paure, smarrimento,
non sai quanto avrei voluto colorare anche un momento
di allegria, spensieratezza, giochi, corse e passeggiate,
ciò che un padre fa col figlio, condivider le giornate!
Ma vorrei che tu sapessi che io non ti ho mai odiato
per quel buio che ho vissuto, a cui tu sei condannato.
Adesso che sei qui, in un letto di ospedale,
cerco di esserti vicino, di poterti ancora amare.
Io non so se tu la senti la tua mano nella mia
o se quando tu mi guardi riconosci chi io sia.
Ma sono qui ora per te, a cercare con ardore,
di sfidar la malattia col potere dell’ amore.
Perché sai mio caro Padre, esiste un posto, credo il cuore,
dove il male non può vincere, dove splende sempre il sole…
Io, sì, penso a tutto questo mentre rado la tua barba,
ti sorrido e un po’ mi chiedo se il mio esserci ti garba.
Una carezza sulla fronte, ti sistemo un sopracciglio,
ad un tratto mi sorridi e sussurri Grazie Figlio !”.
La fine della quaresima
Domenica di Pasqua. Alzato, aprire la finestra e già vedere il sole.
Osservare la facilità del cielo a fabbricare nuvole dal nulla,
e riassorbirle dentro l’azzurro del suo grembo, per ore o solo per minuti.
E subito pensare “è questa la domenica, così si riposò il settimo giorno!”
e non provare colpa se non hai santificato le quaresima,
se non hai reso migliore il mondo rispetto a come altri, soltanto il giorno prima,
l’aveva consegnato: sporco, ingiusto, ineguagliabilmente bello.
E non provare colpa per esserti distratto, per aver dimenticato
che l’inverno può sempre ritornare a bruciare quelle primule
fiorite troppo presto per l’impazienza di fiorire:
perché la Pasqua c’era già nei tre centimetri del petto
dei minuscoli uccellini che infrangevano il silenzio della notte
quando ancora il calendario ci indicava
che fino all’equinozio la stagione era l’inverno.
Nella tua domenica di Pasqua, capire che la felicità si fa trovare,
ma se la cerchi, ha una forma che non dura:
le labbra di chi ami, la nuvola inventata dal niente di quel cielo…
E allora fare spazio al sentimento che cercavi
da quando avevi chiuso a lievitare il tuo rancore
nello scuro della tua quaresima privata.
Ed ecco: sentire ogni amarezza frantumarsi (finalmente!)
perché nel mezzo del tuo cielo adesso riconosci il suo sorriso
e da mezzanotte rintoccano campane.
E ora che la quaresima è finita,
sei pronto per sentire, incredulo,
quanto alto puoi volare
se soltanto ti sai fare più leggero:
alto abbastanza per non distinguere, quaggiù,
la violenza di ogni vivere,
la noia dei naufragi di ogni giorno.
Accetto il regolamento [E.Q].
sez. a
SEZIONE “A”- Poesia in lingua italiana
MARE LONTANO
Nel mare lontano
della mia gioventù
l’andatura di bolina,
di bolina stretta,
era l’ansia stessa
del mio navigare.
Adesso, le bave di vento
dei miei capelli grigi
fanno di me
un lento navigante
delle vastità del mare:
ed ogni onda è una storia,
ogni corrente una vita
che incrocia la mia
per poi perdersi, magari,
in altre rotte
dirette all’orizzonte.
E nell’aria salmastra
della brezza che giunge
dal largo, dove il mare
ha acque profonde
colorate di blu e leggende,
ancora respiro l’ansia
della mia gioventù:
Giovanni Ferrari accettò il regolamento sezione A italiano
A TU PER TU
Ma noi diviso te
Più o meno
Cos’è?
La prova del nove io ce l’ho già
Cos’è lo moltiplico per te
Verrà fuori me?
È strano pensarti così
Tra un diviso un per e una più
Il risultato finale si sa
Lo scopriremo un poco più in là
Francesca Castellano
Accetto il regolamento sez. a
PARTE DEL NIENTE
Io
sono parte
del niente che
stringe, strangola
la gola,
manca l’aria
nella stanza piena
d’aria.
Io
sono parte
del niente che
m’investe e mi riempie,
diviene tutto
e poi mi lascia.
Sola,
stordita,
dalla parvenza
assaporata
che ho creduto di chiamare
vita.
HO TAGLIATO PONTI
Sez A – Accetto il regolamento
Ho tagliato ponti
ho tagliato fili
ho spezzato catene
in un tempo sterile e cieco
di pensieri consumati,
verità illuminate
libere dal peso di zavorre
abortiscono passi incerti
e occhi coperte da bende.
Si vede ciò che si vuol vedere
si ascolta ciò che si vuol sentire,
nodi che giungono al pettine
e non si sciolgono
aggrovigliati alle stelle,
fanno male
e si dilatano nel cuore.
Si aprono gli occhi
si drizzano le orecchie
si accantonano in silenzio
ricordi lieti e remote amicizie
in un malinconico sentire,
si aprono nuove porte
presagio di una età migliore
all’apice d’affetto e lealtà
e sincera appartenenza.
Antonella Vara
Deu seu
Tottu custu tempus
chi arribat cun tui
in s’ oru ‘e su zunchiu
de unu coi pira
Seu arroca perdosa
innui s’ arrexini de su zinibiri
nci acciuvat po arresisti
a su ‘ entu estu
foras ‘e si truncai
Seu mari inchietu e sperefundu
ma cun undas lebias carinniu
cun druciura s’ arena bianca
Seu terra sicada chi s’ orbada
brabattat po si preni de spigas
de arvures de frutta saboria
Seu murdegu biancu, moddizzi e tuvara
nuscosa
ma seu puru tiria ferenada e arrabiosa
Seu su mengianu arrubianciu
chi donat luxi moddi e delicada
seu su scurigadroxiu
chi mi scopiat in brenti e in su coru
Seu prupa e ossu chi si mudat in pruini
seu anima in circa de s’ eternidadi
chi sempiri mi fuit.
***
Io sono
Tutto questo tempo/ che arriva con te /
sul ciglio del grido /di una cicala /Sono roccia granitica/ dove le radici del ginepro sprofondano/
per resistere al maestrale senza spezzarsi/Sono mare inquieto e abissale ma con onde leggere / accarezzo dolcemente la riva / Sono terra arida/ che l’ aratro con forza rivolta / per riempirla di spighe e di frutti saporiti/ Sono cisto bianco ,lentisco ed erica profumata / ma sono anche pungitopo spinoso e insidioso/ Sono l ‘alba rosa che dà luce tenue e delicata/ sono tramonto che esplode/ nel mio cuore e nel mio ventre/
Sono carne e ossa/ che si trasformano in polvere/
Sono anima in cerca dell’Infinito e dell’ Eterno/
che sempre mi sfuggono….
—–
Maria Rita Farris
Sez.B
Accetto quanto previsto nel Regolamento
Napoli 5-3-3035
Ore21.45
o jettatore (uocchie sicche)
cu l’uocchie sicche,senza scuorno
affoca e ceca gente ogni gghiurno
Sulagno,isso, cammina striscianno
attiranno,ognuno sulo co ‘nganno
S’appresenta,sempe,sulo e niro vestuto
movennose come pesce appucundruto
O bbì loco,ohì ,mò,sta passanno o ‘nfame
tutte quante alluccane ,pe chesta soia reclame
“Tuccate o fierro,facite subbeto e ambressa
Lassate gghì ,ogni cosa cu tutta a pressa”
Isso,però nun se ne cura e và annamze, tuosto
è sempe,sulo, juorno chiaro e sta tutto a posto
Mpruvviso,miezz’a via, se ferma e sparoglie
cu l’uocchie , buone puntate adderitti,coglie
Po’ s’aggira ,ancora e se ne torna addereto
penzanno all’arta soia comme a nu segreto
Igor Issorf@@##
L’uccello del malaugurio versione ijn lingua di o jettatore(uocchie sicche)
Con il suo sgaurdo cattivo e torvo
maledice ed uccide e. gente, ogni giorno
Solitario cammina rasente mi muri
cercando, con dolo, capire attenzione
Si veste ed è d’umore sempre nero
muovendosi serpiginoso senza garbo
Eccolo che arriva, gridano al passaggio
Toccate presto il ferro e fate scongiuri
Lui però non si applica e va avanti
Non è mai tempo di preoccupazione
Improvvisamente si ferma di botto
Con gli, occhi ben puntati sul bersaglio
lancia la sua maledizione e. ben coglie
Come se poi, nulla di grave fosse accaduto
ritorna dietro sui suoi passi ben ispido
Pensa borioso di possedere arte segreta
con cui orgoglioso andare nel mondo
Napoli 5-3-3035
Ore21.45
o jettatore (uocchie sicche)
cu l’uocchie sicche,senza scuorno
affoca e ceca gente ogni gghiurno
Sulagno,isso, cammina striscianno
attiranno,ognuno sulo co ‘nganno
S’appresenta,sempe,sulo e niro vestuto
movennose come pesce appucundruto
O bbì loco,ohì ,mò,sta passanno o ‘nfame
tutte quante alluccane ,pe chesta soia reclame
“Tuccate o fierro,facite subbeto e ambressa
Lassate gghì ,ogni cosa cu tutta a pressa”
Isso,però nun se ne cura e và annamze, tuosto
è sempe,sulo, juorno chiaro e sta tutto a posto
Mpruvviso,miezz’a via, se ferma e sparoglie
cu l’uocchie , buone puntate adderitti,coglie
Po’ s’aggira ,ancora e se ne torna addereto
penzanno all’arta soia comme a nu segreto
Igor Issorf@@##
l’uccello del malaugurio versione in lingua di o jettatore(uocchie sicche)
Con il suo sgaurdo cattivo e torvo
maledice ed uccide e. gente, ogni giorno
Solitario cammina rasente mi muri
cercando, con dolo, capire attenzione
Si veste ed è d’umore sempre nero
muovendosi serpiginoso senza garbo
Eccolo che arriva, gridano al passaggio
Toccate presto il ferro e fate scongiuri
Lui però non si applica e va avanti
Non è mai tempo di preoccupazione
Improvvisamente si ferma di botto
Con gli, occhi ben puntati sul bersaglio
lancia la sua maledizione e. ben coglie
Come se poi, nulla di grave fosse accaduto
ritorna dietro sui suoi passi ben ispido
Pensa borioso di possedere arte segreta
con cui orgoglioso andare nel mondo
*********
con te, io vorrei
ed io vorrei, mentre fiocca
sentire parole calde di vita
Arrotolarmi, nei tuoi perché
per ritrovare chiave nascosta
tra arcani misteri ed amuleti
Aprire lucchetti di ghiaccio
con schegge di ruggine viva
che corrode viscida il sentire
Liberare i tesori del cuore
quando l’anima vibra felice
inseguendo sinfonia di bacio
toccando il là alto del desiderio
mentre trionfa un amore sincero
Igor Issorf@@##
Accetto il regolamento
Sez.A
Accetto quanto previsto nel Regolamento
Incanto Notturno
Vivo nell,’attesa
del dono di ogni alba
Urlo il silenzio
dolce canto del mare
refolo di vento
che scompiglia l’ erba
nella vastità verde dei campi
nei crateri della vagabonda luna
Odo
sospiri di una frenetica attesa
Non farò rumore
nell’ incanto che sfiora l’ infinito
nella melodia dolce del merlo
tra il fiore del candido vilburno
Cammino leggera
nel sentiero lastricato
ancora di bianca brina
nella dimensione calma
di un ” notturno”
malinconia stanca
dove il battito del mio cuore
si confonde con il ritmo
che mi unisce all’ intera umanità.
Maria Rita Farris
4 aprile 2024
SOLITUDINE
Una solitudine
Fatta di ricordi appesi alle pareti
E di cornici ovali
E di finestre quasi sempre chiuse.
Una vita fatta di scatolette
E interminabili file di bottiglie vuote
E lampadari
Con una sola lampadina accesa.
Vecchi libri rilegati in pelle
Un riccio di mare sopra la scrivania
E la palla di vetro con la neve
Che giace ferma, da anni ormai in attesa.
Puzza di chiuso,
Odor di solitudine
Due foto alle pareti
ed un altare ed un lumino acceso.
Sbiadito ricordo del tempo ormai passato
Vita sprecata giorno dopo giorno.
Solitudine
Che scema un po’ la sera
Quando ombre e fantasmi
Compaiono, per poco,
E vanno via.
CUOR DI CARRUBA
Cavallo di ritorno, bolso e farlocco
copia disforme di puledrosi giorni
era il galoppo tuo folleggiante spasso
or rimpiazzato da un modesto trotto.
Vecchio ronzino, partenza fiacca
il fotofinish t’inchioda fermo al palo
e non c’è frusta, no, non c’è carota
che dia lo sprone allo stremato spunto.
Rimani lì intontito, sdentato brocco
inconsapevole che la corsa è ormai conclusa
e lungo i prati dilaghi assai perplesso
cuor di carruba con il sorriso scosso.
Sez A – Accetto il regolamento
LA MASCHERA DEL SORRISO
Compagno di viaggio
il sorriso dalle labbra
come un fiore che sboccia
tra le ciglia.
Nasconde nel bianco
splendore dei denti
parole che affransero
il cuore.
E cammini di passi leggeri
di silenzi perduti nel vento
e capelli e profumi d’amore
di stagioni, di luci e colori.
Nel sorriso che spense
ogni pianto
come schegge indurite
dal freddo
lacrime prigioniere del gelo
dissipato nel petto.
Il respiro, l’affanno, il dolore
non svanisce!
Prende strade
e percorsi diversi
nelle vene, nel calore del sangue
fluisce come nettare
e linfa di vita.
Il sorriso che rinasce
dagli occhi, vivo tra
i vuoti della memoria.
Patrizia Basile
SEZIONE A
ACCETTO IL REGOLAMENTO
LA CASA DEI NONNI
Per tutti i nipoti del mondo
c’è stata una sola casa per il più bel girotondo,
il luogo più sicuro e divertente
dove ci si divertiva senza spendere niente.
LA CASA DEI NONNI, una vera favola,
con tutti i dolci già pronti a tavola.
Il ristorante domenicale più desiderato
dove un nipote si sentiva sempre amato.
Una nonna sorridente e bella
che ti accoglieva con una gustosa ciambella
e un nonno complice e generoso
con la banconota già pronta da donare al piccolo goloso.
Il posto giusto per le risposte ai nostri “perché”
risolti nel meraviglioso aroma del caffè.
Quanto saporite erano le polpette della nonna,
quanto persuasivo era il nonno per fare accettare la prima minigonna.
Si cantava e si rideva in piena allegria,
la casa dei nonni era più bella di casa mia!
Patatine fritte, castagne al forno,
che triste era il momento del ritorno.
Per i nipoti arriva il giorno più triste
quando la casa dei nonni più non esiste.
Quella porta che si apriva donando amore
resta per sempre chiusa senza calore.
Senza i nonni anche la famiglia allargata scompare,
non ci sono più tanti zii e cugini da abbracciare.
Certo, ogni anno arriva lo stesso il Natale,
si festeggia, ma senza i nonni fa assai male.
Senza di loro per i nipoti si chiude il capitolo più bello,
la vita non è più un allegro carosello.
Si diventa adulti tutto ad un tratto,
si vorrebbe cercare con loro un nuovo contatto.
Quella casa che con loro scompare
per gli altri è vecchia, da rifare.
Noi non vorremmo mai farla occupare
da chi non sa cosa significa amare.
Non si dovrebbe mai fermare quel campanello che suona
con la porta aperta da una nonna buona.
Con la scomparsa dei nonni anche la casa muore
e resta per sempre un angolo freddo nel nostro cuore.
Sergio Sito (sez. A – accetto il regolamento)
Il mio nord
.
Se sali a nord
da questa ruga al lato della bocca,
apparsa stamattina sul mio volto,
potrai scoprire cosa spesso taccio.
.
Ma stai attenta, modera i tuoi passi,
non troverai salendo solo sassi,
ogni segno è sempre molto altro,
un’erta dura per passi molto lenti,
scivolose discese brutte esperienze,
dove presenze nuove e vecchie ombre,
sembrano vere e sono invece inganni
anche al più esperto degli esploratori.
.
Se avrai il coraggio di continuare
scoprirai una fatica permanente,
le luci accese di notte per studiare,
lavori belli e brutti per campare
scoperte, tentazioni e fallimenti.
.
È la mia vita. cos’altro vuoi trovare?
.
In vetta, infine, troverai una piega
che da sempre evidenzia la mia fronte:
non so niente di lei, è lì da sempre,
separa sopracciglia e le distanzia
dandomi un che di ombroso e di nascosto.
.
Io sono lì, tutto in quella piega,
accucciato come un cane addormentato
che sogna ancora un po’ di compagnia.
.
Quando mi alzo, fumo, bevo, chiamo,
maledico il mio carattere ostinato,
ripenso alle tue gambe e so che amo.
sez. a accetto il regolamento
LETTURA DI VITA
Io leggo come son capace,
anticipando le cadute degli alberi,
fragorosi roghi di virgole e a-capo
di labbra mai sazie,
ruggini che attardano
idee felici.
Coi viventi con me, parchi raccoglitori
di granaglie ed erbe, rari frutti,
scambio pochi sguardi,
grugniti che non spiegano pensieri,
ma raccomandano di starci lontano.
Perché su questa carta
non si tracciano più stelle
e vertebre forti che le sostengano!
Tormentati dai giorni a venire allora
s’incontrerebbero, all’unisono,
consueti miraggi di pesche fortunate,
venti contrari al volo,
oscurità già compiute,
frammenti di corallo per dimora.
E notte che fradicio inverno diventa.
(accetto il regolamento del concorso sezione a poesia)
Vellise Pilotti sez.a Accetto il regolamento.
Parola sacra
Piccole stelle
stasera è primavera.
Luminosa e rosa
sul sentiero del vento
una nuvola sola.
Ah, la musica
riempie l’anima
come corno da caccia,
tamburo,
ocarina e flauto.
Rende sacra
la parola,
piedi scalzi
per entrare
nel tempio dell’ amore.
Dolce è il tempo
del tuo sguardo
oltre il mondo.
Parola che vieni
a inondare la terra,
a cantare nei fiumi.
I nostri cuori sono pronti.
Il Peso del Silenzio- Sezione A – Accetto il regolamento
Parlano, sempre, senza sapere,
come onde che si infrangono,
senza mai raggiungere il silenzio.
Perché il silenzio è peso,
e l’invidia è leggerezza.
Senza fatica, senza sguardo profondo,
si consumano parole,
mentre il cuore resta vuoto.
Esperti di tutto,
tranne che di sé stessi,
vagano tra le ombre delle loro illusioni.
Non vedono, non ascoltano,
perché temono il respiro dell’anima.
Eppure, il silenzio è libertà,
un rifugio dove crescere,
mentre le parole si sprecano,
facendo eco a un vuoto che non sa di sé.
Così parlano,
inseguendo fantasmi,
mentre il vero sé rimane nascosto
nell’ombra di ciò che non si dice.
E chi tace,
sa che la verità non ha bisogno di parole,
ma solo di silenzio,
di quell’intima quiete che si fa voce nell’anima.
EHI, VECCHIO!
Ehi vecchio, cosa cerchi
tra gli scarti del mercato?
– cerco una mela sana
prima che il marcio la contagi.
E, cosa cerchi
tra la gente che cammina frettolosa?
– cerco uno sguardo che s’accorga
di chi avanza con fatica.
E, cosa cerchi
tra i soldati inchiodati sotto le macerie?
– cerco umanità e pace ed il perché…
si muore per non cambiare nulla.
E, cosa cerchi in riva al mare?
– cerco il vento dell’est
che mi riporti il profumo dei capelli suoi
…lei è andata di là.
E, cosa cerchi in teatro?
– cerco attori non protagonisti che
abbiano nel cuore germogli d’amore.
E, cosa cerchi sul sagrato?
per tirare avanti ti vendi Cristo e i santi?
– cerco indulgenza per chi
non ha colto il dono della fede.
Ehi, vecchio, cosa cerchi in discoteca?
– cerco qualche giovane che
non mi appelli con dileggio
per spiegargli che in noi è la storia.
sez. vernacolo
‘A STIZZE
Che rumane de ‘na stizza d’acque
doppe strétte e strecate
sópe ‘a ponde de doje díte?
NINDE.
Ma falle vatte de cundinuue
sópe a na stagnére:
te trapane ‘a cerevèlle;
cadè a llunghe
sèmbe o stèsse poste:
spertuse pure ‘a préte.
Tanda NINDE misse anzíme
te fanne nu lavarone, ‘na jummare… nu mare!
E tu che faje:
te firme?
Quande grusse te pote parì
nu ngemènde pecceninne,
pure se nen tíne i stuuale pe sbraccà,
nge stà pónde o varche pe passà
nd’arrennénne maje figghje mije,
vide cume te puje arrabbattà
p’aggerà stu mbedemènde e
…assa-fà a Ddije!
LA GOCCIA
Cosa resta di una goccia d’acqua / dopo averla stretta e strofinata / tra la punta di due dita? / NIENTE. / Ma falla sbattere di continuo / su un secchio di latta: / ti trapana il cervello; / cadere per lungo tempo / sempre allo stesso posto: / perfora anche la pietra. / Tante NIENTE insieme / formano una pozzanghera, un fiume…un mare! / E tu cosa fai: / ti fermi? / Per quanto grande possa apparire / un intralcio piccolo, / pur se sfornito di stivali per saltarlo, / manca un ponte un varco ( o una barca ) per attraversare, / non arrenderti mai figlio mio, / trova una soluzione/ per aggirare l’ostacolo e / …lascia fare a Dio!
sez. b accetto il regolamento
UNA VITA DA SVITARE (Sez.A)
Prenditi cura della tua fantasia
di quello sguardo sconosciuto
affacciato alla trasparenza
dell’auto che incontri
e di quei pochi attimi
in cui scrivi la sua storia
con la tua letteratura
sapendo che non sarà mai la sua storia
Prenditi cura della tua generosità
nell’ascoltare, nel non giudicare
perché l’uomo ama raccontarsi
più che essere raccontato.
Ama la straordinarietà di esseri normali
eroi che non hanno timore
di vivere la vita di un qualsiasi
senza perdere la propria originalità
Prenditi cura della tua sensibilità
non vergognarti del pianto
non trattenere lacrime sincere
ma fanne ornamenti al tuo nome.
Cancella condizioni e condizionali
e rimarrà il mistero della tua magia
come l’incenso nelle chiese
come l’incanto del primo amore
Prenditi cura della tua vulnerabilità
delle paure, del senso di inadeguatezza
del tuo rimanere indietro
ma soprattutto della gentilezza
perché è l’unica arte
per addomesticare l’ignoranza
SEZ. A – Accetto il regolamento
FUORA CHIOVI
M’arruspigghiavu
ca chiuvieva ancuora
taliu lu ruoggiu
sunnu i tri ri nuotti
ma cu l’aveva a driri
stu tiempu pazzu
Ca chiovi un mi rispiaci
L’ acqua na sta tierra s’addrisia
Ma giustu uora ma picchi’?
Sentu ca lu me cori
Chianci puru
Mentri l’acqua scinni
pisuli pisuli
Mi veni ri iccari vuci
ri chianciri appressu o cielu
Ma chi ti possu riri…
nall’ultimi tempi
mi curcu e mi arruspigghiu
mezza a nuttata
cu na smania no’ piettu
finu na matinata.
Sunnu assai i pinseri
chista e’ la cuosa…
nuddru mi capisci
ma io mancu parru
Mi sento li chiddriri ri l’autri
Tutti i iuorni
ma chiddri mii
mi tegnnu stritti o cori
Sulu ri notti
mi vennu a truvari.
Ri nuotti quannu tutti ruorminu
io puru vulissi farri u stissuu
ma iddri mi vennu a tuppuliari…
Mi uncueiatanu
e nun mi runanu paci
ma rici una
ma unnannu chiffari…
giustu ri notti
a mia vennu a anquitari.
Taliu ra finestra
mi pari ca sta aggiurnannu
e puri u suli va’ spuntannu
macari lu me cori
si sta sintennu megghiu
mi pari ca lu duluri
nca na stu pettu
Chiu’ leggiu
lu sentu martiddriari
e pari ca mi ricissi
come ri sfreggiu
tantu rumani notti
ti veggnu a ritruvari
Ora mi curcu…
canciu lu latu ru liettu
Su gia’ li sei
massusiri che iuornu
Agghiri a travagghiari.
***
Traduzione: dal dialetto siciliano
FUORI PIOVE
Mi sono svegliata
Che ancora pioveva
guardo l’orologio
sono le tre di notte
ma chi lo doveva dire
questo tempo pazzo
Che piova non mi dispiace…
l’acqua in questa terra si desidera
ma giusto ora, ma perchè?
Sento che il mio cuore
piange pure
mentre l’acqua scende a dirotto
mi viene voglia di gridare
di piangere assieme al cielo
ma cosa ti posso dire…
negli ultimi tempi
mi corico e mi risveglio
nel mezzo della notte
con una smania nel petto
fino al mattino.
Sono tanti i pensieri
questo è il motivo…
sono tanti i pensieri
ma io neanche parlo.
Mi ascolto i problemi degli altri
tutti i giorni
ma i miei li tengo stretti al cuore.
Solo di notte mi vengono a trovare.
Di notte quando tutti dormono
pure io vorrei fare lo stesso
ma loro mi vengono a bussare…
mi disturbano e non mi danno pace
Ma insomma…
non ne hanno altro da fare?
proprio di notte
a me vengono a disturbare.
Guardo dalla finestra
comincia ad albeggiare
il sole va spuntando
e anche il mio cuore
si sente meglio
mi sembra che il dolore
quì nel petto
più leggero lo sento martellare
e mi sembra che mi dica
quasi a dispetto
tanto domani ti ritorno a trovare.
Ora mi corico…
cambio lato del letto
sono gia le sei
mi devo alzare che è giorno
mi tocca andare a lavorare.
accetto il regolamento sezione b
In un momento di pioggia
Ombrelli rotti,
capovolti dalla furia del vento
o per la fretta di aprirli
e trovare riparo; ombrelli rotti
per scappare a due gocce di pioggia
che rovinano la piega della parrucchiera
o il cappello di lana buona
scovato nell’adolescenza di tua nonna.
Ombrelli rotti, rabberciati da mani viola per i geloni,
che tanto i guanti stanno bene nel cassetto
del comò, si tengono caldo
e giocano a morra cinese.
Ombrelli rotti,
architetture di scheletri
che escono insieme ai rumori che ti infestano l’armadio;
ombrelli che si prendono fuori al negozio,
senza farci caso, tanto sono tutti rotti.
E mentre torni al tuo dovere
qualcosa non torna: il manico il colore,
“questo neo di ruggine non c’era sul mio”
e la conferma che hai preso l’ombrello di un altro
è il cerchio che preme alla testa,
la condensa dei pensieri non tuoi
che ti lecca la fronte e liquida il caso
alla spicciolata.
Veruska Vertuani-Sez.A-Accetto il regolamento
Mariupol (Ucraina) marzo 2022
Soffro con te
insieme ai tuoi logaritmi mentali,
sul cuscino di cotone a fiori
dove appoggi le ciglia finte
di un recentissimo passato.
E’ l’ora della guerra.
Le bombe esplodono
a distanze sempre più vicine,
il sibilo assassino mi contorce le budella.
Vorrei scappare nella notte fredda
col mio colbacco d’aviatore
e l’uniforme lisa accartocciata sotto il letto.
Non c’è più ragione per vivere o morire,
il mio domani si perde fra le stelle,
annientato da futili pretesti e falsi arrivederci.
Il pensiero sorvola ormai le nostre teste
per cadere poi sconfitto
nelle trincee delle nostre atrocità.
Sez. A Accetto il regolamento
Anna Rita Furcas
Sez.A-Accetto il regolamento
ANIME
Nelle quiete lande del tempo
nei malinconici crepuscoli
nelle brezze marine
ti ho cercato.
Le nostre anime si sono riconosciute
tra gli incanti delle albe
tra le siepi incolte
di un caldo pomeriggio d’estate
tra il freddo imbrunire d’inverno.
Nuove vite si aprono
e noi ci ritroveremo sempre.
Anime gemelle
in un incontro perenne.
FISSO UN FERMAGLIO
Fisso un fermaglio di cieca speranza
sulla veste dell’anima,
sgranata tutta
nel cielo dei miei silenzi,
fragile e marcia
come l’edera nel grembo di palude.
E la spuma degli erosi sensi
frizza vivace
nel catino del mio Amore,
fuoco d’ombra
sulla pelle dei giorni carnivori
nutriti da vanità di tomba.
La mia stella è un sogno da sveglia,
trepidante vagabonda
in trasparenze d’albore, piumosa
di sole nel sonoro del desio
mi svuota e riempie
d’ogni ineffabile delizia.
A scantare il diluvio d’atroce pianto
dell’angosciosa ragna,
speme di cuore e mente mi spinge,
mi lega con corda di vita in vita,
chiodata al mio ramo
da cui pendolo in gioco della sorte.
Così, in prima, ultima e cosa sola credo
e non credo, vedo e non vedo,
d’amorosa fede navigando
verso il porto che a originaria mirabilia,
ad armonia di verità adduca,
via dal gorgo del nulla.
Sandra Ludovici
Sezione A
Accetto il regolamento
SILVIA SILLANO
accetto il regolamento, sez. a
GEOGRAFIE PROVVISORIE
Quando saluti dalle banchine deserte,
vicino ai binari, l’ultimo convoglio
prima della notte
senti tagliente la possibilità
del non-ritorno.
Parti, te ne vai,
forse ritornerai meno uguale
a te stessa.
Non necessariamente migliore.
E gli occhi cercano qualcosa,
guardi dai finestrini
sfilare campi cuciti
da strade storte e capannoni.
Si fermerà mai?
Già senti che quanto vedrai
non ti appartiene, ti sfuggirà
come questo orizzonte,
ricordo di vetro
tagliato dal finestrino.
Caterina Marchesini
accetto il regolamento, sez. A
QUELL’AMORE
Quell’amore,
che legò le nostre anime,
dalla notte dei tempi,
placò le nostre ire.
Quell’amore,
che durò all’infinito,
dallo spazio senza tempo
trasmutò nell’indistinto.
Quell’amore poi
divenne un tutt’uno
col nostro essere
e la nostra essenza.
Con la nostra presenza.
Con la nostra incoscienza.
Paese mio lontano (traduzione dal dialetto calabrese)
Paese mio così dolce e abbandonato
Ho sempre un tuo ricordo ad ogni ora.
Il mio grande cuore da te allontanato
Sanguina ora che sono andato alla ventura.
Ti porto con me dalla sera alla mattina
Sempre con me e non ti lascio mai.
Non ho mai un solo minuto di ripensamento
Che tanti guai non mancano mai.
E mi ricordo dei mesi soleggiati
Tanti alberi fioriti e uccelli canterini,
il pioppo, le rose e il grano delle missate
e lo zio Titto che mesceva il vino.
E pura la fitta nebbia che scendeva dalla montagna,
l’asinello vecchio e scontricato di zio Nicola
che ogni sera ritornava a casa stanco, e caricato
di erba fresca e legna di castagno.
Ricordo i panni appesi al piccolo orto
Zia Rosa e zia Rita che lavavano cantando.
Le foglio del fico giravano
E il vento che fischiava e le faceva andare in alto.
Sento suonare le campane a festa.
Zio Stefano le suonava piano piano.
Mi faccio il segno della croce e un dolore di testa
Mi piglia ora che sono da te lontano.
***
Paise miu luntanu
Paise miu ccussì duce e abbandunatu
.tiegnu sempre nu ricuordu ad ogni ura.
U grande core miu de tie alluntanatu
Sanguina mo che signu iutu alla ventura.
Ti puortu da sira alla matina appriessu,
sempre ccu mia e nun te lassu mai.
Un tiegnu mai nu minutu de riciessu
ca trabuli e guai nun mancanu mai.
E m’arricuordu de li misi assulati,
tanti arburi Juruti e acielli canterini,
u chiuppu, e rose e lu granu de missate,
e lu zu Tittu ca miscie lu vinu.
E puru a neglia fitta da muntagna,
u ciucciu e zu Nicola scontricatu
ca sira si ricoglie stancu e carricatu
d’erba frisca e de ligna de castagna.
Ricuordu i panni appisi all’orticiellu.
Za Rosa, za Rita cantando chi lavavanu.
E pampine de ficu giravanu a muliniellu
E lu vientu che fishcave e che l’azave.
Sientu lu tuoccu de campane a festa.
1000000U zu Stefanu sonava chianu chianu
Mi fazzu a cruce e nu dulure e testa
Mi piglia mo’ ca signu e tia luntanu
Francesco Gagliardi
Accetto regolamento, sez. b
“L’ ora d’ amore”
Ho voglia di riposare l’ anima
dagli sforzi del cuore.
M’ affacciai alla finestra dei pensieri.
Mi ridussi a essere una parte di me stesso,
e allo sfiorare del vento
mi rividi
come una conchiglia che viene dal mare
sulla spiaggia immensa della vita.
Diego Civita.Sezione A.Accetto il regolamento.
Sogno di un emigrante
Paese mio dolce e spensierato,
ti ho lasciato ancora giovinetto,
con dolore e tristezza per cercar fortuna.
Or che son vecchio e senza più speranza
di ritornare tra quelle vecchie mura,
rinverdisci almen il mio cuore sanguinante
pieno di tribolazioni e di dolore.
Fammi sognare ancora un’altra volta
quando ancora bambino e coi calzoni corti
andavo in giro per vie e terre amiche
ad acchiappare i grilli e le cicale.
Sana le mie piaghe sanguinanti
che la lontananza non ha mai guarito.
Mi bruciano, mi bruciano tanto
e che nessuna medicina ha mai lenito.
Paese mio circondato di grano e di papaveri,
di granturco, di sulla, menta e citratella,
fai risvegliare in me antichi odori,
i profumi della mia dolce gioventù perduta.
Fammi pensare sempre a mamma mia,
a quella cara e dolce vecchierella.
Pregava ogni istante e piangeva lacrime cocenti
perché sapeva che non sarei mai più tornato.
Paese mio dolce ed odoroso,
fammi sentire il canto degli uccelli,
il cinguettio delle rondini,
il canto dei grilli, delle cicale, il volo dei passeri.
Fammi questo miracolo d’amore.
Fammi vedere il volo dei fringuelli, dei merli e delle tortorelle.
E fammi pure sentire il rumore del ruscello
diverso dal rumore assordante di questa mia nuova grande città
Francesco Gagliardi
Accetto regolamento sez. a
ODE AL MARE
Si distendono come vele
le nuvole
mentre le dure reti
scavano nelle profondità
dell’anima del mare,
a cercare parole e comete ormai smarrite.
È forse il mare ad indicare la strada?
I pittori rendono quieto
il suo divenire silenzioso
e la sua corteccia diventa il volto
dove mille colori si abbracciano.
Poi il buio,
ed i racconti dei pescatori
si fanno vivida luce,
e come lanterne
rischiarano incertezze.
E attraverso il suo aroma dorato
rendiamo al mare profondo
il flusso inarrestabile delle nostre idee.
Le nuvole si spiegano come vele,
le reti ritrovano la luce
e le parole,
divenute comete,
scoppiano di gioia
davanti ai nostri occhi.
Attoniti.
È forse Dio ad indicarci Il mare?
Sezione A Accetto il regolamento Autore Antonio Stasolla
Giungevo arida nel mondo
Giugevo laddove non c’era erba
Ero incauta nel procedere
Deserto il pensiero
Pioggia la parola
Giungevo sobria nella carta
Giungevo laddove non c’era inchiostro
Ero ilare nel cammino.
accetto il regolamento, sez. a
IL CALICE D’AMORE
Come rami d’ulivo i nostri corpi s’intrecciano,
e in una primavera sfiorita i sentimenti si risvegliano
come boccioli clandestini,
che osano sfidare i loro destini.
Nell’attimo rapito,
beviamo in un calice fiorito
l’elisir di proibite emozioni,
mentre ruotiamo sui ruderi delle stagioni.
L’agape pura della divinità, appetitoso
mi scivola dentro come nettare delizioso,
diffondendo, come un fiore,
il suo polline con ardore.
Le mie labbra inaridite, si dissetano
con gocce che scivolano
giù, dolcemente
e colmano la mia arsura, lentamente.
Incastonati come rami frondosi
esiste solo, vera vita, fra giorni luminosi,
il nostro brindisi, dolce e infinito,
un amore che fiorisce, in un abbraccio sommo e ardito.
Sara Francucci – sez. A – Accetto il regolamento
ancora, incontrerò
tra schizzi di brina
e variopinte farfalle
sulla via del desiderio
incontrerò ,il mio amore
vestito tutto sgargiante
con i colori dell’allegria
Mi abbraccerà forte
senza dire parola ,urlerà
donandomi luce di anima
attonito,ammirerò silenzio
che sta a piangere il cuore
mentre con mano leggera
accarezzerò volto sognato
camminando tra nuvole
con vapori di lacrime
Senza è pparole
Ancora te chiammo ammore
quann”o sole se ne scenne
èo friddo d’a notte senza fine
appartène sule a mme
Muto e sulagno, cerco ‘a tte
ìnto’a nu penziero antico
allargato e senza tiempo
Tu, stranuta, nun me addispunne
pe dinto ‘o munno ‘ndrizzuluta vaie
Veco ancora l’uocchie belli tuoie
ca pure cercano ‘e mmiei
Senza è’pparole arragionano
mentre se vasano appassiunate
addicennose: si sulo tu ‘a vita mia
Senza parole versione in lingua di senza è pparole
Ancora ti chiamo amore
quando viene la sera
e sento freddo nella notte infinita
Solo ed in silenzio ti cerco
in un sogno di tanto tempo fa’
Tu, stranita non mi rispondi
te ne vai nel mondo aggrovigliata
Vedo i tuoi occhi belli
che cercano ancora i miei
Senza parole parlano
mentre si baciano appassionati
dicendosi: sei solo tu la mia vita
ACCETTO IL REGOLAMENTO, sez. a
Sez. A
Angelo NAPOLITANO
Accetto il regolamento
DEL PANE FATTO CASA
Un giorno. Fatto uomo nel tuo grembo.
O una notte… Una vita… o una morte.
Un tempo benedetto dalla gioia…
Sapere che già tutto è stato fatto
non è la fine della fantasia,
ma la premessa all’incominciamento.
“E che la morte, a noi, ci trovi vivi.”
Senza il terrore dell’annullamento,
senza il terrore, mai, dell’abbandono,
legati solo dalla libertà,
catena che la ruggine non coglie.
“Nel tempo dell’inganno universale
la verità è la rivoluzione.”
Se io non t’amo come tu vorresti
sappi che t’amo come io so amare…
Se ti deludo… sono quella mela
che il verme ha preferito tra le altre.
Sono la grappa della botte buona
che scioglie il tuo pensiero e la tua voce;
la litania del cento volte Mater !
Il Tota pulcra che tempesta il vento
davanti al Vas insigne devotionis,
Vas honorabile et spirituale…
Rosa mystica… Mistico il tuo seno…
Mistico il bacio che m’avvolge il cuore.
Mistico il succo… neve dell’amore,
raccolto e consacrato al tuo sorriso.
Non piangere se un giorno me ne vado;
sorridi perché un giorno m’hai incontrato,
ché dentro te ho eretto un monumento,
un celebrante sempre innamorato
di te, del tuo sembiante e del tuo amore.
Dorato tabernacolo vivente.
La lampada più bella che accendiamo
non mostra mai bagliori di una luce,
ma fa ammirare l’ombra che c’inonda,
il pane fatto casa che ci nutre,
protegge, accoglie e assolve ogni eccato.
“Mai più imputati in cerca d’espiazione”.
Sez. B
Angelo NAPOLITANO
Accetto il regolamento
‘NCARNAMIENTU
‘U bumminieddru ‘mbrazza ara madonna…!
Ohi… ! Viat’a ttie, bumminieddru mio!
Ti viju abbrancicat’aru capicchiju
d’a ‘mmaculata vergine Maria…!
E grazi’ ‘a cicciu ca ti chijami dio…!
Quannu cc staiju, sugnu dio pur’io.
Ca li si’ figliu, patre e patriarca.
Si ‘ntr’a vuccuzz’ha’ fattu la sc-cumiddra,
‘a vidi fuje cumu na perduta;
ti ‘ncufuzza de minna e de pupiddra,
ti piglia ‘mbrazza e ti ‘nnachija ririennu
e dice… “Ohi masculiddr’e mamma, suca,
sucam’a minna e sucami lu core;
pigliati tutto chiru chi ti piace,
Sàziati de mamma, e statti ‘mpace!
Ch’a pace mia si’ ttu, ricchizza mia,
trisuoru ch’aru munnu nun c’è gualu;
Mo’ dorme, abbrancicatu a mammareddra,
ca mammareddra si divaca tutta
‘ntra la vuccuzza tua, gioia mia.
E si mi suonni. sònnami cuntenta,
cuntenta de la vita e de la morte.
Tu dici ca si’ dio rincarnatu?
Se cos’unne capisciu, figliu mio;
capisciu ca de quannu tu si’ natu
ti viju ‘ncarnat’a mie… ed io a ttie.
E quannu muori tu… o muoru io,
‘un cangia nente, picciriddru mio;
tu m’ha criatu’ed io haiu fatt’a ttie;
more ru munnu e tu si’ sempre ‘u figliu
d’a ‘mmaculata vergine Maria!
INCARNAZIONE
Il bambinello in braccio alla madonna…!
Ma beato te, bambinello mio!
Ti vedo abbarbicato al sacro seno
d’immacolata vergine Maria!
E tante grazie, che ti chiami dio…!
Quand’io ci sto, sono a mia volta dio.
Tu le sei figlio, padre e patriarca.
Se tra le labbra schiuma la saliva,
la vedi, corre come una perduta,
di coccole e di seno ti rimpinza,
ti prende in braccio e culla col sorriso,
e dice… “Oh maschietto mio, succhia,
succhiami il seno e succhiami anche il cuore,
pigliati tutto quello che ti piace,
saziati di mamma, e dormi in pace!
La pace mia sei tu, ricchezza mia,
tesoro che al mondo non c’è uguale;
ed ora dormi, dormi a me abbracciato,
che la tua mamma tutta in te si svuota,
nella tua dolce bocca, gioia mia.
E se i sogni, sognami contenta,
contenta della vita e della morte.
Tu dici che sei dio incarnato?
Non lo comprendo io, figlio mio;
comprendo che da quando tu sei nato
ti vedo a me incarnato… ed io a te.
E quando muori tu… o muoio io,
non cambia niente, bambinello mio;
tu mi hai creato ed io ti ho generato;
perisca il mondo e tu sei sempre il figlio
d’immacolata vergine Maria!
Sez. A
Roberto Collari
Accetto il regolamento
Ho vissuto la tua morte
Ho vissuto la tua morte,
quel silenzio composto
che si interpone
innanzi alla tua lapide
e arronciglia le mie carni.
Ho vissuto la tua morte.
Un velo carminato dal dolore
cela le tue membra assenti.
Le radici del mio amore
coglieranno l’infiorescenza
con nuova linfa –
asseconderò la veglia
di quel che resta del giorno.
Sina Mazzei
Sezione A accetto il regolamento
La pace dentro di me
La pace la trovo dentro me,
quando tutto è come è, così come deve essere,
e tutto ciò che sarà non pesa più,
perché la pace è qui, nelle mie mani aperte.
Non cerco più nell’orizzonte lontano.
Ciò che è necessario già vive nel mio cuore,
che riflette senza paura l’infinito sopra di sé,
abbracciando il mistero di ciò che è.
La pace è in quel nulla che sa di tutto,
dove il caos si scioglie e la mente riposa,
quando il mondo smette di lottare
ed io smetto di cambiare.
E quando il mondo mi chiede di correre,
la pace mi insegna a fermarmi,
a ritrovare il ritmo naturale del mio cuore,
senza paura di perdermi.
La pace è l’abbraccio del presente che non ha fretta né parole,
è un fiume che scorre lento, senza urgenze.
Nel caos del vivere, trovo così il mio ordine,
che non ha bisogno di spiegazioni,
ma che si svela nei gesti più semplici,
nel fluire di un pensiero vero che non si ferma.
E in un mondo che conosce troppo bene la guerra,
la pace è una forza silenziosa
che combatte il buio con una luce di speranza.
Ammiro il silenzio
stagnante, si nasconde
alla notte,
dopo che il sole accarezza
il mattino
Assopito e stanco
si risveglia di buio
E riposa la strada
mentre Il rapace
si diletta tra i rami
a contare gli artigli con le ore
La vita nella vita
meraviglia della natura
si sveglia e si assopisce
al tuo canto
E io ricerco quell’attimo
perso del tuo passo
Susy Gillo
Sezione A Accetto il regolamento
Attimo di infinito
Mi rigiro nel letto stamattina sembro una foglia agitata dal vento
Dovrei alzarmi ma non ne trovo il tempo
La penna impazzita continua a tracciare pensieri,
il foglio si veste di me ed io divento parte di lui
Ci completiamo come due amanti felici
nulla potrà turbare quest’attimo di infinito
Cristina Spennati
Accetto il regolamento, sez. a
Manuela Muffato
Sez. A accetto il regolamento
L’ISTANTE
Dopo il tempo del sole
ritormo al tempo del pensare
Odio
questo tempo
molle e grigio
Amo
il tempo di un battito
il sapore di un attimo
bruciato in un istante
Matlon
(Manuela Muffato)
COME UN’APE
Quando ogni sera
torno a casa
e ti trovo sola
e mi guardi coi tuoi occhi stanchi
e non mi fai domande,
solo se ho fame
e se ho perso a carte,
e io non ti vedo
rinsecchita come sei
e nessuna passione
mi travolge, nessun desiderio,
se non quello di abbracciarti
delicatamente
riconoscente
senilmente,
come un’ape su un fiore ti bacio
sulla vecchia bocca senza sapore.
Se la vita rallenta
non rallenta la sua offerta
e sempre ti concede
di cominciare da capo.
E mentre sono a letto
e tu già dormi,
ti prendo per mano
e mi chiedo cos’è
questa serenità e questa pace,
e non trovo risposta.
sez. a accetto il regolamento
Eclissi di sale rosso acceso
Per tutte le anime migranti
Infinito spazio di cristallo
questo cielo di cobalto innaturale
e un mare che si veste di silenzio
mentre gli occhi riflettono le onde.
È miscuglio d’anime indifese
che confondono pensieri con il vento,
è battito di ciglia all’orizzonte
e calpestio di membra infrante sulla riva.
Qui le acque torbide sussurrano
spuma in mezzo al pianto
e le urla colorano suoni sulle rocce,
su scogli di pietra eterna e indifferente.
Canta la tristezza dentro vortici
di sogni e ricordi su ossa frantumate
e l’aria annega le parole nell’abisso,
ma parla ancora la mia lingua disseccata
e tra le mani storie ricucite sulle onde
in un’eclissi di sale rosso acceso.
È lacera la barca che buca il nero della notte
e taglia muri opachi di sbiadita indifferenza,
vele strappate come vecchie ragnatele
bloccano, soffocano, graffiano la voce.
È rosso sangue il mare del destino
e l’urlo ghiaccia tra i sentieri del silenzio.
sez. a accetto il regolamento
APRILE
Giunta primavera:
l’anima si esalta,
esulta la vita,
è chiara la sera.
Tripudio di fiori,
un coro di ali
tra strali di luce
dai tenui colori.
Annuso il tepore
d’un sole gentile,
da sola cammino
nel chiaro bagliore.
Solerte d’insetti
brulica la terra,
li osservo abulica:
preziosi e perfetti.
sez. a accetto il regolamento
Amore disperato
“Dedicato alla giornata delle donne”
Il mio Amore per te, era Sincero!…
il mio Amore per te, era Vero !…
Ti ho dato il mio corpo…
Ti ho dato la mia anima…
e Tu – come mi hai ricambiato?
Mi sentivo una nullità, emarginata…
mi hai rinchiuso nella casa…
– “come bestia affamata”!…
Ti ho donato una bimba
con il “frutto dell’Amore”…
sempre stretta sul mio cuore
per coprire il mio dolore!…
Ma un giorno son caduta
con la spinta che mi hai dato
la tua mano era armata e colpivi il mio corpo.
La tua furia scatenata, più colpiva all’impazzata…
non contento, hai infierito sul mio cuore
quella lama appuntita, che tenevi tra le dita!..
Il mio sangue che schizzava, il tuo viso ricopriva
nel tuo sguardo tanta “ira” sul mio corpo “infieriva”!..
Non contento – hai diviso il mio corpo,
sistemato in valigia, la portavi poi a spasso …
per posarla in una via…
quel tragitto che per te – mai finiva!…
Con il “fiuto” di un cane, sono stata ritrovata,
la valigia consumata, giù in fondo la “scarpata”..
era tutta ricoperta, da una misera “coperta”!..
Sono stata ritrovata, senza avere un lamento
ma ti giuro “amore mio”… i tuoi “colpi” ancora sento!…
La mia pace ho ritrovato, mentre sei “ricercato”…
alla fine hai “confessato”… e hai detto : “Ti ho Amato”!…
Sapia Andriani “25/11/2019”
sez. a accetto il regolamento
Libertà
È un volo la libertà
con il coraggio
di affrontare il vento
sciogliendo le catene
superando gli ostacoli.
È il sorriso
di chi osa sognare
di chi decide
di non rinunciare.
È un respiro profondo
il desiderio
di un mondo migliore
dove ogni voce
può essere ascoltata
ogni vita realizzata.
Raffaele Di Palma
Accetto il regolamento, sez. a
Nome: Martina
Cognome: Lo Bue
Titolo: La consapevolezza
Sezione A
Accetto il regolamento
Nel buio io, adesso, mi vedo, mi osservo e di nero mi vesto…
Riconosco in me variopinte emozioni
e ventagli pieni di mia personalità.
Finalmente sola, finalmente me stessa sopra ogni cosa.
Ma l’incubo è lì,
mi minaccia e mi sfida.
Ma il mio compito,
da me preso in considerazione per la mia esistenza quieta
e innamorata di migliaia di altre sfumature
racchiuse in una sola anima,
è quello di ammaestrare
i miei incubi
e di apprezzarli e accoglierli.
Nonostante il male o il bene.
Convivono in ogni spirito,
e col tempo
e con altrettante paure sconfitte,
ci si innamora perdutamente di esse,
si scopre siano parte integrante di noi
che possiamo utilizzarle
con gli strumenti imparati nel trascorrere di ogni secondo
della nostra esistenza,
data alla conoscenza del sé e del prossimo
e attraverso noi medesimi e altri personaggi a noi affini.
Tutto convive con un labile equilibrio
dato a non fallire mai
per ragioni del destino e degli stimoli da noi vissuti.
Nel groviglio di anime,
fin dalle prime arrivate nella vita e nella storia dell’umanità,
tutti siamo connessi
anche se non tutti, purtroppo,
consideriamo questa consapevolezza.
Sezione A – Accetto il regolamento
L’ARTE DI RESTARE
Ti muovi leggera,
come un pensiero buono
che attraversa la stanza.
Mi guardi —
e in quello sguardo c’è il mondo,
ma senza pretese.
Tu non chiedi,
non esigi,
sei presenza che scalda,
che tace,
che sa.
Tra i cuscini e i libri
hai costruito il tuo regno silenzioso
e io, ospite grata,
imparo ogni giorno
la pazienza dei gesti piccoli,
l’arte di restare.
Nel tuo dormire raccolta
c’è la pace che cerco,
nel tuo gioco improvviso
l’invito a non diventare mai
troppo seria.
Non sei “soltanto” una gatta.
Sei il mio angolo di cielo,
sei casa
anche quando tutto fuori
è tempesta.
Sezione A- accetto il regolamento
SENTITI OLTRE
Vieni dove
gli oceani fluiscono
e rifluiscono per te,
acque che muovono immagini
che ti abitano.
Vieni dove gli uccelli cantano
e si uniscono in stormi di verità per te,
ali che danzano libertà
dove tu profondamente esisti.
Per te il sole gioca con la luna
e le stelle brillano come candele nel buio,
tutto è lì, per te.
Vieni dove puoi dare
al giorno nuova luce,
dove essere si fonde con sentire
e crea l’oltre,
sali sul tuo corpo
e portati lontano,
forte dell’infinito
dove non ti basta più solo un mondo.
Segui la poesia
che ti risuona nel cuore
e si riflette fuori,
senti fin dove arrivano
le strofe, le immagini,
le acque, le ali,
il sole e la luna.
Senti dove arrivi tu
e dove continua tutto.
Sezione A
Accetto il regolamento
Intrecci di semola
Nel tempo del tempo,
nel cuore della terra, dell’isola antica,
le donne tramandano, da madre in figlia,
antichi legami, fili preziosi, intrecci di lignaggio.
Tra passato e futuro si tesse l’asfodelo,
radici e promesse, mani sapienti, mani di cure,
un sapere che mai si perde.
Tre strati leggeri, la Trinità preziosa,
terra, sole e luna uniti in speranza,
fili benedetti al sole asciugano,
per nutrire corpo e anima,
ogni pellegrino, ogni malato.
In quel fondo di fili e memoria,
le mani danzano, custodi d’amore,
ogni nodo racconta una storia infinita,
un legame di terra, vita e cielo.
Su filindeu, sostegno prezioso,
nutrimento per ogni viandante,
che mai deve cedere, mai rinunciare,
al cammino d’amore che Sardegna offre.
Sardegna di cuore, Sardegna nel cuore, intreccio d’amore.
Si fa presto a dire Amore…
A debita distanza è facile l’amore.
Quando lo scambio di pelle e fiati
perde il fuoco fecondo che incolla
i corpi nella malia del sesso e del piacere
allora star vicini è una sfida contro
la corazza del tempo, dove la memoria
spazzata da un vento che l’usura
disperde la polvere degli anni, e delle vite.
E’ allora che si presenta Amore
e il suo sorriso rischiara la riva
inesplorata dove la promessa – quieta –
si assopisce e diviene fiducia.
Sorride Amore, e senza far rumore
e senza inganno alza il pattuito
– Chi va là?-
a ogni gesto che contrasta libertà.
–
sez. a accetto il regolamento
*** STOP PARTECIPAZIONE PREMIO POETA IBRIDO ***
I finalisti riceveranno un’e-mail.
Vi ringraziamo per la partecipazione!
FINALISTI DELLA PRIMA EDIZIONE DEL PREMIO POETA IBRIDO
SEZIONE A (poesia in italiano)
“L’abbaglio” di Sambruna Lorena Silvia
“Sarà in un’altra vita” di Maria Carmela Dettori
“Stelle” di Rosario Tomarchio
“Quando arriverà la consapevolezza” di Alice Silvia Morelli
“Cola” di Carmela Laratta
“Asdrubale” di Giuseppe Cataldi
“L’arte di restare” di Paola Valenti
SEZIONE B (poesia in vernacolo)
“Narami” di Rita Coda Deiana
“A sulitudine” di Francesca Patitucci
“N’atru juornu senza i tia” di Barbara Di Francia
“La Stantha” di Aldo Ronchin
“Su pani carasau” di Maria Carmela Dettori
“Littara aru figliu” di Angela Maria Malatacca
“Lu cuntu di li cunti” di Jonny Souto
Si ringraziamo tutti i partecipanti, si invia alla partecipazione del nuovo Contest online da pochi giorni: https://oubliettemagazine.com/2025/05/17/contest-letterario-di-poesia-e-racconto-breve-poeti-e-scrittori-ditalia/
Ringrazio tutta la Commissione per avermi selezionato tra i finalisti della sezione dialettale, un poesia popolare ricca di emozioni che rievoca la sorpresa negli occhi dei bambini per quelle tradizioni, che non dovrebbero mai tramontare, ma essere il sale della vita. Colgo l’occasione per ringraziare e mi complimento con tutti gli altri finalisti! Viva la poesia!
Onorata e felice. Infinitamente grazie di cuore e complimenti a tutti gli autori.
Onorata della scelta, ringrazio tutta la Giuria. In bocca al lupo a tutti i finalisti.
Onoratissima, ringrazio la qualificata Giuria e mi complimento sinceramente con gli autori finalisti
ARTICOLO CON I VINCITORI DEL PREMIO POETA IBRIDO:
https://oubliettemagazine.com/2025/05/28/vincitori-e-finalisti-del-premio-poeta-ibrido/
Vi ringraziamo per la partecipazione, il Premio vi dà appuntamento al 2026!