Contest letterario di poesia e racconto breve “Poeti e Scrittori d’Italia”
“La poesia è quando un’emozione ha trovato il suo pensiero e il pensiero ha trovato le parole.” ‒ Robert Lee Frost
Regolamento Contest “Poeti e Scrittori d’Italia”:

1. Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Poeti e Scrittori d’Italia” è promosso da Oubliette Magazine, dagli autori dell’antologia e dalla casa editrice Tomarchio Editore. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.
La partecipazione al Contest è gratuita.
Tema libero.
2. Articolato in due sezioni:
A. Poesia (limite 100 versi)
B. Racconto breve (limite 1000 parole)
3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando (a fine pagina) indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.
Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.
Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.
Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni con una sola opera.
4. Premio:
N° 1 copia del libro “Poeti e Scrittori d’Italia” degli autori Fabio Soricone, Franco Carta, Franco Maccioni, Gian Carlo Storti, Italo Cappai, Jonny Souto, Marcello Sgarbi, Marco Leonardi, Oswaldo Codiga, Paolo Chioda, Rosario Tomarchio, Samuel Fernando Pezzolato ed edito nel novembre 2024 da Tomarchio Editore. Saranno premiati i primi due classificati per entrambe le sezioni.
5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 22 giugno 2025 a mezzanotte.
6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:
Alessia Mocci (Editor in chief)
Samuel Fernando Pezzolato (Poeta)
Franco Carta (Poeta e scrittore)
Giovanna Fracassi (Poetessa e scrittrice)
Carolina Colombi (Scrittrice e collaboratrice Oubliette)
Rosario Tomarchio (Poeta ed editore)
Antonietta Fragnito (Poetessa e scrittrice)
7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.
8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.
9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook.
10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.
11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.
Buona partecipazione!

Diego Civita.Sezione A.Accetto il regolamento.
” Un finestrino sul mondo”
Un finestrino sul mondo cercai
per guardare il paesaggio dell’ esistere,
un finestrino sul mondo scelsi sul treno dei ricordi,
un finestrino sul mondo prenotai per guardarmi dentro dopo aver vissuto
la zuffa del vivere
e così m’ acquietai ripensando
che quel finestrino era un volo anelato
dentro le porte astruse del vivere.
Un finestrino sul mondo mi si addormentò in mente
e divenne il tatuaggio perenne della mia anima alla ricerca della nuova avventura.
Un finestrino accanto mi rimase nel cuore
come una compagna fedele
al transito delle voci
in un coro comune.
I campi di papaveri
Rosso sangue son i campi a maggese,
nel mese di primavera. Le solide
zolle adornate dagli alti papaveri;
a ricordar fanciullezza, a rimembrar
la guerra. Risurrezione non c’è
nel petto d’odio, pace non esiste
senza l’amore. Rimatore mesto
sono io che redigo questo verso.
In me non ho trovato mai quiete,
però tanto ho amato! Lascio le sillabe
e prosa, nella speme di una zolla
migliore. Continueranno a elevarsi
i vermiglio papaveri nei campi,
a rammentar che rosso è il cuore
di tutto quel creato che sa amare.
Sezione A Alessio Romanini Accetto il regolamento
IL SIMULACRO DI LORENZO VIANI
Lorenzo, mi rivolgo al tuo busto in bianco marmo, riposto all’ingresso del molo di Viareggio, in quella piccola area di panchine e siepi circolari dirimpetto al mare che hai amato come me. Ogni mattina(quando mi è possibile) attraverso il molo per raggiungere il mare e ritrovare quel me stesso che ogni giorno ho un po’ perduto. Quando ritorno indietro, passo davanti al tuo simulacro ed osservo il tuo sguardo. Il tuo è un rapido esame severo! Pare Che mi guardi con occhio accigliato; tu che sei stato poeta come me e sai leggere ciò che porto nell’abisso del mio cuore. La tua storia è stata importante e sei immortale nelle tue opere; mentre io, sono un semplice anonimo come quel primo romanzo che così ho intitolato. Scrivo per dar voce a questa anima che è prigioniera del mio corpo, che sembra un simulacro di marmo come il tuo; ma tu sei stato virtuoso mentre io sono ignoto anche a me stesso. Passo davanti il tuo busto, e riluttante mi siedo sopra una delle panchine di cemento. Mi irradio dei primi raggi di sole che sbadigliano all’alba, ed ascolto la quiete del Burlamacca ed il gridare dei famelici gabbiani. L’olezzo del mare stuzzica l’olfatto e raggiunge bronchi e alveoli per inebriare le cellule di questo inerme corpo, così fragile così sensibile. Quanti ricordi sono scolpiti nel tuo pallido volto, Lorenzo! Tu che mi hai visto passeggiare con i miei genitori e con i primi amori. Le bischerate con gli amici ed oggi quel manto di solitudine che avviluppa tutta quanta la pelle del cuore. Perdo la cognizione del tempo, quando nel silenzio mi immergo nella quiete del molo di Viareggio; un tuffo nel mare ma anche nel cuore.
Qui posso respirare il sale del mio passato e cercare di immaginare un futuro che ho dipinto apposta per me. Qui dove fra i granelli di sabbia e il barbaglio ho scritto le mie poesie e ho nascosto tutte quante le mie lacrime nello sciabordio che si frange sulla riva, tra frammenti di conchiglie e guizzanti granchi. Lorenzo, solo oggi mi accorgo che non ho vissuto ogni momento di vita come avrei voluto, lasciando che l’alma andasse alla deriva dell’apparente orizzonte; smarrendo per sempre ogni particella dei sogni. Ed ho dimenticato di vivere per la paura di soffrire, nascondendo i ventricoli dentro un castello di sabbia che è crollato alla prima mareggiata; svelando tutta la delicatezza della mia mente. Lorenzo, il tuo sguardo è così duro nei miei confronti e forgiato di intellettualità; mentre io sono come un pavido coniglio che fugge nella tana. Autodidatta nella vita, ho imparato solamente a nascondermi nell’isolamento; a fuggire dalle mie paure e dai sentimenti; finendo con il restare solo tra i frammenti di luce che si spezzano nei magnifici tramonti del molo di Viareggio. Tu sei custode dei miei segreti, che ti confesso ogni mattina quando vengo a cercare quiete e solitudine; vero nutrimento del mio spirito. Ho sete e fame di romitaggio, che qui riesco a trovare tutto l’anno. Non importa se soffia l’invernale gelo o la calda estate; come un pennuto migratore ritorno a cercare ciò che amo. Il tuo guardo sembra severo quando passo davanti al tuo simulacro; mi pare un monito a vivere l’attimo che fugge dall’inchiostro della penna o zampilla via dal cuore. Mi fermo a sospirare il mare, seduto sulla panchina nell’abisso dei pensieri cinto dalla viride siepe. Lentamente passano le piccole imbarcazioni dei pescatori
che ritornano nel sicuro molo per il salario quotidiano. I giovani attraverso la passerella raggiungono la scuola e gli operai i cantieri navali. Il tutto osservi, Lorenzo, un tempo che ormai più non ti appartiene; ma che nella roccia hai scolpito con pennello ed inchiostro. Chissà sé il distratto fanciullo che si siede di fronte al tuo marmoreo busto, leggendo il tuo nome, sa che grande hai fatto la tua città nel mondo. Così amo ricordare il tuo nome fra queste mie mute parole. Or passo e ritorno alla quotidianità; come una comparsa interpreto il ruolo assegnatomi con le poche battute che ho memorizzato. Ma domani ancora ritornerò sulle rive del mare che appartiene alla mia alma, per godere di quella libertà che echeggia dallo sciabordio; ed inspirare il sale della vita. Qui mi sento cellula dell’infinito; appartengo a quel tutto che è la vita. Lungo la nostra amata spiaggia ritrovo: il passato, vivo il presente e lancio uno sguardo al futuro. Qui, Lorenzo, mi sento meno solo. Poi, quando è l’ora tarda, ritorno alla routine camminando lungo il molo, passando attraverso il tuo simulacro. Guardo i tuoi occhi, e capisco il tuo rimprovero nel godere ogni istante di questa vita donata.
[Lorenzo Viani (Viareggio, 1º novembre 1882 – Lido di Ostia, 2 novembre 1936) è stato un pittore, incisore, scrittore e poeta italiano. Attivo a Viareggio nella prima metà del XX sec. è considerato come uno dei massimi esponenti dell’espressionismo italiano.] (Fonte Wikipedia)
Sezione B Alessio Romanini Accetto il regolamento
Accetto il regolamento sez. A Francesca Patitucci
La mia parola, la mia poesia
Il fremito percuote le mie membra stanche
seggo davanti a una notte stellata
su ginocchi chiusi.
Il mio foglio intonso annaspa.
Le parole svuotano l’otre giunto alla misura
debordante, sì che la penna inizi
a rilasciare endorfine
che purifichino i tumulti dentro.
Come una clochard affamata rovisto
negli avanzi del giorno
e poi semino come un contadino
pago d’attender germogliare
questo arido andare.
È nata una poesia alle luci dell’alba
sono sfiancata, le reni fan male
ma ho la gioia negli occhi… nelle vene.
Nel mio porto sicuro
chiuso a chiave, un feto scalpitante
vede la luce.
E domani tornerò ancora al richiamo
d’un dannato amore.
La mia parola, la mia poesia
resta su quelle ginocchia
ch’ancor tremano.
Stella che torna
Esagramma di origini antiche
sulle punte sospiri di dolore e fatiche
testimone di promesse d’eternità
baluardo di fede e libertà.
In te è impressa la dualità dell’universo
maschile e femminile, spirito e materia
in tempi bui emblema del diverso
testimone e reduce di disumana storia.
Simbolo di unità di un popolo eletto
dall’umana follia condannato e reietto
dal sacro Sinai la tua luce hai versato
tradita dall’incanto di un vitello dorato.
Il quinto comandamento è inerme alla guerra
sogni infranti di pace e fratellanza
ritornano ancora nell’incubo di una contesa terra
logorata da sempre e privata di speranza.
Mani assassine versano ancora sangue dei fratelli
innalzano muri offuscando il sacro astro
grida di madri taglienti come coltelli
pianti inconsolabili di innocenti vittime del disastro.
Oh Gerusalemme, pupilla di Dio
questa preghiera di pace non cada nell’oblio
possa quella stella mondare tutto il fiele
tornando a splendere tra Palestina e Israele.
Laura Dessi
SEZIONE A – ACCETTO IL REGOLAMENTO
FAMA,MORTE,POLVERE DEI POETI
Fateci una strada luminosa
mentre respiriamo ancora,
dateci il nome che meritiamo,
non quando saremo polvere
nelle ossa di una storia che non ci interessa.
Non vogliamo più la gloria
che arriva quando il respiro si fa stanco,
non vogliamo i fiori sui nostri volti
dopo che il mondo ci ha scordato.
Vogliamo la fama adesso,
mentre ancora possiamo sputare
e ridere con la rabbia dentro.
Diteci che siamo grandi,
mentre ancora possiamo toccare il suono
delle parole che ci incendiano la gola,
mentre ancora possiamo scrivere con le mani
sporche di vita.
Non ci servono i postumi,
le lodi che si sentono solo
nella mente degli altri,
mentre noi ci arrugginiamo
sotto il peso di un passato che non ci appartiene.
Fateci grandi adesso,
perché domani sarà troppo tardi
e non vogliamo esserci solo
nelle labbra di chi non ha mai avuto
il coraggio di dirci la verità
mentre eravamo ancora in piedi.
ANDREI CHIS
SEZIONE A – ACCETTO IL REGOLAMENTO
Radici di mare e vento
Sono fatta
di monti scoscesi
e vicoli stretti.
Di vento salato
che graffia i muri antichi,
di ville che odorano di secoli,
di giardini chiusi
dove i rami raccontano storie.
Sono fatta di scalini spezzati,
di salite lente,
di respiri larghi
tra le foglie che non tradiscono.
Sono il sentiero nascosto
tra gli ulivi,
sono la crepa nel muro
che accoglie il sole,
sono la curva dolce
del caruggio dimenticato.
Sono terra,
sono vento,
sono ritorno.
SEZIONE A – ACCETTO IL REGOLAMENTO
Nella testa, nel ventre
Hai insinuato le mani nel mio cranio,
spostato le vene come fili elettrici,
divorato la mia logica con denti d’acciaio.
Non sei l’amore che credevo,
ma il tormento che non volevo,
un ago che cuce a doppio filo
la tua immagine e la mia volontà.
Ti porto nella testa,
come una scheggia pericolosa
che minaccia i miei organi vitali.
E come la morte che sfido ogni giorno,
diventi paura che solletica il mio ego
e nel sangue si fa miele .
Ti porto nel ventre,
bevendo fino in fondo il tuo veleno
sciacquando la gola col tuo nome.
Lo sputo, lo ribevo
prima che il suo fuoco si spenga sulla lingua.
Nella testa, nel ventre,
amore che non sei amore,
morte che mi guarda dal confine del sonno,
veleno che sa di miele.
Aria che non sa più farmi respirare.
©Angela Maria Malatacca – Sezione A – Accetto il regolamento
EUDEMONÌA
Sei nel mio silenzio
avvolto nel mistero del tempo
umbràtile malinconia d’un tramonto
nel giorno che muore per divenir sera!
Su nastri di seta profumano le emozioni,
battiti di cuore all’unisono avvolgono
i sentimenti d’un grande amore.
Nell’apice del desiderio
si fonde la nostra unione,
frementi setose dita danzano
scomposte fra sottili corde d’arpa
ardente fiamma che fonde l’oro!
Sei nel mio respiro…fugge l’eterno attimo
nel tradimento del drammatico morire,
nel tacito silenzio della notte
creo musica e parole,
componimento poetico
vergato sull’aurea pergamena.
Trascendono suavissime rimembranze,
ubriaca di pensieri rivivo
gli ultimi attimi con te…
fruscìo di seta rossa,
balliamo il valzer delle candele,
dirige l’orchestra un malinconico maestro.
Fra gli spazi intermittenti dei suoni
si smarrisce il dispiacere…
“amore mio,non si può fermare il tempo”.
Nella solitudine del presente
s’alternano le stagioni,
la notte tu ritorni nei miei sogni…
accarezzo il tuo viso
e con le dita sfioro il tuo sorriso,
“ti prego portami con te,
non mi lasciare ancora”!
Mi stringi la mano e nel riflesso del sole
voliamo felici insieme
nell’eterno respiro dell’universo!
Concetta La Perna
sez. a accetto il regolamento
Sezione B
Alberto Arecchi – Accetto il regolamento
I PIFFERI MAGICI
Si udì un ritmo di tamburi e di pifferi che cominciava dolcemente, con un lontano rullio. La città fu svegliata da un colpo di grancassa e dall’avvio d’una marcia gioiosa. Il ritmo riempiva le orecchie, rimbombava nel cranio e martellava nelle tempie. Veniva voglia d’alzarsi, d’uscir di casa e mettersi a camminare, a passo sostenuto.
Sembrava la marcia d’un esercito di tempi antichi, uno di quei ritmi allegri che portavano masse colorate di contadini poco vestiti, poco nutriti e poco armati a marciare verso la battaglia, per infilarsi sulle picche o buttarsi contro le cannonate.
La città intera si muoveva al ritmo di quella marcia, e mille tamburi, e mille pifferi, e forse qualche trombetta fuori ordinanza, in contrappunto, chiamavano la gente a uscire di casa, a rovesciarsi nelle vie, ad avviarsi verso i parchi, e poi ancora, senza interruzione, allontanarsi sempre più dalle zone abitate.
La piccola Lisa udì il richiamo dei tamburi. Uscì in giardino e guardò verso il cielo. Subito la prese la voglia di correr fuori, di unirsi al fiume di gente che passava per la strada e andava, come ipnotizzato. Tutti si muovevano nella stessa direzione, ma nessuno sapeva dove si andasse. I camminatori si avviavano, gli uni dopo gli altri, come se avessero udito il richiamo del Vecchio della Montagna. Andavano come i bambini della fiaba, dietro un pifferaio che non c’era. Non andavano, però, a buttarsi in un fiume. Cominciarono concordi ad incamminarsi nella stessa direzione. Uscivano dalla città, andavano decisi per la strada principale. Ben presto si ritrovarono a marciare a ranghi serrati.
La musica guidava il popolo dei camminatori verso una meta misteriosa. Tutti camminavano decisi, qualcuno a passo più sostenuto. Qualcuno accennava passi di danza, animato dal ritmo della marcetta che sembrava scendere dal cielo.
Camminarono, camminarono sino a stancarsi. Poi cominciarono a organizzarsi meglio. Lungo la strada, tutti offrivano loro cibo e rinfreschi. Si aggiungevano altri “viaggiatori”, con bevande e provviste. Ponti e curve, dossi e cunette, rettilinei e spianate, campi e risaie, canneti incolti. Il mondo intero scorreva ai lati della lunga strada. La strada finì, ma non finiva il ritmo martellante, che spingeva la gente a muoversi, a camminare, sempre più avanti, inoltrandosi verso l’ignoto. Continuarono lungo un sentiero sterrato, una pista, dentro un bosco selvaggio. S’inerpicarono, aiutandosi l’un l’altro, sulle rocce che dominavano la vallata. Raggiunsero la cima dei monti, guardarono il mondo ai loro piedi e proseguirono, al di là, sempre seguendo il magico richiamo di pifferi e tamburi.
La piccola Lisa si divertiva tantissimo, a contatto con quel mondo variopinto di tante persone allegre, che si muovevano nella massima libertà e si aiutavano, le sembrava d’essere al circo, o sulla scena d’un teatro.
E venne il momento in cui la folla raggiunse un ostacolo che appariva insuperabile.
Davanti a loro s’innalzava un monte altissimo, coperto dalle nevi e dai ghiacci, che nessun uomo aveva mai superato. Il ritmo che aveva spinto la marcia si fece più lieve, un rullio di tamburi in sottofondo con una dolce melodia di fiati. I flauti dolci prevalevano sui pifferi incalzanti.
I marciatori scoprirono, proprio ai piedi di quella montagna, un bosco fittissimo che avvolgeva una valletta nascosta. Una cascata scendeva, diritta verso di loro, dall’alto della montagna e formava un laghetto
Lì non c’erano – e nessuno aveva portato – né armi né banche, né petrolio, né plastica, né denaro. Si trovavano in una specie di paradiso terrestre, ancora incontaminato, ricco d’acqua e di frutti. Il ritmo celeste s’era trasformato in un dolce sottofondo musicale, appena articolato, che si confondeva quasi con lo stormire delle fronde. I nuovi arrivati si guardarono in giro e si sparsero nei prati circostanti, per cercare un luogo per installarsi. Cominciarono a costruirsi capanne, a fare amicizia con gli animali locali, a coltivare qualche pianta.
Col tempo, gli abitanti felici della valle montana si convinsero che la storia della “Grande Marcia” non fosse nient’altro che un mito del lontano passato, raccontato loro dagli anziani per insegnare l’amore reciproco e la fratellanza.
Un mio amico – scettico – sostiene che questa sia una favola, un mito del passato, e che oggi non sia più possibile trovare una valle nascosta, ancora inesplorata, nella quale poter vivere felici. La corsa delle informazioni, nel mondo, ci fa sembrare che nessun segreto esista più, che sia noto ogni più piccolo anfratto del pianeta.
Ieri, però, ho sentito dal cielo un lontano rullo di tamburi, e mi è sembrato che ance di pifferi accordassero le proprie note. Gli uomini che vivono al di là del gran deserto stanno uscendo dalle loro case e si avviano ad affrontare a piedi il mare di sabbia, nella speranza di raggiungere una terra sognata. Immaginano un futuro di ricchezze, in cui non manchino l’acqua né il cibo. Pensano d’incamminarsi verso un mondo radioso, animato dalla solidarietà. Nel quale manchino soltanto la violenza e la sopraffazione dell’uomo sull’uomo.
Quali difficoltà incontreranno, lungo il loro cammino?
Quale mondo troveranno, sull’altra sponda?
Sez. B
Accetto il regolamento
LE MURA CHE TREMANO…DENTRO ME
Ci sono mura così alte, a volte, che anche solo pensare di poter scavalcare risulta impossibile. Sono quelli che ci creiamo da soli, con i nostri pensieri e azioni…
Questo accadde a me in un lontano pomeriggio di giugno di tanti anni fa…
Al di là di un monitor e di una tastiera anonima, è molto facile crearsi un’immagine diversa (o magari non poi così tanto) di se stessi.
Presa da un senso profondo di solitudine e dal bisogno assoluto di far sentire le mie urla silenziose, da chiunque non mi conoscesse, realizzai un profilo social in cui prese vita una parte nascosta di me. Quella parte era passionale, oscura, timida quanto bastava per attirare l’attenzione di chi passava per caso e si ritrovava dei post assolutamente in linea col suo pensiero. Inutile dire che mi sentivo “vista” e mi piaceva tanto.
…Così tanto da iniziare a confondere quella me digitale con la persona reale che affrontava ogni giorno la vita con più esitazione e meno fascino. In quel piccolo angolo virtuale, riuscivo a mettere a nudo la parte più intensa, poetica e disillusa di me. Era un rifugio, ma anche una trappola dorata.
I messaggi cominciarono ad arrivare. Alcuni banali, altri profondi. Uno in particolare attirò la mia attenzione: breve, diretto, con uno sguardo che sembrava leggere tra le righe del mio post più criptico. Non aveva un volto, solo un nome e poche parole, ma dietro quello schermo sentii come un richiamo. E risposi.
Quel dialogo si trasformò lentamente in dipendenza. Le mura che mi ero costruita, quelle stesse barriere di pensieri e paura, iniziarono a tremare. Ogni suo messaggio era come un colpo ben assestato, una crepa in più in quel castello di silenzi che mi teneva distante da tutti.
Eppure, per la prima volta, non mi spaventava.
Era come se la parte più vera di me stesse trovando una strada per emergere, nonostante tutto. Ma quella verità faceva paura. Perché ogni parola che condividevo, ogni pensiero che lasciavo fluire in quel mondo virtuale, era una parte scoperta, fragile, senza difese. Era bello, sì, ma anche pericoloso. Perché mostrarsi davvero significa anche rischiare di non essere accolti. O peggio, essere fraintesi.
Eppure continuavo. Ogni sera, in silenzio, tornavo a quel profilo. Era il mio rituale, il mio rifugio. Scrivevo come se parlassi a qualcuno che mi conosceva da sempre. In realtà, non sapevo nemmeno a chi scrivevo. Ma sentivo che chi leggeva… capiva. Forse perché anche loro, come me, si portavano dentro delle mura alte e silenziose.
Fu in quel periodo che cominciarono ad arrivare i primi messaggi privati. C’era chi condivideva, chi si apriva, chi restava in superficie. Ma uno in particolare—uno soltanto—sembrava scrivere per me, non solo a me. Leggeva tra le righe. Riusciva a cogliere ogni sfumatura, ogni ferita nascosta in una frase apparentemente innocua.
Con lui si creò qualcosa che andava oltre lo scambio. Era come parlare a uno specchio che non rifletteva l’esterno, ma l’anima. E giorno dopo giorno, post dopo post, le mie mura cominciarono a tremare.
Non crollavano, no. Ma si incrinavano nei punti giusti, come se sapessero dove lasciare passare un po’ di luce. Una luce nuova, diversa, che non abbagliava né scaldava troppo… ma scostava l’ombra quel tanto che bastava per vedere dentro.
Continuavamo a scriverci ogni giorno. Non parlavamo di noi, almeno non direttamente. Era come se ci sfiorassimo attraverso parole altrui, citazioni, canzoni, immagini rubate alla notte. E in quel gioco lento e ipnotico, imparavo a fidarmi. Non di lui, non ancora. Ma di quella parte di me che, per la prima volta, desiderava essere scoperta.
C’era una dolcezza inquieta in tutto questo. Una tensione sottile, fatta di attese, di risposte non immediate, di messaggi riletti più volte. Il nostro legame non aveva nome, né definizione. Ma cresceva, silenzioso e costante, come una radice sotto terra.
E poi, all’improvviso, lui smise di scrivere.
Sparì. Nessun addio, nessuna spiegazione. Il profilo ancora lì, ma silenzioso. Come un libro lasciato a metà, con una pagina piegata che non sarebbe mai stata riaperta.
Mi sentii sciocca. E arrabbiata. E poi vuota. Come se quella parte di me, così faticosamente emersa, fosse stata tradita. Mi venne voglia di chiudere tutto, cancellare il profilo, alzare di nuovo le mura. Più alte. Più spesse.
Ma non lo feci.
Perché, in fondo, sapevo che non si trattava di lui. Si trattava di me. Di quello che avevo scoperto di me stessa in quei mesi. E quella scoperta non dipendeva da nessuno. Aveva un valore in sé.
Così rimasi. E scrissi ancora. Per me. Per chi c’era e per chi sarebbe arrivato. Per la me che, per la prima volta, non aveva più paura di farsi vedere.
Con il tempo, capii che non tutte le assenze sono perdite. Alcune sono insegnamenti travestiti, silenzi che fanno spazio a qualcosa di più grande: la consapevolezza.
Quel periodo mi aveva lasciato segni sottili ma profondi. E non erano cicatrici, erano radici. Avevo iniziato con il desiderio di essere vista, ma lungo il cammino avevo imparato a guardarmi davvero. A conoscermi. A rispettare anche le parti che prima mi facevano vergognare.
E un giorno, quasi senza accorgermene, smisi di nascondermi. Le mura erano ancora lì, ma non come prigioni. Erano confini sacri. Porte da aprire con chi meritava. Non più barriere.
Le parole, le connessioni, le ferite e persino le sparizioni… tutto aveva avuto un senso. Ogni passaggio mi aveva portato più vicina a una versione di me più piena, più vera. E quando mi voltai indietro, non vidi più una storia triste, ma un viaggio necessario.
Certe esperienze entrano piano, in punta di piedi, e senza che tu lo sappia ti cambiano. Ti migliorano. Ti insegnano a non avere paura di essere autentico, anche quando fa male.
E allora capisci che la speranza non è un faro lontano. È quella piccola luce che hai custodito nel buio, aspettando il momento giusto per brillare.
E oggi… brilla.
Dentro me.
Per me.
Antonella Chiego
Accetto il Regolamento, sez. a
Angelo NAPOLITANO
INONDAZIONE
Ci sono amori che non hai mai scelto,
t’inondano nell’aria che respiri;
simili no, e men che meno uguali,
opposti, come sono il bianco e il nero.
Complementari anime elettive,
ché loro hanno quello che ti manca,
e quel che manca a loro ce l’hai tu;
sicché non è una scelta; è un’attrazione
tra due pensieri, gravitazionale,
tra masse assai diverse di passione,
la Luna e il Mare, il Vivere e il Morire.
Ed è un’osmosi che non ha mai fine,
perché chi muore lascia tutto intatto
il meccanismo dell’inondazione.
SE QUESTO E’ UN UOMO
(CARMELA LARATTA sez.A, ACCETTO IL REGOLAMENTO)
Quando l’ immane protervia
prediletta dall’ implacabile belva
cesserà l’ orrore;
quando la mira di cecchino
aborrirà di accanirsi
su quella striscia
per cui qualcuno
sa ancora guizzar di sdegno,
a bersaglio di povere genti
condannate al sudario
( e sarà più cinico
del cimento di una deportazione,
più del limbo d’ un esilio,
più della condanna tangibile
alla cancellazione inerme
di una mappa );
quando giungerà a scendere
dove le case ridono
assieme a noi
– che ci proteggiamo
con cura le orecchie
dal canto funebre
di un’ altra lingua-;
quando la visione
di una terra lontana
sarà barricata
nel bianco e nero
d’ una distruzione di massa
e avrà perso il suo odore
di latte per farsi maceria
e dolore da strappo
senza anestesia,
non basterà la vaga neve
a mitigare la storia
o il fango vendicatore
dell’ inverno a seppellire
l’ onta del genocidio,
né la compassione dimenticata
a scongiurare
la cecità maligna
del fuoco atterratore.
Allora, codardo,
inizia a contare.
Conta i corvi
di quel cielo offeso ,
l’ enfasi dei tuoi dei
in fuga oltraggiosa,
la barbarie delle iridi
dilatate e buie,
e forse potrai sentire
la polvere aspra delle armi
arrivare fino al santuario
delle stelle increspate
e strapparle giù:
e quelle stelle umiliate
potrebbero essere le tue,
e Gaza il tuo paese assassinato,
senza più eroi né angeli
( perché i bambini
saranno tutti morti,
di una fame piu’ nera della notte
-perche’ Erode, in fondo,
non ci ha mai lasciato-)
Accetto il regolamento.
Caterina Muccitelli – sezione B
CINQUE GIORNI
I giorno
E’ una mattina di maggio, strana aria gialla desertica aleggia a incutere un qualcosa di sinistro. La mia azienda ha dato facoltà di effettuare test sierologico, iniziativa a cui ho aderito per accertare il mio stato di salute, rispetto a questo mostro epidemiologico che sta mietendo vittime, decimando famiglie intere lasciando un buco nell’anima a chi non ha potuto salutare i propri cari e li ha visti portare via su mezzi militari. Per non parlare di tutti quei camici e quelle divise che hanno sacrificato la propria vita nell’espletamento del loro lavoro…è un’elencazione lunghissima, non finirei più.
E’ da un mese circa che ho vertigini dovute ad una labirintite per la quale non ho assunto farmaci perché, da bombardamento mediatico, è meglio non prenderli…. quindi ho affrontato il prelievo fiduciosa nell’esito anche perché, vertigini a parte, sto bene. E invece….e invece nel primo pomeriggio sento il laboratorio analisi e … IGM positive, indicatore di infezione in corso. Nonostante le rassicurazioni del titolare del centro analisi sul mio quadro clinico e sull’esito negativo del test di altri membri della mia famiglia, fatti lo stesso giorno, bisogna attivare la procedura tramite il medico del lavoro competente, che ha prontamente segnalato tutto all’ASL e cercato, invano, di raggiungere il mio medico di famiglia per allertarlo sulla situazione per successivo rilascio di impegnativa per tampone.
Glisso sull’iter, alla fine si è riusciti a contattarlo per concordare il da farsi, perché il tampone va effettuato entro 48h dal test sierologico. E’ il medico del lavoro competente, non il mio medico di famiglia, a rassicurarmi ma sottolinea l’importanza dell’isolamento fiduciario pertanto è necessità di adottare dispositivi di protezione anche in casa.
II giorno
E’ iniziato come gli altri fino a che non ho realizzato quanto accaduto il pomeriggio precedente, praticamente una frazione di secondo dopo aver aperto gli occhi. Ho fatto fatica ad alzarmi, a primo colpo ho pensato rimango a letto! Tanto …ma anche no invece! Mi sono detta: il mondo non è finito e deve andare avanti comunque. Quante battaglie ho affrontato, quanti scogli superato, quante lacrime versate, quante imprecazioni lanciate? Molto di tutto, nella mia vita non mi sono fatta mancare mai niente e neanche questo! Qualcuno dice che il Signore manda le croci più grandi a chi ha la forza di portarle, io non la penso proprio così ma in questo caso, forse, è ciò che sta succedendo.
III giorno
Diciotto maggio, giorno di riapertura di quasi tutto ed io vado a fare il tampone…di buono una cosa c’è: ho rivisto il mare, quella massa d’acqua vitale, calma e piatta che per un po’ ha accompagnato i miei pensieri infondendo la sua nota serafica tranquillità. Non potevo non ammirarlo e ripropormi di tuffarmici appena possibile perché, per chi è cresciuto con il mare dentro, lo sente parte di se soprattutto nei momenti bui.
Per fare il tampone è stata più l’attesa che tutto il resto. Ora attendiamo il responso tra 24/36 h e vai con tutte le considerazioni del caso: sicuramente sarò negativa per via della labirintite, ma se così non fosse? Scatterà isolamento obbligatorio, mappatura dei contatti e screening agli altri componenti della famiglia con relativa quarantena. Che casino!
IV giorno
Un’altra alba è giunta. Ore 5.32, calma piatta all’orizzonte. Sveglia come un grillo. Oggi arriverà il verdetto. Stranamente non sono inquieta. Effettivamente l’ansia, l’agitazione, la paura non potrebbero certo cambiare il responso, pertanto mantengo la mente concentrata al presente, all’attimo. Questo status è dato dal modo in cui si affronta la paura, non abbandonandocisi ma guardandola dritto negli occhi con coraggio ad armi pari….bene bene un bel retaggio culturale scolastico…il mito dell’eroe…. ma non mi sento un eroe, anzi sono un vulnerabilissimo essere umano che si aggrappa al raziocinio per superare un momento di difficoltà.
V giorno
Non mi era mai successo di contare i giorni per qualcosa, né alla laurea, né alle nozze, né alla nascita di un figlio eppure mi ritrovo il quinto giorno che attendo notizie. La prima volta che ho guardato l’ora è stato alle 6.05. Giornata senza sole oggi.
Rifletto. Si perché a questo punto i pensieri corrono da soli: quante probabilità avrei avuto se si fosse trattato di una vincita? Nessuna credo. Invece quando si dice la sfiga o meglio la legge del contrappasso! Altro che attenersi alle regole, uscita mai, segregata in casa come da disposizioni, recata in ufficio una o due volte a settimana, in due mesi andata tre o quattro volte al supermercato e sempre con mascherina, guanti, amuchina. Come saresti entrato? Ma soprattutto dove? Allora hanno fatto meglio quelli che se ne sono fregati delle regole, della salute propria e degli altri? Coloro che pur senza giusta causa se ne sono inventata una per prendere la boccata d’aria. Sicuramente loro non sono in trepidante attesa come me anzi staranno pianificando l’estate al mare e se ne infischieranno delle distanze tra gli ombrelloni, già avranno consumato venti caffè al bar e brindato con una birra alla faccia del virus sprezzanti dei morti e della scia di sofferenza che aleggerà sul mondo per molti decenni.
Elogio. Un plauso incondizionato a medici, infermieri, ausiliari, servizio pulizia e smaltimento, forze dell’ordine per l’encomiabile lavoro che stanno svolgendo ma un appunto è da fare perché cara ASL non si può lasciare in standby una persona che attende un esito quanto le trentasei ore sono scadute dodici ore prima, posso capire tutto ma questo no! Altrimenti si dice risposta tra tre/quattro giorni mantenendosi larghi perché giocare con i nervi e il cuore dei pazienti non è professionale e ci si potrebbe trovare con una lunga lista di infarti per ritardo comunicazione.
Sto attendendo la luce del quinto giorno e spero di guardare ad est dove il sole sorge in un’alba rigogliosa e benevola.
NEGATIVO
Può il cuore uscire dal petto per la gioia? Si ora lo posso dire con certezza.
All’alba del quinto giorno ho guardato ad est. Sta sorgendo un sole brillante come non mai.
Accetto il regolamento
Caterina Muccitelli – Sezione A
QUESTO E’
Già …. è’ innegabile.
Ho provato ogni modo:
lasciarti andare
dimenticarti
odiarti
ignorarti
non pensarti
non sentirti.
Inutile.
Nonostante la distanza
l’amore inconsapevolmente è cresciuto
basta un profumo
un frammento di memoria
un colore
una parola
uno sguardo
una nuvola
una melodia
e il pensiero a te rivolgo.
Il non averti lacera la mia anima
nome inciso nel cuore
il non pensarti è fingere a me stessa
il rancore di non poterti toccare rinvigorisce la mia passione.
Non è la vicinanza ad alimentare il mio amore
ma solo il concetto di te.
L’odiarti per riamarti al primo sguardo
è semplice, automatico, vitale.
Non pensarti, non vederti, non sentirti, non avere le tue mani sulla mia pelle…..
come posso privarmi dell’aria per vivere?
Ti amo.
Questo è.
CINZIA PANUCCIO
SEZIONE A
ACCETTO IL REGOLAMENTO
FORSE SULLO STESSO FIORE. (dedicata a mio padre)
Mi addormenterò forse sullo stesso fiore
che ho posato sopra la tua tomba,
sarò quel petalo rosa che vibra e vola
nel becco di una bianca colomba,
perché l’alba possa attraversarmi il cuore,
varcare quella soglia a cui da anni non trovo spiegazione.
È un mistero l’amore tra padre e figlia
quel legame indissolubile della famiglia,
che si infrange tra le lacrime nelle mie parole
dove geme ed urla forte quello straziante dolore.
È fatto di creta e fango
fragile come il chiarore della luna
che riflette il nostro sguardo,
una bellezza che tace nella solitudine
e ci nutre con polvere di miele
troppo crudele la malattia e la tua vita breve.
Il mare blu a Scilla bacia l’orizzonte
davanti a quelle stelle maledette
che custodiscono per sempre le nostre impronte,
e siamo anime che danno un senso profondo alle cose
sorridendo anche delle nostre contraddizioni coraggiose.
Il mio cuore si spezza e affonda nei ricordi
in quel paese che amavi tanto e in quei piccoli borghi
nei pomeriggi davanti al caminetto e nei nostri racconti,
nella voglia di toccare il tuo viso ancora solo per un attimo
nella commozione che si fa più grande quando di te parlo,
vivo sempre nella speranza impossibile che ritorni
non mi importa se fra dieci cento mille giorni.
E ti somiglio forse maledettamente troppo
mi scoppia il cuore nella notte
mentre ti abbraccio solo in sogno
e il tuo silenzio copre il frastuono di questo mondo,
guardo allo specchio quella parte di te che è in me
e affronto la paura con un nodo in gola
che il tempo me la porti via come lo sparo di una pistola,
rimangono schegge di vetro nelle vene
il tempo, intanto, si scioglie come neve,
davanti a questa foto che continua ad ingiallire
ma rimane il tuo seme del bene
su questa terra amara che è pronta a rifiorire.
Accanto alla tua tomba muta un fiore sboccia
ha il colore del sole e la mia lacrima diventa goccia
poi guardo il cielo
alla ricerca di questo Dio in cui teneramente credo
e tu diventi la mia preghiera e la mia roccia.
Ogni cuore ha una zona fatta solo di Poesia
Ogni cuore ha una zona fatta solo di Poesia.
Dentro ci sono le persone che amiamo.
Spazio ce n’è per tutti, senza sgomitare.
Ma sono loro che lo fanno battere, il cuore.
Se non amassimo, non saremmo vivi.
E non importa se non siamo ricambiati.
Amiamo.
Per noi e per gli altri.
Che non sanno cosa si perdono.
© Daniela Giorgini – Sezione A – Accetto il regolamento
QUANDO IL CIELO DORME
Scorrono cauti pensieri
nella notte fredda.
Gocce di pioggia sui vetri
sembrano neve.
E il ciel, a casa sua,
già si sveste.
Passano casti pensieri
nell’inverno muto.
Pezzi di ghiaccio sui rami
raffreddano il silenzio.
E il ciel, a casa sua,
ora riposa.
Cascano vaghi pensieri
nella notte cruda.
Fiocchi di neve sui muri
Si specchiano nelle crepe.
E il ciel, a casa sua,
piano si desta.
© Giuseppe Chico – Sezione A – Accetto il regolamento
Per Alice
Fiore che cresci
rosa che sbocci
ad ogni nuova Primavera
futuro di questo mondo
sii sempre il vento
che soffia soave
mai tempesta ma sempre
uragano pronta ad affrontare
le avversità della vita.
Sii sempre amore e perdono
ma anche rispetto a te sempre dovuto.
Sii gioia e sorrisi per tutti,
sii sempre sguardo a quella stella che brilla
ove i tuoi sogni saranno esauditi.
Non lasciare mai la mano dei tuoi genitori
oggi guida per te
domani il loro sostegno.
Sii sempre quel cuore sincero
tenero e dolce
ma anche quella roccia che nessuno trafigge.
Naviga quel mare che è la vita
rema, non fermarti
tutti i porti che ti aspettano
saranno arrivo e ripartenza.
Accetto il regolamento. Sezione A
Alessio Asuni
UN PENSIERO
il pensiero corre veloce
più dello sguardo che si fissa su un punto
la scelta dell’occhio è guidata dal pensiero?
l’uomo pensa quindi agisce
ma c’ è chi agisce senza pensare
d’istinto in modo bestiale…
il mio pensiero in questo momento
è come un cavallo scalpitante
che corre scarta scavalca s’arresta d’improvviso
pare imbizzarrito e non sa dove vuole andare
io cerco di fermarlo
di prenderlo per le briglie
ma è troppo imbizzarrito
non riesco a domarlo…
e lo sguardo nello stesso istante
vaga disperato senza trovare
un punto d’appoggio
spesso lo sguardo viene guidato dal pensiero
dove pensi di guardare lì si posa l’occhio
prima pensi e poi guardi…
oggi però sono confuso
io guardo e vedo intorno a me
rabbia e desolazione e il pensiero si rifiuta
di dare un senso a quello che gli occhi vedono…
questa notte ho fatto un sogno
e ho incontrato un reduce
un eroe silenzioso di quella emergenza
che lenisce le ferite
e cura i moribondi in ogni parte del mondo
dove scoppiano le bombe e l’odio uccide…
mi sono svegliato madido di sudore
e ho capito che quel reduce
da un fronte terrificante di un paese qualsiasi
uno dei tanti dove c’è sangue e terrore
quel reduce mi ha fatto pensare…
mi ha fatto pensare all’anima
al concetto di possedere un’anima
di vivere pensando di averla
ma di non essere sicuro
di riuscire a farlo veramente
sez. a accetto il regolamento
Sinfonia ideale
Sibilanti suoni
si propagano come tuoni
nell’intermezzo musicale.
Macera il verso strumentale,
l’arpa sonante al vento
del suo senso lacera convesso.
Opera, musica leggera
irrompe nel cielo sinfonico:
un surreale concerto armonico.
Sinfoniste inclusioni
si conquistano come azioni
nell’orchestra sociale.
Oscilla il sonoro accento
allegro- adagio-allegro,
sulla platea brilla il talento.
Vera teatralità impera
dal San Carlo alla Fenice
il dramma e la tragedia in scena.
Inscenate le arie orchestrali
stormi in un battito d’ali,
cadenzano i passi tonali.
Sinfonia ideale.
Jonny Souto
SEZIONE A – ACCETTO IL REGOLAMENTO
Una preziosa riflessione dal Maestro Riccardo Muti, una rinomata figura nel panorama musicale internazionale durante un concerto alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: l’orchestra come simbolo della società. (Firenze, 8 giugno 2024)
KATIA
SEZIONE A
ACCETTO IL REGOLAMENTO
Ninna nanna
Ti ho guardato dormire quel sonno innaturale
Ho accarezzato il tuo corpo immobile
E baciato senza sosta il tuo viso gelido e rigido.
Ho temuto di perderti per sempre e
E per impedirlo
Ti ho fissato a lungo
Ho fissato nei miei occhi quell’immagine dolce
Seppur pur tanto dolorosa
L’ho chiusa a chiave nel mio cuore
E lì continui a dormire sereno.
Siamo tornati indietro nel tempo
I ruoli si sono invertiti
All’origine della tua vita
Una manciata di cellule Un piccolo essere sconosciuto
Eppur già immensamente amato
Ti nutrivi di me.
Ora sei fonte di vita custodita dentro di me
Ti respiro e nutro di te il mio cuore
Perché il suo battito dolce
Sia per per te una tenera
Perenne ninna nanna Che ti accompagni fino A quando ci riabbracceremo.
Acabad con la carne
Cuerpo crucificado, crucificad mis demonios
carne putrefacta
muerta y endemoniada
perdonad mis pecados , mi felonía
huracanes espantosos
derribaron barreras, crucificando mi carne
Cuervos feroces, llenos de vindicta
retirad de mi
os juramentos hechizados con veneno
no seáis la palabra llena de maldad
pido os por favor acabad con la carne
Oscuro sendero dame vida
pero acabad con esto
dejadme solo y deja partir mi ……..
Inocencia perdida
mares silenciosos y oscuros
dejad escapar
necesito salir
necesita acabar
os pido acabad con la carne
Corazón lleno de venganza os tengo
putrefacto de rencor
a por tu desamor
desamor de amores corrompidos
pido os acabad con la carne
llena de vindicta, felonía y vileza
sez. a accetto il regolamento
sa de fantasmas
Conviviendo con el enemigo
Aquella noche fría de agosto de ese
crudo invierno en Londres, estábamos
sentados en la mesa como todas las mañanas
esperando el desayuno que nos trae mamá.
Sin embargo afuera de la casa se escuchaban ruidos
y descubrimos que un hombre de edad avanzada se
paseaba de un lado a otro. De pronto percibimos un
estrépito que nos perturbó, era aquel hombre tocando afuera:
toc
toc
¿ Hay alguien en casa?
por favor abridme, me congelo
Asustado, respondí:
¿Quién es?
¿ Qué quiere?
El hombre tartamuda mente dijo:
Soy un amigo muy cercano a su madre, a lo cual atiné a abrir la puerta.
Ya en la tarde llega mamá, feliz por su nuevo ascenso
que ganó en el trabajo .
Le pregunté si conocía aquel hombre de la foto
ella inquieta me pregunta:
d d d de dónde sacaste aquella foto?
Yo respondí:
Aquel hombre vestido completamente de negro y tartamudamente
dijo que te conocía.
Al escuchar aquella respuesta, la mujer desconcertada responde
si, era un amigo del trabajo…….
Llega la noche ya listo para dormir, de pronto
escucho algo:
TAP, TAP, TAP
He venido a por ti
Al escuchar esa voz proveniente de la habitación
clausurada me dejó perplejo.
Al dia siguiente me preparo para investigar
pero aquel putrefacto olor, que provenía de toda la casa
no dejaba seguir.
CONTINUARÁ…………..
II . Fantasmas en la habitación
Aquel recuerdo pavoroso me hizo
tener pesadillas, lo cual provocaba
que mojara la cama por las noches.
Posteriormente seguía escuchando
pasos andantes, estaba agotado por
no dormir, pero había algo que me
provocaba esa sensación de adentrarme.
Aquel nimbo que sobresale
y provoca ese maloliente olor que bañaba
todos los rincones de la casa, que no dejaba seguir
con aquella indagación.
Pasaban los dias y seguia escuchando lo
mismo, tal punto que llegue a tener alucinaciones
por esa pútrida esencia.
Lo último que recuerdo es que estoy
internado en un hospital psiquiátrico.
Desde ese día mi estadía es para siempre.
Esto que digo lo digo desde el corazón ese que se marchitó, aquel día de la tragedia , episodios frecuentes y recurrentes acechan a diario mi mente, descolocando totalmente la percepción de lo que veo, lo que creo y lo que ocurrió. Aún recuerdo aquellos llantos descolocados de mi madre, aquella enfermedad la descolocó totalmente, pasando por episodios de depresión y esquizofrenia, la cual la descontrolaba siempre.
pero hay algo en lo que siempre me pongo a pensar y digo:
¿si no era ella?
si era yo el que realmente tenía…..
NONONO
eres vos ( una voz me susurraba en el oido)
yo con un grito digo ¡SILENCIO!
realmente no sé qué ocurrió, pero, tengo episodios breves de recordar cosas, ese olor putrefacto me dejó confuso y con una estadía para siempre en este psiquiátrico.
Yo realmente no recuerdo esa noche , lo que ocurrió, lo que pasó , quién llegó y por que llego.
Lo que tengo grabado y recopilado como una fotografía es ver aquella silueta colgando del entretecho , creyendo que era mi madre, pero realmente aquel cuerpo colgado era ese niño que sufrió acoso escolar durante toda la escuela y le tocó tomar una decisión fatal, acabando con su vida para siempre. Espera espera , nuevamente debo dar un grito para callar a esa cosa que me deja loco con sus ideas en la cabeza.
Yo no fui y si fue aquel……
Mi mente me engaña constantemente y es por eso que sigo en este psiquiátrico, pero comienzo a tener lucidez y comienzo a recobrar un poco la memoria pero al mismo tiempo tengo un “deja vu”, en donde puedo visualizar que lo que realmente era eso y al saber la verdad me dejó bastante desequilibrado debido a que en ese lugar habían cometido un crimen , donde una mujer decide……
no es posible no poder recordar más, no sé porque no puedo hacerlo. Esto realmente me da mucha intriga , también el poder saber la verdad y conocer el origen de aquella fragancia podrida que se impregna en todo nuestro hogar.
III, El dia de la verdad
Ya han pasado 12 años y estoy recuperado totalmente de mi enfermedad por lo cual decidí tomar una terapia de hipnosis, para poder recordar aquel episodio que me dejó cogitabundo , donde decidí contactar a un viejo amigo que hace este tipo de cosas.
Rápidamente acudí a su consulta y comienza a preguntarme algunas cosas, como si recordaba algo o si había tenido algún evento desafortunado con este hecho a lo que le respondí
Si hace unos 12 años atrás, cuando viví mi etapa más oscura
¿Qué recuerdas, algo en especifico ?
pues , tututu
tranquilo, aquí estoy para ayudarte
Tuve un deja vu , pero cuando intente tener una visión del acontecimiento no pude ver
Esta bien, para eso haremos una regresión
Me puse a disposición y escuchaba atentamente todo lo que él me decía y pasado unos minutos comencé a entrar en mi subconsciente , tratando de interpretar aquel acto horrible ocurrido ese día, y lentanemnte comencé a olfatear un olor , era aquel olor putrefacto pero esta vez me guiaba por los pasillos de aquella casa, de aquel sufrimiento vivido por una mujer y un hombre completamente vestido de negro.
Al ver eso comencé a sollozar, aquella mujer era mi abuela y aquel hombre de negro le habia cometido un aborto sin autorizacion . De a poco comencé a comprender un poco aquel macabro suceso, pero eso no era todo, ya que, ese hombre vestido de negro tambien habia cometido el mismo procedimiento con mi madre y para ocultar aquellos rastros la obligo a dejar los restos de aquel feto en el entretecho, ese mismo de donde provenia ese olor a descomposición.
sez. b, accetto il regolamento
In cammino …
Nel cielo planetario
Al buio
Qui oggi come ieri
Si rinnova di luce
Colate di colori
Si riflettono nell’acqua
In onde di ghirigori d’oro
In cammino verso
Anime che annegano
Lasciando
Immortalmente illesi
I nostri corpi umani
Accetto il regolamento, sez. a
Antonio Pittau
Mazal מזאל
Il cielo ceruleo, sopra la mia stanca e vecchia anima si scurì, e la luce del sole penosamente filtrò fra le lucenti metalliche piume che coprivano le arcuate ali del mostruoso grifone. I taglienti neri artigli che ornavano le sue zampe strinsero ferocemente con forza i miei fianchi e mi trascinarono verso il cielo empireo. Sorvolando le desolate lande, da grande altezza vidi la terra sofferente. Era in parte oscurata dal corpo del grifone כרוב kerúv. Benché impaurito, mi feci forza considerando che nelle mie tre vite, mai avessi avuto una simile esperienza, e che quindi il presente terrore, padrone del mio cuore, mi avrebbe arricchito. Il silenzio, rotto in quelle alte sfere solo dal periodico richiamo rauco del grifone, mi ricordò il vuoto della Creazione. Reso abitato quando Lui, benedetto sia il suo nome, permise a Adamo di dare un nome a cose ed esseri viventi. La stretta degli artigli mi fece capire quanto i miei pensieri irritassero il grifone. Così la mia mente si tacque e mi limitai a riempire gli occhi con l’immensa bellezza del Creato. Dopo un tempo infinito, le grandi ali dalle metalliche piume color oro verde rallentarono il battito. Descrivendo ampi cerchi scendemmo verso la pianura, che pallida come luce lunare sembrava attenderci. Giusto prima di posarsi, il grifone lasciò la presa allargando gli artigli. Piombai pesantemente al suolo. Indignato, mi rialzai dolorante. Ripiegate le ali, il grifone come un cane da guardia che controlli un lupo feroce, si posizionò alle mie spalle. Di fronte a me l’Oscura Presenza riempì l’orizzonte. <>; disse con voce ironica.
Finalmente ci rincontriamo.
Tacque attendendo che parlassi, ma io restai muto. Allora l’Ombra proseguì. “Abbiamo un accordo. Ecco, ti ho portato il cartiglio con l’impegno che al tempo sottoscrivesti. Lo ricordi vero?” “Certo” risposi “lo ho firmato con il mio sangue”.
l’Oscuro rise e i suoi denti risplendettero come stalattiti di ghiaccio in una parete di nera ossidiana. “Bene. E cosa hai firmato”? Chiese fissando bramoso il mio cuore. “Che in cambio di lussuria soddisfatta, potere esercitato, conoscenza acquisita nei e per i tempi da me desiderarti, ti avrei donato quando fossi stato stanco di vivere, quanto agognavi. Una anima cristiana che avrei con cura scelto e fatta precipitare all’inferno.” Risposi, con la composta sicurezza del colpevole. “Sì” rispose Lucifero sbattendo nervosamente, come fosse un pipistrello gigante ,le grandi ali membranose “Ma come potevo allora sapere che tu misera creatura uscita dal grembo di Eva, mi avresti imbrogliato>>? <<Signore della luce del mattino, avresti dovuto leggere con cura quanto col il mio rosso sangue scrissi. Non è colpa mia se tu pensasti che l’anima sarebbe stata la mia. Ricordi? Dopo aver firmato ti dissi che ero giudeo e ateo e che avrei impiegato un tempo infinito a trovare una anima di cristiano per te”. ”Hai ragione” rispose Satana “Fui frettoloso e avido ma ora ho capito che sei stanco di vivere e voglio la mia anima”. “Hai ragione” risposi “Grazie a te ho potuto godere della sfrenata lussuria della gioventù, saziandomi di vergini e giovinetti pronti a ogni mio capriccio. Ti sono anche grato per il potere che ho esercitato da uomo adulto, dominando e corrompendo ogni maschio o femmina umani pronto a piegarsi al mio volere. Ma, ancora ti sono più grato perché mi permettesti nella vecchiaia di accedere alla conoscenza assoluta dell’Universo. Potei così saziare completamente l’ansia di acquisire le conoscenze che la mia mente bramava”.Lui, il Nero Signore mi guardò soddisfatto. Intorno a lui, le arci demoni Sammael, Baalzeboub, Berith, Astaroth, Asmideo, Azazel, Bellar, Mammon, Lilith e Schemazai, cantarono le sue lodi accompagnati dal coro monodico di legioni di demoni. Satana si protese in avanti con i suoi unghiuti artigli pronti a ghermirmi.”Allora dammi questa anima del cristiano che sceglierai. Possibilmente nera come antracite perché bruci meglio nelle fiamme dell’inferno” ringhiò. Alle sue parole, a oriente i vulcani eruttarono fiamme e lava e a occidente la terra si squarciò e dalle fenditure si videro rosseggiare le fiamme dell’Inferno. Stanco, stanco di vivere, stanco di essere, risposi “Nessuna anima. Rinuncio ad essere ateo e mi dichiaro cristiano. Prendi me”. Ma prima che le nere ali mi avvolgessero, L’arcangelo Michele si interpose tra Satana e l’uomo ed esclamò “L’uomo, creazione del Signore dell’Universo, ha Riparato il Mondo”. L’Universo restò immoto in equilibrio, gelato nel Nulla Infinito. Poi La Voce riempì di luce gli Spazi ed i Tempi. “Il Figliuol Prodigo, l’Agnello del Signore ha fatto teshuvah* ed è tornato a Me. Egli è salvo perché chi salva una Anima salva tutto l’Universo”. Poi tutto scomparve nella sua Luce Infinita.
Teshuvah *Il Pentimento (in ebraico: תשובה , letteralmente "ritorno"), è il modo di espiare i peccati nell'ebraismo, spesso raggiungendo la redenzione, collettiva e individuale.
sez. b accetto il regolamento
Un fiume di…verso
E scorre questo fiume
tra dirupi e balzi
per forre di parole
ed argillose creste.
E’ un calmo fluire
tra verdi mute sponde
e levigate pietre
a tratti rotolanti.
E va per esso il verso
a trascinar pensieri
giù per le verdi valli
tra ruvidi sentieri.
E porta verso il mare
sguardi raccolt’infine
nel lungo scivolare
a tratti mormorante.
E sussurra quel fiume
musica di silenzio
per chi sereno e mite
compone per il dopo.
Michele Pochiero
Accetto il Regolamento
Sezione A
DI TE A ME RIMANE. POESIA PER ANNA.
Di te (a me)
rimane la tua sedia, vuota
al tavolo apparecchiato di soli coltelli
i tuoi compleanni spenti con la tua assenza.
Di te, (a me)
rimangono solo le domande di carbonio:
In quale piega dell’azzurro abisso dei tuoi occhi
hai schiacciato i tuoi fantasmi?
Con quale laccio li hai chiusi nel sacco di juta trasandata?
E come li guardi, ancora, di notte
quando, ancora, puntuali escono e ti fanno il verso?
Di te (a me)
rimangono le tue partenze senza un saluto
quando, sola, andavi nel bosco, pur di andare:
a chi stringevi la mano quando avevi paura?
Di te,(a me)
rimangono i tuoi pasti disperati
i tuoi ritorni mai graditi
in ogni dove non c’era nessuno ad aspettarti:
come ingannavi la tua voglia di scappare?
Di te,
vorrei adesso prendere la mano
e accompagnarti nel parco dei tuoi vent’anni,
e tornare, con te, su quella spiaggia dove ti bruciavi
e dove hai cercato di confonderti fra gli imbecilli.
E io
che non ti ho mai capito nulla:
da dove viene l’azzurro cristallo dei tuoi occhi?
che posa hai scelto e come ti sentivi in quella foto?
Come sei riuscita, in mezzo a quelle urla
a lucidare il tuo angolo di Eden per fare pattinare i tuoi angeli?
Stefano Gervasoni
Accetto il regolamento, sez. a
L’UOMO CHE GUARDAVA LE SCARPE.
I passi dell’uomo avevano lasciato le proprie impronte
sulla terra umida,
stanco si lasciò scivolare lentamente appoggiando le sue spalle sul tronco d’un grosso albero.
Con gli occhi lucidi guardò le sue scarpe,
erano sporche e consunte dal lungo cammino.
Era bruno e bello ed era fuggito dal suo paese in guerra; era intelligente e buono ma nessuno lo sa
soltanto il suo cuore e la sua anima.
È notte,una calda notte d’estate ed è tanto stanco,
s’addormenta…. e nel sogno si vede elegantemente vestito nel costume del suo paese d’origine con ai piedi bellissime scarpe nuove di pelle morbida e lucida!
Accanto a lui la sua donna ancora un po’bambina vestita di cielo con bellissime scarpe ricamate con i colori del sole.
Erano vicine alle sue e danzavano le musiche con i ritmi antichi dei loro avi…
passò il tempo segnato da grandi e piccoli passi,di gioie e dolori.
Scarpette di bambini e di piccola donna tenute nel sogno dall’uomo nelle palme delle mani e nella realtà conservate nella sacca accanto a lui…ormai invecchate da tempi di dolore!
La guerra aveva cambiato colore nella sua terra offuscando il sole,
uomini,donne,bambini che corrono in nome della vita…ma dove?
Correva anche lui con i suoi bambini e la sua donna.
Realtà che si annebbia e svanisce nel grande campo.
Si risveglia dolorante e muto di fronte allo scenario devastante che annienta tutto persino la speranza!
Si ritrova solo e distrutto,
lacerato nel cuore e nell’anima.
Non resta più niente di suo
soltanto le scarpette dei suoi bambini e quelle ricamate con i colori di un sole ormai spento della sua piccola ma grande donna che non gli sorride più.
Unici ricordi vivi che lui tiene con sé nella sua sacca accanto al cuore!
Concetta La Perna
sez. b accetto il regolamento
La seggiola della giovinezza
Voglio essere una vecchia donna
Seduta sulla seggiola.
Sono stanca di correre
E di affannarmi.
Non voglio essere moderna,
Sono vecchia ormai.
Di doloranti articolazioni,
anelo il riposo e la seduta.
Lasciatemi con voi,
datemi solo
della cicoria da pulire,
dei calzini da rammendare,
un sugo da girare.
Pregherò per voi
Grani del mio rosario,
Incessanti come la pioggia
Di novembre.
E al ritorno della sera
Ascolterò la deriva della
Vostra giornata
Onda sbattuta sullo scoglio
Del mio bastone.
Voglio essere una vecchia donna
Seduta sulla seggiola.
Vi guarderò ancora
E sarò felice.
sez. a accetto il regolamento
Imperfetta @2021_Ugo Arioti
Hanno sparato cento volte,
hanno ucciso cento volte,
hanno detto “siamo patrioti”,
erano solo idioti
fascisti
e nazisti.
Hanno rubato cento volte,
hanno accumulato cento ricchezze,
hanno detto “Economia”,
era solo un’altra eresia,
banche e farmacisti
fascisti
e nazisti.
Hanno imbrogliato cento volte,
hanno costruito il “Potere”,
ci hanno rubato le democrazie
ci hanno rubato il cuore
hanno costruito solo “Dolore”,
ma noi siamo sempre l’anima.
Siamo la città dei pazzi.
Siamo il cuore che batte.
Siamo il seme dell’anima, imperfetta.
Amiamo cento volte,
viviamo cento volte
moriamo solo una volta
e, nella nostra storia,
solo la luce delle lucciole, effimera
Imperfetta, proprio come noi…
sez. a accetto il regolamento
ALONE AND BEYOND
Un piccolo passo, poi un altro. Con la maglietta rossa e un bel cappello di paglia, appoggiato ad un girello, procedeva fragile, sul marciapiedi, fermandosi di tanto in tanto per riprendere un po’ di forza. Alzava lo sguardo dal grigio dell’asfalto, da quell’attrezzo, sua armatura e destriero, verso il cielo.
Il tragitto da casa al bar era un percorso lungo e faticoso che faceva ogni mattina da solo, dopo essersi preparato con cura, pettinato e vestito come ogni giorno, guardandosi allo specchio, senza occhiali.
Aveva quasi 90 anni ma ancora ci vedeva bene, era il resto del corpo che non rispondeva più come un tempo. Ma quando si svegliava, dopo essersi fatto il caffè, mentre raggiungeva il bagno lentamente, gli capitava di avere dei flash, di ricordarsi com’era sentirsi agili e forti, di quanto era tutto più semplice. Si era invece scordato quando era cominciato il decadimento, forse perché non c’era stato un vero e proprio inizio, era accaduto e basta, come succede per lo scorrere delle stagioni.
Non amava rimuginare, non sarebbe servito niente e quindi, ogni giorno, se il tempo lo consentiva, prendeva le sue gambe di metallo e usciva, sempre in ordine, col suo cappello.
Fino a poco tempo prima era riuscito anche a fare la spesa ma aveva dovuto rinunciare e accontentarsi di percorrere il lungo tragitto da casa sua al bar, dove lo aspettava il suo tavolino in un angolo comodo.
Qualche parola scambiata con le signore che passavano ogni giorno e che salutava come un cavaliere d’altri tempi, le solite risposte al cameriere gentile che gli portava il suo caffè macchiato caldo. Nei giorni dispari arrivavano alcune sue vecchie conoscenze e lo invitavano a giocare a carte, non oggi.
I ricordi riapparirono vedendo gonfiarsi il tendone del bar, come una vela spiegata e, chiudendo gli occhi, rivide le onde fragorose e minacciose che conosceva bene.
Avrebbe voluto raccontare di quando aveva fatto il mozzo su una nave per sette anni, per poi rimanere fino a diventare Comandante.
Avrebbe voluto raccontare dei posti che aveva visitato e delle persone che aveva conosciuto, del suo equipaggio, le lunghe ore passate a chiacchierare, andando poi a recuperare chi si era perso nei bar dell’Havana, troppo ubriaco per ritrovare la strada.
Gli sarebbe piaciuto narrare la sua vita a chi passava, camminando veloce, sempre di fretta, e portarlo per un attimo con sé, nei suoi ricordi del profumo della pelle di amori travolgenti, di giuramenti mai rispettati o dei rimpianti che spaccavano il cuore davanti alle albe in pieno oceano.
Quanto avrebbe voluto descrivere le fughe dai pirati che apparivano dal nulla, nei mari delle coste africane, i colori sgargianti delle stoffe barattate con il pesce, le nottate senza fine, di guardia, aspettando che il destino decidesse con quanta forza li avrebbe messi alla prova.
Gli anni erano volati, scanditi dalle stagioni e dalle rotte. Avrebbe potuto disegnare la sua vita su un mappamondo, con un pennarello che avrebbe alla fine ricoperto tutti gli oceani e toccato tutti i continenti.
Non c’era nessuno a cui raccontare tutto ciò, nessuno che fosse interessato ad ascoltare. Per il mondo era solo un vecchio che aveva lavorato su una nave.
Ma oggi, la nostalgia aveva lasciato il posto ad un sorriso, il vento era così forte da avergli strappato il cappello e scompigliato i capelli, sopra quello sguardo azzurro, profondo e lontano. Le nuvole correvano veloci e il sole appariva e spariva.
“Ecco, Comandante!”
Il giovane cameriere gli aveva riportato il cappello ma lui, al comando, le mani salde sul timone, a occhi chiusi sapeva bene cosa fare, vedeva la rotta, vedeva i gabbiani che seguivano la barca, e il mare.
Il Comandante, era salpato, e stava navigando.
Marcella Donagemma
Sezione B- accetto il regolamento
Don Pisciotta, Saro Panza e la frattura del tempo
Quando l’afa è più fortei palermitani si spostano verso il mare, una parte va verso le borgate marine, altri verso la Marina. Così fecero don Pisciotta e Saro Panza. Si piazzarono, con il sidecar, vicino al moletto di Sant’Elia, sotto l’Istituto di padre Messina.
– Hai visto mai una frattura del tempo?- chiese a Saro, Don Pisciotta.
– No!
– E allora cosa ci stai a faresu questa Terra? Ah? Parla! Io l’ho vista, e ti assicuro che ci vuole fegato e cuore per affrontarla.
– La frattura del tempo? Ma ‘nsocch’è? – gli domandò Saro, che non era avvezzo a questo tipo di cose. Lui era un “praticone”, uno che iniziava sempre i suoi ragionamenti più approfonditi con un “automaticamente”! Ergo, gli fece una contro domanda: – ditemi una cosa che mi dia, immediatamente, l’immagine di quello che è una frattura del tempo?!
– Certamente, te lo dico con una sola parola: la tomba.
– Minchia, la tomba? A cascia i muoittu? Mi posso toccare i cabbasisi, cavaliere?
– Sei scaramantico?
– Sì. Voi, don Pisciotta mio, non sapete come odio questa…!
– Nessun mistero. È come una porta. Se stai di qua sei un vivente, se la attraversi diventi un’anima!
– Meglio la prima!
– Dunque, cerchiamo di trovare un’alternativa! – esclamò don Pisciotta, fissando gli occhiettispaventati dell’amico, infilato nel vetturino del sidecar come un’arancina.
– Si può?
– Si deve!
– E allora, cerchiamola. Ma dove la rintracciamo?
– Al camposanto!
– Azzo!
Con un colpo di messa in moto la Guzzi cinquecentopartì. Direzione Cimitero di Sant’Orsola, dove si trova la Chiesa del Santo Spirito famosa, in particolare, perché il 31 marzo 1282, mentre vi si cantava il Vespro, ci fu quell’incidente fra un siciliano ed un francese che diede inizio alla rivolta contro gli Angiò.!
In meno di venti minuti furono al parcheggio del camposanto palermitano. Scesero dalla moto e si avviarono a piedi, come gli altri pellegrini, per i viali della città dei morti.
Ora, dovete sapere che, in questi luoghi di confine tra teatro dei sentimenti umani derelitti e ricordi romantici, spesso, ci si perde. Avvenne così anche per Luigi Pisciotta e RosarioPanza. Il cavaliere a alzò gli occhi al cielo. Alte volavano due aquile, mentre intorno a lui c’era gran folla di uomini e di donne che andavano a messa. Anche lui, preso dall’onda anomala fu trascinato verso la chiesa e dentro la Storia che fu.
Saro, invece, con gli occhi serrati dal piacere (si godeva beatamente il suo spuntino!), svoltò verso la parte vecchia del camposanto: Sant’Orsola!
Don Pisciottasentì una fragranza di gelsomini e vedeva la gente agitarsi.
– Figliolo, che ci fai in questo luogo e in questo tempo? – gli chiese una Signora incappucciata e copertache stava in un angolo di quel Mondo altro.
– Chi siete, Signora? – le chiese il cavaliere
– Sono la Morte, figliuolo mio!
– Non ricordo di essere vostro figlio! – sortì lui, per sfuggire, ma quella fece un tetro sorriso, di cui a lui arrivò un eco smisurato e freddo.
– Siete tutti figli miei…
Allora, il Cavaliere senza Volto e la Morte entrarono i confidenza.
– Mia Signora, son io giunto al capolinea della mia storia?
– No, no! Sei nel luogo e nel tempo sbagliato.
– Signora, soffrite d’insonnia?
– Ah, ah, ah, ah, ah …se soffro d’insonnia!? Io non conosco il sonno, io lo regalo agli uomini! Ah, ah, ah, ah… tu, figlio mio, sei penetrato in una frattura del tempo, come un bambino che sposta la tenda per guardare dalla finestra.
– Certamente, deve essere come voi dite, Signora.
– È come dico io, don Pisciotta dell’Albergheria: Cavaliere senza Volto!
– Sì, non ne dubito. Statene pur sicura!
– Sciogli pure il tuo petto, oggi puoi. Non tremare.
– Io non so né perché venni al mondo, né come, né cosa sia il mondo, né cosa io stesso sia…
– Sei un uomo, creato per l’eternità. Io limito i tuoi danni e cerco di farti spazio.
– Allora tutto è vano? È stupido cercar il bene… l’amore, la giustizia?
– È il tuo mondo! Devi dare il tuo braccio per costruirlo, difenderlo e per crescere! Per far questo, per scrivere il tuo nome di formica nell’immensità dell’Universo, devi lottare e soffrire. La tua forza è nel cuore, il tuo dardo è la mente. Per usare il tuo coraggio, hai bisogno di un sogno e di un sentimento che mortifichi il tempo.
– L’Amore!
– Sì, l’amore!
– Signora!
– Ditemi!
– Vorrei confessarmi con voi, ma non ne sono capace del tutto, capite?, forse il mio cuore è vuoto?,… come uno specchio che sono costretto a fissare,… provo disgusto e paura a parlar con voi, ma allo stesso tempo mi date risposte e ne sono contento. Potrei chiamarvi Madonna Morte!, Madre e sorella!
– Liberatevi, figliuolo. Raccontate le storie del vostro involucro acerbo. È una necessità dell’essere. Io, per mio conto ho risposte già scritte.
– Scritte da Dio?
– Tu lo chiami, io lo servo.
– Ma il Creatore?, vorrei sapere, vorrei certezze, vorrei veder la sua mano e vorrei scoprire il suo volto. Vorrei che mi parlasse. Vorrei che mi dicesse chi sono, perché permette che il male dilaghi, che l’invidia primeggi e la vita sia un percorso doloroso.
– Lo ha creato per te. Tu sei di Dio.
– Ma Dio esiste? Allora perché non mi risponde? Perché non vede i miei digiuni? le mie penitenze, le mie preghiere?
– Non ti basta il suo silenzio?
– E cos’è il silenzio? Presenza o assenza?
– Entrambe le cose.
– Vuoto e pieno?
– Non esiste il vuoto, come non esiste il pieno. Tutto vive nello spazio e si ricrea e rinasce morendo.
– Triste sorte!, beffarda e crudele.
A quel punto, apparve una nuvola fatta di una potente luce dorata. Non c’era più la folla impazzita. Solo quattro cristiani che portavano mazzi di fiori ai loro cari estinti.
sez. b accetto il regolamento
Formiche nelle scarpe
Ho le formiche nelle scarpe!
Hanno perso la ragione
e si son convinte
– nessuno glielo leva dalla testa –
che siano, ahimè, la loro casa.
S’inventano così percorsi arzigogolati
tra tomaia, calze e gli alluci perplessi
per tutto quel traffico frenetico
“ti prendo e non ti prendo”
nella penombra umidiccia…
Un improvviso movimento sussultorio
mi induce a procedere a passo di danza
e a supporre che nella loro opaca lucidità
si stiano, lì, accoppiando
avendo probabilmente scambiato i miei piedi
per un… pied-à-terre!
Sez. A – Accetto il regolamento
Mariupol (marzo 2022)
Soffro con te
insieme ai tuoi logaritmi mentali,
sul cuscino di cotone a fiori
dove appoggi le ciglia finte
di un recentissimo passato.
E’ l’ora della guerra.
Le bombe esplodono
a distanze sempre più vicine,
il sibilo assassino mi contorce le budella.
Vorrei scappare nella notte fredda
col mio colbacco d’aviatore
e l’uniforme lisa accartocciata sotto il letto.
Non c’è più ragione per vivere o morire,
il mio domani si perde fra le stelle,
annientato da futili pretesti e falsi arrivederci.
Il pensiero sorvola ormai le nostre teste
per cadere poi sconfitto
nelle trincee delle nostre atrocità.
Sezione A accetto il regolamento
Poesia intensa , belle le immagini e il profondo significato di forte riflessione.
accetto il regolamento, sez. a
Come un bacio
E poi l’alba arrivò come un bacio
a pulire il volto alla notte
troppo buia per essere pienamente goduta
troppo cupa per essere vissuta negli occhi
troppo calda per esser dimenticata.
Tra ludiche parole e mani erranti come fanno i ciechi
a segnare vie, a rincorrere il piacere,
a sostenere il contatto
in quella rissa di abbandoni,
c’erano mille mondi che si riflettevano.
Pulsavano le stelle
dietro l’effervescenza della pelle
sgorgavano rivoli di sospiri
se ne andavano sparsi
come cenci al vento, al sorgere d’un amore.
@Luciano Zampini
Sezione “B” accetto il regolamento.
L’insurrezione.
C’era una volta una fontana che nel silenzio di un mondo malato, per prima e pur nella sua piccolezza, aveva smesso di far rumore per protesta, contestando, disapprovando e ribellandosi, alla vita imposta da una società sorda, avara e ladrona.
E tanta povera gente piangeva ed urlava il proprio malcontento verso chi non dava loro più certezze né accoglieva e né risolveva problemi di vitale importanza, anzi, li accentuava provocandone peggiori.
Ed anche gli uccelletti smisero di cinguettare ed il vento spirò più lieve ed in sordina e la pioggia ed i fulmini furono solo immagini psichedeliche e l’acqua dei fiumi che normalmente gorgogliava felice, smise di scorrere impetuosa e divenne rigagnolo ed il mare diventò una muta ed immobile distesa azzurra chiusa in se stessa.
I rumori delle città vennero assorbiti nel nulla da un vortice nero, non più canti, musiche, parole dolci sussurrate d’amore, non più risate e cinguettii felici di bimbi, ma solo pensieri urlati con rabbia senza voce e tanti singhiozzi taciturni ed ingolati.
Era tutto così giusto ed irreale, era ribellione e rivalsa di un mondo stanco che aveva scelto di non subire più angherie, di combattere con una levata di scudi senza precedenti e senza eco, opponendosi ai soprusi con la sola arma efficace a sua disposizione: Il silenzio.
Polena
Oltre la barriera della ragione
l’aria di mare regala una
sinuosa consunta polena
legata all’immagine
del vascello,
ad affrontare tempeste.
L’antica prua
soffre l’attesa
di interiori sciagure,
note per averti,
o celare spine remote.
Vivido è il dissidio
nei pensieri di legno,
e il diluvio nel deserto
delle sue forme,
ridisegna un lucore,
e chiede soccorso.
Il canto di una sirena
si affretta a salmodiare
quel suono e raggiunge
il fondo sabbioso.
Sdraiata sul mio umore,
fisso quel ritaglio marino,
mi sento svilita nelle stesso
acume, dove si specchia
un battito contiguo.
La forma lignea,
dai colori ormai sbiaditi,
subisce l’insulto dell’acqua
salmastra, e prosegue con me,
da dune di sabbia,
un logorante transitare
che mi trascina
in fondo all’estate.
accetto il regolamento, sez. a
ACCETTO IL REGOLAMENTO SEZIONE A BONATTI FRANCO
I colori della vita
Sentieri inumiditi
da gocce di rugiada.
Sguardi attoniti
che fissano il vuoto:
la tavolozza sbiadita
rimane appesa a un filo.
Sulla tela della vita
pennellate forti, decise
che imprimono il vero
senso dell’essere.
Una voce lontana
vuole modificare i colori:
ma le pennellate di vita
non cambiano colore.
C’è un via da seguire
senza se e senza ma:
un lungo viale
che il destino
ha assegnato
ad ognuno di noi.
Harlock
«Nipotino mio,» disse la nonna. «È ora che tu impari il valore della resistenza. Della ribellione.»
Gli accarezzò i capelli.
«Devo raccontarti la storia di tuo nonno. Una storia che tua madre non ha fatto in tempo a dirti.
Ricorda, James… sarà un segreto tra me e te.»
James era ancora un bambino.
Vispo, curioso. Viveva a New York, con la nonna.
Sua madre se n’era andata troppo presto. Per sempre.
Gli aveva lasciato la cosa più preziosa: la propria madre.
James e Issa erano un corpo solo.
La loro complicità si leggeva negli occhi, nei silenzi.
Crescere senza madre era dura.
Il padre gli voleva bene, ma era spesso assente.
Era a capo di una compagnia ingegneristica con sede a Tokyo.
Aveva conosciuto Misa, la mamma di James, su un terrazzo di New York.
Due mondi si erano incontrati: la Somalia e il Giappone.
James era un bambino normale.
Nel cuore, una nostalgia incancellabile.
Aveva amici, una compagna vicina, un “migliore amico”.
A scuola andava bene, ma niente lo affascinava quanto i racconti della nonna.
Lei parlava del nonno, Ismail.
Un pescatore. Somalia, anni Ottanta.
Povero, ma dignitoso.
Si accontentava di poco: pesce, verdura, riso.
Ogni giorno lanciava le reti sperando che il mare fosse generoso.
Poi arrivò una compagnia ittica straniera, la Issis.
Cominciò a saccheggiare il pesce del villaggio.
Le reti tornavano vuote. I bambini mangiavano meno.
Alcuni uomini del villaggio, senza più nulla da perdere, si mascherarono.
Non volevano essere “pirati”. Volevano difendere il loro mare.
«Nonna… mio nonno era un pirata?»
Issa sorrise.
«Sì. Lo dissero tutti i telegiornali.
Attaccavano petroliere e pescherecci industriali.
Avevano armi trovate chissà dove.»
Fece una pausa.
«Erano pirati, ma non criminali. Difendevano la loro terra.»
«Quindi… io sono il nipote di un pirata.»
«Sì. E hai il suo coraggio.
Senti la rabbia se toccano ciò che ami?
Voi siete nati per resistere.»
La vita andava avanti. Poi qualcosa cominciò a cambiare.
Fu l’occhio destro.
La vista calava.
Le lettere si sbiadirono.
James inciampava.
Issa si preoccupò.
Tokai, il padre, lo portò da un primario oftalmologo.
La diagnosi fu chiara: malattia rara, degenerativa. Da operare.
A New York non c’erano strutture adatte.
Solo a Tokyo c’era forse una speranza.
«Yarhey»* disse Issa, prendendogli il volto.
«Hai una sfida da affrontare.
Io non posso venire con te, ma sarò sempre qui.»
Gli toccò il cuore.
«Ricorda chi sei.
Nel tuo sangue c’è coraggio e avventura.»
Il viaggio fu lungo.
In un battibaleno erano a Tokyo.
La città era grigia.
Il padre tentava di iscriverlo a scuola, ma James non conosceva la lingua.
Passava le giornate tra ospedali e camera.
Si chiuse in sé.
Leggeva di pirati. Scorreva i social.
Si spegneva.
Diventava un hikikomori.**
Una notte sentì bussare forte alla finestra.
C’era una ragazza, arrampicata su un ponteggio.
«Che fai, non mi fai entrare?»
James annuì.
«Vieni con me.»
«A fare cosa?»
«A scrivere sui muri. Tutto quello che ci va. Vieni, ti mostro.»
Una sera Milai arrivò con uno strano fagotto.
«Non puoi uscire sempre in pigiama. Mi fai venire voglia di rimetterti a letto.»
Dentro c’erano pantaloni di pelle, una giacca vecchia, una bandana nera con un teschio.
E una benda di pelle per l’occhio.
«Così assomigli a Morgan, il pirata.»
Poi gli mostrò un vecchio quotidiano sgualcito.
Tredici ragazzini, più o meno della loro età, erano stati presi dalla polizia imperiale.
Rinchiusi nel seminterrato del palazzo sanitario.
Trattamento psichiatrico forzato.
Considerati un peso per la società.
James guardò Milai.
Lei lo fissò come un capociurma.
«Tu sei il capitano. Dimmi tu cosa facciamo.»
«Andiamo a liberarli.»
Raggiunsero il luogo.
E non si sa come, fecero uscire tutti dalla finestra.
Ad uno ad uno.
Al ritorno, James prese un carboncino.
Disegnò una grande H su un muro.
Nei giorni seguenti, peggiorò.
Fu portato d’urgenza in ospedale.
Quella notte, l’ospedale fu invaso.
Ragazzi ovunque, di tutte le età, vestiti come una ciurma.
Molti brandivano un cartello
su cui c’era scritto:
“Buonanotte, Capitano.”
“Buonanotte, Harlock.”
sez. a accetto il regolamento
IL NASO
appuntito, era forse il primo aggettivo e la prima qualità che gli avessero dato. La realtà si era disintegrata, la società atomizzata non aveva più una dimensione integra, era spezzettata, frazionata, ridotta. In un mondo non più intero, l’intero era diventato la parte e così lui stesso era nato naso.
Un tempo con il nome proprio di una persona si indicava la totalità del suo corpo, dei suoi arti, delle sue viscere. Ora ogni parte a sé prendeva vita e nella costellazione anatomica lui era naso.
Un po’ strano guardarsi allo specchio, senza tutto il resto di ciò che un tempo gli era contiguo, lui solo riflesso faceva la sua figura, ma sembrava pur sempre che mancasse qualcosa.
Sono fortunato, diceva, il primo nervo cranico mi appartiene, proprio quel nervo che in fondo è quasi esso stesso cervello e sul quale gli anatomisti hanno disquisito per secoli. Ho un cervello, ho un anima ed ho un corpo, sono stato il primo passo evolutivo di quel corpo un tempo intero ed ora costellazione.
Tutti mi guardano e mi amano o mi disprezzano, a seconda della mia forma. Sono amato all’insù, sono austero se sono aquilino, posso essere importante, a patata, ingombrante. Dare un tocco di classe o essere paragonato al naso di un volto cubista, al buon Picasso piacevamo molto noi nasi.
Sono mio malgrado costretto ad annusare, non posso fare altro, produco informazioni e quando c’è la
Stagione delle graminacee apriti cielo, sono distrutto dalle allergie.
Proprio oggi me ne stavo andando a spasso per la campagna, il sole scaldava in modo intenso, è quasi giugno e l’estate si avvicina a lunghe falcate.
Non c’è stato verso, ho annusato la fioritura degli aceri, così insopportabile, e subito mi sono gonfiato e l’allergia ha iniziato a rendermi umido e tumefatto. Che cos’ho fatto di male in vita per meritarmi tutto questo?
Domande esistenziali, dubbi ancestrali almeno quanto i suoi collegamenti con il sistema limbico lo tormentavano fin da quando era nato.
Ma perché era nato? Perché la totalità si era spezzettata ed infranta come un sasso che c’entra uno specchio? La totalità aveva iniziato e infrangersi per non accettarsi, non si piaceva e non si voleva più per come era stata generata, intiera. Vi era stato il tempo dei chirurghi estetici, quelli sì per un po’ avevano retto. Se alla
Totalità un pezzetto di essa non piaceva, loro ci mettevano mano. Era iniziata l’epoca dei labbroni, dei nasi in catena di montaggio, tutti all’insù uguali identici. La totalità aveva accettato di buon grado il cambiamento per poi protestare per l’eccesso. Donne ormai avviate verso la vecchiaia, scusate vecchiaia non si poteva più pronunciare, era stata bandita, che giravano con delle salsicce arcuate ed unite su cui all’interno ballavano le dentiere. “Possibile che ci si adegui a canoni estetici imposti dalla società?” Dicevano le totalità, senza rendersi conto che le società erano già morte da un pezzo. I nasi in catena di montaggio erano ancora più ridicoli perché, se una persona ha un naso ingombrante e glie lo si toglie, si noterà la mancanza di quella propaggine che ne determinava un po’ anche il carattere. Il nuovo naso era come mettere un corpo estraneo che non ci azzeccava nulla con il suo contesto. Ma ciò non succede spesso a pretendere di essere ciò che non si è? Le totalità protestavano vedendo in pericolo la propria unicità, un po’ come era successo tempo prima con la moda dei tatuaggi, li sceglievi su un librone e poi al mare lo stesso tuo tatuaggio lo ritrovavi replicato su mille altri corpi. Era davvero il simbolo che volevamo darci per sentirci unici?
Fu così che un po’ alla volta si iniziò a litigare, ad accanirsi, e come tutti sanno siamo una società di ultras calcistici. Slogan violenti li urlavano i nasi, gli occhi volevano urlare la loro “sto con la bleferoplastica”, le labbra urlavano “solo noi siamo intitolate a parlare”.
I chirurghi estetici si resero conto di non poter correggere tutto ciò che la totalità non accettava più come propria, non potevano ritoccare labbra, occhi, zigomi, orecchie, naso, denti, capelli, doppi menti , peni e vagine. Dichiararono il loro fallimento creando dei mostri, donne che volevano sembrare come Barbie, uomini come Ken, addirittura un uomo volle essere trasformato in cane.
In poco tempo la totalità litigando con se stessa si spezzò.
Lui così fu il primo. Il primo a nascere naso.
Costretto a sentire odori ad a non potersi grattare o mettere le dita all’interno di se stesso al semaforo, con fare contemplativo.
Era vita questa? Sì allo specchio si piaceva, così da solo, ma poi che avrebbe fatto?
C’erano labbra che non ce la facevano più a parlare ininterrottamente senza aver un orecchio a cui raccontare le cose. Gli orecchi protestavano per le stanghette degli occhiali… “che ci facciamo noi con ste cose?” E gli suggerivano “ma dai che è una vita che vi ci esplorate le vostre cavità”
Appuntito era il primo aggettivo e la prima qualità che gli avessero dato, fu anche l’unica.
Non avevano imparato nulla dagli uomini, tutti uguali e così in lotta tra loro, si autodistruggevano, pur sapendo di aver bisogno uno dell’altro.
C’era ancora chi pensava di essere migliore di qualcun’altro.
SEZIONE B GIOVANNI FERRARI accettò il regolamento
Accetto il regolamento sez A
Nota sulla pelle
Tu sei in ogni melodia, pelle sonora
che vibra su me come aurora.
Nel traffico, nel passo che sfiora,
sei respiro che accende, che implora.
Pioggia sul vetro, dita che scorrono lente,
sul mio corpo-pentagramma, incandescente.
Non hai posizione, sei evoluzione,
movimento liquido, pura tentazione.
Sei suono che permane
tra le curve d’un battito, tra le mie mani.
Nelle lacrime salate che sfiorano seni,
nelle campane che suonano destini pieni.
Foglia che danza nel vento d’autunno,
sei il sospiro che scivola e giunge a fondo.
Nel miagolio caldo del gatto sul letto,
sei l’attesa che scioglie ogni mio sospetto.
Nel gemito intimo di corpi intrecciati,
sei parola che geme in linguaggi sfiorati.
Tu, nota che muta e si lascia toccare,
sei la musica viva che mi fa vibrare.
Acuto bisogno che sale e mi prende,
tra braccia di cielo e notti silenti.
Tu, che assopisci i dolori del cuore,
mi restituisci all’estasi, al suo ardore
Alex Schillizzi. Accetto il regolamento e autorizzo al trattamento dei dati personali
SEZ. A POESIA
SIZIGIA
Eccolo
il giardino degli aranci
che rosseggia sotto le funi
di un sole agrumato,
gli alveoli sacri dei cotogni
e il diapason degli uccelli
nel tremulo vagito del vento.
S’incanutisce il crine dell’ulivo:
oggi è un ciborio spoglio.
Eccoli
i tafani allunati sui limoni
il cedro che attende il lavacro
dei suoi fiori.
Rieccoti:
tu da quale solco germogli?
Dimmelo
finché il mare è ancora una
spremuta di cielo
finché quest’Agosto s’inerpica
nell’inverno
finché s’insettembra,
scalciando nel grembo della terra.
D’ESTATE ARRIVATA
Ci sono rami di catalpe
al di là della finestra,
tra loro uccellini romorosi
aleggiano, in frenesia
d’amore d’estate arrivata.
Poi un soffio di zefiro
sconfina come omelia,
poi rientra la canicola
e opprime, l’animo mio
come assenza d’ossigeno.
(Sezione A – Accetto il regolamento)
La valìis di mé amìis
Un dì o incontràat un amìis,
l’era content perché u doveva partìi per i vacanz
e quindi u nava da presa a preparàa i valìis ..!
Un augüri da bon viac’ … a ga lo dìi… per fàagh corag’ ..!
El dì dopo o inconträat un altro amìis, u ghera la facia sc’cüra
e l’era rabiàat con el mond intrèegh
perché da incöö in avanti u ghl’avrà püsèe düra ..!
La sò dona la ga dìi da nàa via per sempro da cà
e la ga sc’batüüd giò i valìis dala finesc’tra ..!
Una roba insci la ma da fasc’tidi anca a mi …
ma l’é lüü che u doveva mia cambiàa minesc’tra ..!
L’altréer per càas o incontràat un amìis,
l’é tanto temp che al vedevi pü …
lüü la fai fortüna , l’é diventàad sciòor …
u ma dii che ades u vìiv in modo san,
u pò giràa el mond e u ga sempro la valìis in man ..!
Beato lüü che u pò naa sempro in gìir …
e sempro püsée lontan ..!
Iéer o incontràat un amìis , a lo visc’t tanto preocüpàad …
u piangeva … u ma dii che in un atim u sé ritrovàat disocüpàad ..!
Forse u dovrà fa sü i valìis e partìi …
e mi sincerament al so mia cosa dìi ..!
Sc’tamatina o incontràat un amìis , sc’mort come un patüsc’,
patìit e senza pü nesüna fidücia …
A ghé mia bisögn da ves dotòor per capìi
che lüü per sempro l’é adré per partìi..!
El desc’tin ormai u ga preparàagh lüü per sempro la valìis …
e anca l’om püsée törla pürtrop u la capìit ..!
Mi a gheri un amìis ,
lü ormai l’é da un pez che l’é partìid per sempro …
La vivüüt una vita da tribüleri e l’é nai via pitosc’t in presa ..!
Ades l’é li che u ma guarda e u ghigna ,
sc’tampàad denta in una pioda … piazada sü una tomba …
sota ai ram d’una bela pianta che la ga fa sempro ombra …
Per lüü ormai a ga né pü da valìis
e quando a ga pasi via visin al salüdi … inscì … come una volta
disendogh domà semplicement: ciao amìis ..!
La valigia dei miei amici
Un giorno ho incontrato un amico,
era felice perché doveva partire per le vacanze
e quindi andava di fretta a preparare le valigie ..!
Un augurio di buon viaggio glie l’ho detto … così … per fargli coraggio ..!
Il giorno seguente ho incontrato un altro amico,
aveva la faccia scura ed era arrabbiato con il mondo intero
perché da oggi in avanti avrà la vita sempre più dura ..!
Sua moglie gli ha detto di andarsene per sempre di casa
e gli ha buttato la valigia dalla finestra ..!
Una cosa simile mi da fastidio …
ma é colpa di lui che non doveva cambiare minestra ..!
L’altro giorno per caso ho incontrato un amico,
é tanto tempo che non lo vedevo …
lui ha fatto fortuna, é diventato ricco …
mi ha detto che adesso vive in modo sano,
può girare in lungo e in largo il mondo ed ha sempre la valigia in mano ..!
Beato lui che può andarsene in giro …
e sempre più lontano ..!
Ieri ho incontrato un amico, l’ho visto preoccupato…
Piangeva … mi ha detto che in un attimo si é ritrovato disoccupato ..!
Probabilmente dovrà prepararsi le valigie e dovà partire …
ed io sinceramente non so cosa dire ..!
Stamattina ho incontrato un amico, era bianco in volto
e l’ho visto molto patito …
non serve essere dottori per capire
che lui per sempre sta per partire ..!
Il destino purtroppo gli sta preparando la sua ultima valigia …
e anche l’uomo più stupido lo ha capito ..!
Io avevo un amico …
lui purtroppo da molto tempo oramai se ne é andato …
aveva vissuto fra mille problemi e in poco tempo é partito ..!
Adesso é li che mi guarda e sorride,
con il volto stampato su di una grezza lastra di granito …
posata su di una tomba …
sotto ai rami di un bell’albero che gli fa sempre ombra …
Per lui ormai non servono più le valigie
e quando gli passo vicino lo saluto … così … come una volta
dicendogli semplicente : ciao amico ..!
Oswaldo Codiga, ACCETTO IL REGOLAMENTO sez. a
Ho trovato il diario di… Anna Frank !
Quando ero un ragazzo spensierato non ho mai pensato a nessun mio diario personale. In quei tempi erano per lo più le ragazze che custodivano gelosamente racchiusa in un semplice quadernetto lo scorrere della propria vita, le amicizie, le avventure e tutto quello che gli sembrava giusto ricordare. Oltre tutto ogni tentativo nostro di ragazzacci curiosi quali eravamo in quei tempi per riuscire a carpire quello che vi era scritto é sempre fallito miseramente grazie alla furbizia delle ragazzine nostre compagne di banco. Potrà quindi sembrare banale, ma l’unico diario capitato fra le mie mani é quello storico scritto da Anna Frank. Sono trascorsi ormai tanti anni da quel giorno che, accompagnato da un paio di ragazzacci miei compagni di avventura, eravamo riusciti ad entrare da quella porta del solaio sempre chiusa, che ci intrigava e incuriosiva da tempo. Fu così che quel giorno, con la curiosità dei nostri quindici anni, tentammo di diventare assai scaltri e furbi. In un caldo pomeriggio d’estate avevamo infatti atteso che la nonna si incamminasse verso il camion-negozio che settimanalmente saliva in valle. Da nostri accertamenti sapevamo che tra andare, attendere, fare la fila con le altre donne del paese, aquistare e ritornare a casa ci voleva circa un ora. Quel giorno ero persino riuscito a convincere una mia cuginetta ad aiutare la nonna nelle sue compere, così da avere la sicurezza di non doverla accompagnare io personalmente. La chiave era appesa dietro alla porta d’entrata principale della casa e furtivamente, prima ancora che la nonna uscisse, ce ne eravamo approppriati. Salita la scala dietro casa eccoci all’interno di quel solaio-deposito che tanto ci incuriosiva. I miei compagni di avventura si lanciarono verso un armadio e li sentivo rovistare. In un angolo buio c’era invece ciò che per tutta la vita mi aveva attratto. Era un vecchio baule dove avevo visto una volta proprio mia nonna che vi depostava del libri. Quanta storia ho trovato in quel polveroso baule. Fra le mille scartoffie, tra vecchi album di fotografie e romanzi antichi, vi erano persino i quaderni di scuola di mio padre e dei suoi fratelli. Taluni disordinati e mal scritti, taluni invece tenuti con grande cura. Tra i polverosi libri di storia avevo trovato anche un vecchio “Promessi sposi” e la memoria ritornò a quando ero seduto sui banchi di scuola e il docente di turno ci faceva impazzire con la pretesa di farci scrivere ogni settimana il riassunto di un capitolo. E fra tutto quel ben di Dio ecco spuntare però ciò che andavo cercando da tempo, vale a dire il diario di Anna Frank. Anche questo mi riportò alla vecchia scuola dove il severo ma bonario maestro ci aveva letto e riletto i vari capitoli che la povera ragazzina di Francoforte aveva scritto. Erano tristi storie di guerra che comunque appassionavano molto noi ragazzi. Con quel triste diario tra le mani, mentre scorrevo le pagine impolverate, l’immaginazione andò ad un altro solaio, quello appunto di colei che ne scrisse la storia. La mia fantasia volava tanto da far si che il rumore e il vociare fatto dai miei compagni di avventura che rovistavavano in tutto il solaio era diventato per me il rumore e il camminare avanti e indietro che i soldati nazisti facevano nella ricerca di quei poveri disperati che tentavavano di sfuggire alla deportazione. Improvvisamente mi resi conto che il tempo anche in quel caldo pomeriggio d’estate era volato via in fretta mentre eravamo racchiusi nel solaio. Richiamai quindi i miei compagni di avventura e nascondendo il libro sotto la maglietta uscii richiudendo con cura la porta. Agili come gazzelle scendemmo la scala in fretta e furia. Cercando di non farmi scoprire corsi a nascondere il libro nella mia cameretta e poi via sul piazzale del paese a rincorrere felice un pallone. Quella sera dopo cena anche mia nonna non riuscì a capire come mai io avevo così fretta di coricarmi ma, stanca della lunga giornata e con svariati anni sul suo groppone fu felice di potersene andare anche lei presto a dormire. Disteso sul mio comodo letto lessi quel diario tutto d’un fiato. Diverse volte mi ritrovai con il volto rigato dalle lacrime. Terminata la lettura nascosi con cura il libro all’interno della mia valigia già pronta per il ritorno a casa.La lunga e calda estate finì, salutai la nonna e ritornai con i miei genitori al piano e la vita ricominciò con il suo tran tran naturale. Ancora oggi mi rendo conto che non fui mai sincero totalmente con la nonna in quanto non le dissi mai del mio innocente “furto”.Poi gli anni sono trascorsi velocemente e improvvisamente nel mio destino mi sono ritrovato uomo e adulto. In occasione di non so quale “giubileo” riguardante l’ultima guerra ecco che una sera di non molti anni fa su un canale televisivo trasmettono il film “Il diario di Anna Frank”. Quale occasione migliore per ritornare con la memoria ai miei spensierati giorni di vispo ragazzino ricordando pure quello strano pomeriggio nel solaio della nonna. Ancora oggi nella mia modesta libreria custodisco con cura quel vecchio libro scritto da una ragazzina innocente che, ne sono sicuro, oltre a me ha fatto piangere ed appassionare centinaia di migliaia di altre persone.
Oswaldo Codiga, ACCETTO IL REGOLAMENTOm sez. b
Il mondo invisibile
Il cielo è inclemente
e quel che resta
della dignità
sono corpi
Coperti
a malapena
ai margini del fiume.
Una mano aperta
raccoglie solo il silenzio,
del perduto
quello che più manca
sono i sogni sfrattati,
quel che resta
è la vergogna
di essere uomini.
Michele Bruno
Dichiaro di accettare il regolamento
Michele Bruno
Sezione B. Annalisa Scialpi. Accetto il regolamento.
La donna col tailleur rosso
La vidi seduta su una panchina di spalle a un negozio di abbagliamento. Chiunque l’avrebbe notata: tailleur rosso con colletto e maniche bianche, sguardo da anziana e tuttavia… Sospetto. I solitari inducono sempre sospetto! Ebbi l’impressione che la donna mi facesse cenno di avvicinarmi. Guardai meglio: lei fissava, seria, ieratica, un punto lontano di fronte a sè, protetta dalla vetrina vuota di luci, perchè era primo pomeriggio e il negozio era chiuso.
Erano appena le tre del pomeriggio, ma era sabato e il paese era una festa di gente. C’erano i gerani sopra i balconi, i cani senza guinzaglio, i negozietti del centro storico aperti con copricostumi e cianfrusaglie etniche in vetrina. Ogni tanto qualche accento straniero rendeva meno monotona la realtà. Sedetti in un bar all’aperto, scambiai qualche parola con dei francesi, arrancando in un equilibrismo linguistico. ‘J’ai étudié francais all’école…’ mi scusai, mentre naufragavo in una sorta di sciatta noia post prandiale che aveva, tuttavia, i toni della leggerezza. Terminata la mia conversazione mi alzai, per reimmergermi in quella folla multicolore. Sarei rimasta per parecchio tempo a fare avanti e indietro tra i lecci e i coni gelato erranti, se le fibbie dei sandali non avessero attentato ai miei delicati piedi appena sgusciati nel sole estivo dalla clausura delle scarpe da ginnastica, producendo due vesciche.
Così, mentre stavo pensando di tornare a casa, rividi lei, la donna dal tailleur rosso, nel lato opposto, distinta come un grosso fungo tra la siepe di gente. Questa volta mi lanciò un’occhiata inequivocabile. Fu così che, completata la mia ‘vasca’ fino all’arco d’ingresso del centro storico, tornai indietro e la seguì
La donna zigzagò verso la piazza del Comune, poi s’incuneo in un vico. Passai così tra gli usci dei monolocali, beccandomi l’odore di stantio, di tristezza e di sugo stracotto (il tipico odore dei vecchi), coi piedi sempre doloranti, fino a quando la vidi scomparire in uno di quegli usci.
La raggiunsi e mi fermai accanto a una modesta porta in legno con vetrate, verniciata di color grigio topo. Sbirciai tra i vetri polverosi, ma non vidi niente, a parte una stanza vuota con un pavimento antico, a mosaico. Bussai. Nessuna risposta. Allora mi feci coraggio e spingendo la cigolante maniglia in ferro, entrai.
Non avevo visto bene, infatti al muro erano appesi dei quadri. Uno con un grande quadrato centrale, bianco, sfocato, dal quale si dipartivano rivoli di colore simili a serpenti. In basso, su una targa dorata, lessi: ‘La vuota finestra’. Un altro quadro riproduceva invece figure geometriche: un triangolo isoscele, due pentacoli incastrati, linee rette sparse come nel gioco del Mikado. Mentre osservavo i quadri pensavo di aver sempre snobbato l’arte contemporanea, valutando che l’arte fosse morta, appunto, coi contemporanei. Allora perchè quelle figure geometriche galleggianti, quelle linee rette come graffi, continuavano a mantenermi incollata lì?
Trattenni il respiro, sino a quando giunsi a una tela raffigurante un feto in una bottiglia, sempre su uno sfondo nero sporco. Deglutì. Poi mi sentii attraversare da una irrimediabile malinconia e ne provai timore, fino a quando questa si trasformò in un dolore bruciante al ventre. Dovetti piegarmi, per attutirlo.
Quando alzai lo sguardo, la donna era lì, di fronte a me, simile a un altro dipinto. Lo sguardo era severo, quasi di accusa. Stavo per sfornare il mio armamentario di scuse, ma non lo feci. Fu così che, da quel contatto visivo, le immagini della vita della donna sfilarono nella mia testa: lei ragazza, il ventre pieno e poi il vuoto. La rinuncia all’amore. La consolazione/tormento dell’arte.
‘Volevo guardare i quadri, mi dispiace se sono stata invadente’, dissi, mentendo in parte. Fu così che la sua espressione arcigna mutò. Non ci fu bisogno di aggiungere altro. La ringraziai e tornai in strada, tra i vicoli affollati. Non sentivo più il dolore ai piedi ma, riportando per un attimo le mani in grembo, ebbi come l’impressione che vi scalciasse un feto. O forse un boccio. O forse la vera me.
Rita Coda Deiana
SEZIONE A
ACCETTO IL REGOLAMENTO
SFUGGIRSI
Sembra uno sfuggirsi continuo
questa nostra reciprocità,
questo eterno minuto mancante
che scivola tra le dita
nell’attimo di un perpetuo errore.
Ed è di errore che qui si tratta
o forse di Destino?
Rispondere non so
e l’unica cosa che allevia il dubbio
è questo mio scriverne
nell’intento di sbrogliare una matassa
che si aggroviglia sempre più.
Forse tra le parole
troverò quel filo di coerenza col cuore,
quel cammino sicuro
verso la pienezza di un Sentimento
che per ora non si riesce e vivere.
Forse in quel minuto mancante
è celato il senso profondo
di un’intera vita,
l’arcano dell’Anima mundi
e la quintessenza di un pensiero.
Se nell’errore ricorrente
si nasconde la malinconia
di un eterno ritorno,
forse allora è in quell’istante
che devo concentrare
la mia attenzione ballerina,
affinché non sia vana
questa ricerca interiore
che all’esterno mi costringe
a passi falsi
allontanandomi dalla meta
e conducendomi sulle strade
del disorientamento.
Rita Coda Deiana
SEZIONE B
ACCETTO IL REGOLAMENTO
“In un pomeriggio d’estate”
Era un afoso pomeriggio d’estate e non avendo nulla da fare decisi di passeggiare per le vie della mia città. Attraversai due o tre quartieri, ora non ricordo bene, quando giunsi in una caffetteria molto grande e appariscente che si affacciava sul parco di betulle che occupava il cuore della città. Entrai e mi sedetti in un tavolo poco distante dalla porta. Ordinai della limonata fresca per placare la sete che mi attanagliava a causa del caldo soffocante e cominciai a leggere il quotidiano che, strada facendo, avevo comprato con i pochi spiccioli che mi rimanevano dall’ultimo impiego come assistente nel centro di recupero tossicodipendenti. Sfogliai le prime pagine e lessi incuriosito un articolo di cronaca che riguardava uno scippo avvenuto proprio da quelle parti.
“Quanti delinquenti ci sono ancora in questa società”, pensai “una società cosi apparentemente sicura…”
Mentre pensavo e leggevo, entrò un uomo sulla trentina, vestito interamente di nero, con occhiali scuri, una valigetta, nera, ovviamente. Non credetti ai miei occhi: come ci si può vestire interamente di nero in un periodo dell’anno così caldo e afoso?
“Avrebbe qualche spicciolo da prestarmi, la prego è urgente…” Mi domandò avvicinandosi minacciosamente.
Non potendolo aiutare, risposi gentilmente, anche se segretamente incuriosito e allo stesso tempo spaventato:
“Mi dispiace, ma non la posso aiutare. Gli ultimi spiccioli di cui ero in possesso, li ho spesi per acquistare il quotidiano…”
L’uomo indispettito, mi fissò negli occhi e mi parve di osservare un pezzo di ghiaccio tanto che un brivido freddo di paura, attraversò il mio corpo. In quell’istante entrò una vecchia signora, apparentemente confusa e perduta; aveva uno sguardo spento e quando le si accostò lo sconosciuto per porle la medesima domanda, lei sembrò quasi non sentirlo ma dopo pochi secondi offrì all’uomo gli spiccioli richiesti e quest’ultimo si allontanò.
Percepii una strana sensazione che mi lasciò alquanto perplesso: lo sconosciuto, entrato da pochi minuti nella caffetteria, sembrava avere il tempo contato e dai suoi gesti si capiva perfettamente che non aveva nessuna intenzione di perdere del tempo prezioso. Iniziò così a telefonare nervosamente e a parlare con una persona, forse una donna, in una lingua che conoscevo bene: l’inglese.
Infatti pur essendo italiano, conoscevo l’inglese, avendo vissuto ben cinque anni a Londra per questioni di cuore, che si rivelarono deludenti. Terminai di bere la mia limonata e mi recai al bancone per pagare. Mi sentii osservato. Voltandomi, notai che lo sconosciuto, il quale intanto aveva terminato la sua telefonata, mi fissava con uno sguardo non certo rassicurante. Anch’esso come la vecchia signora di poco prima, mi osservava con uno sguardo spento, allucinato come se avesse incontrato la Morte in faccia. Feci finta di nulla, o almeno così feci credere all’uomo in nero,. In cuor mio sapevo di non dovermi fidare di lui. Salutai e mi diressi verso l’uscita. Lungo la strada ripensai a tutta quella strana vicenda, insolita per la mia quotidianità…mi posi mille domande, dubbi…formulai un’infinità di ipotesi sul perché lo sconosciuto avesse avuto tutta quella fretta nel telefonare, sul perché di quello sguardo così assente, spento, allucinato…Non so bene quando, ma ad un certo punto venni riportato alla realtà dal rumore di passi dietro di me, che si facevano sempre più marcati. Aumentai il passo ma non mi voltai perché qualcosa me lo impediva. Era come se sapessi già da cosa dovessi fuggire, era un’inspiegabile sensazione che tuttora non riesco a giustificare. Incominciai a correre, sempre più forte. Non sentivo più il suolo sotto i miei piedi, il tempo sembrava essersi fermato…ero sospeso in aria…Ricordo che travolsi più volte dei passanti, i loro insulti riecheggiano vivi nelle mie orecchie…A ogni metro di strada il cuore batteva sempre più forte, più forte, sembrava impazzito, non lo controllavo più…era una corsa contro il tempo e il mio cuore ne scandiva i secondi. Nella mia mente sfilarono, una dopo l’altra, le immagini della vita passata. La prima immagine fu quella di una maledetta auto schiantatasi contro un albero, mentre cadeva la neve, rividi mia madre priva di vita…rividi me stesso, bambino, tra le braccia di uno sconosciuto. Rivissi il giorno in cui per la prima volta salii su un aereo. Andavo a Londra e tutto davanti ai miei occhi si focalizzava come, quando nel completare un puzzle gli ultimi pezzi sono quelli che fanno capire la vera figura rappresentata. Ripensai agli errori commessi…avrei tanto voluto tornare indietro…All’improvviso venni trattenuto alle spalle da una forza sovrumana e dopo pochi istanti mi voltai: era lo sconosciuto della caffetteria! Il cuore, esausto, si fermò come se avesse terminato il suo compito, come se si fosse arreso…La lingua si sciolse come se non fosse mai esistita in realtà, non riuscii a dire nulla. L’uomo aveva il fiatone e i suoi occhi avevano sempre più l’aspetto di un pezzo di ghiaccio. Inizialmente non mostrò alcun buon proposito nei miei confronti e osservandolo più attentamente notai che aveva una brutta cicatrice sulla guancia sinistra…A poco a poco il mio cuore riprese a battere e…finalmente, l’uomo parlò:
“Scusi se l’ho spaventata…ma…si è dimenticato il quotidiano sul tavolo della caffetteria…”
COME L’ESTATE
Come l’estate
il tuo corpo si stringe
resta il vento
dietro i mattoni rossi
e una strada corta
che lentamente il mare costeggia,
ma oggi è diverso,
il deserto è un velo su queste dune
e la casa è alle spalle.
Le onde, le conchiglie
la sabbia dorata
che il grecale solleva
disegnano spirali
visioni incerte e primordiali
abbagli di luce candida.
A piedi nudi un brivido,
quel nostro primo incontro,
quell’unica palma
sospesa nel cielo
ci nascondeva al tempo
e alla palpitante inquietudine.
Sperduto amore
lungo quel litorale,
eravamo semplici
eravamo niente
e tutto era con noi.
Luigi Carlo Rocco – Accetto il Regolamento sez. A
…
I tre bambini giocavano al sole quando una terribile esplosione devastò il cortile. Lo spirito della madre uscì dal corpo ed ella vide i corpi dei suoi figli dilaniati da una bomba inglese sganciata da un aereo americano con l’effige di una stella a sei punte, e vide i suoi figli come tre schegge di luce schizzare verso il sole.
Per un momento, il pensiero che fossero scomparsi a un tratto così senza dolore, la consolò, per un momento, ma il suo spirito pianse. E pianse anche la madre. Pianse e giurò.
Giurò che un giorno…
**
Accetto il regolamento. Antonio Ciavolino – Sez. B
Sezione a accetto il regolamento, sez. a
DIGNITà
E definire i fiocchi,
di scheggia. Tra le chiavi macchia dell’ansia
sulla faccia, di farabutta angoscia che frana sul dolore
fra la condanna. Succo graffiante di dignità indegne che giudicano sé
stesse e questo
possibile non dovrebbe
dunque essere. Le colpe non sono mai
etere o solo cinque lettere.
Colpa. Colpa. Colpa. Colpa. Colpa. Soltanto.
Non meno. Non più. Cuore infranto.
TURBOLENZE EMOTIVE
Provochi ogni volta
turbolenze emotive
con i tuoi tacchi alti
sei un quadro appena appeso
sembra vacillare e dondola
intorno al chiodo teso.
Eri così anche prima
del nostro incontro
al sorgere di un mattino
nell’effimera danza
di assordante chiarore
avversa alla mia noia.
MIO PADRE
Io ho pregato, mascherando
così le fioche ultime parole
che tentavi lasciarmi da indovinare,
sulle pieghe delle pagine,
come nei buchi delle tasche.
Ben presto si frangevano
e tacevano per sempre.
Ho raccolto torti e ragioni,
raccattando i più lontani
magri singhiozzi di mio padre,
incerti se incattivirsi nei ricordi,
o nascondersi per sempre nel silenzio.
Mai avrei immaginato un giorno
saresti divenuto pane
e aria salmastra di mare
che zoppica nel cielo,
voce antica appesa a un filo d’aria.
Rotta concedendo all’istinto ramingo
che mi vorrebbe far trovare,
i tuoi passi smarriti.
Accetto il regolamento del contest.
Rosa estatica
Rosa estatica, metafisica, inebriante,
soffusa soavità avvolgente
al di là del tempo che disunisce,
narrami di questa danza
che il vero tra noi esordisce.
Il limite non ne vieta
inclusivo accesso e,
qual connessione trascendente,
lo stato suo d’affetto
più irruente.
Emani un calore che stordisce…
e riveli, della tua presenza,
il punto che ti fa sogno,
alchemica risultanza
all’Unità tra noi nascente.
L’anima or ne è fulcro,
e, vibrante, dal centro tuo dilaga
dolcissima risonanza accogliente
Daniela Balestra
Sez. A Accetto il regolamento
OBBLIVION
‘Dimmi chi sei… tu che attraversi la densa cortina del Tempo! Tu che non hai nome e non sembri appartener a nulla che possa mai riconoscere.’
Il flusso della Corrente attorno vibrò e la separazione tra Passato e Presente svanì, non lasciando di sé alcun ricordo.
Lei avanzò, bianca nella nebbia fattasi luce, interrompendo la consequenzialità delle cose e portando di sé solamente la salda, invincibile presenza.
Aveva imparato ad incontrarlo da tempi immemori, quando, allieva del Profondo, operava alchemicamente su se stessa, alla ricerca di quel rubedo che ogni esistenza ne trasmuta.
Fragile in apparenza, ma potente del suo mondo onirico, che di tutto sapeva, ogni profumo ed armonia, all’istante, libera la rendevano, dal momento unico in cui semplicemente vi credeva e, d’ immenso vitale afflato, se ne ricolmava.
Lui la muoveva… da sempre custodendo quel carisma che per lei era Essenza della Poesia, la forza nella delicatezza delle cose, la magia del saper vivere al di là dell’apparenza, nel solo vero e profondo incanto che crea l’ardere del Fuoco.
Oltre il cuore…
‘Son tutto quanto dentro te hai dovuto metter da parte, quel che hai velato per non troppo soffrire, quello stesso delirio che i fuggiti giorni del tuo Passato ha disumanizzato, mentre invano provavi dalle odi tue a cantarlo! Ora quel tempo è svanito ed io qui t’invoco per chiudere per sempre l’aspetto di noi che ci divide…’ rispose, e rimase immobile ad attenderne conferma dal suo stesso proiettar intenso Amore.
Candido, nelle vesti di morbido velluto, fermo restò per un momento, lo sguardo, d’angelico azzurro, in lei puntato diretto, pensando, percependo, vagliando quel che ora in sé ben sapeva come sentire… e la riconobbe!
Un vortice improvviso, quasi raggio di consapevolezza antica, lo riscosse, riportandolo al sacro Spazio suo interiore e rovesciandone quell’oblio che per lunghi secoli l’aveva dispoticamente deluso, frattanto che la mano le tendeva nel dolcissimo gesto di riportarla a sé.
E lei, Vestale dell’Anima, al suo tocco purissima risorse, confermando quell’Unità che tutto pervade, assoluta ed eterna, qual inviolabile matrice del divino Fulgore.
Daniela Balestra
Sez. B Accetto il regolamento
SENZA TE
Se solo tu, Amore mio,
potessi ascoltare il mio respiro,
faticoso e irregolare.
Capiresti.
Come posso immaginare
la mia vita senza te?
Tu, che nel mio piccolo mondo
simboleggi un archè.
Il principio primo
che compone ogni cosa.
La parte essenziale.
La mia rosa.
Adesso quel giardino
è rimasto arido.
Deserto.
Io, amore mio,
Lo avverto.
Un cuore vuoto.
Null’altro.
Basterebbe un tuo gesto,
una tua carezza,
e come leggera brezza,
sgretolerebbe il mondo
in cui son crollato.
Gonfio di amarezza.
Si fa fioco e si frantuma
il ricordo del tuo dolce respiro.
Sufficiente era quel soffio
a riempire la mia essenza.
Rendendo indifferente
qualsiasi altra presenza.
Mi basterebbe un sospiro.
Non c’è altra cosa al mondo
a cui più aspiro.
Se non che,
starti vicino.
Vacillo nel burrone dell’oblio.
Perchè mi hai lasciato?
Amore mio.
Nei sogni miei
ti cerco e ti bacio.
E ti odio.
Si ti odio profondamente
tanto quanto
ti amo.
Oltre il cuore,
le spine del tuo gambo
corrodono questa rude pelle.
Dovrei starti lontano…
adulando altre donzelle.
Ma io voglio te.
ROSA Fiorente.
Sappi
che ti aspetterò
per sempre.
Accetto il regolamento, sez. a
LA STELLA CHE SPLENDE NEL CIELO
Splende nel cielo una stella
riempie il mio cuore di luce
sento la pace nel cuore
che risplende di mille colori.
Oh cara stella lassù
che gioia riesci a donare
a noi che abbiam bisogno di luce
in questa terra trafitta dal male
da quando tu splendi nel cielo
il buio non ci fa più paura
e la speranza di una vita migliore
hai regalato a questa terra di dolore.
Francesca Lo Galbo
Accetto il regolamento sez A
ACCETTO IL REGOLAMENTO SEZ
Accetto il regolamento, sezione A
RITROVO D’AMORE: L’ALTALENA
Cullata dal vento,
respirava primavera
sul morbido maggese,
di falce sapiente
screziato d’oro,
come i capelli suoi …
Così l’altalena
intonava la sua nenia,
modulata sul soffio
del soave ponente …
E le raganelle,
lucenti di smeraldo,
le facevano coro:
sommessa celebrazione
di quell’antico
suo amore.
Immagine: Winslow HomerRITROVO D’AMORE: L’ALTALENA
Cullata dal vento,
respirava primavera
sul morbido maggese,
di falce sapiente
screziato d’oro,
come i capelli suoi …
Così l’altalena
intonava la sua nenia,
modulata sul soffio
del soave ponente …
E le raganelle,
lucenti di smeraldo,
le facevano coro:
sommessa celebrazione
di quell’antico
suo amore.
Nona M. Stanciu
Sezione A
Accetto il regolamento
DOLORE E SPERANZA
Un giorno come altri,
pieno di sole e gioia
mi fa sentire viva
in mezzo a questa guerra.
Mi guardo attorno,
tutto mi sembra irreale.
Un brivido mi attraversa
senza lasciarmi respirare.
Le voci sembrano sussurri,
i rumori sembrano lontani.
Gli occhi pieni di lacrime
smarriti e vaganti.
Vedo tutto sfumato,
come in un vecchio film,
persino l’aria mi sembra
più rarefatta, quasi assente.
Il silenzio mi circonda
come un muro senza sostanza.
Sento il dolore per chi è andato
e quello vivo di chi è rimasto.
La loro forza non ha uguali
e nemmeno una ragione.
Mi sento parte di tutto questo
ma sono solo una goccia
nel mare della disperazione e
della speranza che fluttua
sul mondo infinito.
Coraggio, mi dico spesso
con un fil di voce e
di speranza!
Gli affetti
Come sono i fatti senza gli affetti?
E come raccontare gli affetti?
Scorre il fiume.
Tra le rive accostate,
o ritraendosi in seni ameni,
lascia le acque calme del mio letto,
mostrando adesso,
le ombre rade qui
l’erboso declivio.
Cominciava a montare il flusso marino;
Scossa dopo scossa un baffo di vento
Giustiziò con un’ombra di grano, disse:
Chi non cela sottoterra il seme,
Non sarà chi mieta.
L’erba faceva sdrucciolevoli gli scogli.
accetto il regolamento, sez. a
accetto il regolamento
sezione A
Matteo Piergigli
**
La nebbia tratteggia
la panchina attende
freddo l’inverno
Seppelliti legni
consumati amori estivi
le foglie abbandonate
pigro il netturbino
Il caldo sospirare tornerà
a scrivere, l’amore
non dimentica
Rosa del desiderio
Rosa che brucia nel pugno della notte,
non sei fiore: sei fiamma che respira,
sei lingua d’incendio tra le lenzuola
di un sogno che non smette di tremare.
Ti cercai sotto cieli sconosciuti,
tra gli ulivi stanchi, tra i rami spezzati
del cuore — e tu sbocciasti improvvisa,
con la pelle profumata di attesa.
Rosa del desiderio,
che non cresce nei giardini del giorno,
ma solo nel sangue segreto
di chi arde senza rumore.
Ogni tuo petalo è un grido taciuto,
una lettera scritta con labbra febbrili,
una carezza mai data
che vive sospesa tra dita e silenzi.
Tu mi chiamasti
senza voce, e io venni
come il vento che non sa dove andare
ma sa di chi ha bisogno.
Ed eccomi di fianco
al tuo stelo tremante,
a bere il tuo profumo
come vino versato per l’anima assetata.
Raffaele Di Palma
Accetto il regolamento
sez. a
Accetto il regolamento, sezione B
VEDO TUTTO NEI SOGNI
Alcuni lo chiamano presentimento oppure sesto senso. Ma la capacità che aveva Claudia era qualcosa di più. Lei semplicemente riusciva vedere nei suoi sogni tutte le cose importanti che le sarebbero successe nella vita.
La prima volta che si accorse di questo dono aveva solo sei anni. Disse ai genitori che quel giorno sarebbe morta la nonna. E quello che aveva predetto accadde veramente. Le fecero un milione di domande. Era così piccola ma già capì che sarebbe stato meglio tenere per sé i suoi sogni. Doveva restare un suo segreto.
Crescendo si rese conto che non era una fortuna ma una condanna. Sapeva che suo fratello avrebbe vinto un torneo di tennis. Lo aveva sognato con la coppa in mano. Sapeva che sua cugina si sarebbe rotta una gamba. L’aveva vista nei sogni ingessata. Sapeva che la sua migliore amica sarebbe andata a studiare in Francia. Le era apparsa in un sogno con i libri in mano sotto la Tour Eiffel. Sapeva che il suo Emilio le avrebbe chiesto di sposarla. Nel sogno le dava l’anello.
Ormai erano sposati da tanti anni. Neanche a lui aveva rivelato il suo segreto. Magari si sarebbe spaventato, le persone di solito hanno paura quando succede qualcosa di incomprensibile. Anche se qualche volta era stata tentata di raccontargli la verità. Come quella notte quando avevano rubato la loro automobile sotto casa. Lei si era alzata in piena notte per affacciarsi alla finestra e vedere se fosse ancora dove l’avevano lasciata. Ma sapeva già la risposta per il sogno che aveva fatto. Quando aveva svegliato il marito per informarlo dell’accaduto lui stupito le aveva chiesto come mai si fosse svegliata in piena notte. Claudia si era sentita obbligata a mentire dicendo che aveva sentito dei rumori strani. Era stato imbarazzante anche al momento della denuncia ai Carabinieri, ma non poteva più cambiare la versione del racconto.
Lei ed Emilio andavano molto d’accordo come capita spesso per le coppie senza figli. Fino a quel sogno fatale. Le era apparsa una bella donna che affermava:
“Emilio presto sarà per sempre accanto a me”.
Si era svegliata tutta sudata. Lui era già andato al lavoro. Suo marito, così premuroso nei suoi confronti aveva un’amante. Non poteva crederci. Ma sapeva che i suoi sogni non sbagliavano mai. Cercò di ricordare il viso della donna. Molto bella, più giovane di lei e con lineamenti regolari.
“Per questo lui si veste in modo elegante ultimamente e si compra sempre qualcosa di nuovo. Ecco perché torna sempre tardi dal lavoro e si preoccupa se è troppo profumato”, adesso aveva tutte le risposte. Forse prima era stata cieca o semplicemente non voleva crederci. Si alzò dal letto. Le lacrime le scendevano sul viso, non riusciva a fermarle. Iniziò a riflettere su cosa fare. Far finta di niente o sbatterlo fuori casa. Decise per la seconda. Tanto l’appartamento era di sua proprietà, l’aveva ereditato dai genitori. Iniziò a raccogliere tutte le sue cose e metterle nelle valigie che appoggiò vicino alla porta d’ingresso.
Quando lui rincasò era già abbastanza tardi.
“Che cosa sono queste valigie, amore?” le chiese stupito.
“Bastardo. So tutto.”
“Tutto cosa?” chiese lui con gli occhi sgranati.
“Vattene da lei! Se la porti a letto ti può anche cucinare e stirare.”
“Stai scherzando? Che cosa ti ha preso? Chi ti ha detto che ho un’amante? Se pensi a quella donna con la quale sono uscito l’altra sera era solo una collega. Si trattava di una cena di lavoro. Non te ne avevo parlato perché non aveva nessuna importanza”, cercò di convincerla.
“Vattene, Emilio. Non ti voglio più vedere.”
“Stai veramente scherzando?”
Lei prese un libro che stava sul tavolo e lo lanciò verso di lui ma mancò il bersaglio.
Allora lui capì che stava facendo sul serio. Si mise le mani sul petto e iniziò a respirare affannosamente.
“Mi manca l’aria”, pronunciò e si accasciò a terra.
Durante il funerale Claudia fece finta di essere una vedova addolorata. Si vestì di nero e mise gli occhiali scuri.
“Le mie condoglianze, Claudia. Era un uomo speciale”, le dicevano in tanti.
“Grazie”, rispondeva lei come un robot.
Con lo sguardo cercò tra i presenti di trovare la donna che le era apparsa nel sogno. Non la vide. Voleva vedere dal vivo la sua rivale. Dopo il funerale si fermò a lungo da sola sulla tomba sperando che la donna del sogno si presentasse. Ma aspettò invano.
“Questo è la prima e l’ultima volta che vengo a trovarti”, disse al marito come se potesse sentire.
Stava per andarsene. Si girò e rimase di stucco.
Sulla tomba adiacente a quella di suo marito c’era la foto della donna che le aveva detto in quel sogno:
“Emilio presto sarà per sempre accanto a me.”
NERA RUGIADA E’ IL PIANTO DELLE STELLE
Nera rugiada è il pianto delle stelle
nel mio cielo, addensa la malinconia
nell’angolo fratto del cuore
dove rimbomba un vociare di silenzi.
Mi solletica come ortica l’anima iraconda,
sbavante da labbra che rattoppano i motti
con aghi roventi, col dolore mutante
di un delirio di cose già morte.
E sempre bagna la via del mio inverno
su cui scalza sguazzo tra rovi e radici,
straziata dagli artigli affilati del tempo
rappreso sul pane duro della vita.
A tratti, dall’acqua sorda dei pensieri
scatena ogni torbido uragano,
vaporando nell’ora d’un pallore di sole
da crudeli risate di solitudine.
Eppoi, calcina in alba fosca e scuro occaso
al guizzare di un fulmine d’infinito,
gelata sul latrare d’un morente canto
che straripa da sabbie di memoria.
Un giorno, a squilla di luna ruffiana
me la scrollerò di dosso, e m’affaccerò
sull’isola perduta del primo vere
per gettare l’amo nel pozzo dell’amore.
Ludovici Sandra
Sezione A
Accetto il regolamento
Sez. A
Accetto il regolamento
Serena Pusceddu
A Paolo
Per ogni lacrima da te versata,
Amore, uno spasmo del mio cuore.
Per la tua disperazione,
gli attimi sospesi del mio triste tempo.
Ogni mio respiro all’unisono col tuo,
ogni sguardo perduto nella notte del dolore,
rivolto al tuo,
che mi guardi, che mi curi, che mi ami.
© Serena Pusceddu
PIANTE RADICANTI
Alla mia migliore amica, E.I.
Ortolane, e un poco giardiniere,
abbiamo coltivato in pari misura
stima e rispetto.
Alberelli fruttuosi sono germogliati,
e quelle foglie — fitte, ombrose —
sono tetto e riparo,
quando il sole crepa la terra
o la pioggia diluvia e marcisce.
E siamo pure piante radicanti.
Non conosco mèsse più generosa
di te, amica, che come l’erba
cresci senza che ti si cerchi,
morbida, fresca, quasi per caso
ricca, fiorita,
sempre in primavera.
Sei ciò che io non sono.
Hai l’alta visione della quercia,
che abbraccia la pianura da lontano,
e sulla tua forza riposa
il mio fusto un po’ ammaccato,
finché si risana la corteccia
e le fronde tornano a respirare,
stormendo con le tue.
SILVIA SILLANO
Sezione A
ACCETTO IL REGOLAMENTO
Perché non ti posso abbracciare
Il rientro da scuola o dal Tennis ha un solo momento:
Lo zaino per terra, due gambe veloci e un giro di mento
Sfuggente, veloce, forse incazzata…
Chissà per te com’è stata questa giornata
Magari più tardi, dopo i compiti e a ormoni tranquilli
Qualcosa dirai se non avrai altri assilli
Intanto tua madre, con ancestrale riflesso,
Mi suggerisce sottovoce: “Qualcosa è successo!”
A volte è così, ti conosce e ha ragione
Altre volte è un momento, poi passa il magone
E allora mi sfiori, passando veloce
Tuffandoti impetuosa sul gatto miagolando la voce
E’ così a quest’età, lo dicono tutti
Ci vuole pazienza per raccogliere i frutti
E tu sei un albero di rara bellezza
Che dispenserà fiori e qualche dolce carezza
Adesso il contatto tra noi mi è vietato
Solo i grattini che mi chiedi al mattino appena ti ho svegliato
Non si abbraccia un papà quando si è adolescenti
E’ come un fiume che scorre e che non vuole affluenti
E mi sorprendo talvolta e non mi sento più anziano
Quando siamo per strada e a sorpresa mi stringi la mano
Il distacco che per te è così necessario
D’improvviso ci riporta sullo stesso binario
E mi riempio, mi scaldo, mi sento felice
Sono come in quadro con una splendida cornice
Perché lo so e non c’è niente da fare
I tuoi 13 anni non si fanno abbracciare
Goditi, amore, questo tuo compleanno
Dubbi, paure e delusioni col tempo cadranno
Forse non piangerai più per un’amica che tradisce
Ne troverai cento e una che ogni tuo sguardo capisce
E ricorda che io, acciaccato, arrabbiato, a volte imbronciato
Sono e sarò sempre il tuo papà innamorato!
Che ti vuole serena, felice, libera e piena di brio
E ti augura di cuore Buon Compleanno Amore Mio!!!
accetto il regolamento sez. a
PARLAMI CALLIOPE
Dimmi Calliope, dimmi,
o musa di cantori eccelsi,
tu di sublime voce,
latrice di immortali versi,
dimmi s’io posso innalzarmi
anche soltanto un poco
all’irraggiungibile stele
che custodisce il verbo,
l’anima e il conflitto
di chi ha saputo dare
al mondo tanta luce,
in questo tempo
che ha perso il senso
della contemplazione,
si ripetono le nefandezze
negli antichi fasti
e risorge come macabra fenice
l’avida ferocia
che spande sangue e morte
e muta è la misericordia,
parlami Calliope, dimmi
se nel tuo canto
tornerà un sublime Vate
a diffondere profezie di pace
seducendo l’anime più stolte
e gli afflitti consolando.
Perdona, Calliope,
il mio ardire e le mie emozioni,
perdona questi versi
distanti dal tuo dire, forse,
ma così vicini al tuo sentire,
e dammi la forza e l’impeto
anche soltanto di intonare
con voce tenue e umile,
in queste solitudini assordanti,
un soffio della tua ideazione.
Maricà
Accetto il regolamento- sez. A
IL BARISTA
Lo Sconosciuto fermò l’auto ed entrò nel bar praticamente deserto di quello sperduto paesino di montagna, a metà strada dalla città dove lo aspettava l’ennesimo appuntamento.
-Ehi, barista, fammi un caffè! Subito!-
Il ragazzo dietro il banco sollevò con calma lo sguardo:
-Un attimo, signore e… mi dia del lei, per favore- rispose sorridendo.
-Ho detto subito! E ti do del tu!-
-E io le ho chiesto un attimo, aspetti il suo turno e mi dia del lei. La prego di essere cortese-
-Io ti pago il caffè, non la cortesia! Muoviti!-
Il ragazzo, sempre con la stessa calma, dopo aver servito il precedente avventore, che uscì subito dopo, preparò il caffè e in malo modo lo servì allo Sconosciuto.
-Ma come osi?-
-Mi paga il caffè, signore, non la cortesia!-
-Imbecille!
Ingurgitò il caffè e con aria minacciosa si diresse dietro il bancone verso il barman. Ma si fermò di botto.
-Ma porca miseria… !-
-Cosa c’è, signore? Le faccio paura io o la mia carrozzina?-
-Sei un bastardo!-
-No, sono un paraplegico! E dunque?-
-E dunque non posso prenderti a pugni, sei uno sporco approfittatore!-
-Io sono solo un barista -e mi chiamo Giacomo- che cerca di fare bene il suo lavoro, non un bersaglio per la maleducazione e l’insensibilità di avventori arrabbiati con se stessi! E la carrozzina non c’entra.-
-E io mi chiamo Omar. Ti metti anche a fare lo psicologo, ora?-
-No, non ci vuole molto a capire che lei non poteva avercela con me… 2+2…! E mi avrebbe comunque aggredito se non mi avesse visto seduto su questa sedia-
-E’ un mondo di me… da schifo-e sclamò sconsolato Omar- so fare di tutto e non trovo niente, sono sano e forte e non trovo niente, ho pure un diploma. inutile, non trovo niente lo stesso. Tu, senza gambe hai il lavoro e magari una pensione, io con le gambe non ho lavoro né pensione. Non faccio altro che correre da un posto all’altro, consumando i pochi denari che ancora ho in inutili colloqui in culo al mondo. E magari tu fai pure sport e io no, non ho soldi per potermelo permettere, e hai pure la ragazza, e io non ce l’ho, chi lo vuole uno squattrinato?
– -Bè, si, in parte è vero, non faccio sport perché non ho tempo ma ho tutto il resto di quello che lei ha detto, sig. Omar, meno una cosa..-
-Le gambe, immagino, e io le ho… ma non mi portano da nessuna parte!-
-Può darsi, ma sai, Omar, qual è la grande differenza?-
Il tu, pur con tutto il rispetto, gli era uscito spontaneo, di colpo. E Omar non fece una piega, lo contraccambiò.
-No, dott. Freud, dimmela tu!-
-Tutti e due abbiamo dei sogni e possiamo scegliere dove andare e come fare per realizzarli, possiamo cambiare meta, scegliere a ogni bivio la strada da prendere, ma, con un grosso ma, sai?… si, grosso, perché io per farlo dipendo comunque da qualcuno, un amico, un familiare, un assistente, che pur per affetto, o a volte per denaro, perché non dirlo?, rinunciano al loro tempo, ho una macchina particolare che guido bene, ma mai tranquillo, perché in caso di incidente non avrei mai la prontezza di riflessi e l’autonomia di altri, tu hai la fortuna di comandare le tue gambe con la testa e con il fisico, andare dove vuoi, sbagliare strada e svoltare facilmente per un’altra, arrampicarti su una montagna, correre nei prati e non avere il magone quando abbracci la tua donna, quando la vuoi spogliare per far l’amore e, peggio, quando fai l’amore, tu nemmeno immagini come possa sentirsi uno come me, qualunque handicap abbia, perché, per quanto grande possa essere l’amore, per quanto lei faccia sembrare tutto normale in quella e qualunque altra circostanza, e sai perfettamente che è sincera e ti ama, non riesci a non sentire l’amarezza dei tuoi limiti, c’è sempre, ti attanaglia, e quelli sono forse i peggiori momenti in cui la senti! Vorresti arrabbiarti col mondo, e c’è chi lo fa. Io non più, Mi accetto come sono e quando la tristezza mi coglie, lascio che mi avvolga e poi svanisca.
Ecco, tu sei sano, magari inciamperai ancora, però puoi rialzarti e un giorno o l’altro troverai la porta giusta. La donna giusta non lo so, se non cambi carattere!- Sorrise.
Omar ascoltava Giacomo in silenzio, tutta la rabbia si era disciolta come la più scura nebbia al sole.
Lo guardava fisso negli occhi.
-Ma tu chi sei? Un Angelo di qualche sezione speciale del Paradiso? No, sei semplicemente una meraviglia d’uomo, e forse qualcuno lassù t’ha scambiato per un suo rivale e ha deciso di toglierti qualche potere. Si, perché se sei così ora, che il destino ti ha beffato in questo modo, immagino cosa saresti tutto integro!-
Risero tutti e due.
-Senti, mi fai un altro caffè, per favore, dott. Giacomo Freud?-
Maricà- Accetto il regolamento -sez. B
La crepa nel muro
[20/6, 12:45] Chatgpt: Era seduta alla finestra, le mani intrecciate, lo sguardo perso tra i tetti caldi del pomeriggio. La casa era silenziosa, tranne per l’eco di una porta sbattuta.
«Tanto non capisci mai niente!», aveva gridato suo figlio prima di sparire nella sua stanza.
Lei era rimasta immobile. Quelle parole l’avevano colpita in un punto che nessuno vedeva. Non era solo rabbia, era memoria.
Una ferita antica, mai chiusa.
—
Aveva otto anni quando suo padre le disse:
«Stai zitta. Non sei nessuno per contraddirmi.»
Il tono, più ancora delle parole, le aveva insegnato la paura. Non quella che fa tremare, ma quella che ti fa credere di non contare.
—
Ora suo figlio parlava con lo stesso tono.
Non voleva vederlo diventare come lui.
Non voleva vederlo diventare come lei, che aveva taciuto troppo.
Si alzò e salì le scale. Bussò. Nessuna risposta. Entrò comunque.
Lui era sul letto, le cuffie ancora alle orecchie.
«Ti voglio dire una cosa.»
Lui la guardò, senza parlare.
«Quando mi urli contro, mi sembra di sentire tuo nonno. Solo che tu puoi ancora scegliere di non diventare così.»
Il figlio si irrigidì. Fece per dire qualcosa, poi distolse lo sguardo.
«Non voglio parlarti adesso», mormorò.
Lei annuì.
[20/6, 12:45] Chatgpt: «Va bene. Ma io ci sarò. Quando vorrai ascoltare e quando vorrai parlare. Anche quando sbaglieremo entrambi.»
Chiuse la porta piano.
Non era un lieto fine.
Era una fessura. Una crepa aperta nel muro.
Da lì, forse, poteva entrare un po’ di luce.
Sez B accetto il regolamento
Mi dissocio da questo mondo
(monologo poetico di Jean Bruschini)
Mi dissocio da questo mondo.
Con tutto il rispetto, con tutta la pena.
Non è il mio.
Non lo riconosco.
Non lo voglio.
Mi dissocio da chi conta i morti come punti in classifica,
da chi scambia il potere per virtù,
e la menzogna per mestiere.
Da chi applaude l’arroganza,
e ride del dolore altrui per sentirsi vivo.
Mi dissocio da questa corsa cieca
al più veloce, al più ricco, al più visto.
Da questo mercato delle anime
dove si svende tutto,
anche il silenzio.
Mi dissocio dal linguaggio del ferro e del denaro,
dai trofei di guerra,
dalle patenti di verità che si distribuiscono a caso
tra urla e schermi.
Mi dissocio dai palazzi di vetro dove si decide la sorte dei popoli
senza guardarli mai negli occhi.
Mi dissocio dai muri, dai confini,
dagli inni cantati sopra le macerie.
Dai finti sorrisi, dalle frasi fatte,
dall’odio travestito da giustizia.
Io non ci sto.
Io non ci riesco.
Il mio mondo è altrove.
È nei gesti semplici.
Nel pane spezzato senza telecamere.
Nelle parole dette piano.
Nelle carezze che non si comprano.
Nel dubbio che salva,
non nella certezza che condanna.
Mi dissocio, sì.
Da questo tempo malato che chiama progresso
ciò che divora le radici.
Da questo presente urlato che ha perso la memoria
e vende il futuro a rate.
Mi dissocio per non smettere di credere.
Perché dissociarsi, a volte,
è l’unico modo per restare umani.
E se il mio nome sparirà dai registri dei benpensanti,
che sia così.
Preferisco l’esilio
al compromesso.
Preferisco restare fuori,
ma intero.
Jean 16.6.2025
accetto il regolamento
ANCHE IL MARE
Anche il mare nasconde
uno strano umore con l’onde
che s’alzano minacciose.
Gli spruzzi d’acqua sembrano
coriandoli senza allegria,
lanciati in alto,
forse sperando
in una festa che non c’è.
I colori dell’arcobaleno
filtrano timidi nella nebbia,
mentre il volo dei gabbiani
sembra quasi un allegro
richiamo alla disperazione.
Nell’aria, poi, si mescolano
il dolce profumo di essenze,
mentre ripenso ad una frase
non terminata e che assilla
ancora il mio animo.
Mi lascerei cullare da questo mare
forse perché
ne conosco i suoi inganni.
FRANCO MACCIONI
Accetto il regolamento – Sez. A
I GUARDIANI DEI PAPAVERI
C’era una volta un regno lontano, dove il sole splendeva sempre e il cielo era sempre azzurro. In quel regno, c’era una grande pianura, dove crescevano dei fiori meravigliosi: i papaveri. I papaveri sono dei fiori rossi come il sangue, che non hanno profumo, hanno un potere magico: chi li coglieva, poteva esaudire un desiderio.
Ma i papaveri erano anche molto fragili e delicati, e se venivano strappati con violenza o con avidità, si appassivano subito e perdevano il loro potere. Per questo motivo, i papaveri erano protetti da una tribù di guerrieri, che vivevano nella pianura e si chiamavano i guardiani dei papaveri. I guardiani dei papaveri erano dei valorosi combattenti, che indossavano delle vesti rosse come i fiori che custodivano, e che avevano il compito di difendere i papaveri da chi voleva rubarli o distruggerli.
Questi guardiani erano rispettati e temuti da tutti, perché erano gli unici che potevano cogliere i papaveri senza farli appassire, e perché conoscevano il segreto per usare il loro potere. Il segreto era questo: per esaudire un desiderio, bisognava cogliere un papavero con dolcezza e con gratitudine, e poi bisognava donarlo a qualcuno che si amava, senza aspettarsi nulla in cambio. Solo così, il papavero manteneva il suo colore e il suo potere, e il desiderio si avverava.
Un giorno, però, il regno fu invaso da un esercito nemico, che voleva conquistare la pianura e i papaveri. I guardiani si prepararono a combattere, ma erano in netta inferiorità numerica e non avevano armi abbastanza forti per resistere. Allora, il capo della tribù ebbe un’idea: decise di usare il potere dei papaveri per chiedere aiuto.
Il capo della tribù si recò nella pianura, dove i papaveri erano in fiore, e ne colse uno con dolcezza e con gratitudine. Poi, lo portò al suo cuore e lo baciò, e disse: “Mio caro papavero, ti ringrazio per il tuo dono. Ti chiedo di esaudire il mio desiderio: voglio che il mio popolo sia salvo e che i nostri nemici siano sconfitti; li dono a chi amo di più: alla mia terra, alla mia gente, ai miei fiori”.
Detto questo, il capo della tribù piantò il papavero nel terreno, e subito accadde qualcosa di incredibile: il papavero si moltiplicò, e da esso nacquero migliaia e migliaia di altri papaveri, che si diffusero per tutta la pianura, formando un mare rosso. I papaveri, poi, si alzarono come steli benedicenti, e si trasformarono in altrettanti guerrieri, vestiti di rosso e armati di spade. Erano i papaveri stessi, che avevano preso vita per aiutare i guardiani.
I guardiani dei papaveri, vedendo il miracolo, si riempirono di gioia e di coraggio, e si unirono ai loro alleati fioriti. Insieme, affrontarono l’esercito nemico, che fu sorpreso e spaventato da quella visione. La battaglia fu breve e cruenta, e i guardiani dei papaveri e i loro fiori guerrieri ebbero la meglio. I nemici furono sconfitti e costretti a fuggire, lasciando la pianura e i papaveri in pace.
Il capo della tribù, allora, ringraziò ancora il papavero che aveva esaudito il suo desiderio, e lo baciò di nuovo. Il papavero, però, non era più rosso, ma bianco come la neve. Era l’unico papavero bianco in mezzo a tutti gli altri rossi. Il capo della tribù capì che il papavero aveva sacrificato il suo potere per salvare il suo popolo, e ne fu commosso. Decise, allora, di conservare il papavero bianco come un simbolo di pace e di amore, e lo portò con sé per sempre.
Da quel giorno, i guardiani dei papaveri continuarono a vivere nella pianura, e a proteggere i loro fiori magici. E ogni volta che qualcuno coglieva un papavero con dolcezza e con gratitudine, e lo donava a chi amava, il papavero manteneva il suo colore e il suo potere, e il desiderio si avverava. E ogni volta che qualcuno vedeva il papavero bianco del capo della tribù, si ricordava della sua storia, e si sentiva felice.
FRANCO MACCIONI
Accetto il regolamento – Sez. B
ARIANNA MOSSALI – Accetto il regolamento – Sez.B
ATTRAVERSO LO SPECCHIO
Alice è un errore dell’alchimista. Alice è la patologia della perfezione. Alice è lo sguardo che ti segue senza che tu possa vederlo. Alice si mostra e ti osserva attraverso un effimero strato di vetro, danzando leggera, in punta di piedi, sul confine sottile tra esibizione e prostituzione. Perché è instabile l’equilibrio tra offrire qualcosa di sé e sfruttarlo, basta un soffio di vento, l’attimo di morbida perversione di una mente labile, e tutto cambia. Non per Alice, no, lei aspetta in silenzio, guardata ma non vista attraverso la vetrata. Neve, brina, delicati cristalli invernali accendono di luce i colori della festa. Sono forse gli occhi suoi immoti specchio ingannevole della mente sua vagabonda, che senza mai davvero avanzare rincorre chimere impazzite mentre il mondo fuori passa, corre, ha fretta, si vergogna? Aspetta paziente, Alice, che qualcuno si accorga del cuore che batte, non percepito, sotto i lustrini dell’abito e dei tacchi. Non-viva. Un dettaglio nella tappezzeria. E rimane in vetrina, e aspetta un’altra ora o forse un anno ancora. Ma la festa è passata e nessuno l’ha invitata fuori. E così Alice rimane a scrutare la vita che avviene fuori dalla sua gabbia, oggetto del desiderio dello spazio di un battito d’ali.
*** CONTEST TERMINATO ***
*** I FINALISTI SARANNO CONTATTATI VIA E-MAIL***
*** VI RINGRAZIAMO PER LA PARTECIPAZIONE E VI INVITAMO ALLA SECONDA EDIZIONE DEL PREMIO SAMUEL FERNANDO PEZZOLATO***
LINK: https://oubliettemagazine.com/2025/06/10/seconda-edizione-del-premio-samuel-fernando-pezzolato/
FINALISTI SEZIONE A
“Rosa del desiderio” di Raffaele Di Palma
“Un finestrino sul mondo” di Diego Civita
“Anche il mare” di Franco Maccioni
“Come un bacio” di Luciano Zampini
“Di te a me rimane. Poesia per Anna” di Stefano Gervasoni
“La seggiola della giovinezza” di Ninetta Pierangeli
“Polena” di Patrizia Pallotta
FINALISTI SEZIONE B
“Ho trovato il diario di… Anna Frank!” di Oswaldo Codiga
“Attraverso lo specchio” di Arianna Mossali
“Obblivion” di Daniela Balestra
“Le mura che tremano… dentro me” di Antonella Chiego
“L’uomo che guardava le scarpe” di Concetta La Perna
“Il simulacro di Lorenzo Viani” di Alessio Romanini
“I pifferi magici” di Alberto Arecchi
Tutti i finalisti saranno contattati via e-mail.
Complimenti a tutti i partecipanti!
Ringrazio la giuria per aver apprezzato il mio racconto!
Grazie di cuore.
Complimenti a tutti i finalisti!
Felice di essere tra i finalisti. Ringrazio la giuria.
In bocca al lupo a tutti.
Ringrazio la giuria per aver ‘sentito’ il mio racconto ed avermi voluto votare.
Complimenti a tutti i finalisti!
Grazie alla giuria per avere apprezzato il mio racconto, complimenti a tutti i partecipanti
I VINCITORI DEL CONTEST:
https://oubliettemagazine.com/2025/07/08/vincitori-e-finalisti-del-contest-di-poesia-e-racconto-breve-poeti-e-scrittori-ditalia/