“Macellaio” di Joyce Carol Oates: la vera storia di Silas Aloysius Weir

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“Come Colombo guardò stupefatto il Nuovo Mondo, come Copernico e Galileo scrutarono nell’alto dei cieli, così io, Silas Aloysius Wei, dottore in medicina, ho rivolto lo sguardo nell’oscuro mistero della vagina femminile – il solo tra gli uomini, fino a ora.” Silas Aloysius Weir, dottore in medicina

Macellaio di Joyce Carol Oates
Macellaio di Joyce Carol Oates

Il chirurgo statunitense James Marion Sims è considerato l’uomo che ha inventato la ginecologia. Fu il direttore del primo ospedale femminile degli Stati Uniti, sorto a Mount Meigs, in Alabama, nel 1844, accanto a una piantagione, in armonia con le teorie del dottor Thomas Kirkbride su quello che lo stesso Kirkbride chiamava “il trattamento morale” dei malati di mente, e che prevedeva manicomi costruiti in ambienti rurali, composti di alloggi confortevoli presenti in lunghe ali della struttura fornite di luce solare e aria terapeutica, (evoluzione del modello pensato da Doublet che, in un articolo apparso nel Journal de médicine nel 1785, descrive il progetto ideale di una casa di cura coatta per frenetici, maniaci, melanconici e imbecilli, secondo le quattro classi di malattie dello spirito da lui individuate, nonché le cure raccomandate nei diversi casi di malattia mentale nelle diciannove “pensioni” presenti a Parigi alla vigilia della Rivoluzione), questo prima che gli alti costi di manutenzione, uniti al deterioramento strutturale, ne determinasse l’abbandono e successivamente la demolizione all’alba del XX secolo.

Nell’asilo di Mount Meigs, con l’aiuto di tre schiave di colore, Anarcha, Betsy, e Lucy, e di almeno altre nove donne mai identificate, Sims condusse i suoi interventi sperimentali sui loro corpi, soprattutto indirizzati a combattere la piaga della fistula vaginale, utilizzando uno strumento di sua invenzione, lo speculum, e operando senza il loro consenso e senza anestesia, prima di riuscire a ricucire loro la fistula, utilizzando un sottilissimo filo d’argento, più resistente di quello di seta fin lì adoperato. Siamo nel profondo sud antiabolizionista (il 2 marzo 1807 il Congresso americano aveva votato per la cessazione della tratta atlantica degli schiavi), e in quegli anni era opinione comune nella comunità scientifica che le donne nere, in quanto di razza inferiore, fossero più capaci di sopportare il dolore rispetto alle donne di razza bianca, continuando a lungo a essere soggette a sterilizzazione forzata, oltre che cavie dei più disparati esperimenti.

Al pari di Sims, anche un altro medico, il dottor Henry Cotton, fu considerato un pioniere in ambito ginecologico. Durante i ventisette anni nei quali fu direttore all’ospedale per malattie mentali di Trenton, Cotton maturò la convinzione che le malattie mentali fossero causate da infezioni batteriologiche, un’ipotesi, condivisa anche da altri medici, ma impossibile da dimostrare scientificamente. Da qui a rimuovere, senza anestesia e dopo pesanti salassi, quegli organi che potessero essere causa di infezione, il passo è breve. Dai denti marci alle adenoidi, dalla milza alla cistifellea, dalle ovaie all’utero, le operazioni sperimentali non si contavano, al pari dell’ingerimento di quelli che venivano considerati farmaci sperimentali, dalle pillole blu di mercurio al caulofillo nero, dalle foglie di ginkgo alle belladonna, dal calomelano al mosto di San Giovanni, e fa niente se la morte sotto i ferri coglieva un paziente su tre, nella convinzione che tale “inconvenienti” fossero indispensabile per raggiungere il più alto scopo del progresso della medicina.

Progresso in mano al potere, di cui il medico era uno dei più esimi rappresentanti, l’unico legittimato a dare un imprimatur scientifico a versioni di comodo della realtà, magari attraverso articoli sui giornali medici dell’epoca. Ma si sa, oltre che di un “perché”, il potere necessita anche di un “dove”, e allora gli ospedali psichiatrici diventano istituzioni totali, al pari di orfanotrofi, carceri (si pensi al Panopticon di Jeremy Bentham, evocato da Michel Foucault nel suo “Sorvegliare e punire”) sanatori, con la conseguenza che coloro che vi sono reclusi sono degradati a categoria sociale inferiore, del tutto dipendente dal volere di chi il potere lo detiene, anche se questo volere si traduce in capricci e macabri esprimenti.

Luoghi dell’orrore, tanto rassicuranti nella loro architettura esteriore, quanto raccapriccianti all’interno, con personale medico e paramedico spesso più folle degli stessi cosiddetti folli. Luoghi in cui la linea di demarcazione fra sanità e follia non soltanto è sottile, ma anche porosa, e che induce Edgar Allan Poe ad ambientarvi una delle sue celebri novelle, “Il sistema del dottor Tarr e del professor Fether”, un racconto seminale che produrrà numerosi germogli letterari e cinematografici, e nei quali la figura del mad doctor assurge a simbolo del gotico americano.

Se mi sono dilungato sul contesto nel quale prende vita la storia raccontata da Joyce Carol Oates nel suo romanzo “Macellaio” (La nave di Teseo, 2024), è perché mai come in questo caso il contesto è parte rilevante del testo.

Nelle 479 pagine del “Macellaio”, la scrittrice americana narra la vicenda umana di Silas Aloysius Weir, figura immaginaria a metà strada fra quelle reali di James Marion Sims e Henry Cotton (menzionati dalla Oates nei ringraziamenti), e nel farlo utilizza l’espediente letterario della biografia, nel caso, quella del figlio di Weir, Jonathan, che, attraverso le voci di vari testimoni, ripercorre la vita di colui che sarà considerato il “padre della Gino-Psichiatria”, ovvero quella branca della medicina chirurgica specializzata in operazioni connesse a patologie psichiatriche femminili.

Nelle scuole di medicina dell’epoca, si riteneva infatti che le emozioni delle donne emergessero dai genitali, mentre quelle del maschio derivavano dal cervello, sicché l‘utero era inevitabilmente la sede dell’isteria e lì occorreva intervenire, per dare sollievo alla malata. E allora prima dell’asportazione dell’organo ritenuto infetto, le sciagurate venivano legate al “letto della calma”, avvolte in lenzuola bagnate, dopo un abbondante seduta di idroterapia, le più riottose costrette nella “camicia di Weir” (la camicia di forza fu utilizzata per la prima volta nell’ospedale Bicétre, a Parigi, nel 1770), la testa infilata nell’elmetto di Weir, con una spessa benda di cotone sulla bocca, per smorzare le grida”. Tutto questo per spezzare la loro perversa volontà, in un’epoca nella quale la schiavitù sessuale era un’abitudine tollerata, nel Sud degli Stati Uniti: una questione di classe e anche razziale.

Joyce Carol Oates citazioni Macellaio
Joyce Carol Oates citazioni Macellaio

Premio Chandler 2024 del Noir in Festival, “Macellaio” mescola mirabilmente finzione e realtà, per restituirci ascesa e caduta del protagonista, determinato a conquistare la stima del padre, Silas Weir Mitchell (reale e famoso psichiatra agli inizi dell’Ottocento), passando dall’essere un anonimo medico di Chestnut Hill, in Pennsylvania (dopo aver frequentato il college di medicina di Philadelphia, poco rinomato rispetto alla più considerata scuola di medicina dell’Università di Pennsylvania), a diventare direttore dell’istituto statale del New Jersey per donne malate di mente a Trenton.

Il dottore in medicina Silas Aloysius Weir vuole farsi un nome, diventare famoso per le sue ricerche; ma vuole anche davvero aiutare le persone e davvero aiutare le donne. Non semplicemente un mostro, ma qualcuno che ha fatto anche del bene, per esempio nella tecnica di riparazione della fistula vaginale, col filo d’argento, dalla quale riesce a guarire la serva a contratto irlandese Brigit Kinealy (nata senza il dono della parola), non una schiava di proprietà, come le donne di colore, ma una serva a contratto, figura che, insieme all’atra serva Gretel, riveste nel romanzo un ruolo primario, sorta di portavoce di tutte le donne soggette al patriarcato, eroine dimenticate, figlie di un dio minore, che, nonostante fossero non di rado le vere promotrici delle idee per curare i pazienti (i consigli espressi solo con gli occhi da Brigit al dottor Weir non si contano, nel romanzo) rappresentavano una categoria inferiore, tutt’al più da richiudere nella stanza dei cadaveri (sorta di cella maleodorante dove venivano frustate e lasciate senza cibo per giorni), nel caso avessero osato contraddire, anche solo con lo sguardo, il volere del loro padrone, che ovviamente si accaparrava tutti i meriti. Meriti che avrebbero condotto Silas Aloysius Weir ad acquisire fama, e a operare non solo nelle grandi piantagioni di cotone del Sud, ma anche e soprattutto nelle grandi città di entrambe le coste del Pacifico.

Canfora, cibo rancido, aria chiusa, disperazione e rabbia: pare di percepirli gli odori del manicomio, mentre scorrono le pagine del romanzo, insieme alle grida delle povere malcapitate rinchiuse nel laboratorio della Torre nord dell’ospedale, dove vegetavano in orribili condizioni quelle scelte per finire sotto i ferri.

“La macelleria necessaria per liberare il corpo femminile dall’infezione, e di conseguenza dalla malattia mentale. E non importa se poi i corpi freddi di molte di loro venivano consegnati ai becchini per una sepoltura anonima. Era la medicina che progrediva. Era il volere di Dio. Di Gesù Cristo il Salvatore. Di Giovanni Calvino, il suo Emissario.”

Non fa sconti, Joyce Carol Oates ne “Macellaio”. La sua è un’immersione nel lato oscuro della psiche umana, ma anche nel cuore di tenebra della storia americana. Una storia costruita sulla violenza e sulla sopraffazione del più debole. E quasi sempre i più deboli erano le donne.

E proprio a tutte le Brigit Kinealy è dedicato il romanzo.

Quelle, come si legge nella prefazione, senza nome, e quelle che un nome lo hanno, quelle ridotte al silenzio e quelle la cui voce è ascoltata, quelle che sono state dimenticate e quelle a cui la storia ha reso onore.”

 

Written by Maurizio Fierro

 

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