“I libri di Jakub” di Olga Tokarczuk: un ebreo polacco e la voglia di cambiare il mondo

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Alla metà del XVIII secolo, la brezza dell’Illuminismo va fecondando l’humus dell’Europa; dirompenti, le nuove idee conquistano salotti e accademie. Mentre il mondo è in fermento, un giovane ebreo parte da un villaggio polacco; nel suo lungo cammino Jakub Frank attraversa “sette frontiere, cinque lingue e tre grandi religioni, senza contare quelle minori”.

I libri di Jakub di Olga Tokarczuk
I libri di Jakub di Olga Tokarczuk

Così recita il sottotitolo di I libri di Jakub (Bompiani, 2023, pp.1114, trad. di Ludmila Ryba e Barbara Delfino) di Olga Tokarczuk, Premio Nobel per la Letteratura; il sontuoso romanzo del 2014 è frutto di anni di studi, scavi e scoperte. Il sedicente messia Jakub Frank è una figura storica; Olga Tokarczuk ne disegna con minuzia la parabola, sullo sfondo di uno scenario cangiante e gremito di personaggi. La numerazione inversa delle pagine è un tributo ai libri scritti in ebraico; l’autrice intende anche ricordare che ogni ordine è questione di abitudine.

Il cartiglio inghiottito si ferma vicino al cuore; nel corpo la parola si scinde in sostanza ed essenza. L’una scompare; l’altra si lascia assorbire dai tessuti. Yente si sveglia; era quasi morta. È fuori e dentro sé; poi all’improvviso, si ritrova a guardare ogni cosa dall’alto. Da questo momento vedrà tutto.

Nell’ottobre del 1752 a Rohatyn, casa Shorr è in festa; le donne si affaccendano nei preparativi. Un’ombra minaccia di funestare il lieto evento; il rabbino Elisha sa come scongiurare il pericolo. È tempo di danze, di musica; di godere della vita, di assaporare il futuro.

L’ospite straniero in calze bianche e sandali è Nachman di Busk; venuto da lontano, ha in serbo importanti notizie. Elisha legge con attenzione entrambe le lettere; dopo un tempo che pare infinito, la domanda squarcia un silenzio quasi sacrale. Nachman conferma; conticuere omnes intentique ora tenebant. Il nuovo arrivato prende a raccontare fatti recenti; qualche mese prima è stato compare di un matrimonio.

La sposa era Chana, l’unica figlia femmina del grande saggio Tova; lo sposo era Jakub Lejbowicz. Vestito alla turca, questi somiglia a un pascià; non ancora trentenne, viene chiamato “il Saggio Jakub”. Ha studiato a Smirne, presso la scuola di Issachar; grazie al commercio in seta e pietre preziose, ha accumulato un cospicuo patrimonio. Durante la cerimonia, il suocero gli ha sussurrato il mistero della fede; un segreto in grado di sciogliere anche le cose più intricate, riservato solo agli eletti. Nachman raccoglie lo sfogo di Shorr; in Polonia gli ebrei non hanno il diritto di acquistare terre, né di insediarsi stabilmente. Cacciati in continuazione, hanno bisogno di una guida; che non sia un rabbino, un ricco o un guerriero. Deve essere uno dall’aria debole, ma che non abbia paura; costui li condurrà fuori, nel mondo. Hanno bisogno di Jakub; Nachman deve portarlo da loro.

I libri di Jakub torna indietro di alcuni anni; Smirne è piena di ebrei venuti dalla Polonia, per lo più seguaci di Sabbatai Zevi. Insieme a reb Mordke di Leopoli, Nachman frequenta la scuola di Issachar; da tempo ha sentito parlare di un certo allievo. Jakub è già famoso tra gli ebrei; forse per l’arguzia, forse per la saggezza. Pare che si consideri uno zotico, tanto da farsi chiamare amorets; dicono che sia un tipo strano. A scuola, Nachman siede dietro di lui; vengono iniziati entrambi a una cosa segreta. Jakub è un grande affabulatore; è sempre circondato da una pletora di curiosi, attratti dai suoi racconti. Secondo Nachman, è bene che il giovane sposi la figlia di Tova; diventato un uomo rispettabile, andrà in Polonia come messaggero. Quella notte, Jakub vive un’esperienza mistica; è la prima discesa dello spirito nel suo corpo.

Le nozze hanno luogo a Nikopol; durano sette giorni, a cominciare dal 6 giugno 1752. Lo sposo ha cominciato a presentarsi come Jakub Frank; all’indomani del matrimonio si prepara a partire. Il suocero gli ha trovato lavoro presso un cognato commerciante; il giovane si occuperà del magazzino.

I libri di Jakub ci porta a Craiova, sul Danubio; il genero di Tova attira un nugolo di curiosi. Seduto a un tavolino da tè, concede udienza a tutti; in pochi giorni, l’emporio diventa il posto più affollato della città. Nonostante abbia promesso di impegnarsi nello studio, Jakub è svogliato; ai libri preferisce lo svago. Compie l’Atto Estraneo; l’azione contraria alla legge scritta, che Sabbatai Zevi ha ridotto in cenere.

Nella primavera del 1753 Moliwda-Kossakowski giunge a Craiova, per vedere il famoso pazzo di Dio; a detta di tutti gli ebrei, in lui è entrata l’anima del Messia. Al centro di un ampio semicerchio sta un uomo alto, vestito alla turca; pur con una certa sciatteria, parla con voce forte e vibrante. Moliwda prende a passare tanto tempo nel magazzino, presso Jakub; prima della partenza di Nachman, invita tutto il gruppo nel villaggio dei bogomili. Abbandonato il lavoro, Frank si mette in viaggio verso la tomba del profeta Nathan; non contento della retribuzione, ha sottratto al padrone degli oggetti di valore. Sbrigati gli affari in Polonia, Nachman prende la via del sud; sempre più spesso, lo raggiungono notizie su un certo “uomo santo”.

I libri di Jakub Photo by Tiziana Topa
I libri di Jakub Photo by Tiziana Topa

Pare che Jakub sia in cammino verso Salonicco, insieme a una variegata compagnia; è la sua corte di miserabili e straccioni, di vagabondi e pazzi, di donne. Questa fiumana di gente lo segue, pur ignorando chi sia; nessuno saprebbe esprimere il senso di quel pellegrinaggio.

I libri di Jakub si sposta a Salonicco; Nachman e Nussen vi arrivano il 20 settembre 1754. Frank è dimagrito e smunto; in compenso, ha acquisito più fervore e sicurezza di sé. Nachman e i suoi chiedono udienza a Konio, figlio e successore del Secondo Messia; l’insistente supplica cade nel vuoto. Jakub si misura con l’Anticristo; le frequenti intemperanze lo rendono inviso ai suoi stessi compagni. Nel novembre del 1754 annuncia l’apertura della propria scuola; il primo alunno è reb Mordke, cui si aggiungono Nachman e Nussen. Da Nikopol arriva una notizia; Chana ha partorito una femmina, chiamata Awacza-Eva come stabilito. Jakub vive la Ruach haQodesh; è la discesa dello spirito nell’uomo, simile a una malattia vischiosa e inguaribile. In seguito al prodigio, molta gente comincia ad accamparsi sotto casa sua; intanto si manifestano le prime visioni. All’improvviso la situazione volge al peggio; a Salonicco non c’è posto per due pretendenti Messia. I seguaci di Konio dichiarano guerra a Frank, vittima di ripetuti agguati; i mercanti locali smettono di intrattenere affari con lui. Finito il denaro, l’inverno è segnato da povertà e fame; tuttavia la fiamma di Jakub arde indomita. Un incidente lo spinge a lasciare Salonicco; al ritorno, lo attende l’ennesima aggressione. È tempo di fuggire.

I libri di Jakub balza al dicembre del 1755; un gruppo di viaggiatori si ferma sulla sponda meridionale del Dnestr. Polin; la Polonia, come la Terra Promessa davanti ai loro occhi. Da quando ha attraversato il fiume, Jakub ha delle spie alle calcagna; di villaggio in villaggio, la gente lo acclama. Il profeta guarisce imponendo le mani; restituisce gli oggetti perduti; propizia amori e nascite. Il cuore del suo messaggio è la necessità di congiungere tre religioni; quella ebraica, quella musulmana e quella cristiana. In una casa di Lanckoruń si svolgono misteriose attività; un occhio malevolo coglie quel segreto. Lesto di gambe e di lingua, il ficcanaso si precipita a riferire al rabbino; gli apostati vengono tratti in arresto. Dopo tre giorni, le autorità ottomane esigono la liberazione di Jakub; rilasciato, si avvia a cavallo oltre la frontiera turca. La scrivania del rabbino di Leopoli è ingombra di lettere; non è più possibile ignorare la scottante questione dei rinnegati. Il cherem viene emesso il giorno successivo; le comunità ebraiche ricevono una copia dell’annuncio. Spente tutte le candele, nella sinagoga di Leopoli risuona l’anatema; Jankiel Lejbowicz è scomunicato ed escluso da Israele.

Nell’estate del 1756 Jakub giunge a Kamienec, insieme a Nachman e Shorr; i tre presentano al vescovo un manifesto con nove tesi. Chiedono la disputa; perseguitati dai talmudisti e dall’anatema, invocano anche protezione e una terra dove stabilirsi. I rabbini subiscono una disfatta; il tribunale del concistoro respinge le loro richieste. Una disposizione riguarda i proprietari terrieri; essi sono chiamati a proteggere i controtalmudisti stanziati nelle loro tenute. I rabbini ricevono un verdetto pesante; oltre all’esborso di denaro, devono sopportare il rogo del Talmud in tutta la regione. L’ordine si rovescia; alcuni tumulti finiscono nel sangue. Nel 1757 un evento inatteso crea scompiglio; la notizia è infausta per gli uni, gioiosa per gli altri. Rialzata la testa, i rabbini iniziano a perseguitare gli avversari; per di più pare che Jakub abbia abbandonato i suoi in Polonia. Gira voce che sia fuggito in Turchia, con moglie e figli; lì avrebbe ripreso gli affari. Dopo i pettegolezzi, una conferma; si è convertito alla religione musulmana. Per qualcuno è un atto vigliacco, per altri una furberia politica; nessuno crede all’autenticità della sua fede.

In inverno Nachman arriva in Turchia, insieme ad altri tre uomini; la delegazione intende convincere Jakub a tornare in Polonia. Discussa la situazione, Frank li esorta a cercare la protezione turca; l’indomani i quattro si convertono all’Islam, dopo un breve rito in moschea. Si sentono di nuovo al sicuro; ancora una volta, Jakub è il loro signore. In primavera ricominciano a pensare al ritorno in Polonia; in seguito all’arrivo di una lettera salvacondotto del re, la partenza è decisa.

I libri di Jakub si sposta a Iwanie, in prossimità del Dnestr; il villaggio è un miscuglio di lingue, abiti e copricapo. Atteso con impazienza, Frank vi giunge a fine novembre; nonostante sia un chakham, sceglie di abitare da solo in una baracca. Durante il giorno, tutti lavorano; all’imbrunire si riuniscono intorno a lui, per ascoltare gli insegnamenti. Come già Sabbatai Zevi, il Signore sceglie sette donne; attribuisce loro i nomi delle mogli dei patriarchi.

Il 9 marzo 1759 Moliwda giunge a Iwanie; ha ricevuto l’incarico di occuparsi della questione antitalmudista. Davanti a tutta la compagnia, legge una lettera indirizzata al re di Polonia; l’ha scritta personalmente, a nome dei fratelli valacchi, turchi e polacchi. Nella missiva si richiede la concessione di una terra, dove vivere in pace; si invoca la nomina di una commissione, perché i beni sottratti vengano restituiti. In Polonia per gli ebrei è arduo ottenere pieni diritti; Moliwda indica la strada del battesimo. Jakub lo incarica di collaborare alla stesura di una supplica all’arcivescovo di Leopoli; chiedono una disputa, perché sia fatta chiarezza e si ottenga giustizia.

La lettera si compone di sei tesi; dopo una riflessione, i redattori aggiungono un punto relativo a una questione scabrosa. La disputa si apre il 17 luglio 1759; dopo varie sessioni infuocate, il verdetto premia gli antitalmudisti. Il 17 settembre Jakub si fa battezzare, dopo una messa solenne; da cattolico, prende il nome Józef. Dopo di lui, altri si accingono a ricevere il sacramento; tutti costoro potranno ambire ai titoli nobiliari. Giunto a Varsavia, Jakub tesse una tela di relazioni con l’alta società; in udienza presso il nunzio apostolico, si fa portavoce dei seguaci. “Implora” che vengano assegnate loro delle terre a parte; ancora meglio “un luogo particolare”, per vivere lontano dai persecutori. Il nunzio si mostra benevolo; pare che Jakub lo abbia convinto.

Alcuni neofiti si presentano da padre Gaudenty; è stato lui a incoraggiarli, nel caso volessero confidare qualcosa. “Sputate su questo fuoco”; è sibillino, Frank. La commissione lo aspetta; gli pone un oceano di domande, tale da affondare perfino la nave più robusta. Poi tocca a Moliwda; tocca a Nachman, che sceglie di farsi Giuda. Accetta il rischio di essere maledetto, pur di salvare il suo Signore; e sé stesso e tutti gli altri.

Una notte di febbraio del 1760, a Częstochowa una carrozza entra nel cortile del monastero; l’uomo con le mani in catene non ha l’aspetto di un malfattore. La lettera inviata Varsavia non parla di “prigionia” ma di “internamento”; quell’uomo “si considerava il Messia”. La sua vicenda non termina dentro le mura del monastero; Jakub creerà la propria corte, diventerà amico dell’Imperatrice, conoscerà fasti e miserie e malattia.

Il viaggio è uno dei temi portanti de I libri di Jakub; accanto a questo Olga Tokarczuk ne esplora a fondo un altro, pertinente allo stesso campo semantico. I confini, il loro senso; la libertà che nasce dal superamento di essi. Jakub si fa chiamare Frank; perché frenk significa ‘straniero’, la caratteristica di chi cambia spesso luogo di residenza. È una condizione a lui cara; in un posto nuovo si sente rigenerato, come se il mondo ricominciasse.

Olga Tokarczuk citazioni I libri di Jakub
Olga Tokarczuk citazioni I libri di Jakub

“Essere straniero significa essere libero. Avere dietro di sé un grande spazio, la steppa, il deserto.  […] Avere una propria storia, non per tutti, un proprio racconto scritto con le orme lasciate dietro sé. Sentirsi ospite ovunque, insediarsi in una casa solo per un tempo, non preoccuparsi del frutteto, godersi il vino piuttosto che attaccarsi alle vigne. Non capire la lingua per vedere meglio i gesti e la mimica, l’espressione degli occhi umani, le emozioni che compaiono sui volti […]. Bisogna proteggere con cura questo stato, perché dà una grande forza.”

Straniero è l’Uomo, esule nel mondo; poiché non ne conosce le strade, vi si muove a tentoni. È consapevole soltanto della propria estraneità; deve conservarne il ricordo, come un bene prezioso. Riconoscersi straniero è coscienza di sé e memoria delle origini; è il filo di Arianna nel luogo dell’esilio.

I libri di Jakub insiste sul potere della parola; grazie al suo valore demiurgico e magico-sacrale, essa è capace di creare, cancellare, distruggere. E di incatenare, come accade a Yente; trattenuta in un non luogo atemporale, osserva lo scorrere della Storia e delle storie.

 

Written by Tiziana Topa

 

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