“Non mi rompete” del Banco del Mutuo Soccorso: sogno, resistenza e musica
Aprile non arriva mai in silenzio. Si insinua, piuttosto, come una promessa esitante: un chiarore che allunga le giornate ma non scioglie del tutto il freddo, un invito a rinascere che convive con il desiderio ostinato di restare fermi. È una stagione ambigua, e proprio per questo fertile. Non chiede decisioni nette, ma sospensioni. E in quella sospensione, quasi in un respiro trattenuto, si apre uno spazio necessario: quello del sogno.

“Non mi rompete” del Banco del Mutuo Soccorso, abita esattamente lì. Non è una fuga, non è un ritiro: è una dichiarazione gentile e insieme inflessibile. “Non mi svegliate, ve ne prego” non suona come una resa, ma come una soglia da difendere. La ripetizione del ritornello non è semplice insistenza: è un gesto di cura. Come se il sonno, invece di essere un’assenza, diventasse un territorio da custodire, una stanza interiore in cui la mente può finalmente sottrarsi al rumore.
C’è qualcosa di profondamente politico in questa richiesta così apparentemente fragile. Non svegliarsi significa sottrarsi. Non al mondo, ma alla sua pretesa di immediatezza, alla sua urgenza continua. È una forma di resistenza che non alza la voce, ma la abbassa fino quasi a scomparire. E proprio per questo, forse, riesce a durare.
Le immagini che attraversano il brano “Non mi rompete” non cercano appigli realistici. Un carro senza ruote non può muoversi, eppure vola. I cavalli del maestrale non trainano: spingono, sollevano, disorientano. È un viaggio che rinuncia alla logica della terra per affidarsi a quella dell’aria. E in quel “in volo” c’è tutto: l’abbandono, la leggerezza, ma anche il rischio. Perché volare significa non avere più un terreno stabile, accettare una forma di instabilità che è insieme perdita e libertà.
Il giorno, intanto, resta sullo sfondo. Non è negato, ma rimandato. “C’è ancora tempo per il giorno” dice una voce che sembra sapere quanto pesa la luce quando arriva troppo presto. Gli occhi che si imbevono di pianto non sono solo un segno di fragilità, ma di intensità: sentire troppo, forse, o sentire in modo non mediato. E allora il sonno diventa una tregua, ma anche un laboratorio. Un luogo in cui ciò che è confuso può trovare una forma.
La musica accompagna senza spiegare. Costruisce piuttosto un paesaggio in cui perdersi è possibile e persino necessario. Le stratificazioni sonore non guidano, avvolgono. Non c’è una direzione unica, ma una deriva controllata, come se ogni elemento contribuisse a mantenere aperta quella soglia tra veglia e sogno.
Negli anni in cui nasce, tutto questo non è neutro. È un modo diverso di stare dentro il proprio tempo. Mentre fuori il mondo accelera, si irrigidisce, si polarizza, qui si sceglie la complessità dell’immaginazione. Non come evasione, ma come alternativa. Il privato smette di essere solo intimo e diventa un gesto di opposizione silenziosa.
Riascoltato oggi, il brano “Non mi rompete” non perde questa forza. Anzi, forse la amplifica. In un presente che chiede presenza costante, attenzione continua, disponibilità immediata, il diritto a non essere svegli, nel senso più profondo, assume un valore nuovo. Dormire, sognare, sospendere: non sono atti passivi, ma pratiche di resistenza.
Aprile, allora, non è solo la stagione che fiorisce. È anche quella che trattiene, che invita a restare ancora un poco in quello spazio indefinito in cui tutto può accadere ma nulla è ancora imposto. Un tempo imperfetto, e proprio per questo necessario. Un tempo in cui il sogno non è evasione, ma una forma di lucidità diversa. Una libertà quieta, ma tenace.
“Non mi svegliate, ve ne prego/ Ma lasciate che io dorma questo sonno/ Sia tranquillo, da bambino/ Sia che puzzi del russare da ubriaco// Perché volete disturbarmi/ Se io forse sto sognando un viaggio alato/ Sopra un carro senza ruote/ Trascinato dai cavalli del maestrale/ Nel maestrale… in volo// Non mi svegliate, ve ne prego/ Ma lasciate che io dorma questo sonno/ C’è ancora tempo per il giorno/ Quando gli occhi si imbevono di pianto/ I miei occhi… di pianto”
Written by Cinzia Milite
