“Agonia” poesia di Cesare Pavese: domani i colori torneranno
Di seguito si potrà leggere la poesia tratta dalla silloge “Lavorare stanca” (Einaudi, 1936) del poeta e scrittore Cesare Pavese (9 settembre 1908 ‒ 27 agosto 1950) intitolata “Agonia”, segue una breve biografia.
“Agonia”

Girerò per le strade finché non sarò stanca morta
saprò vivere sola e fissare negli occhi
ogni volto che passa e restare la stessa.
Questo fresco che sale a cercarmi le vene
è un risveglio che mai nel mattino ho provato
così vero: soltanto, mi sento più forte
che il mio corpo, e un tremore più freddo accompagna il mattino.
Son lontani i mattini che avevo vent’anni.
E domani, ventuno: domani uscirò per le strade,
ne ricordo ogni sasso e le strisce di cielo.
Da domani la gente riprende a vedermi
e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi
e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo,
ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo
di esser io che passavo ‒ una donna, padrona
di se stessa. La magra bambina che fui
si è svegliata da un pianto durato per anni
ora è come quel pianto non fosse mai stato.
E desidero solo colori. I colori non piangono,
sono come un risveglio: domani i colori
torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,
ogni corpo un colore ‒ perfino i bambini.
Questo corpo vestito di rosso leggero
dopo tanto pallore riavrà la sua vita.
Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi
e saprò d’esser io: gettando un’occhiata,
mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,
uscirò per le strade cercando i colori.
***
Pubblicata nel 1936, la raccolta “Lavorare stanca” di Cesare Pavese è suddivisa in sei sezioni (Antenati, Dopo, Città in campagna, Maternità, Legna verde, Paternità) ed un Appendice denominato “Il mestiere del poeta” (del 1934) nella quale Pavese racconta della composizione della raccolta e la riflessione “A proposito di certe poesie non ancora scritte” (successivo alla pubblicazione ed inserita nel 1940).
“[…] io stesso mi sono fermato pensiero davanti ai veri o presunti canzonieri costruiti (Les Fleurs du Mal o Leaves of Grass), dirò di più, anch’io sono giunto a invidiarli per quella loro vantata qualità; ma al buono, al tentativo cioè di comprenderli e giustificarmeli, ho dovuto riconoscere che di poesia in poesia non c’è passaggio fantastico e nemmeno, in fondo, concettuale.” ‒ tratto da “Il mestiere del poeta”
“Va da sé che questa partecipazione è sempre mutevole e rinnovabile e quindi il suo effetto fantastico incarnabile in infinite situazioni. Ma la debolezza della definizione risulta da quella discrezione così necessaria e così poco concludente agli effetti del giudizio sull’opera. Bisognerà dunque affermare la precarietà e superficialità di ogni giudizio estetico? Si sarebbe tentati.” ‒ tratto da “Il mestiere del poeta”
“Agonia” è la settima poesia della seconda sezione de “Lavorare stanca” denominata “Dopo”.
“Girerò per le strade finché non sarò stanca morta/ saprò vivere sola e fissare negli occhi/ ogni volto che passa e restare la stessa./ […]” ‒ “Agonia”
“Ma intanto smaniavo sotto l’assillo creativo, e faticosamente inciampando in modo vario sempre nella stessa difficoltà, mettevo insieme altre narrazioni d’immagini. Ormai mi compiacevo anche in rischi virtuosistici. In Piaceri notturni, per esempio, volli costruire un rapporto, a contrasto, di notazioni tutte sensoriali, e senza cadere nel sensuale.” ‒ tratto da “Il mestiere del poeta”
Dalla biografia di Cesare Pavese sappiamo che s’infatuò di diverse donne nel corso della sua vita ma che non riuscì ad instaurare un rapporto solido e soddisfacente. Così come si evince dall’ultima lettera all’amata Pierina (pseudonimo per Romilda Bollati, sorella dell’editore Giulio Bollati) scritta prima del suicidio avvenuto il 27 agosto 1950 in una camera d’albergo a Torino: “[…] Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo? E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto, ho avuto i nervi sempre tesi e la fantasia pronta e precisa, e il gusto delle confidenze altrui? E che sono al mondo da quarantadue anni? Non si può bruciare la candela dalle due parti – nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto”.
Cesare Pavese immagina l’amore, immagina l’istante in cui il vento accarezza la pelle di una donna, immagina di essere quel vento che dolcemente entra da una finestra e si posa sulla magnificenza femminea, nuda, ancora stesa sul letto. Pavese ha plasmato negli anni una idolatria nei confronti della donna, trasmutando l’umano in divinità. Con le parole ‒ con i suoi versi ‒ ha scolpito la pietra per farne una statua da collocare in un tempio dedicato alla ballerina di Torino, a Tina Pizzardo, a Fernanda Pivano, a Bianca Garufi, a Constance Dowling, a Romilda Bollati ed a chissà quanti altri volti che il poeta ha notato passeggiando per strade e parchi.
Pavese pare quasi immerso nel verso finale de “A una passante” del parigino Charles Baudelaire: “oh tu che avrei amata, oh tu che lo sapevi!” in un continuo vortice di negazione dell’amore.
“Tiresia: Tutti preghiamo qualche dio, ma quel che accade non ha nome. Il ragazzo annegato un mattino d’estate, cosa sa degli dèi? Che gli giova pregare? C’è un grosso serpe in ogni giorno della vita, e si appiatta e ci guarda. Ti sei mai chiesto, Edipo, perché gli infelici invecchiando si accecano?
Edipo: Prego gli dèi che non mi accada.” ‒ “Dialoghi con Leucò ‒ I ciechi”
“[…] Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi/ e saprò d’esser io: gettando un’occhiata,/ mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,/ uscirò per le strade cercando i colori.” ‒ “Agonia”
“Non appena il dolore diventa abbastanza grande, va avanti da solo.” – Hermann Hesse
“Che cosa accade se questo pensiero viene realmente pensato?” – Martin Heidegger
Se quel che si cerca si trova, si è certi di cercare ciò che rende felici?
Written by Alessia Mocci
Info
Leggi “Dialoghi con Leucò – I ciechi”
Leggi la poesia “Piaceri notturni”
Leggi la poesia “A una passante”
Leggi la poesia “Estate” dedicata a Fernanda Pivano
Bibliografia
Cesare Pavese, Poesie ‒ Lavorare stanca ‒ Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, Einaudi, prefazione di Massimo Mila, 1974

