“Diario di una sciamana” #7: Mangoose e Jacqueline
“La cosa più incredibile non è che i morti parlino continuamente ai vivi, ma è che i vivi non riescano a sentirli.”[1] ‒ incipit di “Mangoose e Jacqueline”

“Diario di una sciamana” non è solo un libro che rivela luce ed ombra dell’esperta di sciamanesimo, psicologia e buddhismo Selene Calloni Williams. È qualcosa di più: una soglia verso la quale dirigersi per camminare all’interno del proprio sentiero interiore così da arrivare alla piena conoscenza di se stessi.
Edito a settembre 2025 dalla casa editrice Piemme, “Diario di una sciamana” si presenta con brevi ed avventurosi capitoli che propongono gli eventi drammatici che hanno portato l’autrice ad affermarmi come una delle counselor più accreditate al mondo.
A novembre 2025 ha preso avvio una speciale rubrica che, puntata dopo puntata, presenta in ogni capitolo un argomento ben preciso come approfondimento del libro.
Per un veloce riepilogo delle precedenti puntate si riportano i titoli dei capitoli: “Le mie iniziazioni”, “La voglia di fuggire”, “La fuga”, “Quando le cose accadono e non te ne accorgi”, “Finalmente in Sri Lanka” e “L’aborto”. Di seguito si potrà leggere un estratto dal settimo capitolo “Mangoose e Jacqueline” ed una interessante messa a fuoco tematica scritta da Selene Calloni Williams.
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Estratto da “Diario di una sciamana”, capitolo 7 “Mangoose e Jacqueline”
“Alla mattina, al resort, quando aprivo gli occhi, non sapevo perché avrei dovuto tenerli aperti. Una sensazione elettrica allora si formava nella bocca dello stomaco, come un vortice malefico, ci mettevo una mano sopra e rimanevo paralizzata, il respiro diventava affannoso, prendeva a girarmi la testa e mi si formava una specie di formicolio nelle mani e nei piedi che sudavano.
Più tardi, grazie agli studi in psicologia, avrei imparato a definire quello che mi accadeva come attacchi di panico. In quel periodo, il fatto di non poter filtrare gli eventi attraverso delle categorie diagnostiche fu in realtà un aiuto. Non mi sentivo malata, mi sentivo solo impossibilitata a vivere nel mondo, ma non lo vedevo come un disturbo: ero convinta che questo mondo facesse veramente schifo e che io fossi finita nell’universo sbagliato! […]
«Non conosco nessun modo bello di vivere» gli dissi. «Mi perdo nei miei pensieri, ho bisogno di ritrovare la lucentezza delle fronde degli alberi.»
Lui mi comprese. Illuminò con la torcia le alte chiome delle palme che in quel momento erano agitate da un vento caldo e allora vi vidi gli stessi luccichii delle fronde leggendarie.
«È tutto una magia!» esclamai.
«Yes, Selene, madam» sibilò lui attraverso i pochi denti che gli erano rimasti in bocca. Occuparmi di Mangoose e Jacqueline riempiva le mie giornate, dava un senso alla mia vita. Jacqueline passava lunghi momenti intenta a leccare Mangoose e Mangoose in cambio ci offriva protezione e sicurezza, almeno così io sentivo.”[2]
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A.M.: Nella precedente puntata della rubrica, “L’aborto”, abbiamo parlato dei ricordi cromatici della tragica esperienza che hai dovuto vivere. In questa settima puntata, invece, ci troviamo nuovamente ad Hikkaduwa, in Sri Lanka, con due simpatici animali: Mangoose e Jacqueline. In che modo prendersi cura di chi si ama si ripercuote nell’imparare a prendersi cura di se stessi?
Selene Calloni Williams: Che cosa significa prendersi cura di sé? Che cosa significa prendersi cura degli altri? Ma soprattutto che cosa significa la parola “cura”?
Oggi siamo abituati ad associare la parola “cura” ad una sorta di diagnosi medica, la cura per un’influenza o la cura per un ascesso. Ma il termine deriva dal latino “cūra, ae” il cui significato era molto più ampio di quello odierno, infatti, era utilizzato per indicare l’interessamento premuroso per un oggetto sia questo impegnativo per il nostro animo sia per la nostra attività fisica. Dunque “curare” significava ‒ e significa ancora ‒ “porre attenzione”; avendo poi una sorta di vicinanza alla radice di “cuore” (in latino “cor-cordis”) ha mantenuto il senso di amorevolezza. “Prendersi cura di qualcuno” diviene: interessarsi amorevolmente a qualcuno senza nulla aspettarsi in cambio, è un darsi all’altro in ciò che egli necessita.
Noi donne, essendo portatrici naturali della possibilità di maternità, abbiamo uno spiccato senso per la cura, perché geneticamente siamo predisposte ad ospitare in noi un feto ‒ l’altro estraneo che è nostra immagine e che in noi cresce ‒ e sin dal primo impulso energetico di vita del feto ogni cellula del nostro corpo si prende cura dell’altro, dell’ospite. Forse anche per questo motivo per millenni ‒ salvo in rari e circoscritti casi ‒ siamo state relegate alla cura della famiglia, dei figli e degli anziani. Semplicemente eravamo geneticamente predisposte. Il problema maggiore è che questa predisposizione ci ha rese schiave di un meccanismo che non ha lasciato spazio a qualcosa di estremamente fondamentale: prenderci cura di noi stesse.
La società occidentale sta vivendo da qualche decennio una modifica importante: il genere femminile ha finalmente iniziato ‒ in larga scala, perché, ripeto, ci sono sempre stati casi circoscritti di sapienza femminile, culti femminili, et cetera, e chi segue i miei corsi conosce benissimo gli esempi concreti di ciò che sto portando in luce ‒ un incredibile percorso di conoscenza profonda del proprio sé, un distacco dall’unico modo in cui si poteva vedere il mondo per la scoperta inebriante della propria creatività, del proprio benessere senza essere assimilate unicamente a parole come “moglie” o “madre”.
La donna ha oggi la possibilità di essere madre, moglie ma anche donna, sciamana, psicologa, insegnante di yoga, viaggiatrice, esperta di qualsiasi disciplina sia scientifica che umanista.
Ma come si arriva al prendersi cura?
In che modo ci si può deprogrammare dagli insegnamenti culturali ancora vigenti che vogliono una sorta di mono funzione della donna nella società?
Senza divagare mi viene in mente una splendida canzone del compianto Franco Battiato (1945 – 2021) avente proprio come titolo “La cura”. Tutti noi ne conosciamo qualche verso, tutti noi abbiamo canticchiato questa canzone magari senza conoscerne il significato profondo che Battiato ha voluto donare al mondo.
Non posso in questa puntata della rubrica “Mangoose e Jacqueline” soffermarmi sull’analisi del testo ma vi sprono a riascoltarla alla luce delle poche righe che state leggendo ora, vi cito solo qualche verso.
“[…] Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore/ Dalle ossessioni delle tue manie/ Supererò le correnti gravitazionali/ Lo spazio e la luce per non farti invecchiare// E guarirai da tutte le malattie/ Perché sei un essere speciale/ Ed io, avrò cura di te// […]”
In che modo si guarisce dalle ossessioni, dalle malattie, dal dolore?
Facciamo un passo indietro alla penultima puntata della rubrica (“L’aborto”) quando alla domanda “Che cos’è una violenza psicologica se non imporre la propria volontà a chi, per svariati motivi, è più debole?” ho risposto con: “Non era lontano il giorno in cui avrei capito che tutto quello che mi era successo era mia responsabilità, interamente attribuibile alla mia debolezza. Attraverso gli eventi la mia anima mi stava mostrando questa debolezza affinché potessi riconoscerla ed evolvermi”.
E vi propongo un semplice quesito che dovreste ripetere allo specchio la mattina quando vi alzate: “è mia responsabilità tutto ciò che mi succede?” che porterà inevitabilmente a: “mi sto prendendo cura di me?”
Solo attuando una profonda sincerità si potrà conversare con la propria anima ed iniziare un percorso di crescita e di consapevolezza.
Quando vivevo in Sri Lanka, ad Hikkaduwa, soffrivo di attacchi di panico. La solitudine, l’aver perso mio padre, l’esser stata costretta ad abortire aveva gettato tutto il mio essere in una sensazione di inadeguatezza. Il mio percorso di guarigione è iniziato proprio con la cura verso l’altro, e nel mio caso specifico verso una mangusta ed una cagnolina: Mangoose e Jacqueline. Rispetto agli esseri umani, gli animali si prendono cura di noi in modo inaspettato, con momenti che non ci aspettiamo. Parliamo agli animali per avere un altro mondo con cui relazionarci, più semplice del nostro, ma soprattutto perché ‒ ed è una benedizione ‒ abbiamo un animale dentro. Il nostro spirito animale ha sempre le risposte giuste, per questo interroghiamo i nostri amici a quattro zampe. Il nostro problema è che ci attendiamo una risposta sotto forma di parole che soddisfano la mente. Dovremmo invece imparare il loro linguaggio, fatto di silenzi, di piccoli sguardi veloci, di azioni. La natura parla il linguaggio dei gesti, il lessico dei rituali delle origini che da miliardi di anni sono sempre gli stessi.
Ho amato profondamente questi insoliti compagni di vita e sono grata per ciò che mi hanno insegnato.
Infatti, anticipando qualcosa del capitolo cinquantotto intitolato “Tutto al momento giusto”,[3] Mangoose è stata per me la creatura più difficile da lasciare. Gli animali finiscono per diventare simboli di tutto ciò che ci è caro, della nostra famiglia, dei nostri affetti. Prima di partire, di lasciare quella terra che mi aveva accolta e cambiata, guardavo il suo musino rossiccio e non finivo più di baciarlo. Lei non era solo il simbolo della mia famiglia di meditazione, ma anche della mia alleanza con la giungla, e rappresentava tutti gli insegnamenti e i regali che la foresta mi aveva donato. Il venerabile Gatha Thera, vedendomi in quello stato di difficoltà mi disse: «No paura e no attaccamento! Piuttosto considera che, quando passano un certo tempo lontani dalla loro specie e molto vicini ad altre specie, gli esseri umani cambiano molto: tu non sei più quella che eri, abbi cura di te!»
Ho avuto cura di me? Ho cura di me?
Questa è la domanda che ci dobbiamo porre quotidianamente.
Vorrei concludere questa puntata citando il mio maestro spirituale della mitologia della Grecia Antica e tout court d’Occidente: James Hillman.
“Non esiste un finale per un discorso che vaga, non può esserci un riepilogo, un culmine; perché dare un finale vorrebbe dire fermarsi. Vorrei perciò lasciare il mio discorso inconcluso e nebuloso, senza un astratto messaggio spirituale – neppure un’immagine particolare. Avete le vostre. L’anima ne genera continuamente.”[4]
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Anticipazione: l’ottava puntata della speciale rubrica “Diario di una sciamana” avrà come titolo: Sunil Fernando.
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Meditazione tratta da “1 minuto al giorno, meditazioni quotidiane”
“«Riconosco l’inscindibilità di vita e morte. Prendo ferma risoluzione di lasciare andare la paura.» Dirigi la tua mente lungo il sentiero tracciato dalla formula. Ogni volta che ti appresti a vivere il momento del pasto o l’atto di mangiare in generale, poni l’attenzione a come da una parte la vita nutre la morte e dall’altra la morte nutre la vita in un cerchio incessante.” ‒ Meditazione n° 234[5]
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Note
[1] Selene Calloni Williams, Diario di una sciamana, Piemme, 2025, p. 22
[2] Ibidem, pp. 22-24
[3] Ibidem, pp. 229-230-231
[4] James Hillman, Saggi sul Puer, Raffaello Cortina Editore, 2021, p. 137
[5] Selene Calloni Williams, 1 minuto al giorno, meditazioni quotidiane, Piemme, 2024, p. 132

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