Gianni Sesia della Merla: pittura tra realtà e simbolismo
Nato a Torino nel 1934, Gianni Sesia della Merla ha concluso la sua esistenza terrena nel 2023.

Gianni Sesia della Merla ha cominciato a dipingere giovanissimo e si è diplomato all’Accademia Albertina di Torino. È stato insegnante all’Istituto Moderno di Cultura Artistica e al Centro FIAT di corso Dante. Nel 1997 è stato nominato Cavaliere della Repubblica Italiana per meriti artistici.
Per festeggiare i suoi cinquant’anni di attività artistica, nel 1999 la città di Moncalieri, di cui è cittadino onorario, gli ha dedicato una mostra antologica; sono però più di duemila le esposizioni in cui le sue opere sono state ospitate. Se la maggior parte delle mostre si è svolta in Piemonte, frequenti sono state anche quelle nel resto d’Italia, e non si possono dimenticare le importanti rassegne all’estero, in particolare in Francia, in California, in Marocco e in Egitto.
Chi frequenta gallerie e sale d’asta ‒ anche quelle on-line ‒ può testimoniare l’interesse che le sue opere continuano a suscitare. In omaggio al maestro, alcune sue pregevoli opere sono state esposte tra il 2025 e il 2026 al MIIT, Museo Internazionale Italia Arte di Torino.
Nel suo lungo cammino artistico Sesia della Merla ha frequentato con curiosità e intelligenza i movimenti e le personalità che si affacciavano sulla scena, e pur non entrando stabilmente nell’orbita di alcuna scuola, ha sempre cercato di coglierne le novità e di adattarle alla propria sensibilità espressiva.
Nelle sue prime opere il maestro si dimostra un abile paesaggista sulle orme di Fontanesi, ma presto se ne distacca, portando sulla tela una visione personale e autonoma, ed esprimendola con toni e colori più decisi, talvolta persino violenti.
In Portofino (1968), il riflesso delle onde e il promontorio che si erge controluce costituiscono una sfida ambiziosa e vinta: un quadro capace di catturare la suggestione del luogo, di far respirare l’atmosfera marina nella sua purezza. La bellezza oggettiva di un panorama unico viene così resa intima e profonda. L’acqua non è uno specchio: vibra, si frantuma in pennellate, assorbe i colori del cielo e delle piante. L’occhio di chi osserva è quasi accecato: da un lato la tela sembra confusa, dall’altro restituisce i dettagli con una precisione sorprendente.
Con il tempo Sesia della Merla accentua l’aspetto intimo e simbolico della sua pittura e ci regala un capolavoro come La barcaccia (1986). La scena appare sospesa tra realtà e visione: l’acqua è ferma, quasi specchiante; il tunnel o l’arcata al centro richiama un passaggio, una soglia; la luna piena con l’uccello in volo (un corvo? un gabbiano?) rimanda a favole infantili inquietanti; la barca è vuota, ferma, senza remi in evidenza. Tutti elementi che rimandano all’attesa, a un passaggio, a un viaggio non ancora compiuto verso un luogo dell’anima più che geografico.
La barca è un archetipo fortissimo: passaggio, traghettamento, attraversamento. Il drappo oro e viola disteso sulla barca è la chiave centrale dell’opera, l’elemento cromaticamente più “culturale”, meno naturale; proprio per questo attira l’occhio e fa riflettere. L’oro non è un colore naturale: è luce trasformata in materia e indica sacralità, eternità, presenza del trascendente. Il viola è un colore ambivalente: liturgico, regale o funebre, sempre legato alla soglia e mai alla stabilità. Accostati, questi due colori caricano il drappo di un valore quasi rituale. Il fatto che sia steso, non indossato né sventolante rafforza l’idea di sospensione. La barca è vuota e il tessuto sembra sostituire la presenza umana: rappresenta ciò che è stato, forse ciò che sarà, ma non ciò che è ora.
Del 1981 è Cercatori di funghi. Non una scena di genere, ma un racconto arcaico. A prima vista sembrerebbe un quadro narrativo: due figure in un bosco, probabilmente contadini, impegnati in gesti quotidiani. Ma Sesia della Merla svuota la scena di ogni aneddotica. Non sappiamo se gli uomini abbiano trovato qualcosa, se stiano davvero cercando, se stiano tornando o partendo.
Il titolo promette un’azione, ma la pittura la trattiene e la sospende.
Il bosco diventa spazio iniziatico. Gli alberi ‒ betulle chiare, quasi scheletriche ‒ non sono naturalistici: sembrano segni incisi, fendono lo spazio, creano una trama rituale. Il bosco non è accogliente, ma un luogo di prova, come nelle fiabe o nei miti. Qui i funghi, che non vediamo, diventano simbolicamente il mistero che è nascosto, l’ignoto che cresce nell’ombra, la verità che va riconosciuta e non semplicemente raccolta. La luce è intensa, quasi innaturale, concentrata sullo sfondo: non illumina il lavoro umano, ma lo relativizza.
Le figure, soprattutto quella dell’uomo, sono piccole, marginali, quasi incerte. Non dominano il paesaggio, ma vi sono immerse, come se il vero soggetto fosse il bosco stesso, o il tempo ciclico della natura. È un quadro sull’umiltà dell’uomo davanti a ciò che non controlla, una ricerca interiore mascherata da gesto quotidiano.
Un paesaggio invernale, quasi astratto, è dipinto nella tela Il fiume gelato (1999). Qui la narrazione scompare: nessuna figura, nessuna casa, nessun segno di passaggio umano, solo un relitto abbandonato. Il fiume è presente, ma spezzato, congelato, irriconoscibile. Non scorre: resiste, attende. Il gelo diventa sospensione del tempo. Il bianco non è vuoto: è denso, stratificato, graffiato dalla spatola. Il ghiaccio non è silenzio, ma tensione trattenuta; sappiamo che l’acqua è lì sotto, ma non la vediamo.
Simbolicamente il fiume è il tempo, il ghiaccio è l’interruzione, la materia pittorica è memoria compressa. Il cielo scuro non incombe drammaticamente, ma pesa, come un coperchio. Non c’è tempesta, ma una quiete severa, una pausa che non promette una prossima rinascita, e questo rende il quadro profondamente esistenziale. Non è l’inverno pittoresco, ma l’inverno come stato dell’essere.
Grande influenza nella poetica di Sesia della Merla hanno avuto i suoi viaggi, specialmente quelli in Egitto, in Turchia, in Marocco e in Tunisia. Il viaggio, però, non è mai esotismo decorativo, ma spostamento dello sguardo: l’altrove non diventa un nuovo soggetto, bensì una variazione profonda della sua stessa poetica.

Tramonto sul Nilo (2000) ripresenta il tema del fiume, ma lo trasfigura. Qui il fiume non è memoria né sospensione: il Nilo è tempo originario, storia che non si interrompe mai. La barca ‒ archetipo ricorrente in Sesia della Merla ‒ ritorna, ma con una differenza cruciale: non è vuota, non è in attesa, è già dentro il flusso.
Le figure sono essenziali, però quasi evanescenti: non individualità, ma presenze ancestrali. La luce del tramonto è sacra, non sentimentale. Il sole è basso, forte, quasi metallico; non è il tramonto malinconico occidentale, ma un’epifania ciclica. In Egitto il tramonto non chiude la giornata, ma prepara la rinascita. Il chiarore che si spegne non separa sacro e profano: li fonde.
La riva lontana, con le palme e le figure immobili, appare eterna, immutabile, quasi fuori dal tempo storico. Non c’è modernità, non c’è cronaca: è un Egitto mentale, arcaico, quasi mitico. Qui Sesia della Merla sembra trovare una risposta alla sospensione inquieta dei paesaggi europei.
Conclude questa breve analisi Fuori le mura di Marrakesh (1981). Se nel quadro precedente il Nilo era il tempo che scorre, Marrakech è lo spazio che si dilata. Il dipinto è costruito per larghe campiture: terra, cielo, aria. Non c’è un centro vero che richiami l’attenzione. Le figure ‒ uomo e dromedario ‒ sono minuscole, quasi perdute.
Il cammino è esplicito: c’è una direzione, una distanza da percorrere. Ma non è un viaggio eroico: è lento, quotidiano, necessario. Nel titolo l’espressione “Fuori le mura” è decisiva: siamo oltre la protezione, oltre l’ordine urbano, oltre il confine.
Il cielo è instabile, mosso, inquieto, quasi emotivo. La luce non è pacificata: è una luce che mette alla prova. Fuori le mura di Marrakesh è un quadro sul limite: tra città e deserto, tra sicurezza ed esposizione, tra stanzialità e nomadismo. Un dipinto profondamente esistenziale.
Questi quadri non sono “orientalisti”. Il Sud e l’Oriente non offrono a Sesia della Merla nuovi soggetti, ma una luce diversa, un tempo altro, un rapporto meno conflittuale tra l’uomo e il mondo.
Written by Marco Salvario
