“Diario di una sciamana” #6: l’aborto

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Gli alberi sono molto più vicini all’illuminazione rispetto agli uomini.[1]

Diario di una sciamana l'aborto Selene Calloni Williams
Diario di una sciamana l’aborto Selene Calloni Williams

La sesta puntata della speciale rubrica “Diario di una sciamana” di Selene Calloni Williams presenta un tema complesso per il genere femminile: l’aborto.

“Diario di una sciamana” è ormai un bestseller ed è molto apprezzato non solo perché contiene gli avvenimenti della vita di una delle counselor più accreditate del mondo ma anche perché, leggendolo, si ha la possibilità di iniziare una sorta di guarigione animica.

Edito da Piemme nel settembre 2025, il volume presenta in brevi capitoli, tra avventure e disavventure, la via che porta all’essenza: “il cammino segreto di una monaca guerriera” così come recita il sottotitolo di questa atipica autobiografia.

Come veloce riepilogo delle precedenti puntate si riportano i titoli dei capitoli: “Le mie iniziazioni”, “La voglia di fuggire”, “La fuga”, “Quando le cose accadono e non te ne accorgi” e “Finalmente in Sri Lanka”. Come anticipato nelle prime righe, sottostante si potrà leggere un estratto dal sesto capitolo “L’aborto” ed un interessante focus sulla tematica scritto da Selene Calloni Williams.

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Estratto da “Diario di una sciamana”, capitolo 6 “L’aborto”

“Gli esseri umani possono perdonare, in fondo il perdono lo hanno inventato loro. La vita non giudica ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, non accusa e non perdona. È implicito nella vita un meccanismo automatico di azione e reazione, gli orientali lo chiamano «karma», Pitagora lo chiamava «ripercussione», ed è un fenomeno straordinario. È come se la vita ti rimandasse, amplificata, l’eco di ogni azione che compi.

La vita non ha il senso della pietà, anche la pietà è stata inventata dagli uomini, è parte della loro idea di Dio. Quando dai uno schiaffo alla vita, i venti del karma si armano e la vita ti schiaffeggia mille volte di rimando, non c’è perdono, non c’è pietà, non ci sono preghiere che tengano. La tigre, la gazzella, la rana e lo scarafaggio, gli animali in generale lo sanno. Solo l’uomo è così folle da aspettarsi la grazia dalla vita, e la cosa ancora più folle è che, a volte, la riceve.

Una ragazza può anche capire di essere nella direzione sbagliata e tuttavia seguirla lo stesso perché è convinta che, in fondo, ne valga la pena.

Queste idee sotterranee che muovono le fila della vita sono come i venti che fanno frusciare le chiome degli alberi, sono gli dèi. Gli alberi lo sanno meglio degli uomini.

Io, non essendo un albero, mi sentivo schiacciata nel torchio di una colpa e di una solitudine insostenibili.”[2]

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A.M.: Nella precedente puntata della rubrica “Diario di una sciamana” dal titolo “Finalmente in Sri Lanka” si è parlato del rapporto salvifico che si può avere con la natura. Nello stesso capitolo hai anche fatto cenno alla “depressione” provocata dalla difficile scelta alla quale sei stata “costretta”: l’aborto, di cui hai trattato in modo più esaustivo nel sesto capitolo del volume. Che cosa consiglieresti ad una giovane donna che sta subendo pressioni simili a quelle che hai vissuto e raccontato in questo straordinario Diario?

Selene Calloni Williams: Ci sono due domande che ho posto a me stessa e, dunque, alla lettrice di questo capitolo che ha vissuto ‒ o dovrà vivere una situazione analoga alla mia ‒ la traumatica condizione dell’essere costrette ad abortire.

Che colore ha il plagio?” e “Che cos’è una violenza psicologica se non imporre la propria volontà a chi, per svariati motivi, è più debole?

Nella prima il focus va sul colore perché la mente, durante i traumi, memorizza maggiormente un colore rispetto ad un altro come se volendosi estraniare si focalizzasse su un punto preciso. Nella mia situazione il colore del plagio divenne l’azzurro dei muri della clinica di Milano nella quale lavorava l’amico di Alvaro Felici, il “padre” di quel bambino mai nato.

Mia madre, mio fratello, Alvaro ed il medico suo amico non vedevano che un’unica soluzione per il mio stato interessante: l’aborto. Ero sola, ero la più debole ed è per questo motivo che la voce maggioritaria ha imposto la propria volontà.

È stata una violenza psicologica che ha portato alla negazione della vita ma, oggi, posso portare in scena la tragedia, sono un testimone ‒ un bardo ‒ che, simile ai cantori antichi, racconta dei tempi mitici nei quali si amalgamavano potenze istintuali, divine ed umane.

In questo capitolo di “Diario di una sciamana” avvicino la mia figura di donna ad una protagonista semi-silente del mito greco: Ismene, l’ultima figlia di Edipo.

Sottolineo quel semi-silente perché Ismene, a differenza della sorella Antigone[3] che combatté la legge dell’uomo per favorire la legge del cuore quando volle seppellire il corpo del fratello Polinice andando contro Creonte, entra in scena raramente, lascia che gli eventi si compiano e solo all’ultimo momento interviene quando ormai è troppo tardi.

Ismene ha accettato la legge ingiusta, così feci io quando Alvaro si sottrasse dal suo compito di padre e la mia famiglia mi negò l’aiuto necessario al conseguimento di quella inaspettata gravidanza.

Le similitudini con Ismene continuano con la ripetuta perdita delle figure paterne, lei perse Laio, Edipo e Creonte, io ho perduto mio padre biologico, Alvaro, il padre traditore ed egoista e successivamente i miei padri spirituali: Michael Williams, il Venerabile Gatha Thera e James Hillman.

Ed ancora Ismene perse i suoi due fratelli, Eteocle e Polinice, ed io ho perduto i miei, Gianni e Mario, anche se in condizioni diverse, infatti uno è deceduto ed il secondo è sparito dalla mia vita. Anche il rapporto madre-figlia poteva in un certo qual modo vederci simili: Ismene aveva perso la madre Giocasta che si impiccò[4] dopo aver appreso di aver sposato suo figlio, Edipo, e con lui generato Eteocle, Polinice, Antigone ed Ismene. Mia madre, di cui ho trattato in altri capitoli del libro, era metaforicamente sposa dei suoi figli ‒ i miei fratelli Mario e Gianni.

Ed infine c’era la sorella Antigone ‒ l’avventurosa combattente ‒ cioè Selene, perché sì in quel momento di debolezza ed accettazione, in quella situazione di plagio sono stata la brava Maria, quella che ha sempre ascoltato il volere degli altri, quel secondo nome scelto da mia madre ormai quarantacinquenne di cui ho parlato nel secondo capitolo La voglia di fuggire.

Queste due coppie, Ismene ed Antigone e Selene e Maria, sono un esempio dei percorsi di psicologia immaginale che porto avanti con coloro che seguono i miei corsi. I miti greci sono esempi del processo di conoscenza immaginale che, scatenando nella psiche emozioni estetiche, portano ad un cambiamento positivo ed ad un ampliamento della prospettiva con la quale non solo guardiamo noi stessi ma anche l’altro, il mondo. L’approccio con il mito scatena emozioni e passioni, bisogna essere consapevoli di questo, bisogna scovare al momento giusto ‒ i greci usavano la parola kairos (καιρός) per indicare un momento opportuno per il cambiamento, per la trasformazione ‒ il mito che in quel frangente ci rappresenta maggiormente così da lasciarlo agire in noi, tenendo la porta aperta per tutti i personaggi perché è tale la molteplicità della nostra psiche.

Ed è proprio questo che consiglio ad una giovane donna che sta subendo pressioni per una gravidanza: l’avvicinamento con il mito ed il conseguente allontanamento da coloro che puntano sull’interruzione della “futura” vita.

E dunque che colore ha il plagio?

Selene Calloni Williams citazioni aborto Diario di una sciamana
Selene Calloni Williams citazioni aborto Diario di una sciamana

La casa di cura privata di Milano nella quale ero stata letteralmente trascinata aveva diciannove anni, proprio come me: era stata inaugurata il giorno dopo la mia nascita. Ricordo che Alvaro ed il suo amico medico mi parevano due vecchi avvizziti; in quella solitudine cercavo con lo sguardo gli alberi ‒ le cui foglie lucenti mi han sempre sollevata dalle situazioni pesanti della vita ‒ ma scorgevo solo il grigio del cielo. Ho pianto all’entrata nella sala operatoria e le infermiere ‒ non potevano che essere delle donne a fare ciò ‒ mi riportarono in camera.

Ma ciò che era stato scritto per me doveva compiersi, dunque quando Alvaro, mia madre e Gianni vennero a sapere che non avevo abortito, la violenza psicologica che loro avevano esercitato nella giovane ed indifesa donna che ero riprese ed alla fine vinsero loro. O meglio pensarono di aver vinto, perché, come ben sa chi segue da tempo i miei seminari (sia in presenza sia online), la vita non perdona mai niente a nessuno: sono gli esseri umani a perdonare; la vita, invece, esercita un meccanismo automatico di azione e reazione chiamato in Oriente con il temine karma.

Non era lontano il giorno in cui avrei capito che tutto quello che mi era successo era mia responsabilità, interamente attribuibile alla mia debolezza. Attraverso gli eventi la mia anima mi stava mostrando questa debolezza affinché potessi riconoscerla ed evolvermi.

Ma di questo tratterò meglio nelle prossime puntate della rubrica “Diario di una sciamana”.

In chiusura ricordo che per chi necessita di un percorso di consapevolezza su misura la segreteria è disponibile all’indirizzo e-mail scw@selenecalloniwilliams.com; consiglio vivamente di scrivere in dettaglio le esigenze particolari che si hanno così da poter creare una via personalizzata che permetta di sviluppare l’attenzione cosciente per procedere verso l’accettazione di sé.

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Anticipazione: la settima puntata della speciale rubrica “Diario di una sciamana” avrà come titolo: Mangoose e Jacqueline.

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Meditazione tratta da “1 minuto al giorno, meditazioni quotidiane

«Samanvaya» La solitudine è frequente in una civiltà patricentrica, iper-razionale dove l’uomo, in relazioni sociali aperte, diviene debole e violento. Allora l’anima si chiude in sé stessa, si isola per paura, ma allo stesso tempo soffre per la propria solitudine. Per abbassare le difese dell’anima è utile vocalizzare il mantra che scioglie le contraddizioni privando i termini opposti di significato.‒ Meditazione n° 214[5]

 

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Note

[1] Selene Calloni Williams, Diario di una sciamana, Piemme, 2025, p. 19

[2] Ibidem, pp. 19-20

[3] Nel volume “Daimon (Piemme, 2022) Antigone è protagonista del capitolo che esplora la guarigione dalle ferite del fallimento e del vittimismo. Si riporta un breve estratto su Ismene: Mia sorella Ismene fece allora un gesto estremamente coraggioso: disse a mio zio di avermi aiutata nella sepoltura del cadavere. Io però la smentii e l’uomo che Creonte aveva messo a guardia del corpo di Polinice confermò di avermi vista gettare terra sul cadavere da sola. Che cosa passò per la testa di mia sorella in quei momenti non lo saprò mai. La sua voce era molto agitata, tremava, anche il suo corpo vibrava. Forse, a spingerla fu il terrore di rimanere sola a portare il peso della grande tragedia che era stata la storia della nostra famiglia. Preferiva venire con me, ma era troppo tardi, non aveva voluto aiutarmi quando glielo avevo chiesto, adesso ormai doveva stare al suo posto e Creonte glielo fece ben capire con poche parole spietate.” (pag. 87)

[4] Nella tragedia “Edipo re” del tragico greco Sofocle (496 a.C. ‒ 406 a. C.) la regina Giocasta, appresa l’orrenda verità del figlio-sposo Edipo (il figlio esposto perché l’oracolo di Delfi aveva annunciato a Laio ‒ il padre ‒ la morte per mano del figlio) si impiccò. Estratto:II Nunzio: «[…] Quanto, tutta turbata, ebbe varcato la porta del vestibolo, puntò direttamente al talamo nuziale, strappandosi i capelli con entrambe le mani. Come entrò, chiuse da dentro la porta, ed ecco che chiamava Laio, spento da tempo, e quei remoti amplessi rammentava, per cui quello era morto, lasciando lei che generasse al figlio una dannata figliolanza. E pianti faceva su quel letto, dove duplici erano stati i suoi parti: un marito dal marito, e da un figlio figli. Come, dopo questo, morì non lo so più. Edipo infatti si precipitò dentro gridando, e non ci fu possibile, per causa sua, vedere fino in fondo le rovine di lei; non guardava che lui, che s’aggirava avanti, indietro. In quel vagare, ci chiede una spada, e poi dove trovare quella moglie-non moglie, quel materno solco, duplice, di lui, dei figli. Era fuori di sé. A indicarglielo è stato qualche dio, non un uomo, nessuno di noialtri che stavamo lì presso. Con un urlo spaventoso balzò contro la porta a due battenti, come se qualcuno lo guidasse, divelse dai sostegni i serrami, facendoli curvare, e piombò sulla stanza. E là vedemmo impiccata la donna, in un intrico di lacci attorti. […]»” (Sofocle, Tutte le tragedie, Edipo re, Newton Compton Editori, 1991, curato da Filippo Maria Pontani, p. 146)

Invece il tragico greco Euripide (480 a.C. ‒ 406 a. C.) nell’opera “Fenicie” fa sopravvivere Giocasta sino alla morte di Eteocle e Polinice, dipinge infatti la regina intenta a pugnalarsi sui loro corpi esanimi. Questa versione è stata ispirata dal mito raccontato dal poeta greco Stesicoro (630 a.C. – 555 a.C.). Estratto:II Nunzio: «[…] Insieme entrambi esalarono l’anima, la travagliosa vita. Ma la madre, vedendo questo, al colmo del dolore, trasse da quei cadaveri la spada e fece un gesto insano: immergere il ferro nel collo e giace morta fra i suoi cari, cingendo l’uno e l’altro con le braccia. […]»” (Euripide, Tutte le tragedie ‒ Volume II, Fenicie, Newton Compton Editori, 1991, curato da Filippo Maria Pontani, p. 157)

[5]  Selene Calloni Williams, 1 minuto al giorno, meditazioni quotidiane, Piemme, 2024, p. 121

 

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