La cugina Betta di Honoré de Balzac: la parente povera
Honoré de Balzac inserì “La cugina Betta” nel ciclo “I parenti poveri”, insieme a “Il cugino Pons”. Un terzo parente indigente, di cui al momento non rimembro il codice fiscale, doveva far parte della trilogia.

Gran parte dell’opera letteraria di Honoré è inserita nella Commedia Umana, che è una miriade di pezzi letterari di svariata forma e dimensione. Ogni autore è un se stesso allargato, che si espande esistendo e stabilendo un rapporto ambiguo coi propri personaggi. Il che vale anche per gli artisti figurativi. Si pensi a Michelangelo che, si dice, diede un colpo di martello a un ginocchio di Mosè, urlandogli: Perché non parli? È quasi di certo un mito che, finché gira, genera sgomento. Honoré, allorché scriveva, probabilmente soleva dire a La cugina Betta (che lui chiamava anche: Lisabetta, la signorina Fischer, la lorenese, ma soprattutto la zitella: e queste sono le traduzioni dal francese di Ugo Dettore): perché parli così tanto e per lo più a sproposito?! Spero per lui che si rendesse però conto che Betta era una maschera che si limitava a recitare quel che lui le suggeriva, celato nel gobbo del teatro in cui la commedia venne rappresentata la prima volta. Che non fu il quotidiano Le Constitutionnel in cui venne pubblicata all’inizio, bensì il “bonheur-du-jour” – termine che Ugo mantiene nella lezione francese – in cui egli vergò la sua opera, che doveva essere, come leggo nell’Introduzione al romanzo, ben più breve.
Poi qualcosa scattò: e l’amore, l’affetto, il disprezzo, il rancore, non credo l’odio di Honoré nei confronti della zitella crebbe a dismisura per cui il romanzo, nonché il gregge dei lettori, ne patirono le conseguenze. Etimo di zitella: deriva dal germanico zitse: comparso tardi. In cilentano zito è il giovane non ancora sposato. Ho conosciuto qualche pixuntiano che portava Zito di cognome e la cosa mi turba un po’. Honoré usava il termine la vieille fille, che zitella è in francese. Una zitella diventa talvolta la mamma adottiva di qualcuno e, se non trova nessun altro, di se stessa. Quasi ognuno di noi è uno zito, un giovane alla ricerca di qualcuno su cui riversare l’amore, nonché le proprie problematiche. Sono poco oltre la metà della lettura del romanzo e mi sento di affermare che quasi mai mi sono imbattuto in un personaggio meno atarassico di Betta, la quale, passionalmente, ama, adora, spia, cattura, adopera. Non ce la fa a essere indifferente. Semmai odia. Si tratta di passioni complementari. Se amo qualcuno, proverò odio per chi vuole sottrarmelo. A meno che non capisca che la lontananza fisica sia essenziale alla sua esistenza. Un buon genitore ama la sua prole al punto di desiderarne la sua dispersione cosmica, purché essa le rechi un pizzico di felicità. Soffrirà per la sua assenza ma, se è saggio, se ne farà una ragione. Si dirà: quello è il suo destino, come il mio lo fu di allontanarmi da casa alla ricerca di me stesso e, eventualmente, di qualcuno con cui imbastire una relazione umana.
Per quanto la Bettina, nell’Introduzione, sia definita come una sorta di creatrice d’entropia, di caos, di malessere, io, giunto a pagina 330, sto sospendendo il giudizio. Ma chi sono io, a giudicare? Eppure sento che lo dovrò fare, alla fine, obtorto collo. Forse. Già ora mi sento d’affermare che la società da te descritta, Honoré, se ci vivessi in mezzo, mi farebbe venir voglia di rifugiarmi in un’isola deserta, insieme a quei Robinson e Friday, ove assumerei volentieri il nome di Weekend, cosicché potrei vivere marcusaniamente in santa pace, pur accompagnando ogni tanto i miei compagni di s-ventura alla ricerca di qualche buon cibo. Nell’eventuale carenza di libri, mi costruirei un baracchino su cui m’azzarderei ad abbozzare le mie assurde piolate. La carenza di altri mezzi di comunicazione che non fossero letterari, mi lascerebbe quasi indifferente. E poi m’accanirei a descrivere quel quasi. Poso la virga… e la ripiglio in mano, il dì seguente.
M’è sorta in mente una banalità: la Verità è un’illusione che si può lambire. Michelangelo forse giunse ad abbracciarlo, quel Mosè e mai lo violentò col martello, seppure gli fosse venuta talvolta in mente di farlo.
Una descrizione di Betta a pagina 71: “Era una di quelle esistenze anonime, entomologiche come ve ne sono in certe case nelle quali si viene a sapere che…” – che qualcuno, nel suo piccolo, esiste un po’, a volte tanto. E, qualche pagina dopo: “La vecchia zitella manifestava tutta la tenerezza di una brutale ma genuina maternità…” – nei confronti d’un giovane artista straniero che “… subiva, come un figlio rispettoso, la tirannide di una madre…” – la quale gli donava di cuore l’opzione di esistere e di creare le sue inclite opere. Di fronte a certe sue letali paure, ella gli diceva: “… Oh! non vi lascerò morire. Io ho vita per due e, se sarà necessario, vi infonderò il mio sangue.” – Honoré, tu lo definisci “il povero esiliato”, specificandone l’origine: “livone” – termine quasi arcaico: la Livonia, dal 1918, non è più un’unità territoriale a sé, bensì una parte integrante d’altre nazioni. Per chi ha il culto dei confini e delle indipendenze raccomando un viaggetto da quelle parti. Il “livone” deve la vita alla “zitella”. Non mi va di spiattellare in che modo ciò accadde, perché basta leggerti, caro. La lorenese le offre ogni forma di sostentamento, tanto, prima o poi, pensa, lui la ripagherà.
Quando lui le offre l’amicizia, Lisabetta gli risponde: “Oh no, sono troppo gelosa e vi farei infelice, ma sarò volentieri una specie di camerata.” – dallo spagnolo cámara, dormitorio, in cui la signorina Fisher potrà ben volere all’adottato pargolo. A pagina 119 Betta spiega con ricchezza di particolari la propria vita, contrapposta a quella della cugina “Adelina” – a cui erano elargiti tutti gli agi, mentre, a lei, spettavano di diritto solo le umiliazioni. Lasciamo perdere, al momento? Va bene, ma urge un accenno alla sua umanità: “Si sentì venire le lacrime agli occhi e si interruppe. Tanta sensibilità in quella donna di zolfo e di fuoco fece rabbrividire la signora Marneffe.” – e anche me. Riascolta un po’, franco amico mio, ‘sti tuoi regionalismi (ora che stai discettando su “l’odio e la vendetta”): “Questi sentimenti, che sono sempre accompagnati dall’amicizia e dall’amore spinto all’assoluto, sono conosciuti solo in paesi inondati dal sole…” – ehi, trovamene uno che non lo sia! – “… Ma Lisabetta fu soprattutto donna della Lorena, cioè decisa a ingannare.” – mah! Questa la gusto di più: “Nelle rivoluzioni, come nei naufragi, i valori solidi vanno a fondo e le cose leggere salgono alla superficie.” – bene… e male! E chi si contenta gode, vero?: “Per vivere un’altra ora come quella avrebbe venduta l’anima al diavolo.” – il quale la usa e l’abusa, l’anima, senza mai possederla interamente, per contratto che si sottintende divino. E qui urge un ulteriore: mah!
Quando l’unione fa la forza: “Lisabetta pensava, la signora Marneffe agiva. La signora Marneffe era la scure, Lisabetta la mano che la impugnava.” – e mo’ che faccio, salvo pure questa?: “L’amore e l’odio sono sentimenti che si alimentano da soli; ma fra i due l’odio ha la vita più lunga.” – per cui si gode la reversibilità del con-sorte. E: “Spesso la menzogna vale più della verità.” – essendo più dinamica.
Pagina 230 de La cugina Betta: “Qualche lacrima brillò negli occhi di Ortensia e Betta la succhiò con lo sguardo, come una gatta che beve il latte.” – che talvolta preferisco al vino. Poco dopo, dico a te, Honoré, parli di “maternità cerebrale”: l’artista livoniano (il cui nome di battesimo è Venceslao) è materno, allorché crea. È fi(g)liale al momento della pappa. Ma “Il lavoro costante è la legge dell’arte come quella della vita, perché l’arte è creazione idealizzata.” – non esiste, perciò, nella realtà? O solo al momento del primo vagito? E pure allorché viene recepita?
A pagina 307, contrapponi al “matrimonio”: “I libertini, eterni ricercatori di tesori” – e li paragoni agli “altri malfattori”. E questo non lo definisci “un sermone morale”, bensì spieghi che “questa scena porta con sé insegnamenti morali suoi propri e di vario genere.” – leggetela, ziti e zite: è sita nella pagina suddetta.
65 paginette dopo si pone in rilievo la figura predominante del romanzo che, ahimè, non è di alcuna etnia: è l’Argent, ‘sto Signorotto tanto amato e indifferente! Simile a quel Dio degli Eserciti tanto esaltato nel Pentateuco, il quale ci guida alla Terra Promessa, ovunque essa sia localizzata! E poi discorri su “Celestina e Ortensia” – le figlie di quei due rivali che puntano al medesimo premio (l’amore di una fatal baronessa) e tu le contrapponi, da quel vero Maestro che sei. Una è “Bella, traboccante di vitalità, vivace, allegra e spiritosa…” – mentre l’altra è “malinconica, dolce e calma, sempre eguale come la ragione, sempre pensosa e riflessiva…” – tanto che “… avrebbe fatto credere di nascondere pene segrete…” – e tu, mio Onorato, usi ‘sta espressione: “oceano umano” – sì. Lì noi ci sguazziamo un’esistenza intera… anche tu, no? Ah ah ah… scrivi, a pagina 401: “la cugina Betta, la vergine saggia” – dall’indoeuropeo verg, rigoglioso. Saggio deriva da sapidus: e questo a me pare un ossimoro!
È arduo individuare chi sia il più buono, in questo romanzo La cugina Betta. Ma, Betta, sapiente lo è. È colei che si accorge meglio delle situazioni e che scorge con maggiore finezza le coscienze altrui. Poi scriverai di lei: “… quella paurosa strega presentita da Shakespeare e che sembrava conoscere Shakespeare.” – e da chi mai ne avrà sentito parlare? Dopodiché formuli la diagnosi: “oggi la legge fa del denaro un’unità di misura universale e lo ha preso come base della capacità politica!” – ma che dici!
E, intanto, “la vita procede a forza di grandi oblii.” – deleo ergo spero!
Nelle ultime due righe di pagina 464 sono officiati i funerali della virtuosa zitella: “seguiti dalla famiglia in lacrime.” – come scrissi in un disperso foglietto quand’ero ancora zito: l’entropia è quasi peggio di mia zia!
Prima di congedarmi dalla gentile utenza, offro un’alternativa. In casa ho rinvenuto una diversa edizione dell’opera: sempre della Rizzoli (B.U.R.), terza edizione: la prima fu del 1953. L’ho dovuta talvolta sfogliare in quanto nel testo che stavo leggendo spuntavano degli avvisi di nota privi del corredo documentale. Un esempio è quell’1 a pagina 413, ove si accenna a “una sorta di contessa di Pimbêche”. Al medesimo numero di pagina della più vetusta edizione scopro poi chi cavolo sia.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Honoré de Balzac, La cugina Betta, Rizzoli, 1978
