Bernard Plossu: il fascino del mosso nella fotografia

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Bernard Plossu nasce nel 1945 a Da Lat, città del Vietnam meridionale situata a circa 1.500 metri di altitudine. Fondata dai francesi all’inizio del Novecento e conosciuta per il suo clima mite come la “Città dell’eterna primavera”, Da Lat faceva allora parte dell’Indocina francese.

Bernard Plossu fotografie
Bernard Plossu fotografie

Quella di Plossu non è certo una vita sedentaria. A tredici anni, durante un viaggio nel Sahara con il padre, scatta le sue prime fotografie. Studia all’Università di Parigi e successivamente all’Università Americana di Città del Messico, sviluppando una vocazione che lo porterà a fare del viaggio e dell’osservazione del mondo il centro della propria ricerca artistica.

Poco più che ventenne fa parte di una spedizione inglese nella giungla del Chiapas e nel 1979 pubblica Le voyage mexicain, opera che suscita immediatamente grande interesse. Plossu non cerca la riproduzione esatta e impeccabile della realtà: scegliendo spesso macchine fotografiche semplici ed economiche, privilegia la restituzione dell’esperienza vissuta, delle condizioni atmosferiche e della percezione del momento. Ecco allora che il mosso e lo sfocato non sono errori da evitare, ma testimonianze autentiche del muoversi lungo strade sterrate, del vento impetuoso, della pioggia scrosciante, della luce incerta e resa variabile dalle nuvole.

Quello che per altri fotografi rappresenterebbe un difetto, diventa per lui uno strumento espressivo. La fotografia che meglio racconta il reale è per lui quella che conserva le tracce dell’esperienza vissuta. Mentre molti ricercano lenti perfette, filtri sofisticati, tempi rapidissimi e pellicole ad alta sensibilità, Plossu si preoccupa soprattutto di restituire l’impressione che l’occhio umano coglie con i suoi limiti, senza artifici e senza abbellimenti.

Nel 1967 si trasferisce in California e lavora come reporter negli Stati Uniti, in India e in numerosi paesi africani. Dieci anni più tardi si stabilisce a Taos, nel New Mexico, e partecipa alla fondazione della rivista Les Cahiers de la Photographie, insieme ad altri importanti fotografi.

Nel 1988 una mostra al Centre Pompidou di Parig ‒ subito seguita da numerose altre esposizioni internazionali ‒ lo consacra definitivamente presso il pubblico europeo. In seguito vivrà in Andalusia e poi nella Francia meridionale, dove risiede tuttora.

A partire dai primi anni Ottanta e per oltre trent’anni, Plossu viaggia spesso in Italia, concentrando il proprio sguardo sulle comunità delle piccole isole. Quasi sempre sceglie di arrivare alla fine dell’estate, quando il sole più feroce lascia spazio a cieli nuvolosi, temporali e atmosfere malinconiche. È proprio in queste condizioni che la sua fotografia trova la sua espressione più poetica e autentica.

La sua è una ricerca di luoghi dove il tempo sembra essersi fermato, dove il mare continua a essere compagno dell’uomo, fonte di sostentamento ma anche presenza potente e imprevedibile. Le immagini di Plossu non catturano semplicemente un paesaggio o un dettaglio: cercano di trattenere un’atmosfera. Ecco il mosso del mare, dei marinai, dei ragazzi che giocano, delle donne che attraversano una piazza. Un percorso che sembra voler recuperare una dimensione più autentica dell’esistenza, un rapporto rispettoso con l’ambiente e una tranquilla semplicità che la modernità frenetica rischia di cancellare.

Il materiale raccolto nel corso di questi viaggi è stato recentemente esposto in più occasioni e raccolto nel volume L’Odyssée dans les petites îles italiennes, pubblicato nel 2024. Il riferimento all’Odissea non rimanda tanto a un itinerario turistico quanto a un viaggio interiore, a un susseguirsi di incontri, esperienze e scoperte personali.

Proprio da questo lavoro “EXPOSED Torino Photo Festival” ha tratto, nel 2026, una mostra ospitata presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, riaperto nel 2024 dopo oltre dieci anni di chiusura. Le fotografie esposte, realizzate con stampe ai sali d’argento d’archivio, colpiscono per la loro apparente semplicità e per la forza evocativa che riescono a sprigionare.

Una Capri quasi deserta, abitata soltanto da un cane addormentato al sole davanti a una saracinesca abbassata e dall’ombra lontana di un uomo; l’insegna che indica un telefono pubblico; l’ombra di una croce proiettata sul selciato.

Ischia, dopo un temporale o una mareggiata: una barca tirata in secca sembra dialogare silenziosamente con le case e con l’acqua che le lambisce.

A La Maddalena, nel 2002, tre giovani marinai in uniforme bianca percorrono una strada assolata. Sempre a La Maddalena, alcune persone attendono alla stazione ferroviaria. La stazione non si vede: restano soltanto vecchi binari, poche figure sparse, nessun bagaglio, nessuna relazione apparente tra i passeggeri.

Di Linosa è invece l’immagine essenziale di una pietra vulcanica e di una lucertola su un muro, con il mare che appare lontano e sfumato in lontananza. Anche qui il soggetto reale sembra essere il tempo sospeso.

Nel 1987, Stromboli è protagonista di uno dei più celebri mossi di Plossu. Sullo sfondo il mare e l’isola; in primo piano, sfocati, una madre con il figlio in braccio. Il bambino sembra protendersi verso l’osservatore, curioso e fiducioso, mentre la donna, vestita di nero, lo stringe a sé accelerando il passo e lanciando uno sguardo severo. L’immagine è tecnicamente imperfetta, ma emotivamente potentissima.

Sempre a Stromboli siamo portati all’approdo di un traghetto, trattenuto da un grosso canapo ormai logoro. L’occhio cade su un uomo che trasporta un pesante televisore a tubo catodico: un frammento di quotidianità che oggi appare già appartenere a un’altra epoca.

A Lipari, nel 1988, alcuni ragazzini pescano sul molo con rudimentali canne da pesca. Non sembrano giocare: la loro attenzione è seria, concentrata. Le biciclette giacciono abbandonate a terra, dimenticate per qualche ora. È un’immagine che racconta l’apprendimento silenzioso della vita adulta.

Quasi tutte le fotografie di Plossu parlano, con discrezione e senza retorica, di solitudine, attesa, abbandono e memoria. Talvolta affiora una sottile ironia, ma prevale un senso di quiete sospesa. È un silenzio nel quale non si sente nemmeno il rumore delle onde o il soffiare del vento.

Le immagini invitano a rallentare e a guardare. Non si rivolgono al futuro, ma a ciò che rischiamo di dimenticare: luoghi, gesti, relazioni e valori che si sono consumati lentamente nel tempo. Ed è proprio questa capacità di trasformare l’imperfezione tecnica in verità poetica a rendere Bernard Plossu uno dei fotografi più originali e riconoscibili della sua generazione.

 

Written by Marco Salvario

 

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