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Sardegna da scoprire: la Reggia Nuragica di Santu Antine ed il Nuraghe Oes

La prima volta che lo vidi puzzavo ancora di uniforme.

Avevo iniziato a studiare da comandante di esseri umani, senza alcuna voglia di farlo ma nella convinzione che in un mondo dove o si comanda o si ubbidisce fosse meglio comandare.

Nuraghe Santu Antine – Sardegna

Ma questo mio non troppo entusiasmante impegno non mi levava la voglia di continuare a studiare e, sopratutto, a cercare, esplorare, visitare gli oggetti dei miei studi.

In quanti cunicoli mi sono infilato? Non lo so, quante città antiche, in Italia, in Europa ed in Africa ho visitato? Tante e di ognuna conservo un ricordo, un odore, lo scorcio di qualche rovina, o la nenia di qualche guida a ricordarmele.

Ma quella prima volta fu memorabile.

Avevo la mia prisca automobile, comprata coi primi, sudati guadagni e, al fianco, la mia fidanzata, quella che poi sarebbe diventata mia moglie. Eravamo in vacanza in Sardegna, come sempre, appena potevo e, quell’anno, decidemmo di esplorare i posti che ci incuriosivano di più.

Cosa mai può incuriosire un giovane se non il nome evocativo di “Valle dei Nuraghi”?

Prendo macchina, fidanzata, imprescindibile pila e bottiglia d’acqua e via, si parte. Determinato e deciso, cambio strada almeno tre volte, vuoi perderti Ittireddu, il suo vulcano, i resti del ponte romano e i mille affioramenti archeologici che caratterizzano il territorio di quel piccolo paese? Non sia mai.

Meno male partimmo presto. Del resto solo con la luce dell’alba puoi distinguere certe sfumature, colori diversi sul terreno, indici di rovine sepolte sotto la verde erbetta che le pecore brucano.

Comunque sia, tra una sosta e l’altra, arrivammo alla Reggia Nuragica di Santu AntinePreciso, non era come oggi, con la cooperativa a guidare i turisti, con gli ingressi sbarrati da cancelli e catene.

Nuraghe Santu Antine – Sardegna

Si entrava, come dovrebbe sempre essere, se chi visita fosse civile, come facevano le pecore del pastore che aveva il terreno li vicino, passando dallo stretto varco, quasi nascosto e invitante, aperto tra le spesse mura del cortile.

Il nuraghe è splendido, con i suoi corridoi che si assomigliano tanto all’Antro della Sibilla di Cuma, solo meno famosi.

Mi immagino quei corridoi intonacati, con le feritoie quasi rasenti al suolo ed i suoi antichi utilizzatori, addormentati, durante un rito di incubazione, dalle droghe offerte loro dalle sacerdotesse della Dea Madre.

Forse, mi immagino, erano giovani che stavano partendo per una delle tante guerre combattute dai miei antenati per tutto il mondo conosciuto di allora.

Poi la sala centrale e la scaletta che porta su, al primo piano, da dove si vede l’intero mondo per cui era stato costruito quel monumento.

Si dice che, dalla cima di Santu Antine, si possano vedere cento nuraghi, un’immensa città, se pensiamo ai nuraghi e alle capanne che li circondavano, distanti poche decine di metri o qualche centinaio al massimo, l’uno dall’altro.

Niente di paragonabile al Sinis ed ai sui più di duecento nuraghi ammucchiati in pochi ettari, ma, vi assicuro, non meno scenografici. Se poi aggiungete il fatto che Hafa, la città romana di presidio a quel territorio è ancora da riportare alla luce, il mistero si fa intrigante.

Ma quello che attira l’occhio, dalla cima della Domo de su Rej, è il Nuraghe Oes, distante forse solo ottocento metri dalla Reggia. Distanza brevissima, vista la grandezza dello stesso.

Nuraghe Santu Antine – Sardegna

Non pongo tempo in mezzo e parto, incosciente come sono sempre stato. C’è una linea ferroviaria da attraversare, ma è solo una linea ferroviaria sarda, cioè con pochi treni, lenti e vecchi, a percorrerla, quindi salto i binari e via, per la campagna, seguito dalla mia fidanzata, sempre più preoccupata.

Si vedono solo greggi e cani da pastore, in giro. Ma tranquilli, in Sardegna, anche se non vedete nessuno, almeno quattro paia di occhi spiano voi, sempre.

Il nuraghe Oes è bello e misterioso. Sarà per l’aria di abbandono che non riesce a scalfirne l’orgogliosa mole, o la dignità della sua architettura. Ovviamente non è stato scavato. Non lo era allora e, temo, non lo è oggi, ancora.

Perciò, crollato l’ingresso, tocca scalare le mura ciclopiche ed entrare nel nuraghe dal corridoio, al primo piano. La mia fidanzata, getta la spugna, intimidita. Convincerla ad infilarsi nel buio corridoio, in discesa, che sembra porti al centro della terra si rivela impossibile. Per lei, ma non per me.

Armato della mia fedele pila scendo, testardo. La polvere dei millenni, finissima, balla davanti alla luce della pila, pigra e quasi scocciata.

Mi sembra di scendere per un tratto lunghissimo, invece saranno al massimo dieci metri di pendenza, prima di arrivare alla sala centrale del nuraghe. La falsa volta è integra e bellissima.

Mi fermo un attimo, mi pare, ad osservare, in un silenzio innaturale, la grande sala centrale e la polvere che ho sollevato. Scorgo, quasi completamente coperti dalla terra, le anse di vasi, di chissà quale epoca.

Nuraghe Oes – Sardegna

Respiro quell’aria ferma ma fresca poi risalgo.

La mia fidanzata è quasi disperata, i pochi minuti che pensavo di aver trascorso nel cuore del nuraghe Oes, scopro, erano quasi tre quarti d’ora, nel tempo reale.

Il mondo, sotto il cielo nuvoloso che mi accoglie, sembra diverso, più antico e amico.

Malvolentieri ripercorriamo la strada verso la Reggia.

Beviamo un poco d’acqua, un ultimo sguardo e risaliamo in macchina.

Ritorniamo a casa.

Non abbiamo visto nessuno, in tutta la giornata passata a Santu Antine.

 

Written by Salvatore Barrocu

 

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Sardegna da scoprire: Tula, la storia di uno scavo archeologico

Ho deciso da tanto tempo di parlare solo di quello che ho visto, sentito e toccato di persona.

 

Tula – Sardegna

A volte non basta studiare sui libri, in Italia non basta mai, in verità, ma serve sentire atmosfere, suggestioni, odori e sapori, per capire cosa si sta studiando.

L’ultimo scavo archeologico a cui ho partecipato è stato vicino al paese dove sono nato.

Uno scavo importante, non tanto per i soldi impiegati, ridicolmente pochi, né per la voglia che aveva la Soprintendenza di farlo, lo scavo.

Come sempre era più forte l’intenzione di dirottare i pochi soldi destinati all’esplorazione del sito verso altri, più comodi, luoghi di lavoro, per gli archeologi, tipo il museo da aprire in paese, in eterna attesa di fondi e permessi.

Ma i musei vanno riempiti, alla fine, e quindi scavare diventa essenziale. Faticoso, scomodo, irritante, ma essenziale, anche per le Soprintendenze. Così, entusiasti noi e svogliati loro, grazie alla testardaggine del Sindaco, iniziammo lo scavo.

Il Sito di Tula era, ed è, spettacolare. Un vero castello del terzo millennio A.C.

Una muraglia megalitica lunga circa 160 metri, alta nel punto meglio conservato più di quattro metri, con un terrapieno di camminamento, proprio come i castelli, e, sorpresa delle sorprese, un antemurale, alto un paio di metri, in antico, anch’esso col camminamento per le guardie.

Chi lo costruì aveva intenzione di sorvegliare la Via dell’Ossidiana, che dal Monte Arci portava la preziosa pietra fin su nel Nord Europa.

Il primo giorno ci parve un lavoro disperato, quello che ci attendeva. Scavare la Fortezza, aprirne gli ingressi, murati volontariamente da chissà chi, o intasati dalla terra accumulatasi nei millenni, scavare nei corridoi ormai pieni di terra avrebbe richiesto ben altre forze che quattro paia di braccia. In fondo, il sito, pareva ancora, dopo la pulizia dell’esterno e lo scavo preliminare fuori dalla muraglia, solo una collina di terra.

Certo la pulizia ci aveva già permesso di accumulare una gran quantità di reperti. Pesi di telaio a decine, resti di ceramica, nuragica, a chili e, sorpresa un po’ macabra, una vertebra umana, corrosa dal tempo, sepolta da un cumulo di detriti appena fuori le mura.

Mi sono sempre chiesto perché si debba scavare, in Sardegna, a luglio e agosto. La temperatura sale fino a livelli insopportabili.

Tula – Sardegna

Nella piana di Chilivani, poi, un catino circondato dai monti, l’aria rovente stagna ed il lago, lì accanto, riempie l’aria di insopportabile umidità. Coprimmo le postazioni di scavo, mi ricordo, con fronde rubate ai cespugli che colonizzano l’altopiano dove sorge la Fortezza, ma i 43 gradi di quel luglio, vi giuro, non li potrò mai scordare. Comunque procedemmo con grande efficienza, lo ammetto con orgoglio.

Il corridoio nord, quello che ci incuriosiva di più, venne vuotato fino a metà, e li trovammo, sorpresa delle sorprese, la sepoltura di un alto ufficiale bizantino, col suo vaso decorato, messo lì in offerta, integro e sigillato.

Certo, il corpo non c’era più, magari la vertebra che avevamo ritrovato era l’unica cosa rimasta di quel povero essere, ma la fibbia del cinturone che aveva retto la sua spada bastava a qualificare il sepolto.

Non ho mai saputo cosa contenesse il vaso funerario e, probabilmente, non lo saprò mai. Portato via immediatamente e nascosto in chissà quale sotterraneo, come molta della nostra Storia.

Poi dissigillammo il resto del corridoio Nord.

Questo compito me lo assunsi io, levando con cura ogni pietra. Fui fortunato, lo ammetto. Il sigillo si rivelò antico, del Bronzo Medio, e dentro il corridoio chiuso, lungo più o meno tre metri, una favolosa, bellissima incisione, impressa sulle pareti megalitiche da chissà quale mano. Sul fondo, il pavimento dell’antico corridoio, resti di ceramiche del XVI sec A.C.

Nemmeno un alito di vento ci viene in soccorso, nei giorni finali dello scavo.

L’euforia dei ritrovamenti non ci fa sentire la fatica, ma la sete, la polvere e le mosche ci perseguitano. Siamo a meno di tre chilometri dal paese, dalle nostre case, eppure ci sentiamo lontani millenni, isolati dal mondo che ci circonda. Ci sentiamo un gruppo di naufraghi del tempo, uniti da una esperienza irripetibile.

L’archeologo responsabile si fa vedere poco, il giovane sostituto è, appunto, giovane ed il mio lavoro, sorvegliare che gli scavi si svolgano secondo le regole ed in sicurezza, non è facile.

I Carabinieri, che non capiscono nulla di quello che stiamo facendo, vengono spesso a disturbarci. Non sono in grado di distinguere un coccio nuragico dal vaso da notte della nonna, ma hanno il potere di mettere il becco nel nostro lavoro. Pazienza occorre, tanta!

Tula – Sardegna

Come chiunque abbia fatto scavi archeologici sa, i ritrovamenti degli ultimi giorni sono quelli che ci esaltano di più. Sarà forse perché sono la promessa, l’esca, per i prossimi scavi. Così riusciamo a datare il sito, l’ultima settimana di lavoro, quando agosto volge al termine ed il tempo si gira, portando l’agognata frescura.

In fondo ad una capanna antichissima, utilizzata come base per uno dei primi tentativi di costruire un piccolo nuraghe, finalmente tre piccoli pezzi di un vaso della civiltà di Monteclaro. Evviva!

Nel frattempo, esplorando i dintorni, scopro una Tomba dei Giganti, costruita allungando un antichissimo Dolmen, sepolta sotto un cumulo di terra. Puliamo anche quella dall’oltraggio dei millenni, ma è solo un lavoro preliminare.

Poi l’ultima sorpresa, uno dei nostri si allontana per imboscarsi tra la macchia mediterranea e ritrova un Dolmen ancora integro. Una breve esplorazione  e scopriamo un’intera necropoli, vecchia di quattro millenni, che mai mano d’uomo ha profanato.

Ma gli scavi sono finiti. Io ho finito.

Credo che i quintali di reperti portati alla luce, come l’incisione del resto, aspettino ancora di essere studiati, dopo dieci anni. I tempi dell’archeologia italiana rischiano di far diventare reperti archeologici anche noi che li abbiamo trovati, prima che vangano studiati.

Certo, ho anche sperato che si riprendesse a scavare ma per anni e anni di anni non si è fatto nulla. Peccato, il sito, l’incisione, la necropoli, la Tomba dei Giganti renderebbero Sa Mandra Manna uno dei siti archeologici più importanti ( e visitati) d’Europa, se i nostri politici piccoli e grandi, i nostri archeologi, avessero un po’ più voglia di fare, gli uni il bene della comunità, gli altri solo il loro lavoro. Ma la scusa è sempre la stessa “Mancano i soldi” e la voglia di trovarli, aggiungo io.

 

Written by Salvatore Barrocu 

 

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Sardegna da scoprire: la storia dimenticata dei Caddos Birdes permane nello stile mozarabico di Sassari

Parlare della Sardegna, è facile, vista la sua bellezza. Poi, ormai, chiunque può arrivarci, sempre se disposto a sottostare ai taglieggiamenti di compagnie navali o aeree.

Sos caddos birdes – Lodè

Conoscere la Sardegna, invece, può risultare un po’ più difficile.

Socievoli ma chiusi, accoglienti ma discreti, i sardi non danno confidenza a nessuno, in genere. Bere un bicchiere di birra assieme ad uno di loro non significa esserne amici.

Così la Storia di quest’isola, come i suoi abitanti, è davanti agli occhi di tutti, ma in pochi arrivano a capirla.

Anche noi sardi non ci riusciamo, molte volte.

Allora voglio raccontarvi la nostra storia come me l’hanno raccontata i miei genitori ed i miei nonni.

Sos Mannos, gli Antenati che, nella traduzione errata di chi è arrivato dal mare, diventano i Giganti. Ma Sos Mannos, in Sardegna, sono i venerati progenitori, grandi in onore e in opere, anche se non di statura.

Certo, abbiamo leggende sui giganti, chi potrebbe aver costruito i possenti monumenti che plasmano il paesaggio dell’Isola se non Giganti? Dimentichi dell’ingegno dei nostri avi, ci immaginiamo esseri diversi per spiegare la nostra piccolezza attuale.

Ma giganti erano, nell’ingegno, quelli che progettarono e innalzarono al cielo i Nuraghi, costruirono Tombe per i loro Eroi, scavarono monumenti perfetti per le loro Fonti Sacre.

Ognuno di noi, indegni eredi di tanta civiltà, conosce la propria storia in un modo diverso.

Ecco, io vi racconterò la mia, la maniera di vedere la Storia, come l’ho imparata dai racconti dei miei antenati e dalle pietre dove giocavo da bambino.

Ci vorrà un po’ di tempo, mettetevi comodi e, se volete, continuate a leggere, oggi e nelle settimane a venire. E, come in tutte le storie, da qualche parte bisogna pur cominciare. Non inizierò dalla notte dei tempi, tranquilli.

C’è una leggenda che gira per il Nord Sardegna, vi racconterò questa favola e la Storia da cui è nata, seguitemi con indulgenza, divento logorroico quando parlo della mia Terra.

Basilica San Gavino – Porto Torres – Cattedrale Giudicale

Ogni bambino del Logudoro, dell’Anglona e della Romangia conosce la storia dei “Caddos Birdes” dei “Cavalieri Verdi”.

 A me la raccontò mio padre, un giorno che, passeggiando sulle sponde del lago Coghinas, indicandomi le terre di famiglia, allagate nel 1924 per creare quel bacino artificiale, mi spiegò che li sotto, oltre alle nostre radici, c’era un villaggio sommerso, San Pietro di Ossona.

Passeggiando mi disse che quel paese, antichissimo, era stato distrutto, in un passato lontano, dai Cavalieri Verdi, discesi dall’Anglona, in una turbinante, fulminea carica.

Poi, del paese, fu ricostruita solo la chiesa, sacrificata al progresso, mai arrivato però, insieme al futuro di molte famiglie.

Chiesi chi fossero mai, questi cavalieri verdi, ma lui non seppe rispondermi. “Questa è la storia che mi raccontò mio nonno. Non feci domande perché, come tutte le storie che si raccontano ai bambini, sono solo “contos de foghile” racconti per tenerci buoni.” mi rispose.

Io sono curioso e, a differenza sua, di domande ne ho fatte e me ne sono fatte fin troppe. Così, a furia di domande e letture, ho scoperto alcune cose.

I Cavalieri Verdi, usati nelle leggende per punire ogni atto ingiusto commesso da Majorales troppo avidi o regnanti ingiusti, hanno una corrispondenza storica altrettanto seducente.

Nel 1016 il Rennu di Torres, Giudicato ricco e potente, venne invaso dai cavalieri di Mujahid, Principe di Denia e delle Baleari, in cerca di una corona regale.

La Storia è parca di notizie, ma le cronache del tempo, arabe e cristiane, danno un’idea abbastanza precisa degli eventi.

Mujahid sbarcò uomini e cavalli presso Alghero e, in una battaglia decisiva, distrusse l’esercito del Giudice di Torres ed il suo esercito, uccidendo il Giudice stesso.

Iniziò così un’occupazione che durò sette anni. Dalla sua nuova base sarda, Mujahid tormentò Genova, Pisa e Luni, saccheggiando e distruggendo ogni cosa.

Duomo di Sassari

In questi anni, mentre le navi spagnole dominavano il Tirreno, la cavalleria del conquistatore imperversò per tutto il Rennu, mentre il novello Re costruiva la sua nuova capitale in un luogo non contaminato, religiosamente, da chiese e monasteri e ricco di acque.

Sassari, penso, non esisteva prima di quegli anni tranne che per qualche villa romana ormai diruta e i resti dell’acquedotto che dissetava Porto Torres, vera Capitale del Rennu.

Questi Cavalieri, coi loro cavalli agili, veloci e nervosi, colpirono molto i sardi, che amano, si sa, moltissimo i cavalli e rispettano chi li sa cavalcare.

I cavalieri musulmani vestivano di verde, il colore dell’Islam, e avevano verdi bandiere.

Dopo sette anni una grave epidemia, malaria si suppone, costrinse i conquistatori a rinunciare al regno appena conquistato, Mujahid tornò a Denia ed un nuovo Giudice si insediò a Porto Torres. Ma il Regno non fu più forte come prima ed era destinato a cadere appena un centinaio di anni dopo sotto le mire di avvoltoi arrivati dalla Terramanna.

Comunque gli arabi di Spagna ci hanno lasciato alcune eredità. L’architettura di Sassari, col cuore del Duomo in stile Mozarabico e le stradine strette e tortuose del centro storico, e la leggenda dei Cavalieri Verdi, che galoppano ancora per le nostre valli, seminando terrore, nei racconti dei vecchi.

 

Written by Salvatore Barrocu 

 

Info

Curiosità “Gawain and the Green Knight”

 

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Sardegna da scoprire: Si-Shar, il mercenario Shardana ucciso a tradimento mentre dormiva

Mi piacciono le belle storie.

Forse è per questo che mi piace la Storia. Non quella paludata, infarcita di date e inutili nozioni che insegnano normalmente nelle scuole, ma quella molto umana di donne e uomini che hanno plasmato il mondo, nei millenni.

El-Ahwat

Uomini visti con i loro pregi e difetti, eroismi e vigliaccherie, tradimenti e lealtà.

Oggi voglio raccontarvi una di queste storie, sospesa tra mito e realtà. Una storia che è scritta, a designare in eterno eroi e traditori, nel Libro dei Libri, la Bibbia.

Questa storia tocca da vicino anche l’isola di cui sono figlio e che è l’oggetto delle mie ricerche da sempre.

Seguitemi, con gli occhi della fantasia, in questo viaggio che pareva una fiaba ma che l’archeologia ha scoperto reale.

Ho conosciuto Sisara, o meglio Si-Shar, non in un libro di Storia, ma come spesso succede, durante la lezione di una materia che ha a che fare più con la superstizione che con la scienza, Storia delle Religioni. Ascoltavo un entusiasta professore, prete naturalmente, ci descriveva di come agiva il Signore per favorire il popolo di Israele, nell’Antico Testamento.

Rimasi colpito, ma non, come sperava il professore, in senso positivo. Sentendo la storia capirete il perché.

Si-Shar era uno di quei mercenari Shardana che, per volere di Ramsete III, pagati dal Faraone, occuparono Canaan, dopo che, respinti dall’esercito egizio, raggiunsero un accordo col Sovrano.

Era sicuramente uno dei giovani guerrieri che arrivarono, nel XII secolo A.C., su agili navi a due prore, in Oriente, con migliaia di suoi fratelli e decine di migliaia di alleati, in quelle terre.

Micene ed il suo impero vennero distrutti, il Peloponneso spopolato e bruciato, l’Impero Ittita sbriciolato e annientato, Canaan sconvolta.

Solo l’Egitto resse all’urto di questi Popoli del Mare.

Si-Shar era uno di questi guerrieri pirati, dunque.

Trovò in Canaan la strada per il successo e la ricchezza, affittando la sua spada e la sua abilità al Faraone prima e dopo al Re di Hazor, Jabin, che si era fatto re quando aveva capito che il potere Egizio era solo di facciata.

Ai mercenari sotto il comando di Si-Shar, non importava chi pagasse, purché lo facesse con dovizia e Hazor era ricca, centro vitale di scambi tra il nord ed il sud del Medio Oriente.

E ricco era Jabin, se poteva permettersi 900 carri ferrati, i cavalli necessari a muoverli e almeno 1800 mercenari che li montassero.

El-Ahwat

Si-Shar era il Generale che li comandava. Per venti anni questo esercito tenne libere le rotte commerciali tra Canaan e Gaza, che passavano lungo la linea costiera e all’interno, in piena Galilea. Parliamoci chiaro, Israele non esisteva, e neppure Giuda.

Esistevano re Cananei che amministravano regni più o meno grandi ed esisteva un Giudice che dirimeva, molto più a sud di Hazor, le questioni tra gli epiru che si erano trasferiti su quegli aspri altopiani, ad esercitare la pastorizia o una agricoltura di sopravvivenza.

In quegli anni era Giudice Debora, che amministrava il potere e la giustizia, sotto una palma, racconta la Bibbia, tra Rama e Bet-El. Gerusalemme era ancora un villaggio con le stradine infangate piene di escrementi delle pecore che la attraversavano.

A nord, in Galilea, c’era un condottiere israelita, Barak.

Anche nella descrizione biblica pare più un brigante di strada che un generale. Del resto, all’intimazione di Debora di attaccare Jabin, risponde con un seccoPerché non vieni tu, quassù, a combattere al mio fianco. Se non vuoi farlo tu che sei il Giudice, dovrei forse farlo io?” sottolineando il fatto che era facile, per il Giudice, dare ordini da sotto la sua palma.

Ma Debora era, nella descrizione biblica, una donna di carattere, fanatica quel tanto che bastava per piantare marito, orticello, palma e fedeli e partire verso nord.

L’esercito Epiru si accampò, dunque, sul monte Tabor.

Jabin, saputolo, ordinò a Si-Shar di eliminare una volta per tutte quelli che lui considerava solo dei briganti di strada e il Generale si mosse, da Haruset-Goim, con tutti i suoi carri.

Non ci sarebbe stata storia se non ci si fosse messo il destino in mezzo. Mentre si congiungeva alle truppe di rincalzo in arrivo da Megiddo, ingrossato da forti piogge, il torrente Rison fa impantanare i suoi carri e l’esercito di BaraK, dalle colline, ha buon gioco a scompigliare le fila nemiche.

Ecco, la storia in realtà inizia qui.

Si-Shar si ritira, fugge, dice la Bibbia, a piedi, verso Haruset-Goim mentre l’esercito sbandato si ritira nell’imprendibile Megiddo, molto più prossima.

Giaele Sisara – by Domenico Guidobono

Il dramma si svolge nell’accampamento di una tribù nomade, alleata col re Jabin, che aveva piantato le tende a qualche miglio di distanza dal luogo della battaglia.

Inseguito dai briganti di Barak guidati da lui stesso e dall’onnipresente Debora a sorvegliare la purezza ideologica delle uccisioni, Si-Shar chiede ospitalità, esausto e infangato a Eber il Kenita e a sua moglie Giaele.

Gli venne offerto latte caldo e un luogo per dormire ma, mentre era in un sonno profondo Giaele, con un piolo per tenda ed un martello, gli trafisse la tempia uccidendolo.

Al sopraggiungere di Debora e Barak, Giaele e non Eber, consegnò il corpo del Generale ai propri nemici.

Ecco, la storia biblica è più o meno tutta qui.

La mia nausea per quel tradimento, uccidere un uomo nel sonno, un uomo a cui ti eri dichiarato amico, è talmente al di fuori del mio modo di pensare che, in quella lezione, il prete ottenne l’effetto contrario, alienando le mie simpatie da Debora, Barak e, sopratutto, da Giaele.

Era solo una storia, come tante ne racconta la Bibbia, alcune veramente inverosimili.

Poi, anni dopo, gli scavi archeologici di Adam Zertal, a El-Ahwat, l’antica Haruset-Goim. Una fortezza definita nuragica da lui stesso, insieme ad altre quattro, nella stessa zona.

Fortezza costruita da mani Shardana e abbandonata, senza mai essere conquistata, sessant’anni dopo. Ecco, la Storia e le storie che si incontrano, la Storia di un sardo lontano dalla Sardegna, come mille altri.

Che quel sardo sia ancora ricordato come “Il terrore di Israele” dopo tremila anni, ci fa pensare a quanto, i nostri progenitori, abbiano inciso sulla storia del Medio Oriente, tra il XII e il IX secolo prima di Cristo.

 

Written by Salvatore Barrocu 

 

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Sardegna da scoprire: le antiche fiabe raccontate dai nonni

È bello sentire antiche fiabe dalle bocche dei nonni, quando si è bambini. Anche io ebbi questa fortuna, le notti di estate, quando, dopo la fine della scuola, i miei genitori mi spedivano dai nonni paterni.

Nuraghe Is Paras – Isili

In teoria ero lì per aiutarli, e lo facevo, per qualche minuto al giorno. Poi correvo a giocare con i miei cuginetti e gli amici del vicinato, affrontando i riti di passaggio che, da sempre, dovevano superare i ragazzi del paese nella difficile strada da percorrere per diventare adulti.

Sono cresciuto, come il tempo obbliga a fare alle cose vive, ma le fiabe ed i riti me li ricordo, anzi sono parte di me.

I racconti del nonno, che parlavano di Fate e di Giganti, estremamente precisi, mi hanno permesso di trovare Domus de Janas ormai dimenticate, o Tombe dei Giganti sepolte sotto colline di terra depositata dai secoli.

Ero un ragazzino quando, per la prima volta, seguendo i racconti del nonno, insieme al mio cugino, scoprimmo una Domus. Era piovuto molto, mi ricordo, come succedeva sempre quando il mese di agosto declina, in Sardegna.

L’acqua fece tutto il lavoro, in verità, scoperchiando una tomba antica. Mio cugino ci mise accidentalmente il piede dentro e così, tra l’erba secca, bagnata dal temporale, iniziò la mia avventura. Il buco era stretto, l’ingresso era parzialmente occluso da un cumulo di terra, frutto del lavoro di una volpe che aveva eletto a dimora quell’antica grotticella.

Dentro trovammo della ceramica, delle pietre lavorate e un teschio che ci terrorizzò così tanto da spingerci a fuggire così velocemente da superare ogni record di velocità nella corsa campestre. Credo che teschio, ceramica e, ora lo so, antiche Dee Madri, siano ancora lì, sepolti nel limo.

Domus a Geni

Poi, seguendo le indicazioni di mio padre che conosceva perfettamente i dintorni del paesello dove sono nato, ormai grande, vidi il cimitero, enorme, dei legionari romani che, di stanza a Castrum, morivano come mosche, di malaria o per gli agguati dei Balari, fieri signori del territorio, dalle mie parti.

Poi la lapide del Signifer, che la leggenda vuole sia stato l’amante di Atte, a sua volta amante e liberta di Nerone, lapide mortuaria a lui dedicata, appunto, da Atte. Signifer della II coorte dei Liguri, morto in battaglia a pochi metri dall’attuale cimitero di Tula.

E la Tomba dei Giganti, costruita allungando un antichissimo Dolmen, tomba a cui l’antico Sopraintendente di Sassari, l’indimenticabile Francesco Nicosia, voleva dare il mio nome. Tutto grazie ai racconti dei vecchi.

E poi la nonna, che mi raccontava di Processioni dei Morti, nelle notti attorno al 24 giugno, processione che lei giurava di avere incrociato, una notte ventosa d’inizio estate e di essere stata rimandata a casa da una sua parente, morta da tempo, con un benevolo “Questa non è per te, la Processione. Torna a casa!” E i racconti sulle Cogas, le Vampire sarde, che succhiavano il sangue dei bambini.

E le minacce, Maria Fressada, che soffoca chi non dorme, il pomeriggio delle roventi giornate della stagione calda. E il Signore delle Mosche che comanda alle sue suddite di divorarti, se “faghes su fizzu malu” se sei cattivo.

E le Strie, che ti fanno i malefici, mentre le Majalzas te li tolgono. Poi il Rito dei Riti, la “cattura” dei fuochi fatui, al cimitero, in una calda notte di luglio.

Provate voi a catturare una fiammella che danza sopra una tomba, sotto la pallida luce della Luna piena. Molti fuggono, tutti, lo confessino o meno, hanno paura. Ma bisognava fare anche questo, per diventare uomini di valore, nella Sardegna di qualche decennio orsono.

Sala delle Donne – nuraghe Arrubiu di Orroli

Poi sono cresciuto ma ancora vedo, in ogni Nuraghe, i Giganti che lo costruirono ancora al lavoro, nelle Domus, eterna dimora dei miei antenati, la casa delle Fate, intente a filare i loro preziosi tessuti.

Confesso che, ancora oggi, come mi hanno insegnato mio nonno e mio padre, porto con me una manciata di grano, da offrire alle poche Fate rimaste. Un chicco di grano davanti ad ogni Domus, per farle vivere un anno intero. Lascio il grano davanti alle groticelle più celate, perché le Fate sono esseri timidi e si nascondono lontane dagli Uomini, sempre di meno, sempre in luoghi più impervi. Nelle Tombe dei Giganti immagino le grandi ossa dei mitici Costruttori di Torri, quelli che tennero prigioniero Cronos, all’inizio dei secoli.

Anche l’Archeologia, in Sardegna, ha un sapore diverso: il sapore dei ricordi.

E voi, quando visiterete un monumento qualsiasi, in questa antica terra, se c’è un vecchio lì accanto, chiedetegli di chi abita quelle rovine. Tutte hanno una leggenda, un padrone, un fantasma a tenerle vive.

 

Written by Salvatore Barrocu

 

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Sardegna da scoprire: i Shardana, i Signori del Mare

Shardana, i Signori del mare.

 

Shardana

Quasi tutti credono che  i Sharden o Shardana, appaiano all’improvviso, al tempo di Ramsete III, mentre cercano di occupare l’Egitto dopo aver distrutto la talassocrazia micenea nel Mediterraneo orientale, cancellato l’Impero Ittita e rimosso ogni traccia di concreta o supposta egemonia egiziana nel Retenu, cioè l’attuale costa Siriana, Libanese e Israeliana. Però, andando più a fondo, si hanno delle piacevoli, inaspettate sorprese.

Ad esempio si sa che questi Shardana, mercanti, pirati e mercenari, frequentavano le coste egiziane già al tempo del faraone Eretico, Akhenaton, nel XV secolo A.C.

Si sa che i Micenei li temevano, evitando di sconfinare nelle loro zone di influenza.

Si sa che erano ottimi marinai, che a differenza dei concorrenti dell’epoca, conoscevano l’arte della navigazione d’altura e, stupefacente a dirsi, la navigazione notturna.

Avevano navi da scorreria, a doppia prora e con una vela, maneggevoli e robuste, immortalate nelle incisioni egiziane, che descrivono i rapporti, spesso burrascosi ma più frequentemente di collaborazione, con questi leggendari soldati.

Poi avevano grandi, robuste navi da trasporto. Ce ne danno un’idea i bronzetti votivi, a forma di navicelle, che sono l’eredità più misteriosa e affascinante del popolo da cui discendo.

Ma ce ne danno conferma anche le due navi i cui relitti giacciono sui bassi fondali di Malta e della Turchia, piene di merci provenienti dalla Sardegna, e naturalmente identificate come “fenicie” senza minimamente farsi il problema che, i fenici, al tempo del naufragio della nave in Turchia, neppure esistevano, come nazione.

Possiamo però, usando il buon senso nel leggere le traccie lasciate da questi indomiti pirati, farci un’idea precisa della loro storia. Usando le leggende e gli scritti altrui, naturalmente. Ricordate? I Sardi non scrivevano! O perlomeno, sembra non  interessi leggere quello che hanno lasciato inciso nella pietra.

Shardana

Dunque, i Greci dicevano che questi stranieri venivano dall’Est, col loro Dio, Sandan e le loro armi. Elmi con le corna, scudi rotondi, spade di bronzo a “foglia”.

Est dove? Esisteva solo un popolo che corrisponde a questa descrizione, nel XXII secolo AC, da quelle parti, o almeno, i soldati di quel popolo.

Sono i reduci dell’impero Accadico, che crollava proprio in quei decenni, dopo aver raggiunto, con le sue armate, il Mediterraneo.

Dalla Grecia, spinti dall’ostilità dei nativi, nonostante i greci stessi ammettano di essere stati sconfitti, questi Shardana emigrano in Sardegna, che si chiamava “Vena d’Argento”, prima del loro arrivo e Sandalion, Terra di Sandan, dopo.

Sempre secondo i greci, i Figli di Eracle (Il Sandan greco) tornarono e distrussero i nemici del loro Padre ancestrale, i micenei.

Ecco apparire i Shardana nella storia greca, con l’invasione dei Popoli del mare, che liberà i popoli pre greci, sottomessi alla potenza di Micene.

Troviamo allora gli Akawasha, gli Achei, insieme ai Tyrsheni ed ai Shekelsh, Tirreni ( costruttori di torri) e Siculi, tra i popoli del mare che rivoluzionarono il mondo allora conosciuto.

Ma i Shardana avevano i loro scopi, le loro alleanze ed i loro interessi, indipendenti dagli altri Popoli del Mare.

Erano mercenari dei Faraoni da un paio di secoli, da Sethi I, in effetti, che, stanco delle continue scorrerie di questi audaci guerrieri, decise che era meglio pagarli e usarli a vantaggio dell’Egitto. Tanto si sarebbero presi quello che volevano egualmente, con le cattive però.

Ramsete II, suo figlio, dopo che i Shardana, a Qadesh, unici a non abbandonarlo durante l’attacco Ittita, gli salvarono la pelle ed il trono, li volle come sua Guardia personale, riempiendoli di oro, terre e dotando i loro elmi cornuti del simbolo di Ra, il cerchio solare. Così tutti avrebbero saputo che i Shardana erano i Demoni del Dio RamseteII, l’Amon Ra incarnato.

Così, quando i Popoli del mare, più di un secolo dopo, decisero per l’invasione dell’Egitto, non poterono contare che su pochi Shardana, ma in compenso se ne trovarono molti altri contro.

Shardana

Del resto avevano, i Shardana, occupato Cipro e le sue miniere di rame ed i porti di Canaan, abbastanza per un popolo in espansione. E da qui siamo passati alla Storia egiziana.

In effetti la Grecia, dopo lo spopolamento del Peloponneso dovuto all’invasione, entra nel Medio Evo ellenico, cioè scompare dalla Storia, per un paio di secoli.

Egitto, dunque, inesauribile fonte di documenti. Per gli Egiziani i Shardana venivano “Dalle loro isole, in mezzo al Mare Verde.” Cancellando in poche parole la teoria, bizzarra, che i Shardana venissero da chissà dove, per stabilirsi in Sardegna intorno al 1000 A.C., dopo la mancata conquista dell’Egitto.

Venivano sempre dallo stesso posto, quelle isole, in mezzo al Mediterraneo, da dove partivano da sempre, cioè almeno dal XV secolo A.C., la Sardegna e le sue isole.

Comunque torniamo a noi. Ramsete III, l’ultimo dei grandi Faraoni, era un uomo pragmatico.

Aveva perso il Retenu? Nessun problema, diede ordine ai suoi Shardana di controllarlo in vece sua. Cipro non era mai stata egiziana, quindi, purché continuassero i commerci, cosa importava se aveva cambiato padrone?

I Shardana compaiono ancora nella storia Egiziana, fino all’VIII secolo AC. Ramsete terzo ha bisogno di loro per spezzare la ribellione di Athribis e del suo Visir concedendo loro ancora più feudi nel Basso Impero, dove li ritroviamo poi come grandi proprietari terrieri nell’VIII secolo AC appunto.

L’occupazione Shardana del Retenu diede i suoi frutti. L’unione tra la capacità marinara e la decisione militare dei Shardana con la imbattibile maestria commerciale dei Cananei diede vita alla civiltà fenicia, che in pochi anni si espanse fino ad occupare tutte le rotte prima esclusivo monopolio dei Shardana, l’ovest del Mediterraneo, il Nord Africa, esclusa la Cirenaica, le coste Africane oltre le Colonne d’Ercole e le coste Europee, su, fino alla Scandinavia.

Poi i Shardana scompaiono, e restano i Sardi. Sardi sono quelli che sconfiggono Malko, nel VI sec AC, che tenta di invadere la Sardegna, Sardi sono metà dei marinai della Flotta romana di Ravenna, in epoca imperiale, e Sardi sono i marinai di Ugone Terzo, quelli che tennero in scacco la flotta Aragonese per un ventennio.

I Shardana non sono scomparsi, siamo noi.

 

Written by Salvatore Barrocu 

 

 

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Sardegna da scoprire: Mont’e Prama e l’ombra dei Giganti

La Storia della Sardegna non è un mistero, per chi ha occhi per vedere.

 

 

Mont’e Prama

Certo, per chi si ostina a credere che i sardi non scrivessero, non navigassero, non costruissero nulla al di fuori delle torri nuragiche,  l’isola irrompe nella Storia solo con la sconfitta di Malko, il Cartaginese che tentò di occupare la Sardegna nel IV secolo AC.

Ma, come abbiamo appurato, i sardi scrivevano, eccome, navigavano e pure bene, costruivano monumenti raffinati.

 Se la cattiva volontà, o la malafede, di chi prende ha il potere di scrivere la Storia, ha deciso che la versione ufficiale sia diversa, forse occorrerebbe domandarsi se non è il caso di cambiare questa gente.

Un mio amico asseriva che è più facile far scoppiare una guerra che cambiare una riga nei libri di Storia, in Italia, ed è tristemente vero.

C’è un corto circuito tra investigatori (archeologi) e coloro che debbono trarre le conclusioni, gli storici. Così si arriva alle teorie più assurde.

Si, sto parlando dei Giganti di Mont’e Prama (il Monte delle Palme per chi non parlasse la nobile lingua sarda). Riassumendo in breve la storia di questa scoperta archeologica: nel 1974 due contadini, Sisinnio Poddi e Battista Meli, preparando un campo per la semina, portarono alla luce la testa di una statua.

Invece di infischiarsene o impadronirsene, come purtroppo succede sempre più spesso, i due avvisano un archeologo Oristanese e lui la Soprindendenza di Cagliari. Iniziano così gli scavi dal 1975 al 1979, poi nulla, fino al 2014.

Mont’e Prama

Gli scavi, sotto la spinta dell’interesse suscitato dalla fine del restauro delle statua trovate decenni prima, riprendono, con mezzi tecnici più avanzati, georadar in testa.

Da questo punto in poi si susseguono scoperte su scoperte e ci si comincia a fare domande imbarazzanti.

Io ho visitato il Centro Restauri di Li Punti, giusto gli ultimi giorni di restauro delle prime statue e, curioso come sempre, ho fatto domande a raffica alla gentile accompagnatrice a cui sono stato affidato.

La prima domanda, “Chi le ha scolpite? La prima risposta: “Uno scultore che veniva da fuori l’isola, da chissà dove!” la domanda conseguente è stata, ovviamente, quella di chiedere il perché questa conclusione. La risposta “Perché non sono state trovate altre statue in Sardegna, eguali a quelle.

Visto che la prima regola per trovare qualcosa è cercarla, sogghigno e ricordo che una testa di statua è stata trovata, casualmente, anche a Narbolia. Nessuno ha mai cercato nulla, tanto meno statue, da decenni, in Sardegna. Semplicemente ci si imbatte in qualcosa, spesso di eccezionale e allora si fatica a cercare soldi per scavare o, ancora più spesso, si sotterra tutto, aspettando tempi migliori e sperando non arrivino i tombaroli.

Perplesso passo alla datazione che, ovviamente, viene tenuta bassa, VIII secolo AC, mi si dice. Va bene, esco e non ci penso più. Poi iniziano i nuovi scavi, ancora una volta vado a visitarli, e vedo anche il Museo di Oristano, orrore architettonico ma gioiello museale, per quello che contiene.

Così vedo le nuove statue ritrovate, i nuovi reperti e tutto quello di interessante ritrovato negli scavi dei dintorni, compresi i semi trovati nel pozzo del sito nuragico Sa Osa. Ovviamente manca l’ultimo passetto, quello in cui uno storico, basandosi sulle evidenze archeologiche, mette un punto fermo sui fatti. Bene, lo faremo noi, allora.

Primo: di statue come quelle del Mont’e Prama non ne sono state trovate da nessuna altra parte della Sardegna. Vero, ma si sono forse cercate? No, mai. Però occorre dire che nemmeno da nessuna altra parte del mondo si sono trovate statue eguali. Quindi perché dire che lo scultore o il laboratorio che le ha scolpite non è sardo? Per scolpire le sculture ritrovate finora ci saranno voluti anni, se non decenni, un po’ troppo per uno scultore avventizio, credo.

Mont’e Prama

È come la storia degli scarabei di Tharros, trovati in grande quantità nella città sarda ed in poche decine di esemplari a Tiro, ma giudicati fabbricati a Tiro. Assurdo.

Poi la datazione. Perché VIII secolo? L’unico reperto trovato in una tomba, sopravvissuto allo scempio fatto del santuario probabilmente dai Cartaginesi, (anche se io penso siano stati i romani, vista la loro abitudine di provare ad annientare chiunque si opponesse alle loro mire egemoniche e i sardi si opposero eccome.) scarabeo dato al  periodo del Nuovo Regno Egizio (1552  1069 A.C.).

I bronzetti nuragici, fotocopie in bronzo delle statue, cominciano ad apparire nel XIII secolo A.C., perché non pensare che la statuaria sia, confrontando le date e le prove, l’XI secolo A.C.?

Forse per non levare il primato ai greci della scultura a tutto tondo in occidente? Comunque sia, negli stessi anni in cui si ritrovavano i Giganti, venivano scoperte delle tavolette d’argilla, scritte, vero e proprio archivio, in un nuraghe vicino.

Comunque sia, la gita in Sinis vale il viaggio. Duecento e passa Nuraghi, pozzi Sacri, Statue, ipogei e Tombe dei giganti e chissà cos’altro, sotto la terra, oltre alla bella città di Tharros, con i suoi misteri.

Chi sa se unendo finalmente le forze archeologi, linguisti epigrafisti e storici non riescano, una volta per tutte, a dare qualche risposta sensata alle mille domande che ci poniamo tutti.

 

Written by Salvatore Barrocu

 

 

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Sardegna da scoprire: l’antica religione, la magia, i riti di guarigione, l’Accabadora e la Majalza

 Parlare di religione, di magia, di riti di guarigione, quando si guarda ad un passato estremamente remoto, viene sempre molto difficile.

 

Majalza - strega sarda

Però non disperiamo! Abbiamo aiuto da molte parti, se veramente vogliamo capire e conoscere come la pensavano i nostri antichi.

Le civiltà evolute come quella Sarda dell’età del Bronzo, poi, hanno lasciato talmente tante tracce archeologiche da far risultare difficile non farsi un’idea, piuttosto che averne. Poi, in Sardegna, abbiamo un ulteriore vantaggio: siamo un popolo conservativo.

Ancora quando ero adolescente, nemmeno mezzo secolo fa, insomma, nel paesello dove sono nato c’era la Majalza, la guaritrice, rispettata e consultata più del medico o del prete, c’erano racconti su antiche credenze, come quella della morte vista come “il mondo al contrario” tipicamente nuragiche.

Anche io ho beneficiato delle cure della Majalza, lo confesso, a base di erbe e ne ho tratto beneficio e ho ascoltato i racconti dei miei nonni, che parlavano di tempi lontani, di Giganti e di Fate, di maghe di demoni e di eroi.

Ma tornando al passato, in cosa credevano i nostri antenati? Come pregavano? Come si curavano? In che modo si proteggevano dal malocchio o dalla sfortuna? Bene, a molte di queste domande abbiamo una risposta, mentre per altre ci dobbiamo accontentare di supposizioni.

La religione praticata era quella della Dea Madre, col relativo culto delle Acque.

Chi non ha visto un Pozzo Sacro, in Sardegna?

Era un rito vivifico, che sacralizzava i raccolti, le nascite, le guarigioni e propiziava la rinascita dopo la morte, il capovolgimento del mondo al contrario, insomma, rappresentato nelle Domus.

Pozzo di Santa Cristina - Sardegna

Le sacerdotesse di questa religione erano donne, che fungevano da guaritrici, prefiche e anche Accabadoras, cioè portatrici della “buona morte”.

Nei templi accanto ai Pozzi Sacri, rappresentazione del Femmineo della Natura, c’erano capanne a ferro di cavallo, dedicate alla cura degli infermi o al cosiddetto rito di “incubazione”. Chi lo voleva e lo chiedeva, veniva drogato e lasciato a sognare il proprio destino, sorvegliato dalle sacerdotesse, dentro queste capanne.

Si veniva curati con erbe e minerali, come in ogni società antica, ma anche con raffinate tecniche chirurgiche. Già prima che sorgessero i Nuraghi era conosciuta e praticata la trapanazione del cranio, per alleggerire la pressione di ematomi. Tecnica che riusciva molto spesso a salvare la vita al paziente.

Per le malattie nervose si ricorreva alla magia, agli infusi calmanti, alle preghiere e alla suggestione. Per tutti i mali, comunque, un’offerta alla Dea era indispensabile, per avere speranza di guarigione. L’altra faccia della religione era quella maschile, rappresentata da Antas, Sin, Sandan, che ha dato il nome alla Sardegna.

Antas era il Padre dei Sardi e veniva dal Medio Oriente, insieme al culto della Grande Madre. Era il figlio, amante, sposo della Dea, che moriva ogni anno in inverno per risorgere a primavera, rappresentando il ciclo della vita.

Sin era il Dio mesopotamico della Luna, Dio maschile ancora ricordato in vari cognomi sardi e, soprattutto, nel nome dell’Asinara l’antica Ara di Sin.

Sandan, o Shardan, era l’Ercole mediorientale, il padre di tutti gli Ercoli, quello greco e quello romano, che si sono succeduti nei millenni. Come tutti i culti maschili era rivolto alla forza virile, la riproduzione, la guerra. Il suo simbolo era il Toro. Ecco, questo è quello che si conosce, e non è poco.

Nuraghe Sardegna

Da parte mia voglio solo ricordare come i greci descrivono la nascita dei Sardi. I figli di Ercole, che era arrivato dall’Asia e sottoposto alle celebri dodici fatiche, si ribellarono al tiranno Euristeo. Per farla breve, dopo che il semi divino padre ascese in cielo, i 50 figli di Eracle, avuti dall’Eroe con le figlie del Re di Tespi ingravidate tutte in una notte, guidati dal nipote- amico Iolao, sconfiggono il tiranno, a Corinto, poi fanno vela verso la Sardegna.

Ancora in epoca romana si hanno notizie di due popoli, in Barbagia, che ci richiamano a questa tradizione, gli Iolaensi e gli Iliensi, (Ilo era il figlio primogenito di Eracle e primus inter pares tra i fratelli).

Se a Monti Prama venissero trovate cinquanta statue, allora avremmo la conferma che il Mito non è solo una fiaba, ma una realtà storica. Ma questo è un altro racconto.

 

Written by Salvatore Barrocu

 

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Uomini contro il Femminicidio #2: le parole che cambiano il mondo con Salvatore Barrocu

Le parole cambiano il mondo. Attraversano spazio e tempo, sedimentandosi e divenendo cemento sterile o campo arato e fertile. Per dare loro il massimo della potenza espressiva e comunicativa, ho scelto di contattare, per una serie di interviste, vari Uomini che si sono distinte nella lotta contro la discriminazione e la violenza di genere e nella promozione della parità fra i sessi.

Femminicidio

Ho chiesto loro, semplicemente, di commentare poche parole, che qui seguono, nel modo in cui, liberamente, ritenevano opportuno farlo.

A continuare la rubrica “contro il femminicidio”, iniziata nel 2016 con “Donne contro il Femminicidio“, gli Uomini.

Ho dunque  invitato, con immenso piacere, Salvatore Barrocu, nato a Tula, in provincia di Sassari, dove è tornato a vivere dopo una vita vissuta tra Svizzera, Cassolnovo (PV) e Torino. Dopo lunghi anni di studi storici e ricerche archeologiche, lasciato il lavoro sul campo, si dedica alla sua passione di una vita: la scrittura.

Femmina

Provo un certo disagio a parlare delle donne definendole “femmine”. Sono un Umanista, cioè ritengo che l’essere umano, anche se diviso in generi, sia uno, l’homo sapiens sapiens. Tutto quello che, a livello di trattamento e di diritto, crea barriere, penso che vada superato, anche linguisticamente.

Se poi parliamo di genetica e fisiologia, allora è un altro discorso. Certo uomo e donna sono diversi e complementari, ma sono, appunto, uomini e donne, non solo maschi e femmine, colle loro differenze fisiche, certo, ma con l’intelligenza, i sentimenti, i sogni, le speranze che rendono l’umanità unica, anche se divisa in due generi, su questo piccolo pianeta.

Femminismo

Salvatore Barrocu

Ogni movimento che nasce per combattere una discriminazione è degno di attenzione. Se poi si estremizza fino ad abbracciare qualsiasi battaglia, anche la più marginale, serva a distinguere, a creare differenze invece che a levarle, a puntualizzare la diversità, invece che a cancellarla, allora è un movimento che ha fallito.

Non ho, nella mia mente, nessun preconcetto che mi guidi a giudicare un essere umano inferiore o diverso da un altro e quando c’è un gruppo di persone che cerca di impormi la propria differenza, che pretende leggi di genere, di categoria, di professione, mi sento molto a disagio. Sono per l’assoluta eguaglianza tra esseri umani.

Femminicidio

Naturalmente alcune parti della società umana sono più deboli di altre. Donne, bambini, anziani, disabili, malati diventano, allora, in un momento di grande crisi come quello che viviamo, un bersaglio privilegiato per chi ritiene di avere forza e decisione per usarla.

Millenni di educazione monoteistica poi hanno educato metà degli esseri umani che la donna è inferiore, che deve servire l’uomo, esserle sottomessa, dando basi “filosofiche”, anche inconsce, a chi si sente autorizzato ad usare ogni mezzo per affermare il diritto di proprietà sulla moglie, fidanzata o solo sulla donna che ti piace ma ti rifiuta.

Certo il rimedio non è fare leggi “recinto” che marchino ancora di più la debolezza, la differenza di qualcuno su qualcun altro. Le risposte devono essere due, secondo me, Una legge, come quella USA che tratta i reati contro le donne, invalidi, categorie deboli, razzistici ed in genere di chi si ritiene superiore contro chi ritiene inferiore, sotto la legge “Crimini di Odio” che sanziona in modo severo (e giusto) i reati contro tutte le categorie oppresse. L’altra risposta è l’Educazione.

Educazione sentimentale

Salvatore Barrocu

Parlare di Educazione, in Italia, sembra una barzelletta. Non si insegna Educazione Civica nelle scuole, Educazione Stradale è diventata un mistero, le famiglie, in maggioranza insegnano solo educazione televisiva, ai figli.

Eppure ogni forma di convivenza è subordinata a una forma di educazione. Così le società hanno regole, la circolazione stradale ha regole, ogni attività collettiva ha regole. Ma queste regole vanno insegnate, partendo dalla regola di base, quella che norma le interazioni tra due persone.

La mia regola generale è il Galateo, che ridotto in poche parole è “non dare fastidio al prossimo”. In quanto all’Educazione sentimentale, cosa di cui noi maschi della specie difettiamo, in genere, non esiste scuola che possa insegnarla. È un compito della famiglia, aiutata dalla comunità, che deve sanzionare, rifiutare, correggere, i comportamenti devianti.

Abbiamo molta strada da fare, ma insegnare alle nuove generazioni il Galateo, l’educazione civica e al rispetto della sensibilità del prossimo sarebbe un buon inizio per mantenere intatte le meravigliose differenze che ci sono tra uomo e donna e tra ogni appartenente al genere umano per poterle apprezzare appieno.

 

Written by Emma Fenu

 

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Uomini contro il Femminicidio #1

Donne contro il Femminicidio #1

Donne contro il Femminicidio #2

Donne contro il Femminicidio #3

 

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Sardegna da scoprire: il mistero della morte del Giudice Ugone III di Serra Bas

La Storia è un grande racconto.

 

 

Sardegna 1300

Per chi vuole emozionarsi con romanzi d’amore, avventure, misteriose morti e trame oscure, consiglio di leggere un buon libro di storia, magari scritto da uno annalista serio ma non noioso.

La Storia della Sardegna, poi, è ancora un romanzo scritto solo in parte, con molte pagine bianche e qualche pagina scritta, magari solo a metà, che ci danno qualche idea di come andassero le cose, un tempo.

I misteri sono tanti, misteri resi ancora più ostici dalle falsificazioni operate dai dominatori che hanno oppresso la mia Sardegna per secoli. Ma non siamo qui per fare polemiche, solo per cercare di dare giustizia ad uno dei più grandi Giudici che la Sardegna abbia avuto, Ugone III di Serra Bas, Signore di Sardegna.

Figlio di Mariano IV, propugnatore dell’indipendenza della Sardegna e intelligente legislatore, benché nato in Aragona, da madre catalana, sposò in tutto e per tutto la causa paterna. Fu un grande soldato, amato e acclamato, un grande ammiraglio, tenne in scacco le ben più munite flotte aragonesi per decenni, un giusto Sovrano, scrisse le regole che rendevano la legge eguale per tutti molto prima della Rivoluzione Francese, ed un padre affettuoso.

Il mistero, mi chiederete, dov’è?

La sua morte, o meglio il mistero che l’accompagna. Venne assassinato una notte di marzo, il 3 per la precisione, dell’anno 1383 dopo soli sette anni di regno.

E qui cessa la verità storica e iniziano ad accavallarsi voci, menzogne, occultamenti.

Gli storici del 1800, poi, ancora più subalterni al re piemontese di quanto non fossero ossequiosi i loro predecessori al re di Spagna, confusero ancora di più le acque imputando a una rivolta popolare il suo assassinio, confondendo (volontariamente?) Ugone II, effettivamente assassinato in una rivolta, a Ugone III.

Vogliamo provare a fare chiarezza?

I personaggi di questa tragedia sono molti, ma ci limiteremo ai principali. Ugone, appunto, e sua figlia Benedetta, avuta da una nobile, figlia di Giovanni di Vico, Signore di Viterbo. Brancaleone Doria, marito della ben più famosa e celebrata Eleonora, sorella di Ugone e futura reggente del Giudicato.

Mariano IV - Ugone III - Pietro IV d'Aragona

Pietro IV di Aragona, il Cerimonioso, per i suoi sostenitori “Il Pugnaletto” per i nemici, che conoscevano bene la sua passione per gli intrighi, per le morti silenziose, per la corruzione e il tradimento, che rivestiva il titolo Re di Aragona e sedicente Re di Sardegna. Valore e Salvatore De Ligia, Cancellieri del Giudicato e traditori.

Un gruppo di Majorales (nobili del Giudicato), non identificati, che parteciparono al complotto, offesi dal fatto che potessero essere giudicati con lo stesso metro di un contadino od un pastore.

Quali i fatti?

La Storia dice che Ugone fu assassinato in una rivolta popolare, tra l’altro la legge sarda consentiva il regicidio, se il Giudice si fosse dimostrato incapace, tirannico o in qualche modo sgradito al popolo.

La prima domanda: perché uccidere anche la figlia allora? Aveva appena quattordici anni, che male poteva aver fatto? O forse era un intralcio per chi voleva salire al trono? Lei era, in effetti, legalmente, la legittima erede del Rennu.

Poi però, appena la notizia del regicidio venne divulgata, per le strade di Oristano, antica capitale di Sardegna, scoppiò veramente la rivolta popolare, ma non contro Ugone, bensì contro i congiurati, che scapparono velocemente a Barcellona, quelli che non furono uccisi sul posto dalla rabbia generale.

A Barcellona troviamo, pochi giorni dopo l’assassinio, Brancaleone Doria, Valore e Salvatore De Ligia e, ovviamente, Pietro IV il Pugnaletto. Nell’assemblea che seguì l’omicidio venne chiesto al popolo quale volesse che fosse il futuro del Giudicato.

La maggioranza fu a favore di una successione dinastica, corpose minoranze chiesero la Repubblica oppure l’unione con i Regni islamici del Nord Africa. Di sicuro nessuno chiese di sottomettersi alla Corona Aragonese. Nelle varie assemblee locali, poi, prevalse il partito di Eleonora e di suo figlio Federico, che divenne poi Giudice.

Eleonora D'Arborea

Eleonora aveva beffato anche suo marito che era arrivato a Barcellona per riscuotere il premio del suo tradimento, la nomina a Conte ed invece passò nove anni in prigione. Valore e Salvatore De Ligia ebbero il Titolo di Conti, e terre ed un feudo nel Guilcer.

Peccato che, appena parve loro che la causa Sarda fosse persa, nel 1416, quando Arborea ormai si riduceva al Monte Acuto, che resisteva ostinatamente alle armate aragonesi, arrivati che furono dalla tranquilla Barcellona a prendere possesso delle terre guadagnate col tradimento, furono brutalmente assassinati nella chiesa di San Pietro di Zuri.

La leggenda narra che si possano ancora vedere le macchie di sangue, su una colonna, dei due traditori, a monito eterno.

Pietro IV non regnò mai sulla Sardegna, se non nominalmente. Sconfitto da Mariano IV, umiliato da Ugone III, nemmeno coll’omicidio raggiunse i suoi intenti.

L’unica vincitrice fu Eleonora d’Arborea. Ma era a conoscenza del complotto?

 

Written by Salvatore Barrocu