Elisabetta Sgarbi: una donna oltre i confini delle singole discipline
“Qual è l’insegnamento che Franco ci ha lasciato? «Che il successo non è niente, è effimero, un soffio, come tutto nella vita.» Questo era il suo insegnamento più importante.” ‒ Elisabetta Sgarbi

Che dire di Elisabetta Sgarbi, se non che è una donna capace di attraversare la cultura italiana con una libertà e una curiosità non comuni?
Editrice, regista, animatrice culturale e ideatrice di manifestazioni che hanno fatto dialogare letteratura, musica, arte, cinema e filosofia, la Sgarbi ha costruito nel tempo un percorso personale impossibile da ricondurre a una sola definizione.
La sua storia affonda le radici a Ferrara nella casa di famiglia, dove l’arte e i libri facevano parte della quotidianità. È in quell’ambiente, animato dalla presenza di Rina Cavallini e Giuseppe Sgarbi, i suoi genitori, che Elisabetta matura quella sensibilità culturale che avrebbe accompagnato ogni sua scelta futura. Dopo gli studi umanistici e una laurea in farmacia, sceglie infatti una strada completamente diversa.
La sua passione per i libri la conduce nel mondo dell’editoria che la porta, alla fine degli anni Ottanta, approdare alla Bompiani dove, con assoluta dedizione, arriverà a ricoprire il ruolo di direttore editoriale. Elisabetta Sgarbi non si limita a svolgere un mestiere: interpreta l’editoria come uno spazio nel quale le idee possono incontrarsi, confrontarsi e trovare una voce.
Nel 2015 arriva una delle scelte più coraggiose della sua carriera: la nascita de La nave di Teseo, casa editrice indipendente e di sicura innovazione, che vede la presenza di altri importanti protagonisti della cultura italiana. Umberto Eco fra questi.
Ma il percorso di Elisabetta Sgarbi non si ferma ai libri. La sua idea di cultura sembra avere bisogno di uscire dalle pagine e di incontrare altre forme espressive. Nascono così documentari, progetti cinematografici, iniziative artistiche e soprattutto La Milanesiana, manifestazione da lei ideata nel 2000 che diventa negli anni uno degli appuntamenti culturali più originali del panorama italiano. Evento, che vede convivere in uno stesso spazio letteratura, musica, cinema, filosofia, arte e scienza. Ed è proprio questa contaminazione a rappresentare forse nel modo più efficace la personalità di Elisabetta Sgarbi: una donna che non ama i confini e che considera la cultura un territorio aperto.
“E il mio maestro mi insegnò com’è difficile/ Trovare l’alba dentro l’imbrunire.” ‒ Franco Battiato
Un altro capitolo importante della sua attività riguarda la Collezione Cavallini Sgarbi, nata dalla passione collezionistica della famiglia. La casa degli Sgarbi non era soltanto un’abitazione. Era un luogo di incontro, frequentato da scrittori, artisti e intellettuali, dove i libri e le opere d’arte convivevano con la vita quotidiana. La collezione, costruita nel corso di decenni, attraversa secoli di storia dell’arte italiana. Dopo la scomparsa dei suoi genitori, Elisabetta ha contribuito a trasformare quel patrimonio familiare in una realtà destinata alla collettività. La scelta di tutelare la collezione attraverso un vincolo ministeriale assume così un significato che va oltre la semplice conservazione delle opere: è un modo per custodire la memoria. E, soprattutto, per impedire che quella memoria si disperda.
“Lui guardava il mio cinema, suggerendomi ‘i suoni e il silenzio’. «Conta di più il silenzio che la musica al cinema. Impara a togliere», diceva. E mi insegnò il valore dei rumori e del silenzio che nascono dalle immagini.”
La Fondazione Cavallini Sgarbi diventa quindi il punto d’incontro tra passato e futuro: ciò che apparteneva alla storia privata di una famiglia viene consegnato alla storia culturale del paese.
“Il nostro legame ci precedeva…”
E poi c’è l’incontro con Franco Battiato. Incontro, che nel percorso umano e artistico di Elisabetta Sgarbi, occupa un posto particolare. Il rapporto con il musicista siciliano non è stata soltanto una collaborazione professionale, ma un’amicizia nata da una profonda sintonia intellettuale. Il loro incontro avrebbe dato vita a numerosi progetti nei quali musica, cinema, letteratura e immagini si sarebbero incontrati senza confini prestabiliti.
È proprio questa libertà di attraversare linguaggi differenti ad accomunare profondamente i due artisti. Battiato, del resto, non è mai stato soltanto un musicista. La sua ricerca ha attraversato la musica sperimentale e quella popolare, il cinema, la pittura, la scrittura e la riflessione spirituale.
Sgarbi ha riconosciuto in lui una personalità capace di guardare oltre il successo e oltre la superficie delle cose. Un uomo rigoroso, spesso severo con se stesso, per il quale il silenzio poteva diventare uno strumento di conoscenza. Tra i due nacque anche una complicità privata, testimoniata dal soprannome scherzoso Betty Wrong, con il quale Battiato chiamava l’amica. Un dettaglio apparentemente piccolo, ma capace di raccontare qualcosa che le immagini ufficiali e i grandi eventi culturali difficilmente riescono a mostrare: la dimensione umana di un’amicizia.
“Questa consapevolezza immunizzava Franco da mode, falsi miti, dal successo stesso.”
La Milanesiana rappresenta forse il luogo nel quale quella sintonia fra i due ha trovato la sua espressione più evidente. La rosa, simbolo della manifestazione, rimane legata anche all’universo creativo di Battiato, che dopo la sua scomparsa ha assunto inevitabilmente un valore ulteriore: quello della memoria. Non si tratta soltanto di un simbolo grafico, dunque, ma di una traccia di una stagione culturale nella quale discipline apparentemente lontane potevano incontrarsi e generare qualcosa di nuovo.
“Il vero cambiamento della mia via, il più grande, lo debbo alla scoperta di Gurdjieff. Da solo con un’esperienza da autodidatta avevo scoperto quella che in Occidente, si chiama meditazione trascendentale, ma nel pensiero di Gurdjieff vidi disegnato perfettamente un sistema che già avevo intuito e frequentato. Esistono tante vie, esiste Santa Teresa e San Francesco; quella di Gurdjieff mi era molto congeniale. Una specie di sufismo applicato all’Occidente, all’interno di una società consumistica.” ‒ Franco Battiato

La morte di Battiato, il 18 maggio 2021, ha interrotto la presenza fisica dell’artista, ma non il dialogo che aveva costruito con Elisabetta Sgarbi. Alcuni rapporti, del resto, non finiscono quando viene meno una persona. Soltanto, cambiano forma, diventando ricordo, insegnamento, eredità. Ed è forse proprio qui che si trova il significato più profondo del percorso di Elisabetta Sgarbi. Non nella semplice quantità delle attività svolte, né nella molteplicità dei ruoli ricoperti, ma nella capacità di creare ponti tra passato e futuro. Come tra arte e vita o tra libri e musica. Oppure, tra memoria e contemporaneità.
“Ci chiamavamo senza motivo, solo per il piacere di sentirci.”
Elisabetta Sgarbi dunque, una donna ‘oltre’. Oltre le definizioni, oltre i confini delle singole discipline, oltre l’idea di una cultura riservata a pochi.
Perché la cultura, nella sua visione, non sembra essere qualcosa da contemplare da lontano. È piuttosto un luogo nel quale entrare, incontrarsi e continuare a cercare. E forse è proprio questa la sua eredità più autentica: aver trasformato la cultura da territorio da abitare in uno spazio da condividere.
“Un artista vero crea lo spazio che gli spetta. Non si accomoda in uno spazio già dato.”
Frase questa, che riassume non soltanto la personalità di Elisabetta Sgarbi, ma anche il senso della sua ricerca artistica e intellettuale.
Written by Carolina Colombi
