“Monster: The Lizzie Borden Story” di Ryan Murphy ed Ian Brennan: l’umiliazione e l’esclusione della donna dalla società
Chi si avvicina a “Monster: The Lizzie Borden Story” aspettandosi un true crime tradizionale potrebbe rimanere deluso. Il celebre duplice omicidio avvenuto a Fall River, nel Massachusetts, nel 1892 – Andrew Borden e la moglie Abby massacrati a colpi d’ascia, la figlia Lizzie accusata e poi assolta – è certamente al centro della quarta stagione dell’antologia creata da Ryan Murphy e Ian Brennan per Netflix.

Ma soltanto in apparenza, dato che Monster compie un’operazione molto più azzardata: prende la vicenda di Lizzie Borden e la trascende, trasformandola in un racconto sull’universo femminile di fine Ottocento, sulle sue costrizioni, sui desideri repressi e sulla ribellione. E lo fa rinunciando deliberatamente alla fedeltà assoluta alla cronaca per mescolare realtà, invenzione, grottesco, surrealismo e sensibilità contemporanea.
Lizzie, interpretata dalla giovanissima e sorprendente Ella Beatty, vive in una famiglia nella quale sembra non esserci posto per ciò che è. Il padre Andrew (Charlie Hunnam), la matrigna Abby (Rebecca Hall) e persino la sorella Emma (Billie Lourd) la considerano diversa, inadeguata, la definiscono “rallentata”, quasi che la sua estraneità alle convenzioni e alle aspettative familiari sia il segno di una mancanza.
Ma gradualmente avviene il cambio di prospettiva: non è Lizzie a non comprendere il mondo; è il mondo che la circonda a non possedere gli strumenti per comprendere lei. È intelligente, profondamente sensibile, ama gli animali e la natura, ma abita una dimensione interiore che non coincide con le regole imposte a una donna della sua condizione e della sua epoca. Ella Beatty restituisce molto bene questa ambivalenza.
La sua Lizzie può apparire ingenua, infantile, persino distratta, mentre sotto quella superficie affiorano progressivamente desiderio, rabbia, determinazione e un bisogno sempre più incontenibile di libertà. Un personaggio difficile da sostenere senza trasformarlo in caricatura, al quale la giovane attrice riesce invece a regalare numerose sfumature.
La regia sa coglierle. L’uso insistito del primo piano diventa uno strumento narrativo: avvicinandosi ai volti, la macchina da presa amplifica minime variazioni dello sguardo e della mimica, espressioni che in un’inquadratura più larga rischierebbero di sfuggire. Un’esitazione, una contrazione, un sorriso appena accennato possono così raccontare ciò che il personaggio non dice. È anche attraverso questa attenzione ai volti che la complessità di Lizzie emerge poco alla volta.
Molto curata è anche la dimensione visiva, a partire dai costumi d’epoca, che contribuiscono efficacemente alla costruzione dell’ambiente sociale e familiare. Ed è interessante che proprio una cornice visivamente così legata all’Ottocento venga continuamente attraversata da elementi che appartengono invece alla contemporaneità.
A comprendere Lizzie è soprattutto Bridget “Maggie” Sullivan, la domestica irlandese interpretata da Vicky Krieps. La serie immagina tra le due una relazione amorosa – elemento di finzione, non documentato storicamente – e fa di Bridget la donna capace di vedere ciò che gli altri non vedono. Tra complicità, desiderio e ribellione, le due progettano la morte dei Borden, anche se sarà poi Lizzie a impugnare l’ascia.
È proprio qui che Monster prende definitivamente le distanze dalla ricostruzione storica e dichiara la propria natura: non vuole stabilire che cosa accadde realmente il 4 agosto 1892. Vuole utilizzare Lizzie per parlare d’altro.
La musica contemporanea, il rock, le incursioni nel grottesco e nel surreale spezzano continuamente l’illusione del racconto d’epoca, il presente irrompe nell’Ottocento perché questa Lizzie non appartiene soltanto al passato, diventa invece la figura attraverso cui raccontare donne che non intendono più accettare il posto che hanno loro assegnato.
Ed è in questa prospettiva che acquista significato una delle scelte più rischiose dell’intera stagione: l’ingresso di Aileen Wuornos, interpretata da Sarah Paulson.
Quasi un secolo separa le due donne, eppure la serie decide di sovrapporne le storie. Aileen, insieme alla compagna Shelby (Jessie Lee), soggiorna nella casa dei Borden ormai trasformata in luogo della memoria e del macabro turismo. Anche qui troviamo una coppia femminile non conforme alla norma tradizionale; anche qui una donna che porta su di sé violenza, emarginazione, rabbia e umiliazione.
Lizzie e Bridget. Aileen e Shelby. Due coppie lontanissime nel tempo che finiscono per riflettersi l’una nell’altra. E al centro, due assassine che la storia e l’immaginario popolare hanno trasformato in figure mostruose.
Sarah Paulson, interprete di straordinaria forza performativa e capacità di trasformazione, costruisce una Aileen lontanissima dall’eleganza e dalla raffinatezza che spesso caratterizzano la sua presenza scenica. Il corpo, la postura, la mimica sembrano deformarsi insieme al personaggio: è scomposta, ferita, sgradevole, devastata, quasi irriconoscibile, non si limita a interpretare Aileen, ma sembra lasciarsi attraversare dalla sua fisicità e dal suo disordine interiore. Una trasformazione volutamente disturbante che rende ancora più potente il gioco di specchi con Lizzie.
Il rischio dell’operazione è evidente: accostare due assassine realmente esistite, separate da quasi cent’anni, potrebbe sembrare una provocazione gratuita, ma Monster non cerca di dimostrare che Lizzie e Aileen siano la stessa donna, cerca piuttosto un filo che attraversi le loro storie: quello di una rabbia femminile maturata nell’umiliazione e nell’esclusione, fino al momento in cui entrambe sembrano pronunciare, in modi estremi e diversissimi, lo stesso rifiuto: non sopporterò più.
Questo non significa trasformare l’omicidio in un gesto di emancipazione, né assolvere le protagoniste dalla violenza delle loro azioni. Significa piuttosto interrogarsi su ciò che una narrazione sceglie di mostrare prima del delitto e attorno al delitto. Comprendere non vuol dire giustificare.
La Lizzie della serie arriva infine a conquistare una libertà impensabile nella casa paterna. Vive apertamente la relazione con Bridget, dispone del proprio denaro e sostiene economicamente il movimento per il suffragio femminile. Il personaggio storico lascia ormai spazio a una figura simbolica: una donna che attraversa il sangue e il giudizio sociale per appropriarsi, nel bene e nel male, della propria esistenza.
Ed è forse qui che il titolo stesso della serie diventa ambiguo. Chi è davvero il “mostro”?
Lizzie, che uccide? Aileen, che uccide? Una società capace di relegare una donna fuori dalla norma ai margini? Una famiglia che non sa riconoscerne l’identità? Oppure lo sguardo collettivo che trasforma alcune donne in icone mostruose e continua a raccontarle per generazioni?
Monster: The Lizzie Borden Story non è una serie per chi cerca soltanto la ricostruzione di un celebre duplice omicidio, infatti la storia documentata viene manipolata, reinventata, talvolta apertamente tradita, ma forse è proprio accettando questo tradimento che l’opera rivela ciò che vuole realmente essere, ovvero non il racconto di come Lizzie Borden diventò un’assassina, quanto quello di come una donna considerata “rallentata”, incomprensibile e fuori posto possa trasformarsi, attraverso lo sguardo degli altri e attraverso il proprio rifiuto delle regole, in un “mostro”.
Ed è proprio questa scelta, rischiosa, provocatoria e certamente discutibile, a rendere la serie così accattivante.
Written by Silvia Lorusso Del Linz
