“L’arte di uno storico” di Emilio Gentile: un insieme di frammenti autobiografici
“Negli ultimi sessant’anni della mia vita sono stato uno storico, e lo sono tuttora. Ma sin dalla nascita la mia vocazione, se si nasce con una vocazione, è stata l’arte, cioè il disegno e la pittura.”

Parole con cui si apre il libro L’arte di uno storico. Frammentiautobiografici di Emilio Gentile pubblicato da Carocci editore nel 2026. Autorevole studioso italiano, Gentile è noto a livello internazionale per i suoi studi magistrali sul fascismo, sui totalitarismi e sulle ragioni della politica. Con opere che hanno segnato la storiografia del Novecento.
“Nell’estate del 1961 ci fu a Bojano una gara d’arte. Partecipai con due quadri di paesaggi della città con le montagne, disegnati con inchiostro di china e colorati a pastello…”
L’arte di uno storico è un’opera diversa da quelle tradizionalmente elaborate dallo storico: non è un nuovo saggio sul Ventennio ma il racconto di una vita divisa tra due passioni che per decenni hanno proceduto “fianco a fianco, autonome e inseparabili”, come sottolineato dallo stesso autore. Una doppia vocazione quindi, quella di Emilio Gentile, che ha attraversato tutta la sua esistenza.
Testo dettagliato, pari a un diario intimo, o quasi a una confessione, in cui il rigore dello storico lascia spazio all’artista, L’arte di uno storico è un insieme di frammenti autobiografici che coprono un arco temporale che va dal dopoguerra ai giorni nostri. Il termine autobiografico potrebbe far pensare a una tradizionale storia personale, dall’infanzia alla maturità, raccontata secondo un ordine cronologico.
Ma non è questo il carattere più interessante del libro. Perché i frammenti annunciati dal sottotitolo suggeriscono una costruzione diversa: ricordi, episodi, riflessioni e immagini dell’esperienza artistica si intrecciano per ricostruire non soltanto una vita, ma soprattutto lo sguardo dell’autore posato sul mondo.
Gentile, nel suo lavoro, non sembra voler dimostrare di essere anche un pittore. Sembra piuttosto voler raccontare che cosa significhi avere una vocazione e non smettere mai completamente di seguirla. Ed è proprio in ciò che il libro acquista una sua dimensione che va oltre l’autobiografia.
Con un chiaro riferimento ad Anton Čechov, Gentile dichiara di aver avuto una moglie, ovvero la storiografia, e una compagna segreta: l’arte. Dichiarazione questa, che spiega in modo inedito il percorso intellettuale di uno dei maggiori studiosi del nostro tempo. Per decenni, lo storico e il pittore hanno convissuto in un equilibrio precario ma fecondo nell’autore, dialogando, in modo simbiotico e conflittuale, tra le due vocazioni, seppur antagoniste fra loro.
“Per quarant’anni il mio lavoro è stato legato al futuro delle nuove generazioni. E anche se la parola può sembrare enfatica, la mia missione di storico è stata vissuta nella convinzione che la conoscenza realistica del passato fosse base fondamentale per una reale consapevolezza del presente…”
La narrazione, seppur frammentata, si sviluppa attraverso il racconto dell’infanzia dell’autore, la sua precoce passione per il disegno e la sua formazione artistica, segnata dalla scoperta dei grandi maestri: Goya, Van Gogh, Cézanne, Toulouse-Lautrec, Boccioni, Sironi e Campigli.
Un ruolo fondamentale nel percorso formativo dello storico è dovuto all’incontro con Giuseppe Prezzolini, lo scrittore e saggista che divenne per Gentile un mentore e un amico. È stato proprio il diciottenne Emilio a contattare Prezzolini, inviandogli un suo scritto sul carattere morale della poesia di Dante. Da quel momento, fra i due è nata un’amicizia intellettuale profonda, che sarebbe stata determinante nelle scelte professionali di Gentile.
“Un’altra casuale scoperta, come per Bosch e Bruegel, avvenne a Pesaro all’inizio del 1962…”
Nella pittura, Gentile ha cercato, come afferma lo stesso, un “paradiso ritrovato” per fuggire dall’imparzialità e dal rigore con cui la ricerca storica gli imponeva di studiare i fenomeni tragici del passato. Un luogo in cui esprimere “una illimitata libertà di immaginazione nella entusiasta creazione di un mondo personale di forme e colori”. Poi, con l’ingresso nel nuovo millennio, segnato da una rinnovata stagione di violenza e odio, l’equilibrio dell’autore si è incrinato.
E l’artista che era in lui è stato costretto a seguire i fatti storici contemporanei della Storia in corso, forieri e spesso testimoni della malvagità umana. A quel punto “il suo paradiso si è dissolto”, trovando nel suo universo artistico un modo per alienarsi dalle brutture che per mestiere è stato costretto a raccontare.
Nell’ultimo capitolo del libro, Gentile racconta come la vocazione artistica sia in un certo senso confluita nella Storia: la pittura è diventata il commento personale della Storia in corso, pur restando chiusa nel riserbo privato.
“Ai dipinti ispirati dal cupo pessimismo macchiavelliano, pur condividendolo, per non rimanerne prigioniero contrapposi altre fonti di ispirazione…”
Strutturato come un viaggio nella memoria, il libro è arricchito da immagini relative ai lavori realizzati dall’autore fin dalla più tenera età. Si tratta di opere pittoriche che arricchiscono la fruizione del testo, testimoniando al contempo la sua evoluzione artistica fino al suo approdo all’astrattismo.
In merito al registro narrativo, qui, Gentile abbandona quello accademico per adottare una scrittura intima, riflessiva, talvolta malinconica. Con una prosa che si legge come un diario, in cui l’autore non ha paura di mostrare le proprie fragilità, le proprie contraddizioni, il proprio bisogno di bellezza in un mondo che di bellezza ne ha poca.
La scelta dei frammenti come forma narrativa è significativa: non una narrazione continua, ma lampi di memoria, istanti di rivelazione, episodi che illuminano una vita intera. È un modo di raccontare che rispecchia la doppia natura dell’autore: la precisione dello storico e la libertà dell’artista.

Quindi, L’arte di uno storico, piccolo gioiello editoriale, si apre alla conoscenza dell’uomo che sta dietro lo studioso è fruibile da ogni tipo di lettore. Principalmente da chi crede che la Storia non sia solo una disciplina accademica, ma un’esperienza umana totale, in cui la ragione e l’emozione, il rigore e l’immaginazione, non possono essere separati. In quanto, come testimoniato dallo stesso, lo storico e l’artista non sono figure opposte: entrambi cercano di dare forma al caos dell’esperienza umana, cercando entrambi di illuminare l’oscurità.
La differenza fra le due discipline sta negli strumenti: da un lato le fonti e l’imparzialità, dall’altro il colore e l’immaginazione. L’obiettivo è comunque lo stesso: comprendere.
Ed è, visto da questa prospettiva, che L’arte di uno storico è anche un libro sulla creatività e sul suo fine, ovvero la ricerca della verità.
L’arte di uno storico è il libro più personale di Emilio Gentile, quello in cui lo storico più rigoroso del fascismo italiano si mette a nudo e ci mostra la sua “compagna segreta”. Un libro che si legge in poche ore ma che resta a lungo, perché parla di una tensione universale: quella tra il dovere e il desiderio, tra la responsabilità e la libertà, tra la storia e l’arte.
“Il principio di imparzialità della mia vocazione storica era totalmente opposto al principio della soggettività totale della mia vocazione artistica…”
Written by Carolina Colombi
