Stoner di John Williams: uno scambio di Funzioni e di Finzioni

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Leggendo le prime pagine di “Stoner” di John Edward Williams, temo che avrò poco da dire e la cosa mi preoccupa. La scrittura di John è bella, la vicenda narrata è interessante, ma non mi sommuove: è come se mi rispettasse troppo! Decido di affrontarla come fa un burocrate con una pratica che si differenzia dalle altre per la nuda semplicità. Gli eventi narrati paiono simili ad altri letti chissà dove e quando. I personaggi sono semplici, la loro anima è racchiusa da abiti dimessi. E si esprimono a monosillabi o poco più.

Stoner di John Williams
Stoner di John Williams

John Edward Williams (in copertina di Stoner proposto semplicemente come John) proviene da una famiglia di contadini. Il suo viso ricorda quello dei fratelli De Filippo, più Eduardo che Peppino. S’iscrisse all’Università, come accade a William Stoner, il protagonista del romanzo, anch’egli figlio di campagnoli, con alcune similitudini e con qualche differenza. John s’arruola durante la Seconda guerra mondiale, diventa sergente e si reca in India e Birmania. Poi torna e s’iscrive all’Università. William evita scaltramente di recarsi in guerra, a differenza dei suoi due più cari amici, uno dei quali crepa non appena è sbarcato in Europa (che tanto desiderava visitare). L’altro invece torna a casa e si dedica all’insegnamento, ricoprendo presto un ruolo di prestigio: è il personaggio più coriaceo e ineffabile del romanzo, un tipo che, nella mia Reggio, definiamo brutto ma schietto, uno che non te la manda mai a dire. Ed è espressivo nel farlo, non come William e altri.

Non è cattivo, ma è una mina vagante che trabocca di personalità! William era andato all’università spinto dal padre, che sognava di vedere in lui un dottore in agraria. Allorché ode un enigmatico professore leggere dei versi di Shakespeare, Stoner cade metaforicamente da cavallo, mutando subito indirizzo: diventerà uno studioso e un docente di lettere. Quel professore è strano. Riconosce il valore di William e lo aiuta a formare la sua cultura letteraria. E resta enigmatico fino alla fine. Poi se ne esce di scena, morendo, senza disturbare troppo. Il timido William non ha confidenza con lui e con alcun altro, manco coi genitori, i quali scoprono il cambio d’indirizzo dei suoi studi allorché si recano a trovarlo. E non fanno storie, pur restando sorpresi. Mi spiego: non s’incavolano né sollevano questioni. Ascoltano e, piuttosto che avvilirlo, se ne stanno zitti e poi tornano da dove erano venuti. William incontra una ragazza carina e se ne innamora. Non si capisce se anche la ragazza s’è innamorata. La quale accetta di fidanzarsi con lui. E di sposarsi. Amen?

Il romanzo uscì nel 1965 ed ebbe poco successo. Quando l’autore morì, nel 1994, non era né troppo famoso né troppo poco. Nel 2011, Stoner fu tradotto in francese e lì cominciò la sua fortuna, che si espanse in tutta Europa. Oggi è inserito in alcune liste dei migliori romanzi del secolo.

Ti pongo una domanda, caro Me Stesso: a te piace? Sì, e a te? Certo, mio gemello siamese: abbastanza. È scritto bene? Meravigliosamente! Ti emoziona? Un po’. Ti ricorda qualche altro romanzo? Non ti saprei dire quale! A me fa venire in mente la Trilogia di film dell’Incomunicabilità di Michelangelo Antonioni, più o meno coeva. Con una differenza: Edith, fidanzata e poi moglie di William, non ha il fascino di Monica Vitti. Monica pare una comare ammiccante, se messa al suo confronto. Edith a volte è perfettamente in grado di simulare un’empatia (e forse fingeva anche Monica!), ma solo quando ciò serve ai suoi scopi, che restano imperscrutabili. La coppia ha una figlia che mi fa tanta tenerezza e che si chiama, non credo a caso, Grace. Non ricordo le parole esatte, ma la madre dice che la piccolina aumenta in lunghezza e non in larghezza: che sia un tubetto? William sa essere più sorridente nei confronti dell’infante (il minimo sindacale) e di certo le vuole tanto bene. Così vuole bene ai suoi genitori. Però anche lui, come la moglie, ha una sua via da seguire e questo gli pare il Fine Principale, che è (anche) mirato a salvaguardia della famiglia. Edith ha un viottolo da seguire, ma forse nemmeno lei sa dove conduca. Cammina, non è che sia ferma. Ma al lettore sfugge quale sia il suo fine. Che forse è incerto anche per lei. Sembra quasi che questo avverbio dubitativo sia stato (forse) inventato per lei.

Nel frattempo i padri dei due sposi si recano a mirare l’erba dalla parte delle radici: una metafora che mi fa ribrezzo, ma dà l’idea. Mi chiedo cosa ci sia di vero nella balla che, morendo, si scorge il film della propria esistenza, almeno nelle scene principali. O se tutto si spegne in quell’attimo! E stop! Allegria!

Mi darai mai la risposta, caro John Edward?

Finalmente, a pagina 141, accade, magicamente, la prima sottolineatura: “Ormai erano arrivati al punto che si parlavano solo di rado, per non rischiare di rompere il delicato equilibrio che rendeva possibile la convivenza.” – bella coppia davvero, ove ognuno è parte della vita dell’altro purché se ne resti un po’ fuori e non interagisca più di tanto. Mia confessione: durante una mia convivenza, per metà si rideva, per metà ci s’incavolava di brutto. Per metà si stava zitti. E alla fine i conti non tornavano. C’era una metà di troppo. A casa Stoner non era così. A tarda sera tutti i dati della partita doppia si conciliavano. Non c’era un Dare e un Avere, bensì uno scambio di Funzioni e di Finzioni. Se Uno dei due autori-attori dava di più o di meno, l’Altro si adeguava nel fornire la cifra esatta, ottenendo la parità dei conti. Al lettore sembra che William sia più generoso e altruista di Edith. Per quanto riguardò l’incipit del loro rapporto fu effettivamente così: tutto partì da lui. Egli, però, in genere s’adegua al volere altrui. Di fatto è un passivo. V’è un detto, sempre delle mie parti, che rende l’idea (me l’insegnò Silvano, detto il Sopracciò). Di un marito siffatto si dice che è un Due di Coppe in rifiuto quando briscola è Bastoni. William non tanto subisce, quanto si adatta come può. Edith non usa mai una violenza reale, non grida, non si agita. Si sommuove (bel verbo, eh?: lo colsi in una poesia di Mario Luzi, e talvolta ne abuso un po’) con una violenza che pare virtuale e reale al contempo. Pare, dico perché ancora non so se mai diverrà reale. Ho dato una mezza occhiata, non dico dove, all’esito della storia e non sono ottimista, ma non ha senso fasciarsi la testa prima di ricevere l’imminente mazzata. Ed è con un certo rincrescimento che m’accorgo ora che mi sono così allargato in ‘sto abbrivio di reazione che non vorrei che diventasse anafilattica, anche perché pare che il peggio debba ancora venire. Sono a metà dell’ottavo capitolo e ne ho un bel po’ da macinare ancora.

Parliamo di Charles Walker? È uno studente particolare, tra il brillante e l’oscuro, con un certo handicap fisico. Il suo tutor è il professor Lomax, anch’egli portatore di una diversa invalidità. Entrambi diventano gli antagonisti di Stoner. Non so decidermi se, dentro di me, dia ragione a una fazione oppure all’altra. Forse a nessuna delle due. Stoner aggredisce verbalmente, ma con finezza!, Walker. Penso che ciò accada perché, in una sua relazione, egli ha criticato fortemente le ragioni espressa da una graziosa studentessa di nome Katherine Driscoll, verso la quale Stoner si sta (in modalità quieta) avvicinando psicologicamente. Walker proseguirà poi per la sua strada, mentre Stoner e Lomax rimarranno per sempre contrapposti come due tenebrosi rivali. Da parte mia, mi sento di dire che quanto Walker dice, e che l’autore riporta a pagina 163 – a proposito “del mistero della letteratura” – non siano fesserie, ma opinioni rispettabili. È assurdo che te la prenda così tanto, William. Anche se, e qui concordo con te, quel suo discorso era “eccitato e frenetico” e la sua “esibizione” pareva “completamente improvvisata”. Ci scorgo un’ingiusta giustizia (ti è piaciuta?): il professore può permettersi di recitare a soggetto, lo studente no. Se non cammina nel sentiero previsto dalle direttive è da censurare. Lo pensi sul serio, Bill?

E che il tuo nome somiglia, nella forma normale, al cognome dell’autore del romanzo non mi pare casuale. Poco tempo dopo, tu (William, Bill e pure Willy, come Edith ti chiama), entri nella vita (e nel corpo) di quella Katherine di cui si diceva. E vi amate appassionatamente, come due studentelli! Leggo: “Era un mondo in penombra quello in cui vivevano e in cui portavano la parte migliore di se stessi, e dopo un po’ di tempo il mondo esterno…” – e che gli era capitato? – “… finì col sembrargli falso e irreale.” – ingannevole magia del sentimento amoroso! Poco ciarlavano e molto facevano: “Si abbracciarono per non doversi guardare in viso…” – la passione amorosa è simile a un conflitto fra sé e il mondo esterno. I due amanti poi si lasciano, quasi di punto in bianco. Il conflitto con il Kósmo esterno s’è aggravato. L’unica salvezza consiste nella fuga di lei. E Bill “le fu grato per averlo tenuto all’oscuro e non avergli lasciato alcun biglietto d’addio per cercare di digli ciò che non poteva essere detto.” – … quando Sua Maestà Incomunicabilità dirige la nostra vile esistenza!

John Williams citazioni Stoner
John Williams citazioni Stoner

Edith, la mogliettina, sa tutto e pare che non gliene freghi granché. Bella è la scena ritratta a pagina 270, ove ella “si dava indicazioni da sola, come se si rivolgesse a un bambino.” – spesso capita pure a me, ma mai quando gli altri possono udirmi. Inoltre: “Prese l’abitudine di rivolgersi al marito e alla figlia in terza persona, come se stesse parlando di qualcun altro.” – di un assente giustificato.

Se mai ti capiterà di leggere pagina 289 de Stoner e zone limitrofe, capirai che, per ‘sta gente, l’amore, inteso come passione, esiste, e forse è sempre esistito. Ma è come un cellulare tenuto in modalità silente, in modo che non disturbi la riunione condominiale. Ogni convenzione sociale può essere un accorgimento utile ma, come tutto quel che è relativo all’umana condizione, a volte, anzi, spesso, si tramuta in una catena da cui non ci si vuol liberare, in quanto di oggi non c’è certezza. Figuriamoci di doman!

Alla figliola, ora cresciuta in tutte le direzioni spazio-temporali, capita qualcosa di assurdamente umano. Il che le dona la chance di smarrire e poi forse di perdere se stessa. Non so (mancando ancora una ventina di pagine) che cavolo le accadrà. Speriamo in bene. Ma, come cantava Piero Pelù: chi visse sperando morì non si può dire.

Che te ne pare, mio prossimo, di ‘ste fantasie letterarie?: “I moribondi sono egoisti, pensò. Vogliono il momento tutto per sé, come dei bambini.” – e io ne deduco che si vive allo scopo di rimbambirsi.

La tua ultima pagina, caro il mio romanzo, è tutta da dimenticare e, per nulla, da scordare.

Il 4 ottobre 2026, ho letto una poesia di Filomena Gagliardi, intitolata Dualità. Essa mi emoziona per la sua miracolosa banalità, quando dice che: Siamo maschere/ in un teatro di apparenze.

Le scrissi poi che ognuno ha in mente la sua parte da recitare e che non sempre sa ascoltare gli altri. Anche se non è necessariamente così. Ogni persona (vedi l’etimo di tale parola) indossa la sua, di maschere. Difficile è il comunicare all’Altro il proprio Sé, rispettando, al contempo, entrambe le realtà. La qual cosa è problematica, come intuiva l’eroico Arthur Rimbaud, che tentò d’identificare le due Sostanze: Je est un… e poi finì la frase, in quella lettera che scrisse a un amico.

Letta la poesia di Filomena, le ho suggerito il tuo Stoner, John Edward. Ho fatto bene?

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

John Edward Williams, Stoner, Fazi Editore, 2002

 

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