“Tolleranza” di Salvatore Veca: un problema di reciprocità

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Salvatore Veca (1943-2021), uno dei più autorevoli filosofi politici italiani contemporanei, accolse l’invito dell’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa di Bologna a partecipare a un incontro dedicato alla tolleranza, tema della cui natura controversa era pienamente consapevole. Il suo intervento venne successivamente trascritto e pubblicato in questo breve ma intenso saggio.

Tolleranza di Salvatore Veca
Tolleranza di Salvatore Veca

Molti dei concetti qui esposti sono ripresi dal suo “Dizionario Minimo”[1].

Veca inquadra subito la tolleranza come una virtù ritenuta dai più di second’ordine, assai bistrattata e criticata. Egli, invece, la difende e vuole dimostrarne la rilevanza e l’attualità. Anzitutto, Veca pone il problema della convivenza prendendo a prestito le parole del Cardinale Carlo Maria Martini: «come convivere nella diversità».

In cosa consiste, per Veca, la difesa di un valore? Un primo grado è rappresentato dalla sua “giustificazione”, vale a dire dalle ragioni che possiamo addurre a suo favore e che, a loro volta, possono essere accettate o rifiutate.

Un secondo grado, richiamando John Rawls, è quello in cui ci impegniamo nella difesa di un valore che ci sta a cuore, facendone “l’apologia”. Il grado successivo è quello del “conflitto”: è inevitabile, infatti, che qualcuno contesti le nostre ragioni e che si renda quindi necessario un impegno per sostenerle.

Riassumendo: giustificazione, apologia e conflitto. Sono i tre gradi ineludibili per sostenere che la tolleranza è una virtù civile anche se controversa.

Veca, a mio parere, è molto bravo a sistematizzare e razionalizzare le ragioni a sostegno della tolleranza in quanto valore, suddividendole in tre macrotipologie.

1. Le ragioni prudenziali. Troviamo argomenti a favore della tolleranza tutte le volte in cui i costi dell’intolleranza risultano superiori ai benefici della tolleranza. Queste ragioni prudenziali ne fanno una virtù strumentale.

2. Le ragioni epistemologiche. Sono quelle legate all’idea del fallibilismo, secondo cui, come sosteneva Voltaire, dobbiamo sempre ammettere la possibilità che le nostre convinzioni siano errate e quelle altrui fondate. In qualsiasi campo l’intolleranza nei confronti delle idee diverse da quelle di maggioranza è una cattiva maestra.

3. Le ragioni etiche o morali. Sono quelle per cui il problema diviene quello del mettersi in gioco con la diversità in una interazione che, nei casi migliori, cambierà sia lui (o lei) sia me, ma anche i confini della nostra storia.

Per Salvatore Veca, le tre tipologie di ragioni sono disposte secondo un ordine gerarchico: se non è soddisfatta la prima, non si può passare alla seconda, e così dalla seconda alla terza.

Infine, Veca affronta un problema decisivo, già incontrato, seppure in forme diverse, in Popper e Ricoeur: quello dei limiti della tolleranza, per cui: «… qualsiasi discorso responsabile sulla tolleranza deve prenderne in considerazione i limiti […] Una tolleranza senza limiti non è tolleranza […] La tolleranza pone un problema di reciprocità: ci sono buone ragioni per sostenere che gli intolleranti non vanno tollerati».[2]

Veca termina il suo breve saggio con l’esortazione a cercare di percorrere sempre la strada della tolleranza e affida le ultime parole del volume alla famosa e bellissima frase di Max Weber: «Se nella storia non si ritentasse ogni giorno l’impossibile, non sarebbe mai raggiunto il possibile»[3].

 

Written by Algo Ferrari

 

Note

[1] Salvatore Veca, Dizionario minimo. Le parole della filosofia per una convivenza democratica, Frassinelli, 2009

[2] Salvatore Veca, Tolleranza, Asmepa edizioni, 2012, p. 31-32

[3] Max Weber, La politica come professione, in Scritti politici, trad. it. di A. Cariolato e E. Fongaro, Donzelli, 1998, p. 230.

 

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