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“Pasolini: la verità”, spettacolo di Claudio Pierantoni: arma di costruzione di massa al Teatro Vittoria, Roma

È la cruda realtà narrata con pensiero, e senza indugio alcuno. È vita profonda che coinvolge, sconvolge, dà e toglie, inspira ed espira.

 

Pasolini: la verità di Claudio Pierantoni

In scena sul prestigioso palco del Teatro Vittoria di Roma, prima nazionale assoluta, va lo spettacolo di Claudio Pierantoni, che è un sentito ritratto di un uomo che troppo presto ha chiuso la bocca e che tanto ancora avrebbe avuto da dire. Un investigatore dell’anima, un pittore feroce di un’umanità che ha sempre latitato, sempre desiderato e mai o quasi colto. Che ha sempre sognato e mai avverato.

Ecco chi era Pasolini, ci dice con questo spettacolo Pierantoni: un uomo con virtù e vizi. Un uomo felice di infelicità. Pieno di domande, dubbi nel cuore e con in tasca alcune certezze che regalava a chi sapeva coglierle.

Non semplici parole su carta, inchiostro su fogli, il suo, ma essenza pregna di sangue e ferocia. E giustizia. E sentimento.

Pier Paolo Pasolini era regista, scrittore, poeta. È stato tutto e la vita gli è stata tolta in un niente: un personaggio controverso, per certi versi. Incompreso. Ed ecco che allora Claudio Pierantoni ci viene in “soccorso”, ad analizzare ogni piega dell’artista, del volto duro e dal cuore vibrante.

Pierantoni che senza mezzi termini, senza voler incantare, senza giocare con le parole, ci illumina con il fascio di luce della verità. Indaga, scandaglia, senza lacrime, senza morbosità.

Questo spettacolo è un’arma di costruzione di massa perché sollecita le coscienze che, sopite, risiedono nell’uomo del 2000, ipnotizzato dal «pane e circensem» che i media tutti diffondono, web compreso.

Quanti libri vediamo adesso, tra le mani di chi viaggia? E quanti smartphone?

Dunque si ha bisogno di qualcuno che gridi noi la verità, che ci spieghi come sono andate esattamente le cose. Quando è iniziato il nostro declino, la nostra discesa, noi abitanti di questa folle giostra che è la vita, fatta di rapide discese e lente salite.

Pierantoni ci riesce, con delicatezza, senza ferocia alcuna. E parla di Pasolini che è stato un grande ma che poteva, indubbiamente, fare, dare, essere qualcosa di più.

Perché il discorso va oltre Pier Paolo, oltre l’inchiesta, l’indagine, il voler conoscere realmente come sono andati i fatti.

Pasolini - la verità di Claudio Pierantoni

Parla di noi, della nostra vita, di ciò che abbiamo e di ciò che non abbiamo. Di quello che manca a questa società, lassa, arrendevole e per certi versi miserevole.

Una piéce, quella firmata da Claudio Pierantoni che regge, in tensione, nemmeno fosse un giallo di Agatha Christie. Una piéce leggera ma al tempo stesso pregna di significato. Potente.

Una piéce imperdibile per tutti coloro che vogliono sapere. Vogliono conoscere. La storia di PPP. E la vita vera e ciò che ci circonda.

Promosso dall’associazione “La Quarta Parete” in collaborazione con Cittadinanzattiva,Pasolini: la verità è andato in scena martedì 31 gennaio 2017 nell’elegante e prestigiosa cornice del Teatro Vittoria di Roma.

Scheda tecnica

Scritto, diretto e interpretato da Claudio Pierantoni;

Aiuto regia: Ilaria Parisella;

Luci: Luigi Ascione;

Realizzazione audiovisiva: Atra Visio.

Produzione: Associazione Quarta Parete in collaborazione con Cittadinanzattiva onlus

 

Written by Stefano Labbia

 

 

Info

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“La Macchinazione”, film di David Grieco: Pier Paolo Pasolini intellettuale, poeta e regista, dal 5 al 7 ottobre 2016, Bari

“Il corpo (ogni corpo), coperto di croste ed eternamente crocifisso, / (non c’è niente da fare!) è preso per scherzo; / è una cosa privata su cui è bene sorvolare, tacere / – o, appunto, solo scherzarci su, nelle more” Pier Paolo Pasolini, 1971

La macchinazione - evento Bari

Il 5 luglio 2016 si è costituita l’Associazione Culturale Felici Molti con sede legale in Puglia (Bari). Un’associazione la cui mission è la promozione di ogni forma di espressione culturale (teatrale, cinematografica, letteraria ed editoriale, musicale e artistica) sul territorio nazionale, ad opera di una giovane studentessa universitaria e nostra stimata collaboratrice, Irene Gianeselli, attualmente Presidente in carica.

Possiamo chiamarla una rivoluzione culturale, i cui soci intendono promuovere i talenti e le competenze di chiunque voglia contribuire a condividere e creare bellezza, a ri-immaginare per ri-costruire, a mettere in circolo idee libere ed intellettualmente ed eticamente oneste, a diffondere l’arte e la cultura.

L’Associazione Culturale Felici Molti è ispirata al libro di Elsa Morante “Il Mondo salvato dai Ragazzini”; il nome dell’Associazione, infatti, vuole riprende la Canzone Popolare dei Felici Pochi trasformando l’aggettivo Pochi in un Molti che indica una direzione qualitativamente proiettata verso un futuro ancora pensabile in termini costruttivi, propositivi e positivi.

L’Associazione, con il patrocinio dell’AdI (Associazione degli Italianisti), ha dunque deciso di promuovere tre giorni di eventi dedicati a La Macchinazione“, opera cinematografica del regista David Grieco (Roma, 1951), con il coinvolgimento attivo della cittadinanza ed in particolare degli studenti del Liceo Scientifico Statale “Gaetano Salvemini” di Bari ed il Patrocinio Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e Apulia Film Commission.

L’obiettivo del progetto è proporre la figura di Pier Paolo Pasolini attraverso le lezioni magistrali di Docenti dell’Università degli Studi “Aldo Moro” coinvolti (Professore Bonifacino, Professore Guaragnella, Professore Voza) e avviare una riflessione critica sull’opera cinematografica del regista romano nelle giornate del 5, 6 e 7 ottobre 2016.

David Grieco

David Grieco è nato a Roma nel 1951. Sedicenne, viene scelto come attore da Franco Zeffirelli per Romeo e Giulietta, da Pier Paolo Pasolini per Teorema e da Bernardo Bertolucci per Partner. A diciassette anni, diviene assistente alla regia di Pasolini e Bertolucci. A diciannove anni, entra a L’Unità come critico di cinema e musica in Italia e corrispondente estero. A trent’anni, torna nell’industria cinematografica come sceneggiatore, scrivendo serie televisive come Sogni e bisogni interpretata da Giulietta Masina, e grandi successi cinematografici come Caruso Pascoski di padre polacco, diretto ed interpretato da Francesco Nuti, Mortacci per il regista Sergio Citti e interpretato da Vittorio Gassman e Malcolm McDowell, I magi randagi sempre per Sergio Citti, e molti altri progetti. Nello stesso periodo, diviene produttore e si occupa di Angela come te, Mortacci e Clown in Kabul. A quarant’anni, si dedica alla scrittura di alcuni saggi e romanzi: Il comunista che mangiava i bambini, Fuori il regista, Parla Greganti, Funari è Funari. Contemporaneamente, è autore e conduttore di svariati programmi radiofonici e televisivi, creando Hollywood Party e Radio City Cafè per la RAI e Il Giornale del Cinema per Tele+. Per Tele+ e Canal+ (Francia), gira oltre cento documentari sui grandi registi e attori della nostra epoca, tra cui Clint Eastwood, John Woo, Robin Williams, Rod Steiger, Liv Ullmann, Spike Lee, Philippe Noiret, Elliott Gould, Daniel Auteuil, David Lynch, Jean Jacques Annaud, Ettore Scola, Mario Monicelli e tanti altri. Superati i cinquant’anni, scrive, dirige e produce, insieme a Mario Cotone (produttore esecutivo dell’Ultimo Imperatore, La vita è bella, Canone Inverso, Malena, Baarìa), il suo primo film da regista, Evilenko, tratto dal suo romanzo Il comunista che mangiava i bambini e interpretato da Malcolm McDowell, Marton Csokas, Frances Barber e Ronald Pickup. Evilenko ha avuto una distribuzione mondiale (anche in Stati Uniti e Cina) ed è stato nominato a diciotto premi in tutto il mondo, che hanno portato a molti successi, tra cui il Nastro d’Argento Internazionale a Malcolm McDowell, il Golden Placido per il miglior Film al Festival di Manresa (Barcellona) e il Golden Reel Award per la Miglior regia al Festival di Tiburon (San Francisco).

La macchinazione

La macchinazione” è ambientato nell’estate del 1975. L’Italia ha conquistato il diritto al divorzio e, sullo slancio, il Partito Comunista Italiano sembra poter riuscire a vincere le prossime elezioni politiche, per poi andare a governare il paese, abbattendo la storica pregiudiziale anticomunista del mondo occidentale. Ma Pasolini non condivide tutta questa euforia. A suo modo di vedere, l’Italia si sta in realtà spostando a destra, sullo slancio di una cultura consumistica che sembra poter omologare tutto e tutti e rischia di diventare “una dittatura anche peggiore del fascismo”. In quegli stessi giorni, Pasolini vede un ragazzo di borgata, Pino Pelosi, che gli ricorda Ninetto, il Ninetto Davoli da lui scoperto anni prima quando era appena adolescente. Pasolini e Pelosi s’incontrano periodicamente, suscitando le chiacchiere e il sarcasmo di una periferia romana anch’essa molto cambiata rispetto ai tempi di Accattone. In questa periferia si agitano loschi figuri, ben poco poetici e ben poco pasoliniani, che hanno ormai scelto la delinquenza pura: sequestri, rapine, traffico di droga. Appartengono a un’organizzazione criminale che presto diventerà padrona della città, grazie a potenti appoggi e amicizie altolocate: la Banda della Magliana. Durante la sua personale indagine sulle trame della corruzione politica, Pasolini s’imbatte in Giorgio Steimetz, uno strano personaggio dal nome di fantasia, che ha scritto un libro di denuncia contro Eugenio Cefis, l’uomo dell’ENI, della Montedison e della P2. Il libro, intitolato Questo è Cefis, è sparito dalla circolazione a quarantotto ore dalla sua uscita e il suo autore è costantemente pedinato dai servizi segreti. Ma Pasolini non può sapere che i suoi incontri con Giorgio Steimetz vengono puntualmente osservati e registrati da spie molto ben organizzate. Una notte, presso gli stabilimenti romani della Technicolor, il negativo di Salò o le 120 Giornate di Sodoma viene portato via da una banda di ladri. I ladri in questione sono degli amici di Pelosi, ma la mente della rapina è un pezzo grosso della malavita organizzata. Inizialmente, per restituire la pellicola viene richiesto un ricatto spropositato: due miliardi di lire. Ma dopo qualche giorno, i ladri sembrano scendere a ben più miti pretese. Nella notte fra il primo e il due novembre del 1975, Pier Paolo Pasolini si reca dunque all’Idroscalo per riavere il negativo del suo film. Ma in realtà è una trappola. Il suo assassinio è stato pianificato nei minimi particolari da tanti complici volontari e involontari, tutti uguali e tutti ugualmente colpevoli.

PROGRAMMA

5 ottobre

Ore 10.30 L. S. S. “Gaetano Salvemini” di Bari

Giuseppe Bonifacino (Dipartimento LELIA – Università di Bari) – Pasolini intellettuale, poeta e regista

Ore 16.00 – Cineporto di Bari

Proiezione del film La Macchinazione alla presenza del regista, riservata agli studenti del L. S. S. “Gaetano Salvemini”

 

6 ottobre

Ore 10.30 L. S. S. “Gaetano Salvemini” di Bari

Incontro degli studenti con David Grieco – Modera Tina Gesmundo (Dirigente Scolastico)

Ore 18.00 – Libreria Zaum

Presentazione del libro La Macchinazione (Rizzoli), con l’autore David Grieco – Modera Irene Gianeselli

 

7 ottobre

Ore 10.00 – Sala Grande del Palazzo ex Poste – Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

Saluti di benvenuto

Antonio Felice Uricchio (Rettore dell’Università di Bari)

Presentazione dell’evento e apertura dei lavori – Antonio Ciuffreda (Delegato del Rettore alle attività relative alla promozione delle cultura del libro)

Irene Gianeselli (Presidente Associazione Culturale “Felici Molti”)

Proiezione del film

Tavola rotonda con David Grieco, Tony Laudadio e Giuseppe Bonifacino – Modera Pasquale Guaragnella (Professore di Letteratura Italiana – Università di Bari)

La solitudine lettura dell’attore Tony Laudadio

Ore 16.00Cineporto di Bari

Intervento di Pasquale Voza (Professore emerito di Letteratura italiana – Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e componente del comitato scientifico della rivista internazionale «Studi pasoliniani») su L’Eros pedagogico di Pasolini e dibattito con David Grieco, Tony Laudadio

Proiezione del film

 

 

Info

Sito Associazione Culturale Felici Molti

 

 

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Intervista di Irene Gianeselli al regista David Grieco: “La macchinazione”, Pasolini è più vivo che mai

Ho incontrato David Grieco in occasione del Bari International Film Festival 2016  dove il film “La macchinazione” è in concorso. All’interno delle manifestazioni della rassegna il regista ha presentato il libro “La macchinazione. Pasolini. La verità sulla morte” edito da Rizzoli.

David Grieco

Il film è lacerante e lo è altrettanto il libro, forse il libro lo è ancora di più, perché quando si legge le parole scavano gallerie nella mente, anche nella mente del lettore più distratto. Per capire e assorbire lo sconvolgimento di un film, invece, bisognerebbe concedersi il lusso di vederlo più di una volta. Le parole sulla carta hanno un peso e quel peso permette loro di rimanere tra le distrazione come un ingombrante, assoluto presente molto più che fisico, un assoluto presente al quale si può costantemente ritornare.

In questa intervista David Grieco non si limita a parlare di Pasolini, parla anche del Cinema e di quello che siamo, delle responsabilità che abbiamo nei confronti di noi stessi e degli altri, soprattutto degli altri; quello che al termine dell’intervista ho compreso, e spero sia evidente, è che Pasolini non solo è ancora vivo, ma ce lo portiamo dentro tutti. Chi con l’ottuso disprezzo, chi con la fiducia e il coraggio di pretendere delle risposte.

David Grieco: La mia generazione quando andava al cinema imparava molto. Io da ragazzino al cinema ho imparato perfino la Storia e la Geografia. Siamo cresciuti con film che procuravano sdegno, e quello sdegno, quando uscivi dalla sala, serviva a portare avanti tante battaglie che in alcuni casi producevano anche dei risultati concreti. Oggi lo sdegno non c’è più. Se c’è è anarchico, cieco, siamo un Paese, come qualcuno dice, di malpensanti e di imprecanti, però poi tutta questa gente è in realtà la  gente che da ragazzo incontravo sugli autobus e diceva «Questo è un Paese di ladri…» e che per questo noi tacciavamo di qualunquismo.

 

I.G.: Cos’è il qualunquismo?

David Grieco: Il qualunquismo consiste nel fatto che probabilmente dici anche cose vere, però le devi motivare, spiegare, destrutturare, devi anche capire cosa bisogna fare perché quello che tu evidenzi come un problema, come il problema, non accada ancora.

 

I.G.: C’è molto qualunquismo attorno a Pasolini.

David Grieco: Quando io, ma non soltanto io, incontro qualcuno che dice «Eh, ma Pasolini era un pedofilo», allora comincio ad argomentare «Non è così, come non è vero che Pelosi lo ha ammazzato, la questione è complessa» dico, e cerco di spiegare, ma non passano veramente neppure cinque minuti che di solito questo qualcuno fa un passo indietro e scappa. Non ti contesta nemmeno, non ha gli strumenti per farlo, potresti anche dirgli moltissime sciocchezze e le subirebbe, come evidentemente subisce la maggior parte delle cose che gli vengono dette. Non si ha più la volontà di interloquire ed elaborare un pensiero, di ammettere “Aspetta, mi stai parlando di qualcosa che non conosco, allora devo rimetterci la testa su questa storia, devo ritornarci, magari poi non la penserò come te, ma mi hai instillato un dubbio“. Questo processo non c’è più. E questo processo io l’ho sentito in questi due giorni a Bari e sono rimasto veramente scioccato. Lo sento qui nei giovani come te e t’assicuro che non so in quale altro posto in Italia ci possa essere una tale concentrazione di giovani. Credo sia una questione culturale; altrove incontro giovani così, ma non tanti e tutti insieme nello stesso luogo. Qui siete giovani che studiano, avete scelto di farlo non per prendervi un pezzo di carta, perché sapete benissimo che non servirà, ma per arricchirvi e crescere. Il rapporto tra titolo di studio e lavoro oramai non esiste più, lo sappiamo. Siete una realtà e il fatto di essere qui per la prima volta mi fa sentire come un turista che viene da lontano: ci sono passato, Bari è una città bellissima, però ho scoperto una umanità abbastanza straordinaria. Voi giovani date fiducia, date l’idea che qualcosa può cambiare, che ha senso parlare di determinate cose.

 

I.G.: Al Bif&st hai presentato il libro “La macchinazione. Pasolini. La verità sulla morte“. Questo libro, come il film del resto, è doloroso sia civilmente che eticamente e moralmente. Nel primo capitolo il corpo straziato di Pasolini rimanda al supplizio cristologico.

La macchinazione

David Grieco: Cristo non l’hanno ridotto così, in qualche modo sapevano di uccidere qualcuno che emanava qualcosa di potente, che aveva un seguito potente, c’è stato più rispetto per Cristo. Invece nel caso di Pasolini sapevano di uccidere un uomo che era rimasto solo e ancora adesso Pasolini è molto solo, giusto un po’ meno di quando lo hanno ammazzato. Per questo sento che portiamo tutti la responsabilità della sua morte, perché lo abbiamo lasciato solo all’epoca e continuiamo a lasciarlo solo adesso, come in tutti questi quarant’anni.

 

I.G.: Nel libro c’è una presenza piuttosto ingombrante che mi ha stupito. Nei libri di Storia sembra quasi che il nazismo e il fascismo siano battuti, dimenticati e che subito dopo il ’43 le cose abbiano davvero cominciate a cambiare. Invece non è andata proprio così.

David Grieco: Noi abbiamo questo peccato originale, veramente spaventoso, che è quello di essere stati per due anni con un piede in due staffe. Dopo l’8 settembre del ’43 noi siamo stati contemporaneamente con i nazisti e contro i nazisti assieme agli alleati. Ed è questo l’atto fondante della Repubblica italiana, è questa la ragione della sua ambiguità e di una situazione politica che a forza di degenerarsi è arrivata ad oggi, dove nessuno sa più chi è. C’è questo caos, questa anarchia totale. In realtà quando c’è stata la guerra di liberazione i russi sono entrati a Berlino. Gli americani sbarcano in Sicilia, lo possono fare solo attraverso un patto con la mafia, perché sanno che è la mafia a comandare, e ne rafforzano in modo decisivo anche il potere nominando sindaci i mafiosi più in vista. Poi cominciano a salire, ma sono del tutto consapevoli del fatto che la guerra è ormai vinta. Alla fine del ’43 i nazisti hanno perso. La preoccupazione degli americani quindi non è quella, come dicevi tu, di liberare dal nazismo. Ma la loro preoccupazione è per la guerra successiva, che sanno sarà un guerra fredda contro un nemico ideologico che forse credono anche più pericoloso. Creano quindi un esercito ombra arruolando tutti, anche i gerarchi nazisti. Questo esercito non è stato creato solo in Italia, ma in tutto il mondo e si chiama “Stay behind” che significa tante cose (stai nascosto, stai dietro alle cose che si fanno nel senso che sei tu ad organizzare, manovrare…). In Italia si chiama “Gladio”. Poi viene divisa Berlino, c’è il Processo di Norimberga, i grandi atti della fine della guerra, ma questo esercito è già pronto, già all’erta per arginare il pericolo di quest’altro Paese, la Russia, che nonostante tutti gli errori/orrori dello stalinismo rappresenta un modello entusiasmante, perché il nazismo è finito con il fallimento della presa di Leningrado e i russi hanno combattuto contro i nazisti veramente con le unghie e con i denti, e una volta fuori dalla guerra denutriti, morti, si sono risollevati. Gli americani pensano: se l’Europa diventa comunista i nostri affari finiscono. È in quel momento che si gettano le basi per un conflitto diverso e altrettanto spaventoso.

 

I.G.: Dicevi che ideologicamente oggi in Italia non si può più fare distinzioni.

David Grieco: Berlusconi da un lato ha sdoganato il fascismo e dall’altro ha riesumato il pericolo comunista. Per dirti, c’è un signore che passa i suoi giorni a Piazza Duomo a Milano con un cartello appeso al collo. Sul cartello c’è scritto “Non sono comunista” e così questo signore da vent’anni vive, non dico agiato, ma insomma vive, perché fa il testimone vivente e muto dell’anticomunismo. Ormai fascismo e comunismo sono tra i termini più obsoleti che esistano, perché oggi sono altre le battaglie, sono e dovrebbero essere contro una disuguaglianza sociale come non si è mai vista prima. Solo che le nuove battaglie disturbano di più il manovratore, molto più del fascismo e del comunismo, pertanto si riporta tutto indietro a questa guerra grottesca pur di non concentrarsi sui nuovi temi. È tutto sempre costruito come un raggiro, poi per di più gli uomini politici si sono dimostrati profittatori al di là del pensabile anche avendo le origini più diverse, di qui la sfiducia totale nella politica.

 

I.G.: Ma c’è una speranza per tornare a fare politica in Italia?

David Grieco

David Grieco: Non lo so. Io credo che Internet dia la speranza per fare qualsiasi cosa. Il problema sono le televisioni, finché le televisioni avranno questo immenso potere, anche se è un potere in calo perché voi giovani non guardate più di tanto la televisione. Io presumo che tra una decina d’anni non ci sarà più ciò che Pasolini ha descritto meglio di chiunque altro: la persuasione occulta che entra dentro casa, ipnotizzante. Quando tutto questo finirà ci saranno grandi margini per fare politica. Perché il fenomeno televisione sta declinando.

 

I.G.: Anche il web ha i suoi rischi, però.

David Grieco: Sì, ma proprio perché c’è di tutto si ha la possibilità di valutare. Adesso siamo ancora in balia del Web in qualche modo, ma finiremo di esserlo, non dimenticare che stiamo parlando di fenomeni molto recenti. Anche il fenomeno più inquietante di questi attrezzi, dei cellulari, per cui perfino nelle case non c’è più rapporto diretto tra le persone, è cominciato sei, sette anni fa, ma era chiaro che sarebbe andata così. Ultimamente però c’è chi rinuncia allo smartphone preferendo un telefono piccolo che si può tenere in tasca e che non distrae, ma serve solo e soltanto per telefonare. Bisogna cercare di gestire questa tecnologia invece che lasciarci gestire. Era chiaro che nei primi anni sarebbe stato il contrario. È chiaro anche che sarà un processo graduale, la tua è la prima generazione che si sta ponendo il problema. I trentenni, i quarantenni sono i peggiori in questo Paese, perché su di loro è stato fatto un lavaggio del cervello tremendo. S’è parlato delle peggiori malefatte di Berlusconi, ma la sua peggiore malefatta è la televisione che ha creato e che è entrata nelle case degli italiani. Ci ha fatto perdere, come diceva Pasolini, qualunque tipo di identità naturale, ci ha snaturato, siamo diventati tutti uguali, ma pieni di niente. Tutti alla mercé di questo oggetto.

 

I.G.: Nell’intervista che ne “La Macchinazione” rilascia al giornalista francese, Pasolini dice una battuta che è molto significativa. Io non ho paura del futuro – dice – ho paura del presente perché non ho più memoria. Abbiamo una possibilità di recuperare la memoria per vivere il nostro presente?

David Grieco: Io credo che lo stiamo facendo, l’Italia che ha il “difetto” di non essere una nazione, ma di essere un agglomerato di tanti popoli e culture diverse, localmente è ancora abbastanza legata alle proprie culture particolari e questo ci salverà, nonostante tutto. Rispetto ad altre nazioni che hanno il “pregio” di essere nazioni, noi non saremo massificati totalmente. Perché per esempio Bari è completamente diversa dalle altre città e viceversa, e quindi ogni città conserva una sua particolarità. Noi conserviamo i nostri dialetti e lingue locali. Questa identità io ancora la vedo in Italia anche se messa a dura prova da tante cose, però c’è. Credo che Pasolini penserebbe questo, se Pasolini vedesse questa situazione, talmente vicina a quello che lui temeva, penso direbbe che ancora sono visibili le radici – beninteso tutte diverse e diseguali – di questo Paese. Non le hanno tagliate. Questa “democrazia” è una dittatura strisciante peggio del fascismo, diceva Pasolini a proposito del consumismo. Io credo che neanche il consumismo sia riuscito a tagliare le radici dell’Italia.

 

I.G.: A proposito di istituzioni culturali, nel film c’è una scena in cui Pasolini parla della scuola.

La macchinazione

David Grieco: Il discorso sulla scuola che è presente nel film è un discorso che Pasolini fece in televisione. Io poi gli dissi che tutto sommato questo suo discorso era inaccettabile, e lui sapeva che glielo diceva uno che aveva lasciato la scuola: ricordo che avemmo una lunga discussione su questo argomento, e lui riconobbe di essere stato estremo. Ma io sapevo che quando Pasolini andava in televisione aveva un odio smisurato nei confronti del mezzo, proprio per quella prerogativa manipolatoria che ha il mezzo, e allora sentiva la necessità di essere ancora più provocatorio. Pasolini in una intervista a Biagi disse «Io quando sono in televisione sono in una condizione oggettiva di superiorità rispetto a chi mi sta guardando e questa cosa mi infastidisce tremendamente»: cercava di usare questa superiorità per essere sconvolgente. Per questo ho inserito la scena dell’incontro con il giovane studente alla trattoria Biondo Tevere, scena che scrissi di notte dopo aver incontrato per puro caso il ragazzo del film. Ho cercato di ritagliare e raccontare nei limiti, perché ci sono molte cose ancora più personali su Pasolini che rischiavano però di annacquare drammaturgicamente il film, ma ho lasciato questa scena perché volevo che tutti capissero che Pasolini, definito uomo ieratico, severo, estremamente convinto di essere portatore di un Verbo, non era così. Pasolini era un uomo molto timido e molto coraggioso.

 

I.G.: Tu scrivi nel libro che Pasolini intimidiva con la sua timidezza.

David Grieco: Sì, perché è così. Quella sua timidezza ti metteva in soggezione. Qualsiasi parola gli dicevi, la potevi vedere addosso a lui, quasi rimbombava dentro il suo corpo, aveva una ipersensibilità per gli altri.

 

I.G.: C’è una tenerezza sconvolgente nel tuo film che emerge nel rapporto con i giovani uomini. Come se in quei giovani Pasolini cercasse la parte più barbarica e squisita di sé.

David Grieco: Ho modellato il rapporto con Pelosi sul rapporto con Ninetto. So che in qualche modo Pasolini con Pelosi aveva passato dei mesi quasi da fidanzato e penso che lui in Pelosi rivedesse Ninetto. Pasolini aveva un compagno-figlio, come capita spesso agli omosessuali, ed era Ninetto Davoli che poi sposò una donna straordinaria, ebbe da lei due figli e li chiamò proprio Guido e Pier Paolo come i due fratelli Pasolini. Pasolini non riusciva ad accettare l’idea di invecchiare e credo abbia cercato qualcuno che potesse ridargli quel rapporto con Ninetto di cui oramai era orfano. Perciò nel film ho ricostruito il rapporto con Pelosi con grande scioltezza. Non mi sono mai posto il problema “Adesso come gli parla, cosa gli dice…” perché per me quello era il rapporto tra Ninetto e Pasolini che ho visto tante volte, un rapporto di cui conoscevo la quotidianità.

 

I.G.: C’è infatti naturalezza nell’impostazione degli attori.

La Macchinazione

David Grieco: Mi hanno regalato tutti qualcosa di speciale, sono tutti straordinari. Amo molto gli attori, chiedo loro di entrare nei personaggi a modo loro, di propormi tutto quello che passa loro per la testa, e li incoraggio ad improvvisare. È il mio modo di lavorare ed è anche un modo per non accorgersi della fatica di questo lavoro. Sono riuscito a coinvolgere gli attori fin dal primo giorno di riprese. Si sono lasciati coinvolgere. Non era nemmeno una cosa che avevo messo in conto. La realtà è che il primo giorno che sono arrivato sul set io sono ricaduto in quegli anni. L’ho girato come fosse stato il presente e questo è stato percepito da tutti e anche chi non era ancora nato in quegli anni è entrato in questa specie di bolla. Si vede emotivamente che ho voluto fare questo film come se l’avessi girato un mese dopo la morte di Pasolini, perché sentivo anche il senso di colpa per non averci pensato prima a fare questo film e soprattutto il senso di colpa di tutto il cinema italiano che non ci ha pensato. Ci hanno provato Giordana, Grimaldi, ma in un modo puramente cinematografico.

 

I.G.: Penso ad alcune reazioni che ha provocato il film. È come se Pasolini oggi facesse ancora più paura di allora.

David Grieco: Su questo non ci sono dubbi, ma lo sapevo. Lo sapevo, perché un Paese che si ostina a prendere una delle più grandi personalità della sua Storia e a tenerla nascosta sotto questo mare di merda, è chiaro che ha ancora paura. Altrimenti qualcun altro, anche prima di me, non per forza io, avrebbe avuto il coraggio di dire che questa storia non stava in piedi. Spero che si faccia la commissione parlamentare e ci sono tutti i presupposti perché ci sia. Eppure non ho la certezza che succederà. Poi il fatto che Pasolini abbia addirittura spiegato i fenomeni in cui ci troviamo oggi, fa sì che faccia ancora più paura oggi di quarant’anni fa. Quarant’anni fa qualcuno pensava «Lo prenderanno tutti per matto, chi lo seguirà» e infatti è morto da solo, però oggi  voi non lo prendete per matto. Perché quelle cose le state vivendo.

 

I.G.: Hai una grande fiducia negli spettatori: il montaggio internamente è coerente, ma affidi a chi guarda il compito di rimettere i frammenti in ordine l’uno rispetto all’altro. A cosa deve essere funzionale questa scelta?

David Grieco: Hai detto bene: ho una grande fiducia negli spettatori. Chiedo loro di smontare e rimontare la Macchinazione. Poiché molti, decisamente troppi, hanno avuto la pigrizia di credere all’incredibile versione ufficiale della morte di Pasolini, ho deciso di spingerli ad indagare. Rimettete insieme i pezzi e capirete. Capirete perché vi troverete costretti ad usare la vostra testa. Immagino sia per questo motivo che molti spettatori, soprattutto giovani, hanno già visto il film due, o persino tre volte.

 

I.G.: La fotografia: passato e presente finiscono per coincidere. Come hai scelto questo gioco di saturazioni e sottoesposizioni?

La Macchinazione

David Grieco: Gli effetti digitali che si vedono nel film li ho creati con il colorist francese, Elie Akoka, mentre facevamo la correzione del colore. I registi non assistono mai a questa fase del lavoro di post produzione. Io l’ho fatto e ho notato che il processo della colour correction genera una quantità di immagini impressionante. Queste immagini mi hanno appunto impressionato e ho deciso di usarle nel film per creare una sorta di corridoio tra passato e presente. È stato anche un esperimento. La pellicola sta scomparendo e continuiamo a rimpiangerla. Siamo in piena era digitale, cerchiamo di capire cosa ci permette di fare.

 

I.G.: La figura di Laura Betti ha un ruolo centrale nella conservazione delle opere e della memoria di Pasolini, puoi parlarne?

David Grieco: Laura Betti ha voluto essere, ed è stata, la donna di Pasolini. Né moglie né amante, ma Laura è stata madre, figlia, sorella, confidente di Pasolini. Dal 2 novembre del 1975, Laura si è dedicata a Pasolini fino al suo ultimo giorno di vita. L’ho aiutata, all’inizio, a creare il Fondo Pasolini e poi, nel momento in cui il Fondo Pasolini era in pericolo, a portarlo alla Cineteca di Bologna, un luogo che oggi considero la casa di Pasolini, la sua ultima dimora, e non dimentichiamo che Bologna è anche il luogo dove Pasolini è nato e ha studiato.

 

I.G.: Nel libro parli delle vicende di Teorema. I registi di oggi sono stati all’altezza di accogliere l’eredità della lotta di Pasolini a quel Festival di Venezia, quella lotta per la dignità dell’opera d’arte?

David Grieco: Non lo so. Ossia: un tempo, in un Paese cattolico come questo si censurava un film fondamentalmente per due motivi. Le commissioni di censura hanno un catalogo e devono agire secondo quel catalogo. I due motivi sono il sesso e la violenza. Allora, il sesso piano piano è stato sdoganato anche perché il ’68 è stato principalmente una rivoluzione sessuale, la violenza è sparita perché con l’arrivo dei film splatter, con fiumi di sangue sullo schermo, la violenza non è più una motivazione. È chiaro che la violenza splatter è quasi da teatro delle marionette, i ragazzini la vedono e non c’è più nessun problema, anche se vorrei sapere cosa provoca in un ragazzino quella violenza evocata. Probabilmente, come vediamo accadere in America, provoca la totale incapacità di distinguere il confine tra vero e falso, reale e menzogna. In Italia si parla di abolizione della censura che viene sostituita da una autocertificazione del Produttore in cui dichiara chi può vedere il film (film per tutti o vietato ai minori di quattordici anni…). Questa però può essere un’arma a doppio taglio. Detto ciò, il cinema continua in qualche modo a compiacersi della fine di questi due tabù, la violenza e il sesso, senza rendersi conto del fatto che i veri tabù sono altri. Per spiegartelo ti dico che alla vigilia dell’uscita del film molte associazioni che promuovono i film nelle scuole – e tra le altre l’Agis Scuola  – avevano visto il film e avevano annunciato che l’anno prossimo “La macchinazione” sarà film di punta nelle scuole (e per me questo vale un Oscar, perché portare Pasolini nelle scuole è uno degli obiettivi principali e fondamentali di tutto il progetto),  quarantotto ore dopo queste attestazioni però, abbiamo ricevuto per il film un divieto ai minori di quattordici anni che mi avrebbe impedito – come vedi per fortuna ne parlo al passato – di far vedere il film ai ragazzi. La motivazione era che un minore di quattordici anni non può capire l’implicazione storico-politica del film, quindi volevano censurarlo per una ragione politica. Le ragioni politiche sono le stesse ragioni per cui il film è poco distribuito e resta in sala pochi giorni. Abbiamo superato tanti di quegli ostacoli per cui ogni volta mi sono detto: sono matto, ma perché ho un debito di riconoscenza da pagare. È matta la produttrice, è matto anche Massimo Ranieri che da questo film poteva solo avere da perdere. Ma grazie a questa pazzia supereremo tutti gli ostacoli, perché non voglio fermarmi e lo faccio anche per poter aiutare qualcun altro e per dirgli: se ne esce così, non arrenderti al primo o al terzo tentativo. Viviamo una società in cui tutti hanno paura, in cui chi fa cinema fa una autocensura tale  – e forse nemmeno se ne rende conto – che poi non genera nulla o quasi di buono. Quando la televisione ha preso piede e registi e sceneggiatori hanno cominciato a capire durante le riunioni che certe cose non si potevano fare, tutto questo ha impigrito la catena produttiva in senso generale. Poi il nostro Paese cinematograficamente ha sempre continuato a dare segni di vita – e per me continuerà a farlo – anche se la situazione contingente è quella che è.

 

I.G.: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.” Perché hai scelto di utilizzare questa frase prima dei titoli di testa?

David Grieco: Questa frase l’ha scelta Marina Marzotto, la produttrice del film. Marina Marzotto è un imprenditore tanto onesto quanto coraggioso. Credo che la frase l’abbia colpita perché il rapporto malsano tra politici e imprenditori è probabilmente il tumore più maligno che affligge il nostro Paese.

 

I.G.: “La macchinazione” è un film e un libro e parla di una verità feroce. Come si impara a riconoscere la “verità”? Mi spiego: se io non conosco determinate circostanze, se non ho i mezzi per capire, come posso imparare a riconoscere una strada alternativa che mi permetta di arrivare alla verità anche senza quei mezzi e quella conoscenza?

David Grieco

David Grieco: Pasolini mi ha insegnato che occorre pensare con la propria testa. L’intellettuale come lo intendeva Pasolini -penso influenzato da Jean Paul Sartre che aveva teorizzato e quasi militarizzato il concetto- ha come il dovere di “far esplodere le contraddizioni” (si diceva così, lo so, è ridicolo), tutte le contraddizioni, comprese le sue. Se ci pensi, questo è un metodo di indagine permanente. Adatto ad affrontare Pasolini. Ho cercato di raccontare Pasolini come un uomo che non riesce a smettere di pensare. Pasolini aveva una fissità vibrante. Massimo Ranieri lo ha interpretato come in trance. È un po’ la stessa cosa. E Massimo non ha conosciuto veramente Pasolini. In fondo Massimo ha fatto il suo Pasolini, come un film nel film. 

 

I.G.: C’è un aspetto di Pasolini che colpisce: chiunque lo legga, anche il detrattore più in mala fede, chiunque cerchi di mettere le mani nel suo pensiero, non riesce a guastarlo. Le parole di Pasolini restano le parole di Pasolini, il senso di quelle parole rimane il senso pasoliniano puro. I commentatori, i registi, gli attori sono impotenti rispetto all’onestà intellettuale di Pasolini. Pasolini emerge sempre. Però il rischio di accostarsi appiattendolo o compitando biografie o affidando solo agli spettatori il compito di grattare dai prodotti finiti il superfluo è alto. Dopo “La macchinazione” hai detto che nei prossimi anni accoglieresti con piacere altri film su Pasolini. Come si scrive e si gira un film su Pasolini con onestà?

David Grieco: Prima hai dato la risposta poi hai posto la domanda. Sono d’accordo con te, le parole di Pasolini non sono strumentalizzabili. Sarà per questo che lo hanno torturato, ammazzato, infangato.

 

I.G.: Oriana Fallaci nella lettera che scrive per Pasolini dopo aver saputo del suo assassinio fa riferimento a questo passo di “Lettera a un bambino mai nato”: “Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?” Poi aggiunge che anche Pasolini, per lei, era fatto d’amore. Anche l’amore in Pasolini è un gesto poetico-politico?

David Grieco: La Fallaci lirica non mi fa impazzire. Anche l’amore in Pasolini è un concetto poetico-politico? Non mi pare una domanda. Mi pare una bella intuizione tua.

 

I.G.: Siamo in pericolo?

David Grieco: Siamo in pericolo è la sintesi di quei giorni lì, e la sua morte è la dimostrazione del pericolo che correvamo. Il punto è che quel pericolo non lo stiamo più correndo, l’abbiamo corso, nel senso che purtroppo in questi quarant’anni la società si è declinata come sappiamo. Il pericolo è alle spalle. Solo che il pericolo ha creato talmente tanti orrori che ormai ci sembra impossibile risollevarci. Ma è finita. E lo vediamo da uno scenario politico ormai totalmente disgregato, lo vediamo da una crisi economica che ci ha spinto a vendere tutto quello che avevamo, adesso possiamo solo ricominciare. Non siamo più in pericolo. Solo che il pericolo ce lo hanno fatto entrare talmente tanto in testa che non abbiamo coraggio. Poi magari domani mi sparano, ma questo non significa che siamo ancora in pericolo. Se siamo in pericolo è perché non facciamo più lo sforzo di cercare ed elaborare delle vie d’uscita tra di noi, e qui c’è il problema del nostro comunicare non più fisicamente, ma attraverso i social network. Quando sarà finito tutto questo, fermo restando l’utilità dei social network, quando la tecnologia verrà gestita nel modo giusto, io sono sicuro che una generazione come la tua e quella che verrà dopo potrà vivere meglio. Oppure siamo tutti morti. E allora non è che siamo in pericolo, ma siamo tutti morti, che è una cosa un attimo più estrema. La storia dell’umanità è piena di momenti di difficoltà atroce e comunque l’umanità ne è venuta fuori, non vedo perché non debba succedere questa volta. Abbiamo tra le mani una cosa che abbiamo creato, ma che di mano ci sfugge, ed è la tecnologia. Ma abbiamo dei buoni anticorpi.

 

I.G.: Abbiamo Pasolini.

David Grieco: È più vivo che mai.

 

Written by Irene Gianeselli

 

 

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“La macchinazione” di David Grieco e la scandalosa domanda: chi è sopravvissuto a Pasolini?

“Il corpo (ogni corpo), coperto di croste ed eternamente crocifisso, / (non c’è niente da fare!) è preso per scherzo; / è una cosa privata su cui è bene sorvolare, tacere / – o, appunto, solo scherzarci su, nelle more” Pier Paolo Pasolini, 1971

La macchinazione

Il nostro tempo non è un tempo in cui è più possibile parlare di religione, l’abisso tra corpo e Storia è ormai così profondo che la fantasia di poterne intravedere il fondo è al limite dell’inimmaginabile. Stiamo dimenticando non solo, oramai, com’erano prima le cose, ma anche come sono adesso e incombe su di noi non il presente che crolla, ma un futuro già architettato e costruito da qualcun altro. Per questo si può affermare senza alcuna ombra di dubbio che in questo nostro tempo senza religione e senza presente “La macchinazione” di David Grieco è un film in grado di imporsi per una riflessione doverosa ed urgente non soltanto sull’assassinio di Pasolini ma sulla realtà politica e sociale italiana (e magari, con un po’ di coraggio si potrebbe anche arrivare a riflettere sulla realtà di quella che proprio Pasolini evocava come crisi cosmica).

Grieco ha seguito l’urgenza di aggiungere ombre alla vicenda Pasolini che per molti fu immediatamente (troppo) chiara proprio perché illuminata macchinosamente. Il regista smonta la vicenda in sé prima di tutto narrativamente, scomponendo i piani temporali con estrema lucidità, come per far piombare lo spettatore in un delirio di impotenza di fronte all’omicidio dell’intellettuale che intendeva opporsi alla distruzione dell’identità e al nuovo fascismo del Potere consumistico. Oltre a porre l’interrogativo scomodo (per questo scandaloso) «Chi ha ucciso Pasolini?», con questa ardita de-costruzione temporale costituita da acciaccature, appoggiature e sincopi nel montaggio efficace di Francesco Bilotti, Grieco fornisce una chiave di lettura interessante per cominciare a rispondere ad un’altra e ben più scandalosa domanda: «Chi è sopravvissuto a Pasolini?».

Ma Pasolini stesso metteva sull’avviso. Un corpo martoriato è preso dai più per scherzo. «Faccio la parte di un pischello che ammazza un frocio, pensa te» dice Pelosi, un Alessandro Sardelli barbaro e innocente, a Pier Paolo nella scena ambientata sulla spiaggia di Ostia, scena che sembra spezzare il racconto volutamente senza calcare troppo toni profetici, ma aprendo un baratro tra realtà e finzione scenica. Lo scherzo, la beffa che poi qualcuno farà in modo risulti essere cresciuta per inerzia, perché “si sapeva” che l’omosessualità di Pasolini l’avrebbe sicuramente condotto alla morte, ad una analisi persino non troppo attenta poteva già all’epoca dei fatti risultare invece mossa, pur non senza fatica, da abili ed esperti manovratori. Occorre a questo punto fare riferimento, pur brevemente, al dato storico da cui Grieco è partito per “La macchinazione“.

La macchinazione - Pier Paolo Pasolini

Pasolini sta ultimando la lavorazione di “Salò o Le 120 giornate di Sodoma”, ma soprattutto è concentrato nella magmatica scrittura di “Petrolio”. Pasolini ha intenzione di denunciare attraverso il romanzo l’allora presidente della Montedison e fondatore della loggia massonica P2, Eugenio Cefis, da lui identificato come personaggio chiave nello stragismo, coinvolto nel caso Mattei e in trame internazionali. A suffragio di questa contro-macchinazione pasoliniana c’è un libro-inchiesta ormai introvabile firmato da un certo Giorgio Steimetz (Roberto Citran interpreta la rassegnazione del personaggio con estrema dignità) e le confidenziali indicazioni dello stesso autore che non esita ad incontrare Pasolini. Ma la contro-macchinazione pasoliniana è destinata a fallire, Pier Paolo stesso ne è cosciente. Intervengono i piani alti, si affacciano gli Onorevoli, ma soprattutto interviene la piccola criminalità (quella criminalità porta in sé i prodromi della Banda della Magliana) che ruberà la pellicola ancora non sviluppata di “Salò o le 120 Giornate di Sodoma” aprendo la trattativa per il riscatto.

Massimo Ranieri è un Pier Paolo Pasolini terribilmente somigliante, gli elementi ci sono tutti, i lineamenti duri ed allo stesso tempo delicati, gli occhi scuri e liquidi dietro le spesse lenti, l’abitudine di raccogliere con la mano il mento poggiando l’incavo tra indice e pollice sulle labbra, la molle ostinazione nella camminata sicura. Manca il corpo asciutto, la magrezza tagliente, ma è piacevole che sia così, perché questa mancanza rimarca la differenza tra la sacralità della realtà e quella della finzione scenica. Massimo Ranieri cura molto le intenzioni e pare superare la questione mimetica. Pronuncia le proprie battute, non re-cita, anche nelle scene più rischiose perché più intime, quelle in cui la madre (una straordinaria Milena Vukotic) e il figlio si stringono cercando di allontanare incubi e paure. La saturazione, la sovraesposizione e la sottoesposizione nella fotografia di Fabio Zamarion, concorrono alla tensiva scomposizione narrativa, mentre le musiche dei Pink Floyd si inseriscono con un pedale di tonica piuttosto autonomo, possente ed evocativo.

David Grieco - La macchinazione

Grieco sposta i personaggi rendendoli pluridimensionali e polisemici: dice molto su un sistema di pensiero tutto italiano il personaggio di Sergio (un Matteo Taranto convincente e presente) con la sua parlata romanesca spuria, abbandonata solo per scimmiottare velleitariamente il Gian Maria Volonté di Petri nell'”Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” nel garage in cui vengono nascoste le pellicole di Salò.

Sergio vuole fare “il salto di qualità”, ha l’ambizione del borgataro che vuole imborghesirsi e su questo pone l’accento anche Libero De Rienzo che interpreta con grande misura il “fratello in omicidio” di Sergio. Dice molto quello sguardo di Sergio al limite tra incoscienza e abbandono alla macchinazione stessa di cui si sporca le mani.

Dice molto anche il giornalista francese (ottima l’impostazione pulita di François-Xavier Demaison) che esita quando Pasolini gli spiega che la scuola è il luogo dell’appiattimento morale e culturale. Dicono molto anche i volti della gente dell’Idroscalo che dalla grata di ferro osserva sconvolta l’assassinio.

Tony Laudadio è l’avvocato di Pelosi: l’avvocato possiede la forma di violenza più edulcorata – quella violenza che Pasolini disprezzava -, la violenza della parola piegata e abusata che l’attore riesce a condensare nella plasticità corporea, nel tono della voce pastoso, nello sguardo ferocemente controllato. L’avvocato, camerata del MSI, manovra attentati ai cortei e assassini all’idroscalo con la stessa greve levità: il più piccolo ingranaggio, nella macchinazione, vale quanto l’intero quadro di comando.

La macchinazione - Pier Paolo Pasolini

Quello di Grieco è un film onesto. Sono oneste le sue intenzioni, sono onesti i suoi attori che dissotterrano dal brulichio e traggono dal vortice l’opera monumentale di Pasolini, il blocco di segni che gronda sangue e petrolio rimettendo i frantumi dell’identità sfigurata di Pasolini al centro della scena con quella poesia impossibile, barbara e squisita dell’intellettuale.

Chi è sopravvissuto a Pasolini, nel bene e nel male? «Speranza è una parola che odio» ripete Pier Paolo. Se speranza significa oblio, rinuncia alla rivoluzione, forse dovremmo cominciare ad odiarla anche noi, questa parola. Come dovremmo diffidare della parola innocenza, quell’innocenza de “La sequenza del fiore di carta”, il cortometraggio diretto proprio da Pier Paolo Pasolini. «È vero sei innocente, e chi è innocente non sa e chi non sa non vuole. Ma io che sono il tuo Dio ti ordino di sapere e di volere. […] Gli innocenti saranno condannati perché non hanno più il diritto di esserlo».

 

Written by Irene Gianeselli

 

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In ricordo di Pier Paolo Pasolini: uomo e intellettuale avvolto dal mistero e dalla gioia di vivere

40 anni sembrano un’eternità. Anzi, lo sono: in nemmeno mezzo secolo è cambiata l’Italia, il mondo, noi stessi. Sono caduti muri, ne sono stati eretti altri, sono esplose e si sono consumate guerre. Ma in tutto questo è mancato un nome, che ancora prima aveva predetto molto di oggi: Pier Paolo Pasolini.

Pier Paolo Pasolini

Nato a Bologna nel 1922 da padre ufficiale dell’esercito e madre insegnante, la sua crescita è sparsa un po’ per il Nord Italia, soprattutto in quella fascia estrema a est che va dalla materna Casarsa (oggi in provincia di Pordenone) all’Istria, oggi Slovenia. Ma sarà proprio in Friuli che quest’uomo svilupperà maggiormente il suo senso critico e l’incredibile poeticità che lo caratterizzerà per sempre.

In questi giorni l’attenzione è puntata tutta sulla sua tragica fine, avvenuta all’idroscalo di Ostia la notte tra il primo e il 2 novembre del 1975: la motivazione ufficiale è che a ucciderlo fu Pino Pelosi, ragazzo “rimorchiato” dallo stesso intellettuale e che lo trucidò barbaricamente una volta appartatisi. Una storia che non ha mai convinto alcuni, tra cui Oriana Fallaci, che videro in tutto ciò una macchinazione ordita da qualche personaggio grosso.

Ancora oggi, le voci di coinvolgimenti dei servizi segreti deviati, Banda della Magliana, gruppi neofascisti o addirittura tutti e tre insieme sono al centro delle discussioni per un caso che non è mai stato chiuso realmente. Nonostante il cugino di Pasolini, a sua volta scrittore e docente universitario, Nico Naldini, abbia sostenuto nella biografia del parente e amico l’infondatezza di queste congetture: per lui fo solo un delitto compiuto da uno di quei “ragazzi di vita” che il poeta corsaro raccontò nelle proprie opere.

Pier Paolo Pasolini

Qual è quindi la verità, dietro a questi 40 anni di silenzio costretto da parte di uno degli intellettuali italiani più brillanti del XX secolo? Forse è inutile sperare che arrivi, ormai: questo è il Paese dell’eterno mistero, sia nella bellezza che nell’orrore, e si può solo ricordare questo personaggio riscoprendo i suoi lavori, ancora oggi miniere inesauribili di fascino e sensazioni constrastanti. Nonché viaggi all’interno dell’essere umano.

Raccontarne la poetica, in un articolo che ha la pretesa di sembrare un coccodrillo abbondatemente postumo e scritto da un dilettante com’è il sottoscritto, è impresa suicida: servirebbe una collana di volumi della dimensione di una Treccani ciasciuno per un’impresa simile, cosa che Walter Siti ha fatto curando molteplici opere del casarsese. Ma tanto altro è da scoprire, soprattutto nel suo lato più intimo e “primordiale”, che diede alla luce componimenti unici negli anni friulani.

Certo, intraprendere una lettura di sue poesie in friulano, che lui stesso definiva lingua (a tal riguardo, in Friuli il dibattito è dei più serrati da decenni), non è facile: già per un natio del luogo non è semplice, figurarsi per un “novizio”. Ma ci sono suoi racconti, come “Romans”, ambientati proprio in quelle zone e importanti per comprenderne l’immenso patrimonio umano e letterario che ci ha lasciato.

Pier Paolo Pasolini

La fama che Pasolini ha oggi, celebrato anche da chi una volta lo trovava ripugnante per il suo uso di scene al limite del provocatorio ma estremamente realistiche (si pensi a “Ragazzi di vita”, “Una vita violenta”, “Decameron”), è data sia dalla sua fine avvolta nel mistero, sia dal fatto che già 40 anni fa lui raccontasse la società di oggi. E non era un bel ritratto.

Chiunque ami la letteratura, il cinema, la gioia di amare e vivere appieno deve fare conoscenza di questo straordinario intellettuale: scoprirà una persona completamente diversa dai canoni classici di scrittore, regista, poeta a cui siamo abituati. Come in una partita di calcio, sarà attratto dai suoi tocchi di fino sull’anima dei suoi personaggi e si perderà negli occhi di quest’uomo, narratore che ha sconfitto la morte dell’anima.

 

Written by Timothy Dissegna

 

 

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“Una vita violenta” di Pier Paolo Pasolini: dannazione e redenzione nelle periferie romane del boom economico

Periferie: mai come oggi rappresentano un problema sociale con cui fare i conti, spesso regolate da delinquenza più o meno organizzata. Ciò che si vive adesso però, soprattutto ai margini delle grandi città italiane, è l’aggravarsi di tutte quelle situazioni che già Pasolini descriveva negli anni ’50, raccontando dei ‘”ragazzi di vita” lasciati a sé stessi nel mondo.

Una vita violenta

Emblematico di questo periodo, dopo l’esordio narrativo con “Ragazzi di vita” nel ’55, è il libro “Una vita violenta” (Garzanti, 1959), frutto dell’esperienza maturata dal poeta corsaro nelle borgate romane in seguito al suo trasferimento lì dal Friuli materno: qui visse per diversi anni ed ebbe modo di entrare in contatto con un vero e proprio “universo”, parallelo al progresso della città, formato da valori ormai degenerati e che resistono solo tra il sottoproletariato.

Come il primo romanzo, anche questo non ha una trama precisa, ma segue le vicende di Tommaso, ragazzo nato e cresciuto in periferia tra delinquenza e scorribande con i suoi amici. Qui le giornate trascorrono tra infinite partite a pallone, botte, furti a mano armata e scontri tra fascisti e polizia. Dei primi fa parte lo stesso protagonista, che nell’immediato dopoguerra gira con una foto del Duce in tasca e non si risparmia un secondo se c’è da gettarsi nella mischia o tentare “imprese” rischiose, come derubare un benzinaio.

La pacchia finisce quando la polizia e i carabinieri, in seguito a un tentativo di arresto di qualche tempo prima andato a finire male, compiono una retata vendicativa in piena notte, nelle borgate malfamate della Capitale e arrestano chiunque gli capiti sott’occhio. A questo si sottrae Tommaso, quella notte fuori casa e rientrato solo l’indomani mattina; ma è solo questione di tempo, prima che le forze dell’ordine arrivino anche a lui e lo portino in carcere, per i suoi trascorsi.

Quando uscirà, il ragazzo si troverà un altro mondo di fronte: le baracche in cui era cresciuto sono state cancellate per far spazio a nuove case popolari, in cui la sua stessa famiglia lo sta aspettando. Questo, unito allo svilupparsi in lui della tubercolosi, lo porteranno a sviluppare in sé una coscienza che in seguito diventerà politica, tanto che cambierà totalmente schieramento rispetto a quando era un ragazzino.

Pier Paolo Pasolini

Sarà un processo lungo, che coinvolgerà totalmente il protagonista, suo malgrado coinvolto in un cambiamento contrario dall’alienazione della società borghese, incarnata dalla città.

Attraverso immagini forti e cruente, Pasolini ha offerto l’ennesimo esempio di vita nelle periferie geografiche e umane di Roma, luoghi dove la legge del più forte schiaccia quella “ufficiale”, senza alcun senso di colpa.

Ma anche una storia di “redenzione”, di un capovolgimento politico e sociale che va oltre il colore della bandiera per guardare in faccia l’umanità, nel tentativo estremo di salvarla. È uno studio antropologico che diventa metafora della vita, e come tale va assorbito dentro sé stessi, nella sua più totale violenza.

 

Written by Timothy Dissegna

 

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“La voce di Pasolini” di Matteo Cerami e Mario Sesti, la storia di tutti noi raccontata dalle parole del poeta corsaro

A volte basta il suono di una voce per far schiudere un universo. E con esso milioni di immagini rinascono, scorrono davanti agli occhi in una panoramica spesso in bianco e nero, perché i ricordi sono così veloci che i colori non riescono a stargli dietro. Foto che si uniscono a sillabe, che creano una perfezione acerba e lontana negli anni e ci mostrano dei ritratti che ci sembra di riconoscere. Perché sono i nostri.

La voce di Pasolini

Chiedersi se tutto questo sia merito più del tono profondo di Toni Servillo o più dei testi letti da lui e scritti da Pier Paolo Pasolini nel documentario La voce di Pasolini” (2006) è inutile, perché entrambi contribuiscono alla pari a rendere il tutto un’immersione autentica in un’Italia così diversa da quella di oggi da esserle identica nei volti, ma forse non nell’anima.

Ma non è un rivivere la poetica e il cinema del poeta corsaro, non solo almeno, perché le sue parole fanno solo da ponte tra un ieri grigio, povero e speranzoso e un oggi colorato, benestante ma disilluso.

Diretto da Matteo Cerami e Mario Sesti, che hanno curato anche il volumetto “La voce di Pasolini: i testi” insieme al DVD edito da Feltrinelli Real Cinema, insieme a Graziella Chiarcossi, questo film si distacca dai soliti che ripercorrono l’esistenza di questo scrittore e regista emblematico e affronta, invece, un viaggio tra il bianco e nero e i colori della nostra Penisola che, durante la seconda metà del ‘900, si avviava al proprio cambiamento.

Il tutto attraverso, questo sì, i versi e la prosa di Pasolini, tra il suo amore per il popolo e l’odio per quella borghesia da cui, paradossalmente, lui stesso arrivava: nessuna retorica se non la passione per una classe sociale di persone rifiutate dal sistema, a cui egli diede parola nei propri romanzi.

Se la “colonna sonora” è quindi la voce di Toni Servillo, lo sfondo sono immagini selezionate con cura da Cerami e Sesti, estrapolate da archivi pubblici, fotografie, filmini familiari e spezzoni di cinema, che ripercorrono le tappe del percorso pasoliniano e di milioni di italiani, dalle campagne friulane in cui trascorse parecchi anni fino alle borgate romane, teatro di quel sottoproletariato sfruttato e umiliato e amaramente descritto nei libri “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” e nel film “Accattone”.

Profondo anche il legame che univa Pasolini al dialetto, sua radice mai completamente spezzata con il Friuli materno e che viene ripreso nello stesso documentario (con una pronuncia tristemente oscena da parte di Graziella Chiarcossi) e con le periferie degradate di Roma, dove l’italiano svanisce per far spazio a gerghi e linguaggi propri degli abitanti del posto.

La voce di Pasolini

Un ruolo importante nell’opera viene dedicato anche a Porno-Teo-Kolossal, film che doveva essere diretto e sceneggiato dall’artista natio di Bologna, “l’ultimo” della sua carriera da regista come sosteneva lui stesso dopo la realizzazione di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, rimasto però incompiuto a causa della prematura morte nel 1975. Intitolato all’inizio “Re magio randagio (e il suo schiavo schiavetto)”, sarebbe stato interpretato da Eduardo de Filippo e avrebbe toccato temi scabrosi per l’epoca (ma anche per oggi) come l’amore omosessuale e la libertà sessuale.

La pecca che si può trovare in questo documentario è l’eccesiva lentezza di alcune parti, che interrompono lo scorrere del tempo per concentrare forse eccessivamente l’attenzione su dettagli e determinate immagini.

Ciò nonostante “La voce di Pasolini riesce a racchiudere e a trasmettere allo spettatore frammenti di tempo chiusi tra le pieghe della Storia, che se lasciati liberi riflettono un passato comune a tutti noi. Doloroso, triste magari, anche spensierato, ma sicuramente nostro.

 

Written by Timothy Dissegna

 

 

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“Roman Poems” di Pier Paolo Pasolini: le avventure giovanili del poeta corsaro nel Friuli

Un prete in crisi con la propria anima, una giornalista di sinistra difronte alla miseria vera, il ricordo di un’infanzia tra mille avventure immaginarie di un grande scrittore: tutto questo è racchiuso tra le pagine di “Roman Poems” (TEA DUE, 1996), raccolta di tre racconti di Pier Paolo Pasolini scritti probabilmente tra il 1948 e il 1949.

Roman Poems

A dare il nome al libro è il testo principale e più lungo, “Romàns” appunto, seguito da “Un articolo per il ‘Progresso’” e “Operetta marina”, una breve autobiografia lirica dedicata agli anni vissuti a Cremona e Sacile da ragazzo.

L’opera, curata dall’amico e cugino di Pasolini Nico Naldini, che firma anche l’introduzione, lega insieme tre scritti particolarmente interessanti della produzione dell’autore friulano. Soprattutto per l’ambientazione: il treno che apre il primo racconto procede spedito nella pianura friulana, dopo aver lasciato il Veneto natio del protagonista, Don Paolo. Nel suo vagone, fa subito la conoscenza dei due personaggi che determineranno la sua vita a San Pietro, paese in cui è stato inviato come sacerdote appena uscito dal seminario: Renato, giovane insegnante comunista, e Cesare, ragazzo del luogo senza tanti pensieri per la testa.

Siamo nel secondo dopoguerra e Romàns è un piccolo borgo contadino, corrispondente nella realtà a Borgo Runcis, frazione di Casarsa della Delizia in provincia di Pordenone, oltre ad essere il teatro su cui si svolge la storia del prete e dei suoi abitanti.

Don Paolo si ritrova ben presto tormentato dentro di sé da un sentimento che non si può permettere, un “mostro” interiore che lo perseguita e non lo fa vivere in pace, nonostante nelle pagine non lo si pronunci mai chiaramente: l’omosessualità. Elemento in comune e fortemente autobiografico dello stesso Pasolini e, proprio in quegli anni, lo scrittore lo raccontò ad alcuni amici, come si legge su molte lettere riprese da Naldini nella prefazione.

Verso chi Paolo provi questo sentimento, non lo si capisce però molto: se, infatti, la sua ossessione per Cesare perché abbia un’istruzione e una vita sana di principi lasci un po’ perplessi, sembra che il rapporto vero sia con Renato, con cui si vede spesso per discutere di scuola e politica, ma alla fine le autorità religiose locali proibiranno al prete di continuare questi incontri. In un clima tra il bucolico di un Friuli ancora rurale e profondamente materno, il finale del racconto si allontana da quell’amore che il giovane dovrebbe aver imparato in seminario a nutrire per il prossimo.

Pier Paolo Pasolini

“Un articolo per il ‘Progresso’” riprende i toni cupi che descrivono la miseria di questa fetta di Nordest, raccontando la tormentata vita dei disoccupati che tentano di portare a casa qualche soldo nella zona vicina alle sponde del fiume Tagliamento. Paralleli a loro c’è Pina L., giornalista di un giornale di sinistra, il “Progresso” appunto, che si reca in quelle zone per un’inchiesta sulle condizioni dei suoi abitanti: ciò che troverà la sconvolgerà così tanto che scapperà, tra volontà di aiutare il prossimo e disperazione per quella vita di stenti.

A chiudere la raccolta è “Operetta marina”, racconto autobiografico di Pasolini nel ricordo degli anni trascorsi tra Cremona e Sacile, oggi in provincia di Pordenone e ai confini tra Veneto e Friuli: due luoghi così distanti da essere tanto vicini. Tra la cittadina lombarda e il paesaggio rurale della terra materna, lo scrittore scoprì i suoi primi segreti intimi, cercando al tempo stesso di rivivere nella vita reale le epiche imprese dei suoi romanzi preferiti. Ne esce fuori una narrazione complessa, articolata in parole spigolose e profonde, che però alla fine rivelano un universo di avventure giovanili dal ricordo romantico.

Dalle pagine di “Romàns” esce un viaggio in un angolo di Terra da sempre periferia, dove l’animo umano si trova a fare i conti con sé stesso e con il mondo che lo circonda. Non sarà l’opera più importante nella bibliografia di Pasolini, ma è sicuramente una tappa importante per capire la sua poetica e il forte, mai completamente rotto legame che unì il poeta corsaro con l’estremo Nordest italiano.

 

Written by Timothy Dissegna

 

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“Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini: l’anima nera e cattiva delle borgate calata nella sua umanità

Quante volte è capitato a chiunque di storcere il naso, anche inconsciamente, quando si sente parlare di e in dialetto? Solitamente, l’idea che si ha di queste parlate è legata a decenni passati, quando ancora i nostri nonni facevano i conti con una vita grama e di privazioni.

Ragazzi di vita

E per questo la nostra società rilega i dialetti ai margini, sotto-strato cultuale figliastro dell’italiano corretto che parliamo oggi (su questo ce ne sarebbe da parlare).

C’è però chi va contro questo concetto, facendo della loro tutela una lotta di principio. Potrebbe essere letto così lo struggente libro di Pier Paolo PasoliniRagazzi di vita“, uscito per la prima edito da Garzanti nel 1955. Verrà riedito poi nel ’79 da Einaudi, con l’aggiunta degli scritti del poeta corsaro “Il metodo di lavoro” e “I parlanti”, quest’ultimo scritto nel ’47 dove racconta il suo amore per il Friuli e per il friulano, sui cui scriverà molte opere.

Ragazzi di vita” non racconta però del Nordest, bensì di quelle periferie romane che, nel secondo dopoguerra, rappresentavano un completo di stato di abbandono: umano e del territorio. Appena finita la guerra e con le truppe alleate ancora dentro Roma, infatti, la vita nelle borgate era animata da ragazzini che trascorrevano le proprie giornate a zonzo, tra furtarelli e compagnie, famiglie sfrattate o abusive dove meglio capitava e le atrocità commesse dai soldati sui civili. Ma se il testo d’Italia intravedeva la via del boom economico, i sobborghi fuori dalla capitale non conoscevano progresso, quantomeno non quando non c’erano elezioni.

In una giostra dove a girare sono le vite umane, quasi come animate da una musicalità instabile di Ludovico Einaudi, il protagonista è il Riccetto, un ragazzino che vive con la madre alle scuole elementari del quartiere riadattate per i senzatetto. È una scavezzacollo come tanti, ma dentro di sé conserva quel briciolo d’umanità che, in un luogo come quello, fa già la differenza. Trascorre le giornate come tutti i suoi coetanei: a zonzo, qualche furtarello “innocente”, cinema e bagni nel Tevere, sotto il sole estivo. Un giorno, però, tutto cambia: la scuola dove abita crolla e lui che era fuori si salva, la madre no. Cambia quartiere, andando dagli zii, mentre la vita riprende da zero.

Pier Paolo Pasolini

È solo l’inizio di questo romanzo, completamente intriso di romanesco proprio degli abitanti delle borgate (per questo abbiamo citato all’inizio l’impegno di Pasolini per i dialetti), che lo stesso autore conobbe da vicino per cinque anni. Il suo fu un vero e proprio studio sociologo, che trovò forma proprio in questo libro, attraverso il Riccetto, che più che protagonista è “un filo conduttore un po’ astratto, un po’ flatus vocis” (P. P. Pasolini, “Ragazzi di vita”, Einaudi 1979) e gli altri personaggi: Aldo, Lenzetta, Caciotta e molti altri.

Non c’è quindi una vera e propria trama dietro alle pagine, non un filo narrativo che collega i fatti ma solo la volontà di raccontare la realtà che si viveva laggiù all’epoca, nella periferia umana. I significati politici e sociali che il poeta corsaro riportò sono molteplici, fin dai soggetti presi in considerazione (i teppisti, i ragazzi che vivono per strada e mangiano come capita) al rifiuto totale del conformismo borghese.

Il linguaggio, popolano dalla prima fino all’ultima riga, pone di fronte una bella sfida al lettore nel leggere e cala l’accento sulla scrittura di Pasolini: colui che seppe raccontare ciò che tanti non volevano vedere.

 

Written by Timothy Dissegna

 

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“Pasolini”, l’ultimo film di Abel Ferrara: la spenta trepidazione dell’intellettuale

“L’intellettuale sino in fondo è una condizione eroica, una testimonianza assoluta: il prezzo che paga è il presente, la storia, la comprensione del presente. La centralità di questo tema che è la forma del dramma irrisolto (in realtà dolorosamente risolto in partenza) è stupefacente fino all’ossessione. Dall’inizio alla fine, e nelle Ceneri in misura compiutamente articolata, questo interlocutore impossibile del movimento dice al movimento: io non posso venire con voi perché sono poeta. La poesia appartiene a un’altra civiltà. Quale che sia la forma del mio soffrire, e la metafora del mio rimpianto (rabbia, scandalo, scisma, abiura, ecc.), questo dramma è il dramma in cui la poesia si incarna. Io sono quel dramma. E il dramma è immutabile, come la sua testimonianza: perché la poesia è immutabile, è l’antitesi del movimento”. – A. Leone de Castris, L’esperienza di Pasolini tra «poesia» e «storia», in «Lavoro critico», nuova serie, n.4, 1986

Abel Ferrara è entrato nel dramma di Pasolini. Del dramma ha saputo rendere con estrema lucidità l’inconciliabile frattura che giace rassegnata e malinconica tra l’atto e la potenza ed ha colto in esso la problematicità della forma che non può essere mai davvero declinata e risolta nella materia, «Io sono una forma la cui conoscenza è illusione», scrive lo stesso Pasolini.

Il regista ha rinunciato a compitare una biografia ed è diventato spettatore silenzioso dei pensieri di un intellettuale dolente e di un uomo indecifrabile senza cercare di imporgli o di fargli assorbire la propria visione della realtà.

Abel Ferrara è vicino a Pasolini fino all’ultima scena con un movimento di macchina tagliente, con soggettive a volte impietose, ma specialmente con quel procedere per sovrapposizione ed incastro come mescendo il momento storicamente effettivo della vita dello scrittore a quello intellettuale della creazione: l’ultimo giorno di Pier Paolo scorre inesorabile. Dolce e feroce: Pasolini abbraccia la madre – una struggente Adriana Asti – che lo sveglia baciandolo, poi si lascia intervistare da Furio Colombo (Francesco Siciliano) – è proprio profetico quel «Siamo tutti in pericolo» che suggerisce come titolo all’articolo -, lavora a “Petrolio” .

Ferrara penetra e ricostruisce l’immagine che riempiva la mente di Pasolini mentre era intento sulla Lettera 22 a scrivere dei due protagonisti di “Petrolio”, di Carlo (Roberto Zibetti), assorbito dal vortice di insignificanza che insegue nei salotti della borghesia corrotta e spregiudicata cercando di annientarsi senza pietà di sé nella solitudine di quel “sesso che è potere”, e di Andrea (Andrea Fago) disincantato sopravvissuto ad un incidente aereo.

Terribilmente ostinato, Pasolini disegna e pensa e continuamente torna a costruire l’apoteosi della sua utopia, il  film mitopoietico “Porno-teo-kolossal” di cui parla e che propone ad un giovane Ninetto Davoli (Riccardo Scamarcio) poco prima di andare incontro alla morte atroce.

«Lo voglio girare al più presto» ripete smanioso all’amico. Poi si avvia verso la notte della periferia e della spiaggia di Ostia.

Willem Dafoe (doppiato da Fabrizio Gifuni) è un Pasolini inquieto e sfuggente: l’attore dimostra una notevole sensibilità mimetica e non si limita ad interpretare la contraddittorietà di Pasolini – non ridimensionato né ricondotto o costretto alla figura di “personaggio” -, ma si lascia investire con intelligenza dal sentimento della sua realtà.

Dafoe riesce così a rendere, senza forzare toni e gesti, la lucidità di un uomo che ha saputo sfidare e denunciare il bigottismo e la retorica edulcorata di un sistema che si inabissava sulle proprie incapacità benedetto da una classe dirigente asservita ai propri interessi ed ha mostrato con estrema eleganza lo slancio dell’intellettuale dinamico, del poeta che, non solo ha compreso, ma sa anche come fare comprendere e pretende di volere esprimere la propria riflessione “attraverso” e “per” la salvezza dell’arte. Pasolini non rinuncia con aristocratico snobbismo a ritagliarsi uno spazio nel mondo, ma sa che è proprio quel mondo a non poter accettare la sua presa di posizione e sa anche che quel mondo lo ha già condannato e respinto perché la cruda verità è feroce e non si può resisterle.

Dafoe ha il volto scavato, le mani nervose, ma aggraziate, la fronte tesa e dolente di Pasolini nello sforzo di esprimere e superare razionalmente la violenza del momento storico in cui vive. Perché di piombo erano gli anni e gli ultimi giorni di Pasolini, ma di piombo è anche l’atmosfera del film che sottende l’angoscia di chi sa quanto al contrasto e alla violenza della violenza stessa non si possa resistere. Willem Dafoe è Pier Paolo Pasolini in quel suo stato di «spenta trepidazione», proprio come un «cipresso stancamente sconvolto».

Ed è un Pier Paolo Pasolini che comunica con lo spettatore senza mai rivolgergli lo sguardo, senza mai rivolgersi direttamente nemmeno al regista che lo segue coraggiosamente e pare anche con una certa riverenza. Senza intellettualismi, senza cadere in una nostalgica e grottesca imitazione Dafoe incarna l’intelligenza «mimetica» che riflette in un continuum lucidissimo sulla propria poetica, specialmente nelle scene in cui Ferrara ce lo mostra concentrato sulla stesura di Petrolio o intento a figurarsi nella mente le scene in sequenza di “Porno-teo-kolossal”, proprio perché – come spiegava Franco Fortini in “Le poesie italiane di questi anni” già nel 1960 – «Pasolini intende creare una serie di opere attraverso le quali, non nelle quali, egli riesce a dare delle concrete rappresentazioni poetiche».

Quando Ferrara ricostruisce i frammenti di “Porno-teo-kolossal” la figura di Epifanio, interpretato da un viscerale Ninetto Davoli, è terribilmente umana ed è assolutamente cruciale: Pasolini è un Platone moderno. Racconta di un viaggio alla ricerca di un Messia, ma si tratta di un viaggio che si perde tra le scale di un cielo oscuro e lontano dalla Terra. Un viaggio alla ricerca di un Paradiso-Iperuranio che in realtà non esiste. La fine stessa è solo un’astrazione, rassegnato e consapevole, Pasolini si affida al tempo e alla realtà: qualcosa succederà, prima o poi.

La forza di questo film è nel non avere cercato di rappresentare la morte di Pasolini né di presentare il suo pensiero rischiando di adeguarlo ad una lettura “comoda” e immediata: gli attori ed il regista costringono lo spettatore a non fermarsi solo sull’immagine che scatta nervosa, ma invitano a cercare nelle parole che Dafoe pronuncia con Pasolini – dietro ogni parola e dietro ogni silenzio, più che dietro lo sguardo malinconico celato dalle spesse lenti scure – la moltepicità irriducibile dell’intellettuale: la tensione del comprendere in cui Pasolini si struggeva viene trasferita nel ritmo serrato e incostante, nella fotografia di Stefano Falivene che tende ai toni scuri e che si illumina verso i toni caldi del giallo e del rosso solo quando mostra  uomini e donne nel momento istintuale ed animalesco della ricerca del piacere o nella soddisfazione del bisogno fisiologico.

La positiva e straordinaria forza corrosiva del Cinema – e non si tratta di un paradosso – è evidente nel finale: Pasolini ci ha costretto a ridere segretamente del nostro moralismo. Adesso che giace riverso sulla sabbia, adesso che la dolce Graziella (Giada Colagrande), la madre (Adriana Asti), il cugino Nino Naldini (Valerio Mastrandrea), Laura Betti – una efficace Maria de Medeiros doppiata da Chiara Caselli – lo piangono, pare davvero sia tutto finito. Eppure Maria Callas intona l’emblematica cavatina dal Barbiere di Siviglia “Una voce poco fa”.

Poco fa era il 2 novembre 1975.

 

Written by Irene Gianeselli