Filastrocche sull’Epifania per celebrare le feste con i più piccoli
“Discesi dal lettino/ son là presso il camino,/ grandi occhi estasiati,/ i bimbi affaccendati/ a metter la scarpetta/ che invita la Vecchietta/ a portar chicche e doni/ per tutti i bimbi buoni.// […]” ‒ “La Befana” di Guido Gozzano

Meno celebre delle filastrocche di Gianni Rodari, la poesia “La Befana” del poeta crepuscolare Guido Gozzano riprende i temi tipici della celebrazione del 6 gennaio: il camino, la scarpetta ‒ divenuta la calza ‒ i dolci, i balocchi, i Magi, la stella che segna il cammino. Guido Gozzano, infatti, enfatizza con semplicità il significato profondo della festività immergendosi in una atmosfera prettamente cristiana.
La parola “Befana” deriva da “Epifania”, forma corrotta di pháinein. Dal greco ἐπιφάνεια come composto di ἐπι (epì, con il significato di “sopra, dall’alto”) e φάνεια (pháneia; derivato dal verbo epipháinein ‒ ἐπιφαίνειν ‒ con il significato di “manifestazione, apparizione, rivelazione”) significa letteralmente “manifestazione dall’alto” ed era utilizzato nell’antica Grecia per trattare dell’atto del manifestarsi della divinità (sia interno che esterno, dunque, avere una rivelazione interna significava propriamente “essere visitati da una divinità dall’alto ed avere una visione” mentre una rivelazione esterna era una apparizione nel mondo fisico, ad esempio, una manifestazione della divinità sotto forma di elemento (aria, fuoco, vento, terra) oppure di animale e pianta ‒ ed anche una manifestazione con sembianze più “umane” per i più “fortunati”).
Nel mondo cristiano vediamo un amalgama di elementi di cui si riporta solo qualche cenno lasciando al lettore curioso la facoltà di “cercare” per “trovare” la via che porta all’essenza. Fondamentalmente sono due le figure di rilievo: Gesù, appena nato, che rappresenta la manifestazione dall’alto (perché figlio di Dio, della divinità) ed i Magi (che successivamente non solo divennero tre ma anche re, ricordiamo i nomi: Melchiorre, Gaspare, Baldassarre) che rappresentano l’incontro con la saggezza dell’Oriente, infatti la parola “magi” deriva da μάγοι (magoi), termine greco di derivazione persiana con il quale si designavano sacerdoti, saggi, astrologi (zoroastriani; successivamente prese un significato negativo quale “incantatore” o “ciarlatano”). La simbologia è chiara: la cultura orientale che segue la luce (stella) per celebrare la nascente cultura occidentale (rappresentata dal cristianesimo).
Lo stesso lettore curioso, di cui si è fatto cenno poco sopra, non potrà che chiedersi: ma come si è arrivati ad una vecchietta che vola a bordo di una scopa portando seco un sacco di carbone e dolci?
Svariate sono le ipotesi e non ne discuteremo in questo articolo perché ormai è giunta l’ora di appendere le calze nel camino, guardare scoppiettare il fuoco ed iniziare a recitare con i più piccoli qualche filastrocca sbarazzina creata dalla penna instancabile dell’autrice vicentina Giovanna Fracassi che, nel volume “Il Natale raccontato da Nonna Amelia”, interviene nella tradizione natalizia per divertire i bambini con la sua variegata fantasia ma anche per stravolgere ed innovare alcune figure folcloristiche appartenenti al periodo del Solstizio d’Inverno ed alla favolistica (ad esempio all’interno del volume si potrà leggere ‒ ed ascoltare vista la presenza di un Audio Book allegato ‒ storie come “Cappuccetto Rosso e il Natale” e “Biancaneve e i diamanti di Natale”).
Oltre alle filastrocche sbarazzine si presenta in chiusura un breve racconto intitolato “La Befana furbacchiona” nel quale compare la Fata dell’Inverno e gli aiutanti della Befana, di cui non si era mai narrato prima!
Buona lettura e Buona Epifania!
Filastrocche sull’Epifania
“La Befana”[1]
La Befana svelta svelta
par che vada di gran fretta
a cavalcioni della sua scopa che par una carretta.
Di stracci logori è vestita
ma una gran borsa un poco rotta
di mille calze ha imbottita
e seppur infreddolita,
magrolina come una sottiletta,
non è di certo arrugginita.
Porta addosso un dolcevita
e una gran gonna tutta fiorita,
giù per i camini si lancia ardita
perché sa che dei bambini è la preferita,
soprattutto se la calzetta
di tanti dolcetti sarà riempita.
***
“La piccola strega Ubaldina”[2]
La strega Ubaldina
là nel bosco, in mezzo alla neve, ha la sua casina
e se andarci vorrai udir potrai la sua vocina.
La strega Ubaldina
Si sveglia presto al gelar di ogni mattina,
mangia svelta la sua minestrina
e poi gioca a cavallina
con la sua verde scopina.
La strega Ubaldina
è davvero molto piccina
e ci sta in una taschina,
per amica ha un’anatroccolina,
per compagna una micina.
Spazza sempre la sua cucina
con la sua magica scopina.
La notte di Natale, tutta sola poverina,
si beve la sua pozione nella vecchia tazzina:
la prepara con una nocciolina, una ghiandina, dei funghetti arancioni
ed un pizzico di profumata polverina.
***
“Alberello di Natale”[3]
Alberello bello bello
di mille luci sei un acquarello,
stai davanti ad un castello,
come pure a un mulinello,
sei l’amico del paesello
che di notte fai bello bello,
e t’accendi come uno zolfanello
per far felice un bambinello.
Caro caro alberello
non ti voglio mai vedere spenterello,
ma di luci sempre paffuttello
per raccontar come un menestrello
quanto è il Natale bello bello.
***
“Il Balocco di Neve”[4]
Ma che bello il pupazzo fatto con la neve
proprio mentre scende lieve lieve!
Tra sciarpe, guanti e nasi rossi
siamo allegri e grossi come orsi.
Ci fanno compagnia un tigrotto
un orsetto e un paperotto.
Abbiamo un secchiello tutto rotto
e di stracci un bel fagotto.
Ormai tutto è quasi pronto
ed il pupazzo è solo un poco storto,
ma che importa tanto è solo un bel gioco!
Manca solo un bel fiocco
a questo nostro bel balocco.
***
Racconto sull’Epifania
“La Befana furbacchiona”[5]
Come certamente voi sapete, miei cari bambini, gli aiutanti di Babbo Natale sono elfi, ma vi siete mai chiesti se anche la Befana ha degli aiutanti?
Già, perché è vero che lei è povera, viaggia su una scopa spelacchiata, e porta dolcetti ai bimbi buoni e qualche pezzetto di carbone a quelli birichini, però, dato che ormai è davvero molto vecchia, anche lei ha deciso di chiedere alla fata dell’inverno, qualche aiutante per sbrigare tutte le incombenze.
La fata dell’inverno è una delle fate più buone che ci siano e, dopo aver ascoltato la richiesta della Befana, decise di accontentarla.
Così le assegnò per aiutanti uno scoiattolino super veloce, un gatto coccolone, una volpina furbetta e una leprottina, leggermente sovrappeso, ma assai brava a confezionare i dolcetti al cioccolato.
La Befana, assai contenta, tornò alla sua casetta, tutta di legno rivestita, era stanca e infreddolita e un po’ rattrappita.
Impensierita disse ai suoi aiutanti: «Vi prego, aiutatemi a preparare i dolcetti e il carbone da mettere nel mio sacco, io credo proprio di non farcela a fare tutto per stanotte, mi aspetta un volo lungo lungo e devo scendere giù per tanti camini per riempire le calze dei bambini.
Fu così che leprottina e volpina si misero a cucinare biscottini prelibati, torroncini e cioccolatini d’ogni forma e d’ogni gusto.
Intanto lo scoiattolino velocissimo, lesto lesto tutto incartava e poi stipava nel sacco senza fondo della Befana.
E il gatto cosa credete che stesse facendo?
Mentre tutti gli altri lavoravano con impegno lui… beh lui doveva far compagnia alla Befana che doveva rilassarsi, quindi se ne stava sulle sue ginocchia ossute a far le fusa così sonore e rassicuranti che la Befana si fece un bel pisolino.
Quando fu ora di partire lei trovò tutto pronto, perfino la sua scopa tirata a lucido e il suo sacco rattoppato e ben riempito.
Ringraziò tutti i suoi aiutanti e a cavalcioni della scopa era pronta a prendere il volo quando vide il gatto coccolone guardarla con i lucciconi.
Allora lo invitò sulla sua scopa e partirono insieme a tutta velocità.
***
Ed ora dopo la lettura delle filastrocche per l’Epifania ed il racconto “La Befana furbacchiona”, l’autrice Giovanna Fracassi condivide un pensiero tratto dal volume “Lettere a Sofia” (Tomarchio Editore 2022, seconda ristampa 2025) nel quale racconta dei suoi ricordi dell’infanzia e propone alcune considerazioni sulla potenza educativa della favola per i più piccoli e curativa per gli adulti.
***
“Nonna Amelia è stata una donna speciale: forte, paziente, determinata, saggia ed autorevole, ma anche ricca di amore e di empatia per tutti coloro che la circondavano. Era anche attenta alla natura, ai suoi segnali, ai suoi risvegli, amava moltissimo gli animali, a casa sua non mancavano mai il cane e il gatto, ma da giovane aveva avuto anche un pollaio, dei criceti, dei canarini. Ricordo che lei parlava con queste creature come fossero delle persone e la cosa stupefacente era che loro sembravano capirla benissimo e le corrispondevano in affetto e attenzioni. A me, da piccola, la nonna sembrava una fata che sapeva compiere bellissime magie in cucina, lavorando a maglia o all’uncinetto, allestendo gli addobbi di Natale, il presepio, colorando le uova a Pasqua, ricamando centrini deliziosi e inventando tante storie. Con il suo esempio mi ha insegnato moltissimo, con i suoi consigli mi ha guidato e ancora continua a farlo. Soprattutto mi ha insegnato a saper prendere la vita con un pizzico di leggerezza o di innocente follia. Le sue filastrocche sbarazzine, così piene di “assurdità” o di paradossi, servivano proprio a far comprendere che nella vita ci vuole anche un po’ di umorismo, che bisogna saper sdrammatizzare e guardare il mondo e ciò che ci accade, da una prospettiva diversa, da un altro punto di vista e allora i problemi, i guai, le ansie, si ridimensionano e si possono affrontare con più calma.
Ovviamente da bambina ero affascinata anche dai racconti di fate, castelli magici, principesse e draghi. Li ascoltavo da mia madre e dalla nonna Amelia. Poi, una volta imparato a leggere, quello spazio di ascolto è stato sostituito dalle letture dirette delle fiabe tradizionali. Da adulta, grazie ai miei studi, ho analizzato la struttura delle fiabe sviscerandone tutte le implicazioni sociali, psicologiche e i riferimenti alla mitologia e ai miti nordici. Ho perfino fatto un viaggio attraverso la Foresta Nera sulle tracce dei Fratelli Grimm. A ciò devo aggiungere la mia esperienza, di alcuni anni, come insegnante nella Scuola per l’infanzia dove ho iniziato ad essere colei che leggeva, narrava storie ai piccoli ascoltatori. Ne inventavo pure talvolta di mie. Passata alla Scuola primaria, stimolavo i bambini a cambiare o a inventare finali diverse alle fiabe che sceglievamo e alla Scuola secondaria di primo grado, come insegnante di Lettere, soprattutto nel primo anno di scuola, guidavo i miei alunni a comprendere le funzioni di Propp e ad applicarle per scrivere loro delle fiabe. A tutto ciò devo aggiungere l’aspetto forse più importante ed emotivamente determinante: sono diventata madre di due tesori di bambini, una femminuccia e un maschietto e così la mia fantasia si è scatenata. Ogni sera per addormentarli, inventavo una storia diversa con i personaggi che loro mi proponevano. Ogni passeggiata nel bosco era l’occasione per immaginare folletti e gnomi nascosti in ascolto dentro un tronco cavo o le avventure delle formichine di un formicaio. Penso che sia importante insegnare ai piccoli, che saranno gli adulti di domani, l’amore e il rispetto per la Natura. I bambini sono naturalmente portati, grazie alla loro innata curiosità ad avvicinarsi ad essa, in tutti i suoi aspetti. Il problema è che nelle nostre città, i bambini hanno sempre meno l’opportunità di vivere in mezzo agli animali, agli alberi, ai fiori e di conoscerli e di imparare a relazionarsi con loro, senza paure, ma con le dovute cautele e il necessario rispetto.
Viviamo in un mondo dove la magia che permea la creatività di adulti e bambini è sempre più soffocata dall’uso di giochi elettronici, dalla tecnologia applicata ormai ad ogni aspetto della nostra vita, fin da piccoli. Come sai Sofia, ci sono voci artificiali per rispondere ad ogni richiesta, ci sono applicazioni che permettono di fare tante cose ma sono tutte riconducibili, alla fine, ad algoritmi che sono per loro natura sterili di ogni empatia, di ogni umanità, di ogni comprensione e spirito di fraternità e di solidarietà. Siamo ormai noi stessi ridotti ad essere un algoritmo.

Tutto questo è molto pericoloso ed è soffocante di ogni libertà, anche creativa. È dunque necessario fare un grande sforzo per riportare l’Uomo alla sua centralità, alla sua umanità, alla sua dimensione magica perché è l’Uomo l’essere più magico dell’Universo, capace di fare cose meravigliose, di immaginare e inventare ma, purtroppo, anche di essere pericoloso per sé e per il mondo intero. Aiutare i più piccoli a rendersi conto di quanta Magia si trova tutt’intorno a loro non è difficile. Basta guardare il mondo con gli occhi che noi adulti avevamo da bambini e subito possiamo entrare in sintonia con la fantasia, la creatività dei nostri piccoli. Quando diventeranno a loro volta adulti e genitori faranno la stessa cosa con i loro bambini.
Mi piacerebbe che i genitori provassero a ripescare, nella gerla del loro passato, i loro ricordi, per tornare ad essere bambini accanto ai loro figli, per poter tornare ad emozionarsi, a ridere, ma anche a spaventarsi, a piangere di gioia o di tristezza, a provare quell’ingenuo stupore davanti alla natura, alle piccole cose che ci circondano e ai fatti quotidiani che troppo spesso tutti noi viviamo o subiamo in modo indifferente, se non addirittura insofferente. Le fiabe ci aiutano tutti, piccoli ma anche adulti, a riflettere sull’importanza dei sentimenti più semplici e genuini: l’amicizia, l’educazione, la solidarietà, l’empatia, il perdono, l’amore per la natura, per tutti gli esseri viventi, animali, fiori, piante, per gli ambienti quali la montagna, il mare, il lago e ancora il cielo con le sue stelle, la Luna e il Sole. Credo che noi adulti dovremmo aver cura di lasciare spazio al mondo incantato dell’infanzia, con i suoi riti, le sue magie, la sua innocenza perché è anche grazie a tutto questo che i bambini possono crescere equilibrati, sereni, creativi e fantasiosi. Non è il computer che insegna a superare le piccole grandi paure dei piccoli: quella del buio, della perdita dei genitori, di perdersi o d’incontrare il lupo – uomo cattivo. Non è il computer che può dare risposta al senso di smarrimento, talvolta di angoscia che spesso i bambini provano durante la crescita, al senso di solitudine o al desiderio di avventura con la possibilità di mettersi alla prova. Tutto questo possono darlo la fiaba, la favola, la filastrocca e poi ai più grandi, la poesia, il racconto, il romanzo. È la narrazione, è la lettura che consentono l’immedesimazione e permettono di interiorizzare i messaggi, veicolati dai contenuti, lasciando il tempo per riflettervi.
Con le sue storie e filastrocche nonna Amelia trasmetteva con semplicità un insegnamento che, in parte, riassume in sé tutti i valori: l’educazione.
Educazione significa rispetto per l’altro e per il suo mondo, significa accoglienza ma anche riconoscenza per quanto ricevuto, significa saper tollerare con gentile fermezza anche chi ha idee diverse o si pone in antitesi a noi, significa comprendere il valore della diversità, accettare di mettersi in discussione senza arroganza o animosità, come fanno molti protagonisti dei miei racconti. Credo che l’educazione così intesa sia un insegnamento da promuovere in ogni tempo e per ogni individuo.
L’egoismo è inevitabilmente presente nell’animo umano; imparare a riconoscerlo, imparare a gestirlo è difficile ad ogni età. L’amore per la conoscenza, presuppone vi sia l’attitudine a porsi delle domande, degli interrogativi a cui cercare di dare una o più risposte. Quindi è necessaria l’introspezione, la riflessione in uno spazio-tempo che, nel nostro mondo, è sempre più compresso, eroso da mille affanni, bisogni, necessità. Può essere pertanto più facile, più comodo restare sulla superficie dei problemi, dei sentimenti, delle emozioni, cercando in una qualche misura di essere anestetizzati.
L’amicizia, la solidarietà, la condivisione, l’empatia, la cura degli altri e del mondo in cui ci troviamo a vivere, a partire dalla nostra casa, dal nostro giardino, dal nostro territorio, implicano impegno, costanza, fatica e spesso causano sofferenza, delusione, incomprensioni. Tutto questo esiste e non dobbiamo nasconderlo ai bambini, ma aiutarli, grazie alle favole e alle storie, a riconoscerli e ad accettarli perché fanno parte della vita e della crescita, e a trovare il modo per fronteggiarli, superarli, trasformandoli in punti di forza per il proprio vivere. Non esiste una “formula magica” per aiutarli in tutto questo. Esiste solo la possibilità di dare ai nostri bambini gli strumenti emotivi per considerare sempre validi questi valori al punto tale da essere capaci di mettersi in gioco in ogni momento e aspetto del loro quotidiano, pur sapendo che non sempre andrà tutto come si vorrebbe.”[6]
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Written by Alessia Mocci
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Note
[1] Giovanna Fracassi, Il Natale raccontato da Nonna Amelia, Rupe Mutevole Edizioni, 2023, p. 80
[2] Ibidem, p. 84
[3] Ibidem, p. 75
[4] Ibidem, p. 91
[5] Ibidem, pp. 82-82
[6] Giovanna Fracassi, Lettere a Sofia, Tomarchio Editore, 2022, pp. 139-140-141
