“Il giro di vite” di Henry James: una magnifica e raffinata aporia?
Un binomio amato dagli scrittori vittoriani è quello che lega il Natale ai fantasmi; a partire da Dickens, molti si sono cimentati con la ghost story natalizia. Secondo Jerome K. Jerome, la sera della vigilia gli spettri celebrano la loro festa annuale; in quella notte, i vivi si siedono per parlare di loro. Prendiamo cinque o sei persone di lingua inglese, facciamole riunire attorno al fuoco; inevitabilmente, incominceranno a raccontarsi storie di fantasmi.

Il giro di vite (Feltrinelli Editore, 2024, pp. 202, a cura di Luigi Lunari) di Henry James rispetta tale topos; nonostante l’autore lo intenda come un divertissement, è considerato una delle sue opere migliori. Viene pubblicato nel 1898; dapprima esce a puntate sulla rivista «Collier’s Weekly», solo in seguito in volume. Oscar Wilde è tra i primi a esprimere un giudizio, in una lettera del 1899; a suo dire, Il giro di vite è “una piccola storia del tutto prodigiosa, lurida, velenosa, come una tragedia elisabettiana.”
Il breve romanzo narra la vicenda di una giovane istitutrice, di cui ignoriamo il nome; chiamata per occuparsi di due bambini rimasti orfani, è conquistata dalla loro grazia angelica. La permanenza procede per il meglio; quando due figure sinistre prendono a visitare la dimora, l’idillio volge nel dramma.
Il giro di vite è introdotto da un insolito capitolo 0; in una vecchia casa, alcuni amici sono riuniti attorno al focolare. È la Vigilia di Natale; hanno appena ascoltato una storia lugubre, come si conviene in tale ricorrenza. Il caso narrato riguarda un’apparizione, occorsa a un bambino; dopo aver rimuginato a lungo, Douglas prende la parola.
Conosce una vicenda in cui sono coinvolti due bambini, due giri di vite in più all’orrore; oltre a lui, nessuno ne ha avuto notizia. Quella storia è scritta; l’inchiostro vecchio e sbiadito, la grafia bellissima. La mano che l’ha vergata appartiene a una donna, morta da vent’anni; nell’imminenza della fine, ha mandato quelle pagine a Douglas.
Il giro di vite ce la presenta; è la più giovane delle figlie di un parroco di campagna, arrivata a Londra per rispondere a un annuncio. Il datore di lavoro si rivela un gentiluomo; è uno scapolo nel fiore degli anni. Agli occhi di una timorosa fanciulla dello Hampshire, pare uscito da un sogno o da un romanzo; è un uomo piacente, dall’aria sicura e dai modi affabili. Possiede una villa di famiglia nell’Essex; la ragazza deve subito recarsi là, per prendere servizio. Gli è stata affidata la tutela dei due nipotini, rimasti orfani di entrambi i genitori; mosso dalla pietà, si è prodigato per soccorrerli. Ha assegnato loro la dimora di Bly; a capo della servitù ha posto la signora Grose, una gran brava donna.
Prima, un’altra signorina si era occupata dei bambini; dopo la sua morte, il piccolo Miles è finito in collegio. Giovane e inesperta, la candidata si riserva un paio di giorni per riflettere; all’incontro successivo, comunica la decisione. Il gentiluomo pone una condizione; non dovrà mai disturbarlo, in nessun modo e per nessun motivo. Affronterà da sola ogni problema; da sola si occuperà di ogni questione.
Concluso il capitolo 0, l’Io narrante cambia; apprendiamo la vicenda dalla voce dell’istitutrice. Per semplificare, accoglieremo il suggerimento di Lunari; la chiameremo Innominata. Convinta di aver commesso un errore, durante il viaggio mastica inquietudine; l’arrivo a Bly dissipa il malcontento. La dimora si presenta come un abbraccio accogliente; sulla soglia, si affaccia una donna dall’aria rispettabile. La signora Grose si profonde in un inchino; tiene per mano una bambina, la più bella che l’Innominata abbia mai visto. È probabile che sia quell’angelica soavità a turbarne il riposo, durante la prima notte; le pare di udire un pianto infantile debole e lontano, un passo leggero davanti alla porta. Sono suggestioni blande, facili da dimenticare; perché la vita sia felice, le basterà occuparsi della piccola Flora. È sicura di vincerne la timidezza; saprà farsi apprezzare. Dal canto suo, prova simpatia per la signora Grose; per comunicare, bastano loro sguardi d’intesa e allusioni. Se Flora è straordinaria, Miles lo è altrettanto; il suo ritorno è previsto per il venerdì successivo.
Il primo giorno a Bly si conclude con un grattacapo; insieme a una lettera del datore di lavoro, l’istitutrice riceve quella del collegio. In seguito all’espulsione, il bambino non potrà più tornarvi; confusa e angosciata, consulta la signora Grose. Alla notizia, gli occhi della donna si riempiono di lacrime; poi la commozione cede allo sdegno. È orribile che si dicano tali cattiverie su Miles; incredibile che possa rappresentare un pericolo per gli altri. Prima, l’istitutrice deve conoscerlo; poi giudicherà.

La signora puntualizza; non intende dire che non lo ha mai visto comportarsi male. L’Innominata ammette una certa cattiveria nei bambini; ma non al punto di arrivare a corrompere gli altri. Una strana risata, una domanda beffarda; per timore di cadere nel ridicolo, taglia corto. Il giorno dopo torna sull’argomento; si informa sulla precedente istitutrice. Stando alla Grose, la ragazza non ha mai notato niente che non andasse in Miles; era attenta ed esigente, per certe cose. Alla fine dell’anno, è andata via per trascorrere a casa una vacanza; non è più tornata. Il padrone ha annunciato la triste notizia; come stia la faccenda, non è dato saperlo.
Il giro di vite racconta l’incontro con Miles; già al primo sguardo, l’Innominata coglie lo stesso candore della sorella. È incredibilmente bello; la sua presenza suscita un vivo desiderio di tenerezza. In lui vibra qualcosa di divino, come in nessun altro bimbo; pare non conoscere niente del mondo, se non l’amore. Con tale dolce innocenza, è impossibile portare una cattiva fama; quella crudele accusa è grottesca. La donna non risponderà alla lettera del collegio, né a quella dello zio; la signora Grose si dichiara dalla sua parte. Un’ondata di pietà e infatuazione esalta l’istitutrice; per la prima volta, gode di spazi e di libertà. L’apprezzamento che avverte le è dolce e gradito; è una trappola tesa alla sua immaginazione, alla sensibilità e alla vanità.
Il cambiamento è simile allo scatto di una belva; dopo una passeggiata pomeridiana, la donna giunge in vista della casa. In cima alla torre, un uomo guarda verso di lei; è uno sconosciuto, mai incontrato da nessuna parte. Un intenso silenzio cala sui rumori della sera; i due restano a scrutarsi da lontano, piuttosto a lungo. L’istitutrice si domanda chi sia; gli occhi di lui sembrano riflettere lo stesso interrogativo. L’uomo non indossa il cappello; tale atteggiamento pare indicare una qualche familiarità. La fissa con durezza; anche mentre si allontana, continua a tenerle gli occhi addosso. Nel vedere il volto rassicurante della signora Grose, l’Innominata avverte l’impulso di tacere; la sua paura nasce quando decide di risparmiarla all’altra. Nell’intimità, i pensieri si rincorrono a lungo; dopo aver osservato e rimuginato, arriva a una deduzione. Di sicuro, un passante si è preso una disdicevole libertà; incuriosito dalla vecchia casa, vi si è intrufolato. Il fascino dei pupilli è una gioia continua; ogni giorno porta con sé una scoperta. La condotta di Miles a scuola rimane un mistero; nell’osservarne l’innocenza, l’Innominata trae una conclusione. È troppo puro per il mondo del collegio, meschino e sporco; ha pagato il prezzo di questa superiorità morale.
Il giro di vite si sofferma su una domenica pomeriggio; in salone, la donna si accorge di una presenza. Dall’altra parte della finestra, una persona fissa l’interno; è l’uomo che ha visto in cima alla torre. Rispetto alla prima volta, è più vicino; inoltre distoglie lo sguardo da lei, per lasciarlo cadere altrove. Un’istintiva certezza coglie la donna; è venuto per qualcun altro. Balzata fuori dalla sala, si dà a correre a precipizio; il visitatore è sparito. Si accosta alla finestra; incrociato il suo sguardo, la signora Grose impallidisce per lo spavento.
L’Innominata si sente libera di affrontarla; le riferisce i due bizzarri incontri. Traccia un accurato ritratto dell’uomo; capelli molto rossi e ricci, faccia pallida dai bei lineamenti regolari. Le è parso che possa essere un attore, anche se non ne ha mai visto uno; di sicuro, non è un signore. Sempre più pallida, la Grose balbetta incredula; l’altra aggiunge pennellate al ritratto. Lo sconosciuto è un bell’uomo; indossa i vestiti di qualcun altro. Con un sordo lamento, la signora conferma; sono quelli del padrone. Peter Quint era il suo valletto; andava sempre in giro senza cappello. L’anno precedente erano entrambi in quella casa; partito il padrone, Quint è rimasto solo. In seguito anche lui è andato via; dove, lo sa Iddio. L’Innominata non ha dubbi; l’uomo sta cercando Miles.
“Avevo l’assoluta certezza che avrei dovuto vedere ancora quel che avevo già visto, ma qualcosa dentro di me mi diceva che offrendomi coraggiosamente quale unico soggetto di questa esperienza, accettando, sollecitando, superando tutto questo, la mia funzione sarebbe stata quella di vittima espiatoria e di custode della tranquillità dei miei compagni. In particolare i bambini, li avrei così difesi con un baluardo, salvandoli definitivamente.”
La signora Grose ricorda che Quint era solito giocare con Miles; che lo viziava; che si prendeva troppe libertà, con tutti. Ignaro, il padrone credeva in lui; così quello metteva bocca dappertutto, anche sui bambini. Questo triste periodo era finito un mattino d’inverno; qualcuno aveva trovato Peter Quint, riverso lungo la strada.
Un pomeriggio, l’Innominata è in compagnia di Flora sulla sponda del lago; mentre la pupilla gioca, si accorge di una presenza. Dall’altro lato dello specchio d’acqua, uno spettatore le osserva con interesse; sgomenta, si chiede se anche Flora possa vedere. Aspetta un grido, un segnale che le dia una risposta; tuttavia la bambina pare precipitata in un assoluto silenzio. Voltate le spalle al lago, si trastulla con dei legnetti; nell’assistere a quel gioco, l’istitutrice è assalita dall’inquietudine.
Sconvolta, si getta tra le braccia della signora Grose; a fatica, la avvisa che i bambini sanno tutto. Flora ha visto una donna in nero, pallida e terribile; era l’istitutrice morta. L’apparizione la fissava, con la furiosa intenzione di impadronirsene; la bambina ne è consapevole. Come Quint, la signorina Jessel era una persona spregevole; malgrado la differenza di condizione, tra i due esisteva un rapporto. Quel tizio faceva ciò che voleva, con lei; e con tutti.
Circa la morte della Jessel, la signora Grose non ha voluto sapere niente; quanto alla ragione della fuga, immagina qualcosa di terribile. L’Innominata precipita nella disperazione; è certa che i bambini siano perduti. Quint e Miles erano stati insieme per mesi, ininterrottamente; alle rimostranze della governante, la Jessel aveva replicato con durezza. Anche il piccolo le aveva risposto con malagrazia; inoltre, era solito mentire sul tempo passato con Quint. L’Innominata si arrovella sulla vera natura di Miles; se all’epoca è stato cattivo, è strano che adesso sia un tale angelo.
Il giro di vite racconta che i pupilli le dimostrano un attaccamento “stravagante e preternaturale”; per il momento, nessuno solleva la questione di un nuovo collegio. Spinta da un impulso indefinito, l’Innominata attraversa la galleria; rimasta al buio, percepisce che sulle scale c’è qualcuno. Quint è una presenza reale e pericolosa; l’intenso silenzio è l’unica nota innaturale di quell’orrore. Di nuovo in camera, si accorge che il lettino è vuoto; uscita allo scoperto, Flora la rimprovera per averla lasciata da sola. Sicura che stia mentendo, la donna prova l’impulso di incalzarla; tuttavia le parole le muoiono in gola.
Non rivedrà più Quint in casa; una volta nota la presenza di una donna, seduta su un gradino. Flora spia oltre la finestra, nell’oscurità; deve trovarsi faccia a faccia con l’apparizione del lago, forse comunica con essa. L’istitutrice nota una figura in giardino; la luce della luna le permette di vederla bene. Non è la presenza che immaginava; con sgomento, riconosce un visino familiare.

Nei giorni seguenti, i pupilli si accorgono del suo imbarazzo; nel rapporto tra i tre, il non detto diventa condizione vitale. Dopo la donna ai piedi delle scale, nessuna apparizione si è più verificata; l’Innominata inizia a temere che suoi occhi siano sigillati, mentre quelli dei bambini sono ben aperti. La tormenta un’idea crudele; che qualsiasi cosa abbia visto, essi hanno visto di più. La tensione è logorante, fino al momento di rottura; improvviso come un temporale estivo, arriva il cambiamento. Il sipario si sta alzando; inizia l’ultimo atto del dramma.
Secondo l’etimologia, la parola “fantasma” indica un’apparizione; a mostrarsi è un’entità incorporea, soprannaturale. In ambito psichiatrico e psicanalitico, il medesimo termine si applica a processi psichici; nella prefazione del 1898, è lo stesso James a usare l’aggettivo psychical per Il giro di vite.
Secondo Edmund Wilson, la storia gotica andrebbe letta in chiave oggettiva e razionale; in un saggio del 1934, il critico afferma che “i fantasmi non sono affatto veri fantasmi bensì mere allucinazioni dell’istitutrice.”
Prima Anne Radcliffe, poi Shirley Jackson si servono dell’elemento orrorifico come un velo; in modo analogo, James si muove su una linea di confine. Ci accompagna nei recessi della psiche umana; dove il reale si dissolve in forme irrealisticamente reali, che sono fantasmi più veri del vero. La singolarità della prosa asseconda l’esigenza narrativa; entro i lunghi periodi fioriscono incidentali, il filo si arrotola in complessi ingorghi sintattici. Siamo nella mente dell’Innominata; arranchiamo con lei, con lei rischiamo di impazzire; insieme a lei, torniamo a respirare. Va detto che James non ci rende la vita facile; piuttosto, ci sfida a mantenere alta l’attenzione.
Il giro di vite non presenta un’interpretazione univoca; ognuna contiene un germe di verità, tutte sono ragionevoli. James ha saputo giocare sull’ambiguità; dalla sua penna è nata una magnifica, raffinata aporia.
Written by Tiziana Topa
