Intervista di Filomena Gagliardi a Pier Bruno Cosso: perché si dovrebbero leggere libri dedicati al calcio?

Oggi voglio provare a discutere con lo scrittore e collaboratore di Oubliette Magazine Pier Bruno Cosso sul calcio.

Pier Bruno Cosso
Pier Bruno Cosso

Vorrei provare a convincerlo circa la bontà di questo sport, per alcuni aspetti che presenterò.

So già che lui la pensa diversamente.

Eppure non mancano punti di contatto, soprattutto se si guarda al passato.

Pier Bruno sa bene che, ad esempio, il Cagliari che nel 1970 vinse lo scudetto era una squadra fatta di uomini.

Molti libri sono usciti, anche recentemente, sui calciatori di quegli anni: è forse questo il segnale della consapevolezza della degenerazione attuale e irreversibile del calcio?

 

F.G.: Caro Pier Bruno, posto che in lettura melius abundare quam deficere, perché uno dovrebbe leggere libri dedicati al calcio?

Pier Bruno Cosso: Carissima Filomena, oltre che di libri, tu sei una esperta e appassionata di calcio, lo dico con molta stima nei tuoi confronti, quindi un libro sul calcio per te non è mai un piatto scaldato, ma una portata dove ognuno dei due ingredienti ingolosisce l’altro. Io, che amo il calcio come un agnellino ama il forno acceso a Pasqua, credo che la sacralità della scrittura rischi molto con il calcio, che ne possa troppo facilmente restare corrotta. Quindi un romanzo che parla di pallone deve dimostrare di essere un buon libro nonostante il calcio, non certo come un valore aggiunto.

Il calcio, per come è diventato adesso, è il pantano stagnante della nostra cultura, non un filone filosofico o letterario. Perché quello che non sopporto è che in Italia tutto ciò che riguarda il calcio sia considerato con maggior favore. Se parla di calcio è ottimo. No.

Ma perché il mondo del pallone deve avere una vita ricca di agevolazioni e riflettori sempre puntati? Il programma televisivo di calcio, il giornalista esperto di calcio, il gadget del benzinaio dedicato al calcio, e ora il libro di calcio, nascono solleticando un folto pubblico accecato dal tifo che li acclama a prescindere, e non considerano altro. Se c’è il dio calcio non importa più cosa c’è dentro. Se luccica è calcio, come oro colato.

Va bene, giochiamo su tutto, dissacriamo tutto con leggerezza e consideriamo il calcio un valore, ma un libro che parla di calcio dovrebbe essere considerato dagli altri libri come il collega bullo che passa avanti a tutti con prepotenza, senza merito.

Mi sembra di vedere un libro di poesie che dice a un romanzo: «Lo vedi quello? Con la scusa del calcio sta scalando le classifiche! E noi sempre dietro».

«Ma è un impostore, dovrebbe competere col “Grande Fratello”, non con noi. Che ci fa un “calciatore” in una libreria? Non si sente in imbarazzo?».

E i libri tutti zitti, in un silenzio pesante, con un testo di filosofia che si sposta spingendosi con il dorso per cercare di buttarsi dal terzo ripiano, mentre quello in versi sospira quasi tra sé: «Imbarazzo? Ma se l’imbarazzo se l’hanno giocato già alla prima apertura del calciomercato!».

Lo spettacolo del calcio va in scena così. Quanto vale lo spettacolo? Molto, e allora tutti genuflessi. Ma sul rettangolo di gioco c’è un oggetto strano: un libro! Guardalo come corre fin in fondo al campo, trafelato, fino alla riga bianca. Fino al suo confine dove crolla, simulando un fallo, senza immaginare che oltre quel bordo c’è tutto un mondo. «”Segnalino”, alza quella maledetta bandierina gialla! Non vedi che quel libro è in fuori gioco latente?».

No, un libro dovrebbe sdegnare le vetrine illuminate per abbracciare stretto le sensazioni di un lettore, per farlo sognare, volare, travolgere e fargli cambiare idea. Niente di meno, altrimenti resti pure a correre su e giù senza mai uscire dalle righe bianche.

 

F.G.: Eppure in molti libri calcio assume un forte valore sociale. Come la mettiamo?

Cagliari della stagione 1969/70 con lo Scudetto
Cagliari della stagione 1969/70 con lo Scudetto

Pier Bruno Cosso: Onorevole collega della difesa, qui, al banco dell’accusa, le tue parole mi hanno fatto fare un salto sulla sedia che quasi cadevo. Poco “onorevole” cadere per terra in un tribunale dei libri.

Ma, hai proprio scritto che “il calcio assume un forte valore sociale”? Ripetiamolo tutti insieme: «Il calcio assume un forte valore sociale!». Ho una sacra ammirazione per la tua infinita cultura e la tua profonda sensibilità, come poetessa e autrice, ma tu immagini che ogni volta che qualcuno dice che il calcio ha un forte valore sociale, in un prato si secca un fiorellino? E che adesso ne abbiamo già stecchito quattro?

Io l’ho vissuta quella epopea calcistica, ero ragazzo, e proprio perché tu sei così attenta e arguta osservatrice dei costumi, ti posso dire che il calcio in passato ha davvero assunto un forte valore sociale. Oh, mannaggia, ho stecchito un altro fiorellino!

Per noi sardi un esempio limpidissimo è stato nella fine anni Sessanta l’epopea della squadra del Cagliari. In quel caso il calcio è stato passione, ideali, e desiderio di riscatto di tutto un popolo. Qualcosa di prodigioso che ha travolto sentimenti, valori, senso di appartenenza e di rivalsa. Qualcosa che magicamente ci ha fatto stringere tutti insieme. Tutti, in un immenso abbraccio ideale. Tutti, come se il giorno di quel magico scudetto ci fossimo uniti in unico grande coro per gridare che esistiamo. Che abbiamo una voce nostra, che può far star zitti gli altri. Un’unica grande ondata emotiva propagata per tutta l’Isola, che ci ha fatto stringere attorno a noi stessi.

Che non era mai successa prima, e che non è più successa dopo. Era lo spirito del calcio? Non credo, non lo posso credere con assoluta certezza, ma è stato qualcosa di trasversale a tutto un intero popolo. Un popolo spesso frammentato che si è trovato unito, commosso, ancora di prima di capirlo.

Merito del calcio? Una di quelle situazioni in cui il calcio ha saputo esprimere i suoi valori agli appassionati e non? Io credo che, ritornando all’ordine naturale delle cose, eravamo noi così, e che il calcio ne sia stato contaminato arricchendosi, lui, dei valori propri della nostra terra, e non il contrario.

 

F.G.: Senza retorica, secondo te il calcio di quegli anni è più riproponibile? Ed eventualmente perché?

Pier Bruno Cosso: Eh, no! Questa è una domanda cattiva! Se mi togli la retorica non posso rispondere. Prova a volare senza le ali! Eh, senza retorica non ho parole. Tu lo sai bene, e ti volevi prender gioco di me. E io allora, per dispetto, mi dichiaro prigioniero politico e chiedo di essere accolto nel Regno della Retorica. I guardiani sicuramente sono, per meriti sul campo, poeti e filosofi, e quindi certamente accoglieranno i profughi del calcio senza retorica…

Cuori Rossoblù di Luca Telese
Cuori Rossoblù di Luca Telese

Sì, gentilissima Filomena, era un altro mondo. E mi scuso con te, seriamente, se mi sto permettendo di ironizzare sulle tue bellissime, e per altro molto serie, domande. Era tutto un altro mondo, in tante cose, e anche nel calcio.

C’era disciplina, abnegazione, rispetto, fatica; e adesso dove sono queste fantastiche signore del calcio? Quello era, il calcio. E quindi no, non è più riproponibile. Nessuna nostalgia, i tempi attuali sono molto meglio per un milione di motivi, ma ci siamo persi qualcosa, e dovremmo recuperare.

Ci siamo persi qualcosa se l’immagine del calcio moderno è stipata dentro i capricci di giovani miliardari nullafacenti. L’arrivismo e la visibilità a tutti i costi non sono monete con cui pagare alti valori sportivi. Ci siamo persi qualcosa se, davanti a questi piccoli eroi da piccolo schermo, non li sommergiamo di indifferenza.

Dagli anni delle glorie del calcio è passato un secolo, come in un lungo volo a planare verso il basso. E forse non solo nel calcio, ma in generale, e siccome ognuno ha il calcio che si merita, confermo: ci siamo persi qualcosa!

A scuola, negli anni di cui parliamo, si leggevano libri, tutti leggevamo, e diversi ogni anno. Si usavano le parole per comunicare. Attenzione, credo che ogni parola, ogni singola parola sia l’abitino di un pensiero. Se comunico con gesti, simbolini e abbreviazioni sconnesse, non ho pensieri! Non ho pensieri critici verso le mie idee e quelle di un altro. Non ho pensieri. Accetto passivamente tutto quello che mi viene urlato e va alla pancia, senza che la testa entri nel gioco fantastico della ideazione.

Ecco, anche il calcio aveva una sua eleganza formale, una sua grammatica e una sua filosofia. Si dice che Gigi Riva giri ancora nelle vie di Cagliari col suo cappotto elegante e quell’aria da signore d’altri tempi. Quell’aria di chi ha segnato il tempo senza arroganza, facendosi ascoltare evitando sempre i tori scomposti, con quella consapevolezza matura che forse è stata anche fortuna, ma che è stata sudata e condivisa con un intero popolo. Questa è l’immagine del calcio che vorrei conservare.

 

F.G.: Donne e calcio, ad ogni livello: un binomio indissolubile. Che differenza tra allora e oggi in merito a questo tema?

Pier Bruno Cosso: Donne e calcio? C’è una questione donne e calcio? Allora, tanti anni fa, quando il rispetto e i pensieri vivevano ancora sulle palafitte, le donne più emancipate avevano qualche idea del calcio solo perché sprezzantemente gettata lì da un bravo marito comprensivo. Ma non era per il calcio, allora era così in tutte le cose, purtroppo, e il mondo del pallone ne era un solo piccolo significativo specchio. La politica, l’economia, persino il sesso era gestito soprattutto dagli uomini, per gli uomini. Sarebbe sbagliato, adesso, misconoscerlo.

Quando prima dicevo che i tempi attuali sono molto meglio pensavo anche a questo. E sinceramente spero, lo spero per il calcio, che le donne siano sempre più dentro questo strampalato pianeta del pallone. Perché probabilmente saranno le donne che salveranno il calcio.

 

F.G.: Lo scudetto del Cagliari del 1970 ripropone, in chiave calcistica ma non per questo priva di valore metaforico, il classico duello tra Nord e Sud con sorprendenti risvolti. Un duello che perdura tuttora e che l’esperienza del Covid ha riacceso con esiti, anche stavolta, non sempre scontati. Cosa puoi dire su questo?

Gigi Riva – Rombo di tuono
Gigi Riva – Rombo di tuono

Pier Bruno Cosso: Il grande Nereo Rocco diceva sempre che come sei nel calcio sei nella vita. Però, che bella frase ricca di significato. Perché allora gli allenatori erano anche dei profeti, maestri di vita. Il fantastico Manlio Scopigno, che allenava il Cagliari, era anticonvenzionale, ed era considerato un filosofo. Perché contava la persona, quanto e più del risultato.

Questo per dire che forse, ora, al contrario, come sei nei campi di gioco, sei… non sei da nessun’altra parte. E la vita è solo lì. Si accendono le luci dello stadio, i calciatori prendono vita. Si spengono, i giocatori ritornano in stato di ibernazione, almeno finché non apre il calciomercato. E non c’è più tempo per i campanilismi.

Hai ragione: la rivalità tra Nord e Sud era viva, nei campi di gioco e nella vita. Il pubblico dei grandi stadi del Nord quando arrivava il Cagliari facevano il verso delle pecore. E i sardi erano banditi o pastori, o meglio tutte e due le cose insieme. Finché Gigi Riva non bruciava le mani dei loro portieri con le sue cannonate. Finché nel silenzio delle tribune e delle curve non si sentiva il rombo del tuono di un pallone sparato veloce come il suono.

Le loro porte sussiegose trafitte, profanate, dalle bordate di fuoco di una piccola squadra del Sud. Non eravamo più i pastori. Anche fuori dai campi. Rispetto.

Semmai c’è porsi la domanda drammatica: perché c’è voluta una grande squadra di calcio che soggiogasse le potenti compagini del Nord per avere rispetto?

Vedi, qui potresti aver ragione tu che il calcio ha creato le distanze e il calcio le ha assopite. E insieme a te aveva ragione Nereo Rocco che come è il calcio è la vita. Forse mancava il rispetto, e forse il sibilo di un pallone imprendibile ha aiutato a capire che il rispetto è oltre. Che chiunque, e non importa a quale latitudine, può lanciare una palla più forte della tua, anche tu se sei nato ricco e favorito. E lo devi rispettare.

Un ragazzo della provincia di Varese che si trapianta in Sardegna e la porta al successo, e poi rifiuta contratti d’oro con le squadre del Nord: è molto oltre il rivoluzionario. Era inimmaginabile, prima che succedesse. Ed è incredibile ancora. Questo ha pesato nei contrappesi tra Nord e Sud, molto più di un primato in classifica.

Quanto al Covid nell’attuale confronto tra i due estremi geografici credo che il Coronavirus, come il calcio, sia un sintomo, non il male. Il male è la diatriba tra Nord e Sud, in sé, e il calcio, la politica, e un maledetto virus, la rendono cattiva. E ci siamo cascati, politica e calcio riescono a fare sempre tutto il male che serve loro per sopravvivere.

 

F.G.: Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani: il calcio può aiutare o peggiorare nel difficile arrivo ad un’armonia maggiore fra cittadini diversi per provenienza regionale, differenza anche in tal caso acuita dal dramma del Covid soprattutto nel continuo scontro Stato-Regioni? Perché?

Pier Bruno Cosso: Lo scontro non è Stato-Regioni. È la cultura dello scontro. Anzi, la non cultura dello scontro. Se riflettessimo su questo non ci sarebbe più lo scontro Cagliari-Torino, o Stato-Regioni. Per confrontarsi ci dovrebbe esserci qualcosa di meglio dello scontro.

Io ho una certa esperienza, da dilettante, molto da dilettante, nella maratona. Nelle corse, soprattutto nelle corse infinite, l’avversario non è l’altro concorrente. L’avversario, colui che ti avversa, non è quello che ti corre al fianco, sudato e sfinito come te, stremato e obnubilato come te. L’avversario sono i quarantadue chilometri d’asfalto. L’avversario è la pioggia che ti gela e non ti fa vedere dove metti i piedi, l’avversario è il caldo che se ti sei dimenticato di bere ti può far crollare ad ogni passo. L’avversario è la sofferenza, quel sentirti sfinito quando i chilometri da fare sono ancora infiniti e stai per cedere. Quella paura di cedere, che si insinua nella testa e ti fa temere che sia finita, è l’avversario. Dubitare di farcela è già una sconfitta, ed è l’avversario.

Nella maratona quello che ti corre acconto, se può, ti aiuta. Ci tiene ad arrivare prima di te, ma ti rispetta. Ho visto concorrenti rallentare per aiutare un “avversario” o cedergli un passo avanti, proprio sul traguardo, perché la strada aveva già decretato che lui era più forte. Ecco, scusa questa digressione, ma sono fermamente convinto che il calcio, come la politica, e gli italiani in generale, dovrebbero ripartire da qui. Ripartire da quel rispetto sacro, soprattutto verso se stessi, che qualunque maratoneta ha già acquisito dopo i primi cinque chilometri di corsa.

Forse al calcio di ora, e agli italiani figli di questo tempo, mancano quei primi cinque chilometri che spiegano cosa sia la fatica e il rispetto. I calciatori di quel famoso mondiale in Messico del 1970 questo valore ce lo avevano. Questo valore lo hanno portato sul campo in quella incancellabile partita con la Germania! Brividi, rispetto, voglia di dare tutto anche se è dura, corsa, sfinimento, concentrarsi, e quando la testa non ce la fa più, contare sul cuore.

Per favore, ragazzi, ripartiamo da lì. Il calcio, potrebbe essere ancora quello, crediamoci. La politica potrebbe avere quello spirito, se noi lo volessimo veramente. Perché il brivido di essere italiani quella notte del giugno del 1970 aveva la potenza di un sogno che ti poteva anche far scendere le lacrime, ma ti tirava fuori dal pantano.

 

F.G.: Le competizioni mondiali, come quella che ci fu proprio nel 1970 in Messico, possono unire un popolo tradizionalmente litigioso?

Filomena Gagliardi - Pier Bruno Cosso
Filomena Gagliardi – Pier Bruno Cosso

Pier Bruno Cosso: Ecco, bravissima Filomena: sì! È dentro di noi; non ce lo deve regalare nessuno. È dentro di noi. È un brivido; è uno stato di grazia che si conquista soffrendo. È una sensazione che ti lancia in orbita e che ti fa capire che sei tu, e che ci sei.

Più che di unire un popolo tradizionalmente litigioso direi che si tratta di scoprire cosa abbiamo dentro. Durante una competizione mondiale, o un momento difficile come questo, l’unico modo di uscirne è cercare di vincere tutti insieme. Non è facile retorica, è crederci. Una partita non finisce 4-3 se non ci credi fermamente.  Non aspettiamo che sia il calcio a unirci, il calcio è solo calcio, e per questa partita, sul campo, scendiamo noi.

 

Written by Filomena Gagliardi

 

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