“Le chiavi di casa” di Angelo Marino: entrare nel Nulla ed uscirne con Poco

Recensire un libro è come effettuare una visita medica fiscale dell’autore, esaminandone gli esami obiettivi, auscultandolo e facendogli alcune domande mirate. In realtà io non sono un recensore, bensì un reagente. Ma basta fingere una laurea in medicina e tutto fila liscio.

Le chiavi di casa di Angelo Marino
Le chiavi di casa di Angelo Marino

Quali sono i sintomi di questo Luca?
1. Lasciare abitualmente le chiavi di casa dagli amici, presso cui ha passato la serata;
2. Dormire senza troppa stoffa addosso;
3. Tenere il dito premuto sul tasto rosso del telecomando, preferendo il Nulla al Qualcosa altrui.

Questo gli consente di sognare e di sperare per il futuro. Se uno entra nel Nulla e ne esce con Poco, è già un mezzo guadagno.

Una breve, ma necessaria anamnesi: un’infanzia traumatica (ma me ne occuperò alla fine); un amore infelice a 12 anni; altre passioncelle non troppo significative e infine Giulia, la sua attuale sposa. Che ora deve uscire per andar a fare la sua prima ecografia. Nel frattempo, Luca incontra per caso un casino di nome Linda, una vera e propria bellezza di vent’anni più giovane, molto fine e misteriosa, che ama scrivere poesie.

Luca ama la Vespa, non per niente è bolognese come i Lunapop, la cui 50 special è la prima canzone citata, o meglio adombrata nel romanzo, che mi metto a sorseggiare al cellulare, mentre continuo a leggere. La sua vita è così normale che quasi mi terrorizza.

Nella sua storia con Linda accade molto poco, ma abbastanza perché gli sconvolga la vita, mentre, tornata a casa, la sua amata sposa sembra attendere qualcosa, chissà che cosa, non solo il marito.

Grazie e per colpa di Linda incontra Filippo, una specie di animale così invadente che Luca vorrebbe spaccargli la faccia, a prescindere, tanto è imbecille, uno che odia Star Trek e, soprattutto, Into the wild, film ambientato in Alaska, in primo luogo non sopporta Eddie Vedder, autore della soundtrack del film. Altra canzone che mi tocca, mi va di sentire, senz’obbligo però, su Youtube.

Si reca varie volte da Lorenzo, un liutaio che potrebbe essere suo padre (ho detto potrebbe), il quale gli dà il consiglio della vita: per ogni evenienza usa il costume giusto. Mennea non correva con un pastrano addosso, ma nemmeno nudo: avendo scelto la tutina giusta, egli mi ha consentito nel luglio scorso di percorrere in auto il Lungomare Pietro Paolo Mennea, in quel di Barletta. Poi gli parla di un certo Jimmi Villotti, valente jazzista, della canzone che gli dedicò Paolo Conte, che cerco immediatamente su Google. Accenna anche a una presunta relazione fra Mia e Jimmi: per devozione ascolto prima Tu che sei diverso (il titolo è Almeno tu nell’universo, ma ho sempre sognato che una donna come lei mi dicesse così), e poi Cummè. En passant, il 3 marzo 1993, segnalo che alla sagra di Lentiscosa (SA) sentii Mia e Murolo cantare quel capolavoro assoluto di Gragnaniello e come conseguenza m’innamorai non solo della canzone, ma della vita. Non ho mai saputo se ad accompagnarli alla chitarra ci fosse l’autore, che allora purtroppo non conoscevo.

Grazie, Mia, per quello che mi hai donato senza manco conoscermi.

Di cosa stavo parlando, ah, del libro… che mi informa di un fatto che mi è sempre sfuggito. Loredana, sorella di Mia, ha cantato la prima canzone raggae italiana: E la luna bussò, che assaporo ora con un rinnovato interesse.

L’autore mi propone infine Bologna è una regola di Luca, omonimo, non so quanto per caso, dell’io narrante del romanzo. Con la città delle due torri ho il rapporto che ha il provinciale di fronte alla grande città. Il primo drogato lo vidi sotto i porticati che stanno di fronte alla stazione del capoluogo emiliano. Camminava come un condannato a morte, con la testa china che gli arrivava ai capezzoli. Una volta, tornando da Bologna, è inverno, prendo al volo il regionale, diretto a casa. In me un solo desiderio: ritardare ancora un po’ la cena, che mamma m’ha sicuramente preparato. E quel callido lambrósch, che non mi manca mai, quando sono in altri luoghi, ma che ora vedo, ad occhi chiusi, fluire spumeggiante, dalla nera bottiglia nel vitreo bicchiere. E anche l’erbasòun che m’ha promesso! E se, invece, all’ultimo momento, lei avesse deciso di prepararmi al gnôc frétt e soquânti chési?! Che dolore e che gioia sarebbe! L’importante, quando si sentono i morsi della fame, è saperli degustare, come si fa con dei saporiti antipasti e che… Ma ora il mio deliquio culinario è interrotto da un sordo rumore di pugni! Li sento provenire dall’esterno! Io che, nel mio deserto scompartimento, mi sto godendo la più serena delle solitudini! Chi osa turbare questo momento delizioso e questo tedio preziosissimo?! Nessuno!? No! È qualcuno! Si tratta di un drogato! Della mia età, forse. Capelli lunghi e barba incolta. Maglione e jeans lerci. Che percuote il pugno chiuso contro la parete del vagone. Come un cane disperato.

Questo per me era allora Bologna. Poi la droga, come il covid, arrivò dappertutto, anche a Pixuntum e nella Cirigliano di tua nonna, caro Luca! Ma a Bologna aveva fatto capolino un decennio prima.

Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Bum! Chissà se Qualcuno gli ha mai aperto a quel giovane felsineo?

La tua storia lentamente si trascina alla fine (come previsto, Linda ti sarà consanguinea).

E tutto cambia. Quasi tutto diciamo.

Morale della favola: se vuoi crescere ti devi ricordare le chiavi di casa, perché è lì che devi prima o poi tornare.

Questo ti permetterà di recarti dappertutto, esplorando il mondo intero, anche l’Alaska che cerchi dentro e fuori di te.

Quando la più stringente delle religioni ti costringerà a scegliere l’amore, la passione, kam’a, per cui nulla ti può staccare dalla tua ipostasi, Linda per esempio, o Sofia (“l’ultima arrivata in famiglia”), dovrai rinunciare ai tuoi sogni anarchici, ma non a viaggiare.

Porterai sempre con te l’ipostasi, quella che l’età e la sua voglia di vivere Altrove non ti ha ancora strappato, Anna, per esempio, mia figlia, che fra poco festeggia la maggiore età. E poi? Chissà?

Quando vai in un posto non dimenticare mai di abbandonare le chiavi in un luogo magico, sconosciuto al mondo.

Ed evita con cura di recarti in un sito qualsiasi della tua meta, per avere un motivo per tornarci, sempre insieme alla tua ipostasi, ovviamente. Ecco alcuni esempi, tratti dalla mia vita:

Bari: Castello aragonese

Benevento: Complesso di Santa Sofia

Bologna: Marzabotto

Bolzano: Lago di Resia

Matera: Grotte rupestri

Messina: Eolie

Napoli: Portici – Reggia

Padova: Basilica di Santa Giustina

Palermo: La Cuba

Reggio Emilia: Chiostro di San Pietro

Salerno: Agropoli

Siracusa: Catacombe

Taranto: Museo

Torino: Venaria Reale

Trieste: Chiesa di San Silvestro

Viterbo: Bolsena – Catacombe

Angelo Marino
Angelo Marino

A pagina 131 narri che sei cresciuto tra la tua casa paterna e il pronto soccorso ortopedico. Ti capisco. Io già non dovevo nascere e mamma doveva morire di parto. Passò il medico e, dopo averla osservata, scosse il capo e disse all’infermiera che c’era poco da farci ormai. Al che mamma pensò: Dio sia lodato, sta finendo la sofferenza! A tre anni corsi verso il gelataio e caddi sul selciato, rompendomi il naso, per cui da allora ho una stenosi alla narice sinistra. Tredici giorni dopo la nascita di mia moglie, mentre stavo attraversando la strada per andare a catechismo, sulle strisce pedonali fui investito da un’auto, omero e testa rotta: un angelo stakanovista mi aveva salvato la vita. Due giorni prima del mio matrimonio, a quattro chilometri da Amalfi, bivio Marmorata, la macchina guidata dal mio testimone scivolò sull’asfalto bagnato a andò a sbattere contro un furgone che stava sopraggiungendo. Per fortuna (nel senso che oggi lo possiamo raccontare) nessuno dei due teneva la cintura: mi sposai così tumefatto che parevo Antuofermo dopo il suo mitico incontro contro Hagler.

Ero un grande tifoso di Rivera (come tu di Baggio), per cui mi recai con papà allo Stadio Renato Dall’Ara a vedere Bologna – Milan. Appena cominciò la partita, Rivera fu azzoppato e dovette uscire, sostenuto dal massaggiatore. Due gol di Villa mi illusero non poco, ma voi rimontaste, vincendo alla fine tre a due, e noi perdemmo lo scudetto. Questo te lo comunico, ovviamente, per captatio benevolentiae.

Ascoltami, Angelo: ricordati il verso di Eddie I know all the rules but the rules do not know me. Meglio conoscere bene il mondo, senza farsi conoscere da lui per intero: il tuo abisso, tienitelo solo per te. E pesca ogni volta all’interno di quel caos.

Ma segui anche il consiglio della tua Musa, la bimba delle meraviglie, quando ti dice: “Scrivi e butta giù tutto quello che ti passa per la testa. Saranno pensieri confusi all’inizio, turbati e poco chiari, ma saranno veri.” E sei lei ti prende la mano, lasciati condurre da lei, tu non sai perché, lei invece sì. Così feci io all’inizio di questa reazione. E mo’ so’ giunto alla fine.

Alla prossima!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Angelo Marino, Le chiavi di casa, Edizioni Pendragon, 2020

 

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