“La nazionale cagliaritana” di Roberto Montesi: il calcio è un’energia positiva?

Mattina presto, ma l’estate fa già capolino con una luce chiassosa attraverso le finestre. La casa è ancora immersa nel silenzio. In punta di piedi avvio la macchinetta del caffè e, con gesto automatico, accendo il televisore a volume appena percettibile, e non mi importa di guardare il numerino del livello sonoro. “Appena percettibile” è il livello giusto senza fastidio.

La nazionale cagliaritana di Roberto Montesi
La nazionale cagliaritana di Roberto Montesi

Alle mie spalle scema la pubblicità della birra con la festa in spiaggia e poi dei prodotti solari con sederi perfetti: l’estate non è una stagione, ma un pianeta a sé. Sigla, squilla la voce gioviale del giornalista: «Buon giorno, apriamo il nostro telegiornale con il calcio!». Scossone, mi giro di scatto verso il faccione nello schermo, mi brucio con il caffè, un sussulto di dolore. Pausa, impreco, respiro. Ma che pianeta è questo?

Abbiamo una pandemia che ancora sta vincendo lei, un’economia in rianimazione, e la politica della rissa che, come la matta, può sbaragliare tutte le altre carte… E ci giochiamo tutto in una partita di pallone?

Perché?

In che momento abbiamo passato il punto non ritorno per arrivare fin qui?

Lo so, nel pianeta Estate c’è sempre una competizione mondiale, europea, o un quadrangolare di calcio. Ma fuori dal rettangolo di gioco cosa rimane? Il niente?

Ma sì prendiamo a calci le cose importanti, prendiamo a calci un pallone. Ecco, forse è in quello scalciare il segreto di tanto fascino. Laggiù, in basso, a livello dei piedi. Emozioni per chi lo segue, idoli i calciatori. Ma perché? Che competenza speciale hanno, che visione hanno svelato al mondo, che incanto hanno saputo regalarci? Laggiù nel rettangolo verde a giocare di fingersi eroi. Eroi? Profeti del pallone?

Certo capisco che il calcio possa essere anche emozione, e possa essere anche comunione. Fenomeno che unisce, come era emerso dalle bellissime domande nell’intervista che mi aveva fatto Filomena Gagliardi, proprio su queste pagine, il 22 gennaio scorso.

E su queste riflessioni ho trovato ampi riscontri in un libro, non recentissimo, che ho letto da poco: La nazionale cagliaritana, di Roberto Montesi, Carlo Delfino Editore.

Il calcio come energia positiva? Qualche volta si può. E qui l’autore nel suo libro racconta il fenomeno, la passione e l’aspetto umano del calcio.

In pratica La nazionale cagliaritana sono tanti romanzi in un libro. Ben ventidue storie di calciatori che hanno indossato la maglia del Cagliari, e in qualche modo hanno mischiato la loro storia alla capitale sarda.

Per ogni atleta Montesi racconta le vicende dell’uomo, più che del calciatore. Non cade nella trappola dei tecnicismi calcistici, che mi avrebbero fatto abbandonare la lettura dopo tre pagine.

Lì ci sono disegnate le storie personali: le speranze, le ansie di riuscire ad emergere nella carriera, ma soprattutto le sofferenze, le esclusioni e le delusioni. Perché, ci sussurra l’autore, anche quello che scende in campo è un uomo. Con le sue forze e le sue debolezze.

Uno degli aspetti che rendono il libro ancora più interessante è che la maggior parte delle storie raccontate riguardano i calciatori del Cagliari a cavallo degli anni Settanta. Per intenderci, quando avevano vinto lo scudetto di serie A, inaudito per una piccola squadra di provincia. Per intenderci, l’anno di quei famosi mondiali in Messico quando i giocatori rossoblù costituivano quasi mezza nazionale di calcio.

Però, a rileggerlo ora, sembra archeologia calcistica. Archeologia dei costumi. Quando un calciatore poteva essere un vero campione per i suoi valori: dedizione, abnegazione, spirito di rivalsa, e soprattutto lealtà e rispetto. E qui abbiamo perso qualcosa?

Allora i calciatori guadagnavano un buono stipendio, se erano dei fuoriclasse un ottimo stipendio. Non cifre assurde che secondo una persona normale non ci stanno neppure nel forziere di una banca.

Montesi racconta anche dei durissimi mesi passati ad allenarsi e a giocare pesanti partite senza stipendio. Perché allora capitava che la squadra fosse in difficoltà economiche e per un po’ non ce la facesse a pagare i giocatori. Ovviamente, nessuna nostalgia per quei simili guai che non dovrebbero mai capitare a nessun tipo di lavoratore. Il calcio era lavoro, ma era passione, spirito di una città, spirito di un popolo che anelava di elevarsi anche nel gioco del pallone.

Italia-Cipro del primo novembre 1967
Italia-Cipro del primo novembre 1967

Allora il titolo La nazionale cagliaritana sta anche ad indicare che una sola squadra poteva incarnare un popolo, magari eterogeneo, ma con unico cuore grande quanto un’intera Isola.

Ecco, tornando alle domande che mi fece Filomena Gagliardi, il calcio che accomuna. Il calcio fenomeno di una infinita anima generale. Ci sono dei valori dentro.

Così tanti valori importanti che il libro nel raccontare le storie celebra l’amore per la città di Cagliari di chi, arrivato spesso malvolentieri, si è poi legato indissolubilmente alla Sardegna assorbendone l’essenza, l’amore, quell’aria di vento e di salsedine che ti disturba e ti coccola, e che comunque ti fa prigioniero.

Su tutti l’esempio di Gigi Riva, sbarcato a Cagliari contro voglia per cercare di resistere al massimo una stagione. E non se n’è più andato. E Gigi Riva è sardo come quelli che ci sono nati, con lo stesso irrinunciabile, tormentato, attaccamento.

Forse sono questi i valori che hanno fatto grande il calcio. Forse il calcio è partito da questa tre quarti di gioco per lanciarsi, ora, verso il niente. Forse se oggi un giornalista apre il telegiornale con le partite, come se potesse mai essere una cosa importante, è perché allora è stata fatta tanta strada. Tanta strada con quei vecchi eroi che hanno sofferto, gioito, pianto e esultato nel rispetto e nell’amore di un sogno. Di un sogno di sport, di valori umani e di passioni, e non un nugolo di miliardari viziati, talvolta analfabeti di sentimenti e di rispetto.

 

Written by Pier Bruno Cosso

 

Info

Intervista di Filomena Gagliardi a Pier Bruno Cosso

 

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