“L’acqua del lago non è mai dolce” di Giulia Caminito: la storia di Gaia, l’anti-eroina del Liceo classico

“D’ora in poi mi fai vedere i libri che prendi in biblioteca, vuoi andare al liceo classico con le tue amiche? Allora inizia a studiare. La scuola è un privilegio. Non ti sarà permesso stare a pancia all’aria, o si studia non si è nessuno. Hai capito? Tu vuoi essere nessuno?” – Giulia Caminito

Premio Strega 2021
Premio Strega 2021

Si è concluso l’8 luglio il Premio Strega che ha visto la vittoria di Emanuele Trevi con “Due vite” edito da Neri Pozza.

Quest’anno esso è giunto alla sua settantacinquesima edizione: si tratta di una competizione che ha raccontato la storia del nostro Paese, una gara che costituisce il riconoscimento più importante per quanto riguarda il panorama culturale italiano. Ogni anno diventa sempre più un argomento centrale tra i bibliofili e non solo in quanto, soprattutto a partire dall’anno scorso, sempre più discusso è stato il tema della rappresentanza femminile a questo tanto ambìto concorso.

In tal senso sono usciti recentemente un articolo sul settimanale la Lettura-Corriere della Sera (edizione del 6 giugno 2021) dal titolo Si chiama Strega ma è degli uomini scritto da Cristina Taglietti nonché un Dossier sulla presenza delle scrittrici al Premio Strega dalla prima edizione curato da Giulia Caminito e Giorgia Tolfo e pubblicato nel dicembre scorso sul quotidiano Domani. Quest’ultimo lavoro può essere letto QUI.

Nel 2021 qualcosa, improvvisamente, è cambiato.

Infatti, già al momento dell’annunciazione dei dodici libri semifinalisti, è risultato che sette su dodici erano stati scritti da donne: Edith Bruck, Maria Grazia Calandrone, Giulia Caminito, Teresa Ciabatti, Donatella Di Pietrantonio, Liza Ginzburg, Alice Urciuolo.

A questa prima selezione, nota dal marzo scorso, ne ha fatto seguito un’altra che ha condotto alla Cinquina del 10 giugno in cui risultano Edith Bruck, Donatella Di Pietrantonio, Giulia Caminito, a cui si aggiungono Andrea Bajani ed il vincitore Emanuele Trevi. Dunque tre su cinque sono donne.

Vorrei soffermarmi sul libro di Giulia Caminito, non prima di aver dedicato qualche riga agli altri candidati.

Edith Bruck con Il pane perduto (La nave di Teseo), propone un testo autobiografico connesso alla propria esperienza di deportata.

Emanuele Trevi, con Due vite (Neri Pozza), ricostruisce le biografie di due letterati scomparsi troppo presto quali Rocco Carbone e Pia Pera.

Donatella Di Pietrantonio con Borgo Sud (Einaudi), recupera le due sorelle del suo precedente L’Arminuta.

Andrea Bajani con Il libro delle case (Feltrinelli) ricostruisce la storia di un uomo (l’io narrante) attraverso le case in cui ha dimorato.

E ora veniamo a Giulia Caminito, classe ‘88 laureata in Filosofia politica ed editor presso Giulio Perrone Editore.

Devo dire innanzitutto di aver letto questo libro per curiosità. Non conoscevo l’autrice fin quando un giorno una libraia non me lo ha consigliato. Da allora, era tra fine marzo e inizio marzo, molto spesso mi è capitato di imbattermi in questa scrittrice anche per alcuni interventi da lei tenuti in rete e non inerenti strettamente il libro.

Poi con il fatto che è stata selezionata nei vari momenti cruciali dello Strega, sempre più spesso l’ho ascoltata nelle presentazioni online che mai avrei potuto seguire se, purtroppo per i motivi ben noti a tutti, le predette presentazioni non fossero state realizzate da remoto (raggiungere fisicamente una città nuova ogni giorno sarebbe stato impossibile). Mi hanno incuriosita il modo di parlare della giovane editor e anche il grande apprezzamento della critica. Mi ha mossa, infine, la mia personale passione per le località lacustri; allora ho ceduto.

L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito
L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito

L’acqua del lago non è mai dolce è un romanzo di poco meno di trecento pagine, composto di dodici capitoli, una premessa, un epilogo e una nota finale.

La voce narrante è in prima persona: si tratta di Gaia, una giovane donna in procinto di entrare nel mondo del lavoro; la protagonista racconta al presente storico la sua biografia dall’infanzia ai vent’anni circa, ambientata prevalentemente ad Anguillaria Sabazia, sul lago di Bracciano, al tempo stesso periferia e provincia di Roma, un luogo in cui “le case costano meno, la vita è più tranquilla, la ferrovia in un’ora ti porta a San Pietro e a Trastevere”.

Gaia significa felice, ma la protagonista è tutt’altro che felice a tal punto che non rivela mai il suo nome, né gli altri la nominano mai; una sola volta la sua firma appare in calce ad una sua lettera. Gaia è la seconda dei quattro figli di Antonia, la Rossa, una donna che irrompe in medias res nel romanzo fin dalle prime pagine: “Tutte le vite iniziano con una donna e così anche la mia, una donna dai capelli rossi che entra in una stanza”.

Antonia è una giovane madre che regge su di sé il peso della sua famiglia che vive inizialmente nella periferia di Roma in una dimora piccolissima, in attesa di avere una casa popolare le cui pratiche sembrano essere dimenticate dalla corruzione e il cui ottenimento sempre precario, come di fatto lo è quello della casa sul lago di Bracciano. Suo marito è invalido, vittima di un incidente sul lavoro, un lavoro svolto in nero. Antonia ha avuto un primo figlio, Mariano, da un tipo che l’ha abbandonata e poi da Massimo ha avuto Gaia e due gemelli. Antonia ha dovuto e deve ingoiare ingiustizie, anche se non smette di credere nel futuro e nella possibilità di un riscatto per la propria famiglia: un riscatto che nasce dalla giustizia (“ha chiara solo la giustizia, una tenace fissazione per le cose giuste”) e soprattutto dalla scuola.

Antonia ha imparato a combattere la povertà organizzando in modo scientifico l’economia domestica: non può permettersi di dare ai figli il superfluo, perché spesso non nemmeno il necessario. Organizza la vita di tutti e non accetta sprechi: ripone una fiducia cieca nell’altra donna di casa, Gaia. Tanto Massimo ormai non è più utile a niente, le disgrazie hanno rovinato il loro rapporto, Mariano è un ribelle e i due gemelli sono un personaggio corale senza sostanza:Mia madre decide che andare alle scuole ad Anguillara o a Bracciano non mi gioverà, il paese è sicuro, ovvio, ma le scuole sono meglio Roma e in Mariano non crede nessuno, l’unica figlia femmina deve saper studiare, eccellere, andare all’università, diventare medico, ingegnere, entrare nella finanza, pubblicare romanzi e soprattutto leggere, compulsivamente, senza possibilità di tregua”.

Non per questo il suo rapporto con Gaia è pacifico, anzi…

Gaia soffre atrocemente la sua condizione di povertà, il fatto di non poter avere il superfluo come i suoi coetanei, di non poter mai avere qualcosa di suo, ma sempre qualcosa di riciclato da altri o di rimediato: “Io non ho giocattoli e ho poche amiche, mi tocca di ogni cosa la sua mala copia: la bambola cucita con pezzi di stoffa avanzati, la cartella usata da un’altra bambina e con i suoi disegni sopra, le scarpe del mercato portate a casa senza scatola ma dentro una busta di plastica con la sua suola già consumata, al posto delle luci di Natale e mandarini, al posto delle Barbie le loro fotografie ritagliate dalle riviste”.

Il suo punto di vista è sempre di ostilità nei confronti di Antonia: sono due mondi completamente diversi: “Io la giudico e non perdono”.

Certo, dal punto di vista della giovane è anche condivisibile la sua sofferenza per il confronto con gli altri, soprattutto quando poi da questa differenza possono nascere problemi di relazione. Un esempio è fornito dall’episodio in cui Antonia taglia, come sempre, capelli alla figlia e sbaglia la delicata operazione: questo ne mette in evidenza le orecchie a sventola e scatena episodi di bullismo subìto in particolare da parte di un compagno. A questo Gaia imparerà a reagire: si può anche dire che, a partire dalla storia dei capelli, la ragazzina intraprenderà un’escalation di reazioni violente, che si ripeteranno, ogni volta i cui in cui qualcuno le farà del male a vari livelli, anche con la complicità di amicizie sbagliate. Il lettore può capire il dolore di Gaia, e perfino alcune delle sue reazioni, anche se non può giustificare e non può soprattutto non ritenerle, talora, eccessive.

Anche perché probabilmente la ragazza non riesce a capire o non vuole capire fino in fondo la grande dignità con cui sua madre sta mantenendo la famiglia: ciononostante la protagonista sente di doverle qualcosa e si butta sull’unica cosa che, seppure a fatica, le riesce, studiare: “io so solo studiare e ripetere e archiviare”.

In effetti l’unica forma di evoluzione per la nostra anti-eroina è questa: imparare a studiare. A questo non corrisponde un’evoluzione della personalità, che rimane sempre inquietamente legata alle cose che non ha e che invece vorrebbe avere, al pari dei suoi compagni di classe più ricchi.

Giulia Caminito - Photo by Giovanni De Sandre at Hotel AbanoRitz Thermae
Giulia Caminito – Photo by Giovanni De Sandre at Hotel AbanoRitz Thermae

Questo rende vani, se non effimeri, i rari momenti di pura felicità che la studentessa condivide con la madre che, se solo avesse potuto, avrebbe voluto frequentare pure lei il Liceo classico. Un episodio su tutti è quello in cui la donna regala alla figlia un dizionario di italiano, per trasmetterle simbolicamente la fiducia che, attraverso le parole, si possa riscrivere il proprio destino: “Così fai i confronti con il latino e il greco, studi le lingue, le avessi potute studiare io, hai visto che bello? Tutte le parole, proprio tutte […] Mi getta tra le braccia il dizionario e continua a sorridere, le brillano gli occhi d’un sogno […] Le gioia di mia madre mi si appiccica addosso, dopo mesi di viso scuro e parole mozze non posso recarle tristezza e così scelgo un’altra parola e così restiamo sospese nel tempo di quello che imparo la prima volta […] C’è una forza dinamica, che mi spinge a perseguire la sua soddisfazione, allontanandomi dalla mia”.

Attraverso questo personaggio, l’autrice vuol mettere in evidenza il contesto storico e sociale nel quale sono collocate le vicende: siamo nei primi anni 2000, caratterizzati dal Berlusconismo, dalle violenze alla scuola Diaz a Genova nel corso del G8, dall’11 settembre. A questi fatti, accaduti proprio un ventennio fa, le amiche di Gaia preferiscono “le repliche di Dawson’s Creek”; lei non può vederli perché non ha la televisione (in casa sua si ascolta la radio e si legge Il manifesto) eppure sono eventi che, in qualche modo, segnano la sua vita, come si vedrà leggendo. Nello stesso anno, “nel giro di pochi giorni a New York cadono le Torri Gemelle”. Sono episodi che fanno solo da sfondo nell’universo esistenziale della generazione della liceale.

Più Gaia diventa capace nello studio e più perde in senso storico e in umanità. Davanti ad ogni ferita ricevuta Gaia picchia duro e fa male: che si tratti di un insulto, di un tradimento, di un oggetto impossibile da possedere. Questo è il suo orizzonte.

La trama è condotta con ritmo dapprima lento e con andamento piuttosto lineare almeno fino a quando la protagonista frequenta il primo anno di Liceo classico; poi il ritmo diventa più veloce, aumentano le ellissi e la presenza di un intreccio complesso. Più Gaia cresce e meno informazioni vengono fornite sul suo futuro.  Sappiamo il percorso di studio che svolge, la difficoltà, di fronte di tanto impegno, della ricerca di un lavoro, soprattutto per chi, come lei, si forma nell’area umanistica. Il romanzo, quindi, offre anche alcuni spunti di riflessione su temi sociali, come si è accennato sopra.

Nel complesso si tratta di un bel libro anche se, secondo me, alcuni eccessi potevano essere evitati, come quelli inseriti nel capitolo undici e ambientati nella faggeta di Oriolo Romano; si apprezzano tuttavia lo stile curato, l’ipotassi condotta senza remore, la ricchezza lessicale, la convivenza di asciuttezza narrativa e andamento lirico, atta a tenere insieme realismo fattuale ed evocazione delle conseguenze di alcune azioni. Si nota, infine, l’attenzione rivolta alle parole, ai loro significati e alle loro etimologie, non fine a se stessa, ma quale ulteriore chiave per indagare quanto esse mantengano nella realtà la loro promessa e premessa semantica. A tal proposito mi piace aggiungere che Gaia potrebbe essere ricondotto a terra (in greco γῆ) e Antonia inteso proprio alla greca “fiore” (in greco ἄνθoς).

L’autrice, che ha scritto in precedenza romanzi storici, mostra di avere dimestichezza con l’ambientazione storica che rimane sì, per i motivi detti, ai margini ma che, proprio per questo, emerge quale grande dimenticata dalla generazione italiana dei primi anni 2000. Era questa l’Italia. E Giulia, cucendo insieme fatti realmente accaduti ed esperienza autobiografiche, e restando al contempo altro rispetto alla storia, dà luce ad un romanzo polifonico, strutturato, corale che ci fa riflettere sul fatto che la vita non è sempre un percorso formativo, analogamente al fatto che non è assolutamente vero che l’acqua del lago sia dolce. Il lago, inoltre, non è solo lucentezza, ma anche fango e in “quel suo torbido” Gaia si è rimescolata; ha ascoltato e rigettato miti sulla sua storia, ha imparato comunque che “il lago è una parola magica”.

Con questo libro l’autrice si è aggiudicata lo Strega Off e ora prosegue il suo viaggio tra i concorsi letterari italiani in quanto è in Cinquina anche al Campiello 2021 il cui vincitore (speriamo vincitrice!) verrà decretato il prossimo 4 settembre.

Buona lettura a tutti e un grazie alla Biblioteca Lesca di San Benedetto Del Tronto per possedere questo libro. Sono tempi difficili e non è scontato niente: invece sapere che le biblioteche esistono, resistono e continuano ad acquistare libri è bellissimo. Come scriveva Marguerite Yourcenar: “Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.”

 

Written by Filomena Gagliardi

 

Bibliografia

Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce, Bompiani, Milano 2021, 297 pagine, 18 euro

 

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