“Diario intimo” di Henri-Frédéric Amiel: l’uomo d’ingegno e l’uomo di genio – agosto 1852/1859

“Come un sogno che trema ed evapora alle luci nascenti dell’alba, tutto il mio passato, tutto il mio presente si dissolvono in me e si distaccano dalla mia coscienza, quando essa di ripiega su se stessa. Io mi sento in quest’ora vuoto, spoglio come un convalescente che non ricorda più nulla. Viaggi, letture, studi, progetti, speranze, tutto è svanito dal mio pensiero. È uno stato singolare.” – Henri-Frédéric Amiel

Henri-Frédéric Amiel
Henri-Frédéric Amiel

Nel mese di agosto ma nel 1852 e 1859 il filosofo, poeta e critico letterario svizzero Henri-Frédéric Amiel (Ginevra, 27 settembre 1821 – Ginevra, 11 maggio 1881) scriveva le sue quotidiane riflessioni nel Diario Intimo.

Amiel non è celebre, non ha avuto la fortuna di altri filosofi e poeti dell’800, la sua non era una vita di corte, di società ma una vera e propria vita donata al Pensiero.

Eppure con il suo Diario Intimo ha mostrato tutte le piaghe della società a lui contemporanea che si sono moltiplicate nella nostra attuale.

In 16.840 pagine il Journal Intime disegna perfettamente ciò che è accaduto in Europa in 150 anni. Alla sua morte furono pubblicate alcune pagine scelte in “Fragments d’un Journal intime” decretate come fenomeno letterario molto interessante, e successivamente nel 1923 il filologo e docente svizzero Bernard Bouvier pubblica una selezione più ampia.

Henri-Frédéric Amiel è tagliente, non accomoda alcun partito, alcuna fazione, il suo scrivere è portare alla luce, è trasmettere il canto, è ragionamento continuo che non ha pretesa di pubblicazione editoriale né di ammirazione da parte degli altri intellettuali contemporanei.

E forse è per questi semplici motivi che il Journal Intime è vero e si presenta come il dialogo di un uomo con l’anima.

Una rarità nel mondo post illuminista che volgeva l’interesse verso la velocità e la produzione, verso la mercificazione dell’essere umano, sulle basi di quello che noi abbiamo chiamato capitalismo.

Abbiamo deciso di dedicare il 2019 a questo grande filosofo augurandoci di potar ai lettori di oggi qualche riflessione interessante dando la possibilità di curiosare all’interno di un libro diventato pressoché introvabile.

Siamo partiti dal gennaio del 1866 con una bellissima pagina di diario nella quale il nostro filosofo ci esortava se stesso ed il possibile lettore alla contemplazione. La selezione di febbraio ci ha portati nel 1869 con il discorso della facoltà di conoscere, a marzo 1868 abbiamo attraversato le facoltà di metamorfosi, aprile del 1850 è stato il mese in cui abbiamo visto come la coscienza possa essere duplice e ci siamo soffermati sull’importanza del matrimonio. A maggio siamo stati a cavallo tra il 1852 ed il 1855 esaminando come la parola possa essere rivelazione, le pagine selezionate condividono l’interrogazione sulla parola e sull’abisso che risiede in ognuno essere umano ma che viene cercato da pochi. Nella selezione del mese di giugno ci siamo trovati nel 17 giugno 1857 e nel 25 giugno 1865, Amiel si interrogava sul come debba agire un uomo di cultura e rifletteva sulla dualità delle lacrime. A luglio (1856 e 1859) descriveva l’uomo europeo con le sue diversità culturali prendendo ad esame la Germania, l’Italia, l’Inghilterra e la Francia.

Per il mese di agosto si son selezionate 3 giornate, il 1° e 12 agosto 1852 ed il 9 agosto 1859, nelle quali spicca la riflessione sull’uomo d’ingegno e l’uomo di genio, sull’essere un pianeta oppure una stella. Sullo sforzo di aver una mèta e perseguirla sino alla fine dei propri giorni terrestri, sulla difficoltà di questa strada date dalle distrazioni del mondo fisico e da correnti di pensiero che, promuovendo la salvezza, in realtà rallentano una sorta di suicidio.

 

1° agosto 1852

Frammenti di un giornale intimo - Henri-Frédéric Amiel
Frammenti di un giornale intimo – Henri-Frédéric Amiel

… In fondo ogni uomo porta in sé un poema e un sistema latenti: la sua idea interiore e celeste. L’uomo superiore la concepisce e la discerne.

L’uomo d’ingegno la lascia trasparire a sprazzi, a lampi, per spiragli vulcanici, se così si può dire, ma resta infine pianeta opaco, che in generale riflette la luce senza produrla dal suo seno.

L’uomo di genio la manifesta e la fa reale: arriva alla trasparenza per se stesso o più spesso allo splendore luminoso per gli altri: non è più un pianeta, ma una stella…

Se posso acquistare la fiducia in me, la perseveranza e l’ardore produttivo, senza rifugiarmi nell’ambizione e soltanto per obbedire alla mia legge, per essere ciò che devo essere, è possibile che io salga qualche gradino sulla scala delle intelligenze.

Per questo bisogna tacere, avere una mèta fissa, non disperdere mai i propri sforzi, le proprie volontà e curiosità, prestarsi alla folla senza darsi ad essa, non dispensare il proprio vigore in parole, né l’estro in progetti, né il lavoro in inezie.

Portare in ogni cosa il sentimento dell’infinito delle cose, in ogni opera il sentimento della grande opera di cui è l’abbozzo e il frammento, tracciare come i corpi celesti la propria grande orbita, compiendo al tempo stesso rivoluzioni diurne: è la condizione di ogni vita bella…

 

Lancy, 12 agosto 1852

Ogni sfera dell’essere tende ad una sfera più elevata e ne ha già rivelazioni e presentimenti. L’ideale, sotto tutte le sue forme, è l’anticipazione simbolica d’un esistenza superiore alla nostra, alla quale tendiamo.

Come i vulcani di portano i segreti dell’interno del globo, l’ispirazione, l’entusiasmo, l’estasi sono esplosioni passeggere del mondo interiore dell’anima.

La vita umana non è che l’avvento alla vita spirituale, e ci sono ancora innumerevoli gradi, sia nell’una sia nell’altra.

Perciò veglia e prega, discepolo della vita, crisalide di un angelo, prepara la tua futura rinascita, poiché l’ascensione divina non è che una serie di metamorfosi sempre più eteree, in cui ogni fase, risultato delle precedenti, è la condizione di quelle seguenti.

La vita divina è una serie di morti successive, in cui lo spirito rigetta le sue imperfezioni ed i suoi simboli e cede all’attrazione crescente del centro di gravitazione ineffabile, del sole dell’intelligenza e dell’amore…

 

9 agosto 1859

La natura è smemorata, il mondo lo è quasi di più; per poco dunque che l’individuo stesso si presti, l’oblio lo avvolge tosto come un lenzuolo funebre.

Questa rapida ed inesorabile espansione della vita universale, che ricopre, straripa, inghiotte gli esseri particolari, che cancella la nostra esistenza e annulla il nostro ricordo, è di una malinconia accasciante.

Nascere, agitarsi, sparire, ecco tutto il dramma effimero della vita umana. Tranne che in qualche cuore, e ancora non sempre in uno solo, la nostra memoria passa come un’onda sull’acqua, come una brezza nell’aria.

Se nulla è immortale in noi, che poca cosa è questa vita!

Come un sogno che trema ed evapora alle luci nascenti dell’alba, tutto il mio passato, tutto il mio presente si dissolvono in me e si distaccano dalla mia coscienza, quando essa di ripiega su se stessa. Io mi sento in quest’ora vuoto, spoglio come un convalescente che non ricorda più nulla. Viaggi, letture, studi, progetti, speranze, tutto è svanito dal mio pensiero. È uno stato singolare.

Tutte le mie facoltà se ne vanno come un mantello che ci si tolga di dosso, come il guscio di una larva; mi sento mutare, o piuttosto rientrare in una forma più elementare; assisto alla mia spogliazione.

Dimentico, ancor più che non sia dimenticato. Entro dolcemente, vivo, nella bara, come Carlo V.

Provo come la pace indefinibile dall’annientamento e la quiete vaga del Nirvana; sento passare davanti a me e in me il fiume rapido del tempo, scivolare le ombre impalpabili della vita, con la tranquillità catalettica della Bella dormente nel bosco.

Comprendo la voluttà buddista dei Sufis, il kief dei Turchi, l’estasi degli Orientali, e tuttavia sento anche che questa voluttà è letifera, che è, come l’uso dell’oppio e dell’haschisch, un lento suicidio; che è inferiore alla gioia dell’energia, alla dolcezza dell’amore, alla bellezza dell’entusiasmo, al sapore sacro del dovere compiuto.

Poiché questa molle beatitudine è ancora una ricerca di noi stessi, un rifiuto di obbedienza, un’astuzia dell’egoismo e della pigrizia, un modo di non lavorare e di far meno del prossimo.

 

Bibliografia

“Frammenti di un giornale intimo” di Henri-Frédéric Amiel (Unione Tipografico – Editrice Torinese, 1967, a cura di C. Baseggio)

 

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