“Diario intimo” di Henri-Frédéric Amiel: la lotta universale dell’uomo con se stesso – novembre 1849/1872/1879

Dio è in noi, ma vi è prigioniero.

Sì, gli antichi avevano ragione; lo spettacolo più bello concesso agli dei immortali è la lotta dell’uomo buono alle prese col destino (Seneca), è sopra tutto la lotta universale dell’uomo con se stesso, dell’io buono contro l’io cattivo, del bene contro il male.” – Henri-Frédéric Amiel

Henri-Frédéric Amiel - 1852
Henri-Frédéric Amiel – 1852

Nel mese di novembre ma nel 1849, 1872 e 1879 il filosofo, poeta e critico letterario svizzero Henri-Frédéric Amiel (Ginevra, 27 settembre 1821 – Ginevra, 11 maggio 1881) scriveva le sue quotidiane riflessioni nel Diario Intimo.

Amiel non è celebre, non ha avuto la fortuna di altri filosofi e poeti dell’800, la sua non era una vita di corte, di società ma una vera e propria vita donata al Pensiero.

Eppure con il suo Diario Intimo ha mostrato tutte le piaghe della società a lui contemporanea che si sono moltiplicate nella nostra attuale.

In 16.840 pagine il Journal Intime disegna perfettamente ciò che è accaduto in Europa in 150 anni. Alla sua morte furono pubblicate alcune pagine scelte in “Fragments d’un Journal intime” decretate come fenomeno letterario molto interessante, e successivamente nel 1923 il filologo e docente svizzero Bernard Bouvier pubblica una selezione più ampia.

Henri-Frédéric Amiel è tagliente, non accomoda alcun partito, alcuna fazione, il suo scrivere è portare alla luce, è trasmettere il canto, è ragionamento continuo che non ha pretesa di pubblicazione editoriale né di ammirazione da parte degli altri intellettuali contemporanei.

E forse è per questi semplici motivi che il Journal Intime è vero e si presenta come il dialogo di un uomo con l’anima.

Una rarità nel mondo post illuminista che volgeva l’interesse verso la velocità e la produzione, verso la mercificazione dell’essere umano, sulle basi di quello che noi abbiamo chiamato capitalismo.

Abbiamo deciso di dedicare il 2019 a questo grande filosofo augurandoci di potar ai lettori di oggi qualche riflessione interessante dando la possibilità di curiosare all’interno di un libro diventato pressoché introvabile.

Siamo partiti dal gennaio del 1866 con una bellissima pagina di diario nella quale il nostro filosofo ci esortava se stesso ed il possibile lettore alla contemplazione. La selezione di febbraio ci ha portati nel 1869 con il discorso della facoltà di conoscere, marzo 1868 abbiamo attraversato le facoltà di metamorfosi, aprile del 1850 è stato il mese in cui abbiamo visto come la coscienza possa essere duplice e ci siamo soffermati sull’importanza del matrimonio. maggio siamo stati a cavallo tra il 1852 ed il 1855 esaminando come la parola possa essere rivelazione, le pagine selezionate condividono l’interrogazione sulla parola e sull’abisso che risiede in ognuno essere umano ma che viene cercato da pochi. Nella selezione del mese di giugno ci siamo trovati nel 17 giugno 1857 e nel 25 giugno 1865, Amiel si interrogava sul come debba agire un uomo di cultura e rifletteva sulla dualità delle lacrime. luglio (1856 e 1859) descriveva l’uomo europeo con le sue diversità culturali prendendo ad esame la Germania, l’Italia, l’Inghilterra e la Francia. Per il mese di agosto (1852 e 1859) si è deciso di selezionare tre giornate nelle quali spicca la riflessione sull’uomo d’ingegno e l’uomo di genio, sull’essere un pianeta oppure una stella. Il mese di settembre (1855 e 1863) ha trattato la caduta dell’essere umano nell’abisso con la riflessione dell’impossibilità del sapere tutto, quando l’universo delle idee diventa fumo. Ad ottobre (1851 e 1875) Amiel definisce la sua epoca come l’era della mediocrità nella quale “L’utile sostituirà il bello, l’industria l’arte, l’economia politica la religione, l’aritmetica la poesia.

La scelta del mese di novembre verte sulla selezione dal Giornale intimo di tre giornate: il 16 novembre 1849, il 28 novembre 1972 ed il 5 novembre del 1879.

Sono le otto di mattina del 16 novembre del 1849, Amiel ha in mano la sua penna e ragiona sulla differenza tra io intellettuale ed io egoista, sulla tendenza dell’uomo di cancellare ciò che è originale a beneficio di un livellamento che mette in rilievo solo le preoccupazioni personali e prossime al mondo esterno.

Ogni uomo deve eseguire un lavorìo interiore per guardare l’altro come essere immortale e dunque degno di essere amato malgrado la bassezza e la volgarità. Il motto, il consiglio è: “Sopporta ed ama“. Un sopportare che bisogna intendere come compassione, così che la formula abbia comprensione. Così cercare Dio diventa cercare se stessi dimenticandosi di se stessi.

Nella seconda giornata selezionata, il 28 novembre 1872, la riflessione si sposta sul significato di tempo, su come lo si può vivere da intellettuale o da persona che si muove nel mondo esterno.

“La vita interiore, come il sogno, non ha nulla a che fare con queste rotaie e queste diligenze artificiali della durata.”

Et dulcis in fundo, nel 1879 Amiel constata la durezza della libertà interiore e del lavoro costante a cui bisogna sottostare per poter permettere all’anima di volteggiare attorno alla sua gabbia. L’elogio va al platonismo e dunque al neoplatonismo che ha sapientemente continuato un’antica tradizione di sapienza umana.

 

16 novembre 1849 (ore otto di mattina)

Frammenti di un giornale intimo – Henri-Frédéric Amiel – novembre
Frammenti di un giornale intimo – Henri-Frédéric Amiel – novembre

Essere veramente uomo significava avere un io intellettuale e non un io egoista, mentre ciascuno tende a cancellare l’originalità ed a sviluppare la propria preoccupazione personale.

L’uomo che si considera organo di un insieme superiore, membro del corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo, rappresentante della divinità, è umile per conto suo e insieme coraggioso per quello che è in lui. Rispetto e adorazione del Dio interiore in noi, rispetto ed amore del Dio che è negli altri uomini: questa è la condizione della dignità umana e della vera società.

Isolare il proprio io o gli individui dalla loro idea, dal loro insieme, è avvilire se stessi e gli altri. Se tu vedi intorno a te delle anime, degli esseri immortali, la vita prende una dignità olimpica, che tutte le bassezze, le volgarità e le miserie non bastano a cancellare.

Amore e pietà sono i due sentimenti dell’uomo ideale; amore per tutto ciò che ha un riflesso del divino, nella natura e nell’anima; pietà per tutto ciò che lo impaccia, l’offusca, lo insudicia. Amore per il divino in tutte le sue metamorfosi; tenera pietà, cioè ancora amore, per tutto ciò che è traviato, per il male in tutti i suoi gradi.

Non ferire, non respingere; la collera dell’uomo non compie la giustizia divina. Chi sei tu per mostrarti spietato? Per sentenziare e giudicare?

Sopporta ed ama.

Chiedi a Dio la carità, che non è l’ipocrisia, che non è l’illusione; allora le tue carezze non saranno né menzogna né inganno. Nel fratello che t’ispira ripugnanza ama Dio, che è pure in lui.

– La carità è tutta un perdono, è anche tutta prudenza; si proporziona agli altri, non importuna nemmeno a fin di bene; è paziente… – Dimenticare se stessi, dimenticare anche il proprio diritto, per l’amore di Dio, ecco il dovere.

Tu sei più cattivo di molti altri, tu che hai tanto ricevuto e dai così poco e attendi sempre. Perdonaci i nostri peccati, come noi perdoniamo ai nostri offensori. Ti che ricadi sempre negli stessi errori, che diritto hai d’inasprirti se altri ne commettono verso di te?

O mio Dio, quanto è difficile ai poveri figli della polvere questa serenità celeste, forma dell’amore immutabile e della pietà sconfinata. È la luce del santo dei santi, che brilla in una sfera quasi inaccessibile.

Il nostro occhio si offusca per il sonno, si vela per le lagrime, si chiude per languore, s’intorbida per le passioni. La luce divina gli sfugge per il suo splendore, come esso le sfugge per la propria debolezza.

Dio è in noi, ma vi è prigioniero.

Sì, gli antichi avevano ragione; lo spettacolo più bello concesso agli dei immortali è la lotta dell’uomo buono alle prese col destino (Seneca), è sopra tutto la lotta universale dell’uomo con se stesso, dell’io buono contro l’io cattivo, del bene contro il male.

L’universo è un campo di battaglia. La vita non è che un trionfo perpetuo sulla morte; il bene non altro che una disfatta incessante del male.

O spirito santo, sii nostro ausiliare, libera te stesso, aiuta la libertà a sciogliersi dai lacci, la farfalla a riconquistare, o meglio a conquistare le sue ali!

 

28 novembre 1872

… Il tempo è una cosa per me indifferente e non lascia segno sulla mia memoria, le date relative alle cose esteriori m’interessano ed hanno ancora qualche valore per il mio pensiero, ma la mia propria vita non entra in alcuna categoria cronologica, io non mi vedo sub specie temporis; le divisioni di settimane, di mesi, di anni, di decadi non si ricollegano a nulla nell’anima mia e le restano estranee.

Perché? perché l’azione non è la mia forma d’esistenza e soltanto l’azione c’inserisce nel congegno del mondo esteriore regolato dal calendario.

La vita interiore, come il sogno, non ha nulla a che fare con queste rotaie e queste diligenze artificiali della durata. La mia autobiografia, come la storia dell’India, sarebbe per me impossibile da ricostruire, se perdessi questi quaderni di giornale.

Io non scorgo in me né marcia, né progresso, né crescita, né avvenimenti.

Mi sento essere con maggiore o minore intensità, tristezza o gioia, salute o lucidità, ma nulla succede nella mia vita ed io non percorro una carriera allontanandomi da un punto fisso e avvicinandomi ad un termine desiderato.

La mia ambizione (se la parola non è enorme ed impropria) è di sperimentare la vita, di prendere coscienza dei modi dell’essere umano, di sentire e di pensare, non di volere: in altre parole di contemplare.

Per la contemplazione l’eternità divora il tempo.

Perciò del tempo passato e degli anni trascorsi io non m’accorgo se non dalle osservazioni esteriori, vedendo ad esempio uno dei miei compagni diventato nonno, ma non per percezione personale e diretta…

Io sono per me stesso lo spazio immobile, in cui ruotano il mio sole e le mie stelle. Il mio spirito è il luogo dei miei fenomeni; ha il tempo in sé e per conseguenza è fuori dal tempo.

È a se stesso ciò che Dio è al mondo, eterno per opposizione a ciò che appare e scompare, comincia e finisce, a ciò che subisce metamorfosi continue.

 

5 novembre 1879

… Il determinismo ha ragione per tutti gli esseri volgari; la libertà interiore esiste solo per eccezione e in seguito ad una vittoria su se stessi.

Anche colui che ha gustato della libertà non è libero che per intervalli e per slanci: la libertà reale non è dunque uno stato continuo, non è una proprietà indefettibile e sempre uguale.

Questa opinione è assai diffusa, ma non meno stolta. Non si è liberi che nella misura in cui non si è vittime di un inganno da parte del proprio io, dei propri pretesti ed istinti, della propria indole.

Non si è liberi che mediante la critica e l’energia, cioè mediante il distacco e il governo del proprio io; ciò suppone parecchie sfere concentriche nell’io, di cui la più centrale è superiore all’io, è l’essenza più pura, la forma superindividuale del nostro essere, la nostra forma futura senza dubbio, il nostro tipo divino.

Noi siamo dunque soggetti, ma suscettibili d’affrancamento divino; siamo legati, ma capaci di slegarci.

L’anima è in gabbia, ma può volteggiare intorno alla sua gabbia. Il Platonismo spiega assai bene il fatto di questa emancipazione.

 

Bibliografia

“Frammenti di un giornale intimo” di Henri-Frédéric Amiel (Unione Tipografico – Editrice Torinese, 1967, a cura di C. Baseggio)

 

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