“Conversazioni poetiche ‒ Quarta Edizione”: la Prefazione di Tiziana Topa
“Sono quattordici gli sguardi depositati in questa quarta edizione del progetto antologico “Conversazioni poetiche”. Profumano di sedimenti di una roccia che il sole della mattina inizia a scaldare. Non sono solo poeti e poetesse, ma cartografi e cartografe di una mappa in differita perenne, dove la parola funge sia da ponte sia da segno di una collisione tra l’immaginazione psichica e la realtà fisica.” ‒ Dall’Introduzione de “Conversazioni poetiche ‒ Quarta Edizione”

“Conversazioni poetiche ‒ Quarta Edizione”, edito nell’aprile 2026 dalla casa editrice Tomarchio Editore, è un progetto antologico che pone in dialogo poeti e poetesse che intrecciano parole incise sulla statua cartacea aspirando ad un tempo che non si consuma.
Sono quattordici le raccolte presenti e sono così intitolate: Increspature di Aldo Turnu; Sa Crabarissa di Annalisa Atzeni; Dispersi affanni di Francesca Santucci; Accento rosa di Franco Carta; Covid 19 di Gabriella Mantovani; Non mi basta questo tempo di Giovanna Fracassi; Nero su bianco di Jonny Souto; Oltre l’arco del giorno di Luisella Pisottu; Canti di cicale di Marica Dettori; Pensieri di Marisella Crisalfi; Opportunità di Mary Ibba; Mi si dice che… di Oswaldo Codiga; Il germoglio nel cuore di Patrizia Basile e Barcolleremo ancora di Stefano Gervasoni.
L’Introduzione è stata curata da Alessia Mocci e la Prefazione da Tiziana Topa. Chiude l’antologia il poemetto Il patto, opera inedita dell’ospite internazionale Ayala Reis.
Per gentile concessione della casa editrice Tomarchio Editore pubblichiamo in anteprima la Prefazione dell’antologia “Conversazioni poetiche ‒ Quarta Edizione”.
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Prefazione de “Conversazioni poetiche ‒ Quarta Edizione”
Quando l’Uomo non aveva ancora scritto la prima parola, la Poesia già esisteva. Piccolo sotto il cielo stellato, creatura tra le creature, si interrogava su se stesso e su quel Tutto di cui si sentiva parte; prodotto di un’umanità genuina, la Poesia era una forma orale di espressione, che si appoggiava alla musicalità e al ritmo.
Il 15 dicembre 1826, Giacomo Leopardi annota nello Zibaldone una riflessione sui generi poetici, definendone l’origine e la natura.
“Il lirico, primogenito di tutti; proprio di ogni nazione anche selvaggia, più nobile e più poetico d’ogni altro; vera e pura poesia in tutta la sua estensione; proprio d’ogni uomo anche incolto, che cerca di ricrearsi o di consolarsi col canto, e colle parole misurate in qualunque modo, e coll’armonia; espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo e ben sentito dell’uomo.”
La Poesia è un atto creativo, come indica l’etimologia dal verbo greco poiein, attinente alla dimensione del fare. Il fine non è l’utile ‒ si pensi che Montale, insignito del Premio Nobel per la Letteratura, affermava di aver dato forma a “un prodotto assolutamente inutile” ‒ ma quell’inutilità indispensabile, nutrimento e diletto dello spirito.
Il mito riconosce il valore della Poesia, che irradia un potere divino sull’uomo e sulla Natura. Orfeo, figlio di Calliope, ammansiva le belve con il suono della sua lira, così Anfione, fondatore di Tebe, che attirava gli animali e le pietre con la dolcezza del suo canto.
In Theophania Walter Friedrich Otto afferma che “le Muse hanno un posto altissimo, anzi unico, nella gerarchia divina”.
Anche chi conosce appena l’Iliade ne ricorderà l’incipit, in cui Omero invoca la Musa, divina protettrice della Poesia, affinché lo ispiri nel cantare.
Nel dialogo giovanile Ione, Platone sviluppa l’idea dell’ispirazione divina della Poesia, la quale non ha nulla a che vedere con la conoscenza ma è una specie di potere concesso dalla Musa al poeta. Fuori di sé, egli compone in uno stato di invasamento entusiastico, quale ministro della dea stessa.
Tra gli affreschi che decorano la volta della Stanza della Segnatura dei Musei Vaticani, è presente l’allegoria della Poesia, eseguita da Raffaello nel 1508, rappresentata come una giovane donna in trono tra le nubi. Ai lati, due putti reggono una targa con l’iscrizione Numine Afflatur, citazione dell’Eneide di Virgilio che significa ‘la poesia è ispirata da Dio’.
La donna ha la testa cinta d’alloro; con la mano destra trattiene un libro contro la gamba, con la sinistra stringe sotto il braccio una lira.
Leopardi afferma che “non il Bello ma il Vero o sia l’imitazione della Natura qualunque si è l’oggetto delle Belle Arti”, precisando che i poeti ne sono la dimostrazione, soprattutto Omero.
Come già Platone, anche Aristotele si pronuncia sul tema della Poesia quale forma di arte mimetica. Alle sue origini vi sarebbero due cause, entrambe naturali.
In primo luogo, la tendenza a imitare è insita negli uomini fin dall’infanzia e in ciò essi si distinguono dagli altri animali, perché sono “più proclivi all’imitazione” e per questo mezzo acquisiscono i primi insegnamenti. In secondo luogo, a partire da “primitive improvvisazioni”, gli uomini più predisposti attesero al perfezionamento della Poesia, fino al raggiungimento della sua “forma naturale”.
Lo Stagirita prende le distanze da Platone, il quale nella Repubblica condanna l’opera del poeta, priva di verità in quanto imitazione di imitazione, ossia copia della realtà sensibile, a sua volta immagine sbiadita del mondo intellegibile. Nella Poetica, Aristotele muove dalla definizione di arte come mimesis per affermare il valore conoscitivo della Poesia che, attraverso l’imitazione delle azioni e delle passioni umane, ci insegna a conoscerle mentre ci procura diletto. Secondo Aristotele la Poesia e la Storia trattano fatti particolari e non concetti universali, ma la prima è più filosofica perché rappresenta vicende possibili, che ogni uomo potrebbe verosimilmente compiere. La conoscenza che ne deriva perviene a un maggior grado di universalità rispetto alla Storia, che riferisce eventi particolari realmente accaduti.
L’Ars Poetica di Orazio, nota anche come Epistola ai Pisoni, è un trattato teorico sulla Poesia che, come si evince dal titolo, richiama quello di Aristotele, in particolare per il concetto di mimesis. L’autore intende “fare la parte della cote, che non è fatta per tagliare ma per affilare la lama”, ovvero insegnerà al poeta il suo munus e il suo officium.
Orazio raccomanda ai poeti di tenere la vita come modello. Poiché il loro fine è quello di giovare o di dare piacere, oppure di dire a un tempo cose piacevoli e utili, è necessario che queste siano verosimili, in quanto nessun racconto può pretendere di essere creduto in tutto ciò che vorrà.
La Poesia è come la Pittura, afferma Orazio, che a volte si apprezza da vicino, altre da lontano.
“Un quadro ama la penombra, quell’altro, che non teme l’occhio sottile del critico, vuole essere guardato in piena luce; uno piace solo una volta, l’altro piace e piacerà sempre.”
Nel considerare l’origine della Poesia, la consanguineità con la Musica emerge con evidenza, tuttavia l’espressione oraziana ut pictura poesis permette di accennare a un’altra parentela, di non minore dignità.
L’accostamento della Poesia alla Pittura risale a Simonide di Ceo, vissuto tra il VI e il V secolo a.C., il quale inaugura la seconda fase della lirica corale.
“La pittura è poesia silenziosa, e la poesia è pittura che parla.”
È Plutarco a tramandare il verso, su cui si fonderà un principio estetico destinato a cavalcare i secoli fino alla modernità, dettando legge nell’ambito della critica d’arte.
Se fin dal Medioevo è l’uomo di lettere a godere di onore e prestigio, nel Rinascimento gli si affianca il pittore, che non è più solo artifex ma anche intellettuale, e la Pittura entra a pieno titolo nel novero delle Arti Liberali. L’affratellamento è favorito dalla diffusione, nella prima metà del XV secolo, dell’ekphrasis, la descrizione minuziosa di un’opera d’arte all’interno di un testo poetico.
Nel De Pictura Leon Battista Alberti esorta gli artisti a ispirarsi alle historie narrate dagli scrittori e dai poeti antichi.
“Pertanto consiglio ciascuno pittore molto si faccia famigliare ad i poeti, retorici e agli simili dotti di lettere, già che costoro doneranno nuove invenzioni. […] Fidias, più che agli altri pittori famoso, confessava avere imparato da Omero poeta a dipingere Iove con molta divina maestà. Così noi […] dai nostri poeti impareremo più e più cose utili alla pittura.”
Dalla seconda metà del XV secolo si sviluppa una querelle tesa a stabilire quale sia la forma d’arte meritevole di primato.
Leonardo da Vinci partecipa al dibattito, rivendicando la superiorità della Pittura rispetto alla Poesia e alla Musica in quanto essa è scienza, che rappresenta “con più verità e certezza le opere di natura”. Imitare è ri-creare, dunque il pittore si avvicina più di tutti gli altri artisti all’atto creativo di Dio.
La Pittura restituisce l’immagine tutta insieme in un solo istante, mentre la Poesia raggiunge la pienezza soltanto attraversando il tempo, man mano che dalla lettera si forma la parola, fino a vibrare di significato.
Nei Pensieri sull’arte Leonardo scrive una Difesa della pittura in cui ritorna sul paragone con la Poesia. Il pensiero XIII suona come un richiamo a Simonide, nell’affermare che “la Pittura è una Poesia, che si vede e non si sente, e la Poesia è una Pittura, che si sente e non si vede”.
Il chiasmo artistico-sensoriale torna nel pensiero XIV, dove si legge che “la Pittura è una Poesia muta, e la Poesia è una Pittura cieca, e l’una e l’altra va imitando la Natura”.

Questa antologia si intitola Conversazioni poetiche e al riguardo è appropriato ricordare una interessante pubblicazione apparsa sui social. Il 21 marzo 2026, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, Casa Leopardi ha diffuso sui propri canali una piccola curiosità che, in poche righe, dimostra la straordinaria potenza dei versi, in grado di instaurare un vero e proprio dialogo con e tra le persone, al di sopra dei confini geografici e temporali.
Tra i quarantuno canti di Leopardi, ce n’è uno che non nasce per intero dalla sua penna. Il breve componimento, collocato dopo La ginestra, si intitola Imitazione e parla di una foglia strappata da un ramo. Si tratta dell’adattamento di una poesia francese, La feuille, scritta da Antoine Vincent Arnault e pubblicata nel 1802, poi nel 1818 in forma anonima nello «Spettatore», dove Giacomo la scopre. Gli studiosi ritengono che il poeta abbia realizzato la versione italiana alcuni anni dopo, a Napoli, volgendo l’originale in una meditazione sul destino umano.
Il passaggio avviene nel 1869, quando Dante Gabriel Rossetti la traduce in inglese, con il titolo The leaf. La foglia entra dunque nel mondo anglosassone, diventando parte di una nuova tradizione. Dante è figlio di Gabriele Rossetti, letterato italiano esule in Inghilterra; sua madre è Frances Polidori, sorella di William, il medico di Lord Byron. Nel 1816 Polidori partecipa a una memorabile serata a Villa Diodati, in Svizzera, insieme a Mary Shelley e a Byron. Da quell’estate nascono due opere leggendarie, Frankenstein e Il Vampiro.
Il viaggio della foglia non finisce qui. Le poche fotografie che possediamo di Frances Polidori sono quelle scattate da Lewis Carroll, autore di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Da Napoleone a Byron, da Parigi a Napoli, fino alla tana del Bianconiglio, la storia di quella breve lirica circola tra i protagonisti di alcune delle opere più celebri della letteratura moderna.
A volte una poesia viaggia molto più lontano di quanto immaginiamo. E parla. Una sussurra, un’altra urla. Una accarezza, un’altra colpisce duro. Una ha il sole sul viso, un’altra lo sguardo umido. Fino a quando esisterà anche un solo uomo che ha occhi per vedere l’invisibile, anima per sentirsi e sentire, voce per cantare, la Poesia esisterà. E continuerà a parlare.
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Written by Alessia Mocci
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