“Aspettando i barbari” poesia di Costantino Kavafis: taluni sono giunti dai confini

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Di seguito si potrà leggere la poesia intitolata “Aspettando i barbari” di Costantino Kavafis, una breve analisi con citazione di “Waiting for Godot” di Samuel Beckett e la poesia in lingua inglese.

“Aspettando i barbari”

Costantino Kavafis poesie Aspettando i barbari
Costantino Kavafis poesie Aspettando i barbari

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

Perché mai tanta inerzia nel Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l’imperatore s’è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?

Oggi arrivano i barbari
L’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d’una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.

Perché d’un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti seri)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.

***

La poesia “Aspettando i barbari” è stata scritta nel 1898 e pubblicata nel 1904. La traduzione, ivi presentata, è stata curata da Filippo Maria Pantani e tratta dal volume “Poesie” edito da Mondadori nel 1961.

Costantino Kavafis (Konstantinos Petrou Kavafis) nasce il 29 aprile del 1863 nella splendente Alessandria d’Egitto e muore nella stessa città, proprio nel giorno della sua nascita, nel 1933. Con la poesia “Aspettando i barbari” sfodera una verve ironica che si colora di èthos, così come solo i più grandi poeti e pensatori sanno fare.

Sin dal titolo si pone in rilievo il momento dell’attesa. Il Senato si prepara per l’arrivo degli stranieri, dei barbari; tutti i senatori silenti sono seduti ma non legiferano: aspettano l’invasione dei barbari così da lasciar a loro il compito di discutere le leggi nella sede opportuna. Consoli e pretori vestono la toga purpurea, indossano i migliori gioielli per ammaliare il popolo occupante e l’imperatore siede immobile nel trono, anch’egli ha preparato un benvenuto per gli invasori: una pergamena con titoli illustri da attribuire al capo ed agli alti in grado.

La polis è in trepido fermento, nelle strade e nelle piazze l’attesa diventa l’unico spettacolo visibile.

Il critico Stratis Tsirkas (1911-1980) ha ipotizzato che Kavafis avesse scritto questi versi riferendosi alla battaglia di Omdurman del 2 settembre del 1898 ma non ci sono conferme; ciò che è certo è che la scena è ascrivibile al periodo di fine Impero Romano. Ne “Aspettando i barbari” il potere è in una fase di immobilità, l’invasione è intesa come l’arrivo di una forza vitale con il dono della rinascita.

Nel mondo greco βάρβαρος è una parola onomatopeica che indica letteralmente il balbuziente ma che acquisì il significato di persone e popoli non greci. Non aveva dunque un’intenzione malevola o benevola ma semplicemente la non appartenenza al mondo greco.

Anche per questo motivo Kavafis gioca con la parola “barbari” che da nemici invasori diventano amici invasori, il processo di variazione non elimina però il definirli una soluzione. I nemici sono una soluzione per mantenere il potere perché è sempre proficuo per l’imperatore e per qualsiasi tipo di governo avere un nemico da affrontare, per mantenere stabile una casta di pochi è necessario instillare nei molti la paura di un pericolo immediato e comune; nel nostro caso, invece, i barbari invasori sono la soluzione che potrebbe rinvigorire la staticità di un impero morente.

La Storia racconta che furono proprio le tribù germaniche (Goti, Vandali, Ostrogoti et cetera) a far esalare l’ultimo respiro all’Impero, assediandolo e razziandolo sino alla completa desolazione ed all’avvio di una nuova era (come è accaduto spesso nel corso della Storia dei popoli). Non si è verificata la soluzione pacifica pensata dai personaggi di Kavafis nella quale l’invasore, ammaliato dall’oro e dalle pietre preziose, mette in atto il suo vigore con nuove idee per la salvezza della polis in cambio di qualche nomina e titolo.

Nella poesia la solennità dell’evento è percepita dalla ripetizione del verso “Oggi arrivano i barbari che come simile ad una cantilena professa l’attesa della salvezza, l’unica soluzione, anch’essa statica, che i governanti attendono. Il lettore moderno non può non richiamare alla memoria soprattutto con la traduzione inglese della poesia “Waiting for the Barbarians” il celebre “Waiting for Godot”, opera teatrale del 1952 di Samuel Beckett, nella quale si presenta uno scenario simile: l’attendere da parte dei personaggi un Godot che non si presenta. La scena è identica: l’attesa dell’evento dell’arrivo di una immaginaria salvezza della quale però non si conosce la realtà.

“S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.
 
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.”

Così leggiamo in Kavafis, con la notte i volti si fanno cupi ed i messaggeri giunti dal confine portano la tremenda notizia: non ci sono più barbari, la soluzione statica non è più possibile.

Ma che cosa vuole dirci Kavafis? Facciamo un piccolo passo indietro. Il barbaro, si è ricordato, è colui che non è greco (nel nostro caso romano), autoctono, dunque i taluni che giungono dal confine con la notizia che cosa intendono? La totale scomparsa dei barbari perché si è giunti in un periodo nel quale tutti i popoli diversi dal proprio sono già stati integrati? Oppure è proprio la stessa chiusa di “Aspettando Godot” e l’oggi si ripete staticamente ogni indomani?

“Estragone: E se viene?
Vladimiro: Saremo salvati. (Vladimiro si toglie il cappello — che è quello di Lucky — ci guarda dentro, ci passa la mano, lo scuote, lo rimette in testa.)
Estragone: Allora andiamo?
Vladimiro: Tirati su i pantaloni.
Estragone: Come?
Vladimiro: Tirati su i pantaloni.
Estragone: Vuoi che mi tolga i pantaloni?
Vladimiro: Tirati su i pantaloni.
Estragone: (Realizza di aver i pantaloni abbassati.) Già, è vero. (Si tira su i pantaloni. Silenzio.)
Vladimiro: Allora andiamo?
Estragone: Sì, andiamo.
Non si muovono.”

Il messaggio è il medesimo: Kavafis e Beckett, con la celebrazione dell’immobile attesa, spronano il lettore al non aspettare staticamente una soluzione che viene dall’esterno (i barbari, Godot) ma al cercare da sé la soluzione andandole incontro.

“Infatti non pensare che questa Scienza sia giunta a qualcuno di noi per caso o per immaginazione fortuita, come crede stupidamente il volgo ignorante. Invece abbiamo penato molto e a lungo, abbiamo passato innumerevoli notti insonni, abbiamo sopportato pazientemente molta fatica e molti sforzi per conquistare la verità.”[1] Eireneo Filalete

***

In traduzione inglese di “Aspettando i barbari”

“Waiting for the Barbarians”

What are we waiting for, assembled in the forum?

The barbarians are to arrive today.

Why such inaction in the Senate?
Why do the Senators sit and pass no laws?

Because the barbarians are to arrive today.
What laws can the Senators pass any more?
When the barbarians come they will make the laws.

Why did our emperor wake up so early,
and sits at the greatest gate of the city,
on the throne, solemn, wearing the crown?

Because the barbarians are to arrive today.
And the emperor waits to receive
their chief. Indeed he has prepared
to give him a scroll. Therein he inscribed
many titles and names of honor.

Why have our two consuls and the praetors come out
today in their red, embroidered togas;
why do they wear amethyst-studded bracelets,
and rings with brilliant, glittering emeralds;
why are they carrying costly canes today,
wonderfully carved with silver and gold?

Because the barbarians are to arrive today,
and such things dazzle the barbarians
Why don’t the worthy orators come as always
to make their speeches, to have their say?

Because the barbarians are to arrive today;
and they get bored with eloquence and orations.

– Why all of a sudden this unrest
and confusion. (How solemn the faces have become).
Why are the streets and squares clearing quickly,
and all return to their homes, so deep in thought?

– Because night is here but the barbarians have not come.
And some people arrived from the borders,
and said that there are no longer any barbarians.

– And now what shall become of us without any barbarians?
Those people were some kind of solution

***

Written by Alessia Mocci

 

Note

[1] Eireneo Filalete, “Entrata aperta al palazzo chiuso del re” capitolo VII, in Opere, Edizioni Mediterranee, 2001

 

Bibliografia

Costantino Kavafis, Poesie, Mondadori, 1961

Samuel Beckett, Aspettando Godot, Einaudi, 1964

Eireneo Filalete, Opere, Edizioni Mediterranee, 2001

 

Info

Leggi la poesia “Itaca” di Costantino Kavafis

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