“Il paese di Putin” di Gian Piero Piretto: 20 parole russe al servizio della propaganda
Per comprendere l’impianto de “Il paese di Putin” è necessario partire dalla metodologia che ne ha guidato la scrittura.

Il saggio “Il paese di Putin” nasce infatti dalla reazione di Gian Piero Piretto al progetto del “Consiglio filosofico permanente” russo, organismo incaricato di interpretare ufficialmente il pensiero dell’ideologo putiniano Aleksandr Dugin, noto per la cosiddetta “Grande rettifica russa dei nomi”.
Come chiarisce l’autore nel capitolo introduttivo (“Di che si tratta”), il progetto duginiano mira a recuperare i significati originari dei concetti fondativi della cultura russa, ritenuti corrotti dall’influenza occidentale e dalla globalizzazione. L’obiettivo è il ripristino di identità considerate autentiche, di tradizioni ancestrali e di una spiritualità originaria. Si tratta, in sostanza, di un’operazione di riscrittura culturale che punta a sostituire la presunta contaminazione occidentale con una nuova narrazione, capace di riattivare, in chiave apertamente ideologica, miti, credenze e categorie filosofico ‒ teologiche ritenute “propriamente” russe.
In questo quadro si inserisce anche il ruolo della religione ortodossa, sempre più allineata al potere statale nel sostenere il concetto di “rússkij mir” (mondo russo): una visione insieme politica e spirituale che concepisce Russia, Bielorussia e Ucraina come espressioni di un’unica civiltà. Non a caso, Piretto dedica a questo tema uno dei capitoli centrali del volume.
A partire da qui, l’autore costruisce il proprio “controprogetto”: un’indagine sui termini chiave della cultura russa che il discorso politico di Putin ha recuperato, trasformato o distorto a fini di legittimazione. Come scrive lo stesso Piretto, si tratta di «verificarne il significato primigenio e l’uso-abuso realizzato a fine propagandistico», con particolare attenzione a quelle parole “intraducibili” che, per la loro specificità culturale, sfuggono a equivalenti diretti in altre lingue.
Un esempio emblematico è quello della “Rússkaja dušá” (anima russa), analizzata nel capitolo 4. Nato come costrutto letterario, questo concetto è stato progressivamente trasformato in un dispositivo ideologico: chi si oppone al potere viene accusato di non comprendere, o addirittura di tradire, l’“anima russa”. In questa operazione simbolica, anche figure come Dostoevskij e Tolstoj vengono riassorbite nella retorica del regime. Come osserva Piretto, l’accusa di russofobia si è nel frattempo estesa fino a includere personalità internazionali, tra cui persino il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella.
Analogo è il destino del termine “Smirénie”, approfondito nel capitolo 8. Traducibile come “umiltà interiore” o “docile attenzione”, esso esprime nella tradizione russa una forma complessa di forza spirituale. Proprio per questo, tuttavia, si presta a essere reinterpretato in senso normativo: già utilizzato nelle epoche imperiale e staliniana per giustificare l’obbedienza, oggi torna al centro del discorso pubblico come valore cardine, sostenuto tanto dal potere politico quanto dal patriarcato di Kirill.
L’umiltà diventa così accettazione dell’autorità, mentre il dissenso viene delegittimato come segno di corruzione occidentale. Come sottolinea Piretto, nella visione dell’élite putiniana «il popolo russo deve soffrire per proteggere la Russia dal caos occidentale». In questo contesto, la definizione di “agente straniero” assegnata agli oppositori richiama esplicitamente la categoria dei “nemici del popolo” dell’epoca staliniana.
Al capitolo 10 il discorso si amplia ulteriormente con la “Rússkaja idéja” (idea russa) rielaborata da Dugin in chiave euroasiatica. La Russia viene qui concepita come una civiltà autonoma, distinta tanto dall’Europa quanto dall’Asia, chiamata a opporsi alla decadenza liberale occidentale. Ne deriva una visione geopolitica che giustifica la protezione, e, se necessario, l’intervento, nei confronti delle comunità russofone all’estero, fornendo una cornice ideologica ai conflitti che coinvolgono Ucraina, Georgia, Transnistria e Paesi baltici.
In questa prospettiva, la “Rússkaja idéja” finisce per inglobare e reinterpretare l’intera storia russa, ridefinendo anche il concetto di libertà, come subordinato a un bene collettivo superiore. Non sorprende, allora, la posizione di Putin nei confronti della tradizione sovietica: la rivoluzione leninista è vista come un trauma che ha distrutto l’Impero russo, mentre la figura di Stalin viene rivalutata.
Particolarmente significativo, a mio parere, è infine il capitolo 19 de “Il paese di Putin”, dedicato a “O glávnom” (“a proposito di ciò che conta”), in cui Piretto mostra come la riscrittura dei manuali scolastici contribuisca a costruire una nuova memoria storica ufficiale, capace di orientare la percezione delle giovani generazioni rispetto alla caduta dell’Unione Sovietica, all’era Putin e alla guerra in Ucraina.
I termini analizzati nel volume sono tanti altri — dal “sobórnost” al “byt”, dal “prostòr” al “batiuška” — e compongono un lessico ricco e stratificato, attraverso cui si delinea il rapporto tra lingua, cultura e potere. Direi che nel complesso il lavoro di Piretto raggiunge il proprio obiettivo: mostrare come elementi profondi della tradizione culturale russa possano essere riattivati e trasformati in strumenti di propaganda finalizzati alla costruzione del consenso. Ne emerge un saggio denso e stimolante, che invita a interrogarsi non solo sulla Russia contemporanea, ma anche sul rapporto, sempre delicato, tra identità culturale e uso politico del linguaggio.
Written by Algo Ferrari
Bibliografia
Gian Piero Piretto, Il paese di Putin, Raffaello Cortina Editore, 2026
