“Ettore Majorana ‒ Il prezzo del genio” #3: il nazismo al potere e la fuga degli scienziati
“Molto probabilmente Majorana non lo voleva e neanche voleva vedere associato il suo nome alla catastrofe che avrebbe potuto conseguirne. Dalle brillanti scoperte negli anni ruggenti dei ragazzi di via Panisperna allo studio degli scienziati delle forze Alleate e dei tedeschi sull’energia atomica, si riassume una vicenda che unisce il giallo storico alla riflessione sulla responsabilità della scienza e sul rifiuto di scendere a patti con il corso della storia.”[1] ‒ dall’introduzione del saggio “Majorana, il prezzo del genio”

Pubblicato pochi mesi fa, nel febbraio 2026, il saggio biografico sulla vita del fisico catanese Ettore Majorana sta destando entusiasmo ed interesse. L’autore, il giornalista e scrittore Vincenzo Di Michele, ha già conosciuto numerosi successi editoriali, basti ricordare l’ormai celebre “Io, prigioniero in Russia” che ha avuto vendite superiori alle 60.000 copie ed anche a volumi come “Alla ricerca dei dispersi in guerra”, “Cefalonia, io e la mia storia”, “Le scomode verità nascoste nelle IIª guerra mondiale”, “Animali in guerra ‒ Vittime innocenti”, “Quel falso mito sulla liberazione del duce”, “L’ultimo segreto di Mussolini”, “Mussolini, finto prigioniero al Gran Sasso”.
Con “Majorana, il prezzo del genio”, Vincenzo Di Michele indaga, con la solita solerzia di studioso delle numerose fonti, una delle storie più misteriose del 1900: la scomparsa dello promettente scienziato Ettore Majorana (1906 ‒ 1938) avvenuta a soli 31 anni (32 da compiere) in circostanze alquanto indecifrabili.
Il volume, corredato da foto storiche, è composto da tredici capitoli, ed è diventato oggetto di una speciale rubrica nella quale si è pubblicata a febbraio, in contemporanea con la circolazione del volume, la prima puntata dal titolo “Il talento innato nella scienza” ed a marzo la seconda puntata intitolata “L’incontro con gli scienziati tedeschi e la loro importanza nello scacchiere internazionale”.
In ogni puntata si percorrerà, nel dettaglio, il cammino tracciato dall’autore Vincenzo Di Michele proponendo ai lettori un interessante approfondimento tematico.
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Estratto dal Capitolo #3 ‒ Il nazismo al potere e la fuga degli scienziati dall’Europa
“Agli inizi del Novecento, fino alla proclamazione delle leggi razziali naziste, l’Europa era la culla della nuova scienza.
Sulla via delle ricerche scientifiche sulle energie atomiche, la storia si focalizzava su tre centri di interesse: Cambridge, da dove Rutherford dominava come un monarca brontolone e irascibile sul regno delle dimensioni minime che lui stesso aveva dischiuso; Copenaghen, che per bocca del saggio Niels Bohr promulgava le leggi di questo nuovo e misterioso territorio del microcosmo; e Gottinga, dove il triumvirato costituito da Max Born, James Franck e David Hilbert rimetteva in questione tutto ciò che in Inghilterra si credeva di aver scoperto e che in Danimarca si credeva di aver giustamente risolto.
Fianco a fianco, nei tre maggiori istituti universitari europei, lavoravano e si incontravano matematici e fisici di ogni Paese: gli inglesi Dirac e Atkinson, l’italiano Fermi, gli americani Oppenheimer, Pauling e Wiener, gli ungheresi Szilard, Teller e Wigner, l’austriaco Houtermans, i sovietici Gamow, Landau e Kapitza, i francesi Irène e Frédéric Joliot-Curie, i tedeschi Heisenberg e von Weizsäcker.”[2]
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A.M.: Se nella prima puntata della rubrica si è parlato delle doti innate di Ettore Majorana e nella seconda del suo incontro con gli scienziati tedeschi ora in questo terzo capitolo metti maggiormente a fuoco lo scacchiere scientifico e politico internazionale nonché i primi passi verso la fissione atomica. È stata l’ascesa del nazismo a ritardare considerevolmente l’“invenzione” della bomba atomica?
Vincenzo Di Michele: Ti rispondo in modo deciso ed affermativo: certamente sì! L’ascesa nel nazismo ha profondamente mutato l’ambiente universitario in tutta Europa, se prima le maggiori città pullulavano di menti fresche e disposte a fare salti nel “vuoto”, il nazismo ha segnato un periodo di rigidità e paura, nonché di ripetizione degli esperimenti che rimasero dunque ciechi.
Infatti, e qui voglio dare al lettore una succulenta anticipazione: la chiusura del capitolo “Il nazismo al potere e la fuga degli scienziati dall’Europa” riporta un dialogo interessante fra il Ministro degli Interni del Reich Wilhelm Stuckart (16 novembre 1902 ‒ 15 novembre 1953) ed il matematico tedesco David Hilbert (23 gennaio 1862 ‒ 14 febbraio 1943) nel quale, con fare ironico e sprezzante, Stuckart si rivolse ad Hilbert domandando «Ma è proprio vero, professore, che il suo istituto ha tanto sofferto con la partenza degli ebrei e dei loro amici?»[3] e ricevendo come risposta ‒ e con altrettanta ironia ‒ «Sofferto? Non è che abbia sofferto, signor ministro. Semplicemente non esiste più».[4]
Ma prima di rispondere esplicitamente alla tua domanda vorrei fare un passo indietro riprendendo l’estratto del terzo capitolo che hai proposto ai lettori della rubrica.
È interessante constatare quanto circa un secolo fa le varie comunità di scienziati di tutto il mondo avessero un atteggiamento fraterno nei confronti dei colleghi stranieri. Eppure si viveva maggiormente in una condizione di frammento culturale rispetto ad oggi, infatti la moneta, la lingua e la distanza portavano seco delle differenze difficili con cui convivere eppure, sin da subito, gli scienziati cercavano di mettere a proprio agio e di aiutare il nuovo arrivato. Si può dire lo stesso di oggi considerando che l’enorme sviluppo tecnologico e sociale ha permesso spostamenti più veloci ed un linguaggio comune?
Forse no! Con il passare del tempo, con la Seconda guerra mondiale e la successiva Guerra fredda (e tutte le guerre seguenti che malgrado siano viste come minori, minori non sono state!) qualcosa si è interrotto. Forse è mancata la fiducia nel progresso scientifico o forse come si può ben constatare in quasi tutti i campi umani si è innalzato il muro dell’Ego che permette di vedere solamente il proprio riflesso ponendo l’incontro con l’altro in una zona d’ombra.
Ma torniamo a noi: in questo terzo capitolo racconto al lettore delle tre città europee che al tempo avevano fama di essere le migliori per le ricerche delle energie atomiche: Cambridge, Copenaghen e Gottinga. Ed essendo dunque le migliori fungevano da potente calamita: l’atmosfera nella quale si era immersi era di amicizia, solidarietà e comprensione.
Ad esempio quando il matematico russo Lev Genrikhovich Schnirelmann (2 gennaio 1905 ‒ 24 settembre 1938) giunse a Gottinga non aveva con sé neppure lo spazzolino a causa delle ingenti difficoltà economiche con le quali doveva fare i conti. Furono i suoi colleghi ad occuparsi totalmente di lui: dal denaro necessario per vivere in modo dignitoso ad un posto in cui sostare (pensione Wanferlinch) sino ad un incarico universitario così da poter continuare agevolmente le sue ricerche. Vorrei soffermarmi un po’ su Schnirelmann, malgrado non l’abbia fatto nel volume “Majorana, il prezzo del genio”. La sua ricerca era improntata sulla teoria dei numeri, la topologia e la geometria differenziale; si era laureato nel 1925 a Mosca. Un autentico genio come il nostro Majorana e, purtroppo, ne condivide anche quel fatidico 1938.
Il matematico russo si suicidò il 24 settembre 1938 a Mosca. Le ragioni non sono chiare: ci sono svariate supposizioni ma non si è ancora arrivati ad una teoria valida, c’è chi sostiene che fosse stanco della povertà come il matematico francese André Weil che nel suo “L’apprendistato di un matematico” descrive l’imbarazzo di Schnirelmann nel ricevere amici nel suo alloggio che consisteva in una misera stanza; oppure, secondo il suo connazionale e collega Lev Pontryagin, la decisione di togliersi la vita giunse a causa di una forte depressione per una sorta di incapacità di lavoro che riteneva ormai insufficiente rispetto alle capacità di un decennio prima; ed ovviamente esistono svariate ipotesi di complotto soprattutto per il clima politico vigente in Unione Sovietica.
Fatto sta che a soli 33 anni, Schnirelmann portò con sé tutto il suo talento e che ancora oggi, così come per Majorana, ci si chiede: dove si sarebbe potuti arrivare con questi geni?
Chiusa la parentesi, tornerei volentieri sul nostro terzo capitolo lasciando il lettore libero di esplorare il percorso storico che si illustra in quelle pagine di storia così da scoprire nella solitudine della lettura altri esempi di grande solidarietà come, ad esempio, il caso Oppenheimer riguardante il problema dell’immatricolazione.

La campagna antisemita iniziò prima dell’ascesa di Adolf Hitler. Si può dire che Hitler seguì ed approfittò del malcontento e dell’odio razziale. Tanti furono i nomi di validi esponenti delle università che furono allontanati dalle cattedre, e non solo nel campo scientifico, infatti, la grande ondata di persecuzione non risparmiò alcun campo sociale. Gli anni Trenta furono un periodo molto oscuro, preceduto da uno più che luminoso che portò quella amicizia di cui ho brevemente trattato poc’anzi. Ma c’è un aspetto, di certo non di poco conto, che vorrei presentarvi sottoforma di domande ipotetiche.
Che cosa sarebbe accaduto, se il nazismo avesse tentato di applicare la scoperta della fissione dell’atomo nel campo militare?
Che cosa sarebbe successo se in Germania gli esperimenti per la costruzione della bomba atomica fossero cominciati fin dal 1934?
Ed infine, i tedeschi sarebbero riusciti ad avere anche loro la bomba atomica prima della fine della guerra?[5]
Fortunatamente non dobbiamo preoccuparci di rispondere a queste domande ma penso possano far riflettere sugli accadimenti della storia. Se da una parte l’allontanamento dei matematici e scienziati ebrei ha portato le università europee a cadere in cecità (anche il nostro Enrico Fermi non si accorse minimamente della scoperta quando a Roma bombardò per primo un atomo di uranio!) dall’altra non ha armato il governo nazista della più grande arma di distruzione di massa mai costruita dall’uomo.
Vi saluto, per sollevarvi dalla preoccupazione destata dalle precedenti domande, con un piccolo aneddoto che racconto nel capitolo e che vi riporterà a quella solidarietà nel mondo accademico di cui si è parlato precedentemente. Un giorno, il premio Nobel per la fisica James Franck spiegando un difficile calcolo con formule interminabili alla lavagna si bloccò perché si accorse di non essere in grado di proseguire e, con la massima tranquillità, si volse verso la classe, e semplicemente chiese ad uno dei suoi allievi più talentuosi: «Mi sono arenato. Vuol provare lei ad andare avanti?»[6]
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Anticipazione: la quarta puntata della speciale rubrica “Ettore Majorana ‒ Il prezzo del genio” avrà come titolo: I macabri esperimenti scientifici sugli esseri umani.
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Info
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Rubrica “Ettore Majorana ‒ Il prezzo del genio”
Intervista a Vincenzo Di Michele su Radio Radicale
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Note
[1] Vincenzo Di Michele, Majorana, il prezzo del genio, Edizioni Vincenzo Di Michele, 2026, pp. 7-8
[2] Ibidem, pp. 40-41
[3] Ibidem, p. 55
[4] Ibidem, p. 56
[5] Ibidem, p. 50
[6] Ibidem, p. 44

3 pensieri su ““Ettore Majorana ‒ Il prezzo del genio” #3: il nazismo al potere e la fuga degli scienziati”