Contest letterario gratuito di poesia e racconto “Come fiori sul ciglio della strada”

Alcuni guardano alle antologie come a figli di un Dio minore. Ritengono che non abbiano lo stesso valore di uno scritto pubblicato da un unico autore. Personalmente le ritengo un’occasione di incontro, un modo per proporre diverse vedute e opinioni unite in un unico contenitore.” – dalla prefazione di Miriam Ballerini

Contest Come fiori sul ciglio della strada
Contest Come fiori sul ciglio della strada

Regolamento:

1.Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve Come fiori sul ciglio della strada è promosso da Oubliette Magazine, da tutti gli autori e le autrici dell’antologia e dalla casa editrice Tomarchio Editore. La partecipazione al contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.

La partecipazione al Contest è gratuita.

Tema libero.

 

2. Articolato in due sezioni:

A. Poesia (limite 100 versi)

B. Racconto breve (limite 1000 parole)

 

3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di commento sotto questo stesso bando indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento, indicare la sezione A. Si può partecipare con poesie edite ed inedite.

Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto sotto forma di commento sotto questo stesso bando indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento, indicare la sezione B. Si può partecipare con racconti editi ed inediti.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via e-mail ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione bisogna cliccare sulla casella.

Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni, diversificando la partecipazione con commenti diversi, e con una sola opera per sezione.

 

4. Premio:

N° 1 copia del libro “Come fiori sul ciglio della strada” AA.VV. (curata da Miriam Ballerini con raccolte di racconti e poesie di Marco Salvario, Samuel Pezzolato, Roberta Sgrò, Marco Leonardi, Oswaldo Codiga, Beatrice Benet, Gian Carlo Storti, Mary Castelli, Marcello Sgarbi, Silverio Scognamiglio, Tiziana Topa, Enrico Pinotti, Danilo Perico, Maria Marchese), edito nel 2022 dalla casa editrice Tomarchio Editore.

Sarà premiato il primo classificato della sezione A e della sezione B.

 

5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per il 30 settembre 2022 a mezzanotte.

 

6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:

Come fiori sul ciglio della strada - copertina
Come fiori sul ciglio della strada – copertina

Alessia Mocci (Editor in chief)

Carolina Colombi (Scrittrice e Collaboratrice Oubliette)

Rosario Tomarchio (Poeta ed Editore)

Stefano Pioli (Studioso e Collaboratore Oubliette)

Filomena Gagliardi (Poetessa e Collaboratrice Oubliette)

Tiziana Topa (Scrittrice e Collaboratrice Oubliette)

Miriam Ballerini (Scrittrice e Collaboratrice Oubliette)

 

7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.

 

8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.

 

9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per e-mail: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via e-mail ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’e-mail si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook:

https://www.facebook.com/OublietteMagazin

 

10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via e-mail tutte le notifiche con le nuove partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvertimi via e-mail in caso di risposte al mio commento”.

 

11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (Gdpr 679/2016). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.

 

Buona partecipazione!

 

165 pensieri su “Contest letterario gratuito di poesia e racconto “Come fiori sul ciglio della strada”

  1. Sopravvivenza

    I migliori versi di sempre
    sono finiti.

    Il verso
    continua a essere riscritto
    secolo dopo secolo,
    anno dopo anno,
    minuto per minuto,
    al momento, all’infinito.

    Ogni poeta lo riscrive
    con matita immaginaria
    e lettere immaginarie,
    su carta immaginaria.

    Ognuno lo concepisce
    a modo suo
    in base all’esperienza
    e alle memorie letterarie.

    Veramente il più delle poesie
    può essere, senza pretese,
    costruito,
    seguendo il cuore del lettore.

    Chi le concepisce,
    forse non se ne accorge.

    Ma lei non può resistere
    a tutto ciò che sorge ed è
    destinato all’eternità,
    al riflesso della vita in parole.

    Quindi poesia,
    riscrivi te stessa
    e resisti, fermamente,
    finché il sole non si nasconde
    (per l’ultima volta)
    nei campi, a ovest.

    Franco Carta
    Sezione A
    Accetto il regolamento.

    1. Partecipo fuori concorso (sono uno degli autori del libro) con questa cosa a metà tra racconto e poesia, scritta in occasione della riconquista talebana di Kabul

      Oh, ricordo bene la fatica di aspettare.
      Affamata, assetata, che il maledetto calasse e il blu diventasse, infine

      notte

      Ma è amaro, il sangue notturno:
      sangue furente, fuggiasco, furtivo.
      Sangue prostituito.
      Sangue bavoso e sbavante.
      Sangue lacrimante.
      Sangue alcoolico, sangue drogato, sangue morente
      Sangue assassino.

      Ma qui, qui e ora;
      nella afosa Kabul del settimo giorno di mouharran, millequattrocentoquarantatre anni dopo l’Hijra

      Dove la Fede di nuovo ha trionfato

      Nascosta nell’ombra calda del chador,
      mia privata notte,

      attendo.

      Un soffio di vento che mi prema la veste sul petto.
      Un refolo per sollevare il velo dalle mie labbra.

      Poco più di nulla, ma basterà.

      Perché tu, taliban, dimentichi:
      la tua brama di martirio,
      il giuramento davanti al Libro,
      quella sposa bambina che ogni sera bastoni e possiedi.

      Ora ti guardo, figlio d’uomo:
      i miei occhi, lampo nero nel tuo cuore.

      Ti guardo, mi segui;

      mio (ora) taliban
      dal sangue dolce d’agnello.

      1. Concorso nel concorso: il primo che indovina chi è l’io narrante del mio racconto/poesia avrà un applauso virtuale!

      2. Troverete un “concorso nel concorso” indetto da Brucialeone, che è il mio psedonimo (Leonardi – Brucialeone). Il pesonaggio misterioso è l’io narrante del racconto ambientato a Kabul.

  2. KOMOREBI
    (L’Effet Miroir)

    Oggi il muro
    è uno specchio di girandole,
    s’attarda un geco
    sull’ombra arsiccia
    di combuste sorbe.
    Vortici di polvere d’oro
    disfiorano corolle
    di pervase schiere,
    di vaniglia e di bambage
    dove rinasco fiore,
    dove rinasco albero
    che sporge dal rigagno.

    S’inforsa il giorno
    nel campo dell’ortica
    ed il silenzio ha un che di vago,
    di sovrumana indifferenza.

    Thea Matera

    Sezione A
    (Accetto il regolamento)

    1. Da polveri d’oro a dove rinasco albero ci sono parecchie “d”. Caso o scelta stlistica?

  3. SUR LE POINTS
    (Le battement d’ailes du colibri)

    Bernard passeggiava mordendosi il labbro, a passo penzolo, con le suole inzaccherate ripassava il viale muto, vivido di lunghe ombre e vernati sgrigioli. Rimurginava sull’ultimo passo del testo di Mandelbrot, sul grovigliato paradigma de “The fractal geometry of nature”, dissertando sull’ego empirico, barbugliando dell’esametro dattilico, del canto di nebule sirene. Il cielo era costellato di strie azzurrine, e dal cielo torvo colavano ali bianchicce sopra vette di basalto. Sull’uscio Bernard rivolse gli occhi al cielo, rovistandosi le tasche in cerca delle chiavi di casa, sfregando vigorosamente gli scarponcini brogue sul rasposo zerbino bordeaux, mentre fiotti diamantini defluivano gelidi dalla grondaia, sui suoi capelli fulvi ed arruffati sulla fronte, e rivoli ghiacciati come stalattiti orlavano i gradini venati. Ruotò lentamente la chiave nella toppa, strattonando la porta di legno umido, e stringendosi nelle spalle per il freddo sgrollò la sciarpa infeltrita e la giacca ragnata e smunta. Con uno scatto rapido si diresse verso il camino, scurito da schianze di fuliggine e lacci di aspri ciocchi, mentre fuori l’aria era scossa da lampi nello sprofondo di valli nascoste e brumosi nembi scorrevano a grappoli sui pioppi e l’eucalipto, sui pergolati avvinti. La lente degli occhiali d’osso sauro rifletteva la luce livia dell’Auriga, il ghiribizzo del compasso, e dalla finestra a tramoggia, diacci granuli voltolavano lungo la parete scalcinata. Il trattato avulso di Fenomenologia si gialliva di cera e di thé rosso, la laurea incorniciata sul comò si bistrava d’inchiostro e rose vizze. “Nessun cristallo di neve è uguale all’altro” pensava Bernard, Keplero ne aveva osservato l’invisa finitezza, la catarsi esagonale, lo sfilarsi di rami d’acquerugiola, di fiori di sale, il disvelarsi di ghirigori brulli. Fiocchi si frammentavano in sagome disformi, si forgiavano colonne a ritmo lieve, ocellati gusci cavi scendevano come incorporee stelle, come theta ed omega, iota e gamma si sfaceva la goccia acìcula, galleggiavano i merletti di Koch nel petto cinetico di marmo. Solenne l’abete brillava di nevischio, nello scollinare di pernici bianche, immerso in una luce d’ocra, e raggi di lumini capriolavano sull’erba riarsa dal gelo, sul palmo rubizzo ricadeva un velo di spilli ghiaccei in cuori e fiori quarzini, abissi incandescenti, trepide sculture d’amore. Si muovevano ombre tra fronde di creta, fluttuavano dime di carta biancofumo, in un’aria di castagne e legno secco di Prugnolo selvatico, di piumaggi argentati di zìgoli che come punti iridescenti seguivano il treno in corsa. Stridevano le rotaie sul pietrisco ed i vagoni, come tamburi nebbiati, rombavano in un lezzo di metallo e sfasciumi accostavano muri stonacati; brulicavano sentori di primevi pini nel tinnio di stoviglie ramate, ed il re bianco era in arrocco sulla scacchiera, ad un passo dalla torre ferma. “Un tempo spezzavamo le fionde di festanti cacciatori, fuggivamo fra sassaie lisce come perle, fra cedri accesi come stelle, fra suoni di buccine, urtando le parole sopra i righi, il bagliore negli occhi di un cerbiatto. Tempus Fugit – fra rette intersecate, grandi cappelli e bianche vesti di vapore, finisce gli orci sbeccati, s’insinua negli intrecci di vimini. Il sole, gettato nel buio d’acqua cosmica, ha generato cerchi perpetui, orbitano in ordinate ellissi astri d’ogni forma e luce, il suono si propaga.” E sul reticolo, in lontananza, danzavano bioccoli su chiome glabre. Nel riflesso concavo s’eternano disegni d’acqua, archerotipe circonvoluzioni, lepide anse e bovoli. S’addormentò Bernard, con la guancia torta nel cavo della mano, con frastagli di domande ancora appese al camino acceso, lui, giovane pupilla incerta, s’è mutato in albero per toccare il cielo, in colibrì per sfidare il vento, che in un fiocco di neve ha guardato muoversi il mondo… Bernard, che in un cuore di vetro ha riconosciuto il disegno dell’Universo e le sue stelle, in cui ha scorto, sospeso sul trapezio, il soffio del Divino.

    Thea Matera

    Sezione B
    (Accetto il Regolamento)

    1. Mannaggia, Thea Matera! Il tuo non è un racconto, è una sfida!! Sia per il contenuto non immediatamente comprensibile, sia per il linguaggio così inusuale (per esempio, ‘sti occhiali in osso sauro, sono occhiali con la montatura in tartaruga?)
      Buona serata!

      1. Ti ringrazio per il commento, veramente interessante. Per quel che concerne gli occhiali, trattasi proprio della classica montatura in osso di tartaruga. Una descrizione forse inusuale ma di sicuro non consueta :)

  4. QUEL CHE RESTA DELL’ AMORE

    Non chiedetevi mai
    cosa resta dell’amore.
    L’amore è un vento
    che spira impetuoso
    e a cui non possiamo sottrarci.
    È ciò che ci plasma e ci contiene.
    Per questo è più forte di tutto,
    persino delle nostre convinzioni
    o resistenze,
    perché la sua missione
    è aprire i cuori per costruire ponti,
    a qualsiasi costo e con qualsiasi conseguenza.
    Perciò non chiedetevi mai
    quel che resta dell’amore.
    Dell’amore rimane TUTTO,
    anche ciò che appare inutile
    o incomprensibile
    poiché è l’unica cosa al mondo
    che non conosce la parola fine.

    Rosita Matera
    Sezione A
    Accetto il regolamento

    1. Sezione A.
      Accetto il regolamento
      Rosamaria Manca
      Indosso le tue lacrime

      Ho accolto le tue insicurezze indossandole tra gli altri come se fossero abiti preziosi, alleggerendoti da lacrime che come mannequin sfoggiavo sul mio viso. I tuoi mostri generavano dolori che su di me preferivano non apparire; Piuttosto uno squarcio si apriva, dal quale poca aria riuscii a respirare . Tra le acque di un fiume desidero immergermi, abbandonando ciò che mi hai ceduto, spogliandomi della mia pelle per ricongiungermi alla vita.

      1. Domanda a Oubliette: perche la poesia di Rosamaria che è del 15 appare qui?

  5. TRE SASSI IN TASCA

    Quel giorno il vecchio Wang-Fu, dopo aver camminato per ore, sostò aggrappandosi ad una staccionata, lungo un impervio sentiero di campagna. Era un po’ in là con gli anni ed il fiatone, le gracili gambe, gli impedivano di fare lunghi tragitti. Il vecchio aveva fame ma non aveva di che cibarsi e così, fermandosi ad un angolo del sentiero, chiese ai viandanti qualcosa da mettere sotto i denti. Il primo passante non lo degnò nemmeno di uno sguardo e, arricciando il naso, proseguì con noncuranza. Il secondo viandante, notando che il vecchio vestiva sontuosamente, esclamò: “Cammina, vecchio ricco! A chi vuoi darla a bere?”, riprendendo il suo cammino. Il terzo viandante, nonostante avesse notato gli sfarzosi abiti dell’uomo, lo salutò inchinando lievemente il capo. Anche il giovane uomo era stanco per aver camminato a lungo, ma non voleva essere scortese e così, aprendo la consunta bisaccia che portava sempre con se, spezzò il pane rimastogli e ne donò un pezzo al vecchio uomo. Un guizzo di riconoscenza attraversò gli occhi del vecchio sapiente che colpito dal buon cuore del giovane volle fargli dono di tre sassi: uno del colore del mare, uno del colore della terra ed uno del colore del sole. Il giovane, fissando le pietre, abbozzò un sorriso di circostanza, per non scontentare il vecchio Wang e ringraziandolo, li lasciò scivolare in fondo alle tasche; consumato il frugale pasto ebbero sete. Il più giovane si diresse verso una fontana e, dopo aver bevuto in abbondanza, estrasse dalla sacca un antico bicchiere intagliato in legno che riempì di acqua freschissima. Imboccando un vicolo stretto per risalire la strada, si premurò di non far cadere neanche una goccia. Anche Wang deve avere una gran sete! – pensò in cuor suo il giovane vagabondo, ma al suo ritorno, dell’uomo non vi era più traccia; Filippetto lo cercò in lungo e in largo, ma dell’anziano uomo nemmeno l’ombra. Il giorno dopo il giovane si diresse verso un vecchio villaggio, in cerca di un lavoro con cui guadagnarsi da vivere. La sua vita non era mai stata facile, anzi, a dirla tutta, non possedeva nulla, o quasi, ma possedeva una meravigliosa dote, davvero tanto rara, una virtù che gli cambierà la vita… ma proseguiamo con la lettura, per scoprire di quale pregio stiamo parlando. Col tempo, viste le ristrettezze, il giovane aveva appreso l’arte di arrangiarsi, e per poter sbarcare il lunario aveva imparato svariati mestieri, lavorando sodo per guadagnarsi il pane quotidiano; difatti, nel suo paesino di origine era soprannominato “ Filippetto, l’uomo retto”, per la sua esemplare rettitudine, la sua specchiata onestà. Dopo aver camminato tanto giunse dinanzi alla Grande Muraglia ma, a quel punto, esausto dal lungo peregrinare, volle ristorarsi all’ombra ritemprante di una quercia millenaria, sotto la quale mille pensieri affollarono la sua mente sul da farsi nei giorni a venire e, stremato, si addormentò profondamente. Il sonno del giusto avvinse Filippetto, ed una visione onirica si levò fra nubi azzurrine da cui lentamente emergeva l’immagine del vecchio Wang-Fu che gli sorrideva e gli porgeva un sacchetto di seta… in seguito la sagoma si dileguò in una luminosa evanescenza fino a mutarsi in una fiammella d’oro, dissolvendosi. Al risveglio il giovane avvertì un senso di rinnovata fiducia, una nuova energia salì nel suo cuore come marea spumosa e travolgente; alcuni passanti, notando il suo passo sempre più fiacco lo invitarono a prendere posto sul loro carretto, ricco d’ogni ben di Dio, dove finalmente poté nutrirsi e bere a sazietà, godendo dell’ottima compagnia. Ad un certo punto chiese di fermarsi a Trebbotteghe, il villaggio più vicino, per tentare la fortuna. Lì era possibile scorgere solamente abitazioni diroccate ed inabitate e gente scalza ed affamata che domandava cibo… nessuna presenza di vegetazione, né di negozi e tantomeno di bambini. A quello scenario straziante gli si strinse il cuore. Non poteva credere ai suoi occhi e, giunto davanti ad una bottega, chiese al rivenditore il motivo di tanta miseria. Il locandiere, con aria affranta, rispose che su quelle terre non scendeva più pioggia, da sette lunghissimi anni, che la siccità aveva raggiunto picchi epocali e di conseguenza ogni forma di vita andava estinguendosi così come lavoro e prosperità. Filippetto ascoltò con grande attenzione ogni parola ed un moto di profonda tristezza velò il suo cuore, ed un groppo in gola gl’impedì di parlare. Ma un fiotto di coraggio, d’improvviso gli zampillò dal cuore colorandogli il viso e, risalendo lungo il petto, si rivelò a gran voce: “Desidero con tutto me stesso aiutare tutta questa gente, e, fosse in mio potere, farei piovere anche adesso!”; in quel preciso istante cominciò a piovere a dirotto, e lampi, fulmini, acqua a catinelle, argentarono il cielo fino a purificare lo spirito del villaggio. Il paese in breve tempo si trasformò in un luogo lussureggiante, si rivestì di vivida prosperità, di radiosa abbondanza, e presto sorse anche un fulgido porto, per poter esportare in tutto il mondo cereali, spezie, tessuti pregiati, oro e pietre preziose. Tutti attribuirono il merito della rinascita del posto a Filippetto il quale, pronunciata la fatidica frase, inspiegabilmente, riuscì a spezzare l’incantesimo, a far fiorire a nuova vita una terra oramai spenta e riarsa come un deserto! La gente accorreva da ogni dove per constatare da vicino, con i propri occhi, il prodigio di cui tutti parlavano… La fama del giovane Filippetto crebbe al pari del benessere di quel villaggio, che, alla luce degli aventi di cui fu protagonista, fu ribattezzato “Waterland”, terra dell’acqua, sebbene Filippetto continuasse ad essere ignaro dei suoi meriti, non accorgendosi minimamente che appena giunto in quella landa abbandonata e sperduta dalla sua tasca era scivolato giù il sasso color del Mare, uno dei mirabili doni del sapiente Wang-Fu e, cosa ancor più importante, ignorava potesse trattarsi di un sasso magico in cui, racchiuso, risiedeva lo spirito buono dell’Acqua. Passavano gli anni ed il benessere seguitava ad espandersi, senza sosta e ciò che un tempo era ormai considerato un piccolo villaggio in rovina, dimenticato da tutti, divenne una città prospera ed incantevole, meta di turisti e curiosi. Il caso volle che un giorno vi facesse visita il nobile Lord Longfellow, uomo avido e di dubbia moralità, la cui fama sempre precedeva il suo arrivo, dati i ricorrenti tentativi d’impossessarsi di Waterland, di cui, con fare fintamente disinteressato ed appassionato, parlava in termini entusiastici, vantandone bellezza e splendore artistico; ben pochi erano a conoscenza del fatto che l’aristocratico non era altri che un perfido bandito di fama mondiale, che organizzava truffe ed ingegnosi raggiri ai danni di sventurati malcapitati. Lesto, Filippetto, che girovagava per i villaggi e sentiva parlare il popolo, avvisò subito la regina Maya, capo della città, che prontamente si premurò di custodire i preziosi documenti e tutto ciò che potesse ingolosire le mire espansionistiche dell’infido Longfellow che nel frattempo aveva organizzato, per l’occasione, un piano ben congegnato, in collaborazione del folto gruppo di fidati segugi. Fu così che un giorno, a cavallo di un drappo di celeri purosangue, la banda dei Cento infuriò una battaglia all’ultimo sangue e Filippetto sconvolto da tanta malvagità, dal deplorevole inganno, corse incontro al popolo indifeso, e nel pensare ad una sua possibile reazione nei confronti del bandito non si accorse che il sasso color della Terra rotolò giù dalla tasca. Nel giro di pochi istanti una scossa di terremoto aprì uno squarcio sotto i piedi dei cavalli che, animati da forte spavento, fuggirono nitrendo, imbizzarriti, oltre le recinzioni murarie, ed i malviventi, certi dell’esistenza di un incantesimo, lasciarono tutta la roba sottratta poco prima. Tutti gli abitanti della contrada, anche questa volta, si convinsero che la messa in fuga dei malfattori era merito di Filippetto. La regina Maya, per ringraziarlo, organizzò una grande festa in suo onore, ed ognuno volle omaggiarlo personalmente, con doni e preziosi e ben presto la sua fama raggiunse nuove terre, estendendosi a macchia d’olio, e da tutti riconosciuto come “l’uomo dai poteri straordinari.” Tuttavia il giovane non riusciva a comprendere appieno il motivo di tanta riconoscenza, e tutto quel trambusto non faceva che confonderlo. Anche in quell’occasione non si rese conto della forza espressa dal desiderio di correre in aiuto di quella gente indifesa, ed ancor meno s’accorse del tintinnio del sasso color della terra, un altro dei mirabili doni del sapiente Wang-Fu; quella raggiante pietra racchiudeva lo spirito buono della terra e gli spiriti benevoli ascoltavano il suo cuore puro, tramutando in realtà ogni suo pensiero e desiderio di giustizia e lealtà. Se quei sassi fossero capitati in mani grette ed ingenerose sarebbero rimasti tre semplici ciottoli, privi di valore. Trascorse del tempo da quell’episodio e la sua rinomata popolarità giunse sino all’orecchio dell’Imperatore Lao-Chou, che, lesto, inviò un suo messaggero per invitarlo a corte; Filippetto non riusciva a credere alle sue orecchie: l’imperatore Lao-Chou desiderava conoscerlo! Emozionato, il giovane lavò suo volto con acqua di fonte, accomodò i suoi capelli con oli profumati ed indossò il Changshan, l’abito cerimoniale della tradizione cinese, e, per una forza a lui sconosciuta, infilò in tasca l’ultimo sasso. La carrozza imperiale, fatta d’oro e di seta rossa, lo attendeva sull’uscio e Filippetto, con un sorriso fece un gran respiro, stringendo al petto, fra le mani, il sasso color del sole. In quel luogo incantevole il tempo sembrava essersi fermato; Filippetto fu accolto da sette dignitari che dopo lunghi convenevoli immortalarono l’incontro incidendo, sul dorso di una grande tartaruga di giada, pregevoli idiogrammi in oro. Due lunghe file di servitori lo introdussero in un lunghissimo corridoio, incorniciato da rigogliosi salici piangenti, fregi aurei intagliati sulle verdite pareti della Stanza d’Oro, luogo misterioso ed impenetrabile dove soggiornava l’Imperatore. Tremante il giovane, a capo chino si fece avanti, ed il suo passo mite fu accompagnato dal suono del gong, che riecheggiò per tre volte, ammantando di solennità la dimora imperiale. Filippetto, come vuole la tradizione, levò il copricapo e sfilò dai piedi le graziose calzature di seta ed a mani giunte ringraziò l’Imperatore per il cortese invito, e con un filo di voce si chiese come mai si trovasse al suo cospetto… il regnante sorrise soavemente e, scendendo dal trono, lo invitò a prendere parte all’antica cerimonia del tè al gelsomino; il giovane, ancora stupito da tanta bellezza e pace, accettò di buon grado e sedutosi di fronte all’Imperatore sorseggiò il suo tè fumante, immerso in un religioso silenzio. Nell’aria tersa del giardino reale, tra superbi ciliegi e peschi in fiore, i due passeggiarono lungo il Sentiero degli Aceri Rossi, conversando piacevolmente e giunti ai piedi del maestoso Ginkgo Biloba, l’albero sacro al centro del giardino, l’Imperatore confidò al giovane il motivo della visita. Fissandolo negli occhi gli rivelò un problema da cui era tormentato oramai da quindici lunghi anni: purtroppo, a causa di un incantesimo, l’antico Giardino dei Peri non dava più frutti e questo recava al suo cuore una pena infinita; da millenni quegli alberi rappresentavano la loro dinastia e se non dispensavano frutti era segno assai infausto. Ma il Giardino dei Peri serbava un segreto ancor più importante, giacché nella sua misteriosa quiete, all’ombra di riverberi d’ambra, produceva grosse pere d’oro zecchino, da sempre fonte di ricchezza dell’intera Cina. La mancanza di tali frutti avrebbe indubbiamente arrecato al Paese sciagura e carestia, cagionando il totale declino dell’Impero! Il sovrano pregò il giovane di mantenere il segreto il più assoluto segreto sulla faccenda, mentre il sole calava dietro il Monte Tai, aranciando il favoloso palazzo regale ed il volto segnato dalla malinconia dell’Imperatore. Filippetto aveva ascoltato con grande interesse ogni parola, ogni silenzio, ogni inflessione della voce del regnante, perché la sua proverbiale umiltà gli impediva di pronunciarsi sulle vicende altrui prima d’aver ben compreso le cose nel loro complesso, e ponderò a lungo ogni cenno o parola, prima di esprimere la propria opinione e perplesso rimurginava sulla concreta possibilità di risolvere un caso tanto ingarbugliato, da cui dipendevano le sorti di una intera nazione. Il sovrano, con fare accorato, domandò al suo ospite di sciogliere il sortilegio, promettendogli in cambio, nel caso vi fosse riuscito, il dono più prezioso a cui teneva più della sua esistenza: la mano di Kiangsu, la sua unica e bellissima figliola. Il giovane fu colto da profonda incertezza e guardando la vastità del cielo, sedette, a gambe incrociate, sotto le tenaci fronde di un melograno, per riflettere in silenzio. Pensava che in fondo i prodigi compiuti in precedenza non erano accaduti per suo merito – seppure tutti credessero il contrario – “succedono e basta” mugugnava tra sé e sé, convinto di non possedere alcun potere straordinario, e fu così che decise di confessare all’Imperatore tutta la verità; questi, nell’apprendere la notizia si rabbuiò e, sul punto di congedare il giovane, da un grande paravento saltò fuori il vecchio mendicante Wang-Fu, che palesandosi a Filippetto esclamò:

    “Animo nobile!
    La tua buona volontà
    ogni cosa risolverà!
    Perciò prendi
    dalla tasca il sasso giallo
    e l’Imperatore canterà come un gallo!
    Se il sasso giallo nella terra farai cadere
    d’un colpo rinasceranno tutte le sue pere! ”

    Finalmente Filippetto capì il significato di tutta l’energia benefica che stava attraversando la sua vita da un po’ di tempo a quella parte, ed afferrato l’ultimo sasso rimastogli in tasca lo lasciò rotolare in terra, permettendo così, ai rami ingrigiti e spenti del meraviglioso Giardino dei Peri, di germogliare in pochi istanti! Una fioritura così non s’era mai vista prima: le più grandi e lucenti pere spuntarono proprio quel giorno, sotto gli sguardi sbalorditi di tutti gli astanti. Filippetto, ancora frastornato dall’accaduto, esultò di gioia, e l’Imperatore, estasiato e sbigottito da tanta magnificenza, chiese ai musicanti d’intonare l’Inno di Trionfo. Il giovane si guardava attorno, e prese a rovistare fra siepi e roseti, cercando per tutto il giardino il vecchio Wang-Fu, al fine di poterlo ringraziare, ma dell’anziano saggio non vi era più alcun indizio, allorché Filippetto intese che il vecchio cinese non era altri che l’Antico Spirito della Prosperità; ricordò allora la leggenda che da bambino sua madre spesso gli narrava… la misteriosa storia d’un anziano sapiente, che vaga, da svariati lustri, per il mondo, un uomo illuminato che, pur essendo ricco, si comporta da mendicante perché è assai generoso e finge di chiedere la carità per donare tre sassi particolari “a colui che ha nel cuore più luce di un ruscello, più purezza di un fiore di loto presso il fiume”, pietre con cui riempire i Tre Ombelichi della Terra, i quali, una volta colmati da un uomo buono e leale, estingueranno ogni miseria e ingiustizia dalla feconda Terra, elargendo verdi distese, prosperità, purezza ed immensa felicità.

    Rosita Matera
    Sezione B
    Accetto il regolamento

    1. Buon weekend!
      Ho letto la tua fiaba e mi chiedo perché in mezzo alla Cina ci sia un Filippetto… E ‘il nome di tuo figlio?

      1. Ti ringrazio per aver letto il mio racconto con interesse: gli scritti prolissi vengono raramente letti con periziosa attenzione fino all’ ultima riga, per poterne cogliere il senso in maniera obiettiva. Comunque il protagonista è un giramondo, quindi è
        da considerarsi un “cittadino del mondo” , perno di rilievo al crocevia tra svariate culture. Il nome “Filippetto” vuole essere un omaggio a Filippo Brunelleschi, geniale artista che rende gloriosa l’ Italia nel mondo.

  6. LA MENTE, IL VOLTO CHE NON MUTA

    Cara me,
    ti ricordi quando passavi davanti alla specchiera del trumeau a casa di nonna, e guardavi compiaciuta il tuo visino triangolare e la cascata di riccioli castani?
    E quando monitoravi il numeretto sulla bilancia, appena soddisfatta della tua taglia 42, aspiravi a un ventre levigato e ti avviluppavi, come tutti gli esordienti della vita, nell’illusione dell’eterna giovinezza?
    Quel volto dalle gote scarne e dal mento a punta era il tuo biglietto da visita: mica è poco un’estetica avvenente.
    Quel verso che la professoressa di Lettere al Liceo declamava spesso, la bestemmia di Leopardi quando malediceva la propria malasorte: “Virtù non riluce in disadorno ammanto” è una perla di realismo, oltreché di saggezza.
    C’è da dire che tu non hai mai fatto della bellezza il tuo viatico esclusivo: un simile azzardo avrebbe tradito le tue onorevoli aspirazioni a essere qualcosa di più che non un’immagine da intrappolare in una fotografia.
    Perché le foto sono l’indizio del passato che sì, ti compiace nel ricordo, ma al contempo hanno l’improntitudine di chi ti spiattella in faccia ciò che non sei più.
    Così utilizzasti i tuoi occhi noisette per fagocitare pagine e pagine: divorasti la libreria avita come una bulimica, dalla mitologia greca alla Sacra Bibbia, dai testi di Scienze naturali alle sortite entro l’Enciclopedia Rizzoli Larousse.
    Avevi qualcosa che, se ti curi di alimentare, seguita ad ardere come una fiaccola olimpica fino all’ultima folata di fiato: la curiosità.
    E così costruisti passo a passo la tua cultura, tassello dopo tassello, facendo volteggiare i pensieri nei pomeriggi accoglienti sulla scrivania di noce a ribalta, con un iris blu solingo in un vasetto di vetro a origliare lo scorrere del tuo tempo giovanile.
    Poi venne l’amore: «Sei troppo bella per me!» ma anche: «Mi sono innamorato del tuo cervello».
    Il cervello è ciò che ti è amico, nei labirinti di percorsi esperiti nella smania di sfamare la tua comprensione della realtà.
    Vennero giorni duri: le tue molecole presero ad attaccare sé stesse, in una brama spietata di autodistruzione: il tuo viso sgualcito si dilatò di cortisonici, assumendo le sembianze da “luna piena”, come si designa in gergo medico la deformazione degli sventurati come te.
    Venuzze rosse di vasculite ti imporporarono l’avorio facciale; gettasti i tacchi nel sacco nero, inservibili per i tuoi piedi edematosi.
    Stille e stille di materia liquefatta si assieparono tra gli interstizi delle tue cellule, squarciandoti la pelle e ancorandoti al suolo con più gravità.
    Un palloncino di burro, un’anfora emersa dalle mani di un vasaio dilettante: ecco cosa ti restituisce adesso lo specchio.
    Il vecchio trumeau l’avete lasciato agli acquirenti dell’appartamento dei nonni al terzo piano, mattoncini aranciati, cooperativa Gescal.
    Ché tutto passa: la sussistenza terrena, le immagini riflesse, i suoni delle parole trasportati dall’etere.
    Le case conoscono vicende nuove, colonizzate da altre esistenze.
    Eppure… ciò che hai cesellato nel prato dei neuroni fino a farne una figura funzionale continua a muoversi.
    La materia grigia ti è stata risparmiata, e tu la fai correre al galoppo spronandola con le redini per le vie dei frangenti vitali.
    La attivi perché vuoi possederla, questa vita incomprensibile: pratichi l’atletica leggera di chi ricomincia da capo e da capo ancora.
    E quando visualizzi le pagine partorite dai tuoi pensieri trabocchi di una goduria lussuriosa, ma duratura e tua, diversa dalla fugace sensazione del piacere corporeo di un amplesso.
    Se ti sporgi all’uscio del futuro a investigare indiscreta gli anni a venire, la vedi proprio là, una figura brizzolata e occhialuta, che macina parole come chicchi di caffè, girando la manovella che muove le sinapsi.
    Coi tuoi sbagli, fallimenti, ricadute e riplanate hai plasmato ciò che sei: una vita non è solo un flusso di materia in degenerazione, al ché saremmo compari ai manufatti che escono dall’estro umano.
    Troppo crudele sarebbe la Natura se non ci consolasse con una qualche forma di immortalità.
    Una vecchia maestra in pensione ti rivelò un segreto: «Quando osservo un bambino, ho già un’idea dell’uomo che sarà».
    Così hai compreso: la mente è il volto che non muta.

    – sez. B, accetto il regolamento

  7. FINE DELL’ESTATE
    Ci lascia ormai l’estate
    con un forte rimpianto
    di doverne apettare un’altra,
    che venga dopo un anno
    di amare delusioni.
    Ci lascia con il sentimento
    di aver vissuto in modo intenso
    le esperienze della vita illuminata
    dai raggi del sole abbagliata.
    Ci lascia con il desiderio
    di ritornare indietro,
    per ricordare nel cuore
    il vero senso dell’amore.
    Ci lascia con il segno di rimanere
    nella mente attaccati,
    in un estasi di passione,
    che non ci farà mai allontanati.
    Ci lascia solo nell’apparenza,
    mentre vive nella nostra coscienza
    la gioia di ritrovarci
    nelle stesse condizioni,
    che ci hanno condotto alle vere emozioni.
    Ci lascia una profonda iniezione
    nell’anima in evoluzione,
    che spinge a farci crescere,
    per darci fresca effusione
    della scrittura in versificazione.
    Ci lascia dentro di noi
    una voce di forte tono,
    che ci suona ogni mattina
    la sveglia della giornata,
    che deve essere iniziata.
    Ci lascia nell’attesa,
    che venga la ripresa
    delle lunghe passeggiate
    per le strade assolate.
    La fine ormai è arrivata
    e la poesia è così terminata,
    ma sempre si aspetta
    come l’estate una prossima rima,
    per cogliere le parole della stima.

    Patrizia Pierandrei
    sezione A
    accetto il regolamento

  8. Amando rimando

    Ogni poeta è stato cantore:
    con le proprie liriche dell’amore,
    del singulto; il vagire delle foglie
    colorate in autunno; delle doglie.

    Dell’afflitto trascorrere del tempo,
    della plumbea pioggia e del maltempo.
    Hanno dipinto fiore a primavera,
    e rimato in poema la chimera.

    Ogni poeta è stato cantore:
    della quiete e del petto il dolore.
    Nelle rughe di sonetti e di versi,
    la beltà dell’età nei capoversi.

    Non ha dimenticato di parlare
    dell’oblio, dell’eterno trapassare.
    Della fine ineluttabile; amando
    della vita la bellezza: rimando.

    – sez. A, accetto il regolamento

  9. alla fine sarai li
    nel verso che non dura
    più nuda del peccato
    la parola addio
    non esiste un sospiro
    travestito per chiamarlo
    amore
    *
    Matteo Piergigli
    sezione A
    accetto il regolamento

    1. Buona giornata Matteo! La tua poesia è senza punteggiatura: per lasciare libertà al lettore? (io ho trovato due chiavi di lettura: ALLA FINE SARAI LI NEL VERSO CHE NON DURA/PIÙ NUDA DEL PECCATO/LA PAROLA ADDIO NON ESISTE/UN SOSPIRO TRAVESTITO PER CHIAMARLA AMORE. Oppure: ALLA FINE SARAI LÌ NEL VERSO CHE NON DURA/PIÙ NUDA DEL PECCATO LA PAROLA ADDIO /NON ESISTE UN SOSPIRO…
      Oppure sbaglio e la chiave di lettura è diversa.

  10. 10 Agosto, Viareggio

    Ti ho voluto scrivere oggi, nella notte di San Lorenzo, perché è
    la notte delle stelle cadenti.
    Come vuole l’antica tradizione, se vedi una stella che cade devi
    esprimere un desiderio; la vita dell’uomo, si credeva legata alle stelle,
    quindi se ne vedi una cadere, la tua vita non sarà più legata ad essa e
    con il desiderio potrai sperare di avere un diverso destino e
    realizzare un sogno.
    Esci sul balcone. Vai sulla battima tiepida. Cerca un angolo buio
    della città; rivolgi lo sguardo al firmamento e non importa
    quanto tempo ci vorrà…Tu aspetta di vedere una stella cadere.
    Ricordo quando ero piccolo andavo nei campi di mio nonno,
    fra i fagiolini e le lucciole restavo incantato a guardare la volta celeste.
    Ne ho viste tante di stelle cadere. Sciami delle Perseidi che scintillavano
    per poi sparire nell’infinito del cosmo.
    Ho espresso tanti desideri, ma se ti dovessi dire che si sono avverarti
    ti rispondo con un sonoro: no!
    Perché dobbiamo continuare ad illuderci che il nostro Destino
    possa cambiare? Esso è questo. È già stato disegnato da un’intelligenza superiore.
    Disprezzo questa mia vita, non la vita stessa che è meravigliosa!
    La vita che conduco. La vita da recluso.
    Mi diletto in scrittura che mi libera da ogni paura, liberando l’anima.
    Ma io vorrei vedere la notte con le sue stelle!
    E sentire lo sciabordare del mare mentre una stella si spegne!
    Vedere la luna da nubi offuscate
    ed immergere i piedi nella sabbia raffreddata.
    Cadono le stelle ogni X d’Agosto. I poeti scrivono le loro liriche.
    I pittori dipingono le loro tele e i sognatori continuano a sognare.
    Io ho smesso di sognare, perché nel petto faceva ancora più
    male. Vorrei affacciarmi alla finestra con fioca luce e guardare
    fuori…ma non ho il coraggio di sognare. Di desiderare.
    Lascio le giovane fanciulle e gli innamorati
    con il naso rivolto alla notte ad esprimere
    un desiderio; lascio a loro l’illusione di sognare.
    Ma a volte è bello anche solo sognare per no spegnere
    la speranza nel cuore come stelle cadenti.
    La notte di San Lorenzo è cominciata
    da poco…si vedono ancora poche stelle. Ma cadranno!
    Cadranno come tutti i sogni che ho fatto
    da bambino per non tornare mai più!
    Ti auguro un buon X Agosto, fra milioni di desideri cadenti!
    Desideri di poter cambiare il tuo Destino.

    Un abbraccio.

    – sez. B, accetto il regolamento
    AR

  11. FIORI SULLA TERRA
    DIO, dopo aver creato l’uomo preso da tanti impegni
    disse starò più attento farò senz’altro meglio.
    Esultò, CHE MERAVIGLIA! Davanti a Lui c’era una donna,
    non fu certo per caso senza volerlo aveva creato il mondo.
    Un fiore delicato da cogliere con la mano del cuore,
    un fiore che profuma l’aria e tutto quello che c’è intorno,
    un regalo a chi saprà cogliere il piacere della vita
    quando avrà davanti un essere speciale
    con le sue grazie e gli occhi di fata,
    conquista l’uomo in un solo momento,
    si chiamano tutte Amore, un suono celestiale
    sussurrato con lo sguardo su nel cielo,
    donna, senza di Lei il cielo era in tempesta,
    con Lei si è colorato d’azzurro con sfumature rosa
    come quando il sole si abbassa all’orizzonte,
    donna, sempre prima mai seconda,
    prende in mano lo scettro e comanda
    senza gesti eclatanti, senza lotta
    disarma anche un leone fuori dalla gabbia.
    Gli occhi, due fari abbaglianti, il seno,
    due gambe e tanto altro, movenze
    che incantano gli uomini quando La guarda.
    Dio si gode lo spettacolo nel grande teatro a cielo aperto,
    senza la donna non sarebbe mai iniziato,
    l’uomo per quel poco che fa ha troppo meritato,
    largo alle donne, basta amarle che danno la vita,
    danno una gioia infinita, fanno gridare:
    DIO, come è bella la vita!, gli uomini esultano
    felici come bambini, come quando buttano il petardo
    e aspettano con ansia il botto.

    – sez. a, accetto il regolamento

    1. Pardon… ma nelle parole “prende in mano lo scettro e comanda…” c’è un doppio senso?

  12. UN ANGELO TRUCCATO DA CANE
    Sulle alture delle Alpi meta di cacciatori con le doppiette lucidate a festa la domenica mattina all’alba comitive vanno a caccia di prede , animali indifesi, lo chiamano sport per poi tornare a casa orgogliosi del bottino abbondante come se facessero di ritorno da una battaglia che li vede vincitori accolti con disgusto e anche tanta pena per la strage di poveri animali per il solo gusto di uccidere, mostrano le prede come fossero un trofeo conquistato con merito contro chi non si è potuto difendere, anziché dedicare il loro tempo ai tanti problemi di gente in difficoltà e ce ne erano tante tra cui in evidenza Anna una ragazza madre scacciata per vergogna da casa dai genitori costretta a cercare un lavoro, la sua bambina l’aveva affidata ad una coppia di mezza età senza speranza di maternità con l’accordo di poterla vedere ogni volta che ne aveva voglia, un affidamento concordato a tempo in attesa di una soluzione definitiva al momento lontana, Anna aveva avuto diverse proposte di matrimonio da gente poco affidabile lei le aveva rifiutate tutte, di errori ne aveva già fatti troppi era certa che cercavano altro, come il ragazzo che diceva di amarla follemente e invece si era solo servita e abbandonata, l’aveva già fatto con altre ragazze, alla nascita della bambina era sparito senza neanche volerla vedere come se la figlia l’avesse messa al mondo lei da sola, la sua giovane età e l’inesperienza la stava pagando, ma non si era mai abbattuta aveva una bambina doveva trovarsi un lavoro e crescerla con tutto l’amore che non poteva purtroppo darle, saperla nelle mani di gente per bene la faceva stare tranquilla. Si mise in giro in cerca di lavoro bussando a tante porte fino a che in un ristorante in centro città fu assunta come collaboratrice in cucina, sul padre della bambina non poteva contare, si era trasferito in Germania era scappato lontano perché rischiava la vita, era cercato dai parenti di un’ altra ragazza che fortunatamente era riuscita ad allontanarlo in tempo. Anna era una bella ragazza, avesse potuto vestirsi per bene e truccarsi avrebbe ancora potuto cambiare vita , nel ristorante spesso nei momenti di punta serviva a tavola, il titolare aveva preteso che si presentasse in modo decente , lei faceva quello che poteva non è che avesse molto a disposizione, comunque quel poco che indossava era sufficiente per attirare l’attenzione dei clienti, alcuni uomini soli a tavola andavano oltre lo sguardo facendole complimenti fuori luogo , ma lei non ci dava peso era delusa dagli uomini in generale, sapeva cosa cercavano con quelle belle parole, ringraziava e si allontanava freddamente . Il lavoro senza mai un giorno di sosta l’aveva un po’ stancata il mese di agosto sentiva il bisogno di riposare, infatti i tre giorni di ferragosto chiese di assentarsi dal lavoro, pensava alla bambina al momento che l’avrebbe ripresa con se, aveva un lavoro e la possibilità di prendersene cura, quei pochi giorni voleva respirare aria pura, sentirsi libera, ritemprarsi per poi decidere della sua vita, prese quello che serviva e si avviò verso la montagna aveva una coperta un cuscino e un panino per stare fino all’imbrunire a riposo, salì facilmente e in fretta fino a vedere il cielo sulla testa, si abbandonò godendosi il fresco sotto un albero, stava tanto bene che prese un sonno profondo, quando si svegliò il cielo era cambiato si era fatto minaccioso fece appena in tempo a raccogliere gli indumenti che venne giù una quantità di acqua che non dava scampo, il classico temporale d’agosto, breve ma abbondante , incurante si avviò sulla via del ritorno, era tutta bagnata, scivolò su un pendio anche per stanchezza e si ritrovò in una scarpata, tentò di rialzarsi ma non ce la fece , aveva bisogno di aiuto, cominciò a gridare nessuno poteva ascoltarla, cominciò a piangere se nessuno l’avesse vista poteva anche morire, era disperata non tanto per lei ma perché non avrebbe più rivisto la bambina, cosa ne sarebbe stato di lei, lasciarla senza neanche darle un bacio, passarono circa due ore, distrutta si rannicchiò sperando che qualcuno la vedesse, era il giorno di ferragosto da quelle parti non passava quasi nessuno, piangeva, la sua vita non poteva finire in quel modo, pensò di essere nata sfortunata poco e niente era andato bene nella sua vita, riprese a urlare con le poche forze che le erano rimaste, alzò gli occhi al cielo in preghiera invocando un Angelo in aiuto e un aiuto arrivò, un grosso cane da caccia sentì il suo lamento, abbandonò il padrone e scappò , Giulio un ragazzo sportivo per caso si era arrampicato sulla montagna lo faceva quando poteva con un scopo encomiabile, difendere gli animali , lui sparava per metterli in fuga dai cacciatori appostati, lo richiamò gli ordinò di tornare indietro ma lui continuava la sua corsa, Anna lo vide arrivare e pensò che era proprio arrivata la sua fine, si coprì gli occhi con le mani non voleva vedere quando il cane l’azzannava, bobby appena le fu vicino cominciò a leccarle le mani, a scodinzolare la coda a farle festa, Anna scoprì gli occhi non poteva credere, nessuno l’aveva mai trattata così bene, cominciò ad accarezzarlo ma subito lui si allontanò verso Giulio gli corse incontro e saltando gli fece cadere il fucile dalle mani, Giulio arrabbiatissimo lo sgridò e riprese il fucile da terra , ma lui risaltando lo fece cadere un’altra volta e abbaiando si allontanava verso la ragazza, non riusciva a capire non si era mai comportato in quel modo era la prima volta che lo faceva, lo seguì e vide a terra la ragazza, Anna ringraziò il cielo era salva, per la prima volta poteva ringraziare la fortuna, Giulio allertò gli aiuti , subito arrivò un autoambulanza che si fermò nelle vicinanze non potendo arrivare fin sopra , due infermieri con una lettiga la recuperarono , mentre stavano chiudendo il portellone bobby saltò e si sedette con le gambe sollevate sul lettino e la testa vicino alla ragazza, gli infermieri incuriositi fecero finta di non vedere, arrivati all’ospedale il cane fu il primo a scendere si fermò davanti all’ingresso, fu subito scacciato dal guardiano , lui si accucciò in un angolo e rimase silenzioso finchè Giulio che li aveva seguiti scese dalla macchina con carezze e cioccolatini riuscì a farlo salire in macchina , rimase in silenzio per tutta la strada del ritorno a casa, sembrava tranquillo lo vide accucciato in giardino ed entrò in casa ma la mattina all’alba scappò dalla sua cuccia e si fermò davanti alla porta dell’ospedale abbaiando, Giulio accortosi che non c’era andò incontro sapeva dove cercarlo , infatti lo trovò agitato, non si accorse neanche della sua presenza, Giulio raccontò tutto al medico di guardia che non voleva credere ma incuriosito da quella storia impossibile dette ordine di farlo entrare, lui appena entrato seguendo il suo fiuto attraversò tutto il corridoio entrando precisamente nella stanza della ragazza che era sdraiata sul letto, si avvicinò facendole tante fuse , per paga ebbe subito da lei i pochi biscotti della colazione che non aveva ancora consumato , rimase con lei ancora un poco poi dopo essersi assicurato che tutto era tornato normale stava bene e sorridente guardò negli occhi Giulio e mestamente si avviò verso l’uscita, il suo compito era finito, mentre andava Anna ripeteva commossa, non è un cane, è un Angelo truccato da cane. Ma il compito del cane non era ancora finito, a casa non stava più tranquillo all’alba era nervoso girava nervosamente abbaiava in continuazione fino a che Giulio ancora assonnato gli portò da bere e qualcosa da mangiare ma lui non toccò nulla andava vicino alla macchina e abbaiava Giulio capì e un pò controvoglia aprì lo sportello, lui si accomodo certo di essersi spiegato, infatti Giulio si diresse verso l’ospedale e strada facendo parlava al cane come fosse una persona, dicendo, non sono certo che ti faranno entrare dopo di che ritorniamo a casa e non ti accompagnerò mai più dovessi abbaiare per tutta la notte, Bobby sembrava di aver capito e cominciò a strisciare la faccia sul braccio di Giulio completamente calmo, appena arrivati davanti all’ospedale fu un attimo era già entrato senza che nessuno se ne accorgesse, in silenzio si andò ad adagiare vicino a Catia che nel vederlo si commosse, mai nessun essere umano aveva fatto tanto per Lei, prese tutti i biscotti che aveva e ce li mise davanti, bobby dopo aver finito di mangiare la guardò intensamente e dopo un po’ riprese la strada del ritorno senza abbaiare per rispetto al posto in cui si trovava, uscì fuori e trovò lo sportello dell’auto già aperto, si accucciò e stette in silenzio fino a casa, da quel giorno non fece più richiesta, il discorso di Giulio era stato fin troppo chiaro, quando è troppo è troppo e lui era andato ben oltre la pazienza del suo padrone e gli ordini non si discutono.

    – sez. B, accetto il regolamento

  13. Accetto il regolamento, sez. A
    La casa
    Il paese per me ha tane e scrittoi e mani
    Non ce ne siamo andati mai via
    dalla cucina spalancata sulla via
    Col tavolo al centro della stanza
    Il piede zoppo
    L’incerata chiassosa
    Con la paletta appesa alla parete
    per scacciare le mosche
    Col fiore di plastica immortale
    Non ce ne siamo mai andati via
    dall’innocenza della casa paterna

  14. NOTTE
    Sei l’angelo delle stelle
    Lilah attendiamo il tuo soffio candido
    che le spenga ad una ad una
    come candeline.
    Nel breve tratto della tua bocca
    una cesura nasconde la parola più sublime,
    come una tenda bianca nasconde
    la notte.
    Nessun’allodola canterà sulle tue mani
    che sospirano l’imbrunire.
    Apriamo i nostri cuori,
    somigliano a cassetti per vecchie riviste
    dove bambini innamorati rovistano silenziosi:
    cercano nel buio.
    T’aspetterò di nuovo tra le cose dimenticate,
    rinuncerò alla luce che spezza l’incanto
    sotto questo cielo nero.
    Per i tuoi occhi imbastirò le sterminate
    [lontananze
    con fiori di belladonna.
    Li vedrò sbocciare uno alla volta e coglierò
    con la mano sinistra quello che ti somiglia,
    lo passerò sulle mie labbra ignaro del veleno
    e della morte imperiosa.
    Perderò ogni cosa, Lilah, nel tempo dell’ultima
    [voce.
    Resterà di te solo il segreto.

    sez. a, accetto il regolamento

  15. Sez. A
    Accetto il Regolamento
    “Come fiori sul ciglio della strada”
    Titolo
    “Libellula”
    Andavo storto
    come un albero mal nato.
    La furia del vento,
    scuoteva: nervi e tendini.
    Non riuscivo a parlare
    nel tramonto intessuto di lusinghe.
    Ti vidi
    quasi sul procinto
    di spirare,
    con quel vestito viola
    e pendagli d’oro alle caviglie.
    Vendevi amore
    nel labirinto della vita,
    senza che nessuno
    aprezzasse il Tuo sacrificio.
    Ti pagai
    con sguardi di luce,
    in un abbraccio senza
    scontrino.
    Morimmo insieme,
    Tu libellula del mio peccato!

  16. Dal cardiologo

    Tornavamo da una visita cardiologica a nostra madre. In macchina c’eravamo io, mio fratello alla guida e lei, mamma, che stava col capo reclinato sul sedile anteriore. Piangeva a dirotto, faceva un pianto lamentoso e diceva:
    ” Che vi ha detto lo professore? Già lo so! V’ha ditto che devo morì! Ohi figli belli! Non vi voglio lasciare! Voglio sta un altro poco con vui!” Io e mio fratello cominciammo a ridere a crepapelle!! Ma neppure le nostre risate la rassicuravano!! Per tutto il viaggio sembrava una corista del pianto greco! Arrivati a casa, detto fatto, prese la spianatoia e si mise ad impastare. A un certo punto disse: “Sapete che ci sta di nuovo? Adesso… o muoio .. o campo, faccio due maccheroni de pasta fresca e doppo come vuole Dio che sia!!”
    Accetto il regolamento sezione B

    1. Che toste, le nostre nonne! E dimmi ti prego che quel “doppo” non è un errore di stampa!

  17. Ines Zanotti
    3 settembre 2022
    Accetto il Regolamento – Sezione A – Poesia

    “DONNA, sei dono”
    Linfa,
    dal tronco dell’universo
    ispiri grazia:
    tu sprigioni leggiadria.
    Aspiri a sogni fantasy
    e tutelata corporeità,
    con enfasi.
    Vibrate emozioni
    crei d’incanto
    rifiorendo d’ugola
    il canto.
    Strabordi di te stessa
    e il bene in altrui
    si riversa.
    L’empatia d’amore
    vuol che tu sia,
    d’abito e cuore
    fluida poesia.
    DONNA…
    regalia di vita!

  18. Tempo e distanza
    svaniscono
    tra i nostri “ti amo”.
    E non importa quanto
    dovrò aspettare
    per stringere ancora
    le tue mani.
    Il tuo sorriso e i tuoi baci
    sono sempre con me.
    Il cuore non dimentica.
    © Daniela Giorgini – Sezione A – Accetto il regolamento

  19. Occhi di pesce
     
    La visita dell’uccello dall’altra parte della finestra dietro il vetro è stata una svolta.
    L’uccello lì sotto la pioggia accanto all’albero statico, una scena senza angoli e vetri, non sarebbe più lo stesso ma non apriva nemmeno le finestre.
    Guardò il mare che proprio quel giorno era vicino all’albero in piedi. L’acqua del mare rompe la roccia dura insieme alla risacca.
    Si rese conto che aveva paura di annegare nell’aria come i pesci nella rete.
    Il pesce apparentemente in preda al panico si contorceva sempre meno, e l’attrito tra il pesce e la rete che tirava via una ad una le squame argentate che un tempo erano la pelle sommersa.
    Non riusciva a respirare o a fissare gli occhi sugli occhi dei pesci che perdono le squame.
    Pensava che la sabbia potesse essere fatta di squame essiccate e salate al sole.
    Si guardò i piedi e per la prima volta dopo aver guardato il mare e preso fiato, rendendosi conto che sì, il suo incubo di annegamento aveva perfettamente senso.
    Sognò la stessa cosa per anni: lui sul pavimento accanto al letto, annegando nell’aria e morendo di sete, dimenandosi sempre meno con gli occhi di pesce che perdevano le squame.
    Ricordava l’uccello, e pensare agli uccelli sembrava meglio che pensare ai pesci.
    Guardò di nuovo attraverso il vetro, non c’era più mare né l’uccello respirava per assicurarsi che non annegasse.
    Aprì le finestre e si sdraiò accanto al letto, fece lo stesso sogno del pesce con la disperazione degli uccelli.
    Quando aprì gli occhi pensò che il non rumore del pomeriggio che non sarebbe potuto nascere da nessun’altra parte fosse sconveniente.
    Si alzò e si guardò negli occhi allo specchio, erano gli occhi di pesce di un uomo senza squame ma con un punto d’argento all’angolo dell’occhio sinistro.
    Decise che d’ora in poi avrebbe dormito a letto per cambiare il suo sogno.
    Fece un altro respiro prima di stendere il suo corpo sul letto per assicurarsi che non stesse annegando.

    © Franco Carta
    25 agosto 2022

    Sezione B (Accetto il regolamento)

  20. DA “ZERO” A “UNA”
    (Storia raccontata da “Una”, nipote di “Zero”)

    1 Ed è cambiato tutto in cento anni.
    Tra me e Nannà-Peppina c’è un abisso
    Tendeva, lei, l’orecchio alla campana
    per dire che s’è fatto mezzogiorno;
    al vespro si segnava con la croce,
    e sempre con la croce e le galline
    spegneva il lume e se n’andava a letto.
    Servizio ed ornamento di un padrone;
    zitella di servizio in sacrestia).
    Accarezzata come una coniglia,
    meno preziosa certo di una vacca…
    Come Zero…! Ma… senza, il Signor Uno
    non si fa dieci, cento e manco mille.
    Tra il ’15 e il ’18 un vento fosco:
    i maschi in guerra, a fottersi tra loro;
    le braccia delle Zero a fare armi,
    in cambio delle briciole del piombo.
    Finito tutto, vedove del Regno,
    o mogli abbandonate dai migranti,
    lasciate però al posto di operaie;
    qualcosa più di Zero, certamente…
    Ma Una ancora no! Un’altra guerra?
    Vent’anni dopo anche altre donne
    han conquistato il loro zero +…
    ad impastare ancora bombe e fame,
    E poi succede il bello: “Basta guerre!”
    che l’ultima ha rischiato di azzerare
    tutti gli Uno del pallottoliere.
    In cambio delle fedi date al Duce;
    braccia nei campi, in fabbrica e in cucina,
    si muove a compassione il “Principale”;
    un altro + alle Zero, non fa male…
    e venga il suffragio universale!
    E crescono le Zero + e +;
    oltre vent’anni senza un solo un botto…
    Però, tra calze a rete e consumismo;
    la guerra-fredda, il muro, il papa-buono,
    un woodstock rifatto al bar di sotto…
    ci vuole poco a fare un ’68…
    Alzarsi e andare a letto senza croci
    “Pensare” e “poter” dire:…….“Caro Dio,
    e tu i +… ma quando ce li dai?
    Il corpo me lo hai dato e quindi è mio!
    Non è che sei un Uno pure tu?
    Chè, mo’ che vado a scuola, l’ho imparato.
    Quei libri leggo ch’erano proibiti
    da gente che parlava a nome tuo…
    ed imponeva l’Unico Pensiero,
    e tutti gli altri… figli del dimonio!
    Sensi di colpa e inferni da scontare…
    I roghi son spariti dalle piazze,
    ma c’è rimasta, al fondo d’ogni via,
    la puzza della clero-ipocrisia.
    E satana, mi sa ch’è più contento
    se vede l’”unto” in mezzo al Parlamento.
    Ma tu… Ma chi t’ha messo lì… o dio?
    Gli stessi che s’arrogano il diritto
    di uccidere i soldati e fare i santi,
    di dare i – e i + alle persone?
    Se sei un Uno tu, lo sono anch’io!
    “Uno” riflesso, e manco tanto onesto…
    la storia della mela ti c’inchioda,
    sapevi già il finale, bello mio;
    se non sei sciocco, non sei manco dio!
    Sembravi Barba-blu con le sue mogli:
    sapevi che le donne son curiose…
    curiose di Sapere e Verità…
    Tu esisti solo se noi ci crediamo…
    Dipendi tu da noi… e sei impotente!
    A furia di + +, siamo cresciute…
    Ho messo Biancaneve giù in cantina,
    e sono io che scelgo il mio compagno,
    perché ne ho desiderio e non bisogno;
    e se finisce non è una vergogna,
    sto con me stessa, in buona compagnia…
    Sappiamo lavorare e avere orgasmi,
    viaggiare un treno senza le rotaie,
    decidere finanche se aver figli.
    Figli voluti, non figli-conigli;
    soldati da morire in reggimento;
    coglioni spaventati in sacrestia…!
    Figli che danno, a chi li ha procreati,
    l’unica, sola, eternità dell’Io.
    E anche senza scasso di campane,
    pieni di un sacro che non ti appartiene,
    uomini e donne abbiamo una preghiera:

    E se di figli non ne ho partoriti,
    mi sento madre delle mie mammelle,
    del mio essere Luna tra le stelle.
    Caro signore, detto Uno-in-cielo;
    caro signore, detto Uno-in-terra…
    a furia di tenerci segregate,
    a furia di sfruttarci e fare guerra,
    costrette ad esser mogli-madri o sante;
    scambiandovi un potere menzognero,
    c’avete rotto il caxxo a tutte quante!”
    Firmato: “La Nipote di una Zero”.

    Angelo Napolitano
    Sezione A
    Accetto il Regolamento

    1. Risposta in versi:
      La più grande tragedia
      È confondere il desiderio con la voglia:
      Ti fermi dell’infinito sulla soglia

    2. Perdonami, ma un punto del tuo racconto mi ha fatto pensare a questa battuta (senza offesa, solo per ridere un po’)
      “Piacere, sono la madre delle mie mammelle”
      “Piacere mio, padre del c***o”

    3. Scusa Angelo, ho riletto con più attenzione il tuo racconto e mi sono accorto che il comnento in versi (quello sulla differenza tra voglia e desiderio) c’entra poco con quello che hai scritto. Per favore cancellalo metaforicamente!

  21. V’era un sol dito che sposta una ciocca
    V’era anche il sol d’arancio al tramonto che batteva sui nostri lenti movimenti
    V’eran quei momenti in cui tutto tace e si ferma
    anche l’amore

    Di Rocco Michele
    Sezione A
    Accetto il regolamento

      1. La ringrazio comunque per aver preso in considerazione il mio scritto.

  22. Grazie davvero! Costruita con sapienza: leggendola si ha davvero la sensazione che il tempo si fermi. Molto bella la apparente ripetizione dei due “sol” iniziali.

    1. E’la prima volta che “pubblico” un mio scritto e quindi il suo commento lo terro’ dentro di me con affetto e stima,anche se non ci conosciamo.

  23. LA QUIETE
    (Angelo Bonanno)

    Quanto ho amato codesto scoglio,
    dacché insieme guardavamo il mare
    ostinato infrangersi su queste
    sabbie già madide di rugiada,
    parevan granuli dei miei pensieri.

    Ma se torno, esso è consumato
    ormai come sogni e lontane paure,
    prova sia che posso battezzarmi
    in quest’acque salate,
    e il cuore mio invoca riparo.

    Non mi resta che finger desideri,
    per ripartire da esso e ritornarvi
    ancorché non mi attenda in questa
    vacua natura e la quiete della sua notte:
    ma solo così tutto m’è mite.

    (Accetto il regolamento)

  24. MANCANO LE INDICAZIONI

    E’ mai possibile che nessuno sappia dov’è il capolinea?
    Se qualcuno lo sa, non me lo ha detto
    mancano le indicazioni
    nemmeno un cartello, come nei piccoli paesi del sud

    seguo l’unica carreggiata possibile
    nell’ ignoto segmento di tempo
    che scorre veloce di ore
    non so più fare un balzo oltre un masso
    sono attenta a non inciampare
    potrei spezzarmi le caviglie di cristallo

    Un tempo mi illudevo di giungervi per caso
    e trovare ristoro all’ombra buona di un albero
    sulla panchina dove mia madre mi aspettava
    la domenica pomeriggio

    E’ sempre più disabitata nel mio procedere, la strada
    e tutta quella musica e risate e urla dalle case
    hanno lasciato il posto al ronzio degli insetti

    chissà dove sono finiti gli sguardi da sogno
    il miele dei sorrisi e l’apparente noncuranza dell’invidia
    forse sono avanti al mio passo
    o sono sangue che cresce l’erba trascurata dei campi
    o le radici dei rovi secchi d’arsura
    oppure vagano come frammenti in volo di vento

    Il cartello che vedo in lontananza
    è solo la pubblicità di un supermercato

    SEZIONE A Accetto il tregolamento

    1. Commovente a domanda iniziale e straziante il finale… Hai messo a nudo il desiderio più grande che abbiamo (*), di non vagare inutilmente, e la paura altrettanto grande di scoprire la non gratuita (cioè la falsità, perché il senso o è donato o non è) dei nostri criteri.
      Ma al di là di tutto, grazie per aver saputo fare ciò che secondo me ogni scrittore deve: mostrare l’universale attraverso il particolare!
      (*): ovviamente dopo quello di rivedere l’Italia ai mondiali…

  25. ATMA

    La prima volta che è passata di fianco al piccolo monticello di coperte colorate ammassato davanti al negozio di cianfrusaglie con la saracinesca abbassata da anni, Grazia ha pensato che si trattasse di un mucchio di stracci abbandonato da qualche vagabondo, forse “punkabbestia”, uno di quelli che spesso stazionavano in quel cantuccio riparato, accovacciati a terra con i loro cani pulciosi e spelacchiati, lo sguardo perso in sbornie colossali di birra o vino da poco prezzo.
    Quando il giorno dopo, dal piccolo mucchio di stracci, è emersa la testa scura e minuta di una donna di etnia indefinibile, lo stupore è stato superato solo dalla tenerezza per il piccolo bambolotto scuro e silenzioso che la donna portava in braccio. Il bimbetto era sveglio e si mordicchiava un dito. Avrà avuto all’incirca un anno e, tolto dalle labbra il dito, cercava con voracità il seno scarno che la madre gli porgeva .
    Vincendo la sua riservatezza abituale, Grazia si è fermata ad ammirare quella meraviglia, una dolcezza infinita l’ha avvolta e le è venuto spontaneo parlare alla donna.
    La donna le dice il suo nome, Fatma, in un italiano stentato e che viene dalla Libia, ma non è questo il suo paese. Ha due occhi enormi e dolcissimi, anche se pervasi da una tangibile tristezza. Il nome del picccolo è Ismail e Fatma si rabbuia quando le dice che è figlio della cattiveria in Libia, poi si zittisce.
    Grazia le allunga una banconota, la donna l’afferra e ringrazia con le mani giunte. Così, come in un rituale, la visita si ripete per diversi giorni con le stesse modalità, perché Grazia cerca qualsiasi scusa per percorrere quel tratto di strada che, pur vicino a casa, non è parte del suo percorso abituale per la spesa e le commissioni varie.
    E’ una donna smilza che ha superato da poco la settantina, vedova di un generale dell’Aeronautica, che avendo vissuto in cielo gran parte dell’esistenza terrena, le ha lasciato molto danaro e pochi rimpianti il giorno che, dopo una breve malattia, vi si è stabilito definitivamente .
    Non hanno avuto figli, e, lei, dopo la morte del marito, ha abbandonato i rari contattti con i pochi parenti di entrambi. Era lui a mantenerli vivi, da bravo meridionale era infatti legato alla sua famiglia d’origine, anche se più per tradizione che per autentico affetto. Di amici poi non se ne sono mai fatti, cambiando spesso città per via della carriera militare che gli imponeva trasferimenti ad ogni avanzamento.
    Grazia è sempre stata una solitaria, di carattere riservato e poco incline alla socialità. Tuttavia con l’avanzare degli anni la solitudine le inizia a pesare, così come fatica a mantenere la pulizia del grande appartamento di proprietà situato nel cuore del centro cittadino, di cui è sempre stata orgogliosa di occuparsene personalmente.
    Così, dopo qualche giorno, le frulla per la mente di chiedere a Fatma di aiutarla nei servizi domestici, specialmente quelli più pesanti, sempre che ci riesca così magra com’è. Pensa che si accorderanno facilmente sul compenso, che sarà comprensivo del pasto del mezzogiorno per lei e per il bambino, che oramai dovrà essere svezzato.
    Quando lo propone a Fatma, il viso scarno le si illumina e con una mano piccola e sporca la giovane donna si copre la bocca a nascondere per la prima volta un sorriso, quasi intimorita dalla troppa gioia.
    Ma giunta a casa, Grazia si ricorda che l’indomani deve partire per recarsi presso il centro termale dove ogni anno si sottopone ad un ciclo di cure che dovrebbero dare sollievo alle dolorose artriti di cui soffre da anni.
    Al suo ritorno dalla vacanza curativa, Grazia si sente in forma, l’acqua termale e il clima dolce del lago le hanno ritemprato il corpo e la mente, e di Fatma si è già dimenticata.
    Solo dopo qualche giorno, le sovviene di cercarla. Ma davanti al negozio non c’è più nessuno, non ci sono nemmeno le povere coperte e il cartone che fungeva da riparo. Sul marciapiede una striscia bianca, e il disegno di una piccola sagoma ripiegata in posizione fetale. Grazia sente aumentare il ritmo cardiaco all’impazzata ed entra nel primo negozio aperto che trova a cercare informazioni nella speranza di tacitare la sensazione di colpa che si fa tardiva strada nel suo cuore.
    Sbucano fuori da un bugigattolo buio i due pachistani che vendono alcolici e bibite. Il più anziano risponde alla sua richiesta di notizie, anche se non conosce il nome della donna che dormiva a terra poco distante:”… dopo tragedia donna è andata via, non so dove, perché è morto bambino e lei urlava tutta notte e tutto giorno… è venuta polizia e ha portata via! Non va bene stare qui con bambino, io ho detto a lei, ma lei diceva che signora buona ha promesso un lavoro. E aspettava tutti i giorni sempre qui seduta. Non è andata a mensa frati, ha rifiutato letto a dormitorio. Io detto a lei che non doveva aspettare, che per voi qui, noi siamo niente…”.

    Rita Bonetti sezione B accetto il regolamento

    1. In realtà è una richiesta a Oubliette: sullo schermo io leggo questo finale del
      racconto di Rita:
      “… il nome della donna che dormiva poco distante: ”
      Ho l’impressione che manchi qualcosa.

      1. Marco, sì, manca qualcosa perchè l’autrice ha utilizzato il segno maggiore/minore al posto delle caporali, ora invio un’email per avvertire l’autrice. Grazie per l’avviso.

      2. Ho visto che il racconto di Rita adesso è completo. Grazie!

    2. Buon pomeriggio Rita, mi permetto di fare due appunti sul racconto. La prima è formale: qualche dialogo in più avrebbe reso più viva la vicenda. La seconda sostanziale: è realistico che la protagonista, visto il legame che si è istaurato tra lei e Fatma (cementato anche dalla presenza del figlio di Fatima, che sicuramente le ricorda il suo non averne avuti…) si dimentichi della donna dopo una vacanza?

  26. Ai benevoli pensieri
    che come foglie contro gli adulteri
    primeggiano ruscelli inesprimibili
    di ruvide speranze
    in un bacio cromatico
    denso di dolce e soffuso fato

    accetto il regolamento, sez. A

  27. IL MAZZO DI FIORI
    Perso dentro la notte sotto un cielo uniforme
    osservo le nuvole dove la luna si nasconde
    mentre guardo distratto questa coperta di stelle
    vorrei diventare come una di quelle,
    di quei miliardi di occhi che guardano giù
    questo mondo che oramai non dorme più.
    Ma inquietanti luci blu e sirene disperate,
    spengono l’incanto a questa notte d’estate
    verso quest’alba che inizia il cammino
    sopra una tragica sfida al destino.
    Il solito film che non cambia la trama
    solo attori diversi per il solito dramma
    una scena di vetri e lamiere contorte
    trasuda lamenti di dolore e di morte.
    Il fumo,lo sballo,il sapore del vino
    e giovani occhi che non vedranno il mattino,
    tra risate ed alcool,una notte d’oblìo
    trasformata in un mesto silenzio d’addio.
    Un silenzio spettrale,una rabbia infinita,
    una notte interrotta e una vita rapita.
    Su un destino rincorso che spesso t’inganna
    rimarranno le lacrime di un cuore di mamma,
    e chissà se riuscirà a sopportare il dolore,
    o si spezzerà come gli si è già spezzato il cuore.
    Mentre un passo distratto ti scivola accanto,
    si perde nel buio quel rumore di pianto.
    Resta solo un sorriso ormai senza parole,
    su una foto sbiadita ingiallita dal sole,
    per ricordarti ad un mondo che ti ha spento i colori
    rimane solo un tristissimo mazzo di fiori.

    RONCHIN ALDO
    NATO A S,POLO DI PIAVE 30/12/1954
    RESIDENTE AD ORMELLE (TV)
    VIA CARLO.SIMEONE.PADOVAN 1 31024
    CELL:346-0180876
    e-mail: aldo.ronchin@gmail.com
    SEZ. A
    dichiaro di accettare il regolamento in ogni sua parte

  28. Alberi che scorrono lungo i binari del treno

    Alberi sempre accanto
    Che un cielo nero fa brillare come lampi

    I treni hanno sui finestrini
    Tracce sfocate di questo presente
    Che scivola via
    Biforcazioni e intermittenze

    I ricordi dei viaggiatori
    Gli sguardi sognanti

    È il tempo breve del viaggio
    Lo stesso di un bilancio
    la perenne promessa del futuro
    E questo presente

    Che fatica a lasciarsi morire
    Per diventare passato

    Tania Chimenti
    Sezione A, accetto il regolamento

  29. Sa mamma

    Coru de mamma (Cuore di mamma)
    luxi de scièntzia (luce di scienza)
    cantu mi ponis alligria (quanto mi metti allegria)
    candu mi donas un abbratzu (quando mi dai un abbraccio)
    chi fai nasci in sa facci mia (che fa nascere nella mia faccia)
    unu durci e càndidu arrisu (una dolce e candida risata)
    tui chi po mei ti ses privada (tu che per me ti sei privata)
    a bortas fintzas a una camminada (a volte fino a una camminata)
    e sempri po mei as fattu is sacrificius (e sempre per me hai fatto i sacrifici)
    de una vida: is prus mannus, (di una vita: i più grandi)
    po abbarrai accantu a mei (per rimanere accanto a me)
    in su momentu de sa sufèrentzia mia (nel momento della mia sofferenza)
    ma solu a intèndiri s’alidu tuu (ma solo nel sentire il tuo alito)
    su prantu miu s’interrumpiri fui fui, (il mio pianto si interrompe velocemente)
    àngiulu gettau de su celu (angelo gettato dal cielo)
    chi as pesau is fillus (che hai sollevato i figli)
    chi si nci funti fuius (che se ne sono scappati)
    Cumenti is pilloneddus (come uccellini)
    serraus is sa gabbia e partius (chiusi in gabbia e partiti)
    cumenti s’arena cun su bentu (come la sabbia con il vento)
    sentza mancu unu pensamentu (senza nemmeno un ripensamento)
    e nemancu s’arregodu (e nemmeno un ricordo)
    de sa tristura tua. (della tua tristezza).

    Sezione A
    Accetto il regolamento
    (Alessio Asuni)

  30. COTTO E MANGIATO
    Si chiamava Pasquale Smerigli, amava gli animali e pure i figli, mi piaceva l’idea che fosse vegetariano, lo sentivo sensibile, puro, rispettoso e umano.
    Disdegnava assolutamente qualsiasi elemento in pelle animale, per lui, solo fibra sintetica e vegetale.
    Me ne resi conto quando gettò nell’immondizia, peraltro senza un briciolo di mestizia, le bellissime scarpe di pelle pura, che mia madre, “un po’dura” gli aveva regalato per il nostro matrimonio, non sto a dirvi quale fu il pandemonio. Io l’avevo avvertita, ma con l’età, lei, era un po’ partita.
    Le verdure in pinzimonio che la mia dolce metà rumorosamente sgranocchiò durante il pranzo, evitando la bistecca di manzo, si sbrodolarono sulla camicia di non seta, mentre io tranquilla e cheta lo guardavo estasiata, anche quando sulla cravatta cadde tutta l’insalata. A dir la verità feci l’indiana, mi sentivo spartana, “e poi quella cravatta gialla assomigliava tanto ad una banana.” O Forse lo era”
    Quel giorno di primavera, fu per me esperienza piena e vera. Il banchetto si trasformò in unafiera. La nonna mia acquistata, non proprio una fata, con questo non voglio dire fosse una strega, ma nemmeno una nonnina che prega, tracannò 23 calici di vino, di quello sopraffino e si ubriacò per benino. Io per non esser né ladra né spia le feci compagnia.
    Nella più totale inconsapevolezza ed innocenza anche se qualcuno insinua che fosse invece sprovvedutezza, si presentò l’ebbrezza e persi la pazienza.
    Epicurea, in barca a vela, tirai pure una mela, e la torta alla panna vegetale, cadde rovinosamente sullo smoking di un conoscente, un vero naufragio!
    Poi adagio, e del tutto delirante mi feci pure tre bottiglie di spumante, finché sfilando dalla mano il brillante, lo lanciai al vegetariano, che tutto ad un tratto mi apparve strano. Non mi sembrava più nemmeno affascinante, e poi vegetariano non è gratificante, nemmeno interessante, allora lo colpii sul naso, forse gli ruppi un vaso. Quell’epistassi secondaria, mi fece prendere una decisione arbitraria.
    Avallata da una voglia animale e per niente razionale: al cameriere ordinai tre coniglietti arrosto ed un maiale. Mentre gustavo a tre palmenti i lombi di conigli e il codino del maiale,
    Il vegetariano Pasquale Smerigli, amante di animali e figli, coniuge mio adorato, emise gran lamenti, rimase senza fiato, sembrava esalasse l’ultimo respiro, quando un urlo disumano, preceduto da un sospiro, si sparse nella sala, spazzando via la serata di gala.
    Dopo calmatosi rimase in silenzio, versando lacrime a fiumi disperato, tanto che la bella tovaglia di lino s’impregnò di liquido salato.
    Poverino? Chi l’ha detto! Perché mai ? E’ un inetto!
    E non sopportando l’uomo che frigna, per dispetto diventai più maligna, dopo quel fatto, al solito cameriere ordinai addirittura un gatto; in salmì cucinato, e per contorno gabbiano brasato.
    Dopo aver ben mangiato, chiamai l’avvocato, per motivi ovvi e comprensivi con ragione, chiesi e ottenni la separazione.
    Si era fatto tardi, allora dalla mia barca a vela che ondeggiava sempre di più ordinai ai presenti di rompere gli ormeggi, aggiungendo -presto prima che albeggi!-
    E se dico che quel giorno fu un’esperienza vera, non certamente è una chimera.
    Lo scrisse anche il giornale locale “Nello stesso giorno sposati e separati, un vero guinness dei primati.”
    Eppure: c’eravamo tanto amati.
    ACCETTO IL REGOLAMENTO SEZ B

  31. La notte

    Scende la notte.
    Il buio mi avvolge con i suoi tristi pensieri.
    I miei occhi vagano tra le stelle luccicanti.
    E penso al tempo che fu.
    Rimembro i nostri abbracci infiniti.
    Testimoni, le stelle della volta celeste.
    Sguardi intensi e baci rubati una notte come tante altre.
    Penso a te.
    Dove sei? Dove ti nascondi?
    La mia anima vaga alla ricerca di un tuo cenno.
    Oramai ti ho perduto.
    Troppo lontano.

    sez. a, accetto il regolamento

  32. Dopo aver disintegrato ogni specchio.
    Senza pensarci due volte,
    con un colpo netto di ascia
    mi sono staccata la testa.
    Incurante del sangue che
    copiosamente usciva dalle ferite.
    l’ho appoggiata sul tavolo da cucina.
    Mi sono seduta davanti.
    Percepivo il suo sguardo stupito.
    Eravamo io e lei/ lei ed io.
    Ci guardavamo in cagnesco.
    La mancanza degli occhi
    non mi impediva di analizzare
    quel volto che mi apparteneva.
    La cosa che mi inquietava
    era il cranio dove il cervello pulsava.
    Smettila dissi!
    Rilassati !
    Fu allora che le figure retoriche
    Cominciarono ad uscire dalla bocca.
    Una serie di ossimori saltò giù
    dall’orifizio dell’orecchio sinistro.
    E le rime, le dolci rime baciate
    quelle alternate e pure le incrociate
    cominciarono ad uscire dalle narici.
    Ci scambiammo un’occhiataccia
    Lei capì che c’era ancora altro da espellere
    Infatti poco dopo
    vomitò la parola anima senza fiatare.
    La parola cuore, rimase per un attimo
    attaccata alla tonsilla destra
    finché uscì con tutti gli atri ed i ventricoli.
    Gettai tutto nell’immondizia.
    Con sangue freddo
    indossai di nuovo la mia testa.
    Finalmente leggera
    Lentamente ci incamminammo
    In un percorso diverso.
    Accetto il regolamento sez A

    1. “Dottore, mi sento un po’ tocca:
      solo rime mi escon dalla bocca.
      Sono povera sì, direi indigente,
      ma non credo d’esser deficiente!”
      Lui mi rispose con mestizia:
      “Signora mia, il problema è la sua fame:
      a rovistar di quei due l’immondizia,
      non trova pane, ma anima cuore e rime”

    2. Ciao Serenella + Menichetti (siete 2 o 1??), nel commento in versi alla tua/vostra poesia quando scrivo “rovistare nella immondizia” mi riferisco a quella dove, verso la fine, la protagonista “getta tutto”. Non è assolutamente riferito a ciò che hai/avete scritto!!!

      1. Tranquillo ho compreso benissimo. Ogni tanto dobbiamo gettare tutto e ricominciare, solo così riusciamo a crescere. Sono una e che diamine! Basto e avanzo.
        Un caro saluto

  33. Ho letto alcune poesie davvero molto belle.
    Alcune con uso della rima altre più libere, credo che ciascuno possa dire qualcosa di significativo e necessario comunque.
    Evitare la rima non ci garantisce di non cadere nella banalità, né significa essere originali.
    Come scrisse Saba nel riferimento alle parole fiore e amore.
    La poesia necessariamente deve toccare un nervo scoperto, una crepa da cui entrare. Tutto ciò è quindi soggettivo.

    1. Fiore amore, la rima più difficile del mondo!
      Alcuni sanno maneggiare bene la rima, riuscendo a collocarla nel testo senza forzature, senza conteggi acrobatici. Desidero sottolineare che la poesia odierna spesso è libera nella struttura, è flusso, è spontaneità!
      In fondo la poesia, come ogni altro fenomeno culturale, e’ principalmente voce del tempo storico in cui si sviluppa.

  34. Sezione A
    Accetto il Regolamento

    Funambola senza peso
    Alla fine poi li ho raccolti quei cocci,
    mi erano sembrati frantumati
    qualche pezzetto addirittura non lo trovavo
    forse perché albergavano tra le macerie del mio cuore.

    Sono stata brava in questo,
    laboriosa come formichina alla ricerca di zucchero,
    frettolosa, coi nervi tesi, come mia madre
    mentre cuciva l’orlo prima della cena.

    Ho ricostruito ciò che mi era scivolato dalle mani
    senza accorgermene, con la lentezza della moviola
    e senza aver udito alcun rumore.

    Ho ricostruito me stessa
    tornando un passo indietro
    come funambola senza peso.

    Mi sono venuta incontro e mi sono abbracciata,
    mi sono cullata,
    ho cantato per me carissimo pinocchio
    la mia ninna nanna preferita,
    melodia impastata con farina di ricordi e acqua alle rose.

    Forse, c’è un’antica forza in me che non conoscevo,
    ereditata da un matriarcato perduto
    o da un’Ape Regina seppellita nella sua stessa Cella Reale.

    Graziella Di Bella

  35. Il pavone – Nigredo, albedo, rubedo

    Il dì che intrapresi questo viaggio tortuoso,
    sol m’era noto il porto d’imbarco.
    Partii come un cieco, senza cane da guida,
    senza conoscer tempo né luogo.
    Né approdo, né varco.
    D’uccelli la lingua era il mio unico idioma,
    e in virtù d’esso comprendevo il mondo;
    ma il mondo – parlante loquele diverse –
    ignorava sintesi, Ermete e Sforno.
    Cacofonia, era per tutti.
    Rumore bianco.
    E seppur variopinto, per loro, era immondo.
    La mia imbarcazione era un guscio di noce,
    e conteneva l’intero universo.
    Il mio unico remo era, invece, un cerino.
    Dopotutto ero piccino piccino.
    Arrivai, dopo un anno, presso l’Isola Nera.
    Non ero né prode né cavaliere;
    temevo il freddo,
    gli specchi, e le galere.
    Lì trovai un vecchio, assiso sott’un olmo.
    Mi diede un martello e una vescica di tonno.
    Ero smarrito, stranito e confuso,
    ma, con quel martello, cancellai ogni refuso.
    Il mio io venne decostruito;
    divenni il niente mischiato col nulla.
    Tabula rasa che vinse la resa.
    Perdente ostinato che molla la presa.
    E salii sulla noce; per sfruttare quel vento,
    che favorevole mi condusse a un convento.
    Arrivai, così, all’Isola Bianca.
    Trovai una dama e mungeva una vacca.
    Mi offrì latte, carta e ceralacca.
    Tutto era niveo, diafano e terso.
    Guardammo l’aurora ma ancora ero perso.
    Stetti, lì, un altro anno.
    A mangiar uova sode e semi di faggio.
    E, un mercoledì,
    ripresi il mio viaggio.
    Il mare era calmo e sereno il mio umore,
    ma come ogni uomo cercavo l’ardore.
    Dopo tanto navigare sentii un gran boato.
    Era un vulcano. Eruttava sfrontato.
    Fu proprio così che arrivai all’Isola Rossa:
    calda, sensuale e dal sisma percossa.
    Ma ormeggiata la noce al piccolo porto,
    s’infranse su uno scoglio, causando anche un morto.
    Ero contrito e terrorizzato,
    perché non esiste danno che non venga pagato.
    Ma spuntò da un cespuglio una gallina.
    Mi rassicurò e mi mostrò una collina.
    Era un cimitero, di persone ammazzate.
    Da chi – come me – approdò con le sue fregate.
    «Sono i tuoi ultimi resti» – mi spiegò concisa –
    «chi hai ucciso al porto era la tua vecchia guisa».
    Restai lì quattro anni e non volevo partire.
    Ma la vecchia chioccia ebbe da ridire.
    Sellò un pavone dalle ali dorate;
    il piumaggio verde e una chierica da frate.
    Poi mi diede tre fave, un libro e un guanciale.
    Mi disse: «Sei pronto, non dovrai più tremare».
    Volli allora lasciarle i miei unici averi,
    dopotutto eran fregi del mio ego di ieri:
    un vecchio amo, un compasso e una lenza.
    Disse: «Questo è il segno:
    la riconoscenza».
    Spiegammo le ali verso altri lidi,
    raggianti, sereni e coi cuori fidi.
    Mi risvegliai, allora, nella mia bottega,
    tra pezzi di legno, metalli e una sega.
    Ero Geppetto, o un alchimista.
    E la mia anima
    non avrei più perso di vista.

    Yael Trevi.
    Sezione A del concorso summenzionato di cui accetto il regolamento.

    Cordialità

      1. Buongiorno Antonietta. Nella tradizione esoterica ebraica [cfr. Sefer HaZohar] il guscio duro della noce rappresenta la qelippàh [letteralmente “buccia”], l’ostacolo che si interpone tra noi e le nostre potenzialità spirituali e materiali; così come il guscio rappresenta l’ostacolo da superare per poter gustare il frutto in esso contenuto. Curiosamente, noce si dice “egoz”, che è foneticamente affine al termine “ego” e che, a sua volta, è la nostra “buccia”. Tuttavia, come tu suggerisci – può avere anche la funzione di arca di Noè, ad esempio nella lotta per la sopravvivenza, in condizioni estreme. È un’immagine certamente più poetica. Grazie per aver letto sino fondo!

  36. Nigredo, albedo, rubedo…Poeta alchimista o rimandi all’ultimo romanzo di Emmerich?
    (PS: ci sono due errori di battitura? “La vecchia chioccia ebbe da RIDIRE e non da RIDERE” e “Vecchia GUIDA” e non GUISA?)
    Comunque devo rileggerlo con attenzione, è pieno di simbologie, metafore…

    1. Scusa Yael ho fatto confusione: il romanzo a cui accenno è di Valerio Evangelisti, e dovrebbe essere “Rex tremendae maiestatis”. Eymerich (non Emmerich) ne è il protagonista. Buon weekend.

    2. Si aspetta conferma dall’autrice per i possibili refusi.
      Anche nel tuo commento c’è un errore di battitura: ulrimo. Correggo? Integrando anche il secondo commento che hai appena lasciato?

    3. Buongiorno Brucialeone, il primo è un errore di battitura [il correttore automatico]; il secondo, invece, non lo è. Intendo esattamente “guisa”. Grazie, correggerò il refuso.
      Non ho letto Emmerich. Né il primo nell’ultimo romanzo.

      1. Né il primo né l’ultimo romanzo. Né l’ultimo autore che tu citi. Ancora grazie.
        Cordialità

  37. SIAMO TUTTI POETI

    Siam tutti poeti, non lo sappiamo
    finché un bel fremito ci prende per mano.
    In molti mi dicono: “Perché sprechi tempo
    a scriver parole! È cosa futile, senza valore!”.
    Altri mi guardano con aria smarrita
    se parlo di Sogni, di versi, di vita.
    Un giorno un signore con aria arrogante
    mi disse: “Poeta non servi, le ricchezze son altre!
    Non servono i tuoi versi, son solo utopie,
    il mondo non cambia, non dire eresie!
    Rassegnati e inchinati al Dio denaro,
    è l’arrivismo che porta lontano.
    Gli amori che canti i fremiti, il mare,
    son chiacchier scontate, lasciale andare.
    Svegliati illuso, straccione, poeta,
    posa la penna, cambia la meta!”
    Dopo che accolsi con pena nel cuore
    il vuoto e l’amaro di quelle parole,
    io gli sorrisi e con gentilezza
    e lo ringraziai per tanta saggezza:
    “Mio caro amico sai che ti dico?
    Adula sempre il tuo amato denaro
    illuditi pure che porti lontano.
    Puoi esser ricco,
    pieno di donne, di case e profitto,
    però è tanto triste vedere e notare
    il tuo povero cuore affannarsi ad amare.
    Non vibra, non trema, non prova emozione,
    sei più povero tu di un vecchio barbone!
    Puoi comprar tutto, l’oro, la seta,
    ma non la bellezza dell’esser Poeta.
    Affannati pure col tuo guadagnare,
    a noi poeti basta il Sognare!
    Adesso ti lascio al tuo Dio padrone
    io vado a godermi il mio raggio di sole.
    Ricordati amico esiston le albe, il mare,
    i tramonti, tienilo a mente mentre fai i conti!
    La vita ti aspetta con la sua essenza
    non farti uccidere dall’apparenza!

    – sez. A., accetto il regolamento

  38. È NOSTRO IL GIORNO

    È nostro il giorno, torna insieme al vento.
    Stringiti come cinghia al mio fianco.
    Il fuoco dell’estate s’è già spento,
    di voglia di deserto sono stanco.

    Le piogge di stagione adesso sento
    e fra l’erba bruciata non arranco.
    Al lume dei tuoi occhi resto attento,
    le porte del giardino ti spalanco.

    M’aprirò come terra ai germogli,
    un cantico ho composto per saluto,
    sistemerò i fiori che raccogli

    con fili del sorriso ritrovato,
    per ricordar che nulla va perduto
    di quanto per amore viene dato.

    Sezione A
    Accetto il regolamento

  39. OH SOLE CARO!

    Il sole mi accarezza riscaldandomi,
    sto seduta tranquilla sul divano
    e lui così splendente,
    entra in casa mia e mi fa felice.
    Che gioia immensa
    è il suo calore,
    mi fa sentire l’abbraccio
    del mio grande amore!
    Il mio dolce tesoro è volato via,
    mi resta questo bel sole
    a farmi compagnia,
    mi fa palpitare il cuore
    e mi fa sentire il bacio
    stupendo del mio amore.
    Oh sole caro,
    la mia casa è colma
    del tuo splendore,
    ti amo, sei posato nel mio cuore,
    ti prego non mi abbandonare,
    scendi su di me e continua
    per sempre a brillare!

    – sezione A, accetto il regolamento

  40. A RIPORTARE IL FUTURO

    soffuse le fonti
    pulsavano lente
    sul verde dei prati
    sussurri di sogni
    dipinti dal vento
    scorrevano paghi
    nei flutti d’aurora
    e fu luna
    e fu sole
    e fu astro argentato
    nel fato avvampante
    tra le ombre d’agosto
    dei larici antichi
    poi
    a riportare il futuro
    volarono fieri
    i gabbiani sui mari

    – sezione A, accetto il regolamento

  41. Emideus e l’epoca del Quintosesto.

    Fine del terzo eone dell’epoca dell’antropocene
    Marcello e Fabiola non avevano mai percepito nessun segnale della loro predestinazione. Vivevano beati e tranquilli nell’ emisfero meridionale della nuova galassia che mille anni dopo i famosi esperimenti di colonialismo nucleare era diventata il paradiso terrestre dei giusti. I sopravvissuti, coloro che si erano salvati dall’olocausto per volontà dell’Essere supremo. Dell’epopea mitica che aveva dato luogo a questa nuova rifondazione, andando a costituire l’unica ipotesi di salvezza degli umani, avevano, come tutti i loro simili, una memoria alquanto imperfetta. Sapevano che tutto si originò con la proposta di un nuovo patto all’umanità, o, meglio, ai pochi che sarebbero riusciti a sopravvivere su Phisis la meteorite che li avrebbe ospitati una volta abbandonata Gaia, affrontando inimmaginabili cambiamenti della loro struttura fisica e psichica. Questi fatti erano talmente confusi e lontani dal loro presente, che la condizione attuale, anziché causare disagio, era perfettamente accettata e non comportava nessun rimpianto dello stile di vita proprio del Quaternario.
    Ciò era stato reso possibile grazie al rituale d’iniziazione alla nuova vita che aveva comportato, tra l’altro, la cessione del ventricolo destro del cuore e con esso la sepoltura nei recessi della memoria del preesistente modo di esistere. Cosicché questi nuovi esseri godevano di un’amnesia totale al riguardo della preesistente fisicità. Per loro il fatto che l’altezza media della popolazione fosse inferiore ai 40 centimetri e che la visibilità dei corpi fosse limitata solo al lato sinistro, non comportava nessuna meraviglia. Come pure si erano abituati a una lunghezza della vita che si approssimava ai mille anni. Il momento della morte era osannato, poiché non era preceduto da malattie vere e proprie né dal decadimento fisico tipico della vecchiaia. A un certo punto, giunti nel mezzo del cammin di loro vita, si spegnevano a poco a poco tornando a regredire allo stato della nascita finché non venivano inghiottiti dalle nere ombre del tutto.
    Le cose strane per Marco e Fabiola erano iniziate con la nascita del loro erede. Una notte avevano raggiunto l’ospedale che, come previsto, si trovava immerso in una bolla gassosa: chi vi operava, era esentato dalla forza gravitazionale, unica condizione che consentiva alle gestanti di affrontare il parto con relativa sicurezza. All’interno della sfera vi era l’accesso alla sala parto che, sembra, fosse costruita sull’esempio delle stazioni spaziali, tipo la MIR, famosa per avere ospitato nel remotissimo passato astronauti di razza umana. Vi domanderete, essendo questa storia passata sconosciuta ai più, come sia possibile anche solo azzardare il confronto. È giunto il momento che io mi presenti. Vista la mia condizione privilegiata e i miei poteri non vi sorprenderete più della mia narrazione. Io sono Minus l’ultimo e più giovane esponente della casta sacerdotale, la casta che conserva memoria di tutto il passato facente parte della genealogia umana. Gli appartenenti a questa casta non hanno subito la mutilazione del cuore, quindi il loro aspetto fisico è in tutto somigliante alla specie homo sapiens anche se, per effetto del rito di iniziazione alla nuova vita, sono stati adattati e condizionati per poter resistere alle caratteristiche atmosferiche della meteorite su cui gli umani si sarebbero trasferiti. A differenza della popolazione comune, la nostra vita non dura più di 120 anni e noi conosciamo la vecchiaia anziché il ringiovanimento regressivo che porta gli altri alla morte dopo circa mille anni. È questa nostra casta che provvede alla sopravvivenza, procurando e distribuendo con senso di equità e di provvidenza per il futuro quanto necessario alla vita su Phisis. Poiché gli uomini non vivono di solo pane, siamo sempre noi, come già ho detto, a conservare la memoria della specie. Il compito principale dell’ultimo rampollo, come io sono, è di tenere aggiornato il libro della memoria raccontando cosa succede su Phisis. La nostra educazione prevede che fin dalla primissima infanzia siamo introdotti nei segreti di questo libro, così da conoscere tutta la nostra evoluzione, dall’uomo di Neanderthal fino ai nostri più vicini antenati dell’epoca del Quaternario. Furono questi che si resero colpevoli autori del colonialismo nucleare provocando l’olocausto. Tutta la nostra casta è dunque vincolata al segreto sul passato. Il consiglio sacerdotale amministra la giustizia sulla gente comune e sugli appartenenti alla casta, se possibile impedendo le violazioni del nostro codice etico, altrimenti reprimendo i fatti criminali. Il nostro capo, che oggi porta il nome di Ultimo, come tutti coloro che sono stati elevati alla soglia del Pontifex, il più potente grado nella nostra gerarchia, ha il dono della preveggenza e il privilegio di dovere svelare il passato e il futuro al momento decisivo quando nascerà il capostipite di una nuova razza umana destinata al ritorno sul pianeta Gaia: un nuovo Messia che sarà portatore della Buona Novella. Come ho appreso da qualche giorno, il momento è arrivato e sarò proprio io, travestito da uomo delle nevi, ad assistere alla nascita del Messia confortando con le mie parole Marcello e Fabiola che si troveranno straniti in questa storia che li accomuna.
    Quella notte, appunto, sono successe cose straordinarie. A cominciare dalle condizioni atmosferiche. Il primo ad accorgersi della stravagante meraviglia fu Marcello. Gettato lo sguardo oltre la parete di fondo della sala parto, l’unica posta a contatto visivo con la realtà esterna, per la prima volta i suoi occhi conobbero la neve, un elemento atmosferico sconosciuto su Phisis. La vista di Marcello recuperò anche l’abilità di vedermi nella mia interezza, come essere dotato di un doppio fisico, cioè della parte destra e della parte sinistra del corpo, con la mia altezza pari a quasi 150 cm che, già da sola, svelava la mia appartenenza alla casta.
    Per me le novità di quella notte non cessarono qui. Mi avevano istruito a usare correttamente il bastone dai sette nodi che mi era stato procurato. Al terzo colpo che la mia mano incerta bussò per forzare l’accesso alla sala, mi ritrovai scaraventato all’interno di essa, trasportato da una forza che mai avevo sperimentato, quasi fossi fatto di materia incorporea. Le maggiori difficoltà arrivarono quando dovetti presentarmi a Marcello e a Fabiola. Fortunatamente in me parlava lo spirito di Ultimo che con il linguaggio profetico dei veggenti rese comprensibile gli eventi che si stavano verificando. La cosa più ardua ed emotivamente più intensa fu farmi affidare il fantolino e trovare un nome degno della sua missione, davvero particolare: “Emideus”, mi suggerì ancora una volta lo spirito di Ultimo. Ora lo stringo tra le mie braccia, mentre la navicella spaziale muove verso Gaia. La mia insufficienza rispetto ai compiti che mi sono stati affidati è immensa. Unica consolazione e fonte di viva speranza è la certezza che un altro essere vivente, da qualche parte nella galassia, si muove verso Gaia. Anche lui stringe tra le sue braccia la degna compagna di Emideus. Vergine, per quello che so, è il nome che le è stato imposto. Loro due insieme daranno vita sulla terra all’epoca del Quintosesto.

    Sezione B, accetto il regolamento

  42. I quattro elementi

    Terra,
    ricerco il suono della tua parola
    La scompongo, la spezzo,
    la pronuncio
    Faccio rotolare le r come fossero i cerchi concentrici di
    di una sfera immaginaria
    Mi obbligo a guardare in basso
    La tua prospettiva mi attrae
    Vedo il mondo dalla tua prospettiva
    Un mondo arrovesciato,
    in cui le piccole cose e gli esseri inferiori
    cedono la loro insufficienza
    Diventano centrali e loro scompigliano e dettano
    l’ordine delle nuove priorità
    Marrone il tuo colore mi avvolge e lo amo
    Sento la stoffa ruvida sulla mia nudità, del saio
    francescano che sto indossando
    Affosso le mani nel tuo elemento, ti stempero e
    ti scoloro. Sbaffi di viola si uniscono
    nella zolla, bagliori d’ oro si perdono nella luce dei miei
    occhi umidi

    1. Stilisticamente molto riuscito il susseguirsi di “erre” che rimandano al suono della parola “terra”. Se mi permetti un appunto avrei scritto “… diventano centrali e scompigliano e dettano…” tralasciando il “loro”
      Spero che poi arriveranno aria, acqua e fuoco!

  43. LILITH

    Quando si dice una giornata afosa non si pensa che possa essere COSÌ afosa!
    Il sole batteva anche all’ombra, almeno così sembrava ai pochi passanti che si erano avventurati nella città. Un vero forno. E tra loro c’ero anch’io. Purtroppo.
    La camicetta e i jeans mi si erano appiccicati come una seconda pelle. E gli slip mi davano un fastidio immenso tra le natiche, dove i rivoli di sudore si raccoglievano per trasformarsi in un vero fiume in piena che mi scorreva giù per le gambe.
    Non mi azzardavo a respirare a pieni polmoni, per paura di bruciarli, tanto rovente era l’aria che mi circondava e mi avvolgeva. Ero certa di avvertire nel naso anche un odore penetrante di zolfo, ma forse era solo il fatto che non riuscivo a pensare altro che all’inferno nel quale mi trovavo.
    Vidi un uomo grasso e paonazzo seduto su una panchina, all’ombra dell’ultimo albero ancora vivo del parco. Ero certa che sarebbe crollato a terra nel giro di un minuto. Il suo cuore doveva essere ormai agli ultimi battiti prima di dire ciao-ciao a questo mondo impossibile. E invece niente, quello rimase seduto là senza fiatare, con gli occhi strabuzzati, ma vivo. O almeno sembrava vivo, dato che il suo petto si alzava e si abbassava come un mantice sfiatato.
    Con il mio ultimo sforzo da animale braccato riuscii a raggiungere l’entrata della metropolitana e mi lasciai scivolare giù per le scale, probabilmente lasciando una scia di sudore come una lumaca gigante.
    Poi un colpo duro come l’acciaio… quasi svenni, e i miei sensi ricevettero lo shock più mega della loro esistenza: la temperatura era polare, tutto sembrava scolpito nel ghiaccio ed un vento gelido imperversava sulla banchisa. Cribbio, che freddo! I miei denti battevano il ritmo del cha-cha-cha sfumando poi veloci in un rock’n’roll frenetico. Ero finita in un’altra dimensione?
    Poi mi resi conto che in realtà si trattava semplicemente del calo di temperatura dovuto al fatto che la metropolitana, appunto, viaggia sotto terra – e qui l’aria da forno della superficie non arrivava. Dopo un po’ riuscii ad abituarmi al nuovo clima e la cosa cominciò a piacermi. Sarei rimasta lì per sempre.
    Ma i vestiti sudati e incollati alla mia pelle iniziarono a portare la temperatura del mio corpo nei pressi dello zero assoluto e il mio sangue decise di congelare.
    E quel maledetto treno non arrivava. E non sarebbe nemmeno mai arrivato. Sulla tabella degli annunci c’era scritto: cancellato. Tutte le corse erano state cancellate.
    Mi aspettava una bronchite con i fiocchi e col catarro verde e giallo, se rimanevo lì ancora per qualche minuto. Quindi decisi di tornare in superficie.

    Quando si dice una giornata afosa non si pensa che possa essere COSÌ afosa!
    Il sole batteva anche all’ombra, almeno così sembrava ai pochi passanti che si erano avventurati nella città. Un vero forno. E tra loro c’ero anch’io. Purtroppo.
    La camicetta e i jeans mi si erano appiccicati come una seconda pelle. E gli slip mi davano un fastidio immenso tra le natiche, dove i rivoli di sudore si raccoglievano per trasformarsi in un vero fiume in piena che mi scorreva giù per le gambe.
    Non mi azzardavo a respirare a pieni polmoni, per paura di bruciarli, tanto rovente era l’aria che mi circondava e mi avvolgeva. Ero certa di avvertire nel naso anche un odore penetrante di zolfo, ma forse era solo il fatto che non riuscivo a pensare altro che all’inferno nel quale mi trovavo…

    – sezione B, accetto il regolamento

  44. Scusa ma non capisco: a un certo punto riparte tutto da capo. È un errore? O vuoi sottolineare la circolarità di un “inferno” da cui è impossibile uscire e in cui si può solo rimbalzare da un estremo all’altro? E quando scrivi “l’ultimo albero ancora vivo nel parco” è metaforico o reale? E infine, scrivere “banchisa” invece di “banchina” (della metro) è voluto?

    1. Hai interpretato bene: la vita – l’inferno, il paradiso – sono illusioni che si ripetono senza trovare una via d’uscita. L’ultimo albero è ovviamente metaforico: “solo quando l’uomo avrà completamente distrutto la natura capirà che i soldi non si possono mangiare”. La “banchisa” è la distorsione voluta di banchina e si riferisce al freddo glaciale della metro. Avrai notato che il titolo “Lilith” è già un programma per sè e il racconto è un’interpretazione libera di quella essenza.

  45. Un fiume di…..verso

    È tutto un calmo fluire
    tra verdi mute sponde
    e levigate pietre
    a tratti rotolanti.
    E va per esso il verso
    a trascinar pensieri
    giù per le verdi valli
    tra ruvidi sentieri.
    E porta verso il mare
    sguardi raccolt’infine
    nel lungo scivolare
    a tratti mormorante.
    E sussurra quel fiume
    musica di parole
    per chi sereno e mite
    compone per il dopo.
    © Michele Pochiero tutti i diritti riservati

    sez. A, accetto il regolamento

  46. Ah, l’ amour!

    L’eco e l’urlo si sposarono. Ogni sera,
    da allora, insieme al canto della capinera,
    nella valle si sente una voce:
    Mi lascerai un giorno?
    E la risposta, lontana:
    No…no…no…
    Saremo sempre sposi?
    Sì…sì…sì…
    Smetterai di amarmi mai?
    Mai…mai…mai…

    sez. A, accetto il regolamento

  47. Grazie Oreste, semplice e suggestiva la tua poesia con il giochetto delle sillabe finali che diventano risposte amorose!

    1. Grazie a te, Brucialeone! Anche l’Amore può essere un equivoco!
      (Che bello il tuo cognome!)
      Oreste

      1. Ehm, non é un cognome ma uno pseudonimo. Mi chiamo Leonardi (leon ardi =brucia leone) Marco. Buon pomeriggio!

      2. Scusa ancora Oreste, il tuo racconto mi fa anche venire in mente la scenetta dello sfigato che grida “Ti amooo!” e l’eco risponde “Ti vedo solo come un amico, ti vedo solo come un amico…”

  48. “Custode del meriggio”
    (componimento a tre voci)

    Giaccia l’essere morente
    sepolto nella notte della divorante Selene
    che non ha verbo sicuro e parla un gergo lucente
    ma di buie ragioni.

    Coro
    Nome proibito
    di abominio sentore, nostra madre Ossessione,
    decorri sul velluto sfiorito del vermiglio!

    Vivrei per te
    se questo esistere
    avesse ancora il sapore
    delle lunghe libagioni
    che tanto mi offristi.

    La donna, colma di perle rare,
    dalla bocca di castagna velenosa e intelletto di rosa si lasciava colare:
    «Gelida maschera sul caldo dolore
    emozione alcuna tradisce chi muore,
    continua perpetua la tua canzone.»

    Coro
    Nome proibito
    di abominio sentore, nostra madre Ossessione,
    decorri sul velluto sfiorito del vermiglio!

    Divenne lo scrigno d’un fardello
    un demone soffia sulle macabre vele
    che tempo per anni ha avuto alla croce,
    dal pugnal che or sacrificio cade
    speranza divampa al verbar dell’Ade.

    Negli avamposti
    dei tuoi lustri ricordi
    rammenti l’attesa di un volto
    ricercato in sogno
    che nel riflesso d’ali maestre si nega?

    Coro
    Via invero impervia
    d’anima eclissata negli spiragli concessi
    il duplice sacrilegio s’empie!
    Il gran rito ama
    – me, viva cena.

    Turbinoso nero cuore
    dell’amore il ricordo sgualcito
    – riverso drappo –
    sulla schiena del passato che accalora corpi già spenti,
    meste maledizioni.

    Ed Egli che governa uomo e draco
    le spine discioglierà
    – danza sicaria.

    Jessica Tommasi
    Sezione A
    Ho preso visione del regolamento e ne accetto ogni parte.

  49. INCONTRARSI
    Non c’è nessuno oggi ad abitare il mondo
    se non te
    che mi scoppi dentro.
    Sei tu che mi tieni in vita
    i tuoi occhi
    che porto in circolo
    a dare nutrimento e sollievo
    al mio spirito moribondo.
    Fragrante
    il profumo di un bacio
    a lungo anelato.
    Squisito l’aroma del vento
    che inebria i sensi
    intontiti da tanta abbondanza.
    In estasi gli occhi
    increduli dinanzi
    all’offerta di un tenero sguardo.
    Mi tocchi e sussulto.
    Osi impaziente
    stringermi le mani
    per rubarmi a me stessa.
    Esulto
    e mi squarci il cuore nel petto.
    Incedeva torbido il tempo
    a congelarmi la vita,
    oggi mi ha restituito il tuo sguardo
    le carezze mi han defibrillato il cuore
    che ha ripreso a battere grato
    Bramosa di riaverti
    accanto a me per sempre
    riassaporo paga
    ogni fremito di vita
    io in visibilio e muti gli occhi
    ignari della gente.

    GRAZIA MASTROMARCO
    sezione A
    Accetto il regolamento

    1. Grazie Grazia per questa intensa poesia d’amore, spero per te che descriva una esperienza personale!

      1. Si, una esperienza personale dolorosa, mio marito è stato ricoverato per Covid per due mesi e questa poesia è stata scritta il giorno in cui ci siamo visti per pochi minuti quando è stato trasferito dalla semintensiva ad un reparto di chirurgia toracica, non poter essere accanto alla persona che ami quando ne ha più bisogno è devastante, ma ha irrobustito il nostro amore

    2. Aggiungo una cosa, Grazia: una delle cose belle della tua poesia è che è musicale nonostante l’assenza di rime. Una musicalità complicata (non il tu tum tu tum da banda di paese, per intenderci) ma ben percepibile.

    3. Vabbè, Grazia, che devo dirti? Non immaginavo da cosa nascessero le parole della tua poesia, anche se rileggendola ora un qualche indizio di un dramma sotterraneo c’è (quel defibrillare, per esrmpio, molto medico…)

  50. I GIORNI IN ETERNO

    I giorni sgranati
    con le dita del tempo

    chicchi preziosi di
    dolceamaro gustoso

    polpa sbucciata con i denti

    portano con sé

    echi lontanissimi

    delle notti buie
    da oltre l’oceano

    Uno scordo radicale della memoria
    si nasconde nell’abisso
    di quel che fu
    e l’oggi

    cerchio aperto
    impossibile da raccontare

    Non mi serve un diario di bordo
    per raggiungerti
    Futuro

    né abachi per sommare
    allegrie sottratte alle tristezze

    In mezzo a questa
    irrimediabile attesa

    del rimanere eterea
    sospesa ai fili
    del senza fine perpetuo

    ogni mia margherita
    torna alla sua Primavera

    È cruciale pertanto
    l’incontro del Verbo sonoro
    con il silenzio contemplativo
    dell’anima

    Da qui sino
    all’ultima frontiera

    di questa pelle con la tua

    si distende il desiderio solenne
    di spalancare le mani

    lasciando volare al vento
    tutte le profondità
    dove abitano
    i mostri affamati di me

    cerimonia personale
    che consacra l’audacia
    di vivere indifesa e nuda
    nel nucleo della libertà dell’Amare

    battito coraggioso
    della fragilità dell’essere
    dove scatta la vita
    dei giorni in eterno

    Hebe Munoz
    Sezione A
    Accetto il regolamento

  51. L’UOMO CHE CERCAVA UN INTELLETTUALE

    Era il primo dicembre del 33 avanti Covid quando mio padre morì. Io e i miei fratelli eravamo seduti al suo capezzale e lui, stremato ma in pace, dichiarava ad ognuno di noi le sue ultime volontà. Quando arrivò il mio turno, nonostante fossi ancora un bambino, mi trattò come un adulto, come dopotutto era solito fare. Racimolate le sue ultime forze, si tirò su dal giaciglio mentre la mamma gli sistemava il cuscino, e come rinvigorito e nel pieno della sua giovinezza, mi si avvicinò all’orecchio.

    «Serse» – disse con voce chiara – «ti lascio in eredità la ricerca di una vita e il mio unico fine».

    Lo guardavo attento come se ascoltassi il momento più cruciale di una storia fantastica e mi chinai su di lui, per non perdere nemmeno un sospiro del suo fiato.

    «Sì babbo» – risposi orgoglioso – «cosa devo fare?».

    «Abbi cura di ogni singolo libro della mia biblioteca. Leggi, studia, fatti domande. E dopo aver riletto ancora una volta, esci, vivi, e trova un intellettuale».

    Ero perplesso. Leggere tutti quei libri mi sembrava un’impresa impossibile, ma soprattutto profumava di una noia mortale. Ciò che tuttavia maggiormente mi sconcertava era l’ultima richiesta: trovare un intellettuale! Cosa diamine era un intellettuale? Onestamente non ne avevo idea.

    Incuriosito, stavo per chiederlo a mio padre, quand’egli cadde stecchito sul letto. Era morto. Non ci sarebbe stato più niente da fare, non avrei mai avuto risposta al mio quesito.

    Disperato più per questo dilemma lasciato irrisolto che per la sua dipartita, irruppi in un pianto inconsolabile. Intanto, i miei fratelli erano divertiti che a me non fosse spettata nemmeno una vigna, non un solo terreno o palazzo, ma solo una catasta di libri impolverati. Dal basso dei miei sei anni, io, non comprendevo il loro gaudio, non ero avvezzo ad avidità e materialismo. E in tutta risposta, mentre una serie di zie e di vicine lavavano il corpo ormai senza

    vita del babbo, mi catapultai nella nostra biblioteca, che era diventata, a tutti gli effetti, la mia.

    Mentre sfioravo i libri simmetricamente riposti sugli scaffali, inciampai sul mio gatto e feci, così, cadere il volume su cui si era fermato il mio dito. Aveva una copertina rigida, bruna e consunta, con impresso un serpente che mordeva la sua stessa coda. Aprendolo, lessi sul frontespizio che si trattava de “La storia infinita”, di Michael Ende.

    Mi sedetti per terra, con le spalle quasi saldate alla libreria, e lo lessi tutto d’un fiato. Potevo sentire le voci delle sorelle di mio padre che intonavano canti funebri e di lode al defunto, attribuendo a mio padre virtù che non solo non aveva mai avuto, ma che si sarebbe guardato bene da avere. Ad ogni modo, niente mi distrasse dalla mia lettura. E una volta finita, sentivo di aver acquisito un sapere elitario, che apparteneva solo a me e a mio padre, ignaro che il libro fosse un best seller!

    Passati trentasei anni da quella vicenda, nel tempo, avevo letto ogni libro anche tre volte. Avevo fatto tutto ciò che mio padre mi chiese in punto di morte. Salvo l’ultimo dei suoi desiderata: non avevo, infatti, trovato alcun intellettuale! Lo avevo cercato – badate bene – e lo avevo fatto con tutte le mie forze. Ma nonostante avessi viaggiato per tutto il mondo non ne avevo trovato neanche uno.

    Anche se ero diventato un uomo apparentemente di successo, tra i più giovani detentori di una cattedra universitaria e ricco di pubblicazioni scientifiche, mi sentivo un fallito. Avevo deluso mio padre e non avevo assolto degnamente il mio ruolo di erede.

    Una sera, dopo una riunione con il mio direttore di dipartimento, il rettore e i miei colleghi, esausto dalla mediocrità degli argomenti della stessa, mi rintanai in un bar, che aveva più l’aspetto della bettola. Lì incontrai casualmente Magris, il docente di linguistica inglese, originario di Loughrea, in Irlanda. Era palesemente ubriaco e solo, esattamente come pensavo che sarei stato io a breve. Mi avvicinai per salutarlo e magari bere qualcosa con lui, ma il suo viso era una maschera di terrore e mi osservava come se fossi un nemico. Ci volle poco a comprendere che, come me, era reduce da una riunione in ateneo.

    Vinsi ogni indugio e gli imposi la mia presenza, sedendomi al suo tavolo e ordinando due cherry. Ci volle un po’ per sciogliergli la lingua che sembrava

    avvinta da catene, ma dopotutto quelli erano i tempi, la censura era pane quotidiano.

    Tra uno cherry e un altro convenimmo che la situazione del nostro ateneo – che rispecchiava quella dell’intero ambiente accademico e più in generale del mondo – era marcia e rotolava verso un declino fuori controllo. O meglio, il controllo vi era, ma si trattava di un’eterodirezione pericolosissima. Il rettore, nonostante avesse appurato i pregi e i vantaggi dello studio a distanza tanto vantato in precedenza, lo aveva vietato dietro ordine del Compagno Governo. Ogni studente e docente era tenuto ad osservare un rigido ossequio a qualsiasi scelta degli oligarchi che ci governano, che di democratico avevano solo il nome sul simbolo del partito. Chiunque si allontanasse dal pensiero unico e debole veniva licenziato o espulso dall’università, senza possibilità di ricorso. Al mattino, prima delle lezioni, era imposta un’ora di ginnastica dolce di fronte alla foto del Presidente americano Buffoni. Il fatto più agghiacciante, tuttavia, era che nessuno desiderasse obbiettare. Era una situazione accettata da tutti come normale e auspicabile.

    «Gli intellettuali sono scomparsi, defunti, kaput!», disse il Magris.

    Quella frase mi creò un tale disturbo da non avere le parole per descriverlo. Non avrei mai potuto fare le volontà di mio padre: ero un re senza regno.

    D’un tratto, tuttavia, ripercorsi mentalmente tutto ciò che avevo letto, visto, sentito e vissuto. Da Majakovskij a Kafka, da Sciascia a Pasolini, da Jünger a Céline. Vidi me e il Magris riflessi nello specchio appannato, incorniciato in arzigogoli barocchi argentati.

    Lo abbracciai e sentii il sapore del fiato di mio padre. Il sapore dell’intellettuale che avevo appena ritrovato.

    Yael Trevi
    Sezione B del concorso summenzionato, di cui accetto il regolamento.

    1. Perdonatemi! Ho investito più di un’ora a ridurre il testo a duemila parole e ora mi rendo conto che il limite è di mille! Ho probabilmente confuso con un altro concorso. Chiedo venia, cancellate pure, io non riesco.

      1. Yael, mi sembra che altri racconti siano più lunghi di 1000 parole. Visto che non sono un giurato ma un lettore, se Oubliette li dovesse cancellare ci rimarrei male.
        Ps: magari vinci con il testo che hai mandato alle 17.50☺️

      2. Saranno i giurati a valutare.
        Se Yael vorrà inserire un nuovo racconto come partecipante sarà possibile farlo per email, così da modificare quello inserito.
        Per ora non cancelliamo. Buona lettura e buona partecipazione.

  52. Le regole sono insindacabili e non è indicato un margine di flessibilità. Se qualcuno avesse superato il limite insindacabile è pacifico che sia fuori concorso. Ho tanti racconti che non ho inviato a causa di questo limite. Se Oubliette vorrà pubblicare il racconto in un ‘altra sezione, da parte mia non vi è alcun problema e ne sarei lieta. Ho, ad ogni modo, scritto un racconto per l’occasione che rientra nelle regole del regolamento. Lo invierò via mail. Grazie della tua gentile premura!

  53. AMORE
    Con apatia ti guardi attorno
    seduto sul tuo divano,
    che ormai è diventato
    il tuo contorno.
    I tuoi pensieri
    non li controlli più,
    non li guardi neanche,
    sono ormai tutti tabù.
    Ma cosa farebbe l’amore?
    Sei ermetico,
    non sorridi più,
    neanche con il solletico.
    Sei arreso alla vita,
    hai accettato questa recita infinita,
    senza sentirti più attore,
    tutte le colpe,
    ormai,
    le dai a un misterioso autore.
    Ma cosa farebbe l’amore?
    Guardi continuamente
    quel piccolo schermo,
    che ogni giorno
    ti rende più infermo,
    non ti guardi più allo specchio,
    ormai ti senti vecchio.
    Ma cosa farebbe l’amore?
    Alzi il volume,
    questa domanda ti fa agitare,
    non la vuoi ascoltare,
    ma persiste e diventa sempre più insistente,
    ti addormenti così puoi far finta di niente.
    Ma cosa farebbe l’amore?
    Una mattina ti svegli
    e ti accorgi che cerchi
    quella domanda..
    Ne hai bisogno,
    come quando da ragazzino
    ti rilassavi nei campi di lavanda..
    Allora capisci cosa devi fare,
    a delle scelte ti devi affidare.
    Non sarà la soluzione a tutto,
    ma ricomincerai ad assaporare un frutto..
    Così la pianta inizierà a germogliare,
    tu tornerai a sentire
    cosa vuol dire amare.
    Cosa fa l’amore?
    Ti riempie del tutto,
    verso te stesso,
    a lei ti sei concesso.

    Simona Grammatico
    sez. A, accetto il regolamento

  54. “Infero pasto d’un vampiro”

    Fremette.
    La lingua sfiorò i canini, gustando il piacere-dolore che vi cresceva, incoraggiandolo perfino.
    Aveva deliberatamente respirato con le narici il suo aroma, lasciato che le visioni lo assalissero, immaginando ogni dettaglio.
    Quanto sarebbe stato morbido il collo e come le sue labbra lo avrebbero toccato, dapprima con pari morbidezza, imprimendo piccoli baci qua e là, fino a raggiungere il docile incavo della sua gola immacolata. Come avrebbe inspirato proprio lì, laddove il cuore di lei tamburellava più forte contro la pelle delicata. E come alla fine le sue labbra si sarebbero socchiuse, scoprendo i denti dolenti ora appuntito come piccoli pugnali e…

    Jessica Tommasi
    Sezione B (666 parole spazi inclusi, stando al contatore di Word)
    Ho preso visione del regolamento e ne accetto ogni parte.

      1. Ah… Le mie solite gaffe!
        Per un altro concorso di genere horror, al posto di prendere in considerazione 90 righe come limite delle opere, lessi “90 parole”… ^^’
        A ogni modo, nessuna modifica.
        Se a voi non dispiace, partecipo con questo racconto molto, molto minimale! xD

    1. Jessica, il tuo racconto è in un certo senso la conclusione di quello inviato da Marco Leonardi il 2 settembre (è il secondo della raccolta). Spero di averti incuriosito!

      1. Darò volentieri uno sguardo, grazie per il suggerimento. In fondo tutto ciò riconducibile al vampirico e al mortifero mi intriga!

  55. SAKYA PEGORARO
    Accetto il regolamento. Sezione A
    ————–
    I POETI

    I poeti
    sono un buon bicchiere di parole
    sorseggiato nei silenzi dei balconi
    dove li scorgi seduti in solitudine
    a contare i fiocchi del sole
    o danzare sulle punte degli Haiku
    alla tarda ora del tè.
    I poeti
    lasciano sedie che fissano i giorni
    e riempiono intere stanze vuote
    con ombre barocche di incensi
    che raccontano rime odiate
    e poi terribilmente amate.
    Dondola un battito d’ali
    perché i poeti
    sanno trattenere il respiro
    che divide i sogni
    e guizza lontano:
    i poeti sono eroi
    quando tengono una penna
    in una mano.

    Mikael S. Leopard
    Sakya Pegoraro
    Tutti i diritti riservati ©️ 2022

  56. LUCIA
    A fatica le mie palpebre si sollevano anche oggi. Un po’ di luce filtra attraverso le persiane, e solo in questo modo mi accorgo che un altro giorno sta salutando il mondo. Io ormai non distinguo più. Vivo in un tempo indistinto e confuso. Ad ogni risveglio ricomincio d’istinto con i soliti tentativi…alzare la mano per schermare questa luce, cercare un sorso d’acqua per inumidire le labbra, muovere la mia gamba intorpidita, allontanare una zanzara fastidiosa con la mano. Ma nulla risponde più alla mia volontà. Avevo un corpo maestoso ed imponente. Ora le mie percezioni sono fragili quanto i miei vasi in cui ristagna debolmente il mio sangue insieme ai miei pensieri, in circolo dentro la mia testa appesantita, spinti dall’ultimo muscolo che mi tiene caparbiamente ancorata al mio letto, al mio corpo, alla mia vita. Lo capisco, è difficile per te chiamarla vita, questa. Bloccata dentro un corpo che non senti più, imprigionata in un mucchio d’ossa, muscoli rattrappiti ed ogni volontà che si infrange contro questa incomprensibile realtà. Da tre anni sono immobile nella mia stanza, dipendente dagli altri per qualunque bisogno, imbottita di anestetici per non avvertire il dolore delle piaghe che mi consumano. Ho 94 anni, tre compleanni li ho celebrati in questo letto di solitudine da quando una caduta infelice mi ha tolto la voglia di muovermi, e le mie forze sono progressivamente andate scemando insieme ai desideri. Ero stanca allora e la caduta ha suggellato la mia resa ad una vita che non volevo più vivere, ad un dolore che non volevo più provare e il cui carico mi ha fatto crollare. Avevo perso una figlia, un tumore aggressivo me l’ha portata via in pochi mesi ed io non ho potuto più stringere le sue mani, dirle quanto l’amassi, accarezzarla e ascoltarne la voce. Quel dolore è divenuto insostenibile, da far crescere in me il desiderio di raggiungerla. Non tutti conoscete il senso di colpa straziante che prova una madre a sopravvivere ad un pezzo del proprio cuore. Non ho tollerato lo strappo. Ho altre 5 figlie, l’ultimogenita vive con me, vedo le sue lacrime composte e silenziose quando guarda le mie ferite. Anche mio marito mi ha lasciato anni fa. Eravamo innamorati come il primo giorno, il mio primo grande dolore. Le ferite si sono stratificate sul cuore e mi hanno tolto ogni entusiasmo. Non riuscivo ad accettare il fatto che stesse capitando a me, io che ho sollevato mari e monti con la mia caparbietà, che con il mio corpo parlavo di forza e coraggio al primo sguardo. Ma anche una montagna ha il suo tallone d’Achille, uno smottamento in un punto preciso può farla crollare rovinosamente e distruggere ogni equilibrio. Così per me: una montagna che si è ridotta ad una zolla di terra.
    Ho avuto una vita felice e sono grata per questo. Un’esistenza semplice, la mia, ma ho sorriso dinanzi a qualunque circostanza, tutti si appoggiavano a me ed io non mi sono mai tirata indietro nel sorreggere tutti. Mi sono accontentata di poco e tanto mi è bastato per vivere dignitosamente. Ora invece mi assilla una domanda, perché il mio corpo non cede? come fa il mio cuore a scandire questo tempo sempre uguale, mentre le vostre vite girano continuamente le clessidre senza soffermarsi sull’ultimo giro di polvere?
    Il mio cuore continua imperterrito a pompare. Forse perché non voglio lasciarla questa vita. Non prima di aver trovato risposte, un senso a tale destino.
    Il mio corpo è intorpidito e debole, i farmaci mi assicurano di non sentire dolore ma il mio dolore è tutto nella testa e si chiama nostalgia, mancanza, desiderio, rimpianto. E in questa condizione mi adagio, trascinandomi dentro le scene del film della mia vita, facendomi guidare dai suoni, i colori, gli odori, che spesso mi riportano esattamente lì, in quel frangente che mi scuote e mi commuove. Chiudo gli occhi e mi lascio trasportare dai ricordi, scivolo pian piano dentro il mio mondo, cucendo tra loro gli elementi di cui conservo nostalgia struggente.
    E il lieve stormire di foglie battute dal vento mi parla di un mondo diverso, nascosto agli occhi ciechi della gente, in cui l’anima trova dimora eterna. Per questo forse sono ancora ancorata al mio letto, per accrescere l’anelito di un luogo di pace e di supremo ristoro, dove si dissolve ogni umana inquietudine e si rigenera lo spirito. Per questo forse resto in vita, per suscitare le tue domande e indurti ad abbandonare la frenesia ingombrante dei ritmi che ti sei imposto, e invitarti a fermarti. Tienimi la mano, e ragioniamo insieme. La chiami vita questa mia costrizione del corpo? Quanto resisteresti al mio posto? Anche io tempo fa avrei risposto che non c’è ragione a vivere come un vegetale inerme. Ma oggi, ripeto, ti invito a metterti seduto, stringendomi le dita. Nonostante l’odore pungente dei disinfettanti e delle ferite.
    Sì, si può chiamare vita. E le si può anche attribuire una bella lettera maiuscola, Vita. Vita tutt’uno con l’eterno. Vita se in me lascio andare ogni moto di rabbia e indignazione, se mi lascio stuzzicare dalle memorie liete che conservo dentro e che chiamo Amore, con la maiuscola anch’esso. Se mi ricolmo di gratitudine per una vita così lunga. Se ogni mia parola diventa oggi una parola di perdono e benedizione. Se benedico questo dolore, se in silenzio prego per le vostre minuscole vite convulse. E le benedico, da questo altare scomodo dove celebro la mia liturgia divina, da dove elevo un canto di lode all’Eterno per avermi regalato un tempo fecondo di possibilità per amare. E allora permettimi un invito: per una volta guarda a questa mia condizione come a un tempo originale intriso di riconoscenza e contemplazione e prova a pensarci lungo il dispiegarsi dei tuoi giorni, tenta di apprezzare anche i momenti di prova, incomprensibili, ingiusti e illogici, tenta di guardare oltre per scorgere la bellezza di ogni fase della vita.
    Ti penserò. E ti abbraccerò per tutto il tempo che mi resta.

    GRAZIA MASTROMARCO
    SEZIONE B
    ACCETTO IL REGOLAMENTO

      1. la prima volta non avevo aggiunto la formula accetto il regolamento e non sapevo come eliminare quella copia, chiedo scusa

  57. Francesca Santucci
    (Accetto il regolamento. Sezione B)

    L’INCANTO DELL’ISOLA

    Breve era il tratto di mare che separava il borgo in cui vivevo dall’ isola dalle rupi rosee contro il cielo azzurro, meravigliosa con le ripide scogliere a picco sull’acqua cristallina, le piccole baie, le grotte suggestive dalle strane forme assunte dalle stalattiti e stalagmiti nel corso dei secoli, le spiagge incastonate nel paesaggio d’incomparabile fascino, ed ogni anno attendevo con ansia il momento magico in cui avrei potuto raggiungerla e godere della sua selvaggia bellezza.
    Vi arrivavo in barca, accompagnata dal pescatore più anziano del luogo -che mi avrebbe attesa al largo, calando le reti in attesa della pesca fruttuosa- e poi a nuoto quando, giunta in prossimità, distante solo pochi metri la riva, mi sarei tuffata e, a larghe bracciate, sarei approdata su una piccola spiaggia solitaria.
    Seduta sulla sabbia bianchissima, investita da una luce abbagliante che, insinuandosi fra grotte e insenature, riverberava argentea sulle acque increspate, sostavo qualche istante per riprendere fiato, intanto che il mare s’avvolgeva d’un silenzio irreale, interrotto soltanto dal ritmico ansare della risacca.
    Poi mi prendeva il bisogno di andare in esplorazione e, accompagnata dai dolci voli e i rauchi stridii dei gabbiani, ogni volta l’isola rinnovava il suo incanto, attraverso i suoi colori, i profumi, gli odori: il bianco del mirto, il giallo dei limoni, il verde del basilico, il pastello degli oleandri, il rosso del lentisco, il violetto dell’erica, l’oro della ginestra.
    Salivo fin sulla cima dove, a dominare il paesaggio, svettava un antico castello normanno, dalle cui torri spettacolare era il colpo d’occhio sul mare turchino: qui, per un tempo interminabile, sostavo rapita in contemplazione della bellezza del luogo, e a fatica mi allontanavo per rifare il cammino all’inverso.
    Ritornata sulla spiaggia, lentamente i piedi affondando nell’umida rena, frugavo con lo sguardo e scovavo legnetti, alghe, frammenti di vuoti gusci calcarei, residui delle miriadi di conchiglie provenienti dalle profondità degli abissi, che le onde del mare, con il loro moto incessante, avevano ridotto in granelli sbattendole contro gli scogli.
    Spesso, poi, ero più fortunata, quando, fra i resti delle morte conchiglie e delle alghe fradice, m’imbattevo in quello che consideravo il tesoro prezioso dell’isola, afflosciate e inerti vesciche che un tempo erano state splendidi globi iridescenti, saliti a fior d’acqua dalle profondità, pericolosi al tocco anche quando ormai spiaggiati: le meduse.
    Lì, su quell’isola, in solitudine, ma non sola, fra le voci dei gabbiani e lo sciabordio ritmico delle onde del mare che, come in un abbraccio, la circondava, s’accendeva la mia immaginazione e, se chiudevo gli occhi, mi pareva che quegli esseri inerti, fra i più lievi ed evanescenti che il mare produca, si rianimassero e assumessero forma di eteree danzatrici, e, prendendomi per mano, mi guidassero in uno spensierato giro di valzer che mi faceva dimenticare ogni affanno…
    Ma il fischio in lontananza del pescatore che veniva a riprendermi mi riportava alla realtà: era tempo di abbandonare la mia isola e, insieme, la me stessa mistica e spirituale che ero stata in libertà ed armonia. Domani, sarei ritornata di nuovo domani, a riviverne l’eterno incanto.

  58. Se son fiori,
    Fioriranno,
    Se son rose,
    Roseranno,
    Se è sole,
    Solera’,
    Se è luna,
    Lunera’,
    Se son stelle,
    Stelleranno;
    Passa il tempo
    Anche quest’anno.

    Se son fiori,
    Fioriranno,
    Se son rose,
    Roseranno,
    Se son viole,
    Violeranno,
    Se son mele,
    Meleranno;
    Se son pere,
    Pereranno;
    Se son cachi….

    – accetto il regolamento, sez. A

    1. E anche: se son peri periranno, se son viole violeranno/poi stop, sono un ansioso/il futuro mi mette in affanno.

  59. LA GUERA È ‘NA TRAMOGGIA

    La guera è un’ inzazziabbile tramoggia
    in grado de trita’ l’essere umano.
    C’è sempre un dittatore su la loggia
    cristiano, ortodosso o musurmano!

    Mentre sfarina, stritola, divora,
    sfrantuma, porverizza carne umana….
    c’è chi la serve su la spianatora
    su solida polenta Varzugana.

    La guera, questa guera, combattuta
    come li videoggiochi de la Plei…
    un “arocco”, su ‘na scacchiera muta,
    de un Re che collezziona li cammei!!

    Diceva er filosofo germano :
    “Chi adora li cammei nun è in grado
    de prova’ amore pe’ l’essere umano”.
    (E Nicce conosceva Stalingrado).

    Quarcuno smorzi, stacchi la corente
    che da, a la tramoggia, er movimento.
    Quarcuno, in arto, sarvi quela gente
    o sarà er “Terzo” de …. combattimento!!!

    accetto il regolamento, sez. A

  60. ROSSE COROLLE
    Ha fiorito di nuovo la camelia
    e cadono le rosse corolle a terra,
    grosse chiazze disperse
    sul viale del giardino…
    Sono chiazze di dolore sparso
    a ricordarti, a ricordarmi
    che un altro anno è trascorso
    da quell’inverno di neve e sangue,
    gelo che scalfiva a pezzi
    il mio animo esangue.
    E le camelie erano lì anche allora
    schiuse su uno scenario di morte,
    le radici nascoste nella neve,
    testimoni di un tradimento della sorte.
    Rosse corolle,
    rimaste a custodire
    quella che era la tua dimora,
    ma non consola il profumo lieve,
    non la vista dei boccioli ancora chiusi,
    promesse di speranza futura.
    Ad attirare il mio sguardo
    tatuaggi di dolore impressi sulla pelle.
    Rosse corolle,
    Cadono a terra come lacrime perdute
    come strappi alle mie lacere carni
    come gocce di sangue scese dal cordone…
    E giacciono, giacciono
    a implorare al cielo un perdono.
    Tania Scavolini -Accetto il regolamento sezione A

  61. LUNA
    Stasera la luna 
    rischiara la notte,
    il ciliegio disegna sul prato 
    una flebile ombra,
    mentre attende 
    la dolce rugiada al mattino, 
    le nubi leggere e sbiadite 
    attraversano il cielo distratto,
    e milioni di stelle
    ci fanno sognare.
    Stasera la luna 
    cerca pensieri d’amore,
    basta un attimo,
    il tempo si ferma,
    e mi accorgo 
    che tu sei per me  
    l’infinito.

    Ugo Pilia
    Sezione A
    Accetto il Regolamento

  62. SETTEMBRE
    Settembre/
    che brilli fra l’ erba/
    da poco rinata/
    Che hai nuvole soffici/
    come panna montata/
    e, sugli alberi, frutti/
    colmi di dolcezza per tutti/
    Settembre/
    che ancora accarezzi/
    con sole gradevole/
    tetti, altane e terrazzi/
    E l’ estate prosegue/
    ma solo un po’ più fievole/
    Settembre/
    che i terreni prepari/
    per la stagione che verrà/
    perché di te e dei tuoi colori/
    si parli sempre con generosità.

    sez. A, accetto il regolamento

  63. VOGLIO ESSERE COLORE
    Voglio essere colore
    nelle giornate stanche,
    quando tutto è pesante.
    Voglio essere colore,
    annullare quel grigiore,
    sofferenza,
    malumore.
    Voglio essere colore,
    come un
    bell’ arcobaleno
    al mio ingresso portar il sole.
    Voglio essere colore,
    una musica leggera,
    che brillante
    rasserena
    riempie l’aria
    di ogni stanza.
    Voglio essere colore,
    una tavolozza
    di pittore,
    con tutte
    le sue sfumature,
    anche il rosso
    dell’amore.
    Voglio essere colore,
    un’esplosione di
    profumi,
    armonizzati
    in un bouquet,
    inebriante,
    travolgente.
    Voglio essere colore.
    Voglio vivere a colori…
    MARY IBBA
    SEZIONE A
    ACCETTO IL REGOLAMENTO

  64. “QUANDO I NONNI DIVENTANO STELLE”

    I bambini al calar della sera, aspettano
    le stelle apparir.

    Per sentirsi meno soli
    Per sentirsi più protetti
    Per sentirsi……. più Amati.
    e ritrovar i loro vecchi amici
    che soli li avevano lasciati,
    per quel lungo viaggio, che
    su quelle stelle li avrebbe portato.

    La vecchia pallida e tenera luna
    che tutto questo sa, commossa piange
    e dolci lacrime dal sapore di miele, sul
    viso di quei bambini cadono e dolcemente
    li fan dormir.

    Gli adulti, da tempo ormai dimenticato hanno
    l’apparire di quelle vecchie stelle che per loro non
    ci sono più.
    A tutto questo la luna non ci sta
    e se ne va, lasciando nella buia notte
    gli adulti a pensar a quanto amor hanno
    fatto dimenticar.
    RESTUCCI SALVATORE
    SEZIONE A
    accetto il regolamento
    MI PIACE

  65. La pazzia
    (dedicata a chi incontri per strada o sull’autobus e ti sembra un po’ strano)

    Uno stralcio di tempo bislacco
    invade la tua attenzione
    e ti stringe dentro
    è una anomalia violenta
    senza amore….

    la pazzia ha molti figli,
    emergono dalle nebbie di parole,
    a volte di fisicità sprezzante,
    o con una falsa ragione.

    Ha armi di fortuna
    ma egualmente feroci,
    non chiede né dà si tempra
    alla follia dei soliloqui

    e danza sempre,
    il ritmo se lo sente nelle ossa
    nelle mani quando fendono l’aria
    cercando dello scatto una mossa.

    S’arrampica spacca
    non chiede rendiconti del dopo,
    il presente è il suo riflesso,
    la sua espressione furiosa

    affonda trasluce sublima,
    rimanda ad antichi cavalieri,
    orchi mutilati dalle spade,

    penetra nel mondo dei pavidi
    come coltello in un pane di burro
    temerla è inutile
    sorridere e mettersi in gioco
    ecco il mio turno

    È sua un’eleganza di stagno
    mentre inverte il verso del fulmine
    scopri il suo dolore armato
    d’un culmine soldato

    Uno stralcio di tempo bislacco
    invade la tua attenzione
    e ti stringe dentro
    è una anomalia violenta
    senza amore…

    accetto il regolamento, sezione A

  66. Sono nata da una donna.
    Donna in una donna
    e una donna ancora prima
    ha contenuto lei.
    Uguali e diverse.
    Unite e distanti.
    A tratti buie.
    A tratti forti.
    A tratti belle.
    A tratti goffe.
    Di tratto in tratto
    amiamo
    lottiamo
    sbagliamo.
    Di tratto in tratto
    viviamo.
    Ci lasciamo sorprendere
    e sorprendiamo.
    Culliamo sogni
    come bambini
    in notti insonni
    e albe stanche.
    Culliamo storie da custodire.
    Culliamo storie da maledire.
    Non siamo sante.
    Non siam puttane,
    in un mondo che giudica
    anche un bimbo che ha fame.

    Accetto il regolamento, sezione A

  67. DEI TURNI, PROPRI E ALTRUI, CAPITANO ACHAB

    “Rokovoko è un’isola lontanissima a sud–ovest.
    Non è segnata in nessuna carta: i luoghi veri non lo sono mai.”
    Herman Melville: “Moby Dick”

    È un caffè ben zuccherato.
    È la mia opera prima, la sola:
    il più insperato traguardo
    della giornata sfilata,
    senza nessuno se ne avveda,
    fino alla proda.

    Zucchero filato. Croccante. Cioccolata. Per una moneta!

    M’attendono solo vecchi senz’occhi
    al riparo d’incerte pensiline.
    Con loro stanno intriganti
    consunti pensieri, stantii propositi
    che si pensava invece mai fatti.
    Eppure è giorno che brulica.
    È risacca che, nonostante,
    corre via, oltre il proprio turno.
    Tamburi battono lontano, sempre più distanti.

    Accetto il regolamento, sezione A

  68. Scarpe di pietra

    Risalirò i pendii con scarpe di pietra,
    audace tra cespugli e fiori di pervinca
    avviluppati ai sanguigni rovi.
    Ai piedi della quercia sosterò
    ad ascoltare di cicale
    nella quieta arsura dell’estate pigra.
    Sazia di acque fresche di sorgente,
    alla cerbiatta timida sorriderò
    nel segreto della faggeta ombrosa.
    Immergerò al crepuscolo,
    nello specchio d’acqua,
    alla luce fioca della luna
    l’anima nuda
    e purificherò il mio spirito.

    Accetto il regolamento, sezione A

  69. Iscarpas russas

    Bestes ordinarias e iscarpas ruzas
    giughet s’omine de Gisella
    pesudas in su ludu afùngulant
    cando a iscurigada nd’enit s’abba.
    Amiga dae semper l’est sa terra
    dae cando iscurtzu ‘andaiat
    e peristantu su rù a frastimare
    l’inzingaiat pro sas ispinas.
    At s’anima ancora candida
    serrada intro a una coratza
    frisciada a difesa dae sos inimigos
    chi nde dumandant sa giae.
    Gisella connoschet s’amore sou
    s’unicu elementu chi torrat a nudda
    sa fortza de su grezu metallu tzachendesi nche a intro
    a nd’iscrutare sos colores.
    Mudant cussa barraca infusta
    abbambagada ‘e ‘utios in una domo ‘e re
    e iscardint ojios e coro
    sos fiore chi a sera isse l’aporrit. GeS.

    Scarpe grosse

    Umili vesti e scarpe grosse
    porta il ragazzo di Gisella
    pesanti affondano nel fango
    quando all’imbrunire piove.
    La terra gli è amica da sempre
    da quando camminava scalzo
    mentre i rovi lo incitavano
    a bestemmiare per le spine.
    Ha l’anima ancora candida
    chiusa dentro a una corazza serrata
    a difenderla dai suoi nemici
    che ne reclamano la chiave.
    Gisella sa del suo amore
    unico elemento che annulla
    la forza del grezzo metallo
    e lo penetra a scrutarne i colori.
    Trasformano l’umida capanna
    intrisa di gocce in dimora regale
    e riscaldano occhi e cuore
    i fiori che alla sera lui le reca.

    (Accetto il regolamento, sez. A)

  70. Angelo Kostia

    Voglio regalarti l’ultimo oro

    Stavolta le tue acque convergono
    nel tuo grembo, illibata parentesi
    di un’onda di piacere,
    poi sfrontata percussione dei sensi
    che agevolano i pizzicori della carne.
    Voglio regalarti l’ultimo oro
    che disperde dai canopi il sole,
    poi la memoria t’incendia gli occhi
    e sulla sabbia mi accoccolo
    per vivido sentire della voce.
    Stavolta le acque le assaporo
    nel tuo grembo, scrupolosa
    scopri il riso che sa di sale
    e ventili riflessi tra le dita
    un eccesso di carezze sulla pelle.
    Voglio regalarti le ultime energie
    che dai ventricoli trasuda il cuore,
    poi la lotta districa l’arrendevolezza
    e conto per te a distrarti i sassi.

    Accetto il regolamento- sez. A

  71. Titolo Carestia
    Sez A accetto il regolamento
    Anime perse come fiori aridi
    cesti vuoti
    lasciano la speranza di farine incerte
    Aguzzina si avvicina la fame
    Che mi dai oggi?
    Non ho niente… risposi inquieta
    Allora passerò domani

  72. Scicli

    Scicli

    Nel caldo improvviso
    di un giugno rovente
    mi appari bellissima
    come stella d’Oriente.
    Chiunque ti veda
    ne resta ammaliato,
    presepe vivente d’età millenaria.
    Le strade fiorenti, assolate e calienti
    si vestono a festa con drappi broccati,
    profumano il corso
    con spezie aromatiche, citrine e possenti.
    Un sarto speciale,
    con stoffe e merletti,
    cucì i tuoi palazzi con fare sapiente
    sposando la pietra con calce e tormenti.
    Ma tu, mia amata,
    sei timida e muta,
    non cerchi consensi in chi ti saluta,
    ti volti, lo guardi
    gli lanci un sorriso
    stringendo col cuore
    quel giovane viso.

    Accetto il regolamento- Sezione A

  73. VERSIONE CORRETTA

    “Mezzogiorno a Kiev”
    A Kiev, spariti sono i cimiteri ed i candelabri.
    Il male, mietendo, si è insinuato tra frontiere fiorite,
    come gramigna o zizzania, in odore di verità;
    papaveri dilaniati, erbe e virgulti rasi al suolo. E rovi.
    Dal dolore dipinte sono le notti; i giorni col suono di sirene.
    Una terra pregna di sangue di corpi caduti e,
    all’improvviso, strappati alla speranza.
    Corpi ed anime; pene, dolori e amori legati con filo spinato.
    Sguardi spenti per sempre in fosse comuni.
    Fucili, in coro con l’eco dei cannoni, sulle piane gravide di grano,
    mischiano la polvere al sangue vivo.
    Di pelle di metallo si fanno le dita; d’insulti ed odi,
    come spine pungenti, i mortai.
    Al vento della morte sono dispersi cumuli di cenere e sogni.
    A kiev, a mezzogiorno, si mangia sofferenza, disperazione e companatico.
    tra polvere da sparo ed odore di bruciato.
    Un grido di speranza solamente, una preghiera, un miracolo di pace,
    le nebbie della miseria umana può dilatare.
    In una nuova primavera, germogliano i semi dei campi,
    che mani di zappa hanno coltivato e buoi giganti continuano ad arare.

    *Accetto il regolamento, sez A

  74. “Ferragosto a Milano”

    Era il 14 Agosto. Quell’anno cadde di domenica. Milano era quasi deserta. Camminando si udivano i propri passi, che, nel frastuono della città, prima non si percepivano. Molti gradi di temperatura, un caldo afoso con forte umidità.
    Eppure questa città a me piace specialmente in questo mese.
    Ero costretto a stare a Milano per motivi di lavoro.
    Inizialmente ho sofferto un po’ pensando a coloro che si trovavano al mare o in montagna; poi, col passare degli anni, mi sono abituato ed ho desiderato sempre più stare a Milano nel mese di Agosto, perché mi riposavo doppiamente.
    Come dire: Chi fa le vacanze in Luglio o a Settembre, stando nel mese di Agosto in città, è come se le ferie le facesse due volte.
    Ero turnista e così, nei giorni di riposo o nelle mattinate libere, io gironzolavo per le strade della città in sella alla mia bicicletta, pedalando e curiosando.

    Abitando in zona Navigli, andavo lungo l’Alzaia per entrare in Santa Maria delle Grazie al Naviglio e meditare il Vangelo del giorno in fondo alla Chiesa, altre volte lungo la Ripa, passando per la casa di Alda Merini. Tramite il parroco Don Vegezzi, ora vescovo nella diocesi di Varese, mi sono incontrato con la grande Alda, la quale, notando la mia sensibilità, mi spingeva a continuare con lo scrivere versi. Incitandomi, ma solo se avessi avuto, dentro di me, un vulcano esplosivo, perché, diceva, di fuffa in giro c’è ne fin troppa.
    La gente crede di “fare” poesia, ma è solo ricerca poetica. Alda non sopportava il poeta Palazzeschi. La sua poesia “La Fontana”, che fa: Pluff, ploff, plaff, le faceva venir voglia di urinare.
    Andavo anche a pregare nella bellissima chiesa di San Cristoforo per portarmi, poi, fino a Corsico o verso la zona Barona.
    Quell’anno, mi introdussi nella via Pestalozzi, e, sui gradini della scuola elementare, notai seduto un uomo con la gamba ingessata e con un borsone accanto a lui. Pedalando, proseguii ed andai oltre.
    Più avanti osservai ad un balcone un bimbo che piangeva a causa della
    perdita di un palloncino, che era volato via.
    Si disperava nel pianto e la madre non riusciva a consolarlo.
    Chiesi alla madre dove avesse comprato il palloncino. Mi rispose che l’ aveva avuto il giorno prima regalato dall’edicolante in fondo alla via, all’angolo con la via Watt. L’edicola era aperta per turno domenicale e, così, mi feci dare un’altro palloncino, anzi due, e glieli portai tra la gioia di mamma e figlio.
    Contento, io proseguii.
    Dopo un paio d’ore, ripassai nuovamente davanti alla scuola elementare e quell’uomo era ancora lì seduto. Incuriosito, mi fermai.
    Parlava francese e mi disse che era della Costa d’Avorio.
    Cosa facesse seduto lì da tanto tempo, gli chiesi. Aspettava un amico, che abitava al civico n. 4, e che non era in casa.
    Hai un numero di telefono per rintracciarlo, gli domandai. No, nessun altro recapito.
    Aspettammo un po’ insieme parlando del suo paese e del lavoro che faceva. Sponsorizzava la marca di un caffè presso le torrefazioni in varie piazze d’Italia e che a Verona, un’auto, senza controllo, era salita sul marciapiede e lo aveva investito.
    Lui non conosceva Milano e mi disse che sarebbe tornato in piazza Duomo per, poi, portarsi a Limbiate, ove alloggiava. Che la settimana successiva sarebbe andato in Francia, presso un suo zio.
    Gli chiesi se avesse mangiato e se avesse bisogno di qualcosa.
    Mi disse che aveva mangiato, ma capii che non era vero. Andiamo, gli dissi, e, caricato il borsone sul portapacchi della bicicletta, proseguimmo a piedi piano piano verso la mia abitazione, al 99 della ripa di porta ticinese.
    Giunti sotto casa, citofonai a mia moglie, spiegandole e chiedendo se potevo portare su, in casa, questa persona estranea, in quanto aveva bisogno di mangiare.
    Dopo averlo aiutato a farsi la doccia, gli porsi alcuni miei indumenti nuovi, che mi avevano regalato e che a me non stavano. Mangiammo una pastasciutta fatta a mano da mia moglie e dell’arrosto di vitello con verdura fresca. Non mancò il dolce ed il caffè.
    Mia moglie gli disse che, se voleva, poteva lasciare a casa nostra il borsone e venirlo a prendere in un secondo momento. Lui acconsentì, prendendo i suoi documenti e qualche indumento, lasciando visionare il contenuto, in quanto era uno straniero. Non voleva che facessimo cattivi pensieri.
    Verso le quattordici ripassammo ancora in via Pestalozzi e del suo amico, nessuna traccia. Così lo condussi in auto in piazza Duomo, come lui desiderava, e gli diedi una banconota da diecimila lire. Lo salutai ed andai a lavorare.
    Ritornò dopo qualche giorno, si lavò, mangiò, ricevette un’altra banconota.
    Ci ringrazio con benedizioni dal Cielo, prese il suo borsone e partì.

    Ci inviò, dopo qualche tempo, una cartolina dalla Francia per ringraziarci ancora e per dirci che si trovava bene presso la famiglia di suo zio.

    Gli rispondemmo inviandogli ancora una banconota ed augurandogli buona fortuna.

    A distanza di anni, ricordo ancora con emozione questo evento, che mi permise di trascorrere in serenità un bellissimo ferragosto a Milano.

    – accetto il regolamento, sez. B

  75. A caccia di uccelli

    Quel ragazzino era una vera peste. Non passava giorno che non ne combinasse una. Nella contrada alla periferia del paese, dopo la scuola, i pomeriggi trascorrevano tra il pascolo delle pecorelle e i giochi con i compagni. Egli era il capobanda e ne inventava di cotte e di crude. Dotato di un’inventiva non comune, Rocco era sempre al centro di qualche marachella. Le faceva solo per il gusto di farle: era quel che si dice vivace, puro argento vivo. I compagni, per lo più i cugini, lo assecondavano, ma il leader era lui, anche se gli altri erano più grandi di età. Un giorno ebbe in dono dal nonno una lampada a batteria, una novità per l’epoca, la pila tascabile con il faro rettangolare: negli anni cinquanta furono le prime ad uscire dopo quelle a gas o a petrolio che si usavano in casa. Quella lampada gli era molto utile quando imbruniva e lui percorreva il viottolo non illuminato per tornare a casa. Ma non solo. Una volta, dopo aver pascolato il gregge per tutto il pomeriggio e averlo a sera rinchiuso nell’ovile, si propose di andare a caccia di passeri, quei poveri uccelli che si annidavano nei covoni di paglia lungo lo stradone rasente la contrada. Era soltanto desiderio di combinarne una grossa per dimostrare agli amici la sua temerarietà. Avrebbe scovato gli uccelli con la luce del faretto e li avrebbe catturati e mostrati come un trofeo ai compagni il giorno seguente. Attese che fosse buio e quatto quatto si diresse verso il luogo dell’impresa. Le bestiole col buio si erano appollaiate per la notte ma, abbagliate dalla luce del faretto, si spaventarono e nel nido si creò un vivace trambusto. Le povere bestiole, nel tentativo di fuga, si disorientarono e fuggirono fuori dalla paglia in tutte le direzioni. Fu allora che Rocco cercò di afferrarne una per le ali, ma cadde rovinosamente nel ruscelletto sotto il ponte attiguo allo stradone. «Ahimè, pensò, che figura farò con gli altri, quando sapranno del mio insuccesso! No, non lo dirò a nessuno.» Ma ecco da sotto il ponte spuntare come ombre gli altri ragazzini: lo avevano preceduto nell’impresa, avendo avuto anch’essi la stessa idea, anche se privi di faretto. Benché vergognoso, Rocco si sentì in parte sollevato della comune malasorte, ma ne uscì grondante di acqua. La camicia già logora si gonfiò di sbuffi d’acqua; i pantaloni, già sdruciti e rattoppati, grondavano da ogni parte. La caccia ai passeri si concluse così, in quel modo malconcio, ma la lampada fu salva e lo furono anche i passeri. Tornò a casa evitando di farsi vedere dalla mamma; il papà e il nonno, ultimati i lavori della giornata, giocavano a carte con gli amici e con lo zio che ogni sera vi arrivava dalla contrada vicina in groppa al suo asinello. Salì in silenzio su per la scala in legno di castagno che portava al piano superiore sopra la stalla dei buoi, cambiò i miseri indumenti e s’infilò nel letto. Se i genitori si fossero accorti della sua marachella, le avrebbe prese di santa ragione. Del resto, la punizione che meritava l’aveva già avuta. Aveva capito che gli uccellini non andavano mai più disturbati. Come tutti gli altri esseri viventi, dal più piccolo al più grande, ognuno andava rispettato. Da quel giorno in avanti, li avrebbe lasciati in pace. La mattina seguente, la scuola l’attendeva.

    Accetto il regolamento Sezione B

  76. Accetto il regolamento -Sez.B

    UN PEZZO DI CIELO

    Il bambino raccolse i suoi risparmi e in tutta fretta entrò nel vecchio bazar, dove l’insegna in legno di ciliegio proclamava “Qui troverete tutto quello che cercate”
    -Buongiorno, signora -esordì- vorrei comprare…
    La donna lo guardò incuriosita.
    -Coraggio, cosa vorresti?
    -Ecco, signora… questi sono i miei risparmi, ma in ogni negozio tutti mi dicono che non ce l’hanno e che sono matto a pensare di trovarlo. Qui avete scritto che avete tutto quello che uno cerca.
    -E quindi, dimmi, tu cosa cerchi?
    La guardò dritto negli occhi.
    -Vorrei comprare un pezzo di cielo, il più azzurro che c’è, anche piccolo, fin dove arrivano i miei soldi.
    Gli uscì tutto d’un fiato, poi restò fisso a guardarla, speranzoso.
    -Come ti chiami, bambino?
    -Riccardo. Ce l’hai?
    -Vieni con me, Riccardo… ti fidi?
    -Si
    La donna chiuse la porta del negozio e aprì il retro, su un immenso campo verde fiorito, pieno di uccelli e di farfalle, con tanti alberi ricolmi di fiori e di frutti dove il sole e gli arcobaleni non conoscevano ostacolo alcuno.
    Riccardo era ancora stordito da tanta bellezza, tanta musica e profumi, abituato com’era all’aria chiusa e inquinata di città, allo stridere dei freni e al via vai delle auto.
    -Signora, è magia questa?
    Lei sorrise: -Si, è la magia della Natura. E adesso guarda in alto… cosa vedi?
    -Il cielo, e com’è azzurro!
    -Ecco, vedi com’è grande e lontano? Come faccio a tagliarne un pezzo? Come faccio a comprarlo e a venderlo? E come faremmo se tutti ne tagliassimo un pezzo? Dove andrebbero le stelle, la luna, il sole, le rondini… come scenderebbe la pioggia? e la neve?
    Riccardo abbassò la testa.
    -Tesoro, il cielo è lassù per tutti, è un dono che tutti hanno ma nessuno può possedere. Ma dimmi, perché ne vorresti un pezzetto solo per te?
    -Perché ho paura del buio e così la notte posso metterlo sul cuscino e chiamare una stella a farmi compagnia.
    La donna lo accarezzò e sorrise.
    -Riccardo, apri le mani e guarda.
    Lo stupore fu grande: nelle mani l’azzurro e tanti puntini lucenti, uno più grande di tutti.
    -Vedi? Lo hai già il cielo: il sorriso delle persone buone, le carezze di chi ti ama e ti protegge, l’amore grande della tua mamma, quella stella più luminosa e bianca. Il buio non deve farti paura, esiste proprio per farti vedere la luna e le stelle, sentire il silenzio della notte e cullarti nei sogni. E quando penserai di avere ancora paura, poggia la tua mano sul viso e sentirai il calore dell’amore di chi ti vuol bene, tutto il loro amore, sentirai il cielo più azzurro nel tuo cuore, l’unico cielo che sarà tuo per sempre.
    -Grazie.
    Le regalò un bacio e uscì dal negozio guardando ancora le sue piccole mani.
    Lungo la strada i soliti passi frettolosi della gente e il solito mendicante con la schiena curva, la testa china quasi a toccare quel grigio rettangolo sotto le gambe incrociate. La mano, tesa a raccogliere qualche briciolo di pietà dal cuore dei passanti. Riccardo si fermò come al solito e, come al solito, mise nella mano un paio delle sue monete.
    -Ah, sei tu, Riccardo! Il solito bambino che mi racconta che ha paura del buio! Grazie! –esclamò l’uomo, chiudendo la mano e sfiorando le piccole dita- Se il mondo fosse dei bambini! Se i grandi fossero bambini!
    Ma Riccardo questa volta si inginocchiò di fronte a lui, gli prese le mani e le strinse forte. Poi gli sussurrò in un orecchio:
    -Gino, non ho più paura, lo sai? Adesso so come avere il cielo e la sua stella più luminosa della notte, ogni volta che ho paura, ogni volta che lo desidero. Anche tu, guarda, appoggia la tua mano sulla guancia e senti quanto ti voglio bene, anche quando non sono qui! Io sono un bambino e posso darti solo questo, ma nel cielo ci sono tante stelle e a volte, sai, scendono giù da chi le cerca e ha bisogno di loro!
    L’uomo baciò le manine strette nelle sue e una lacrima parve quasi benedirle.
    Il sole si svegliò sbadigliando. Come Riccardo che lo guardava dal vetro. Che strano, gli sembrava proprio che una nuvola gli avesse fatto l’occhiolino! Sorrise e velocemente si preparò per andare a scuola.
    -Mamma, mamma -gridò spalancando la porta al rientro- Gino, Gino non c’è più! Mamma…-
    La mamma gli andò incontro e gli mise le mani sulle guance. Sorridendo gli disse:
    -Guarda in alto, cosa vedi?
    -Ohhhh… il cielo in casa, mamma! Come hai fatto?
    -Vieni
    In cucina, seduto a tavola ad aspettarlo, Gino, silenzioso e sorridente.
    -Sei tu il cielo, Riccardo, la tua mamma, il tuo papà… l’amore tra le persone, basta una mano sulla guancia e tutto il suo calore diventa cielo e stelle e luna, e nemmeno il buio, nessun buio, fa più paura.

  77. ASCOLTAVO IL GIARDINO

    Il giardino con i suoni
    che tanto m’eran noti
    l’’animo mia rallegrava
    come musica si’ grata

    e i cinguettii diversi
    ripetevano i loro versi
    con i bambini festosi
    che giocavano briosi

    e i gai alti loro gridi
    eco facean alle madri
    che insegnavano i giochi
    con amor che hanno pochi.

    Io in silenzio sentivo
    e seduto, felice stavo
    sul bianco sedile ameno
    anche se sono cieco,

    che una vita normale
    ormai quasi posso fare
    con degli amici l’aiuto
    che la gioia m’han dato.

    Montecosaro, 25 settembre 2022
    Vincenzo Giusepponi.

    Accetto il regolamento del concorso, sezione A: poesia.

  78. Accetto il regolamento-sez.A
    EROS, THANATOS, E ZOE’

    Ti strappa sempre un sorriso
    la vita, ieri puttana,
    oggi virtuosa regina,
    carezzale piano le ciglia,
    non curarti del vento
    che i capelli scompiglia,
    c’è sempre un ladro che aspetta
    dentro un vicolo buio,
    mentre sei sulla strada di casa,
    una madre che annacqua
    il tuo vino,
    che regala una maglia
    per averti ancora bambino,
    un amico che amico non era
    e tu già sei seduto
    sull’immondizia del mondo,
    lontano dal Piccolo Principe,
    rovistando tra ninnoli persi
    in fiabe fumose di storia
    e le poesie di Neruda,
    un gatto piscia sul ponte
    alla luce dei fari, è normale,
    quanto vale il fiato di un uomo
    mentre sfuma la luna,
    ma oggi hai fortuna,
    e cade soltanto la cenere
    e gli occhi sulle punte di stelle
    che scorrono il fiume,
    infingarda un’ombra di tenda
    si accende sui corpi
    che una passione consuma,
    e allora sorridi, e lo sai,
    che un granello di sabbia
    è deserto, ma è vita, diversa,
    è tempo che passa,
    è un castello che crolla,
    ma anche una riva, bagnata, amata,
    dall’ onda che torna dal mare
    e poi ancora ritorna.
    Così scivola come libera vela
    la pagina bianca,
    le stelle sono ancora nel cielo,
    sei solo col gatto, nel silenzio
    del fragore del mondo,
    e ridi e non riesci a fermarti,
    in fine, accendi la pipa
    e spegni i pensieri fischiando.

  79. Vorrei partecipare al contest “Come fiori sul ciglio della strada” sezione A. Accetto il regolamento.

    Titolo: Spostamenti consentiti per “attività motoria all’aperto”

    Oltre una sbarra di ferro
    Arrugginita,
    Tra due quartieri
    diresti pasoliniani,
    un sentiero ti porta
    verso un luogo che non
    è un luogo,
    in un parco che non è
    un parco,
    dove c’è un bosco
    che non è un bosco,
    un rovo che non è
    un rovo.
    Tra il fango in un canneto
    ridono gialle ginestre
    s’insinuano bianche
    le pratoline
    e il lockdown dice:
    “non ti scordar di me”.
    (Roma, primo giorno di primavera 2021)

  80. In volo con Madame
    Aeroporto. Stretta nel tailleur di lino trascino il trolley con nonchalanche. Le spalle sono dritte, lo sguardo in avanti. Mi sento una top manager in trasferta.
    In verità non sono mai stata su un aereo e non conosco gli aeroporti. Ma questo è un segreto tra me e me.
    Madame. Eccola laggiù. Gira la testa a destra e a sinistra. Forse pensa che le ho tirato un pacco.
    Corinne le si avvicina.
    Mi fa ridere. Ha gli occhiali da diva americana e un carrello pieno di valigie, sembra stia partendo per la luna!
    Quando mi vede fa finta di sistemarsi il foulard.
    « Sei in ritardo! » ruggisce.
    Bel saluto, del resto cosa dovrei aspettarmi da lei?
    « Signora, mancano più di due ore alla partenza »
    « Forza, aiutami a spingere il carrello. Andiamo a fare il chech.in ».
    « Quando deve prendere un aereo la mamma è sempre agitata » miagola Corinne.
    Non oso pensare a quando usciremo dall’aeroporto. Altro che bestia da soma dovrei essere per trasportare tutti ‘sti bagagli. L’angoscia mi assale.
    Chiara, un problema alla volta.
    Mentre ci incastriamo nella fila di valigie e persone, Corinne indietreggia.
    « Divertitevi! » dice dondolando una mano.
    Che bestemmia!
    « Chiara, mi raccomando, fa’ in modo che alla mamma non manchi nulla »
    Grrrr.
    Faccio finta di non sentire. Apro la borsa e cerco i documenti.
    Il rullio delle ruote sulla pista. Uno scossone. I motori che salgono di giri.
    Oddio.
    L’uomo accanto a me mi fissa. Ce l’ho scritto sulla fronte che è il mio primo volo?
    Il muso dell’aereo punta il nulla. M’attacco al sedile.
    « Rilassati, sembri uno stoccafisso » ghigna madame « non mi dire che non hai mai volato!»
    « Certo che sì, diverse volte, anche ».
    Fatti i cazzi tuoi strega!
    Che vacanza, che vacanza! Dalla rabbia mi verrà un infarto, ne sono certa.
    Belle le nuvole! Sembrano ciuffi di panna montata spruzzati qua e là di sciroppo d’amarena, e i campi laggiù dei biscottini perfettamente allineati.
    La hostess mi porge un vassoio e lo prendo con un sorriso. Mmh che fame!
    Non è poi così male volare. Ora, sono tranquilla.
    « Questo cibo fa schifo, è il peggiore che abbia mai mangiato su un aereo. Guarda le patate, crude! Per non parlare della carne! »
    La cornacchia ha iniziato a gracchiare, meglio che faccia finta di niente.
    « Sei sorda? »
    « No, è che… non possiamo farci nulla »
    Mi fissa con occhi di falco.
    « Questo lo dici tu. Sei una perdente se ragioni così! Mai accontentarsi! Bisogna sempre pretendere il meglio, altro che… »
    Oh mamma, speriamo che la pianti.
    « Allora, faccia ricorso alla compagnia »
    Si guarda gli artigli freschi di smalto.
    « Ci puoi scommettere!».
    Ancora nuvole.
    Uno strato di cotone morbido e bianchissimo. L’aereo lo buca. Ora è lì, in mezzo alla bambagia, come un gioiello.
    C’è silenzio nella cabina. Chi legge, chi guarda, chi dorme. L’uomo accanto a me si toglie le scarpe, abbassa lo schienale e chiude gli occhi.
    Ma il “cane da tartufo” ha annusato qualcosa.
    « Che puzza, la senti anche tu? »
    « Veramente no »
    « Come no? »
    Madame allunga il collo e la smorfia le deforma il viso.
    « Oddio! Quel buzzurro s’è tolto le scarpe come fosse a casa sua! E’ un’indecenza!» urla.
    Il tipo spalanca gli occhi e la fissa incredulo.
    « Stia calma » balbetto.
    « Calma? Sono inorridita, letteralmente inorridita! E lui mi guarda come un ebete »
    « Non capisce, è straniero!»
    « Ovvio, è un marocchino, ma che vada nella foresta a fare certe cose!
    Hostess…hostess…» sbraita col dito alzato.
    Cazzo, la faccenda si complica.
    Giuro che se avessi un bastone…
    E poi i giornali scriverebbero: badante stressata fa fuori la padrona con un colpo in testa.
    Ma guarda che pensieri.

    1. Luisella hai il mio stesso stile (racconto scritto al presente con molti dialoghi e una spruzzata di ironia…), per cui non posso che apprezzare.

  81. Sezione A. Accetto il regolamento

    ARIA DI MARE
    Vado incontro al sole
    con l’odore di mare
    dentro le narici,
    che un vento inaspettato,
    ha portato fino qui.
    Nebbia di onde spumeggianti,
    e suono di brezze estive
    raggiunge la terra mia ,
    per la lunga via
    di vento che giunge
    alle sue rive .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: