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Intervista di Cristina Bucci a Daniele Rotella: dai The Rust and The Fury a Boda

“I can change the colors./ I can feel my pains./ I would restart your memories./ I could bring you my love./ I set the controls fore the heart of the sun./ I’m moving away from here./ I’m moving to the end of times, spaces, galaxies./ I’m just killing you./ I know your memories.” – “Killing you

Boda

Daniele Rotella è musicista operaio, un chitarrista che ha fatto del suo strumento, sia in versione elettrica che acustica, una questione di vita. È il leader dei The Rust And The Fury, band rock perugina amata e dileggiata dalla critica.

Due dischi alle spalle con etichette del calibro di La Fame Dischi (il primo) e la prestigiosa Woodworm Label (il secondo).

Sotto il nome di Boda debutta con un album maturo registrato in solitaria. Undici canzoni sussurrate dal bosco, protagonista indiscusso dell’intera opera.

Un viaggio tra luoghi sonori evocativi e istantanee di vissuto. Arvo Part e i Sigur Ros che giocano con Neil Young.

 

C.B.: Daniele Boda Rotella dopo due grandi dischi con i The Rust And The Fury approda all’avventura solista. Com’è nata questa esperienza?

Daniele Rotella: Posso dire che è stato un processo molto naturale. Avevo da parte alcune canzoni scritte nel corso di questi ultimi quattro anni, alcune anche in tempi più “antichi”. Le ho registrate nell’arco di un anno e mezzo e hanno preso una forma ed una sostanza nuova. Una veste che si addice al mio modo personale di vedere oggi la musica.

 

C.B.: Con i The Rust avete avuto grandi riconoscimenti. Che periodo è stato?

Songs: For a lovely soul

Daniele Rotella: Un periodo meraviglioso. Tutto è successo in modo molto naturale e senza alcuna forzatura. Abbiamo vissuto un periodo di grazia, dove tutto ci è riuscito in maniera semplice e molto spontanea. Vivevamo in sincronia l’un con l’altro ed in una armonia unica che non ho mai “sentito” e vissuto prima.

 

C.B.: Quello che colpisce di questo disco è che sei riuscito a stupire. Riuscire a discostarsi pur mantenendo il proprio stile riconoscibile non è mai facile. Per me addirittura ti sei superato. Preferisco di gran lunga questo “Songs: for a lovely soul” alle tue vecchie produzioni. Sei maturato?

Daniele Rotella: Mi sono messo alla prova. Ho scavato nel fondo delle mie idee da produttore e le ho messe in pratica, cercando di cogliere tutti gli elementi di arrangiamento ed esecuzione che ho sempre ricercato nel mio modo di lavorare. Sì penso di essere maturato, ma in funzione di un naturale processo di evoluzione artistica. In una continua sensazione di bello e di bellezza. Perché la musica è una continua ricerca della bellezza, come in tutta l’arte.

 

C.B.: Lo avrai intuito che il tuo disco mi è piaciuto molto ma penso che avrebbe avuto più fortuna all’estero. Mai pensato di emigrare?

Daniele Rotella: Ci penso ogni giorno della mia vita. Emigrare dove però? Ho un’esigenza di scoprire nuovi posti e nuove frontiere sonore. Farmi contaminare. Conoscere nuove forme di espressione musicale e non. Ho vissuto in Scozia per un periodo. Devo dire che molto mi ha lasciato questo posto. Molti suoni, odori e pensieri.

 

C.B: A proposito di questo hai mai pensato all’italiano per i testi?

Daniele Rotella: Ovviamente sì. C’ho provato, ma non è nelle mie corde. Né degli strumenti, né tanto meno in quelle vocali.

 

C.B.: Ascoltando la tua musica si capiscono molto bene i tuoi riferimenti. Praticamente tutta roba non italiana, ma quali gruppi italiani tuoi colleghi ascolti o hai stima?

Daniele Rotella – Boda

Daniele Rotella: Non ascolto musica prodotta in Italia. Lavoro come fonico e ti assicuro che mi basta ascoltare le band dal vivo. Difficilmente trovo qualcosa di stimolante. Viviamo in un tempo di banalità musicale dove funzionano solo i ritornelli ridondanti da coro da stadio. Non trovo differenza tra il pop becero e quello che viene definito “Indie”. Percepisco una grande confusione. Una mescolanza di generi, retaggi del passato e ritornelli senza senso.

 

C.B.: A quando un concerto nel bosco?

Daniele Rotella: Presto molto presto! Devo “celebrare” il bosco che ha dato vita a questa idea. Il bosco di Monte Malbe. Mi ha ispirato e sussurrato tutte le note di questo disco. Per l’esattezza ha “suonato” questo disco attraverso me.

 

Written by Cristina Bucci 

 

 

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Intervista di Cristina Bucci a Teresa Plantamura: la musica per essere se stessi fino in fondo

Uscirà il 15 maggio 2017, edito da ‘La Clinica Dischi, l’album d’esordio di Teresa Plantamura dal titolo ‘L’arca dell’Angelo’.

Teresa Plantamura

Cantautrice eclettica, Teresa nasce e vive in Toscana anche se restano in lei molto forti e profondi i legami con la sua terra d’origine, la Puglia, regione di grandi tradizioni e di folklore.

In questo primo disco l’artista, miscelando diversi generi musicali tra cui il folk, il pop e il rock, affronta tematiche di denuncia nelle quali emergono, ad esempio, l’orientamento della società attuale più attenta ai valori di apparenza che non di essenza e il tentativo di abolire pregiudizi e tabù.

In contrapposizione a questi concetti, si sviluppano temi riguardanti l’avvenire e la fiducia in un cambiamento.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Teresa per capire come si sente a pochi giorni dal raggiungimento di un traguardo importante e come è arrivata a raggiungerlo.

 

C.B.: Teresa Plantamura ciao e benvenuta! Presentati ai nostri lettori.

Teresa Plantamura: Ciao! Sono una cantautrice che si propone nel grande panorama musicale, con la giusta dose di entusiasmo e con il forte pensiero, che non c’è mai fine a un tempo, per fare qualcosa che desideri. E il desiderio, va rincorso e va vissuto nonostante tutto. Per me fare musica non è mai stato un dimostrare ma piuttosto condividere. Io ho fatto questo, ho reso pubblica la mia passione.

 

C.B.: Il tuo primo disco si intitola “L’Arca dell’Angelo”, ma non ha nulla a che fare con la religione. Come mai questa scelta?

Teresa Plantamura: Esatto, non ha assolutamente nulla a che fare con la religione. Ho semplicemente utilizzato due simboli, l’Arca che equivale ad uno strumento, un mezzo da utilizzare per intraprendere un percorso, nel mio caso potrebbe essere la voce; l’Angelo è quell’ispirazione straordinaria che ad un tratto ti invade e come per magia, ti porta a creare una melodia o a comporre un testo.

 

C.B.: Le canzoni parlano di temi a te cari come la questione dell’apparenza. Ce ne puoi parlare? Pensi che sia impossibile essere se stessi fino in fondo?

L’arca dell’angelo

Teresa Plantamura: Essere se stessi fino in fondo forse non è così facile, ma costruire su di noi qualcosa che spesso non equivale alla verità, è tutt’altra cosa! Viviamo ormai da tempo in una società che giudica o da consensi analizzando delle immagini, che spia i nostri interessi, che propone rimedi seguendo mode o fenomeni del momento. E allora immancabilmente andiamo a coprire la nostra più chiara essenza, tendiamo a compattarci e assomigliarci uno con l’altro.  Dobbiamo dimostrare e sfoggiare di tutto pur di trarre attenzione.  Insomma anche una gran fatica! Io ambisco solamente a più naturalezza a più genuinità: se fossi un albero da frutto, griderei al vento di tornare al biologico!

 

C.B.: Quali sono secondo te gli strumenti con cui un uomo può cercare davvero la felicità?

Teresa Plantamura: Che bella domanda. Io credo che ognuno di noi abbia molteplici strumenti da utilizzare. La prima cosa da fare però, è essere più clementi e ironici con se stessi, affrontare i propri limiti e farci amicizia. Vivere le proprie debolezze come un’opportunità di cambiamento.

 

C.B.: La musica è la tua felicità?

Teresa Plantamura: Non è l’unica complice della mia felicità, ma ha un grande ruolo.

 

C.B.: A che età hai iniziato?

Teresa Plantamura: Fin da bimba giocavo più con gli strumenti musicali che con le bambole, ero molto stimolata da una famiglia che ha sempre ascoltato musica e mi ha cresciuta con questa passione. Poi nell’adolescenza sono avvenuti gli studi di canto, i primi concorsi, le prime esibizioni live ed altri eventi. Devo ammettere che per un periodo della mia vita avevo quasi accantonato questa devozione. Ma la musica non ti lascia mai. Negli ultimi anni l’ho riscoperta con quella levità che forse mancava e che oggi rende tutto più dilettevole.

 

C.B.: Preferisci la parte in studio o più i live?

Teresa Plantamura: Prediligo i live! Molto più stimolanti e mi caratterizzano di più.

 

C.B.: Da dove trai ispirazione?

Teresa Plantamura

Teresa Plantamura: Traggo ispirazione da tutto ciò che ho intorno, dalle persone alle cose, dai colori ai profumi, dalle azioni agli accenni. Mi reputo un’osservatrice delle piccole cose che in realtà, detengono grandi sviluppi e verità.

 

C.B.: Cosa ne pensi dell’attuale scena indipendente musicale italiana? Ti ci ritrovi?

Teresa Plantamura: Credo sia molto attiva in Italia, forse un po’ sconosciuta ma non per questo di qualità minore. Mi ci ritrovo e mi coinvolge tanto; l’idea di non poter utilizzare i mezzi a disposizione delle grandi major, mi fa impegnare ancora di più, e assaporare ogni piccolo risultato con soddisfazione.

 

C.B.: Qualche artista che ti piace?

Teresa Plantamura: Potrei citare da Janis Joplin, Patti Smith e l’adorabile Bruce Springsteen, arrivando nel nostro territorio italiano con Rino Gaetano, Ivano Fossati, Max Gazzè. Potrei fare una lunga lista partendo da molto lontano!

 

C.B.: Prossimi impegni?

Teresa Plantamura: Sto già lavorando a nuovi brani e tante sono le idee da sperimentare! Tra poco invece ci saranno dei live che mi porteranno un po’ in giro, insieme alla mia band e questo credo sia per il momento, uno degli impegni maggiori! Un saluto e un grazie a Voi ai lettori!

 

Written by Cristina Bucci

 

 

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“Songs: For a lovely soul” di Boda: un disco di canzoni perfette!

“The embersburns into the woods./ I taste the smell./ I’m looking for the place that burns./ I’ll see the giant eyes that burn over me./ I could be in peace singing along./ Like a ship on the waves./ Floating Memories, trying to save my soul./ Wind carry me away” – “Wind

Songs: For a lovely soul

Daniele Rotella è musicista operaio, un chitarrista che ha fatto del suo strumento, sia in versione elettrica che acustica, una questione di vita.

È il leader dei The Rust And The Fury, band rock perugina amata e dileggiata dalla critica. Con loro ha due dischi alle spalle usciti con etichette indipendenti italiane del calibro di La Fame Dischi (il primo) e la prestigiosa Woodworm Label (il secondo).

Sotto il nome di Boda debutta con un album maturo registrato in solitaria. Undici canzoni sussurrate dal bosco, protagonista indiscusso dell’intera opera.

Un viaggio tra luoghi sonori evocativi e istantanee di vissuto. Arvo Part e i Sigur Ros che giocano con Neil Young.

Il disco si chiama Songs: For a lovely souled è uscito il 17 Marzo 2017 per La Sete Dischi, la divisione digitale della prima etichetta che licenziò l’esordio dei The Rust And The Fury, La Fame Dischi appunto. Una sorta di ritorno alle origini.

L’album è in free download a testimonianza del fatto che sempre di più la migliore musica emergente italiana è gratis, cosa al quanto paradossale se pensiamo alla situazione attuale della scena indipendente.

Ma veniamo a Boda e al suo piccolo gioiello. A leggere le quattro righe che accompagnano la descrizione del suo disco in prima persona si direbbe che molti tratti di questa sua “confessione” si ritrovano poi tra le righe delle sue canzoni:
“Parlare è come suonare. Suonare mi riesce sicuramente meglio che parlare. Per cui da sempre ho suonato ad altissimi volumi, consapevole che avrei comunque disturbato qualcuno. Mi piace disturbare attirare l’attenzione, per lasciare un segno del mio passaggio. Come fanno i cani.”

Boda

Se già con i The Rust And The Fury eravamo di fronte a grandi dischi, anche con questa avventura solista Daniele Rotella dà prova di grande maestria e di padroneggiare molto bene la materia che tratta: la musica e le canzoni.

Canzoni che mai immagineresti così perfette in un equilibrio che porta l’intero ascolto dell’opera a una sorta di viaggio interiore di fronte a noi stessi con lo sguardo crudele di chi sa che non può più nascondersi ed è arrivata la resa dei conti.

Occorre essere coraggiosi per intraprendere il viaggio che Boda ci propone perché alla fine di tutto, alla fine dell’intera esperienza d’ascolto, non saremo più gli stessi.

Siamo pronti?

 

Written by Cristina Bucci

 

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“Crono”, il nuovo album della band La Madonna di MezzaStrada: sei tracce che strizzano l’occhio

Terzo disco per i perugini La Madonna di MezzaStrada che approdano a La Fame Dischi e pubblicano questo interessantissimo album dal titolo Crono uscito il 10 Gennaio 2017.

Crono - La Madonna di MezzaStrada

Diciamolo pure l’Umbria ultimamente è patria di tantissimi progetti musicali interessanti che meritano di essere scoperti. E questa indie rock band fatta da 5 elementi, e capitanata da Fabio Ripanucci, non è da meno.

Cinque elementi dicevamo e un set classico: chitarra, basso, batteria, tastiere ed un violino come unica fuoriuscita dal sentiero del già visto e sentito. Il risultato però di questo mix tanto classico è invece un album molto moderno soprattutto nei suoni.

Le sei tracce che vogliono strizzare l’occhio alla forma “canzone d’autore” risultano ben registrate e supportate da arrangiamenti davvero funzionali. Merito forse del produttore artistico Daniele Rotella (già a lavoro con i colleghi “fame” The Rust And The Fury e Michele Maraglino)? Chi lo sa.

Eppure il lavoro risulta molto omogeneo e sicuramente più maturo dei precedenti due dischi della band che avevano produttori diversi. Forse grazie a questa collaborazione e all’ingresso in un’etichetta ufficiale, un nuovo sentiero è stato appena tracciato per La Madonna di MezzaStrada, sentiero che porterà sicuramente questa band a nuova linfa e ad un nuovo e florido periodo della propria carriera ricco di concerti e soprattutto di nuove e bellissime canzoni.

Sì canzoni. Perché alla fine è proprio di questo che si tratta: canzoni.

Essere semplici si sa è la cosa più difficile quindi onore al merito a questa band che grazie anche all’ottimo utilizzo della lingua italiana nei testi ci ha regalato un’opera completa che si ascolta e cattura anche a livello emozionale e di contenuti.

Canzoni che potremmo definire di genere “post rock d’autore” con queste bellissime lunghe code alla fine di ogni pezzo che fanno apparire l’esperienza dell’ascolto un vero e proprio viaggio mistico e che richiamano molto l’ultimo disco di Iosonouncane, anche forse per il comune numero di tracce (sei soltanto) che compongono l’intera opera. L’accostamento potrebbe risultare un po’ forzato, ma va considerato nell’idea di “concept album” e scelte artistiche e non nel dettaglio di sound e contenuti.

La Madonna di MezzaStrada

Siamo veramente di fronte, come recita la cartella stampa che accompagna il press kit di questo disco, ad “un vero e proprio concept album sul panorama scheletrico del tempo. Un viaggio visionario di sei brani. Un immaginario poetico stagliato su paesaggi sonori solidi e quanto mai duttili. Un trip meraviglioso di suoni colori e profumi in una forma canzone monolitica non etichettatile. Un piccolo e sconosciuto capolavoro.”

 

La Madonna Di MezzaStradaCrono (La Fame Dischi 2017)

1. Albero

2. Dirigibili

3. Formaldeide

4. Cesare

5. Triliardi

6. Crono

 

Registrato e Mixato da Daniele Rotella presso lo studio Cura Domestica di Perugia

Mastering di Umberto Ugoberti presso lo studio Pitch Audio Research di Perugia

Produzione Artistica di Daniele Rotella

Testi di Fabio Ripanucci

Artwork a cura di Fabrizio De Angelis

La Madonna di MezzaStrada sono:

Fabio Ripanucci voce, chitarre

Fabrizio De Angelis basso, cori

Damun Miri Lavasani piano, synth, rhodes, moog

Luca Papalini violino

Michele Turco batteria

 

Written by Cristina Bucci

 

 

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Intervista di Cristina Bucci al cantautore Stefano Scrima in arte LinFante per l’uscita del suo album “Piccolo e Malato”

Il 29 Settembre 2016 è uscito per La Fame Dischi, in collaborazione con Winter Beach e Sinusite Records, Piccolo e Malatoil nuovo EP del cantautore LinFante.

LinFante

Cinque canzoni, scritte negli anni febbrili che seguono all’abbandono del borgo natio per tuffarsi nel mondo, reincise o registrate per la prima volta.

Piccolo e malato è tutto quello che c’è da sapere su LinFante. Un lavoro molto pregevole che ci ha colpito molto sin dalla canzone che dà il titolo al disco, un pezzo che Stefano suona dal vivo fin dal suo primo concerto.

Una pianta carnivora mi ha detto che non mi ami più è la traccia che chiude Duende (2009), il secondo disco dei Sydrojé, band cremonese con cui Stefano è cresciuto, riunitasi per questo nuovo lavoro. Anche Roma è stata scritta in quel periodo, quando LinFante mai avrebbe immaginato che un giorno si sarebbe trasferito proprio in quella città.

L’amaro e Serenata ai grilli sono state scritte per Il Re dei Boschi, progetto nato nel 2007 con Le Jacobin de La Scapigliatura, anch’egli presente in questo disco, quando il sabato mattina ci si trovava a Cremona per suonare e dimenticare le pene d’amore.

Abbiamo scambiato 4 chiacchiere con LinFante per conoscerlo meglio.

 

C.B.: Il 29 Settembre è uscito il tuo ultimo EP dal titolo “Piccolo e Malato”. Che differenza ci sono con il tuo primo disco “Non mi piace niente”?

Stefano Scrima: Non posso dire che “Piccolo e malato” sia un lavoro più maturo perché i pezzi di questo disco sono stati scritti ancor prima di quelli di “Non mi piace niente”. Ma ci sono molto affezionato, per questo ho deciso di registrarli riunendo i musicisti e amici coi quali li ho sempre suonati. “Non mi piace niente” è più vario nei contenuti e meno nell’arrangiamento (ci sono solo una voce, una chitarra acustica e un paio di incursioni di un’armonica a bocca), mentre “Piccolo e malato” è incentrato sull’amore, e in particolare sulla fine delle storie d’amore, con tutto il disagio che un’anima sensibile può provare, e ha degli arrangiamenti più elaborati, grazie, appunto, ai musicisti che sono entrati in studio con me (Le Jacobin de La Scapigliatura, Andrea e Muke dei Sydrojé e Flex, mio produttore artistico). 

 

C.B.: Come è avvenuto l’incontro con La Fame Dischi?

LinFante - Piccolo e malato

Stefano Scrima: La Fame Dischi è una realtà molto attiva e questo lo si percepisce subito. Ho conosciuto Michele durante un compleanno dell’etichetta a Roma e da lì siamo rimasti in contatto. Qualche mese fa gli feci sentire i pezzi di “Piccolo e malato” chiedendogli un parere. Da lì è nata la collaborazione. 

 

C.B.: Molti ti hanno accostato ad artisti che fanno parte di una scena italiana un po’ datata (Moltheni, Manuel Agnelli, Edda, ecc.), tu che ne pensi? Ti piace l’attuale scena cantautoriale italiana o sei anche tu un nostalgico?

Stefano Scrima: Tu sei nostalgica? Se mi fai scegliere è chiaro che preferisco Edda e compagnia, mi sento molto più affine a loro, e non solo musicalmente. Ci sono alcuni cantautori che mi piacciono, certo, ma se devo essere sincero non impazzisco per la scena attuale.

 

C.B.: I tuoi testi sono molto evocativi, hai un modo di scrivere che si sta un po’ perdendo in Italia non trovi? Ti piacciono i giochi di parole che vanno tanto di moda adesso?

Stefano Scrima: Non lo so, sarò banale ma scrivo come mi viene. Gli ingegnosi giochi di parole mi piacciono quando aprono nuovi mondi a cui non avevi mai pensando, quando sanno veicolare un messaggio in modo profondo e originale. Saperli fare è certamente una dote invidiabile. Uno dei miei autori preferiti – non musicali – è Bergonzoni.

 

C.B.: E invece che musica ascolta LinFante?

Stefano Scrima: Ascolto cose molto diverse in fasi molto diverse. Come tutti, penso. Sono affezionato ad alcuni artisti, per quello che per me rappresentano e perché amo tutto della loro produzione, come Nirvana, Queens of the Stone Age o Michael Jackson. Ma ci sono momenti in cui ascolto solo Stromae o Tenco. Ultimamente di notte metto su “Work” di Rihanna e Drake.


C.B.: Il 29 Settembre è anche uscito un tuo libro, vero? Un libro di filosofia. Sei anche uno scrittore quindi. Ce ne parli?

LinFante

Stefano Scrima: Sì, casualmente lo stesso giorno di “Piccolo e malato” è uscito “Nauseati”, un libro che tratta della nausea esistenziale attraverso le figure e le opere di scrittori, filosofi e artisti celebri. Amo leggere, pensare e scrivere. Ho una laurea magistrale in Filosofia, che non vale niente in confronto alla passione che metto dentro a ogni cosa che creo. La mia necessità è quella di esprimermi, cercando così di realizzarmi, compiermi. E musica, letteratura e filosofia sono gli strumenti che ho scelto, anzi no, sono stati loro a scegliere me.

 

C.B.: Progetti per il futuro?

Stefano Scrima: Continuerò a creare quando sentirò che è arrivato il momento. Ho già in mente un disco nuovo, ma non so se, quando e come vedrà la luce. In realtà ho tantissime idee che devo tenere a bada. Piano piano cercherò di realizzarle tutte. Sto imparando, con grande fatica, a non avere troppa fretta. Uno dei miei più grandi difetti è l’impazienza. 

 

Written by Cristina Bucci

 

 

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Intervista di Cristina Bucci a Johnny Bemolle’s: eccovi il nuovo disco “Jb”

Johnny Bemolle’s esordisce con questo “Jb”, suo primo disco ufficiale in assoluto, e risulta da subito essere una piacevole scoperta.

 

Johnny Bemolle's

Iniziava così la nostra recensione del suo album d’esordio uscita qualche mese fa e a qualche settimana dalla fine dell’estate abbiamo deciso di fare 4 chiacchiere con Antonello d’Ippolito ovvero l’anima di colui che si cela dietro a Johnny Bemolle’s.

Johnny Bemolle’s è un cantautore vagabondo di cui, appunto, si sa poco. Sono state ritrovate per caso le sue canzoni in una vecchia valigia, ognuna ambientata in un luogo diverso e ognuna densa di persone, personaggi, atmosfere. Un’altra pregevole cosa riguardante questo disco sono le illustrazioni realizzate per ogni canzone.

Non aggiungo altro e vi lascio alle risposte di Johnny! Buona lettura e buon ascolto!

 

C.B.: Johnny Bemolle è un cantautore vagabondo di cui si sa poco. Sono state ritrovate per caso le sue canzoni in una vecchia valigia, ognuna ambientata in un luogo diverso e ognuna densa di persone, personaggi, atmosfere. Visto che non si conosce quasi niente di Johnny Bemolle, se non le sue canzoni, l’illustratrice Laura Re, ormai matita ufficiale dei Johnny Bemolle’s, ha deciso di interpretare i suoi testi cercando di realizzare un progetto sia musicale che visivo. Per ogni pezzo del disco Laura ha realizzato un’illustrazione, focalizzandosi su un particolare del testo e lasciandosi ispirare dalla musica. Com’è nata questa idea? Funziona nella promozione? Incuriosisce?

Antonello d’Ippolito: Laura ha visto nascere da zero il progetto Johnny Bemolle’s, quindi fin da subito è stata parte di esso, disegnando le copertine delle prime demo e le locandine, quindi nell’occasione del disco ci è venuto in mente che poteva essere interessante illustrare ogni singola canzone. L’idea è piaciuta e sta piacendo molto, è interessante vedere come venga apprezzata la cura dei particolari del disco e non solo la musica.

 

C.B.: Il disco si chiama “Jb” ed è fuori ufficialmente dal 16 Giugno 2016. Come sta andando?

JB - Jhonny Bemolle's

Antonello d’Ippolito: Bene considerando che abbiamo in programma molti concerti, il pubblico apprezza anche il nostro live e a fine serata riusciamo sempre ad alleggerire la valigia di Johnny dove teniamo le copie del disco.

 

C.B.: Come sai noi ci occupiamo fra le tante cose anche di musica e abbiamo recensito il tuo album. Cosa ne pensi della critica delle musica indipendente? Credi abbia ancora senso una recensione nell’era dello streaming?

Antonello d’Ippolito: Credo che possa essere molto utile a dare un punto di vista diverso sul disco, magari a puntare l’attenzione su un particolare che ad un ascolto superficiale può sfuggire. Oltre ovviamente ad incuriosire chi il disco non l’ha ancora ascoltato.

 

C.B.: C’è qualche tuo collega che fa il tuo stesso genere che stimi particolarmente? E dei big chi ti piace? Che musica ascolta Johnny Bemolle’s?

Antonello d’Ippolito: Mi piace sempre ascoltare il suono della chitarra de Lo Spinoso, ed è recentemente capitato di dividere il palco con un bravissimo e giovane cantautore che è Giulio Ronzoni. Tra i big non posso non nominare i classicissimi Eddie Vedder e Damien Rice, influenze sempre presenti.

 

C.B.: Cosa ci sarà in futuro per Johnny Bemolle’s?

Johnny Bemolle's

Antonello d’Ippolito: Tanti concerti, in giro per l’Italia e speriamo anche oltre! Stiamo poi già abbozzando qualche nuovo pezzo, che magari a breve testeremo dal vivo.

 

C.B.: Prevedi di cambiare un po’ per le prossime produzioni?

Antonello d’Ippolito: Sicuramente qualche cambiamento di suoni ci sarà, altrimenti ci annoiamo, vedremo dove ci porteranno gli esperimenti!

 

Written by Cristina Bucci

 

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La Fame Dischi

 

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“Jb”, il disco illustrato dei Johnny Bemolle’s: il cantautore vagabondo

Johnny Bemolle’s esordisce con questo “Jb”, suo primo disco ufficiale in assoluto, e risulta da subito essere una piacevole scoperta. Curioso il fatto che per realizzare questo album il nostro giovane “cantautore” abbia dovuto aprire una campagna di crowdfunding su Musicraiser come se non ci fosse nessuno in Italia interessato a tale progetto.

JB - Jhonny Bemolle's

Indubbiamente una situazione abbastanza strana ma per fortuna l’operazione è andata a buon fine a testimonianza del fatto che spesso il pubblico è molto più attento alle novità musicali del nostro paese rispetto agli addetti ai lavori impegnati nel cercare magari qualche nuovo “fenomeno” e facendosi poi sfuggire letteralmente la “bellezza” da sotto gli occhi.

Possiamo quindi dire apertamente che è stato un bene che la campagna di reperimento fondi sia andata a buon fine perché sarebbe stato davvero un peccato perdere un disco del genere. Ma veniamo a noi.

Chi si nasconde dietro Johnny Bemolle’s? Purtroppo non lo sappiamo o quanto meno non vogliono dircelo.

Le uniche cose che si sanno è che Johnny Bemolle è un cantautore vagabondo di cui, appunto, si sa poco. Sono state ritrovate per caso le sue canzoni in una vecchia valigia, ognuna ambientata in un luogo diverso e ognuna densa di persone, personaggi, atmosfere. Un’altra pregevole cosa riguardante questo disco sono le illustrazioni realizzate per ogni canzone.

Visto che non si conosce quasi niente di Johnny Bemolle, se non le sue canzoni, l’illustratrice Laura Re, ormai matita ufficiale dei Johnny Bemolle’s, ha deciso di interpretare i suoi testi cercando di realizzare un progetto sia musicale che visivo. Per ogni pezzo del disco Laura ha realizzato un’illustrazione, focalizzandosi su un particolare del testo e lasciandosi ispirare dalla musica.

Jhonny Bemolle’s

Il disco ripetiamolo si chiama “Jb” ed è fuori ufficialmente dal 16 Giugno 2016.

Cos’altro aggiungere? Dobbiamo assolutamente dire che le canzoni che compongono quest’opera sono un richiamo al folk nel senso più spinto del termine. Un folk ben fatto quindi che ci porta a viaggiare con la mente e ci fa volare soprattutto in Irlanda, paese che più si avvicina alla tipologia di folk rappresentato in queste canzoni. È raro in Italia ascoltare un disco del genere così delicato, orecchiabile e pulito.

Un disco che riesce a farsi ascoltare in qualsiasi momento della giornata e che ha dalla sua parte sicuramente una semplicità e un’accessibilità davvero uniche e che già al primo ascolto vi conquisterà facendovi innamorare delle sue canzoni e di tutto l’immaginario che trasportano in se.

CREDITI
Johnny Bemolle’s – Jb
1. Johnny
2. East Paris (intro)
3. East Paris
4. Budapest in the rain
5. Granada’s beggars
6. The cripple of Bruges
7. Scotland (Johnny reprise)
8. The fiddler of Dooney
9. Last train to Camden

 

Jhonny Bemolle's

Data di uscita: 16 Giugno 2016
Etichetta: Autoproduzione
Ufficio Stampa: LFD Press
All songs are written by Johnny Bemolle, except “The fiddler of Dooney”, a poem by W.B. Yeats
Cover and illustrations by Laura Re
Recorded, mixed and mastered at Sound Awake Studio
by Marco Federico, in Rome, May 2016
Produced by Johnny Bemolle
Hanno suonato:
Antonello D’Ippolito | vocals, guitars, ukulele, percussions
Stefano Di Leginio | cello
Alessandra Macaluso | oboe, ney, vocals

 

Written by Cristina Bucci

 

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Intervista di Cristina Bucci ai The Bronze Bananas: “Watching the Rain” e l’amore universale

I The Bronze Bananas vengono da Forlì e dopo l’estate debutteranno con il loro primo disco. In questi giorni hanno lanciato il primo video estratto dall’album come anticipazione.

The Bronze Bananas

Si tratta del brano “Watching the Rain” che la band descrive così:Watching The Rain nasce, come praticamente tutte le canzoni dei Bronze Bananas un po per caso. Da una melodia e una successione di accordi da classica ballad, vengono fuori sprazzi di testo che, successivamente, si sviluppano in un concetto di amore, più o meno universale, che però in questo caso può essere indirizzato ad una particolare situazione. Seguendo la filosofia del “è giusto che ognuno interpreti a suo modo la canzone”, ci fermiamo con l’analisi logica. Il video, in perfetto stile Bronze Bananas, non vuole prendersi troppo sul serio, lasciando spazio a scene divertenti, ma che potrebbe riservare qualche sorpresa sul finale.”

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Francesco Giunchedi, voce e seconda chitarra dei The Bronze Bananas, per conoscerli meglio.

 

C.B.: Ciao ragazzi benvenuti! Iniziamo con le presentazioni. Raccontateci chi siete da dove venite e come vi siete conosciuti.

Francesco Giunchedi: Ciao, allora i Bronze Bananas sono: Francesco chitarra e voce, Marco chitarra e cori, Fabiano basso e cori, JJ Batteria. Veniamo tutti da Forlì a parte JJ alla batteria, che lo abbiamo trovato a dormire per strada, senza una casa, a San Mauro Pascoli (scherzo). Io (Francesco) e Fabiano ci siamo conosciuti durante l’ultimo anno di superiori, siamo finiti in classe insieme dopo essere stati bocciati. Marco l’ho conosciuto all’interno di un altro progetto musicale qualche anno fa, mentre JJ lo conosciamo da Gennaio 2016, quando eravamo in cerca di un nuovo batterista per sostituire Alex, il precedente batterista (che salutiamo).

 

C.B.: Come vi sentite all’inizio di questa avventura. Lanciare un disco, soprattutto quando si tratta del primo disco, non deve essere facile. Come vi state preparando?

Francesco Giunchedi: Siamo parecchio carichi, non vediamo l’ora che esca così da vedere cosa ne pensa la gente. Ci auspichiamo di portarlo in giro Live il più possibile. In realtà non ci stiamo preparando in nessun modo particolare, sono quasi 2 anni ormai che portiamo in giro le nostre canzoni, fra cui alcune del disco in uscita, certo, ora che le abbiamo confezionate all’interno di un album, ci sarà maggiore attenzione.

 

C.B.: Come definireste il vostro genere musicale?

The Bronze Bananas

Francesco Giunchedi: Credo intorno al Pop/Rock. Quel mondo lì. Ma all’interno del disco si può trovare parecchia roba, da un reggae non reggae, al Beat, dal rock and roll, a qualcosa dal sapore un po’ psichedelico.

 

C.B.: Per quanto riguarda l’aspetto live come curate il vostro spettacolo?

Francesco Giunchedi: Noi di solito saliamo sul palco con una scaletta, che puntualmente viene modificata in corsa a seconda del nostro tasso alcolemico e dalla risposta del pubblico. Oltre alle canzoni del disco ci divertiamo a suonare nuove canzoni, che magari sono state provate un paio di volte al massimo in sala prove, per vedere che effetto fanno sul pubblico; ma anche qualche cover, che cerchiamo di riarrangiare così da renderle più vicine al nostro modo di suonare.

 

C.B.: Com’è la scena musicale dalle vostre parti e cosa pensate della scena indipendente italiana?

Francesco Giunchedi: La scena musicale indipendente dalle nostre parti è molto tappata a causa delle varie Tribute Band che ci sono. Di solito il piccolo locale/pub, predilige appunto chi fa cover, avendo forse più sicurezza di riempire il locale. Complice anche un pubblico, oramai, che non va più alla ricerca di nuova musica. Però a livelli più alti mi pare ci sia un bel movimento e speriamo di entrarci anche noi in futuro.

 

C.B.: Cosa dobbiamo aspettarci dal vostro album?

Francesco Giunchedi: Speriamo possa essere un album che si faccia ascoltare dall’inizio alla fine. Ci saranno tante canzoni che parlano d’amore, altre che parlano di una botta e via, e tanto altro. Speriamo possa far ballare e far passare un 45 minuti di ascolto piacevole alla gente.

 

Written by Cristina Bucci 

 

 

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Intervista di Cristina Bucci alla band romana Eva Braun: la labilità della vita tra i venti e i trent’anni

Gli Eva Braun sono una band romana che ha debuttato l’11 Aprile 2016 con “Dopo di noi il diluvio (Volume 1)” per l’etichetta romana Exit Records.

Eva Braun

La band è molto attiva nel panorama indipendente e vanta già numerosi concerti e feedback molto positivi sull’album. Dopo di noi il diluvio (Volume 1) è la prima parte di un concept sulla labilità della vita tra i venti e i trent’anni.

In uno stato sociale che ci vuole sottoposti alle sue logiche e ci illudedi avere un destino o peggio ancora un destino speciale” (Massimiliano Parente), ci ritroviamo a sprecare un’intera esistenza a reprimere ogni impulso ed emozione per far posto alla realizzazione di ambizioni e velleità.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con il cantante della band Paolo Annesi per approfondire meglio lo spirito della band e la mission.

 

C.B.: Dopo di noi il diluvio è il vostro primo disco ed è ben specificato che ci sarà un seguito. Il volume 2 è già in lavorazione? Come si collegherà col primo?

Paolo Annesi: Sì, ci stiamo lavorando, abbiamo molti pezzi in cantiere e stiamo registrando una pre-produzione del Volume 2. È qualcosa di più di un collegamento, visto che molti dei pezzi nuovi erano già stati scritti mentre registravamo il Volume 1: è la stessa storia che si sta evolvendo. Il Volume 2 sono onde che a dicembre scorso erano al centro dell’oceano e ora si stanno avvicinando a riva.

 

C.B.: Come nasce questa necessità di dividere il vostro primo album in due capitoli?

Dopo di noi il diluvio

Paolo Annesi: Avevamo urgenza di uscire allo scoperto il prima possibile. Registrare 20 canzoni tutte in un album e tutte in 2 mesi era impensabile. Ci siamo detti: intanto registriamo quelle che abbiamo pronte al cento per cento, poi quelle che rimangono fuori le registriamo tra un po’, e chiediamo a Canali di produrci, così se il primo volume sarà una bomba il secondo esploderà.

 

C.B.: Com’è nato questo disco e qual è il suo obiettivo?

Paolo Annesi: L’obiettivo è fare musica d’autore. Parlare delle dinamiche della vita. Le scelte. L’amore. La miseria umana. Scavare dentro i nostri bisogni. Tutto quello che il cantautorato dovrebbe fare. Essere rivoluzionari e non reazionari. Siamo tutti soli: come scriviamo in Tanatosi, l’obiettivo catartico è cercare di capire come “sentirsi meno ospiti ed esuli nello spazio” e non mandare a fanculo tutti indiscriminatamente, o ballare la macarena sul palco, così tanto per suscitare sensazionalismo o ribellione, ribellione a che poi?

 

C.B.: Cosa c’è che non va nella musica attuale? Se qualcosa non va chi sono i responsabili?

Paolo Annesi: Questa è un’epoca in cui la parola è inflazionata. Lo sdoganamento dei social media ha dato la possibilità a tutti di parlare. A tutti di esprimere la loro opinione (come se ce ne fregasse qualcosa) e a tutti di pensare di essere bravi in qualcosa: scrivi quattro righe su Facebook, ricevi 90 like e pensi che sei bravo o brava a scrivere. No, non lo sei: hai solo tanti amici gentili, magari molti sono solo invaghiti di te, non sono critici letterari. E così succede che Lo Stato Sociale pensa di poter scrivere un libro, tanto per, così, a tempo perso. Sì certo, puoi fare quello che ti pare: ma se lo avessi mandato io quel manoscritto alla Rizzoli non mi avrebbero nemmeno degnato di risposta (giustamente). È intollerabile che nessuno si prenda la responsabilità di dire a questi ragazzi che non sanno scrivere, e nessuno si prende questa responsabilità solo perché ci sono dei soldi di mezzo, degli affari da curare. È rimasto tutto uguale. È sempre una questione di denaro. A me i soldi fanno schifo. Lo sdoganamento dei social porta anche alla perdita di sensibilità rispetto a temi preziosi quali i valori dell’antifascismo, così accade che Lo Sgargabonzi fa una battuta su Anna Frank e nessuno si accorge che è fascistoide (tranne me, che ci scrivo un pezzo sopra, poi lo dico a Luttazzi, che poi a sua volta lo rende noto). In quella battuta sfortunata dello Sgargabonzi, Anna Frank diventa una ragazzina bimbaminkia che scrive su Facebook il suo diario e si allea con i nazisti per mandare il padre alla camera a gas. È un abominio, non una battuta. E la cosa che mi fa più incazzare è che non solo nessuno se ne accorge, ma che parte un linciaggio in difesa del proprio idolo (Lo Sgargabonzi) contro Daniele Luttazzi senza mai entrare nel cuore dell’argomento ma sfoderando sempre metodologie fasciste, cioè sbeffeggiando l’interlocutore, facendone una macchietta (proprio come Emilio Fede al Tg4 storpiava i nomi degli interlocutori scomodi al regime Berlusconiano), così si leggono commenti del tipo “Luttazzi rosica” oppure “Ma chi? Quello che copiava le battute a Bill Hicks?” e via dicendo. E lo stesso Sgargabonzi usa metodi fascistoidi per le sue repliche, sminuendo l’interlocutore, facendosene beffe, cercando di metterlo in ridicolo e dichiarandosi la vittima della vicenda. Lo Sgargabonzi non riesce a capire nemmeno la differenza tra la sua battuta e quella di Luttazzi sulla Frank che subito in tanti hanno riportato ad esempio come altra battuta fascistoide, accusando dunque lo stesso Luttazzi di ipocrisia. Il joke di Luttazzi è: “Ho visitato la casa di Anna Frank. A un certo punto la guida fa: ‘Poi i nazisti l’hanno scoperta’. Per forza. Fuori c’è un cartello grande così con su scritto Casa di Anna Frank!”. Luttazzi prende in giro la sua stessa intelligenza mostrandosi al pubblico come uno scemo che non capisce che la targhetta alla porta della casa è stata affissa dopo l’olocausto: non c’è alcun dileggio della vittima, c’è autoironia, e tu ridi di questo. La battuta dello Sgargabonzi invece dileggia una vittima reale. Ma il mezzo di comunicazione, Facebook o Tweeter che sia, non permette un dialogo pacato, sul merito, favorisce invece giudizi sommari, linciaggi mediatici, e molta, moltissima superficialità, arricchita da modi reazionari. Capisci quanto sono diminuite le nostre difese immunitarie? Non riconosciamo più le battute fascistoidi che facciamo, figurati se riconosciamo la musica d’autore. Stiamo diventando, nella musica così come nella quotidianità, tanti piccoli reazionari. Io vorrei tornassimo rivoluzionari. Ma la rivoluzione non si fa a suon di vaffanculo e pernacchie. Di chi è la colpa? Non lo so. Anzi sì: è nostra, che stiamo perdendo questa sensibilità.

 

C.B.: Invece cosa vi piace della scena indipendente italiana? E del cosiddetto “mainstream” salvate qualcuno o qualcosa?

Eva Braun

Paolo Annesi: Tutto ciò che è fatto con impegno sociale, tutto ciò che è fatto con profondità: Umberto Maria Giardini, Giorgio Canali, Afterhours, Marlene, Ministri, Marta Sui Tubi, Verdena, Iosonouncane, Motta…

 

C.B.: Cosa ascoltate quando non suonate?

Paolo Annesi: Preferisco leggere. Mi sento perennemente insoddisfatto del mio livello culturale. E la cultura la acquisisco con i libri o con le canzoni dei Manics.

 

C.B.: Progetti futuri?

Paolo Annesi: Solo uno: fare il secondo volume con Giorgio Canali, altrimenti saremo costretti ad accettare quel contratto miliardario che ci ha offerto Caterina Caselli…

 

Written by Cristina Bucci 

 

 

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Intervista di Cristina Bucci ai Full Vacuum Arkestra: ecco il nuovo album “Dìa-Luz”

Full Vacuum Arkestra è un progetto musicale di cui abbiamo già parlato in passato sul magazine. Oggi vi presentiamo l’ideatore e creatore Davide Barca

 

Full Vacuum Arkestra

Il primo disco “Full Vacuum” (2013), scritto, cantato e prodotto da Davide Barca, presenta l’evoluzione degli eventi che hanno portato alla nascita della band Full Vacuum Arkestra. Una formazione esagonale, che mette in scena uno spettacolo del Vuoto Assoluto con musica, parole, e live painting.

Dal blues al reggae, dal dub alla musica cantautorale, dai ritmi latini alla dancehall, passando attraverso wormhole psichedelici: il loro suono naviga tra vibrazioni appartenti a diversi generi, così che potremo facilmente definire Full Vacuum Arkestra musica apolide.

 “Dìa-Luz” (“Giorno luce”), il nuovo disco, è fuori dal 15 Aprile 2016 con distribuzione Audioglobe. Il titolo riprende l’unità di misura della lunghezza definita come la distanza percorsa da un’onda elettromagnetica nel vuoto assoluto in un giorno.

Ogni brano è associato ad un’ora della giornata in base a sensazioni di luce ed atmosfera, in un ciclo continuo.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’autore  Davide Barca per conoscere meglio questo affascinante progetto.

 

C.B.: Il vostro primo disco “Dia-Luz” è uscito ad Aprile 2016 ed è stato da subito definito “originale”. Vi sentite a vostro agio dentro questa definizione?

Davide Barca: In realtà essere davvero originali di questi tempi è una cosa tutt’altro che facile. Il nostro suono in “Dia-Luz” ha esplorato generi molto diversi cercando di fonderli nel passaggio attraverso un’unica “lente”. Ovviamente siamo orgogliosi che il nostro lavoro sia stato definito in questo modo, e, spero, sia un segno del fatto che il disco è stato accolto nel modo giusto.

 

C.B.: Secondo voi perché vi hanno definito in questo modo?

Dìa-Luz

Davide Barca: Perché veniamo dallo spazio! Forse la nostra è un’originalità “ingenua”, nel senso che la ricerca musicale avviene partendo da una forza interiore che nasce naturalmente e non ricalca volutamente sonorità già affermate. Il fine è la libertà espressiva senza nessun velleitario progetto di rivoluzione. A volte può essere un’arma a doppio taglio, ma l’urgenza espressiva è più importante.

 

C.B.: Cosa ascoltate e a che musica vi inspirate?

Davide Barca: Un’infinità di musica, dal rock al rap, dal reggae al blues, dal jazz all’elettronica, un sacco di musica latina, roba psichedelica, una continua caccia di nuove sonorità senza limiti di tempo e spazio. Essere in sei significa anche avere un bagaglio di influenze e di stili vastissimo. Personalmente al momento sto ascoltando tantissime cose che vengono dal Sud America dove trovo una meravigliosa spinta verso la sperimentazione associata al mantenimento dell’identità culturale. Grazie a un mio amico (Gabriele Gerini) ultimamente ho scoperto diversi musicisti brasiliani fantastici come Kiko Dinucci, Marcelo Preto, Cae, Russo Passapusso, Nomade Orquestra.

 

C.B.: Musica italiana ne ascoltate?

Davide Barca: Sì, principalmente i cantautori veri.

 

C.B.: Quello che colpisce ascoltando il vostro disco è la ricerca di abbracciare più generi musicali. Come mai questa scelta? Vi viene naturale o ci lavorate su tanto?

Davide Barca: Come dicevo prima è un processo abbastanza naturale.

 

C.B.: Come nascono i vostri pezzi?

Full Vacuum Arkestra

Davide Barca: Di solito si parte da una bozza di musica e testo che può cambiare forma e atmosfera varie volte prima di concretizzarsi, ma in effetti non esiste uno standard, la cosa può succedere in mille modi. È la musica nella sua totalità che guida una canzone verso la sua realizzazione, anche se a volte tutto nasce dalla pura intenzione di confrontarsi con un genere specifico.

 

C.B.: Nelle prossime pubblicazioni cosa ci dobbiamo aspettare?

Davide Barca: Cambiamento, evoluzione.

 

C.B.: Progetti futuri?

Davide Barca: Diffondere la nostra musica e il nostro messaggio dovunque possano arrivare, cominciare a piantare semi per il prossimo lavoro.

 

Full Vacuum Arkestra

Davide Barca – voce e testi
Rocco Favi – voce, tromba, flicorno
Alberto Antomarini – percussioni
Davide Barucca – percussioni
Giulio Sagone – basso
Yuri Bregoli – voce, chitarra

 

Written by Cristina Bucci

 

 

Tracklist

1- Forma di vita notturna (intro)
2- Moscanera
3- Assai
4- Arco Iris
5- Suona
6- Arrivederci e grazie
7- Mille volte
8- Non guardare giù
9- Forma di vita diurna (outro)