Intervista di Cristina Bucci alla band romana Eva Braun: la labilità della vita tra i venti e i trent’anni

Gli Eva Braun sono una band romana che ha debuttato l’11 Aprile 2016 con “Dopo di noi il diluvio (Volume 1)” per l’etichetta romana Exit Records.

Eva Braun

La band è molto attiva nel panorama indipendente e vanta già numerosi concerti e feedback molto positivi sull’album. Dopo di noi il diluvio (Volume 1) è la prima parte di un concept sulla labilità della vita tra i venti e i trent’anni.

In uno stato sociale che ci vuole sottoposti alle sue logiche e ci illudedi avere un destino o peggio ancora un destino speciale” (Massimiliano Parente), ci ritroviamo a sprecare un’intera esistenza a reprimere ogni impulso ed emozione per far posto alla realizzazione di ambizioni e velleità.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con il cantante della band Paolo Annesi per approfondire meglio lo spirito della band e la mission.

 

C.B.: Dopo di noi il diluvio è il vostro primo disco ed è ben specificato che ci sarà un seguito. Il volume 2 è già in lavorazione? Come si collegherà col primo?

Paolo Annesi: Sì, ci stiamo lavorando, abbiamo molti pezzi in cantiere e stiamo registrando una pre-produzione del Volume 2. È qualcosa di più di un collegamento, visto che molti dei pezzi nuovi erano già stati scritti mentre registravamo il Volume 1: è la stessa storia che si sta evolvendo. Il Volume 2 sono onde che a dicembre scorso erano al centro dell’oceano e ora si stanno avvicinando a riva.

 

C.B.: Come nasce questa necessità di dividere il vostro primo album in due capitoli?

Dopo di noi il diluvio

Paolo Annesi: Avevamo urgenza di uscire allo scoperto il prima possibile. Registrare 20 canzoni tutte in un album e tutte in 2 mesi era impensabile. Ci siamo detti: intanto registriamo quelle che abbiamo pronte al cento per cento, poi quelle che rimangono fuori le registriamo tra un po’, e chiediamo a Canali di produrci, così se il primo volume sarà una bomba il secondo esploderà.

 

C.B.: Com’è nato questo disco e qual è il suo obiettivo?

Paolo Annesi: L’obiettivo è fare musica d’autore. Parlare delle dinamiche della vita. Le scelte. L’amore. La miseria umana. Scavare dentro i nostri bisogni. Tutto quello che il cantautorato dovrebbe fare. Essere rivoluzionari e non reazionari. Siamo tutti soli: come scriviamo in Tanatosi, l’obiettivo catartico è cercare di capire come “sentirsi meno ospiti ed esuli nello spazio” e non mandare a fanculo tutti indiscriminatamente, o ballare la macarena sul palco, così tanto per suscitare sensazionalismo o ribellione, ribellione a che poi?

 

C.B.: Cosa c’è che non va nella musica attuale? Se qualcosa non va chi sono i responsabili?

Paolo Annesi: Questa è un’epoca in cui la parola è inflazionata. Lo sdoganamento dei social media ha dato la possibilità a tutti di parlare. A tutti di esprimere la loro opinione (come se ce ne fregasse qualcosa) e a tutti di pensare di essere bravi in qualcosa: scrivi quattro righe su Facebook, ricevi 90 like e pensi che sei bravo o brava a scrivere. No, non lo sei: hai solo tanti amici gentili, magari molti sono solo invaghiti di te, non sono critici letterari. E così succede che Lo Stato Sociale pensa di poter scrivere un libro, tanto per, così, a tempo perso. Sì certo, puoi fare quello che ti pare: ma se lo avessi mandato io quel manoscritto alla Rizzoli non mi avrebbero nemmeno degnato di risposta (giustamente). È intollerabile che nessuno si prenda la responsabilità di dire a questi ragazzi che non sanno scrivere, e nessuno si prende questa responsabilità solo perché ci sono dei soldi di mezzo, degli affari da curare. È rimasto tutto uguale. È sempre una questione di denaro. A me i soldi fanno schifo. Lo sdoganamento dei social porta anche alla perdita di sensibilità rispetto a temi preziosi quali i valori dell’antifascismo, così accade che Lo Sgargabonzi fa una battuta su Anna Frank e nessuno si accorge che è fascistoide (tranne me, che ci scrivo un pezzo sopra, poi lo dico a Luttazzi, che poi a sua volta lo rende noto). In quella battuta sfortunata dello Sgargabonzi, Anna Frank diventa una ragazzina bimbaminkia che scrive su Facebook il suo diario e si allea con i nazisti per mandare il padre alla camera a gas. È un abominio, non una battuta. E la cosa che mi fa più incazzare è che non solo nessuno se ne accorge, ma che parte un linciaggio in difesa del proprio idolo (Lo Sgargabonzi) contro Daniele Luttazzi senza mai entrare nel cuore dell’argomento ma sfoderando sempre metodologie fasciste, cioè sbeffeggiando l’interlocutore, facendone una macchietta (proprio come Emilio Fede al Tg4 storpiava i nomi degli interlocutori scomodi al regime Berlusconiano), così si leggono commenti del tipo “Luttazzi rosica” oppure “Ma chi? Quello che copiava le battute a Bill Hicks?” e via dicendo. E lo stesso Sgargabonzi usa metodi fascistoidi per le sue repliche, sminuendo l’interlocutore, facendosene beffe, cercando di metterlo in ridicolo e dichiarandosi la vittima della vicenda. Lo Sgargabonzi non riesce a capire nemmeno la differenza tra la sua battuta e quella di Luttazzi sulla Frank che subito in tanti hanno riportato ad esempio come altra battuta fascistoide, accusando dunque lo stesso Luttazzi di ipocrisia. Il joke di Luttazzi è: “Ho visitato la casa di Anna Frank. A un certo punto la guida fa: ‘Poi i nazisti l’hanno scoperta’. Per forza. Fuori c’è un cartello grande così con su scritto Casa di Anna Frank!”. Luttazzi prende in giro la sua stessa intelligenza mostrandosi al pubblico come uno scemo che non capisce che la targhetta alla porta della casa è stata affissa dopo l’olocausto: non c’è alcun dileggio della vittima, c’è autoironia, e tu ridi di questo. La battuta dello Sgargabonzi invece dileggia una vittima reale. Ma il mezzo di comunicazione, Facebook o Tweeter che sia, non permette un dialogo pacato, sul merito, favorisce invece giudizi sommari, linciaggi mediatici, e molta, moltissima superficialità, arricchita da modi reazionari. Capisci quanto sono diminuite le nostre difese immunitarie? Non riconosciamo più le battute fascistoidi che facciamo, figurati se riconosciamo la musica d’autore. Stiamo diventando, nella musica così come nella quotidianità, tanti piccoli reazionari. Io vorrei tornassimo rivoluzionari. Ma la rivoluzione non si fa a suon di vaffanculo e pernacchie. Di chi è la colpa? Non lo so. Anzi sì: è nostra, che stiamo perdendo questa sensibilità.

 

C.B.: Invece cosa vi piace della scena indipendente italiana? E del cosiddetto “mainstream” salvate qualcuno o qualcosa?

Eva Braun

Paolo Annesi: Tutto ciò che è fatto con impegno sociale, tutto ciò che è fatto con profondità: Umberto Maria Giardini, Giorgio Canali, Afterhours, Marlene, Ministri, Marta Sui Tubi, Verdena, Iosonouncane, Motta…

 

C.B.: Cosa ascoltate quando non suonate?

Paolo Annesi: Preferisco leggere. Mi sento perennemente insoddisfatto del mio livello culturale. E la cultura la acquisisco con i libri o con le canzoni dei Manics.

 

C.B.: Progetti futuri?

Paolo Annesi: Solo uno: fare il secondo volume con Giorgio Canali, altrimenti saremo costretti ad accettare quel contratto miliardario che ci ha offerto Caterina Caselli…

 

Written by Cristina Bucci 

 

 

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