Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Scrivimi”

Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Scrivimi”

Gen 9, 2018

“La mattina l’astro sorgeva alle spalle della nave, poi la raggiungeva fino a trovarsi sulle teste dei passeggeri, e infine correva avanti per poi sparire sotto l’orizzonte.” ‒ “Scrivimi

Regolamento

Contest Scrivimi

1. Il Contest letterario gratuito di poesia e racconto breve “Scrivimi” è promosso dalla web-magazine Oubliette Magazine e dall’autore Franco Rizzi. Il Contest letterario è riservata ai maggiori di 16 anni.

La partecipazione al Contest è gratuita.

Il tema prescelto è il mare ed il viaggio.

 

2. Articolato in 2 sezioni:

Poesia (limite 60 versi)

Racconto breve (limite 1000 parole)

 

3. Per la sezione A si partecipa inserendo la propria poesia sotto forma di Commento sotto questo stesso bando indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con poesie edite ed inedite aventi come tematica il mare ed il viaggio.

Per la sezione B si partecipa inserendo il proprio racconto breve sotto forma di Commento sotto questo stesso bando indicando nome, cognome, dichiarazione di accettazione del regolamento. Si può partecipare con racconti editi ed inediti aventi come tematica il mare ed il viaggio.

Le opere senza nome, cognome, e dichiarazione di accettazione del regolamento NON saranno pubblicate perché squalificate. Inoltre NON si partecipa via email ma nel modo sopra indicato.

Importante: cliccare su Non sono un robot, è un sistema Captcha che ci protegge dallo spam. Per convalidare la partecipazione dovrete anche voi cliccare sulla casella.

Ogni concorrente può partecipare ad entrambe le sezioni ma con una sola opera per sezione.

 

4. Premio:

Scrivimi

N° 1 copia del romanzo “Scrivimi”, di Franco Rizzi, edito dalla casa editrice La Paume nel 2017.

Saranno premiati i primi tre classificati della sezione A e della sezione B.

 

5. La scadenza per l’invio delle opere, come commento sotto questo stesso bando, è fissata per 12 febbraio 2018 a mezzanotte.

 

6. Il giudizio della giuria è insindacabile ed inappellabile. La giuria è composta da:

Alessia Mocci (Editor in Chief)

Emma Fenu (Scrittrice e Collaboratrice Oubliette)

Katia Debora Melis (Scrittrice e Collaboratrice Oubliette)

Altea Gardini (Scrittrice e Collaboratrice Oubliette)

Carolina Colombi (Scrittrice e Collaboratrice Oubliette)

Beatrice Tauro (Scrittrice e Collaboratrice Oubliette)

Irene Gianeselli (Scrittrice e Collaboratrice Oubliette)

 

7. Il contest non si assume alcuna responsabilità su eventuali plagi, dati non veritieri, violazione della privacy.

 

8. Si esortano i concorrenti per un invio sollecito senza attendere gli ultimi giorni utili, onde facilitare le operazioni di coordinamento. La collaborazione in tal senso sarà sentitamente apprezzata.

 

9. La segreteria è a disposizione per ogni informazione e delucidazione per email: oubliettemagazine@hotmail.it indicando nell’oggetto “Info Contest” (NON si partecipa via email ma direttamente sotto il bando), in alternativa all’email si può comunicare attraverso la pagina fan di Facebook:

https://www.facebook.com/OublietteMagazin

 

10. È possibile seguire l’andamento del Contest ricevendo via email tutte le notifiche con le nuove poesie e racconti brevi partecipanti al Contest Letterario; troverete nella sezione dei commenti la possibilità di farlo facilmente mettendo la spunta in “Avvisami via e-mail”.

 

11. La partecipazione al Contest implica l’accettazione incondizionata del presente regolamento e l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai soli fini istituzionali (legge 675/1996 e D.L. 196/2003). Il mancato rispetto delle norme sopra descritte comporta l’esclusione dal concorso.

 

Buona partecipazione!!!

Troverete sotto “Commenta” per pubblicare la propria poesia e/o racconto breve 

 

 

44 comments

  1. Francesco Troyli /

    IL SOGNO

    Ho visto in sogno
    una citta’ sul mare
    antica di secoli
    in cui ho vissuto in altri tempi.
    Ho riconosciuto luoghi e persone
    ho rivisto la mia casa
    e il mare
    e un castello
    e viuzze che si arrampicano sulla montagna.
    So bene
    che in realta’ non conosco quella citta’
    e neppure il suo nome;
    eppure il mio sogno
    è’ cosi’ reale e vero.
    Forse
    in altri tempi
    appartenevo a quella citta’
    ed avevo un altro nome
    e il suo ricordo ancestrale
    è rimasto nel mio inconscio
    per manifestarsi all’improvviso
    e risvegliare i ricordi…..

    Francesco Troyli
    Via Giacomo Leopardi 74 00012 GUIDONIA MONTECELIO
    Tel. 347 5121305

    Accetto integralmente il regolamento. Partecipo alla sezione A

  2. Daniela Giorgini – sezione B – Accetto il regolamento

    Brillantina e Marino

    In una serena notte d’estate di mille e mille anni fa, Luna risplendeva silenziosa nel cielo e sulle onde leggermente increspate dell’oceano.
    La Stella Damigella le stava accanto, ossequiosa e silenziosa.
    Le Stelle Bambine, invece, non facevano altro che giocare e gridare, nascondendosi dietro le Stelle Madri, che sorridenti le seguivano con lo sguardo.
    Solo Stella Brillantina se ne stava in disparte ad aspettare il suo amico Marino.
    Non appena il riflesso della Luna si fece più intenso, fino a trapassare la superficie delle acque, Brillantina lo vide arrivare.
    “Ciao Brill!”
    “Ciao Marino! Com’è andata oggi?”
    “Mah, come al solito. Mi prendono in giro perché mi appisolo mentre nuoto, ma a me non importa. Mi piace stare tutta la notte a parlare con te.”
    “Mi dispiace. Anche a me fa piacere stare insieme a te. È che esco solo di notte.”
    “Non ti preoccupare per me, Brill, è tutta invidia!”
    La loro era un’amicizia profonda, vera. Anche se non facile da vivere, così lontani, così diversi.
    Marino era un cavalluccio giovane e timido, che amava osservare il cielo di notte attraverso le acque dell’oceano, mentre alla piccola stella piaceva scoprire le meraviglie che il mare nascondeva, quando Luna brillava più forte.
    Era così che si erano conosciuti, in una notte serena come quella.
    “Dimmi, Marino, come sta il signor Polpo? Aveva una brutta ferita a un tentacolo, stava sanguinando!”
    “Sì, è stato terribile! Credevamo tutti che non ce l’avrebbe fatta. Si è distratto un attimo, inseguendo alcuni pesci, ed è rimasto intrappolato in una rete. Ha tirato così forte per liberarsi, che si è ferito. Ha rimasto una brutta cicatrice, ma adesso sta molto meglio. E tu, hai novità?”
    “Oh, certo! Oggi sono nate tre Stelle Bambine. Ancora non puoi vederle, perché sono lontane, ma presto andranno ad unirsi a un gruppo di madri qui vicino.”
    “Che meraviglia! Il cielo è davvero qualcosa di straordinario.”, disse Marino.
    “Sì, è vero! Ma anche l’oceano è speciale.”, sospirò Brillantina.
    I giorni e le notti intanto si susseguivano, mentre i due amici continuavano a incontrarsi e parlare di ciò che amavano di più. Ogni tanto si rattristavano, perché l’estate stava per finire e, con l’arrivo del cattivo tempo, le nuvole avrebbero spesso coperto il cielo: Brillantina non era abbastanza forte per superare quella barriera con la sua luce!

    Una sera Brillantina attese a lungo Marino. Preoccupata, chiese a Luna di brillare più forte, per oltrepassare il più profondamente possibile l’acqua.
    Fu così che lo vide, impigliato con la sua codina arricciata nella rete gettata da alcuni pescatori. Stava cercando di liberarsi con tutte le sue forze, ma non ci riusciva. Come se non bastasse, proprio in quel momento la rete cominciò a risalire. Se Marino fosse salito oltre la superficie, sarebbe morto.
    Brillantina era disperata. Doveva fare qualcosa, ma cosa?
    Poi le venne un’idea.
    Folle, ma era pur sempre un tentativo.
    Voleva salvare Marino.
    A tutti i costi.
    E così si lanciò.
    Senza pensarci due volte.
    Dal cielo nel mare.
    Nella caduta, Brillantina bruciò e quella notte una scia luminosa solcò il cielo.
    Sprofondò nelle scure acque dell’oceano e spezzò la rete che teneva imprigionato Marino, ormai esausto. La stella pensò soltanto che valeva la pena morire per salvare un amico.
    Luna, che aveva assistito a questo sacrificio in silenzio, risplendette come non si era mai visto prima di allora e scese, quasi a toccare l’oceano. Avvolse con la sua luce la piccola Brillantina che giaceva sul fondale. Accanto, il suo amico Marino in lacrime.
    Improvvisamente, la stellina si sentì di nuovo piena di energia. Cercò di riprendere il volo per tornare al cielo, ma non ci riuscì. E come riusciva a respirare sott’acqua?
    Marino era stupito quanto lei e non aveva parole.
    Luna, per ricompensare Brillantina di tanta generosità, non potendola riportare sulla volta celeste, l’aveva trasformata in una stella marina.

    Così, da quel momento, Brill e Marino divennero davvero inseparabili.

  3. Muccitelli Caterina /

    Muccitelli Caterina
    Accetto il regolamento – Sezione A

    INFINITO
    Seduta sul bordo della vita
    occhi chiusi
    gambe ciondolanti
    mente svuotata.
    L’infinito attrae.
    Sento il profumo.
    Mi tuffo.

  4. ANNA ROSSETTO /

    ANNA ROSSETTO SEZIONE B – ACCETTO IL REGOLAMENTO

    CHE DIRE DI ME

    Che qualcuno non abbia già scritto, che nessuno abbia già poetato, che uomo semplice o dotto oratore abbiano già declamato?
    Non sono viva: in molti affermano che il creatore, chiunque egli sia, abbia donato un’anima d ‘ufficio unicamente a chi possiede il cuore che pulsa, il sangue che scorre, un cervello che pensa, delle membra semoventi.
    Anzi, sembra che solo il genere umano sia beneficiario di questo privilegio inestimabile. Non è vero.
    Con buona pace di antichi e moderni filosofi.

    Sono un’ immensa distesa di sabbia, carezzata in eterno dalle instancabili e languide mani del mio sposo, il mare.
    Se solo avessimo un corpo, potremmo essere due attempati coniugi, caparbi e fedeli nel loro unirsi in matrimonio ogni giorno, millennio dopo millennio.
    Non abbiamo cuore, non abbiamo membra, forse non abbiamo anima, ma sfido uno, uno solo degli esseri viventi ad ammirarci, insieme, abbracciati nel rosso tramonto, nella furia della tempesta, nel timido chiarore dell’alba.
    In questi precisi istanti, i nostri inesistenti pensieri e le nostre ineloquenti parole invadono prepotentemente l’anima di colui che ci ammira e ci teme.
    No, non siamo vivi, ma palpitiamo ugualmente, suscitando ammirazione, nostalgia, felicità, tristezza, paura, stupore, terrore. Né più né meno di quanto qualsiasi essere vivente possa risvegliare in un altro suo simile.

    Che dire di me, che non abbiano già detto i pescatori, i volti solcati dal sole, i capelli bruciati dalla salsedine, le mani violate dalle ruvide reti.
    Vederli rientrare, a volte entusiasti per la pesca ed il vino abbondanti, a volte crucciati, le ceste vuote, logori di bestemmie e fatica.
    Raccogliere le loro storie, carpirle, quasi rubarle in qualche parola di troppo o fin troppo nascosta tra le labbra secche.
    Storie di donne che aspettano, storie di padri che a casa non sono mai, storie di figli che fuggono, storie di soldi dalla facile latitanza..
    I pescatori parlano, spesso da soli, perchè nessuno capisce cosa si prova, quando la notte ed il primo mattino si contendono il cielo, là, in mezzo al mare, gettando assieme alle reti la propria vita, guardandola inabissarsi lentamente in un desiderato e agognato oblio.
    Poi, temendo che quello straccio di esistenza possa veramente annegare per sempre, con caparbia volontà ed un pizzico di rabbia, issarla di nuovo a bordo per raccontarle la bugia di un domani migliore.
    Io sono là. Ad ascoltarli, a farli tornare a casa con passi sfiniti, giorno dopo giorno, anche se alcuni, purtroppo, non li ho visti tornare mai più.

    Cosa dire di me, che non abbiano già urlato i bambini d’estate. Cuccioli che cullo amorevolmente sul mio immenso e tiepido ventre, io, madre di tante storie d’amore, romantica spettatrice di passeggiate al chiaro di luna, complice di baci, carezze e promesse per l’eternità.
    Li vedo, li sento correre, le gambe tozze e inesperte, i piccoli piedi saltellanti sulla rena che scotta di sole, i capelli disegnati sulla fronte e la bocca aperta a cercare aria quando il mare si diverte ad accarezzarli, d’improvviso, con insconsueta e inaspettata foga.

    I miei doni per loro sono conchiglie multicolori, che raccolgono con cura e ripongono nei secchielli, colorati forzieri di improbabili pirati.
    Cosa dire di me, nei lunghi giorni d’inverno, che non abbia già detto una vecchia canzone.
    Desolata, abbandonata, quasi schiva, mal sopporto le visite, quando il vento gelido frusta i volti semicoperti dalle sciarpe di coloro che, nonostante la mia scontrosità, non disdegnano una passeggiata sul bagnasciuga.
    Malinconica, lascio che Eolo disegni con dita impalpabili la mia tristezza, mentre le fredde mani del mio sposo continuano ad adularmi senza risultato.
    Passerà. Come passa un brutto periodo, una malattia, un episodio triste.

    Cosa dire di me, che non abbiano già pianto le madri e i padri ai quali il mare ha strappato i figli. Io ho tentato, ho cercato di soccorrerli, di far sentire sotto i loro piedi la sicurezza di poterli appoggiare, ma il mio sposo è imprevedibile, insidioso, spesso crudele.
    E’ orgoglioso della sua grandezza, estremamente fiero della propria immensità. Non vuol essere sfidato, detesta essere deriso, desidera ci si presenti a lui con la deferenza ed il rispetto con i quali ci si pone al cospetto di un re. Perchè lui lo è.
    La sua corona la luna, i suoi capelli le alghe di mille fogge e colori, suoi consiglieri i grandi cetacei, i giullari giocosi delfini, i suoi soldati gli squali, le vedette i gabbiani, i suoi sudditi tutte le specie di pesci esistenti. Il suo sorriso l’alba, lo sbadiglio il tramonto, la sua rabbia le furiose tempeste, il sonno le bonacce, i suoi sbalzi d’umore le maree, le sue parole lo sciabordio delle onde.
    Questo il mio re.

    Ed io, sua sposa, rimango ad contemplare la sua inarrivabile maestosità ,della quale un po’, solo un po’, faccio parte.
    Che dire di me, che non direbbe una donna di se stessa.
    Cosa dire di me, che non direbbe una donna, raccontando la propria pazienza e lungimiranza, negli anni, nei secoli che furono…
    Sono una spiaggia, nome femminile.
    Ascolto.
    Odo i bimbi giocare, ascolto le chiacchiere, le confidenze, le risate, i diverbi, cullo con amore chi si addormenta sul mio ventre.
    Sono una donna.
    Nessuno mi regala dei fiori.
    Oggi un gabbiano ha perduto una piuma.
    Mi accontento di questo omaggio insperato e gradito, che si posa con delicatezza e leggiadria sul bagnasciuga.
    Presto, solo questione di ore, il mio sposo lo ruberà, geloso ed adirato da tanta sfrontatezza.
    Questo il mio destino, il mio posto nel mondo.
    Non ho anima, non ho cuore, non ho membra.

    Perchè fino al 1945 non eravamo sufficientemente vive nemmeno per poter votare.

  5. patrizia benetti /

    Scivolare via
    dalle imposizioni
    viaggiare
    Annusare il mare
    scrivere canzoni
    andare controcorrente
    rispetto a tutta l’altra gente
    respirare cielo e notte
    con la vita fare a botte
    scrivere sorrisi
    su facce colorate
    trangugiare poesia
    come fosse solo mia
    sognare di essere felici
    riporre nel cassetto l’abitudine
    e ogni sua similitudine.

    Patrizia Benetti sezione poesia.
    Accetto il regolamento

  6. Sia il mare …

    Gabbiani che volano attraverso il cielo
    di Roma hanno spostato il lungo viaggio.
    Le nuvole del messaggero sventolano
    nelle acque grigie e ametiste.

    Dal freddo del bronzo, mi interroga
    il Pensatore di chi sarà il ritratto,
    Lo dice con la morte nel sudario,
    lo dice con la campana in mano.

    I miei passi lo circondano di fretta.
    Così rigido dall’ocra, quando crede.
    E nessuno nota il suo grido.

    Da vicino rispondo: non credevo
    cosa farei, come ho agito,
    quando ho viaggiato sia il mare, con il sole.-

    Amalia Lateano

    *Accetto integralmente il regolamento. Partecipo alla sezione A
    *Belgrano 420.- Rojas (2705).- Buenos Aires
    *ARGENTINA
    *Teléfono: 054 2475 462282

  7. fabiola /

    Fabiola Murri
    accetto integralmente il regolamento – partecipo alla sezione A

    Isolatamente

    Appari all’orizzonte,
    plumbeo il cielo e tu giacente e silenziosa
    come dama accogliente attendi,
    navigare fluttuando
    mi necessita
    che al più presto possa raggiungerti a sfiorarti il profilo,
    una scia di alati echi traccia la via
    e l’occhio fruga ansioso l’approdo,
    oh desiderio di profumi salmastri e notturne stelle
    nato in un cuore morente,
    guarda,
    le mani hanno sete d’acqua e terra vergine
    da plasmare ed odorare,
    d’erba viva ,
    di sogni da sognare con un filo d’erba tra labbra schiuse,
    di poesie da recitare orizzontali al mondo,
    pungente l’aroma delle onde in furia
    profuma la pelle,
    lacrime paiono sul viso i vezzi spumeggianti,
    mi abbandono al miraggio di sirene sentinelle fino a naufragare
    nell’intimità dei pensieri ad ogni risveglio diversa da ieri
    isolatamente,
    mentre al calar del sole ti ho selvaggiamente posseduta .

  8. patrizia benetti /

    Patrizia Benetti sezione racconto.
    Accetto il regolamento

    IL MARE
    Sono nata d’estate, a due passi dal mare. Ho respirato salsedine, ho imparato a nuotare prima che a camminare. La mia pelle è scura, i miei occhi colore dell’acqua. Il mare è per me elemento vitale. Lontano non saprei stare.
    D’inverno è livido, arrabbiato su un cielo incolore. Il vento freddo mi sferza la pelle.
    E’ un viaggio emozionale: ora burrascoso, nero e deserto, ora accogliente e assolato.
    Il mare mi secca le labbra, mi screpola i pensieri. Eppure lo amo. Mi appartiene. Gli appartengo.

  9. Ines Zanotti /

    DA CUORE A CUORE

    “Oltre l’altrove
    infochi oh cuor mio!
    E ti riavrò
    un giorno,
    palpitando
    su ali d’onda…”

    Accetto il Regolamento – Sezione POESIA

  10. Gavino Puggioni /

    “Il mio mare”

    Il mio mare,

    con le sue onde tranquille,

    poi minacciose,

    rallenta le mie bracciate

    verso l’orizzonte chiaro

    lontano lontano

    che vorrei raggiungere.

    Il mio mare

    che mi abbraccia

    e mi fa rotolare

    in centomila carezze d’amore,

    nell’intensità del silenzio,

    tra spruzzi d’argento

    e colline d’acqua,

    sotto a un cielo che vuole confondersi,

    senza confini.

    Il mio mare

    che amo da sempre,

    da quando altro liquido mi proteggeva,

    mi fa una corte d’amore

    che non so respingere.

    Mi fa innamorare

    dei suoi contenuti

    dei suoi abitanti

    delle sue abitudini

    dei suoi concerti.

    Li guardo, li sento,

    li ammiro,

    sono invitato fino alla sera,

    durante la notte,

    fino all’alba,

    quando il sole prepotente

    s’infila nel mio sguardo

    e mi dà sveglia da emozioni.

    Il mio mare,

    che non è solo mio,

    mi fa viaggiare

    mi fa sognare

    mi fa godere

    e mi rende più nudo, oltre il corpo.

    Mi ruba l’anima

    e la fa dondolare

    quasi a spiarmi di meraviglie

    e di sentimenti

    che vanno mescolandosi,

    come in un volo senz’ali

    tra cielo e terra,

    invisibili e intoccabili,

    negli abissi del nulla.

    Gavino Puggioni – Sezione A – Accetto il regolamento

    Da “L’arcobaleno in giardino”

    Magnum Edizioni – 2004 –

  11. Beatrice Cossu /

    “Impeto”

    Dalla scogliera osservo cadere le dita. Non avremo mai potuto permetterci una casa in quei lidi e ripiegammo per la parte destra della valle. Ma spesso mi recavo alla scogliera per scorgere il disco sin dal suo arrivo. Percorrevo la strada al buio, ed in quei venti minuti pensavo alla distanza che ogni giorno percorre la Terra. Poi arrivavo, mi sedevo ed aspettavo l’impeto.
    E successivamente si potevano vedere le dita che si scontravano nella pietra.

    Beatrice Cossu
    Sezione B – accetto il regolamento

  12. Beatrice Cossu /

    “Luce”

    Il mare profondo.
    La luce del mondo.
    Siam desolati nel profondo.
    Rovistando il fondo.

    Non è l’acqua che sazia
    Non è il bianco che purifica
    Sempre sacra a te, fuoco,
    pura luce madre.

    Beatrice Cossu
    Sezione A – accetto il regolamento

  13. Con la presente, accetto le condizioni di partecipazione al concorso letterario di cui sopra. Cordialmente. Sezione B

    SUDORE, LACRIME, MARE
    Samanta Berruti

    Avevo cinque anni, la prima volta che vidi il mare.
    Ai miei occhi di bambino, quell’enorme distesa azzurra ricordava la coperta in cotone grezzo che mia madre aveva usato per avvolgere mia sorella, prima di chiudere quel fagotto di lembi sconquassati, stringerselo al petto e piangere.
    Deglutii, quel giorno, incerto su cosa fare. Inconsapevolmente, avevo paura di fare la stessa fine di Nana e di tantissimi altri bambini, ridotti a cumuli di carne informi e abbandonati in fosse comuni. Percepii la mano di mia madre sfiorarmi la spalla.
    “Forza, tesoro, è ora”, mormorò con un sorriso.
    Inghiottii una seconda volta, prima di cercare la sua mano e stringerla forte.
    Vidi mio padre allungare una busta ad un signore dall’aria severa, prima di mormorare parole che non percepii e scuotere il capo. Solo anni dopo avrei compreso la reale portata di quel gesto e i sentimenti nascosti dietro la sua aria un po’ triste. La consapevolezza che quello non era un „Arrivederci“, infatti, mi colse solo quando, in un moto di malinconia, chiesi a mia madre perché papà non ci avesse ancora raggiunti.
    “Ha intrapreso un lungo viaggio”, mi disse con un sorriso mesto “sta volando tra le stelle”.
    Salimmo su quel barcone con gambe tremanti e, quando mi voltai, mio padre era ancora sulla terra ferma, un sorriso triste e le mani in tasca.
    “Ci raggiungerà presto”.
    Nonostante avessi solo cinque anni, la mestizia delle parole di mia madre mi colpì come un calcio alla bocca dello stomaco. Non dissi nulla, limitandomi ad osservarlo con gli occhi lucidi, come a volermi riempire il cuore dei mille dettagli del suo viso stanco. Ancora oggi, se chiudo gli occhi, ne vedo le labbra secche, gli occhi scuri e i sandali ormai sdruciti.
    Con uno scossone, la barca iniziò a muoversi. Mi aggrappai a mia madre, impaurito, prima di cercare con gli occhi la terra ferma, quel posto che ancora oggi chiamo casa, e vederla allontanarsi poco a poco, fino a divenire un punto lontano.
    Faceva caldo, quel giorno. Il sole ci batteva sulla fronte, i vestiti si facevano umidi di sudore e la prospettiva di dover razionare i pochi viveri a disposizione si trasformò presto in realtà. Quando una donna un poco anziana chiese quanto durasse la traversata, infatti, uno degli uomini di vedetta rispose con parole che non credo dimenticherò mai.
    “Cazzo ne so? Se non ci sparano al largo delle coste forse una settimana. Forse di più. Non lo so”.
    Ripensandoci, ripensando a quelle parole e alla distanza con le quali furono pronunciate, sento la nausea impossessarsi dello stomaco.
    La prima notte non dormii, lo ricordo bene. Chiusi gli occhi, mi raggomitolai in grembo a mia madre e cercai un sollievo che non mi fu concesso. Sobbalzavo ad ogni onda, tremavo ad ogni refolo di vento incapace, anche solo per un istante, di trovare pace.
    Di quel viaggio ricordo pochi altri dettagli che si mescolano gli uni agli altri in un turbinio di lacrime, urla, cibo ormai secco e acqua che non bastava mai. Ricordo la mestizia con la quale una signora osservava la figlia piangere stretta ad un fagotto di stracci, incapace di lasciare andare quel corpicino senza vita. Ricordo le urla del capitano quando, ore prima del nostro salvataggio, una nave si era palesata sul suo radar.
    “Dannazione! Questi ci sparano di sicuro”.
    Ricordo l’odore pungente della salsedine alla quale non mi abituerò proprio mai, perché abituarvisi vorrebbe dire metabolizzare ricordi con i quali, ancora adesso, spesso non riesco a fare i conti.
    Ricordo la nave bianca, enorme, che ci salvò a pochi chilometri dalla costa. Ricordo le braccia che mi tirarono su mentre, in preda alla paura, cercavo di liberarmi per tornare vicino a mia madre. Fu proprio lei a intimarmi di smetterla, di calmarmi e a ripetere quello che ormai era diventato il nostro mantra.
    “Andrà tutto bene, tesoro. Il Cielo aiuta sempre i cuori buoni”.
    Ci diedero coperte, acqua, cibo. Per la prima volta in giorni, insomma, ci restituirono l’impressione di essere persone, non animali ammassati in una gabbia troppo piccola per contenerli tutti.
    In un paio d’ore ci ridiedero un po’ di quella stessa speranza che ci aveva spinti a partire e che, in una manciata di ore, avevamo perso.
    Ricordo la voce dolce di Anna, una signora gentile che mi offrì una barretta di cioccolato. Ricordo che lo guardai incuriosito, prima di spezzarlo in due e, con gambe traballanti, raggiungere mia mia madre per porgergliene un pezzo. Ricordo le lacrime di lei, quel bacio dato con labbra screpolate, le sue braccia esili che mi stringevano tremanti.
    Dei giorni seguenti, invece, non ricordo molto: ricordo muri bianchi e il rumore, in lontananza, del mare. L’infrangersi di quelle onde che, all’inizio del mio viaggio, mi avevano terrorizzato oltre misura si era, ora, trasformato nell’unico suono capace di cullarmi nel sonno, restituendomi un poco della pace che avevo perso nei giorni precedenti.
    Ancora oggi quando, accompagnato da mia moglie, intraprendo un viaggio diretto al mare, non riesco a non pensare a quelle giornate interminabili, a quel sole cocente e al coraggio di mia madre che mai, nemmeno per un istante, smise di sorridere nonostante la paura. Allo stesso modo, mentre le onde mi lambiscono le caviglie, penso a mio padre. Penso a tutte le volte in cui l’ho aspettato davanti alla porta di casa, ai pochi ricordi che ancora custodisco gelosamente, agli abbracci negati e alla vita spezzata di un uomo che non ho potuto, in fondo, conoscere. Ci penso mentre, con un sorriso, osservo mia figlia trotterellare in acqua. Penso che sarebbe stato un nonno formidabile, attento e gentile. Penso a lui e spero che, ovunque si trovi, riesca a sorridere del piccolo uomo che ha dovuto salutare anni fa, sorridendo nonostante il dolore. Spero che questo stesso mare che ci ha privati l’uno dell’altro gli restituisca, perlomeno, l’immagine felice di questo giorno di sole.

    “La cura per ogni cosa è l’acqua salata: sudore, lacrime, o il mare.” Karen Blixen

    (Wordcount: 994 parole, esclusa la citazione)

  14. Gavino Puggioni /

    “Gioè, il pescatore”

    La grotta era quella della luna, così chiamata dai vecchi pescatori del villaggio, alcuni dei quali vi trascorrevano intere notti per scrutare il suo viaggio nella fase di piena e osservare, nel frattempo, le onde del mare fino alle quattro-cinque del mattino, per poi armare le barche di reti, sagole e lampare e uscire in quella distesa cupa ma accogliente.

    Gioè, originario dell’isola di Ponza, ma lì residente da almeno tre generazioni, quella notte si meravigliò per essersi trovato da solo, in quella grotta. Di solito erano due o tre ma, dopo, non ci aveva fatto caso. Si era adagiato su uno dei giacigli fatti di canne e paglia ed aveva acceso lentamente un mezzo sigaro.

    Una lampada ad acetilene illuminava malamente e con violenza, quasi a ridisegnarle, le incrostature di roccia argentifera, la volta e le pareti millenarie, custodi dei tempi dell’infinito passato.

    S’avvertì un sibilo, una lingua di vento improvviso, come a voler togliere dal torpore chi era lì, nel silenzio sacro di una notte stellata, adatta più a teneri amanti che non ad anime sole in attesa, forse, del nulla.

    In un angolo vecchi giornali, qualche rivista sciupata dall’umido e dalla salsedine e ancora due vecchie copie della Domenica del Corriere, quasi nuove, evidentemente conservate come ricordo.

    La prima riportava, in un disegno di Beltrame, il tragico naufragio del vapore SIRIO, del 4 agosto 1906, che trasportava migranti italiani verso l’America del sud, nella seconda, disegnata da Molino, c’era la tragedia del 4 maggio 1949, avvenuta nella collina di Superga, della squadra di calcio del grande Torino.

    Gioè non aveva voglia di leggere, di tanto in tanto allungava lo sguardo che si poggiava sulla piatta del mare, senza risacca, o nelle vie del cielo che vedeva poco frequentate fino a che non si imbatteva nel faccione della luna che, senz’altro e a sua insaputa, gli teneva compagnia.

    Poco lontano un anfratto di rocce metallifere proteggeva una piccola ansa dove erano ormeggiate tre piccole barche da pesca, una delle quali aveva legata all’albero maestro una scaletta di legno dalla cui sommità si potevano vedere sciame di pesci, qualche delfino, a volte pesci spada in coppia o banchi di grosse meduse da evitare.

    Una delle barche si chiamava Gavi, memoria e ricordo di un isolotto che sta di fronte all’isola-madre di Ponza ed era la più vecchia.

    Il sigaro di Gioè stava per esaurire i suoi mulinelli di fumo grigiastro.

    Il cielo, il mare, la notte e di questa il buio disegnato dalla luna e abbracciato ai silenzi provenienti dall’infinito, apparivano come in una tela, irreale ma piena di vita, dove il corpo di Gioè si rifletteva, in attesa delle ore e dei minuti che passavano, d’altronde, inosservati.

    Gli sguardi vivi su piccolissime stelle, luci della galassia, a lui assolutamente sconosciute, che andavano moltiplicandosi man mano che il tempo passava sopra leggiadri dondolii d’acqua che accarezzavano la chiglia delle tre barche.

    Gioè non dormiva, forse sognava ad occhi aperti, aspettando l’ora X che l’avrebbe portato alla quotidianità dei movimenti, a stringere o virare la barra del timone, a spegnere il piccolo motore-diesel perchè arrivati al punto-pesca e senza la bussola.

    Ma aspettava anche i suoi compagni di barca e non li sentiva e non li vedeva o forse non ne avevano avuto voglia.

    Anche questo non lo distolse dal nulla che stava facendo, con l’udito teso a seguir il più piccolo rumore, con gli occhi puntati sul blu terra-acqua, il volto appiccicato alla parete col barlume dell’acetilene ormai alla fine.

    E non si stava annoiando, c’era abituato, né aveva paura e dopo di che?

    Una cosa, però, l’infastidiva, una sensazione a pelle che gli procurava quasi ansia, desiderio di non so che, di toccare qualcosa che non c’era, che non gli apparteneva.

    Ci pensava e si toccava il petto, le gambe e sfregava il rovescio delle mani sulla fronte. Sudato? E perchè mai?

    Deambulò su e giù per la grotta, lo sguardo sempre fisso all’esterno senza avere risultati. Eppure una cosa la pensava e, forse, quell’arcano si stava svelando.

    Aveva pensato al Natale. Ma come al Natale se mancava più di un mese?

    Allora era novembre e la data? Ci pensò un po’ e fra sé e sé disse: ma è il 13 di novembre, giorni dell’estate di San Martino!

    Ecco quell’ansia, quel caldo, quelle sensazioni a cui ,da tempo immemore, non era più abituato! E davvero era così, ripensandoci bene , a mente ormai lucida, quel lasso di novembre erano anni che non lo viveva, rotte come sono oggi le stagioni e i periodi dell’anno, consacrati da vecchie abitudini di pensiero e di vita

    Gioè non se ne fece problema. Respirò profondamente, si guardò attorno e decise di mettere il naso all’aria.

    Meraviglia! Una brezza leggera s’impadronì del suo corpo, un brivido, anche di piacere, l’attraversò da capo a piedi avvicinandosi alla battigia.

    L’acqua gorgogliava dolcemente, si mischiava al suo respiro, normale, fatto, in quel momento, di solitudine e attrazione verso il silenzio, verso quell’infinito dove lui, vecchio pescatore, trovava compagnia e sentimenti veri.

    L’alba sembrava lontana, la terra che lui calpestava diventava lieve come i suoi pensieri che lo trascinavano, incantato, altrove, in quell’altrove dal quale i suoi nonni erano arrivati e non vi erano più ritornati.

    Ebbe un piccolo sussulto, quasi a ravvedersi che era ancora lì, in attesa dei suoi compagni che ormai non sarebbero arrivati.

    Si diresse verso le barche, le illuminò una per una, come un pittore dipinge la sua tela, le toccò a mo’ di carezze e salì, con un balzo, sulla più vecchia, la Gavi, impressa nella sua memoria come l’antico isolotto di Ponza.

    Liberò le cime umide da un robusto ed utile dente di roccia.

    La barca scivolò da sola, sopra un tappeto di velluto, mentre Gioè s’affacciava in quell’insenatura da sempre protetta da Nettuno.

    L’alba iridescente, apoteosi del creato, scandiva la musica dei suoi primi bagliori sulle ali dell’amico gabbiano, inseparabile testimonianza d’amore fra l’uomo e il suo mare.

    – Partecipo alla Sezione B – Accetto il regolamento

  15. Edoardo Bianchi /

    Edoardo Bianchi
    Partecipo alla sezione A (poesia)
    Accetto in toto il regolamento

    Titolo opera: “Qualcosa nelle onde”

    Blu che dall’alto percuoti
    Blu che nel basso risolvi
    Non c’è mondo che non ti rifletta
    Non c’è istante in cui non sei presente.

    Qualcosa nelle onde
    richiama il tuo ricordo
    è un infrangersi
    uno spiegarsi di ali
    mentre lei da lontano
    ride, e lamenta.

    Il padrone giace nella pietra
    non c’è colore
    è cieco.

    Qualcosa nelle onde
    propone una nenia costante
    e indirizza lo sguardo
    al cielo, nuovamente.

  16. Nicola Matteucci /

    AUTOSTOP
    SEZ.A
    NICOLA MATTEUCCI
    ACCETTO IL REGOLAMENTO

    L’ombra del rosmarino si getta sul poggio,
    meridiano nei meridiani.
    Le pinne delle barche si muovono lungo X
    perché è inutile ogni altra dimensione.
    Si è scordata la lucertola chi ella sia
    e il suo sangue raffreddato non lo sente.
    Il mio cappello sprofonda nelle festuche
    e tutto il mio cammino
    forse non è neanche avvenuto.
    Strade sinuose costeggiano il mare
    come corridoi di un casinò.
    Ogni tanto passa un’auto,
    ogni tanto il sole,
    ogni tanto qualche uccellaccio.
    Il mare dice Silenzio, come sa fare lui
    mentre una gomma invisibile
    sembra cancellarlo a tratti
    per lasciarci il bianco.
    Tramonto meschino sulle labbra
    degli oleandri
    e sulla salsedine agrumata.
    Arriverò da te. Arriverò,
    sempre ciò che è laggiù
    non segua il paradosso di Zenone.

  17. Isetta Gianfranco /

    La nave

    La nave è scesa giù, per la collina,
    come una storia, appesa alle sue nuvole.
    Ora solca il torrente e le riviere
    sino alla valle dei ciliegi in fiore
    dove c’è un mondo che si scuote ancora.

    E allora gli occhi riescono a vedere
    quel che riluce oltre il cancello azzurro,
    dove l’infanzia non s’era smarrita
    collezionando i giorni già segnati
    da fioriture di stelle marine.

    L’attesa dell’inverno ora s’è chiusa.

    Accetto il regolamento – sezione A

  18. mariella Di Camillo /

    ACCETTO IL REGOLAMENTO – sez A
    Il mare
    ——————————————————–
    Sono nata ad un passo dal mare,
    in una casa dove sentivi continuo il fragore
    delle onde inquiete o il loro sussurro.
    Mia madre mi ha detto
    che appena ho lanciato il primo vagito
    qualcuno mi ha preso in braccio
    e si è avvicinato alla finestra.
    La prima immagine della mia vita
    è stata il mare.
    Sono nata in tempo di autunno
    al mio paese c’era un’ aria tiepida e tranquilla,
    il mare, dall’altra parte della strada,
    appariva come una tavola, senza orizzonte
    e c’era un odore acuto che entrava nelle narici.
    Il mio cuore balla a questi racconti,
    ricordo che quando ho cominciato a capire,
    uscivo sulla loggetta e guardavo il mare,
    era tenero, fatto di sentieri leggeri.
    Adesso non sono più in quella casa,
    sento il mormorio del mare, ma non lo vedo
    eppure mi appare nel cielo il suo brillare
    e immagino le tante barchette di carta
    che da bambina posavo sulle onde.
    Ora come allora, sogno che diventino
    vere e mi portino via di qui, lasciando
    sulla riva le mie speranze deluse
    con tutta la mia amarezza.
    Mi manca la visione del mio mare,
    anche se so che è lì, dietro alti palazzi,
    sento il rumore delle onde,
    percepisco il suo odore.
    Potessi andare via, in un paese lontano,
    dimenticando le angosce
    che la vita mi ha riservato.
    Solo così la mia tristezza
    sarebbe capace di cantare il domani,
    come il sangue canta al primo segno d’amore.
    Ogni giorno, ogni notte mi affaccio
    per parlare con il mio mare,
    quando posso vado sulla riva,
    per ricordare le speranze e le promesse
    che ho seppellito sotto la sabbia.
    Tante volte vedo qualcosa
    che accarezza il mio sguardo
    come un’allucinazione,
    guardo in alto e il cielo mi appare
    come una vela popolata dalle nuvole.

    Scritta da Mariella Di Camillo.

  19. mariella Di Camillo /

    RACCONTO,SEZIONE B
    Un viaggio lungo 28 giorni
    Settembre 1969. Mi chiamo Carlos, sono nato a Panama e ho 33 anni. Mi trovo su un piroscafo che dall’Italia mi sta riportando al mio paese. Sono emozionato al pensiero di rivedere la mia famiglia, pure non posso nascondere una certa malinconia nel lasciare l’Italia, dove ho abitato per 13 anni. Me la sono presa comoda, mio padre a Panama è senatore, non mi ha fatto mancare soldi per vivere bene ed io ho fatto diventare 13, gli anni di università per diventare medico. Ho sempre pagato le tasse, ma sono stato per interi anni senza fare un esame. La vita in Italia, a Roma, è stata per me bellissima. Con i soldi di papà ho avuto sempre un appartamento tutto per me. L’ultimo dove sono stato era nella zona di piazza Bologna, tre stanze e servizi, avevo una colf che una volta alla settimana veniva a sistemare, sono di natura molto ordinato e ci tengo alla pulizia. Avere una casa è stato utile per intrecciare relazioni o brevi avventure, ed io ne ho avute tante. Le donne sono indispensabili per me, io sono quello che in Italia si chiama ‘un donnaiolo’ ed è vero, me la son goduta. Ora sono nella mia cabina, sdraiato sul letto e sto ricordando l’intensa vita fatta in questi tredici anni. Sono riuscito a laurearmi perché hanno dato l’opportunità di fare l’esame mensile, mi sono messo di impegno, mio padre due anni fa, si era imposto dicendo che mi avrebbe tagliato i viveri, se volevo restare in Italia dovevo trovare un lavoro e mantenermi. Io fin da bambino volevo fare il medico, non penso sarei capace di fare altro. Mi sono messo a studiare e anche se ero fermo ad Patologia medica, un esame del terzo anno, ho fatto un tuffo nello studio, non lasciando i libri neppure la notte. Mentre penso sento i rumori di questo piroscafo, non ho preso l’aereo perché mia madre non ha voluto, purtroppo ha perso un figlio, un po’ più grande di me, in un incidente e non vuole sentire parlare di viaggi fatti nell’aria. L’ho accontentata, povera mamma, ancora soffre per il suo lutto e anche io sono rimasto scioccato dalla morte di mio fratello, in mare mi sento più sicuro. Le giornate qui sono movimentate, molti sono in viaggio di piacere, c’è una vita sociale frenetica, aperitivi, cene e feste, già ho adocchiato un paio di signore niente male che viaggiano da sole. Esco dalla mia cabina e mi affaccio al parapetto, il sole è sceso, non è tardi ma il buio mi circonda. Guardo il mare, sembra nero con le onde che si infrangono sprigionando una schiuma che pare disegnata. A Roma ho lasciato una ragazza in lacrime, ma in verità io non le ho mai promesso nulla, anche se sono stato il suo primo uomo e purtroppo l’altro anno l’ho messa in mezzo ai guai, mi sono defilato e lei è stata costretta ad abortire contro la sua volontà. Non aveva alternative. figlia di militare, minorenne, ha solo venti anni, una famiglia severissima, un ambiente piccolo borghese, per lei portare avanti la gravidanza, senza avere un marito, sarebbe stata una tragedia. E’ universitaria, iscritta alla facoltà di lettere, ma è più giudiziosa di me, è in regola con gli esami perché a casa le stanno col fiato sul collo. Con l’aiuto di un’amica ha trovato un medico compiacente e si è liberata, pagando una cifra enorme. Io sono sparito, non le ho dato nemmeno un centesimo né mi sono offerto di accompagnarla. Eppure è stata lei che dopo qualche settimana è venuta a cercarmi. A me non mancavano le donne, ma avere lei a disposizione, lei che mi piaceva da morire, era l’ideale, tanto per la disciplina del padre aveva poca libertà di giorno e ogni sera alle 8 doveva tornare a casa, avevo tempo per stare con lei e avere altre avventure. Abbiamo ripreso la nostra relazione, lei non so su cosa poggiava la sua sicurezza, ma pensava che l’avrei portata con me, al diavolo l’università e la famiglia borghese. Si era fatta un film che io non ho mai confortato con promesse vane, mi limitavo a sorridere quando cominciava a sognare. In Italia le ragazze appena inizi una storia pensano al matrimonio. Prima di lei ho avuto relazioni, una è durata otto anni e questa donna, quando l’ho lasciata, mi ha rinfacciato di averle rubato gli anni più belli della sua vita. Anche lei pensava di venire a Panama con me, oppure che avrei fatto il medico in Italia e l’avrei sposata. Io ho un programma preciso, torno a Panama e mi cerco una statunitense, andrò in vacanza in Florida, lì ci sono belle donne, ma io la prenderò anche brutta, basta che mi sposi e mi faccia prendere la tanto agognata, ’carta verde’, voglio lavorare negli USA e fare un sacco di soldi. Sono ricco di famiglia ma devo fare i conti con i miei tanti fratelli e sorelle, che hanno visto male il mio lungo soggiorno in Italia. Per loro mi stavo divertendo a spese della famiglia e questo è vero. Guardo di nuovo il mare increspato, nero come la pece, non sembra neppure lo stesso mare che ho visto stamattina, ubriaco di sole, liscio come una tavola. La mattina vado in piscina, sono tre giorni che sono in viaggio, partecipo a tutte le iniziative, stasera ad esempio c’è una festa danzante e io ballo bene. Voglio prepararmi alla grande e rimorchierò di sicuro. Devo fare attenzione però, non posso ritrovarmi per tutto il viaggio una donna appiccicata che pensa di mettermi il collare, voglio divertirmi con tutte quelle che mi capitano a tiro, le europee e le americane hanno una mentalità più aperta accettano l’avventura, però è sempre bene stare in campana, il viaggio dura ventotto giorni, non voglio appiccicumi o altro che mi costringano ad una vita da ‘fidanzato’. Voglio essere libero, solo avventure, niente relazioni.

    Scritto da Mariella Di Camillo (accetto il regolamento del contest)

  20. GRAZIO PELLEGRINO( IL POETA DELLA PENNA VERDE) /

    SEZ A
    ACCETTO IL REGOLAMENTO.

    ” …ASCOLTO QUEI LUOGHI…”

    …quanti pensieri sono lì
    tra le parole mescolate
    e confuse scritte su fogli
    che non trovano strada

    Le storie raccontate
    riemergono in me di quei
    giorni sento il vento
    giovani sguardi
    incontrati in occhi grandi
    volti baciati dal sole
    traccia di terra rossa

    Quanti punti lontani
    privi di rotte
    inseguiti
    ma mai raggiunti
    sogno come da bambino
    disperdo i miei pensieri
    in case di pietre bianche
    lavorate da sapienti mani
    volti di pietra tristi d’erosione
    liberati nell’anima

    Dimenticare è impossibile
    la vita mi viene a cercare
    troppo lontano da quel tempo
    ascolto quei luoghi
    ogni loro tormento
    mescolo le emozioni
    per sentirmi meglio
    preso ormai da quel destino

    La percorrerò la mia terra
    con le torri di guardia
    lungo la costa e sentieri
    contornati di spighe di grano
    dove nasce il pane
    silenziose albe
    svegliano il sole
    dalla sua dimora
    i miei pensieri vengono
    da laggiù dove la mia
    lontananza ha portato
    la sua croce.

  21. Giovanna Fracassi /

    Fracassi Giovanna

    Sezione B

    Accetto il regolamento

    Veliero

    L’ultimo gruppo di turisti era sceso e già le loro voci si affievolivano perdendosi fra i vicoli del porto, certamente erano diretti al vecchio pub all’angolo della piazza dove sorgeva la torre campanaria che spiccava rossiccia fra i tetti. Amava quell’ora del giorno. Sedeva sul grande rotolo delle corde ruvide e pregne di salsedine e con il viso offerto alla brezza dolce e profumata della sera, restava ad osservare il cielo che scuriva sfumandosi all’orizzonte. Adesso però era tutto un rincorrersi di nere nuvole che rosseggiavano di lampi che ne incendiavano i confini quasi vi fosse lassù l’infuriare di una battaglia con un continuo avvampare di fuoco e il rimbombo di spari come tuoni che dardeggiavano cupi .
    Adam pensò a quando l’uomo, ancora ignaro di tante conoscenze scientifiche, volgeva lo sguardo tremante, impaurito e immaginava davvero dei, come forze della natura, alla presa con le loro personali controversie a fronteggiarsi a suon di fulmini e saette…quanta poesia! Ma lui voleva restare invischiato ancora, nonostante e malgrado i suoi titoli accademici, a questa libera interpretazione del mondo .
    Aveva abbandonato tutto già da qualche anno. Sì tutto : carriera universitaria, l’appartamento lussuoso, l’auto potente e di prestigio, gli amici, le feste, le serate a teatro, tutto. Solo Spiffero, il caro e ormai spelacchiato cane aveva voluto portare con sé in quel porto sul mare del nord .
    Raramente tornava al suo passato: se n’era andato senza alcun rimpianto e non aveva ancora il desiderio di tornare e chissà mai se lo avrebbe mai avuto.
    Respirò la tranquillità di quelle onde placide, socchiuse gli occhi al leggero rollio del suo legno e sorrise ripensando a quel giorno in cui decise, così all’improvviso, su due piedi , di investire gran parte dei suoi risparmi acquistando quel vecchio e malconcio veliero.
    Arrivato la mattina, era sceso dal pullman con il suo borsone da viaggio e Spiffero ubbidiente al guinzaglio: tutto il suo passato raccolto nel palmo della mano, aveva fiutato l’aria fredda del porto e aveva deciso di andare a cercare una pensione dove alloggiare. Si lasciò guidare dai passi ed arrivò davanti agli ormeggi. Quel piccolo veliero di raggrinzito legno scuro, dondolava sbatacchiando i fianchi consunti, mentre dai tre alberi pendevano vele grigiastre e butterate. Pensò che doveva aver visto tempi migliori e per un momento lo vide lucido e fiero solcare il mare .
    Lesse : “in vendita “ed uno sbiadito numero di telefono. Al cellulare gli rispose una voce ruvida : poche indispensabili parole e la mattina dopo, alle 9.30, saliva da proprietario sul ponte macilento mentre Spiffero, guardingo ma festoso , annusava avido ogni angolo.
    Gli ci vollero parecchie settimane per ripulire e ridare vita a quel brutto anatroccolo che si distingueva fra le imbarcazioni ormeggiate per il suo aspetto macilento. Armato di tanta buona volontà, con tutto il tempo della libertà a disposizione , era riuscito nella trasformazione. Era orgoglioso e soddisfatto del suo lavoro: ancora si guardava intorno e apprezzava il legno lucido, le candide vele, che quando si gonfiavano erano il suo stesso respiro. Sottocoperta era la sua dimora: pochi metri quadrati che lo tenevano piegato in due con il suo metro e novanta, un tavolo proprio sotto l’oblò, due sedie, un piccolo angolo cottura e un letto spartano. Ma i libri erano sparsi ovunque e il suo pc lampeggiava a lato. Ecco a questo non aveva rinunciato: alla sua finestra sul mondo che galleggiava con lui di fiordo in fiordo.
    Stava iniziando a piovere, si tirò sulle spalle la cerata, si calcò meglio il berretto e rimase quasi immobile a fissare il gocciolio sempre più intenso che rendeva spumeggiante il mare. Il ticchettio cresceva mentre tutto intorno, ogni altro rumore cessava. Oramai tutti erano rincasati, le altre imbarcazioni restavano mute e spente,nessun altro aveva eletto a domicilio la propria barca.
    Così Adam restava solo, ogni notte, nel piccolo porto addormentato.
    A volte pensava di esserne l’involontario custode, soprattutto quando un rumore inatteso lo svegliava richiamandolo dal sonno senza sogni in cui sprofondava con una serenità che non conosceva da tempo, oppure quando ascoltava, ancora nel dormiveglia, i primi richiami dei marinai, il primo accendersi del motore dei pescherecci che uscivano nella bruma mattutina.

  22. Giovanna Fracassi /

    Fracassi Giovanna

    Sez.A

    Accetto il regolamento

    Coppa di nostalgia
    Piccolo così
    granello trasportato 
    dal vento
    leggero
    ingarbugliato fra le ore
    stridenti
    come il clangore
    di diamanti aguzzi
    sul vetro ruvido
    di questa notte
    sfavillio di stelle
    piccolo così
    granello di malinconia
    nel cuore impaziente
    quando il cielo s’incupisce
    e s’increspa di luccichii 
    ed è schiuma sulla spiaggia
    quando l’anima è un soffio vivo
    un granello che scivola
    tra gli interstizi d’alabastro
    fra le ombre 
    appoggiate sui muri
    fra i silenzi dei sogni
    e nella coppa di nostalgia
    è acqua che freme
    sulle labbra aride.

  23. Felice Serino /

    Sez. A
    Accetto il regolamento

    Io sono il mare

    danzi su creste d’onde
    gabbiano Jonathan
    io sono il mare l’immenso
    desco su cui ti posi
    -ti guizza nel becco preda lucente-
    io sono il mare tua madre
    se in burrasca
    vieppiù in simbiosi siamo
    ti abbraccia il mio cuore trasparente
    di salsedine

    poi per l’azzurra volta
    ti vedo svettare – verso
    profondità di cieli

    verso quella
    libertà che aneli

  24. Fabrizio Bregoli /

    L’ESTATE DI MONDELLO

    Il profumo del pesce nell’aria

    afrore che stordisce nella canicola

    l’impreparata gente di pianura

    fra le casse di frutta in disordine.

    Grida di donne nel mercato, cesti

    e lo sfrecciare incurante dei motorini,

    ragazzi sulla spiaggia che penseresti

    assorti sui libri, muscoli al sole esibiti,

    farandola di mani e di giochi.

    Nelle vetrine arcobaleni di cassate,

    cannoli gravidi d’antica voluttà,

    fresche granite al gelso stupite

    al contatto delle lingue e il mare immoto

    e l’affrettarsi all’acqua e l’immergersi

    sdegnando la premura delle ore

    ed improvviso il bisogno

    d’abbracciar questa vita:

    nodo alla gola la cravatta

    camicia di forza la giacca

    scarpe ferrate ai piedi

    e spogliarsi subito da questa corazza

    e nella nudità del petto accoglierla.

    Stendersi sull’asfalto

    misurando nel silenzio i suoi passi.

    Fabrizio BREGOLI
    Accetto il regolamento – sez A

  25. Gabriella Pison /

    sez A Gabriella Pison
    Dichiaro di accettare il regolamento
    INCREDIBILE ESTATE
    Al sole è altra cosa
    Stendo l’anima sul bagnasciuga
    Gocciolante d’onde e fili luminosi
    Di pensieri che si allontanano
    Benedico quest’acqua che mi consacra all’estate
    Al canto ingioiellato delle cicale
    A un senza tempo
    Che è la sola ragione dei sensi.
    Un tuffo che è sete, vertigine di madreperla,
    trasparenza di cobalto all’alba,
    una smania di confondersi con la salsedine
    e il brusio del silenzio.
    Mi abbandono all’ombra delle tamerici
    Al contrappasso delle memorie gelate dell’inverno
    Ai guizzi gitani tra gli scogli
    Al mormorio delle sirene profumate d’alghe.
    Cos’è vivere senza l’estate?

  26. Sez B
    Accetto il regolamento.
    Lo strano viaggio di Ruggero
    Ruggero aveva avuto, non so se lo ha ancora -non so niente di lui più di quel che ho letto- un padre molto protettivo. Un padre che gli dava calore e fresca ombra, che lo lasciava immergersi in contemplazioni di pleiadi, se il cielo si degnava si stendere il suo manto grigio, che accanto al fuoco del camino, in estate e in inverno lo avvolgeva di famiglia. Gli impediva di accendere il fuoco, forse per paura che si bruciasse ed io, con una capriola pseudo psicologica, immagino che quel fuoco si sia impedito di accenderlo nel suo narrare.
    Gli piaceva uscire, inconsciamente teso ad accaparrare calore, osservatore acuto, attento e solitario di tutto quello che gli capitava intorno e dei dettagli che gli scorrevano davanti come le faville, monachine misteriose e incappucciate, che sprizzavano dai ciocchi accesi dal suo babbo e che volavano via.
    E un giorno, ormai adulto, dalla finestra vide le sue monachine che avevano riempito tutto il cielo e decise senza pensarlo e senza saperlo che era giunta l’ora di raggiungerle e togliere loro il cappuccio.
    Quel brillio in cielo era alquanto velato; brillavano di più gli occhi del gatto che lo osservò, appollaiato sulla colonnina che reggeva il cancello e sbadigliò indifferente.
    Quasi senza bagaglio, lungo la strada comprò un bastone, perché pensava che, in quanto viandante senza meta, gli ci volesse. e, senza accorgersene, comprò un bastone da cieco.
    Viaggiò verso est, per veder tramontare il sole il più tardi possibile –così racconta-, passò per l’Africa del nord fino all’oceano e dimenticò le faville nei posti dove il pane ed altro si cuoceva sulle pietre arroventate dal sole.
    Poi volse a nord, verso lo stretto di Gibilterra e rimase in Portogallo, in qualche piccolo paese sul mare. E un giorno, guardando il suo vecchio bastone bianco, gli venne l’ispirazione di farsi cieco.
    Cominciò a bendarsi in casa. Chi sa se da cieco avrebbe potuto scoprire il segreto delle monachine incappucciate.
    Qualcosa scoprì: la potenza di tutti gli altri sensi, imparò la prudenza e il controllo dei più piccoli movimenti quotidiani, l’esplorazione dell’ambiente col suo bastone, il riconoscere le persone dagli odori, dal tipo di rumore che facevano muovendosi, a indovinare come erano pettinate e vestite. Quando ebbe il controllo totale della nuova situazione, si divertiva ad uscire un giorno da cieco e un altro da vedente, vestito in maniera completamente differente, tanto che le cameriere del bar che frequentava non si accorsero di nulla.
    Sopravviveva con lavori occasionali al porto.
    E un giorno in cui aveva deciso di andare al porto da cieco, con tanto di occhiali neri e il bastone appresso, gli si avvicinò una sorta di caporale per offrirgli un ingaggio su una nave: gli spiegò che c’era un lavoro adatto a un non vedente e che la paga era ottima. Accettò. Si accordarono che venisse mandata la metà dell’importo alla sua famiglia e cominciò l’avventura. Divieto assoluto di salire sul ponte se non in piena notte.
    Se il vascello di Rimbaud era folle, questo era un incubo. Ne scrisse in seguito e, se volete, andatevi a leggere il suo resoconto.
    Fatto sta che viaggiò per anni –probabilmente- senza sapere dove si trovasse, senza avere un’idea degli scali. Di notte si avventurava sulla tolda e poteva vedere almeno le stelle. Sentiva che qualcuno camminava sul ponte con passo claudicante e con un bastone e il bastone fu l’unica cosa che riuscì a intravvedere una notte, accorgendosi che era il suo. Vedeva le stelle, analogie di faville, per niente misteriose, anzi stupide e crudeli.
    Un giorno la nave attraccò malamente, si sentivano urla e correre da panico. Sentì scendere dal boccaporto un ordine: “Vai!” e sapeva che era la voce dell’uomo zoppo, ma gli sembrò quella di suo padre, ombra che lo proteggeva. Decise di tentare la sorte. Mezzo cieco davvero ormai, per la lunga permanenza al buio, si frammischiò alla gente che correva e si gettò in una scialuppa.
    Prima di svenire davanti al cancelletto vide il gatto che era sceso sul plinto.
    Lo curarono, si riprese in fretta e, non ancora sessantenne, si ritrovò con un paio di nipotini, ai quali insegnò ad accendere da soli il fuoco nel camino, così che non avessero poi da inseguire monachine incappucciate.
    Così seppe che le scintille sono misteriose perché stanno dentro le persone. Vide la sua, e seppe di non essere più spettatore di sé stesso, spettatore di film e di vite, seppe che poteva rendere visibili le scintille altrui a chi le andava cercando.
    Così, tutti i giorni, seduto su una panchina all’ombra di un enorme ulivo, regalava a chiunque gli si sedesse accanto i ricordi della sua anima e il loro significato: le tante monachine incappucciate tornavano ad essere scintille ridenti.

  27. Alberto Castrini /

    Incitamento

    Ti hanno ingannato fratello,
    hai ancora una possibilità.

    Solo la loro invidia
    ti ha fatto precipitare

    sono barcaioli miopi
    da bassi fondali.

    Tu hai solo immaginato
    l’orizzonte, i mari, l’infinito.

    Ricuci le ali e vola più alto,
    oltre ogni fantasia.

    Il cielo è tuo, Icaro.

    Alberto Castrini

    sez. A Accetto il regolamento

  28. Tania /

    IL RICHIAMO DEL MARE

    Oggi il mare m’ha chiamato a sé e ho seguito quel richiamo forte, potente. L’ho inseguito per tutta la lunghezza della strada cercando di sbirciare dall’auto la sua striscia azzurra, ma il muretto che delimitava la spiaggia ne impediva la vista…era lì, lo sentivo, ma non lo vedevo. Solo in lontananza nitida l’immagine del vecchio e solitario faro, a guardia di un’ultima propaggine di terra. Uno spicchio, un angolo ogni tanto entrava nel campo visivo di me alla guida che lentamente procedevo facendomi riscaldare il viso, attraverso il vetro dal sole di febbraio, ricevendo un leggero senso di piacevole carezza.
    Finalmente uno spazio sgombro da mattoni mi ha aperto la finestra sulla distesa azzurra, docile, immobile..il mare d’estate non ha mai di questi colori l’intensità, d’estate qui l’acqua si imputridisce un po’, assumendo le tinte, gli umori, i sudori della calca..ma d’inverno è uno specchio limpido in cui riflettere i propri pensieri, elaborare le proprie riflessioni.
    E mi sono trovata a tuffare nel mare di questa mattina le mie giornate perse della scorsa estate, nel mio primo giorno di ferie di quelle vacanze non consumate, spese lungo corridoi di ospedali, in attesa di un domani migliore che mai sembrava arrivare. Nel mio primo giorno di ferie non potevo che essere qui a ritemprare lo spirito, a respirare a fondo allargando i polmoni l’aria salmastra sollevata ancora di più da una brezza pungente.
    Ma la vista di questo mare non è stata l’unica cosa a dare senso alla mattina: ho incontrato un vecchio conoscente che non mi vedeva forse da quand’ero ragazza, che mi ha abbracciato e si è commosso mentre lo faceva, mentre diceva: “la mia ragazzina!” E io davanti a questo mare, nell’abbraccio del mare e di quest’amico anziano, non sono riuscita a trattenermi…l’emozione mi ha colto.
    È stato un attimo.
    Non riuscivo a trovare le parole, mentre l’abbraccio si faceva più stretto, come per comunicare di più che con le parole nella stretta di quelle mani: il passato trascorso, gli anni che ci avevano visto entrambi più giovani e il senso dei giorni futuri ancora incerti per me, curvi sulla vita per lui.
    La voce si è appuntata a metà tra le labbra e il cuore, oppure lì dove l’azzurro è ancora più azzurro, su quella linea d’orizzonte netta e definita:
    la linea che separa il mare dal cielo, la vita dalla morte.

    Tania Scavolini accetto il regolamento sez. B

  29. Tania /

    “Aqui… onde a terra se acaba”

    Qui,dove la terra finisce
    e forte brezza le idee stordisce,
    qui,dove lo sguardo smarrito
    si perde nell’indefinito orizzonte,
    qui,comincia il mare…infinito.
    Sospesa su rocciosa estremità
    sollevo sulle punte il cuore
    e capitombola rapita l’emozione
    ruzzolando da strapiombo ardito.
    Spazia l’animo tra terra e mare
    in impeto di superba libertà
    e s’abbandona alla seduzione
    di cielo dischiuso sull’immensità.

    Poesia ispirata ai versi del poeta portoghese Camoes “Aqui… onde a terra se acaba e o mar começa….” che tradotti in italiano significano “Qui…dove finisce la terra e comincia il mare”. Questa poetica frase si trova scritta a Cabo de Roca (parco naturale di Sintra – Portogallo) su una lapide in pietra apposta per celebrare questo luogo particolare che rappresenta l’estremita’ occidentale del continente europeo.

    Tania Scavolini accetto il regolamento sez A

  30. Poesia
    Sez. A
    Accetto il Regolamento
    Titolo
    “Vento di Liguria”

    Il Mare
    mi naviga nel cuore
    come forza primordiale
    che non conosce riposo.
    Ama e brama al turbinio
    dell’Immenso.
    All’accecante splendore
    che brucia l’Anima
    dal sale sconvolta.
    Viaggio nell’Infinito
    senza tempo,
    vesti di rose abbondanti,
    sogni intrecciati a reti
    che l’onda dipana, stravolge.
    Nel sangue pulsano
    pensieri puri di libertà,
    l’incoscienza della giovinezza,
    il pacato ardore di un’età
    di corallo e speranza.
    Il Mare
    annaffierà la mia tomba.
    Quei fiori appassiti
    che il vento di Liguria
    con grato ludibrio
    sconvolgerà.

  31. Alberto Diamanti /

    IL TRENO DELLA VITA INSIEME AD UN FIGLIO
    (Sez.A – accetto il regolamento)
    ———————————

    La tua mano, piccolissima,
    si perde nella mia

    Ti devo portare nelle strade del mondo

    Mi volto
    Un treno passa veloce, e non si ferma

    Ritorno a guardarti

    La mia mano, tornata piccola, si perde nella tua

    Mi volto
    Il treno ritorna lento, e si ferma

    È ora di andare
    Il treno non puo aspettare le nostre lacrime

  32. Giovanni Corda /

    Giovanni Corda
    Sezione A – Accetto il regolamento del Contest “Scrivimi”

    Titolo: “Arrivederci”

    1982. Sul molo solo due barche. La giornata soleggiata aveva invogliato gli abitanti di Mines ad una gita verso altri lidi. L’inverno è stato rigido e si aspettava una giornata di sole per poter portare i figli in barca e presentargli alcuni dettagli della navigazione.

    Certo, il signor Mario non poteva insegnare una vita in una sola mattina, ma qualcosa si iniziava a raccontare.

    Si narrava del nonno che costruì la prima barca, si narrava del bisnonno che capì qualche legno era più resistente.

    Si racconta del trisnonno che iniziò a nuotare a soli 2 anni. E si narra della madre che morì dando alla luce il piccolo Manuel, che ora ha quasi sei anni e che negli occhi ha stelle che danzano alla vista dell’acqua.

  33. Giovanni Corda /

    Giovanni Corda
    Sezione B – Accetto il regolamento del Contest “Scrivimi”

    Titolo: “Maree”

    La notte si tinge di scuro.
    Onda su onda il capitano
    spera,
    un faro?
    l’abbaglio di una costa.
    L’approdo per la ciurma.
    Ma la notte
    è sempre più scura.
    Vento da nord.
    Il cielo è cieco.
    Il nostromo balbetta
    in idioma sconosciuto.
    La follia del buio.

    Maree
    che non seguono la Luna
    guardano il legno
    e si dibattono per incrociarlo.

  34. Emanuela Di Caprio /

    Emanuela Di Caprio, sezione A, Accetto il regolamento

    Esuli

    Sputare sangue e camminare ancora
    senza raggiungere mai l’alba, ora vedo
    altri volti e schiene piegate che mi attorniano
    come corpi in disfacimento e deliro
    contando demoni viscidi che sferrano calci e scudisciate.
    Qual è la mia terra dunque, dove posarmi stanco?
    Stracci e coperte trasciniamo per vestire
    le nostre disgraziate membra, i figli piangono
    nella fuga, mammelle stanche e sterili
    tremolano disperate e vuote,
    tra il fango e la croce del tempo.
    Lontana la Siria, oppure non stiamo fuggendo?
    Ogni stazione della croce qualcuno cade
    e chiede l’acqua, ma il sentiero è arido e aspro
    la bocca si fa nera e le piaghe ci coprono.
    Nessuna pietà per i deboli, campi sterminati
    e fili spinati, è tornato il bianco e nero della Shoah
    nessuno s’accorge di noi. Quale dio dobbiamo pregare,
    ci stendiamo alfine, deboli e sporchi, dormiamo
    ad occhi aperti e confidiamo ancora nell’esile respiro
    che la vita ci regala… per quanto tempo?
    Cataste di corpi inutili ai padroni della terra,
    non portiamo oro incenso e mirra,
    non abbiamo doni, solo le nostre membra inutili.
    Non abbiamo la forza per cantare inni,
    aspettiamo l’aurora inetti, esuli dimenticati.

  35. Luisanna Acerbi /

    Luisanna Acerbi

    Partecipo al concorso accettando il regolamento. Sezione A

    Notte

    La notte del mistero più scuro.
    La notte della Luna sul mare.

    Il viaggio dell’astro celeste.
    La sua Luce non vidi.

    Memore del passato,
    conservai la mappa.

    Quella notte, fu la notte del canto.
    Ad ovest l’America
    Ad est la tempesta.

  36. Partecipo accettando il regolamento – sez. A
    Bisognerebbe partire

    Bisognerebbe partire una mattina
    per riprendersi i sogni o per smarrirli.
    Una bisaccia basterebbe al cuore
    per iniziare il viaggio e non morire.

    Bisognerebbe partire una mattina
    per accordare i passi con il tempo
    misurando l’anima coi monti
    e la speranza con la sua salita.

    Bisognerebbe rischiare ogni mattina
    di scambiar sicurezza con il niente
    poiché il tempo che va non ci dà tregua
    e quello che aspettiamo sta passando.

    Bisognerebbe far scorrere la vita
    senza mettere dighe di paura
    perché il sorriso abbracci il suo sorriso
    e sapere chi siamo veramente.

    Bisognerebbe partire una mattina
    prima che passi la vita sulla vita
    e che alla fine tutto si cancelli.

  37. POI SAREBBE AMORE

    Sono stanche le parole
    e vuoto ormai lo sguardo,
    si nasconde in fretta il sole
    dietro un angolo di nuvola.

    In ogni ombra c’è un ricordo
    e ogni attimo mi scruta
    minaccioso di pensieri
    che mi assediano la mente.

    chiederò alla mia strada
    che non torni più a cercarti
    perché poi farebbe male,
    perché poi sarebbe amore

    ed io non voglio amare più.

    *Accetto il regolamento – sezione A

  38. Sebastiano Impalà /

    Il lungo viaggio verso te(tributo a Doris Lessing)

    Ho sentito

    il mio cuore respirare

    lungo il cammino verso i monti

    del pensiero.

    Ho vissuto la mia Africa,

    camminato sulle dune del Sahara,

    nei viaggi impervi della notte.

    Ho bevuto acqua fresca,

    tuffandomi sorpreso

    nell’oasi della tua perplessità.

    Solo li’ ho trovato

    lo sguardo bieco

    della fame,

    le mosche selvagge che ti uccidono,

    le pallide albe

    da gustare all’infinito.

    Nessuna guerra

    mi potrà fermare!

    Percorrerò sentieri arditi,

    oceaniche distese di frumento.

    Sarò uccello

    dalle ali bianche

    in cerca di ristoro

    sulle fresche colline

    del tuo viso.

    Sezione A Accetto il regolamento

  39. Alberto Maiola /

    Viaggio sconosciuto nei sogni

    “Anna, ma sei di più di quello che sogni!” disse Rosalba la mattina del sedicesimo compleanno della sua adorata primogenita.
    Ma Anna continuava a guardare il mare frammentando una storia che la notte precedente l’aveva accompagnata sino alla mattina.

    Fin dal risveglio il colore dei suoi occhi era cieco quando osservava l’esterno, tutte le energie erano predisposte per la ricerca interiore di ulteriori particolari di quel mondo in cui ha potuto vivere per una notte.

    C’era un vascello, c’era un porto, c’era un capitano che indicava il Sud, c’erano due marinai, e tante scintille che cadute dal cielo diventavano pesci.

    “Anna, ma sei di più di quello che sogni!” ribadì Rosalba vedendo la figlia ancora tormentata dal mondo onirico. Non poteva però non ricordare di quando anche lei era giovane e di quanto si assomigliassero, con il naso per aria ad osservare il mare cercando di scovare un indizio. Sì erano simili.

    “Anna, ma sei di più di quello che sogni!”. Al terzo richiamo, Anna guardò la madre, le sorrise e rispose: “Lo so, cara mamma adorata, perché il sogno è ancora ora e non c’è alcuna differenza tra luce e ombra.”

    “Luce e ombra dici? Dai preparati, oggi è il tuo compleanno, 16 anni, non sei felice?”

    “Mi appartiene la felicità quanto la Luna appartiene al Sole.”

    “O figlia mia, a breve giungerà la nonna, non farla preoccupare con le tue storie, va bene?”

    “Va bene mamma”

    Anna andò in camera sua, in quel primo piano, aprì la finestra, quella che dava sulla scogliera. E gli occhi si spensero nuovamente, aveva iniziato iniziato nuovamente il viaggio sconosciuto nei sogni.

    Alberto Maiola – Sezione B (racconto breve)
    Accetto il regolamento

  40. un sogno
    con la voce della soffitta.
    Altre mani e altri volti inafferrabili.
    Forse l’ingresso di un buco?
    In cima la militanza
    dei salmi per la prima strada. Anzi
    nel chilometro di un autobus Loro
    si sono strofinati addosso per l’immenso silenzio.
    Cinque miliardi di anni. Si. Il latrato ignorante .
    Ho guardato il lancio di una bottiglia.
    Poi fino al giardino pubblico le rose addossate.

    -Puoi ritornare a casa Ichnusa _ Direbbe il destino-.

    Nessuna poesia nell’incontro della scena. Interi gli orli dei pastrani.
    La porta sempre disponibile ad ogni fermata.
    Scruto qualcosa verso il mare.
    Un muone di luce faceva
    l’angolo dietro la casa outsider .
    Ci siamo alzati e seduti.
    Un secondo.
    Calze nere dai piedi onnivori.
    In tutto nove posti rettangolari
    presso il “Caffè Civile” sotto le stelle.
    I grandi monumenti sfiorirono. Niente nel mondo.
    -Better Ichnusa in the abdomen-.
    Come un ferro di cavallo
    rinvenuto durante la gita senza nome.

    Accetto il regolamento – sezione A

  41. Paola Pittalis /

    Partecipo sezione A
    accetto il regolamento

    Non ci pieghiamo

    Anche se il vento tira forte,
    vento gelido di maestrale
    ci ha forgiate,
    dure come la roccia,
    che si staglia imponente
    e sovrasta il mare
    come una regina.
    Non ci pieghiamo
    nella tempesta,
    come giunchi balliamo
    e ci chiniamo
    con radici ben salde
    alla madre terra,
    e poi ci rialziamo fiere
    con la schiena dritta e il muso
    rivolto al cielo,
    in segno di sfida.
    Noi donne sarde
    abbiamo lo sguardo
    sempre
    rivolto ad est,
    e vediamo il sole
    anche attraverso
    le nuvole.

  42. bruno sportelli /

    ANIMA EMIGRANTE

    In questa città che lentamente muore
    regalo il mio dolore.
    In questa città che nasce dentro me
    ogni volta dopo un arrivederci
    lascio il mio amore.
    In questa città che piange lacrime
    coperte da morte bianca e nera
    trovo la forza di rialzare il mio sconforto
    per rinascere in amore che nel petto chiudo.
    E quelle lacrime di città
    lentamente diventano pensieri ossessivi
    in cerca dello spazio
    per far rivivere quell’amore natio
    che solo chi vive lontano
    sa trasformarlo in adorazione.
    Lentamente la città muore
    sofferente di quella emozione che fa vibrare i cuori
    coperta da questa insofferente incuranza
    verso quelle bellezze di colori
    che non prendono forma.
    Lentamente questa città muore
    tra lotte di potere che stracciano la vita
    di chi non sa reagire alle tempeste
    e naufraga tra mille paura
    tramandandole a quel futuro
    che non riconosce più i colori dell’amore.
    Tra questo forte dolore e l’emozione che spinge forte sull’anima
    cerco nel ricordo di bambino
    quella felicità di vivere la mia città.
    Città che lentamente muore
    tra morti bianche e nere
    negando il futuro di un cielo azzurro
    alla nuova stirpe di spartani che nasceranno.
    La mia città che lentamente muore
    vive la bellezza dei suoi tesori
    nello scrigno della mia anima
    anima di emigrante.
    Bruno Sportelli

    accetto regolamento sezione A

  43. Alessandra Solina, accetto il regolamento – sez b

    Amor vincit omnia

    L’amore è morto.
    E’ naufragato
    infinite volte,
    le spiagge hanno cullato
    il suo cadavere
    in una notte di luna dispari.
    Morte naturale o artificiale
    poco importa.
    E’ deceduto senza strepiti
    in un catino di lontananza.
    Ma me lo vedo vagare ovunque.
    La sua presenza
    distrae il canto degli uccelli,
    confonde
    la direzione dei fiumi,
    i poli del pianeta.
    Si annida nelle conchiglie
    e ripete strofe d’ambrosia
    in orecchie orfane.
    Trasporta carichi di rose e iris
    su una carretta in pieno sole,
    senza vergogna
    mostra spacchi di cielo
    tra nubi di porpora.
    Si intromette nello sguardo
    di un vecchio storpio,
    trasuda da un alluce ricurvo.
    Risale cime d’uncino,
    traballa foglie
    e miete il tempo.
    Senza fretta.
    Spavaldo e deciso.
    Perché lui sa.
    Lui sa che se una goccia fa arcobaleno,
    per me
    attraverserà in zattera il Pacifico
    e animerà le ieratiche statue di Rapa Nui.

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