Vincitori e Finalisti del Contest di poesia e racconto breve “Scrivimi!”

Vincitori e Finalisti del Contest di poesia e racconto breve “Scrivimi!”

Mar 4, 2018

Si è conclusa il 12 febbraio 2018 a mezzanotte la possibilità di partecipare al Contest Letterario di poesia e racconto breve “Scrivimi! promosso da noi di Oubliette Magazine e dallo scrittore Franco Rizzi.

 

Contest Scrivimi

Una competizione a suon di parole e versi che ha visto più di 100 partecipanti per le sezioni A (poesia) e B (racconto breve).

La giuria del contest (Alessia Mocci, Emma Fenu, Katia Debora Melis, Altea Gardini, Carolina Colombi, Beatrice Tauro, Rebecca Mais) ha decretato i 14 finalisti.

Oggi, vi presentiamo i sei vincitori del contest che riceveranno a casa una copia del romanzo “Scrivimi” di Franco Rizzi, edito dalla casa editrice La Paume.

Tutte le opere partecipanti possono essere lette cliccando QUI.

FINALISTI

SEZIONE A

Laura Vargiu con “Saffo non canta più”

Lina Mazzotti con “Eterna poesia”

Paola Pittalis con “Non ci pieghiamo”

Maria Carmela Dettori con “Sulla battigia via mormorando”

Renato Fiorito con “Bisognerebbe partire”

Silvana Sonno con “Il tempo dell’attesa”

Gianfranco Isetta con “La nave”

SEZIONE B

Alberto Maiola con “Viaggio sconosciuto nei sogni”

Benedetta Gioia con “Occhi nella notte”

Anna Rossetto con “Che dire di me”

Samanta Berruti con “Sudore, lacrime, mare”

Teresa Anna Rita De Salvatore con “Lo strano viaggio di Ruggero”

Grazia Fresu con “Adiós, pampa mia”

Rosalba Vangelista con “Il Pirata e la Luna”

 

VINCITORI

SEZIONE A

Laura Vargiu con “Saffo non canta più”

 

Alla sua isola antica

approdo un tempo di miti e cantori

le braccia speranzose protendono

mediterranee erranze da Oriente fuggiasche

in bilico su disperazioni fragili e stanche

 

Saffo non canta più

né la passione

né la dolce agonia dell’amore,

ma muto è il suo canto

cupo lo sguardo

che al largo si perde nel lutto

del più profondo azzurro

 

Ascolta impotente gli abissali silenzi

le suppliche, i lamenti

le inumane derive ch’esplodono in tempesta

pur i dinieghi di filo spinato

echeggianti più duri della pietra

 

Saffo non canta più

né l’inquieta insonnia delle stelle

né i fremiti di cuore e pelle,

solo il dolore spezza la lingua

la ghermisce, l’avvinghia

mentre impietosa di sbarchi cala un’altra notte

già presaga di pianti e di morte

 

E all’alba rigurgita il mare

avanzi di naufraghe vite

tra la spuma dell’onde stagioni tradite

sorrisi infranti d’infanzia

tra ruvidi scogli ed esangui rive.

 

Paola Pittalis con “Non ci pieghiamo”

 

Anche se il vento tira forte,

vento gelido di maestrale

ci ha forgiate,

dure come la roccia,

che si staglia imponente

e sovrasta il mare

come una regina.

Non ci pieghiamo

nella tempesta,

come giunchi balliamo

e ci chiniamo

con radici ben salde

alla madre terra,

e poi ci rialziamo fiere

con la schiena dritta e il muso

rivolto al cielo,

in segno di sfida.

Noi donne sarde

abbiamo lo sguardo

sempre

rivolto ad est,

e vediamo il sole

anche attraverso

le nuvole.

 

Renato Fiorito con “Bisognerebbe partire”

 

Bisognerebbe partire una mattina

per riprendersi i sogni o per smarrirli.

Una bisaccia basterebbe al cuore

per iniziare il viaggio e non morire.

 

Bisognerebbe partire una mattina

per accordare i passi con il tempo

misurando l’anima coi monti

e la speranza con la sua salita.

 

Bisognerebbe rischiare ogni mattina

di scambiar sicurezza con il niente

poiché il tempo che va non ci dà tregua

e quello che aspettiamo sta passando.

 

Bisognerebbe far scorrere la vita

senza mettere dighe di paura

perché il sorriso abbracci il suo sorriso

e sapere chi siamo veramente.

 

Bisognerebbe partire una mattina

prima che passi la vita sulla vita

e che alla fine tutto si cancelli.

 

SEZIONE B

Benedetta Gioia con “Occhi nella notte”

Lei amava camminare nel buio, e amava il mare. Passeggiare a notte fonda dava un senso al suo tormento,

alla sua inquietudine. Occhi verdi, passo deciso, sigaretta in bocca. Era bella, molti si giravano a guardarla, battute spint, risate d’approccio. Ma l’espressione del suo volto di solito bastava a scoraggiare gli scocciatori. Aveva la faccia di chi ha visto molto, di chi non ha paura, mai.

Chi non l’aveva capito in tempo portava ancora un suo ricordo.

Quella notte intorno alle 4 del mattino il lungomare di Rimini era quasi deserto. Poca gente in giro, le discoteche ancora aperte si mangiavano la gioventù.

Vide con la coda dell’occhio due uomini che tenevano sottobraccio una ragazza, avrà avuto vent’anni. Il trio stonava, la ragazza barcollava. Stavano prendendo la strada che andava verso la spiaggia.

Li guardò di nuovo… pensò di andarsene “mica sono fatti miei…”

La ragazza però strisciava i piedi in un modo strano. Quelle gambe molli, quei piedi che strisciavano lungo la sabbia non le permisero di andarsene. Si appiattì dietro una palma, e restò a guardare alla luce fioca dei lampioni.

Li vide arrivare alle sdraio chiuse. Gli ombrelloni serrati sbattevano al rumore del vento.

Sentì la ragazza dire qualcosa, forse protestare, poi vide i due che la trascinavano verso le cabine.

Si incamminò verso il mare, senza fretta, senza fare rumore.

La luce della luna era inquietante.

Udì sei suoni, forse dei lamenti.

Arrivò alle sdraio, girò verso le cabine. I due uomini erano di spalle, la ragazza aveva qualcosa in bocca e non riusciva ad emettere suoni comprensibili. Era senza vestiti. Tentava inutilmente di togliersi di dosso uno dei due. L’altro guardava lo squallido film.

Lei infilò la mano nella borsetta, prese lo stiletto. Lungo, affilatissimo. Un’arma scomoda da portare in giro, ma sempre molto efficace, sicuramente la sua preferita.

In un istante gli fu addosso, prese la testa per i capelli e tirò forte indietro, recidergli la giugulare fu questione di un istante. Il secondo uomo si voltò, ma un secondo troppo tardi, quando la lama gli stava già penetrando all’altezza del cuore. Dieci secondi, forse venti.

Poi guardò la ragazza, lei era terrorizzata, sicuramente ubriaca, forse drogata ma fu sicura che, complice l’oscurità non si sarebbe ricordata del suo volto.

Non voleva ringraziamenti.

Lentamente si avviò verso il mare. La passeggiata poteva continuare.

 

Anna Rossetto con “Che dire di me”

 

Che qualcuno non abbia già scritto, che nessuno abbia già poetato, che uomo semplice o dotto oratore abbiano già declamato?

Non sono viva: in molti affermano che il creatore, chiunque egli sia, abbia donato un’anima d ‘ufficio unicamente a chi possiede il cuore che pulsa, il sangue che scorre, un cervello che pensa, delle membra semoventi.

Anzi, sembra che solo il genere umano sia beneficiario di questo privilegio inestimabile. Non è vero.

Con buona pace di antichi e moderni filosofi.

Sono un’immensa distesa di sabbia, carezzata in eterno dalle instancabili e languide mani del mio sposo, il mare.

Se solo avessimo un corpo, potremmo essere due attempati coniugi, caparbi e fedeli nel loro unirsi in matrimonio ogni giorno, millennio dopo millennio.

Non abbiamo cuore, non abbiamo membra, forse non abbiamo anima, ma sfido uno, uno solo degli esseri viventi ad ammirarci, insieme, abbracciati nel rosso tramonto, nella furia della tempesta, nel timido chiarore dell’alba.

In questi precisi istanti, i nostri inesistenti pensieri e le nostre ineloquenti parole invadono prepotentemente l’anima di colui che ci ammira e ci teme.

No, non siamo vivi, ma palpitiamo ugualmente, suscitando ammirazione, nostalgia, felicità, tristezza, paura, stupore, terrore. Né più né meno di quanto qualsiasi essere vivente possa risvegliare in un altro suo simile.

Che dire di me, che non abbiano già detto i pescatori, i volti solcati dal sole, i capelli bruciati dalla salsedine, le mani violate dalle ruvide reti.

Vederli rientrare, a volte entusiasti per la pesca ed il vino abbondanti, a volte crucciati, le ceste vuote, logori di bestemmie e fatica.

Raccogliere le loro storie, carpirle, quasi rubarle in qualche parola di troppo o fin troppo nascosta tra le labbra secche.

Storie di donne che aspettano, storie di padri che a casa non sono mai, storie di figli che fuggono, storie di soldi dalla facile latitanza…

I pescatori parlano, spesso da soli, perché nessuno capisce cosa si prova, quando la notte ed il primo mattino si contendono il cielo, là, in mezzo al mare, gettando assieme alle reti la propria vita, guardandola inabissarsi lentamente in un desiderato e agognato oblio.

Poi, temendo che quello straccio di esistenza possa veramente annegare per sempre, con caparbia volontà ed un pizzico di rabbia, issarla di nuovo a bordo per raccontarle la bugia di un domani migliore.

Io sono là. Ad ascoltarli, a farli tornare a casa con passi sfiniti, giorno dopo giorno, anche se alcuni, purtroppo, non li ho visti tornare mai più.

Cosa dire di me, che non abbiano già urlato i bambini d’estate. Cuccioli che cullo amorevolmente sul mio immenso e tiepido ventre, io, madre di tante storie d’amore, romantica spettatrice di passeggiate al chiaro di luna, complice di baci, carezze e promesse per l’eternità.

Li vedo, li sento correre, le gambe tozze e inesperte, i piccoli piedi saltellanti sulla rena che scotta di sole, i capelli disegnati sulla fronte e la bocca aperta a cercare aria quando il mare si diverte ad accarezzarli, d’improvviso, con inconsueta e inaspettata foga.

I miei doni per loro sono conchiglie multicolori, che raccolgono con cura e ripongono nei secchielli, colorati forzieri di improbabili pirati.

Cosa dire di me, nei lunghi giorni d’inverno, che non abbia già detto una vecchia canzone.

Desolata, abbandonata, quasi schiva, mal sopporto le visite, quando il vento gelido frusta i volti semicoperti dalle sciarpe di coloro che, nonostante la mia scontrosità, non disdegnano una passeggiata sul bagnasciuga.

Malinconica, lascio che Eolo disegni con dita impalpabili la mia tristezza, mentre le fredde mani del mio sposo continuano ad adularmi senza risultato.

Passerà. Come passa un brutto periodo, una malattia, un episodio triste.

Cosa dire di me, che non abbiano già pianto le madri e i padri ai quali il mare ha strappato i figli. Io ho tentato, ho cercato di soccorrerli, di far sentire sotto i loro piedi la sicurezza di poterli appoggiare, ma il mio sposo è imprevedibile, insidioso, spesso crudele.

È orgoglioso della sua grandezza, estremamente fiero della propria immensità. Non vuol essere sfidato, detesta essere deriso, desidera ci si presenti a lui con la deferenza ed il rispetto con i quali ci si pone al cospetto di un re. Perché lui lo è.

La sua corona la luna, i suoi capelli le alghe di mille fogge e colori, suoi consiglieri i grandi cetacei, i giullari giocosi delfini, i suoi soldati gli squali, le vedette i gabbiani, i suoi sudditi tutte le specie di pesci esistenti. Il suo sorriso l’alba, lo sbadiglio il tramonto, la sua rabbia le furiose tempeste, il sonno le bonacce, i suoi sbalzi d’umore le maree, le sue parole lo sciabordio delle onde.

Questo il mio re.

Ed io, sua sposa, rimango a contemplare la sua inarrivabile maestosità, della quale un po’, solo un po’, faccio parte.

Che dire di me, che non direbbe una donna di se stessa.

Cosa dire di me, che non direbbe una donna, raccontando la propria pazienza e lungimiranza, negli anni, nei secoli che furono…

Sono una spiaggia, nome femminile.

Ascolto.

Odo i bimbi giocare, ascolto le chiacchiere, le confidenze, le risate, i diverbi, cullo con amore chi si addormenta sul mio ventre.

Sono una donna.

Nessuno mi regala dei fiori.

Oggi un gabbiano ha perduto una piuma.

Mi accontento di questo omaggio insperato e gradito, che si posa con delicatezza e leggiadria sul bagnasciuga.

Presto, solo questione di ore, il mio sposo lo ruberà, geloso ed adirato da tanta sfrontatezza.

Questo il mio destino, il mio posto nel mondo.

Non ho anima, non ho cuore, non ho membra.

Perché fino al 1945 non eravamo sufficientemente vive nemmeno per poter votare.

 

Samanta Berruti con “Sudore, lacrime, mare”

 

Avevo cinque anni, la prima volta che vidi il mare.

Ai miei occhi di bambino, quell’enorme distesa azzurra ricordava la coperta in cotone grezzo che mia madre aveva usato per avvolgere mia sorella, prima di chiudere quel fagotto di lembi sconquassati, stringerselo al petto e piangere.

Deglutii, quel giorno, incerto su cosa fare. Inconsapevolmente, avevo paura di fare la stessa fine di Nana e di tantissimi altri bambini, ridotti a cumuli di carne informi e abbandonati in fosse comuni. Percepii la mano di mia madre sfiorarmi la spalla.

“Forza, tesoro, è ora”, mormorò con un sorriso.

Inghiottii una seconda volta, prima di cercare la sua mano e stringerla forte.

Vidi mio padre allungare una busta ad un signore dall’aria severa, prima di mormorare parole che non percepii e scuotere il capo. Solo anni dopo avrei compreso la reale portata di quel gesto e i sentimenti nascosti dietro la sua aria un po’ triste. La consapevolezza che quello non era un “Arrivederci“, infatti, mi colse solo quando, in un moto di malinconia, chiesi a mia madre perché papà non ci avesse ancora raggiunti.

“Ha intrapreso un lungo viaggio”, mi disse con un sorriso mesto “sta volando tra le stelle”.

Salimmo su quel barcone con gambe tremanti e, quando mi voltai, mio padre era ancora sulla terra ferma, un sorriso triste e le mani in tasca.

“Ci raggiungerà presto”.

Nonostante avessi solo cinque anni, la mestizia delle parole di mia madre mi colpì come un calcio alla bocca dello stomaco. Non dissi nulla, limitandomi ad osservarlo con gli occhi lucidi, come a volermi riempire il cuore dei mille dettagli del suo viso stanco. Ancora oggi, se chiudo gli occhi, ne vedo le labbra secche, gli occhi scuri e i sandali ormai sdruciti.

Con uno scossone, la barca iniziò a muoversi. Mi aggrappai a mia madre, impaurito, prima di cercare con gli occhi la terra ferma, quel posto che ancora oggi chiamo casa, e vederla allontanarsi poco a poco, fino a divenire un punto lontano.

Faceva caldo, quel giorno. Il sole ci batteva sulla fronte, i vestiti si facevano umidi di sudore e la prospettiva di dover razionare i pochi viveri a disposizione si trasformò presto in realtà. Quando una donna un poco anziana chiese quanto durasse la traversata, infatti, uno degli uomini di vedetta rispose con parole che non credo dimenticherò mai.

“Cazzo ne so? Se non ci sparano al largo delle coste forse una settimana. Forse di più. Non lo so”.

Ripensandoci, ripensando a quelle parole e alla distanza con le quali furono pronunciate, sento la nausea impossessarsi dello stomaco.

La prima notte non dormii, lo ricordo bene. Chiusi gli occhi, mi raggomitolai in grembo a mia madre e cercai un sollievo che non mi fu concesso. Sobbalzavo ad ogni onda, tremavo ad ogni refolo di vento incapace, anche solo per un istante, di trovare pace.

Di quel viaggio ricordo pochi altri dettagli che si mescolano gli uni agli altri in un turbinio di lacrime, urla, cibo ormai secco e acqua che non bastava mai. Ricordo la mestizia con la quale una signora osservava la figlia piangere stretta ad un fagotto di stracci, incapace di lasciare andare quel corpicino senza vita. Ricordo le urla del capitano quando, ore prima del nostro salvataggio, una nave si era palesata sul suo radar.

“Dannazione! Questi ci sparano di sicuro”.

Ricordo l’odore pungente della salsedine alla quale non mi abituerò proprio mai, perché abituarvisi vorrebbe dire metabolizzare ricordi con i quali, ancora adesso, spesso non riesco a fare i conti.

Ricordo la nave bianca, enorme, che ci salvò a pochi chilometri dalla costa. Ricordo le braccia che mi tirarono su mentre, in preda alla paura, cercavo di liberarmi per tornare vicino a mia madre. Fu proprio lei a intimarmi di smetterla, di calmarmi e a ripetere quello che ormai era diventato il nostro mantra.

“Andrà tutto bene, tesoro. Il Cielo aiuta sempre i cuori buoni”.

Ci diedero coperte, acqua, cibo. Per la prima volta in giorni, insomma, ci restituirono l’impressione di essere persone, non animali ammassati in una gabbia troppo piccola per contenerli tutti.

In un paio d’ore ci ridiedero un po’ di quella stessa speranza che ci aveva spinti a partire e che, in una manciata di ore, avevamo perso.

Ricordo la voce dolce di Anna, una signora gentile che mi offrì una barretta di cioccolato. Ricordo che lo guardai incuriosito, prima di spezzarlo in due e, con gambe traballanti, raggiungere mia mia madre per porgergliene un pezzo. Ricordo le lacrime di lei, quel bacio dato con labbra screpolate, le sue braccia esili che mi stringevano tremanti.

Dei giorni seguenti, invece, non ricordo molto: ricordo muri bianchi e il rumore, in lontananza, del mare. L’infrangersi di quelle onde che, all’inizio del mio viaggio, mi avevano terrorizzato oltre misura si era, ora, trasformato nell’unico suono capace di cullarmi nel sonno, restituendomi un poco della pace che avevo perso nei giorni precedenti.

Ancora oggi quando, accompagnato da mia moglie, intraprendo un viaggio diretto al mare, non riesco a non pensare a quelle giornate interminabili, a quel sole cocente e al coraggio di mia madre che mai, nemmeno per un istante, smise di sorridere nonostante la paura. Allo stesso modo, mentre le onde mi lambiscono le caviglie, penso a mio padre. Penso a tutte le volte in cui l’ho aspettato davanti alla porta di casa, ai pochi ricordi che ancora custodisco gelosamente, agli abbracci negati e alla vita spezzata di un uomo che non ho potuto, in fondo, conoscere. Ci penso mentre, con un sorriso, osservo mia figlia trotterellare in acqua. Penso che sarebbe stato un nonno formidabile, attento e gentile. Penso a lui e spero che, ovunque si trovi, riesca a sorridere del piccolo uomo che ha dovuto salutare anni fa, sorridendo nonostante il dolore. Spero che questo stesso mare che ci ha privati l’uno dell’altro gli restituisca, perlomeno, l’immagine felice di questo giorno di sole.

“La cura per ogni cosa è l’acqua salata: sudore, lacrime, o il mare.” Karen Blixen

 

I vincitori saranno contattati via email per l’invio del premio.

Complimenti ai vincitori, finalisti e partecipanti!

I nuovi Contest sono online nella Categoria Attualità/Concorsi del Magazine.

Per gli autori, esordienti e non, se si è interessati a conoscere le modalità per accedere alla creazione di un contest su Oubliette Magazine contattateci su email: oubliettemagazine@hotmail.it scrivendo sull’oggetto: Info Contest Letterario.

 

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