Intervista a Fabio Soricone: vi presentiamo la silloge “Il passo della strega”
“La scrittura ruota intorno alla perfezione senza mai raggiungerla, perché essa è un viaggio, un viaggio iniziatico dentro noi stessi, e quello che è vero per la scrittura, è valido anche per ogni uomo o donna: noi tutti abbiamo un’essenza più liquida che solida, siamo soggetti a un flusso di cambiamento continuo, che i buddisti chiamerebbero ‘impermanenza’.” ‒ Fabio Soricone

“Il passo della strega” (Tomarchio Editore, luglio 2025) rivela un mondo interiore oscuro abitato dalle lunghe ombre del thauma (greco antico θαῦμα con il significato di “meraviglia”). Una meraviglia profonda che si contrae di fronte alla vastità dell’esistenza, della creazione, una meraviglia che nello stupore include il terrore ‒ l’angoscia che porta l’essere umano ad interrogarsi così come gli antichi solevano dire.
Così l’autore Fabio Soricone, con la scrittura, viaggia all’interno di sé portando seco un bagaglio culturale pagano e cristiano con il quale osserva “meravigliato” la vita nel suo susseguirsi di eventi e stati dell’essere.
“Sul paesaggio svetta/ una luna cerea,/ vellicata da alberi maestosi./ Tu sola… e un ansito leggero di paura,/ un respiro livido./ La cintura nebbiosa / abbraccia il costato del mondo,/ soffocandone la speme;/ è questa l’ora segreta che avviluppa il cuore,/ è questo il tempo dei sussurri,/ delle preci,/ l’attimo tremebondo in cui ci si accorge/ del silenzio atro/ cesurato solo da sparute/ litanie del vento./ L’ululo della bestia sopraggiunge improvviso./ Infierisce…/ […]” ‒ poesia “Brivido”
Di seguito si potrà leggere un breve approfondimento della silloge.
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A.M.: Caro Fabio ti ringrazio per aver accettato di raccontare ai lettori la tua silloge “Il passo della strega”. Questo è il secondo libro che pubblichi con la Tomarchio Editore, preceduto da “Le vie del vento”, ma nel tuo percorso poetico ci sono svariati altri libri. Vuoi condividere con noi il ricordo del tuo primo libro nel momento in cui l’hai stretto fra le mani?
Fabio Soricone: Grazie Alessia. Ho un rapporto speciale con tutti i miei libri. Devo dire, che così come fece uno dei miei scrittori in assoluto preferiti, ovvero Ignazio Silone, nel tempo sono tornato su alcuni dei miei scritti, cambiando le parti che non trovavo conformi con ciò che volevo esprimere. Come disse la grande poetessa e amica Mariangela Ruggiu: non si finisce mai di scrivere una poesia. La scrittura ruota intorno alla perfezione senza mai raggiungerla, perché essa è un viaggio, un viaggio iniziatico dentro noi stessi, e quello che è vero per la scrittura, è valido anche per ogni uomo o donna: noi tutti abbiamo un’essenza più liquida che solida, siamo soggetti a un flusso di cambiamento continuo, che i buddisti chiamerebbero “impermanenza”. Questo rende infinitamente interessante la vita, perché non è determinata da nessun algoritmo, nessun pattern, ancor più in un’epoca come la nostra. Ogni libro è un’occasione per riproporre, oltre a quelli nuovi, anche vecchi lavori, poesie o racconti, non fa differenza.
A.M.: La dedica del libro “A tutte le persone che mi hanno trasmesso il brivido. In particolare al mio amico dylaniato, Stefano” anticipa le numerose dediche ai registi che ti hanno trascinato in mondi altri. Chi è Stefano?
Fabio Soricone: Questa domanda, forse senza saperlo, si riferisce ai prodromi, al momento in cui la mia creatività ha dato i primi segnali di fioritura. Stefano è un carissimo amico cresciuto in Abruzzo, la sua terra natale. A Pescina, nelle notti estive, con la luna alta nel cielo, intraprendevamo lunghe passeggiate a piedi, oppure facevamo giri in auto. Defilarci dal gruppo era un modo per respirare l’atmosfera misterica di quei luoghi. Le mie prime esperienze del Sacro, anche nella mia Villalba, furono molto più vicine al mondo pagano, era una sorta di ebbrezza dionisiaca, senza saperlo ci comportavamo come le antiche baccanti, camminavamo per le strade della nostra cittadina urlando, strepitando. Non ce ne accorgevamo, ma quelle erano vere e proprie estasi. Ricordo che per farci smettere dovevano innaffiarci con gli idranti. Non dimenticherò mai quei momenti di sospensione crepuscolare, quando il giorno era finito, e la notte si avvicinava, momenti in cui qualcosa, forse la Terra stessa, ci infondeva un grido nelle viscere, nel sangue. Quel grido era la vita senza sovrastrutture, era l’Es freudiano, un istinto così primordiale che si perdeva nella notte dei tempi.
A.M.: Ne “Il passo della strega” fascinans e tremendum sono la chiave d’accesso al sacro. Perché l’essere umano tende al mysterium?
Fabio Soricone: Perché è la sua natura intrinseca. Lo sviluppo della civiltà moderna, spesso si è opposto a questo anelito ancestrale. Non dico che dovremmo smantellare la civiltà moderna, perché ogni epoca è importante per diversi motivi, ma quello che mi preme dire, è che per quanto le diverse epoche si accavallino, nessuna potrà mai distruggere quelle precedenti. Oggi è in atto un vero e proprio tentativo di soppressione del mysterium, mentre in realtà andrebbe semplicemente veicolato, secondo quelle che sono le istanze contemporanee, e prestare attenzione alle inclinazioni di ciascun individuo. Rispetto al passato, quando il mysterium, nella sua dimensione primigenia, coinvolgeva anche grandi masse di uomini e donne, oggi è divenuto un fenomeno individuale, che va individuato e accompagnato. “Alf, sacro fiume, fluiva giù per caverne che l’uomo non può misurare, fino a un mare senza sole.” Questi versi di Samuel Taylor Coleridge sono troppo potenti per l’uomo contemporaneo, solo qualche individuo può avventurarsi, e quando ciò avviene, l’individuo in questione dovrebbe ricevere tutto il sostegno della collettività, ma così non avviene quasi mai, a meno che non ci si trovi all’interno di qualche Scuola dei Misteri o determinati Ashram.
A.M.: Anche nel primo volume edito dalla Tomarchio Editore, il già citato “Le vie del vento”, è presente la ricerca del mistero del sacro ma in veste completamente diversa. Quale delle due raccolte pensi sia maggiormente accessibile ad un pubblico di media cultura?
Fabio Soricone: Dipende. Oggi c’è una grande riscoperta dei valori pagani, e il paganesimo è presente scuramente ne “Il Passo della Strega”, così come è presente l’horror, in una particolare declinazione che mette in rilievo il suo aspetto suggestivo e fascinatorio. I due libri sono entrambi accessibili ad un pubblico di media cultura, almeno a partire dalle tematiche affrontate. Per quanto riguarda il lessico, forse “Le vie del vento” è maggiormente ricercato.
A.M.: Ne “Crepatura” apri con il titolo della silloge “Il Passo della Strega/ è un filo remoto/ che sutura la pelle e la paura;/ è un fiato inavvertito,/ uno sparuto ululo dietro le spalle.// […]” “Il passo della strega” è, dunque, sia un filo sia un fiato connesso al corpo (“pelle” e “spalle”), è un nodo che simula il cappio, silenzioso e nascosto. In quale momento della vita ci si può trovare nei pressi di questo “passo”?
Fabio Soricone: È un momento specifico del percorso di ognuno di noi. Come ho già detto in passato, la Strega fa parte di un itinerario del profondo. Dario Argento con “Suspiria” se n’era accorto ampiamente. Ci fu un momento tra il 1975 e il 1977 in cui volle dare una svolta al proprio cinema. È sempre nei momenti di svolta che appare la Strega. Quando ci si deve addentrare nell’ignoto, e si esce dalle aree protette della mente, dalle zone di comfort. Quando è il momento di crescere. Proprio questa duplice natura del cambiamento, ovvero l’ignoto e la possibilità di una maturazione, genera un contrasto così forte che poi è alla base del fascino tremendo e al contempo della paura che la Strega esercita su di noi. Ne “Suspiria”, Jessica Harper rappresenta un po’ tutti noi. Erik Erikson individuò otto “momenti” cruciali nello sviluppo della personalità, dalla nascita alla vecchiaia. Ognuna di queste fasi porta con sé una crisi, che può avere una svolta negativa o positiva. Quando sopraggiunge la crisi, simultaneamente fa la sua comparsa la Strega.

A.M.: Svariate liriche presenti ne “Il passo della strega” hanno ricevuto dei riconoscimenti nei premi letterari ai quali hai partecipato. Ne ricordi qualcuna in particolare di cui vuoi parlare?
Fabio Soricone: La lirica che apre la silloge, ovvero “Brivido”. Quando ricevetti il primo premio all’Abruzzo Horror Literary Contest ero totalmente frastornato. Una sensazione che non dimenticherò mai. La Giuria, inoltre, era di grande qualità, composta da Andrea De Petris, Paola Retta, Salvatore Santangelo, e il grandissimo Paolo Di Orazio, in assoluto uno dei miei scrittori horror preferiti.
A.M.: Ci sono novità in vista? Puoi anticipare qualcosa?
Fabio Soricone: Sono da poco uscite, sempre per Tomarchio Editore, le due antologie gemelle “Poetesse e Scrittrici d’Italia” e “Poeti e Scrittori d’Italia”. In copertina troviamo due miei scatti fotografici: “L’eco della Primavera” e “Lineamenti del Mistero”. La fotografia, in particolare, mi sta coinvolgendo in modo sempre più travolgente. Pur non conoscendo i tempi, perché ci sto lavorando, posso dire che quasi sicuramente uscirà in futuro un libro con i miei scatti. La fotografia mi consente di approcciarmi in maniera del tutto nuova al mondo. Dopo anni di introspezione, chiuso in una stanza a scrivere, posso iniziare a “vedere” quello che prima immaginavo, e rendermi conto che ciò che esiste nella fantasia, esiste anche nella realtà. Una novità editoriale è in vista ma non posso ancora rivelare nulla!
A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Fabio Soricone: “Aver paura di qualcuno che poteva venire nella notte, voleva dire non sentirsi soli.” Pupi Avati
A.M.: Fabio ogni nostra intervista va oltre la presentazione del libro in oggetto ma invita il lettore a sondare il fondo di sé. Infatti non a caso chiudo con il frammento 108[1] del grande Eraclito: “i confini dell’anima, per quanto lontano tu vada, non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così abissalmente si dispiega” proprio ad indicare questa azione del sondare in direzione dell’Assoluto perché l’anima affonda le sue radici nel flusso del cosmo.
Written by Alessia Mocci
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Note
[1] Eraclito, Dell’Origine, curato da Angelo Tonelli, Feltrinelli, p. 181
